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Per le nozze del
mio primo amico, l'avvocato Luigi Muggio, con la gentile signorina Erminia
Adami, celebratesi in Roma il 26 novembre 1874.
.....…….. Senza
moglie a lato
Non puote uomo in
bontade esser perfetto.
Né senza si può
star senza peccato.
Ariosto
Nella pianura vercellese sta
accampato un vecchio castello parallelepipedo, e tanto parallelepipedo che
sembra un dado gittato in una giocata di giganti. Ha le facciate nere con i
numeri vitrei, i quali numeri sono le vetrate delle finestre e dei balconi.
Esso chiamasi il castello di Moriglia.
Dal balcone di oriente si vedono
le casipole basse del villaggio, le quali si appastano ai piedi del castello, e
sopra le casipole e dopo esse un piano continuo, che si affonda nell'azzurro.
Dal balcone di mezzogiorno si vedono la lastra di un fiume e poi le grasse
polpe delle colline del Monferrato; dai balconi di ponente e settentrione una
piana rigata di solchi e quadrellata di gelsi, che va a battere contro le radici
della montagne.
In questo castello andò a
riparare il conte Oscar Azzo di Moriglia.
Era vecchio, ma di forme ancora
rigide, asciutte ed integre. Il suo vestiario era rapato con precisione di
carta vetrina, come di chi ha la consuetudine di vestire elegante. Il sarto più
difficile e lo scultore più leccato non avrebbero saputo dare una forbiciata o
una limatura nella persona del conte.
Niuno sapeva tutta la vita di
lui. E sì, che, per quanto taluno abbia condotto una vita oscura, esiste sempre
qualche valletto o qualche cameriera, che conosce questa vita! Invece nemmanco
il portinajo del palazzo Moriglia a Torino, il quale pure era in voce di essere
stato dentro le più secrete cose del conte Oscar, — nemmeno egli poteva
riferire appuntino la storia e il romanzo di quella esistenza.
Il conte Oscar partiva da Torino,
senza palesare a nessuno e nemmeno al suo portinajo, dove si rivolgesse. Onde
chi lo diceva partito per Parigi, altri per la Russia ed altri per la caccia
della pantera nelle Indie.
Egli ancora giovane era restato
erede di un nome illustre e di una fortuna milionaria, il quale e la quale egli
sparpagliò durante trent'anni per il vario mondo.
Ma ad un certo punto della sua
vita egli si trovò ferito e fermato da un coltello misterioso, e quindi
scorticato e scarnificato da una potenza invisibile. Gli sembrò che i panni
addosso gli toccassero le carni vive.
La sua vita divenne un dolore e
un ribrezzo. Avrebbe voluto frantumare i tavoli intarsiati, le campane degli
oriuoli a dóndolo, tutte le più preziose suppellettili delle sue camere;
avrebbe voluto spaccare tutte le teste di donna che gli si presentavano
innanzi.
Unica medicina al suo dolore
spelacchiato gli parve il ritornare dove egli era nato, dove erano nati i suoi
padri, e dove ci dovevano essere il ritratto e l'ambrosia della memoria di sua
madre; onde da Calcutta nel milleottocentosettantatré il conte Oscar si ridusse
al suo castello di Moriglia in Piemonte.
* * *
Quivi giunse — muto — spettrale —
rinserrato nella sua eleganza economica.
I villici gli fecero largo,
paurosi di disturbarlo. Solo il medico condotto, dilettante di lotte politiche
ed amministrative, appena lo vide rientrato nel suo pollajo, ruminò in mente di
farne un Consigliere comunale di opposizione contro il Parroco, e quindi un
Consigliere provinciale che mettesse a spese della Provincia la Chiatta di
Moriglia e di seguito anche un Deputato contrario alle imposte, ai lavori
pubblici ed alle fortificazioni.
Ma il conte seppe rimanere così
chiuso che le viste politiche ed amministrative del medico condotto non
poterono farsi strada fino a lui.
