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Dove si sa finalmente chi io mi
sia, e s'incomincia a tratteggiare il mio temperamento, l'indole della
contessina Pisana, e le abitudini dei signori castellani di Fratta. Si dimostra
di più, come le passioni degli uomini maturi si disegnino alla bella prima nei
fanciulli, come io imparassi a compitare dal piovano di Teglio e la contessina
Clara a sorridere dal signor Lucilio.
Il maggior effetto prodotto nei
lettori del capitolo primo sarà stata la curiosità di saper finalmente, chi
fosse questo Carlino. Fu infatti un gran miracolo il mio od una giunteria
solenne di menarvi a zonzo per un intero capitolo della mia vita, parlandovi
sempre di me, senza dir prima chi io mi sia. Ma bisognando pure dirvelo una
volta o l'altra, sappiate adunque ch'io nacqui figliuolo ad una sorella della
Contessa di Fratta e perciò primo cugino delle contessine Clara e Pisana. Mia
madre aveva fatto, com'io direi, un matrimonio di scappata coll'illustrissimo
signor Todero Altoviti, gentiluomo di Torcello; cioè era fuggita con lui sopra
una galera che andava in Levante, e a Corfù s'erano sposati. Ma parve che il
gusto dei viaggi le passasse presto, perché di lì a quattro mesi tornò senza
marito, abbronzata dal sole di Smirne, e per di più gravida. Detto fatto,
partorito che la ebbe, mi mandò senza complimenti a Fratta in un canestro; e
così divenni ospite della zia l'ottavo giorno dopo la mia nascita. Quanto
gradito ognuno lo può argomentare dal modo con cui ci capitava. Intanto mia
madre, poveretta, espulsa da Venezia per istanza della famiglia, erasi
acquartierata a Parma con un capitano svizzero; e di là tornata a Venezia per
implorarvi la pietà di sua zia, la era morta allo spedale, senza che un cane
andasse a chiedere di lei. Queste cose me le contava Martino e contandole mi
faceva piangere, ma io non seppi mai donde le avesse sapute. Quanto a mio
padre, dicevano che fosse morto a Smirne dopo fuggitagli la moglie; alcuni
asserivano di crepacuore per questo abbandono; altri di disperazione per
debiti; altri d'una infiammazione buscata col bere troppo vino di Cipro.
Peraltro la storia genuina non si era ancor potuta sapere, e correva anche una
vaga voce nei Levantini che prima di morire egli si fosse fatto turco. Turco o
non turco lui, a Fratta avevano battezzato me, sul dubbio che non lo avessero
fatto a Venezia, e siccome la cura di sortirmi il nome fu lasciata al Piovano,
così egli mi impose il nome del santo di quel giorno, che era appunto san Carlo.
Non aveva predilezioni per nessun santo del paradiso quel dabben prete, e
nemmen voglia di rompersi il capo per comporre un nome di conio singolare, ed
io gliene son grato perché l'esperienza mi dimostrò in seguito che san Carlo
non val punto dammeno degli altri.
La signora Contessa aveva abbandonato
solo da qualche mese la sua vita brillante di Venezia, quando le capitò il
canestro; laonde figuratevi se ne vide con poca stizza il contenuto! Con tutte
quelle noie e fastidi che l'aveva, aggiungersele anche questo di aver un
bambino da dar a balia - e per giunta il bambino d'una sorella che avea
disonorato sé e la famiglia; e impasticciato quel suo matrimonio con un mezzo
galeotto di Torcello, che non ci si avea ancor potuto veder dentro chiaro! La
signora Contessa fin dalla prima occhiata sentì adunque per me l'odio più
sincero; ed io non tardai a provarne le conseguenze. Primo punto si giudicò
inutile per un serpentello uscito non si sapeva dove, prender in casa od
assoldare una balia. Perciò io fui consegnato alle cure della Provvidenza, e mi
facevano girare da questa casa a quella dove vi fossero mammelle da succhiare,
come il porcello di sant'Antonio, o il figlio del Comune. Io sono fratello di
latte di tutti gli uomini, di tutti i vitelli e di tutti i capretti che
nacquero in quel torno nella giurisdizione del castello di Fratta; ed ebbi a
balie oltre tutte le mamme, le capre e le giovenche, anche tutte le vecchie e i
vecchi del circondario. Martino infatti mi raccontava che vedendomi qualche
volta innaspato per la fame, avea dovuto compormi un certo intingolo di acqua
burro zucchero e farina, col quale m'ingozzava finché il cibo giunto alla gola
mi impedisse di piangere. E lo stesso mi succedeva in molte case dove le
mammelle tassate per nutrirmi in quella giornata erano già state munte da
qualche affamato bamboccio di diciotto mesi.
Vissuto così nei primi anni per un
vero miracolo, il portinaio del castello, che era anche il registratore
dell'orologio della torre e l'armaiuolo del territorio, aveva partecipato con
Martino alla gloria di farmi fare i primi passi. L'era un certo mastro Germano,
un vecchio bulo della generazione passata che aveva forse sull'anima parecchi
omicidii, ma che avea certo trovato il modo di rappaciarsi con Domeneddio,
perché cantava e burlava da mattino a sera raccogliendo immondizie lungo le vie
in una sua carriuola per concimarne un campetto che teneva in affitto dal
padrone. E beveva all'osteria i suoi boccaletti di Ribola con una
serenità veramente patriarcale. Pareva a vederlo la coscienza più tranquilla
della parrocchia. E la memoria di quell'uomo mi condusse poi a conchiudere che
la coscienza ognuno di noi se l'aggiusta a proprio grado; cosicché per molti
sarebbe un sorbir un uovo quello che pare ad altri gravissimo malefizio. Mastro
Germano ne aveva accoppati alquanti in tempo di sua gioventù in servizio del
castellano di Venchieredo; ma di questa freddura egli pensava che sarebbe
toccato al padrone sbrattarsela con Dio, e per sé, fatta la sua confessione
pasquale, si sentiva innocente come l'acqua di fontana. Non erano cavilli coi
quali tenesse quieti i rimorsi, ma una massima generale che gli aveva armato
l'anima d'una triplice corazza contro ogni malinconia. Passato ch'egli era agli
stipendi dei castellani di Fratta come capo-sgherri, avea
preso su il costume di dir rosari, che era il distintivo principale de' suoi
nuovi satelliti, e così avea finito di purgarsi del vecchio lievito. Allora poi
che i settant'anni sonati gli avevano procacciato la giubilazione colla
custodia del portone, e la sopraintendenza delle ore, credeva fermamente che la
via da lui battuta fosse proprio quella che conduce al papato. Fra Martino e
lui si può credere che non erano sempre della stessa opinione. Il primo nato
fatto per fare il Cappa Nera d'un patrizio di Rialto; il secondo educato a
tutte le birberie ed i soprusi dei zaffi d'allora; quello cameriere diplomatico
d'un giurisdicente incipriato; questi lancia spezzata del più prepotente
castellano della Bassa. E quando fra loro sorgeva qualche disputa se la
prendevano con me, e ciascuno voleva togliermi all'avversario vantando maggiori
diritti sulla mia persona. Ma più spesso andavano d'accordo con tacita
tolleranza, ed allora godevano in comune dei progressi che vedevano fare alle
mie gambette; e accosciati un di qua e un di là sul ponte del castello mi
facevano trottolare dalle braccia dell'uno a quelle dell'altro.
