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I ben noti eventi, capaci di ottenere il primo posto nell’attenzione dei
mass-media le scorse settimane, anche se riguardano soprattutto il clero del
nord-america e sembrano abbastanza connessi con quella realtà socio-culturale,
ci spingono a fare alcune riflessioni e porci alcuni interrogativi circa alcuni
passaggi fondamentali del cammino formativo, iniziale e permanente.
Il vero problema, anzitutto, sembra esser connesso alla difficile gestione
della sessualità nella cultura moderna, al progressivo processo di
banalizzazione e svilimento della sessualità, sempre più sganciata dall’amore e
sempre più espressione d’un malinteso senso di libertà a sua volta sganciata
dalla responsabilità. Tanto che il vero problema non sembra neppure essere la
gestione difficile della sessualità, ma la sua non gestione tout court. Non è
un problema di chiesa, a quanto pare, tant’è vero che gli stessi fenomeni sono
riscontrabili, e anche in proporzioni maggiori, presso altre categorie, e ben
ricordando che la maggior parte degli abusi sessuali avvengono all’interno
della cerchia familiare.
Questo non ci consola né va usato come argomento difensivo, ma ci consente
di dare uno sguardo realistico al problema. Tornando all’interno della vita
della chiesa in questi ultimi anni, ciò è dimostrato anche dal fatto che gli
stessi problemi si sono significativamente avuti anche in altri contesti
socio-ecclesiali; penso ricorderete, anche se la cosa ebbe meno risalto, quel
documento riservato alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le
società di vita apostolica, e poi reso pubblico un paio d’anni fa, in cui
venivano alla luce episodi non proprio infrequenti di violenza di cui sarebbero
state vittime religiose soprattutto africane e, in misura inferiore, orientali,
a opera, e questo davvero è sconcertante e inquietante, di preti e religiosi.
Tra l’altro questo sfata l’idea che vi sarebbero alcune culture (in tal caso
quella africana) in cui l’osservanza del celibato si renderebbe impossibile: il
celibato in quanto tale chiede un certo tipo di rinuncia all’esercizio d’un
istinto profondamente radicato nella natura umana, sarà sempre dunque scelta
impegnativa e culturalmente (e sociologicamente) “dissonante”.
Qualcuno potrebbe dire che la causa di tutto ciò sia il celibato (“la legge
del celibato”), ovvero un celibato imposto e non scelto, subito e non amato,
causa e assieme effetto di compromessi faticosi tra istinto che preme e valori
che “tirano” sempre meno. Non si può escludere in assoluto tale ipotesi, ma al
riguardo vanno fatte due osservazioni.
La prima, di origine psicologica, ci informa che la sessualità ha le
caratteristiche della plasticità e onninvadenza, per cui, in concreto, problemi
che nascono in qualsiasi area della personalità prima o poi interessano l’area
della sessualità, anzi a volte si sfogano proprio lì, trovano esattamente in
quella zona come una valvola di scarico, una via d’uscita, ovviamente creando
problemi e disturbando la normale vita affettivo-sessuale della persona stessa.
Di conseguenza i problemi nell’area affettivo-sessuale molte volte non hanno
un’origine affettivo-sessuale, sono nati altrove e dunque altrove vanno
“curati” (ecco perché molte volte il matrimonio non ha risolto i problemi
dell’ex-prete1). Ecco perché ci vuole molta cautela prima di stabilire
connessioni automatiche tra crisi affettive e norma celibataria.
Seconda osservazione: è ovvio che una società come questa in cui non esiste
una gestione intelligente e ordinata della sessualità, ordinata dall’amore e
all’amore e gestita con responsabilità (“fai sesso con chi vuoi, come vuoi,
quando vuoi”), crea seri problemi a chi vuol vivere un progetto di vita
celibatario indipendentemente dal contesto culturale e dalle condizioni
economiche (e anche questo è interessante!). È chiaro che in questo contesto è diventato
più difficile esser vergini per ilregno dei cieli. Ma dire questo non significa
concludere che abbia perduto il suo senso o che abbia meno senso.
