|
Questi fatti, e in genere la reazione pubblica o l’aggressione della stampa
o di certa stampa che sembra voracemente assetata di scandali clericali, stanno
a dire una cosa fondamentale: il celibato/verginità è ancora inteso come un
fatto puramente clericale o religioso, qualcosa di sostanzialmente innaturale e
fuori del tempo, della cultura e delle scelte della maggioranza, e di stretta
pertinenza per preti e frati e suore. Da un lato c’è una larga parte
dell’opinione pubblica che lo percepisce come qualcosa d’irritante e
imbarazzante4, dall’altro c’è chi lo contempla gratuitamente come
qualcosa di eroico, accessibile solo a pochi raccomandati, e che comunque
consente di chiedere tutto e più di tutto al super-uomo prete o frate, quasi
imponendogli un ideale impossibile; nel mezzo c’è chi lo guarda con notevole
diffidenza e cerca e trova conferme ai suoi sospetti nelle periodiche notizie
scandalistiche o si diverte a scovare ed enfatizzare le infedeltà del
reverendo. Per tutti rappresenta una scelta rischiosa e troppo impegnativa,
poco raccomandabile a un giovane che sta progettando il suo futuro.
Queste reazioni la dicono lunga non solo sull’idea che gli altri hanno del
nostro celibato, ma forse su quella che noi stessi abbiamo, che non abbiamo mai
messo in discussione, che in qualche modo subiamo (anche dall’opinione
pubblica) e, di conseguenza, la dicono lunga anche sulla qualità della nostra
testimonianza.
È necessario e assolutamente indispensabile, oggi, avere il coraggio di
rivedere questa idea, di sottoporla a salutare riflessione. C’è qui un’importante
conversione da portare avanti, con notevoli ripercussioni nel contesto
formativo, della formazione iniziale e permanente e delle sue fasi, e dunque
anche nel contesto del vissuto esistenziale del prete e della qualità della sua
vita e del suo annuncio: l’esser celibe non può non aver una immediata
risonanza a tutti questi livelli, ma è previamente necessario chiarire l’idea
che se ne ha.
|