Quando la Contessa, uscendo col
piovano di Teglio e qualche visita di Portogruaro alla passeggiata del
dopopranzo, li sorprendeva in questi esercizi di pedagogia, volgeva loro una
per banda due occhiate da scomunica; e se io le dava tra le gambe non mancava
mai di favorirmi fin d'allora quella tale squassatina nella coppa. Io poi,
strillando e tremando di spavento, mi rifugiava tra le braccia di Martino, e la
Contessa tirava oltre brontolando della fanciullaggine di quei due vecchi
matti, che per tali erano conosciuti i miei due mentori presso la gente di
cucina. - Comunque la sia, per opera dei due vecchi matti io divenni saldo
sulle gambe, e capace anche di scappar ben lontano fin sotto il tiglio della
parrocchia, quando vedeva spuntar sotto l'androne la cuffietta bianca della
signora zia. M'attento di chiamarla zia, ora poveretta che la è morta da un
buon mezzo secolo; poiché per allora, appena fui in grado di pronunciar parola
mi insegnarono per suo comando a chiamarla la signora Contessa e così seguitai
sempre poscia, rimanendo per tacito accordo dimenticata la nostra parentela. Fu
in quel tempo che diventando io grandicello e non garbando alla Contessa
vedermi sempre sul ponte, pensarono affidarmi a quel tal Fulgenzio sagrestano,
del quale io feci sempre quel conto che voi sapete. Credeva la castellana
disavvezzarmi così dalla sua Pisana immischiandomi coi fanciulletti del
santese; ma quell'istinto di contraddizione che è anche nei fanciulli contro
coloro che comandano a rovescio di ragione, mi faceva anzi star attaccato
piucchemai alla mia estrosa damina. Gli è vero che andando poi innanzi, e
trovandoci in due non abbastanza numerosi pei nostri giochi, tirammo entro a
far lega tutta la ragazzaglia all'intorno, con grande scandalo delle cameriere
che per paura della padrona ci portavano via la Pisana non appena se ne
accorgevano. Questa però non si lasciava sbigottire; e siccome tanto la
Faustina che la Rosa avevano via il capo dietro i loro belli, non le mancava
agio di tornar loro a scappare per rimescolarsi con noi. Cresciuta la banda,
era cresciuta in lei di pari passo l'ambizioncella di tener cattedra; e siccome
l'era una fanciulletta, come dissi, troppo svegliata e le piaceva far la
donnetta, cominciarono gli amoretti, le gelosie, le nozze, i divorzi, i
rappaciamenti; cose tutte da ragazzetti s'intende, ma che pur dinotavano la
qualità della sua indole. Anche non voglio dire che ci fosse poi tutta questa
innocenza che si crederebbe; e mi maraviglio come la si lasciasse, la
Contessina, ruzzolar nel fieno e accavallarsi con questo e con quello;
sposandosi per burla e facendo le viste di dormir collo sposo, e parando via in
quelle delicate circostanze tutti i testimoni importuni. Chi le aveva insegnato
cotali pratiche? Io non vel saprei dire di certo; ossia per me credo che la
fosse nata colla scienza infusa sopra tali materie. Quello poi che dovea
spaventare si era ch'ella non restava mai due giorni coll'egual amante e collo
stesso marito, ma li cambiava secondo la luna. E i fanciulli villanelli, che
vergognosi e più per rispetto e soggezione che per altro si prestavano a tali
commedie, non se ne curavano punto. Ma io, che ci aveva la mia idea fissa, ne
aveva una bile ed un crepacuore indicibile quando mi vedeva scartato e mi
toccava lasciarla soletta col figliuolino del castaldo o con quello dello
speziale di Fossalta. Vedete che la non era neppur tanto sottile sulla scelta.
Le bastava di cambiare: ed è poi anche vero che dei più sudici o malcreati la
si stancava più presto che d'ogn'altro. Ora che ci penso freddamente (son cose
d'ottanta anni fa o poco meno) io dovea inorgoglirne; ché a me solo restava
qualche volta il vanto di godere per tre giorni filati delle sue grazie, e se
agli altri ragazzini il turno scadeva ogni mese, a me esso si ripeteva quasi
tutte le settimane. Altrettanto girevole che la era e arrogante nel congedare,
la si faceva poi negli inviti lusinghiera ed imperiosa. Bisognava ubbidirle, ad
ogni costo, ed amarla come imponeva lei; e ridere anche per soprammercato,
perché se le accadeva di trovar il broncio allo sposo, era anche sì trista da
percoterlo. Io credo che mai corte d'Amore sia stata governata da una sola
donna con tanta tirannia. - Se mi arresto a lungo sopra questi incidenti
puerili gli è perché ci ho le mie ragioni; e prima di tutto perché non mi
sembrano tanto puerili come alla comune dei moralisti. Lasciando andare, che,
come accennava in addietro, anche i ragazzi hanno la loro malizia, non mi pare
per nessun conto dicevole e profittevole quella libertà fanciullesca dalla
quale sovente i sensi vengono stuzzicati prima dei sentimenti, con sommo
pericolo dell'euritmia morale per tutta la vita. Quanti uomini e donne di gran
senno ereditarono la vergognosa necessità del libertinaggio dalle abitudini
dell'infanzia? - Parliamoci schietto. - La metafora di assomigliar l'uomo ad
una pianta, che tenerella si torce e si raddrizza a talento del coltivatore, fu
bastantemente adoperata, perché possa usarla anch'io come una buona maniera di
raffronto. Ma più che una tale metafora varrà a spiegar la mia idea l'apologo
del cauterio che aperto una volta non si può più rinchiudere: gli umori
concorrono a quella parte, e convien lasciarli colare sotto pena di guastarne
altrimenti tutto l'organismo. Data la sveglia ai sensi come si può negli anni
dell'ignoranza, sopravverrà sì la ragione a vergognarsene o a lamentarne la
sozza padronanza; ma come sopravviene la forza di debellarli e di rimetterli al
loro posto di sudditi? - Lo sviluppo seguita l'avviamento che gli si diede nei