Il conte Oscar sperò ritrovare
pace nel suo vecchio castello; perché le muraglie di esso, nericce, bavose e
lucenti per i passaggi e le dimore delle bisce, delle lucertole e del
salnistro, — i soffitti istoriati ed altissimi, lo scricchiolare dei palchi e
dei tarli, ed il silenzio d'amianto delle sale ampie e vuote dovevano lenire
quale naturale refrigerio i martirî esasperati della sua anima.
Egli si deliziava dei suoi passi
che sonavano in quella calma di polvere morta appiccicata ai mobili ed agli
arazzi del suo castello disabitato. Si sedeva volentieri sui seggioloni di
cuoio fregiato e figurato a stampi secchi, — dai bracciuoli altissimi; vi si
rannicchiava come dentro un confessionale o un incunabulo da vecchio. E più
spesso che altrove egli si riduceva nella galleria dei ritratti dei suoi
antenati.
Ma presto gli spiacque quella
tratta di figure disposta in linea orizzontale che dintornava la sala. E volle
tramutarla in una calata che venisse giù verticale dal soffitto come una polla
d'acqua plumbea in una grotta d'atmosfera piorna. Però conobbe che l'altezza
della parete non bastava per quella cascata di ritratti; onde egli fece buttare
giù il soffitto della galleria; e di due sale lunghe, sovrapposte l'una
all'altra in due piani diversi, fece comporre un salone unico, profondo, che
sembrava un androne di mulino o di casa incendiata dal fulmine, ricetto di
monetari falsi.
Adunque sulla parete di quella
sala fonda egli fece allogare un grosso rigone di ritratti, che partendo dal
soffitto discendeva in basso fino alla distanza della statura di un uomo dal
pavimento. La fiumana maggiore di quei ritratti era una catena che gocciolava
giù a due figure per anello: un uomo e una donna, o meglio un conte e una
contessa di Moriglia.
I più antichi conti ossiano
quelli più vicini al cornicione erano ferrei, adusti, e le prime contesse che
stavano loro allato erano severe di volto e di vestiario; man mano che si
calava in giù comparivano e si aumentavano i pizzi, i merletti e gli altri
acconcimi; i volti si facevano più paffuti, i busti più panciuti, le maniche
più larghe, finché si veniva al biancume e al gonfiore boffice e grasso del
settecento: alle figure di panna montata, inaffiata di rosolio. Da una parte e
dall'altra della fiumana maggiore sporgevano a quando a quando ritratti di
arcivescovi e di generali, cadetti della famiglia, senza ramificazioni.
Le screpolature della biacca
rosata sui seni delle dame scollacciate somigliavano spruzzi di sangue
disseccato.
Sotto quella colonna grondante di
figure il conte Oscar si collocava, ogni giorno, ad una data ora, con le
braccia incrocicchiate. Egli, uomo dal frac nero e dai brevi solini insaldati
del secolo decimonono, dilettavasi cupamente a far da cariatide alle trapassate
generazioni arcigne od ampollose, da cui egli derivava.
Egli piacevasi a sorreggere sulle
sue spalle rimminchionite tutto il ferro pesante e il fardello di mussola
affastellata dei suoi avoli e delle sue bisnonne.
Egli allora stimavasi il punto
fermo di una grande linea: stimavasi la paratoja di un ruscello di sangue
gentile, che terminasse in lui.
E perché non si era egli pure
ammogliato?
Perché non aveva egli aggiunto a
quella catena un nuovo anello: il suo ritratto dal frac nero e dai piccoli
solini del secolo, con il ritratto di una nobile donna a lui disposata nei
vezzi e nella crinolina moderna?
Era ciò forse, perché egli avesse
giudicato troppo misero il costume del nostro tempo, indegno di nozze e di
ritratto, indegno di star sotto alle divise ferruginose e farraginose dei suoi
antenati?
No! Egli non si era ammogliato
per un'altra semplicissima ragione.
