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2.1. Carattere verginale-sponsale dell’essere umano5
La verginità, eccola nostra tesi, dice in qualche modo la natura
dell’essere umano, il suo carattere verginale, perché egli viene da Dio ed è
orientato verso di lui, e vergine, nella sua essenza, significa proprio questo
riferimento immediato (=senza mediazioni), inevitabile, inscritto profondamente
nella natura, della creatura con il Creatore: la verginità è l’espressione
dell’origine dell’uomo, creato da Dio, e dunque anche della sua destinazione
finale, che è Dio stesso. La prima e ultima sponsalità dell’uomo è con Dio.
Ogni uomo, allora, è vergine ed è chiamato a esserlo, secondo la specificità
della sua vocazione, e la verginità, in ogni caso, non può essere ridotta a
pura caratteristica di uno stato vocazionale, poiché dice invece un aspetto
fondamentale della persona umana; tanto meno a una legge disciplinare più o
meno imposta ad alcuni, perché sarebbe in tal caso qualcosa che si aggiunge
dall’esterno, oltre a risultare psicologicamente invisa e molto poco
praticabile o imbarazzante da annunciare. Come abbiamo sperimentato e continuiamo
a sperimentare, purtroppo.
Dire invece che ogni persona è vergine ed è chiamata a essere tale
significa dire che nel cuore dell’essere umano c’è uno spazio che soltanto
l’amore di Dio può riempire, o c’è una solitudine insopprimibile che nessuna
creatura potrà violare e pretendere di riempire; vuol dire indicare la dignità
e nobiltà di ogni uomo e di ogni donna, perché il suo cuore è fatto
<<da>> Dio e dunque <<per>> Dio, possiede una grandezza
che gli viene direttamente da colui che l’ha fatto. Parafrasando quel che Bloy
dice del dolore, potremmo dire che l’uomo ha delle zone del suo cuore che non
esistono ancora e dove Dio e solo Dio può entrare perché esistano…
Verginità è nostalgia delle origini, come ferita che non si rimargina,
memoria degli inizi e profezia del futuro, richiamo che sale dalle profondità
radicali della specie (quasi archetipo junghiano); è l’identità umana, attuale
e ideale, che dunque non può non proiettare ogni essere umano a cercare la
realizzazione piena della sua affettività in Dio. E a non caricare la relazione
umana di un peso impossibile e di una responsabilità eccessiva, di aspettative
irrealistiche e pretese reciproche di possesso l’uno dell’altro, con quelle
gelosie, dipendenze, infantilismi, appartenenze corte, fedeltà deboli e
quant’altro va a incrinare l’umana relazione.
Verginità non significa immediatamente ed esclusivamente una scelta
esplicita di vita, ma ancor prima la scoperta che Dio è origine e fine di ogni
amore; che ogniqualvolta un essere ama, lì Dio è presente, perché l’amore è
sempre amore di Dio (così come ogni desiderio è alla radice desiderio di Dio),
perché è Dio che ha inventato l’amore, anzi Dio è amore. E dunque ogni affetto
terreno che voglia rimanere per sempre ed essere intenso ha tutto l’interesse
di far posto in qualche modo a Dio e all’amore divino, di lasciare a lui il
centro.
Il che equivale a dire che amore divino e umano non sono in conflitto fra
loro, al punto che uno escluda l’altro: non c’è tra essi invidia o gelosia, ma
al contrario Dio salva l’amore dell’uomo, al punto che l’amore umano, anche
quello più felice, coniugale o paterno-materno o amicale, è tanto più amore
quanto più è <<verginale>>, ovvero è tanto più affetto umano quanto
più impara a rispettare quello spazio, quel riferimento diretto al Creatore,
non violenta quella solitudine ove ogni essere umano è in rapporto diretto con
l’Eterno infinitamente amante, non pretende saziare definitivamente la sete
d’amore dell’altro né esserne saziato, perché soltanto Dio può rispondere in
pienezza alla sete d’amore umana, e se davvero l’uomo vuole amare molto e per
sempre il suo simile, deve accogliere l’amore di Dio in sé, per lasciarsi amare
da lui e amarlo. E così riscoprire il senso autentico del rapporto liberante
con l’altro.
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