principii, in onta all'elegie della ragione, e al rossore che se ne prova; e
così si formano quegli esseri mezzi, anzi doppi nei quali la depravazione dei
costumi è unita all'altezza dell'intelletto, e fino ad un segno anche
all'altezza dei sentimenti. Saffo ed Aspasia appartengono alla storia non alla
mitologia greca; e sono due tipi di quelle anime capaci di grandi passioni non
di grandi affetti, quali se ne formano tante al nostro tempo per la sensuale
licenza che toglie ai fanciulli di essere innocenti prima ancora che possano
diventar colpevoli. Si dirà che l'educazione cristiana distrugge poi i
perniciosi effetti di quelle prime abitudini. - Ma lasciando che è tempo
sprecato quello nel quale si distrugge, e invece si avrebbe potuto edificare,
io credo che una tal educazione religiosa serva meglio a velare che ad
estirpare il male. Tutti sanno quali stenti indurassero sant'Agostino e sant'Antonio
per domare gli stimoli della carne e vincere le tentazioni; ora pochi
pretenderanno esser santi come loro, eppur quanti ne trovate che pratichino le
eguali astinenze per ottenerne gli uguali effetti? - È segno che tutti si
rassegnano a pigliar le cose come stanno; contenti di salvar la decenza colla
furberia della gatta che copre di terra le proprie immondizie, come dice e
consiglia l'Ariosto. Sì, sì; ve lo dico e ve lo confermo; giovani e vecchi,
grandi e piccini, credenti o miscredenti, pochi vivono adesso che attendano e
vogliano combattere le proprie passioni; e confinar i sensi nella sentina
dell'anima, dove la natura civile ha segnato loro il posto. Nato il male, non è
questo il secolo de' cilici e delle mortificazioni da sperarne il rimedio. Ma
la educazione potrebbe far molto coltivando la ragione, la volontà e la forza
prima che i sensi prendano il predominio. Io non sono bigotto: e non prèdico
pel puro bene delle anime. Prèdico pel bene di tutti e pel vantaggio della
società; alla quale la sanità dei costumi è profittevole e necessaria come la
sanità degli umori al prosperare d'un corpo. La robustezza fisica, la costanza
dei sentimenti, la chiarezza delle idee e la forza dei sacrifizi sono suoi
corollari; e queste doti meravigliose, saldate per lunga consuetudine negli
individui, e con essi portate a operare nella sfera sociale, tutti conoscono
come potrebbero ingerminare proteggere ed affrettare i migliori destini
d'un'intera nazione. Invece i costumi sensuali, molli, scapestrati fanno che l'animo
non possa mai affidarsi di non essere svagato da qualche altissimo intento per
altre basse ed indegne necessità: il suo entusiasmo fittizio si svampa d'un
tratto o almeno diventa un'altalena di sforzi e di cadute, di fatiche e di
vergogne, di lavoro e di noie. L'incancrenirsi di siffatti costumi sotto
l'orpello luccicante della nostra civiltà è la sola causa per cui la volontà è
diventata aspirazione, i fatti parole, le parole chiacchiere; e la scienza si è
fatta utilitaria, la concordia impossibile, la coscienza venale, la vita
vegetativa, noiosa, abbominevole. In qual modo volete far durare uno, due,
dieci, vent'anni in uno sforzo virtuoso, altissimo, nazionale, milioni di
uomini de' quali neppur uno è capace di reggere a quello sforzo tre mesi continui?
Non è la concordia che manca, è la possibilità della concordia, la quale deriva
da forza e da perseveranza. La concordia degli inetti sarebbe buona da farne un
boccone, come fece di Venezia il caporalino di Arcole. Ora, quando sarà bisogno
che le forze si sieno quadruplicate, troverete in quella vece che la maggior
parte si è infiacchita, sviata, capovolta: e invece d'aver fatto un passo
innanzi l'avrà indietreggiato di due. - Vi parrà qui di esser ben lontani col
discorso dalle piccole e ridicole lasciviette fanciullesche; ma guardate bene e
vedrete che le si avvicinano ed ingrandiscono, come dietro la lente d'un
canocchiale le macchie del sole.
Io che portai da natura un
temperamento meno che tiepido, dovetti forse a questa circostanza di andar esente
dal disordine che deriva nel nostro stato morale dalla precocità dei sensi. Per
quanto mi ricorda, le battaglie dell'anima si svegliarono in me prima di quelle
della carne; ed appresi per fortuna ad amare prima che a desiderare. Ma il
merito non fu mio; come non fu colpa della Pisana se la caparbietà,
l'arroganza, e l'ignara malizia infantile fomentarono la sua indole impetuosa,
varia, irrequieta, e gli istinti procaci, veementi, infedeli. Dalla vita che le
si lasciò menare essendo bimba e zitella, sorsero delle eroine; non mai delle
donne avvedute e temperanti, non delle buone madri, non delle spose caste, né
delle amiche fide e pazienti: sorgono creature che oggi sacrificherebbero la
vita ad una causa per cui domani non darebbero un nastro. È presso a poco la
scuola dove si temprano le momentanee e grandissime virtù, e i grandi e
duraturi vizii delle ballerine, delle cantanti, delle attrici e delle
avventuriere.
La Pisana mostrava fin da
fanciulletta una rara intelligenza; ma questa le si veniva viziando fin
d'allora fra le frivolezze e le vanità cui era lasciata in balía. La moglie del
capitano Sandracca, la signora Veronica, che le faceva da maestra, durava una
bella pazienza a raccogliere per un quarto d'ora il suo cervellino nella riga
che le toccava compitare. Sicura d'apprendere tutto con somma agevolezza, la
ragazzina studiava il primo pezzo della lezione e lasciava il resto; ma così,
anziché fortificarsi la facilità dell'imparare, si generava in lei quella di
dimenticare. Le lodi talvolta la spronavano a mostrarsene degna; ma poco stante
qualche capriccio le facea porre da un canto questa breve ambizioncella.