* * *
Nel mondo presente oltre le
professioni di virtù che gli uomini spiattellano nei libri, nei parlamenti e negli
altri luoghi rappresentativi, eglino usano squadernare una professione di vizio
nei colloqui amichevoli e specialmente sul finire delle cene. Così l'eterna
dualità del bene e del male si è scompartito il mondo: alla finzione del bene
le biblioteche e le Camere Nazionali; alla realtà del male le osterie e i
luoghi affini. Per spiegarmi con un esempio, quasi niun scrittore oserebbe
dentro un libro dichiararsi immorale e scettico in fatto di donne: e parimenti
quasi niun scrittore posto dentro una trattoria fra una brigata di amici, in
cui si sfrottolassero delle avventure amorose, oserebbe passare per un fedele
credente e minchione sul conto delle donne, rinunziando ad inventare e a
spifferare la sua avventura peccaminosa.
Or bene certe volte basta il sentire
una professione del vizio fatta privatamente ed anche a modo di celia da una
persona autorevole, perché si avveleni l'anima di un giovane.
Questo era incontrato al conte
Oscar. Egli a diciott'anni dopo un pranzo impiallicciato di tartufi e irrigato
di vino di Borgogna aveva orecchiato in un crocchio di pezzi grossi ciò che
diceva il conte Amelito, suo zio, uno fra i diplomatici e scrittori e caratteri
più diamantini che vantasse il Piemonte a quei tempi.
Lo zio conte Amelito contava
delle cose rosse, rosse, così rosse da far arrossire il tabarro del Diavolo; il
quale, come si sa, in luogo di peli è contesto di tante linguette del fuoco
infernale.
«Vero? proprio vero?» domandavano
gli astanti al conte Amelito, frizzando di piacevolezza e di curiosità.
«Diamine!» rispondeva serio il
conte Amelito. «Non sono mica così cordone da mandare ad un altro cacciatore le
quaglie che capitano sotto la mia passata...»
La immoralità del dopopranzo
dichiarata allora dal conte Amelito rese immorale e scapolo il conte Oscar suo
nipote per tutta la vita.
Venutogli addosso il patrimonio
di sua madre, egli si ricordò di ciò che aveva sentito dal grande uomo suo zio;
montò a cavallo dei suoi milioni, e corse per il mondo a cacciare quante
quaglie gli cadevano a tiro. Egli avrebbe tolto di ingojare un macigno
piuttosto che rendersi schiavo per tutta la vita alla fede di una donna.
Finalmente un giorno, dopo la
comparsa di molti peli argentini nella sua barba, egli si accorse di essere
orribilmente solo; e lo assalse la rabida malinconia che abbiamo detto sopra,
ed egli venne per curarla al suo antico castello di Moriglia.
* * *
Quivi alla sera egli andava a
poggiare i suoi gomiti sulle ringhiere dei suoi balconi.
Una sera dal balcone di ponente
guardava i gelsi nella campagna.
Essi si vedevano da principio
isolati ad uno ad uno spargere i loro ombrelli sul colore di caffé tostato
della terra grassa. Poi si accozzavano in lontananza, quindi si asserragliavano
vieppiù fino a che formavano una sola macchia bruna alle radici delle Alpi.
Allora il conte disse a sé
stesso: «Quei gelsi non sanno mica di formare una sola famiglia agli occhi di
chi li guarda da lungi. Così gli uomini individui senza saperlo sono famiglia
per il filosofo che li guarda dall'alto. Così altre famiglie di erbe e di
piante differenti si arrampicano sulla montagna; e l'una lascia il posto
all'altra, fino a tanto che si arrivano i sassi brulli. Così forse agli occhi
di Dio sono famiglie i soli e le stelle. E tutte queste famiglie si perpetuano
con le nozze e con l'amore. Io solo, povero conte Oscar, povero vecchio, sono
rimasto senza famiglia, sono rimasto senza nozze, senza amore!»
Passò un frullo di passere sotto
il balcone di ponente. Quel frullo cagionò al conte un freddo sotto le ascelle,
ed egli dal balcone di ponente si trasportò su quello di mezzogiorno.