Altra precisazione relativa agli eventi nordamericani: non è esatto parlare
genericamente di pedofilia, come se la maggioranza degli abusi sessuali
denunciati fossero da registrare come casi di pedofilia, perché è esattamente
il contrario: i casi di pedofilia sono una nettissima minoranza, mentre la
maggioranza dei disordini sessuali del clero nordamericano riguardano rapporti
omosessuali con adolescenti2. Ma proprio questo ha una qualche sua
spiegazione. Da tempo la cultura nordamericana ha assunto un atteggiamento
molto favorevole nei confronti della condizione omosessuale, come fosse
condizione del tutto normale. Ovvio che tale mentalità sia penetrata
sottilmente anche all’interno della comunità credente, anche nei seminari, fino
a determinare un atteggiamento corrispondente, cioè molto possibilista, pure
nei criteri per l’ammissione agli ordini. Non discuto per ora sulla liceità o
meno di tale atteggiamento, ma è del tutto naturale che questa mentalità sia
stata assunta, magari inconsciamente o implicitamente, anche dal singolo
individuo con questo tipo di problemi (sempre meno considerati tali), determinando
a sua volta un abbassamento delle sue difese e un conseguente calo della sua
capacità di controllo. I casi di omosessualità ora esplosi in una dimensione
così preoccupante non possono non esser collegati con questo fenomeno
culturale, sociale ed ecclesiale. Se si è predicato per tanto tempo che
l’omosessualità è una semplice variante della tendenza sessuale (gli
omosessuali sarebbero, secondo questo approccio, “i mancini del sesso”), nulla
da meravigliarsi se si fa strada piano piano l’idea che …la trasgressione in
tal senso non sia poi così grave o che forse non ci sia nulla di male. Spesso,
lo sappiamo bene, la coscienza non fa che cercare-trovare i motivi per
confermare la condotta, quasi fosse un suo epifenomeno (o per giustificare
l’incapacità di tener sotto controllo qualche tendenza interna).
Una domanda legittima è quella di chi si chiede quanto la situazione
nordamericana sia applicabile anche ad altri contesti socio-ecclesiali. Per
qualcuno sarebbe solo l’inizio d’un processo di emersione del sommerso, che
interessa molte altre realtà di chiese locali-nazionali. Io credo che in alcuni
contesti potrà essere così, non ovunque (sperando di non esser contraddetto dai
fatti, o dai numeri, e senz’alcuna presunzione e ingenuità)3. Ma c’è
comunque chi parla dell’America come di quel contesto socio-culturale che è
sempre “one step ahead”, e in qualche modo anticipa quel che poi succederà
altrove. Piuttosto è importante per noi chiederci se quanto è successo in
Nordamerica coinvolge anche la vita consacrata: non siamo ancora in possesso di
dati precisi e definitivi, ma certamente anche la VC sembra parte in causa in
tutte queste vicende, in cui sarebbero compromessi anche istituti religiosi o
singoli consacrati. Un motivo in più per cercare di capire e far tesoro di
quanto è lì accaduto.
Ancor più interessante è, infatti, per noi chiederci quali indicazioni
possano venire a noi, alla nostra idea di verginità, in quanto tale e in quanto
celibato in connessione con il presbiterato, alla nostra prassi di formazione e
di formazione al celibato e alla maturità affettivo-sessuale, agl’itinerari di
formazione. In fondo questa crisi dirompente sta a dire alcune cose ben
precise, che riguardano in modo particolare il discernimento vocazionale e la
qualità e specificità della formazione iniziale e permanente. Sembra evidente,
dalla crisi americana, che non sempre i discernimenti vocazionali per
l’ammissione agli ordini (o ai voti) vengono fatti oculatamente (se addirittura
persone con tendenze pedofile possono esser ordinati); mentre è lecito porsi
questo interrogativo: esiste una vera e propria formazione alla maturità
affettivo-sessuale nelle nostre case di formazione, un’educazione alla scelta
verginale, una verifica, possibilmente non aspettando il diaconato, che il
giovane in questione abbia ricevuto il carisma del celibato e sia in grado di
coglierne la bellezza e viverlo, senza dare per scontato che se c’è o sembra
esserci una chiamata al sacerdozio vi sarà anche disponibilità interiore a
vivere celibe? Esiste una formazione permanente in tal senso, in modo che il
religioso in difficoltà o crisi affettiva sappia a chi rivolgersi e non debba
andare a cercare chissà dove gli aiuti necessari e magari si senta anche
emarginato in casa, senza aspettare che la crisi degeneri e divenga insolubile?
Mi pare allora che ci sia una conversione anzitutto relativa all’idea di
celibato per il regno, e proprio questa idea credo valga la pena andare a
rivedere, per definire correttamente il senso dell’opzione verginale e indicare
almeno alcuni passaggi d’un autentico itinerario formativo in tal senso. Qui ne
vedremo solo uno di questi passaggi o tappe: quello che riguarda la condizione,
o quel criterio fondamentale e imprescindibile, specie dal punto di vista
psicologico, per la scelta celibataria per il regno dei cieli, e che ci
consente di coglierne anche il contenuto qualificante sul piano squisitamente
spirituale.
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