Avvezza a condursi colla sola regola del proprio talento, la voleva cambiare
divertimenti ed occupazioni ogni tratto; non sapendo che questo è il vero mezzo
per annoiarsi di tutto, per non trovar più né requie né contento nella vita, e
per finire col non sentirsi mai felici appunto per volerlo esser troppo e in
cento modi diversi. La scienza della felicità è l'arte della moderazione; ma la
piccina non potea vedere tant'oltre, e sbizzarriva così, poiché gliene davano
ampia facoltà. Superba di comandare e d'esser la prima in tutto, e di veder le
cose ordinate a modo proprio, non è strano ch'ella cercasse accomodarle colla
bugia, quando non le conosceva tali da indurre negli altri l'opinione altissima
che la voleva far concepire di sé. Siccome poi tutti la adulavano e fingevano
crederle, ella pigliava sul serio cotal dabbenaggine; e neppur si curava di
render verisimili le sue fandonie. Soventi accadeva che per dar ragione di una
ne dovesse inventar due; e quattro poi per portar avanti queste due, e così via
di seguito fino all'infinito. Ma la era d'una fecondità e d'una prontezza
prodigiosa senza mai scomporsi o mostrar timore che altri non credesse o
curarsi degl'impicci che le potessero derivare dalla sua fintaggine. Credo la
si avvezzasse tanto a far la comica che a poco a poco non sapea nemmen
discernere in se stessa il vero dall'immaginato. Io poi, costretto sovente a
tenerle il sacco, lo teneva con tanto malgarbo che si scopriva tosto il
marrone; ma mai ch'ella perciò mostrasse dispetto o rincrescimento: sembrava
che fosse già disposta a non aspettarsi di meglio da me, o che si credesse
tanto superiore da non doversi le sue asserzioni porre in dubbio per la
contraria testimonianza di un terzo. Gli è vero che i castighi toccavano tutti
a me; e che almeno per questo lato la sua imperturbabilità non aveva nulla di
meritorio. Mi toccavano, pur troppo, frequenti e salati, perché i miei spassi
giornalieri con lei erano una continua infrazione ai precetti della Contessa, e
senza sindacare di chi fosse il torto, la colpa punita prima era la mia perché
la più patente e recidiva. D'altronde nessuno avrebbe osato castigare la
Contessina all'infuori di sua madre; e costei per solito non se ne dava
pensiero più che d'una figliuola altrui. Per la Pisana c'era la donna dei
ragazzi; e fino a che non l'avesse dieci anni la vigilanza materna si dovea
limitare a pagar due ducati il mese alla Faustina. Dai dieci anni ai venti il
convento, e da venti in su la Provvidenza, ecco la maniera d'educazione che
secondo la Contessa dovea bastare per isdebitarla di ogni dovere verso la prole
femminile. La Clara era uscita di convento ancor tenerella per far l'infermiera
alla nonna; ma la stanza della nonna le tenea vece di monastero e la differenza
non istava in altro che nei nomi. Quella cara contessa, abbandonata dalla
gioventù e dalle passioni che pur le aveano dato sentore di qualche cosa che
non fosse proprio lei, erasi talmente riconcentrata in se stessa e nella cura
della propria salute temporale ed eterna, che fuori del rosario e d'una buona
digestione non trovava altre occupazioni che le convenissero. Se agucchiava
calze era per abitudine, o perché nessuno aveva la mano tanto leggera da far
maglie abbastanza floscie per la sua pelle dilicata. In quanto alla
sorveglianza casalinga, la ci batteva sodo, perché serrando gli occhi
indovinava che avrebbe fatto star troppo allegra la famiglia; e l'allegria
negli altri non le piaceva, quando ne aveva così poca lei. L'invidia è il
peccato o il castigo delle anime grette; e io temo che la mia cuticagna dovesse
i suoi cotidiani martirii alla rabbia della Contessa di sentirsi vecchia e di
veder me ancora fanciullo. Per questo anche ella odiava monsignor Orlando al
pari di me. Quel viso di cuor contento, e quelle mani incrocicchiate sulla
pancia come a trattenere un soverchio di beatitudine, le davano la stizza: e
non la poteva capir come si potesse diventar vecchi così allegramente. Caspita!
la ragion della differenza c'era. Monsignor Orlando avea collocato ogni sua
compiacenza nei contentamenti della gola, la quale è una passione che può
sfogarsi, e meglio forse, anche nell'età avanzata. Ed ella al contrario... cosa
volete? non voglio dirne di più, ora che il suo scheletro sarà purificato da
cinquant'anni di sepoltura.
Intanto si diventava grandicelli, e i
temperamenti si profilavano meglio, e i capricci prendevano già figura di
passioni, e la mente si destava a ragionarvi sopra. Già l'orizzonte de' miei
desiderii s'era allargato, poiché la cucina, il cortile, la fienaia, il ponte,
e la piazza non mi tenevano più vece d'universo. Io voleva vedere cosa c'era
più in là, e abbandonato a me stesso, ogni passo che arrischiava fuori della
solita cerchia mi procurava quelle stesse gioie ch'ebbe a provar Colombo nella
scoperta dell'America. La mattina mi alzava per tempissimo e mentre la Faustina
era occupata nei fatti di casa o giù nelle camere della padrona, sguisciava via
colla Pisana nell'orto o in riva alla peschiera. Quelle erano le ore nostre più
beate, nelle quali la birboncella s'infastidiva meno e ricompensava più
amichevolmente la mia servitù. Sovente poi ho notato che il tempo mattutino è
più propizio alla serenità dello spirito, e che in esso anche le nature più
artifiziose ritrovano qualche sospiro di semplicità e di rettitudine. Col
crescer del giorno le abitudini e i rispetti umani ci signoreggiano sempre più;
e verso sera e a notte inoltrata si osservano le smorfie più grottesche, i discorsi
più bugiardi, e gli assalti più irresistibili delle passioni. Forse sarà anche
per questo, che le ore del giorno si vivono più comunemente all'aria aperta,
nella quale gli uomini si sentono meno schiavi di se stessi e più obbedienti
alle leggi universali di natura che non sono mai pessime. Non dirò peraltro che
la Pisana mutasse, anche standosi da sola con me, le sue maniere di moversi e
di parlare. M'accorgeva benissimo che ella apprezzava più assai la mia
ammirazione che l'amicizia o la confidenza; e che per quanto ristretto ed
abituale, io non cessava di essere per le sue pantomime una specie di pubblico.
Tuttavia doveva scrivere che me n'accorsi poi, non che me n'accorgeva allora.
Allora io godeva di quei soavi intervalli, stimando anzi che quella Pisana così
premurosa di essermi gradita, fosse la vera; e fossero effetto della trista
compagnia i cambiamenti che succedevano nelle sue maniere durante la giornata.
All'ora di messa (era monsignor Orlando che la celebrava nella cappella del
castello) tutta la famiglia, padroni, servi, fattori, impiegati ed ospiti, si
raccoglieva nei banchi destinati alla varia autorità delle persone. Il signor
Conte occupava solo nel coro un genuflessorio rimpetto alla cattedra del
celebrante; e là riceveva con molta gravità i saluti di Monsignore quando
usciva o rientrava; nonché le tre profumate d'incenso se la messa era cantata.
Nelle benedizioni solenni o negli Oremus il celebrante non si
dimenticava mai di benedire e nominare con un profondo inchino l'Eccellentissimo
e Potentissimo Signor Iuspatrono e Giurisdicente; e questi allora volgeva in
tutta la chiesa un'occhiata a mezz'aria che sembrava quasi misurare l'eccelsa
altezza che lo divideva dal gregge dei vassalli. Il Cancelliere, il fattore, il
Capitano, il portinaio e persino le cameriere e la cuoca assorbivano quel tanto
che veniva loro di quella occhiata; ed abbassavano altre simili occhiate sopra
la gente che occupava nella cappella un posto inferiore al loro: il Capitano in
quelle circostanze s'arricciava anche i mustacchi e poneva romorosamente la
mano sopra l'elsa della spada. Finite le funzioni tutti restavano col capo
basso in gran raccoglimento, ma volti verso l'altare del Rosario se la funzione
era stata sull'altar maggiore, o viceversa; finché il signor Conte si alzava,
si spartiva dinanzi un bel tratto d'aria con un gran segno di croce, e rimessi
in tasca il libro d'orazione, il fazzoletto e la scatola, moveva grave e
isteccato verso la pila dell'acqua santa. Là un nuovo segno di croce; e poi
usciva dalla chiesa dopo aver salutato l'altar maggiore d'un lieve cenno del
capo. Gli venivano dietro la Contessa colle figlie i parenti e gli ospiti che
s'inchinavano un tantino più; indi i servi e gli officiali che piegavano un
ginocchio, e poi i contadini e la gente del paese che li piegavano tutti e due.