Frammezzo ai fusti delle albere
sublimi si scorgevano delle gaggie terragne, e poi la lama del fiume che
specchiava le colline rese malinconiche ed ombrose dalla sera, e prima del
fiume i campi trincettati a prodaje e a peluzzi di vegetazione, e sulle strade
i contadini e le giovenche e gli aratri che tornavano al villaggio, e
sembravano, visti dall'alto del balcone, insetti che bulicassero nella
segatura. Eppure erano una vita! Mentre nel sangue del conte girava la
tetraggine morta della solitudine e della noja.
Passò un circolo di rondini sotto
il balcone di mezzogiorno, le quali, quasi a farlo apposta, cigolarono tutte
insieme ad un punto, quasi radendo le braccia del conte. Quel cigolìo lo
trafisse come fossero stati vagiti di bambini.
Il conte andò al balcone di
oriente. I tettimi delle casipole rusticane erano del colore dei topi di
campagna. Egli aveva gli occhi invetriati di lagrime ed ai suoi occhi acquosi
quei tettimi parvero muoversi ai piedi del castello. Parvero sorci che
ballassero ritti e affannati dalla fame intorno a un sacco o a un buratto di
farina.
Scappò sul quarto balcone del
nord.
Quivi la veduta gli si allungava.
Un filare di ontani gli condusse il pensiero a stancarlo.
Poi venne in lontananza la fumèa
di una locomotiva a vapore, che pareva uno strascico lento di lenzuola funebri
sopra una distesa geografica.
Annottò. Giunsero da ultimo i
pipistrelli con il loro brancolìo cieco, aereo, viscido e velocissimo.
Il conte Oscar si ritirò
dall'ultimo balcone, visitò la pozza, in cui colava la troscia dei ritratti di
famiglia, quindi andò a coricarsi. Ma non poté chiudere gli occhi al sonno in
tutta la notte. Sentiva nella sua stanza buja il frullo delle passere, il
cigolìo delle rondini ed il brancolìo cieco, viscido e velocissimo dei
pipistrelli, oltre l'agitarsi affamato dei topi. A lui nel letto pareva avere
le braccia posate sulle maniglie dei balconi. Sotto le sue braccia passavano
quei volatili e semoventi. Essi avevano teste di donne da lui conosciute in sua
vita, — con occhi di pianto, di disperazione e di imprecazione, occhi che
l'avevano trafitto sopra pianerottoli, in stanzucce ed alcove lontane. Ed egli
non aveva afferrato perpetuamente, e non poteva più afferrare niuna di quelle
teste di donna. Egli aveva rotto la Legge che la Natura assegna agli uomini ed
ai colombi; la fede ad una compagna. Egli era infelice, solo, diserto, perché
aveva peccato contro la Natura. Non c'era più rimessione per lui.
Sentiva fra le braccia delle
curve muliebri, lineate dallo stesso dito di Dio onnipossente; e gli sfuggivano
per sempre. Vedeva delle donne riverse per terra che non poteva più rialzare.
Sentiva dei vagiti di bambini che non poteva più chetare. Sentiva nelle mani le
lacrime frigide che vi avevano deposto, attaccandole con un bacio, fanciulle e
donne bellissime e derelitte in un ultimo addio. Poi quelle lacrime gli
vuotavano le mani; salivano in su, e quindi gli gocciolavano addosso dal
soffitto, come dalla vôlta di una grotta umida e calcinata; e gli percotevano
le occhiaje, e vi lavoravano un tuorlo rosso, come fanno le visite notturne dei
ragni.
* * *
Il giorno dopo il conte Oscar era
di nuovo sul balcone di ponente. Il grande disco del sole, l'ostia santa dei
poeti scendeva in Francia lentamente dal cucuzzolo di una montagna. Il sole
calò, affondò, sparve: ma correvano ancora i suoi raggi sui profili delle
montagne a rifilarli con nuove forbiciate nette e fresche, olezzanti del
taglio. Mediante il contrasto degli orli lucenti le Alpi occidentali si
distaccavano dal cielo: erano cavalloni e marosi che si avanzavano nel piano
spumeggiando con il loro dorso infiammato. Le montagne del settentrione prive
dei profili solari, quasi si mischiavano con il cielo: erano un debole screzio
di azzurri, un duello affiochito fra un azzurro di colomba livia e un azzurro
di amido.