Adesso che il Signore ci sembra molto molto lontano, può anche sembrare
ugualmente distante da tutti i ranghi sociali; come il sole che non riscalda
certamente più la cima che la base di un campanile. Ma allora ch'esso era
tenuto abitar più vicino d'assai, le maggiori o minori distanze erano
facilmente osservabili; e un feudatario gli si stimava tanto più vicino di
tutti gli altri, da potersi anco permettere verso di lui qualche maggior grado
di confidenza. Di solito, mezz'ora innanzi la messa quotidiana, io era cercato
per servirla a Monsignore, il quale intendeva darmi con ciò un segno della sua
speciale deferenza, a scapito dei figliuoli di Fulgenzio. Ma io, che non mi
sentiva gran fatto riconoscente di questa distinzione, sapeva prender le mie
misure in modo che chi mi dava la caccia tornava il più delle volte colle mani
vuote alla sacristia. Di consueto io mi rifugiava presso mastro Germano e non
usciva dal suo buco se non quand'era sonata l'ultima campanella. In quel
frattempo aveano già messo la cotta a Noni o a Menichetto, i quali coi loro
zoccoli di legno correvano sempre il pericolo di rompersi il naso sugli scalini
nel cambiar di posto al messale; ed io entrava in chiesa, sicuro di averla
scapolata. Siccome poi queste mie arti furono in breve scoperte, così me ne
toccarono molte ramanzine per parte di Monsignore dinanzi al focolar di cucina;
ma io mi scusava della mia ripugnanza dicendo che non sapeva il Confiteor.
E infatti, per giustificare questa mia scusa, le poche volte che era beccato,
aveva sempre l'accorgimento di tornar a capo, una volta giunto al mea culpa;
e per due tre e quattro volte ripeteva una tale manovra, finché Monsignore
impazientato lo finiva lui. Quei giorni nefasti aveva poi la compiacenza di
star chiuso in un camerino sotto la colombaia, col libricciuolo della messa, un
bicchier d'acqua ed un pane bigio fino a un'ora innanzi i vespri. Io mi
divertiva immollando il libro nell'acqua, e sminuzzando il pane ai piccioni; e
poi, quando Gregorio, il cameriere di Monsignore, veniva a sprigionarmi,
correva da Martino presso il quale era certo di trovare il mio pranzo. Peraltro
durante quelle ore aveva il dispetto di udir la voce della Pisana che si trastullava
cogli altri ragazzotti senza darsi melanconia pel mio carceramento; e allora mi
prendeva una tal bile contro il Confiteor, che lo faceva in pallottole e
lo gettava giù nel cortile sopra quei birboncelli assieme a quanti sassuoli e
calcinacci potea raccattar nei canti e raspar dalla muraglia colle unghie.
Talvolta anche squassava con quanta forza poteva la porta, e le dava addosso
coi gomiti coi piedi e colla testa; e dopo un mezz'ora di tali strepiti il
fattore non mancava mai di venir a ricompensarmene con quattro sonate di
staffile. E questa dose si replicava la sera, quando scoprivano ch'io aveva
tutto fradicio e guasto il mio libricciuolo.
Nei giorni comuni, dopo la messa
ognuno andava per le sue incombenze fino all'ora del desinare; io poi aveva il
mio bel che fare nel difendermi contro il famiglio del Piovano che veniva a
cercarmi per le lezioni. Corri di qua, corri di là, io davanti ed egli dietro,
finiva coll'esser preso mezzo morto di stizza e di fatica; e allora doveva fare
con essolui di gran trotto il miglio che corre tra Fratta e Teglio per
guadagnare il tempo perduto. Giunto nella canonica mi perdeva tutti i giorni a
passar in rassegna certe vedute di Udine che adornavano la parete dell'andito e
poi a gran fatica mi confinavano in uno studiolo, ove, dopo l'esperienza dei
primi giorni, tutto soleva essere rigorosamente sotto chiave a cagione delle
mie petulanze. Peraltro mi divertiva nel disegnar sopra i muri la faccia del
Piovano con due boschi di sopracciglia ed un certo cappellone in testa che non
lasciavano alcun dubbio sulle intenzioni satiriche del pittore. Spesso, durante
queste mie esercitazioni artistiche, udiva per l'andito il passo prudente della
Maria, la massaia del Piovano, che veniva a vedere de' fatti miei alla toppa
della chiave. Allora io balzava allo scrittoio, e coi gomiti ben distesi e col
capo sulla carta arrotondava certi A e certi O che empievano
mezza facciata, e che, coll'aggiunta di altre quattro o cinque letteracce più
arabe ancora, fornivano ad esuberanza il mio compito giornaliero. Oppur anche
mi metteva a gridar bi a ba, be e be, bo o bo, con una
voce così indemoniata che la povera donna scappava quasi sorda in cucina. Alle
dieci e mezzo entrava il Piovano, il quale mi dava alquante zaffate per gli
sconci che vedeva nel muro, altre ne aggiungeva a conto dell'infame scrittura,
e me ne amministrava poi una terza dose per la pochissima attenzione prestata
al suo indice nel leggere l'Abecedario. Mi sovviene che mi accadeva sovente di
perder gli occhi in certi libroni rossi che stavano dietro i cristalli d'uno
scaffale, ed allora invece di compitar la linea seguente saltava sempre alla
riga del V: vi a va, vi e ve, vi o vo... A questo
punto era interrotto dalla terza correzione accennata in addietro; e non ho mai
potuto sapere la ragione della preferenza che dimostrava la mia memoria per la
lettera V, se non era forse per esser quella lettera una delle ultime.
Gli sbadigli, le tirate di pelle o di naso e i versacci che io faceva durante
quelle lezioni mi son sempre restati in mente come un segno della mia mala
creanza e dell'esemplare pazienza del Piovano. S'io dovessi insegnar a leggere
ad un porcellino come allora era io, son sicuro che nelle due prime lezioni gli
caverei le due orecchie. Io invece non ebbi altro incommodo che quello di
riportarle a casa alcun poco allungate. Ma quest'incommodo che continuò e
s'accrebbe per quattro anni, dai sei ai dieci, mi procurò peraltro il vantaggio
di poter leggere tutti i caratteri stampati, e di scrivere anche abbastanza
correntemente, purché non ci entrassero le maiuscole. Lo sparagno che feci poi
in tutta la mia vita di punti e di virgole lo devo tutto all'istruzione andante
e liberale dell'ottimo Piovano. Anche ora tirando giù questa mia storia ho
dovuto raccomandarmi per la punteggiatura ad un mio amico, scrittore della
Pretura; che altrimenti ella sarebbe da capo a fondo un solo periodo, e non
sarebbe voce di predicatore capace di rilevarlo.
Quando tornava a Fratta e non mi
perdeva dietro i fossi in caccia di sposi, o di salamandre, giungeva
proprio sul punto che la famiglia si metteva a tavola. Il tinello era diviso
dalla cucina per un corritoio lungo ed oscuro che saliva un paio di braccia:
tantoché il locale era abbastanza alto per accorgersi dalle finestre che era
giorno nelle ore di sole. Era uno stanzone vasto e quadrato, per una buona metà
occupato da una tavola coperta d'un tappeto verde e grande come due bigliardi.
Tra due cannoniere, verso i fossati del castello, un gran camino; rimpetto, fra
due finestre che davano sul cortile, una credenza di noce a ribalta; nei
quattro canti vi erano quattro tavolini e sopra le candele preparate pel gioco
della sera. Le scranne pesavano certo cinquanta libbre l'una, ed erano tutte
uguali, larghe di sedere, a piede e schienale diritto, coperte di marrocchino
nero ed imbottite di chiodi: almeno così si avrebbe giudicato dalla morbidezza.
La mensa s'imbandiva al solito per dodici coperti: quattro per parte nei due
lati più lunghi, tre nel lato vicino al corritoio, pel fattore, il perito ed il
Cappellano: ed un lato libero pel signor Conte. La sua signora consorte colla
contessa Clara stavano alla sua diritta, e Monsignore col Cancelliere a
sinistra; i posti fra questi e l'altro lato della tavola erano occupati dal
Capitano colla moglie, e dagli ospiti. Se non v'eran ospiti, i loro posti
restavano disoccupati, e se crescevano i due, il Capitano e la moglie cercavano
rifugio negli intervalli fra il perito, il fattore e il Cappellano. Costui del
resto, come dissi, sfuggiva quasi sempre all'onore della mensa padronale;
laonde la sua posata il più delle volte tornava netta in cucina. Agostino, il
credenziere, recava le portate vicino al signor Conte, e questi dal suo
seggiolone (egli solo aveva una specie di trono che gli uguagliava quasi le ginocchia
al livello della tavola) gli accennava di tagliare. Quando avea finito, il
signor Conte si pigliava giù il miglior boccone, e poi con un altro cenno
passava il piatto alla moglie; ma mentre accennava colla destra, era già inteso
a mangiare colla sinistra.
Il cocchiere e Gregorio aiutavano il
servizio, ma questi aiutava ben poco, perché troppo lo occupava il versar da
bere a Monsignore, o lo slacciargli il tovagliolo e dargli delle gran
tambussate nella schiena quando un boccone minacciasse di strangolarlo. La
Pisana, s'intende, non pranzava in tavola, ché l'era onore serbato alle ragazze
dopo gli anni del monastero. Ella mangiava in una dispensa fra il tinello e la
cucina, colle cameriere. Quanto a me, rosicchiava gli ossi in cucina coi cani,
coi gatti e con Martino. Nessuno s'era mai sognato di dirmi dove fosse il mio
posto e quale la mia posata; sicché il posto lo trovava dovunque e invece di
posata adoperava le dita. Mi ricredo. Per mangiar la minestra la cuoca mi dava
una certa mestola che ebbe il vanto di allargarmi la bocca due buone dita. Ma
dicono che il sorriso ne piglia miglior espressione, e perché io ebbi sempre
denti candidi e sani, non voglio lagnarmene. Siccome io e Martino non entravamo
in conto né fra la gente che desinava in tinello né fra la servitù a cui la
Contessa veniva a far la parte dopo tavola, così noi avevamo il privilegio di
raspar le pignatte, le padelle ed i pentoli; e di ciò si costituiva il nostro
pranzo. In cucina appeso ad un gancio stava sempre un cesto pieno di polenta, e
quando le raspature non mi saziavano, bastava che alzassi un braccio verso la
polenta. Martino m'intendeva: me ne faceva abbrustolire una fetta; e addio
malanni! Il cavallante e il sagrestano, che avevano moglie e figliuoli, non
mangiavano di consueto presso i padroni; e così pure mastro Germano, il quale
faceva cucina da per sé, e si condiva certe pietanze tutte sue che io non ho
mai capito come palato umano le potesse sopportare. Non era anche raro il caso
ch'egli acchiappasse uno di quei moltissimi gatti che popolavano la cucina dei
Conti, e ne faceva galloria in umido e arrosto per una settimana. Perciò,
benché egli m'invitasse sovente a pranzo, io mi guardava bene di accettare.
Egli sosteneva che il gatto ha una carne squisita e saporitissima e che l'è un
ottimo rimedio contro molte malattie; ma queste cose non le diceva mai in
presenza di Martino, onde ho paura ch'egli volesse infinocchiarmi.
Dopo pranzo e prima che la Contessa
capitasse in cucina, io sgambettava fuori incontro alla ragazzaglia che
accorreva a quell'ora sul piazzale del castello: e molti di loro mi seguivano
poi nel cortile, dove la Pisana sopraggiungeva poco dopo, a farvi quelle
prodezze di civetteria che ho detto poco fa. Mi domanderete perché io stesso
andassi a chiamare i miei rivali che poscia mi davano tanta noia. Ma la
Contessina era tanto sfacciatella che ella stessa andava a chiamarli se non
c'era stato io; e questo m'induceva a fingere di fare a mio grado quello che,
con doppio smacco, sarei stato costretto a sopportare. La tranquilla digestione
della Contessa, e le faccende che occupavano alle donne tutto il dopopranzo, ci
lasciavano liberi per lungo tempo ai nostri trastulli; e se dapprincipio la
vecchia nonna cercava conto in quelle ore della nipotina, costei si diportava
nella sua stanza con tal cattiveria, che la Contessa finiva a congedarla come
un pericoloso disturbo del suo chilo. Stavamo dunque in piena libertà di
correre, di strillare, di accapigliarci nell'orto, nei cortili e nei porticati.
Soltanto una terrazza dove guardavano le finestre del Conte e di Monsignore ci
era vietata dall'incorruttibile custodia di Gregorio. Una volta che alcuni de'
più temerari si gabbarono del divieto, il cameriere sbucò fuori dalla
porticella d'una scala secondaria col manico della scopa e ne menò tante
addosso di quei sussurroni che tutti ebbero capito non esserci modo da
scherzare da quella banda. Il Conte diceva in quelle ore di occuparsi degli
affari di cancelleria; ma se ciò era, egli godeva d'una vista affatto
straordinaria, poiché le sue finestre stavano sempre serrate fino alle sei. In
quanto a Monsignore, egli dormiva e diceva di dormire; ma avesse anche voluto
negarlo, russava tanto forte che tutti gli infiniti angoli del castello non gli
avrebbero creduto. Dalle sei alle sei e mezzo, quando il tempo lo consentiva,
la Contessa usciva pel passeggio; e il Conte e Monsignore le andavano di
consueto incontro una mezz'ora dopo. Non dovevano temere di non incontrarla,
perché ella andava invariabilmente tutte le sere coll'egual passo fino alle
prime case di Fossalta e poi coll'egual passo tornava indietro impiegando in
questo passeggio sessantacinque minuti, a meno d'incontri impreveduti. Non fu
bisogno ch'io dicessi che insieme al Conte usciva anche il Cancelliere; questi
camminava un passo dietro ai padroni, divertendosi col piede a gettar nel fosso
i sassolini del sentiero, quando non era onorato di nessuna domanda. Ma più
spesso il Conte gli chiedeva conto delle faccende del mattino; ed egli lo
ragguagliava degli esami che aveva fatto e delle cause sulle quali aveva stesa
l'informazione per Sua Eccellenza. Queste informazioni erano tante sentenze
alle quali Sua Eccellenza si compiaceva di apporre la firma; adoperando a ciò
un doppio paio di occhiali e tutti i sudori della sua sapienza calligrafica.