Ad un tratto il conte Oscar vide
comparire sul fastigio di montagna, donde era calato il sole, — vide comparire
al posto dell'astro inabissato un miracolo di fanciulla, una vera fanciulla,
improvvisata di tutto punto, che si vedeva precisa a una lontananza miliare,
come fosse stata lì a due braccia distanti.
Il conte Oscar si sentì tirato
magneticamente a dare un amplesso e un bacio a quella fanciulla per lo spazio
chilometrico.
Era una fanciulla composta e
pasciuta di rugiada, di rose e di brilli di sole.
Ma — strano spettacolo! — la
fanciulla si mosse essa stessa dalla sommità della montagna, e si avanzò verso
il balcone del conte. Egli spaurito scappò verso il balcone di mezzogiorno: ma
anche lì si trovò dinanzi la sua fanciulla, la sua maraviglia, eretta sulle
colline e specchiantesi nella spera del fiume. Trasalì e si precipitò sul
balcone di oriente, e ancora lì vide la fanciulla, — la vide come una immensa
statua della Vergine porre i suoi piedi sopra una mezza luna di argento fra le
casupole del villaggio. Egli fuggì sull'ultimo balcone del nord, e vide la
incessante fanciulla camminare alla volta di lui sulla riga del fumo della
vaporiera, e poi apparire sulla fila di ontani così lunga da straccare un
cervello.
Allora il conte volle nascondersi
nella galleria dei ritratti. E quivi trovò la sua apparizione quietamente ritta
in mezzo alla sala profonda. Ella conversava con una dama del settecento
pomposa, vaporosa e fragrante per fiocchi e nimbi di cipria, come uscisse dal
Mattino del Parini. Quest'ultima pareva la mamma defunta del conte Oscar.
La fanciulla era vestita di
bianco perlato: aveva un viso di cielo, i capelli biondi da paradiso, una
corona cristallina in testa. — Era una bellezza armonica, sottile e
trasparente. Era una idea che ne dicea mille. Diceva: Io sono diversa da tutte
le altre. Diceva: Oscar, vieni a me, non piangere, non peccare! Sii buono! Sii
felice!
La mamma del conte Oscar le pose
le labbra sulla fronte e la salutò nel mormorio di un bacio: Mia bella sposina!
Il conte si mosse per avvicinarsi
a quelle donne fantastiche, ma esse sparvero per la scalinata dei ritratti di
famiglia. Un brivido di luce illuminò la litania dei ritratti. Essi
crocchiarono, strepitarono come la molla di un dito di acciaio ne avesse
sollevate forzatamente le estremità, per farle ricadere, ripercuotere e
risonare sulla parete.
Il conte affisò fulmineo il
ritratto di sua madre. Esso era a suo posto, e la figura non era sgattajolata
via come nei romanzi tedeschi.
Il conte Oscar dimorò un pezzo
intenebrato e scivolante sulla pallottola liscia e sdrucciola che s'avvoltola
nel dubbio fra il sogno e la realtà. Poi vennero quasi una mano e una spada
subitanea a strizzargli, a purgargli l'atmosfera e a tagliargli netto di testa
il farnetico. Allora a un guizzo di luce strigliata egli vide gli screpoli
delle dorature, i foricini dei tarli nelle cornici dei quadri, le macchie umide
ed unte del soffitto, e gli squarci spenzolanti e impolverati degli arazzi,
nella loro arida e sciocca realtà, scevra del fumo e della vita, che dà il
vagellamento.