Mentre i due magistrati secolari s'intrattenevano delle faccende mondane,
monsignor Orlando andava innanzi leccandosi colla lingua i denti e
accarezzandosi la pancia. Le due compagnie s'incontravano ad un passatoio
ch'era fra i due paesi sulla strada vecchia; il Cancelliere si fermava col
cappello abbassato fino a terra. Monsignore faceva ala colla mano alzata in
segno di saluto, ed il Conte s'avanzava fino a mezzo il passatoio per porger la
mano alla Contessa. Dopo questa passava la contessina Clara, quando la vi era
poiché sovente rimaneva presso la nonna, e in coda o il Piovano, o il
Cappellano, o il signor Andreini, o la Rosa, o qualunque altro fosse della
brigata. Tornavano così di conserva verso il castello, camminando a due a due o
più spesso ad uno ad uno per la nefandità della strada. E quando vi giungevano,
Agostino correva ad accendere nel tinello una gran lucerna d'argento sulla
quale era inalberata, in luogo di manico, l'arma di famiglia; un cignale fra
due alberi colla corona di conte a ridosso. Il cignale era più grande degli
alberi e la corona più grande di tutto. Benché il Conte annettesse una grande
importanza a quel lavoro, si conosceva a prima vista che Benvenuto Cellini non
vi era immischiato. In quel frattempo la cuoca metteva al fuoco una gran cocoma
per farvi il caffè; e la comitiva lo attendeva in tinello continuando la
conversazione del passeggio. Ma il dopopranzo era distribuito a questo modo
solo durante i bei mesi, e quando il tempo era piucché asciutto. Del resto
tanto il signor Conte che Monsignore non uscivano dalle loro stanze che per
impancarsi al fuoco di cucina: e là si congregava la famiglia a far loro
corteggio fino all'ora del gioco. Il caffè in quelle circostanze essi lo
prendevano al focolare, e poi movevano insieme verso il tinello dove i tavolini
eran già preparati, e li seguiva, camminando sulla punta dei piedi, tutta la
compagnia. La Contessa sola era là ad attenderli perché la contessina Clara non
scendeva che un'ora più tardi dopo aver coricato la nonna. Qualche volta
peraltro la moglie del Capitano avea la fortuna di prender il caffè insieme
alla Contessa, e quello era un segno che le cose della giornata non avrebbero
potuto camminar meglio. La signora Veronica si mostrava molto altiera di quell'onore,
e guardava d'alto in basso suo marito se egli veniva dinanzi a lei, come
soleva, ad arricciarsi i baffi prima di sedere. Quando la conversazione non era
che di famiglia, due tavolini di tresette bastavano; ma se vi erano visite od
ospiti, cosa che non mancava mai di succedere tutte le sere d'autunno e, nel
resto dell'anno, la domenica, allora si invadeva la gran tavola col mercante in
fiera, col sette e mezzo, o colla tombola. I puritani come Monsignore e il
Cancelliere, che non amavano i giochi di sorte, si ritraevano da un canto col tresette
in tavola; e il Capitano, che diceva di aver sempre contraria la fortuna,
andava in cucina a giocar all'oca col cavallante o con Fulgenzio. In fondo in
fondo io credo che la posta di due soldi, quale la si costumava in tinello,
fosse troppo arrischiata per lui; e si trovava meglio col bezzo e col bezzo e
mezzo di cucina. Io intanto, dopo aver giocato colla Pisana fino al cader del
sole, quando la Faustina la prendeva per metterla a letto, mi incantucciava
sotto la cappa a farmi contar fiabe da Martino o da Marchetto. E così la tirava
innanzi finché la testa mi ciondolava sul petto e allora Martino mi prendeva
pel braccio, e passando dal cortile per non attraversar il tinello, mi
conduceva su per le scale fino alla porta di Faustina. Lì io entrava
tentennando e sfregolandomi gli occhi; e sbottonate le brache, con una
squassata era bell'e svestito e pronto a coricarmi, perché né scarpe né
panciotto né calze né mutande né pezzuola da collo mi imbrogliarono mai fino all'età
di dieci anni; e una giacchetta e un paio di brache di quel mezzolano che
tessevano in casa per la servitù componevano, insieme ad una corda per legar la
coda, ogni mio arredo personale. Aveva di più alcune camicie, le quali colla
loro sovrabbondanza pagavano ogn'altro difetto, poiché era Monsignore che mi
passava le sue quand'erano sdruscite; e nessuno si prendeva la briga di
raccorciarmele se non accorciando d'un poco la campana e le maniche. Quanto
alla testa, un inverno che gelava molto, credo fossi allora sui sett'anni,
mastro Germano me l'aveva guernita con un berrettone di pelo portato da lui fin
da quando era bulo a Ramuscello. Quel berrettone mi sarebbe calato fino al
mento, se il Piovano non mi avesse già prima d'allora preparato le orecchie a impedirgli
di cedere alla forza di gravità. Per di dietro peraltro, ove non aveva
orecchie, esso mi cascava fino sul collo, e Martino diceva che con quel coso in
capo io gli aveva viso d'una gatta arruffata. Ma egli lo diceva forse per far
dispetto a Germano, e io son grato a questo e al suo berrettone; in mercé del
quale andai salvo da molte infreddature. Quanti anni lo portassi io non ve lo
potrei dire con precisione. Certo era già fatto giovane che lo aveva ancora, ed
anzi lo sparagnava pei giorni di festa, perché la testa essendomisi ingrossata
pareva a me che mi si addicesse mirabilmente alla fisonomia e che mi desse un
certo estro da far paura. Un giorno che era alla sagra di Ravignano oltre
Tagliamento e che si ballava in piazza sul tavolato, io mi presi lo spasso di
farmi beffe di alcune Cernide dei Savorgnani che venivano a tutelare il buon
ordine della fiera collo schioppo in una mano, e con un tovagliolo nell'altra
pieno di ova, burro e salame, per fare, come si dice, la frittata rognosa.
Quelle Cernide coi loro sandali di legno, colle giubbe di mezzolano spelato, e
con certi musi che odoravano di minchioneria lontano un miglio mi facevano
crepare dalle grandi risate; onde tra me e qualche altro bravaccio di Teglio e
dei dintorni si cominciò a far loro le corna, e a domandare se erano buoni a
rivoltar le frittate, e se intendevano cuocerle colle scarpe. Allora uno di
loro ci rispose che andassimo a ballare che s'avrebbe fatto meglio; ed io
facendomi innanzi gli soggiunsi che avrei ballato pel primo con lui. Come
difatti feci, e presolo per le braccia, così come stava collo schioppo ancora
in ispalla lo menai attorno nella più curiosa furlana che si fosse mai veduta.