* * *
La verità si era, che pochi mesi
prima di morire la mamma di Oscar gli aveva detto: «Rendi felice te e tua madre
con lo sposare tua cuginetta Gentilina.» Gentilina era un profilo severo e
dolcissimo di marchesina, a cui il più provetto vagheggino si accostava con
palpito di soggezione. Pareva una cosa collocata sugli altari, circonfusa di
quell'ombreggiamento mistico e vaporoso che hanno le nicchie dei santi. Il
giovane più morigerato in faccia al Parroco e che fosse uscito allora dal
sacramento dell'Eucaristia, pure, nell'accostare la sua sedia a quella di lei
sentiva ancora il bisogno di dare una lavanda alla sua anima. Gentilina
spauriva tanto i baldanzosi e i leggieri, che pretendono al monopolio
dell'innamorare, quanto gli scettici che si vantano e si impuntano di non
credere e di non amare mai. Essa invitava ed attraeva in un'orbita di purezza e
di famiglia anche coloro che non avevano mai pensato alla purezza, ed erano
stati fino allora senza famiglia. Oscar sentivasi tirato a lei; e quando le si
accostava, pareva ricevesse nell'anima una falda di luce che tutto lo
rischiarasse. Pensò, sognò, sospirò un bacio di lei, come i bambini pensano,
sognano, sospirano il Paradiso. Ma poi l'eco delle vanterie del conte Amelito
vinsero l'attraenza della marchesina, ed Oscar, dato uno strattone al suo
spirito, scappò a viaggiare lontano per rompere i vincoli e fuggire stoltamente
i pericoli della fede, dell'amore e della famiglia. La madre morì senza godere
quella felicità che si era ripromessa. Morì Gentilina ed Oscar girovagò da
disutilaccio per il mondo.
* * *
Quando non era più tempo per lui
di averla in realtà il conte Oscar vide Gentilina in fantasima; e disse
focosamente a se stesso:
«Se io potessi riassumere la mia
gioventù! Se io potessi ancora far mia Gentilina! Nemmanco un esercito,
nemmanco una macchina dinamosi varrebbero a dispiccarmi da lei. Perché in
questo mondo vi sono donne e donne: e fra donna e donna c'è di mezzo il mare.
Vi sono donne sciagurate che ci fanno perdere la fede e l'ideale; e ci sono
donne tutta purezza, tutta bontà, tutta famiglia, che asciugano, consumano ed
annichilano intorno a sé il vizio come la grazia divina strugge il peccato. Non
v'è spirito del male così gagliardo e così riflesso, che osi spingere le sue
spire fino sulle capigliature soavi di questi angeli benedetti. E se io
ritornassi giovane, se io possedessi realmente nel mio castello il lampo delle
braccia e del bacio di Gentilina, io crederei nel bene, io lo farei il bene:
perché io avrei in Gentilina un premio e una asseveranza di Dio: sarei capace
di diventare martire della mia fede io che non ho mai fatto nulla per il mondo
e non mi sono nemmanco scomodato per i miei simili a farmi inscrivere nelle
liste degli elettori politici ed amministrativi. E per fare il bene, per dare
lavoro, scuole, dignità, ponti, giustizia a questi poveri che formicolano nelle
catapecchie da basso, io che finora fui nemico giurato e spericolato dai
fastidi, io sfiderei le brighe, le izze, mostrerei il petto ai coltelli dei
libellisti assassini... E farei di più... Io che ho viaggiato come un ciocco
strascicando la mia noia immensurabile e spargendo per il mondo la mia bile
tetra... Sì, io sento pure qui dentro un'immagine di bellezza che ondeggia
nella brughiera della mia testa fra l'idillio di Teocrito che ho studiato nelle
scuole e le commedie di Coppée, che ho viste recitare all'Odéon di Parigi...
Ebbene, sento, che se io avessi legato alla mia vita il sorriso di Gentilina,
io quel tipo di beltà non l'avrei sfatato né sciupato, ma l'avrei raffinato
nella mia mente, e poi avrei tentato di pubblicarlo a sollazzo de' miei simili,
e sento che adesso per una sola carezza di lei, di cui ho sete, forse verrei in
sì grande forza, e in tanto ardire da balzare quell'immagine con una botta
potente molto innanzi nell'avvenire... Per lo contrario, senza nozze, senza
Gentilina io non ebbi e non ho voglia né lena di fare il bene e nulla di nulla.
Sono disamorato verso questa razza dei miei simili, a cui non mi unisce più
niuna trattina, e in mezzo a cui mi trovo pigiato per forza. Io sento, perché
sono vecchio celibe, che se fossi professore, godrei diabolicamente nel dare la
palla nera agli scolaretti ragazzi degli altri. — Io non provo niun dolo nello
attossicare e far marcire le nidiate di questi campagnuoli a me sottomessi,
accerchiandoli, come faccio, fra le esalazioni e le filtrazioni delle mie
risaje prossime ai loro usci. Per una famiglia, in nome di una famiglia sento
che avrei serbato ed aumentato ordinatamente le ricchezze della mia schiatta;
ed invece senza famiglia, senza amore, senza Gentilina io lasciai scioccamente
e ignominiosamente rosicchiare le sostanze di mio padre e di mia madre dagli
strozzini e dalle triste... Eppure, benché decimato nel mio avere, sento già
per giunta la pesta e la calca dei miei giovani cugini, i quali mi rondano intorno,
taciti, sulla punta dei piedi, — sperando che io non li avverta, — ad annusare
il mio cadavere e le reliquie della mia eredità.»
* * *
Da quella sera in poi, sul
chinare del giorno, sempre apparì dinanzi al conte Oscar Gentilina la
fantasima, ogni qual volta egli si affacciò ad uno dei quattro balconi del suo
castello; ché ella sempre veniva a lui da tutti e quattro i venti cardinali.
Poi egli la trovava tutte le sere ritta nello sprofondo della galleria dei
ritratti, vestita di bianco, mentre essa riceveva sulla fronte il bacio della
madre di lui, pavonessa del settecento.
Insieme con la fantasima
Gentilina, il conte Oscar visse ancora nel suo castello dì Moriglia mesi
quattro, giorni otto.
Però in questo mezzo tempo, oltre
la veduta del suo fantasima gentile, egli continuò a sentire di notte nella sua
stanza la folata delle passere, il brancicamento dei pipistrelli, il ciucìo dei
topi e il pigolìo delle rondini pari a guaiti di lattanti.
E per scongiurare quelle malie,
egli non trovava modo diverso fuorché mandare per la posta delle somme enormi
ed anonime alle donne superstiti fra quelle da lui conosciute. Queste creature
erano oramai diventate impasti di baffi, di rughe e di cartapecora attanagliata
dai solimati e dall'acqua forte; dapprima attrici e poscia portinaie
dell'orgia.
Nei giorni, in cui il conte aveva
accomandato ad un vaglia postale il silenzio di un rimorso, — egli alla sera,
appoggiato alla ringhiera di uno dei suoi balconi, riceveva immancabilmente per
l'aria diaccia e sardonica la quietanza delle somme anonime, che egli aveva
spedite. Quelle quietanze erano sghignazzi di popolo, che poi per cortesia si
faceva serio al suo comparire, erano sarcasmi echeggiati di lontano, erano
versi dispettosi di cuculo, che cova nel nido altrui.
Né per quante somme di danaro
egli inviasse qua e là, il conte Oscar poté mai cessare dintorno a sé quelle
fattucchiere, che avevano preso ad infestarlo di giorno e di notte, imperocché
fino al suo ultimo respiro gli dimorarono sempre nelle orecchie pianti di
neonati, — e le parvenze di ossicini scricchiolanti gli danzarono davanti la
fronte.
Il conte Oscar andò via dal suo
castello di Moriglia e da questo mondo, lasciando sbrandellato il suo
patrimonio fra le vecchie streghe, a cui mandava in vita i gruzzoli anonimi, e
lasciando per testamento ai giovani del pubblico il motto biblico: Guai al
solo!
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