Ma siccome egli avea posto a terra le sue provvisioni, così avvenne che nel
girare andammo addosso alle uova, e ne fu fatta la frittata prima del tempo. E
allora quei valorosi soldati, che non si erano mossi al veder schernito un
proprio collega, si commossero d'un subito alla rovina delle uova e mostrarono
di volermi venire addosso colla baionetta. Ma io, tratte di tasca le pistole e
ributtato verso loro stramazzone il mio ballerino, mi posi a strillare che chi
primo si moveva era morto. E in un attimo tutti i miei compagni mi stavano
intorno per difendermi, quale col coltello sguainato e quale con pistole uguali
a quelle che aveva io. Vi fu un istante di sospensione e poi nacque un
parapiglia, che, non so come, ci trovammo tutti uno addosso dell'altro senza
peraltro far fuoco né adoperar delle armi altro che i manichi, perché in verità
la quistione non ne valeva la pena. E batti di qui e pesta di là quelle povere
Cernide erano molto malconcie e le loro ova del pari, quando capitò il Capo di
Cento col resto della masnada e ci tolse in mezzo costringendoci colle minacce
a cessare da quel tafferuglio, se no, diceva, avrebbe comandato fuoco senza
riguardo né per amici né per nemici. Si chiamarono allora testimoni di chi
fosse la colpa; i quali, come si usava sempre, diedero ragione a noi e torto
alle Cernide, e così ci lasciarono andare senz'altro disturbo. Ma mentre io mi
ritirava facendo il gradasso fra i miei compagni di quel trionfo, quel cotale
che avea ballato la furlana mi gridò dietro che guardassi bene ballando di non
perdere la mia cresta di pelo che egli ne avrebbe fatto un trofeo da metter in
capo al suo asino pel secondo giorno della fiera. Io gli risposi con un gesto
da piazza che se lo prendesse, e che tra l'asino e lui avrebbero fatto sempre
due, ma che mai non mi avrebbero toccato la cresta. Lì il Capo di Cento ci fece
troncar le parole e noi n'andammo a ballare colle più belle della sagra, mentre
le Cernide accendevano i fuochi per far le frittate, cogli ovi che erano
rimasti. Quella sera io mi fermai sulla festa più forse che non avea contato
nel venirci per vedere cos'era buono a fare quel mascalzone che m'avea sfidato;
e così pure alcuni de' miei compagni. E poi ad un'ora di notte che faceva uno
scuro d'inferno presimo verso la barca di Mendrisio dove sulla sponda opposta
mi aspettava la carretta del castaldo. La strada era profonda e tortuosa fra
campagne piene di alberi, e in qualche luogo tanto stretta da potervi a stento
camminar di fronte quattro persone: siccome poi ognuno di noi per le abbondanti
tracannate di ribolla voleva il posto per quattro, così s'era sempre lì
lì per traboccar nel fosso qualcuno. Ridevamo insieme cantando anche come si
poteva meglio col vino che ci gorgogliava quasi in gola, quando ad un gomito
della via io vedo come una figura nera che scavalca il fosso di slancio e mi
capita addosso a modo d'una bomba. Io mi ritraggo d'un passo, quando quella
figura mi dice - Ah! sei tu! - e mi dà una buona insaccata nelle spalle e mi
manda a ruzzolar nel pantano come un sacco di carne porcina. Io poi mi levo
puntandomi coi gomiti sul terreno e veggo quella figura che rifà il suo salto e
scompar via nel buio della campagna. Allora solo m'accorsi che avea perduto il
berretto e mi chinava sulla strada per cercarlo; e bisogna dire che, o dalla
campagna si vedesse abbastanza chiaro sulla strada o che i miei occhi fossero che
facevano il buio, perché quello del salto mi vide curvarmi a cercare e così
dalla lunga mi gridò che mi mettessi pure il cuore in pace perché la mia cresta
se l'aveva portata via lui per farne bello l'asino al giorno dopo. Udendo
queste parole mi risovvenne della Cernida, e a' miei compagni tornò l'anima nel
corpo perché a' loro occhi quell'apparimento aveva tutto l'aspetto d'una
diavoleria. Conosciuto per cos'era, volevano ad ogni costo trarne vendetta, ma
il fosso era largo e nessuno si fidò tanto delle proprie gambe da tentar il
salto, segno che avevamo ancora un briciolo di giudizio chiaro. Perciò tirammo
innanzi promettendoci di ricattarci al domani; e così fu infatti che ci
fermammo tutti a Mendrisio la notte, e il giorno dopo tornammo in fiera facendo
un esame di tutte le Cernide e di tutti gli asini nei quali ci abbattevamo. E
quando ci abbattemmo in quello che aveva fra le orecchie incollato sulla fronte
colla pece il mio berrettone di pelo, gliene demmo tante e tante al suo padrone
che lo si dovette poi caricare sul suo asino per mandarlo a casa; e il mio
berrettone, siccome non era più da portarsi, glielo impegolammo ben bene sul
muso a lui dicendogli che glielo lasciavamo per memoria. Così perdetti il
regalo di mastro Germano che m'avea fatto sì buon servizio per tanti anni; e da
questa faccenda nacque poi una querela criminale che mi diede molto a che fare
come dirò a suo luogo. Intanto vi prego a non perdermi la stima, se mi
troverete in un tratto della mia vita far baldoria e lega con contadini e
bettolanti. Vi prometto che mi vedrete con commodo uomo d'importanza, e
frattanto ritorno fanciullo per narrarvi le cose con ordine.
V'ho detto che io costumava andare a
letto mentre ancora si giocava in tinello; ma il gioco non tirava innanzi gran
fatto, perché alle otto e mezzo in punto lo si lasciava per intonare il
rosario; e alle nove si mettevano a cena, e alle dieci il signor Conte dava il
segnale della levata ordinando ad Agostino di accendergli il lume. La comitiva
allora sfilava dalla porta che metteva allo scalone, opposta a quella che
conduceva in cucina. Dico scalone per modo di dire, ché l'era una scala come
tutte le altre; sul primo pianerottolo della quale il signor Conte usava sempre
fermarsi e tastar il muro per trarne il pronostico della giornata ventura. Se
il muro era umido il signor Conte diceva: - Domani tempo cattivo -; e il
Cancelliere dietro a lui ripeteva: - Tempo cattivo -; e tutti soggiungevano con
faccia contrita: - Cattivo tempo! - Ma se invece lo trovava asciutto il Conte sclamava:
- Avremo una bella giornata domani -; e il Cancelliere ancor lui: - Una
bellissima giornata! -; e tutti poi giù giù fino all'ultimo scalino: - Una
bellissima giornata. - Durante questa cerimonia la processione si fermava lungo
la scala con grandi spasimi della Contessa che temeva di prender una sciatica
fra tutte quelle correnti d'aria. Monsignore invece aveva tempo di appiccar il
primo sonno, e toccava a Gregorio sostenerlo e scuoterlo, se no tutte le sere
egli sarebbe rotolato sulla signora Veronica che gli veniva dietro. Giunta che
era tutta la schiera nella sala, succedeva la funzione della felice notte, dopo
la quale si sparpagliavano in cerca delle rispettive stanze; e ve n'erano di
tanto lontane da aversi comodamente il tempo di recitare tre Pater, tre Ave
e tre Gloria prima di arrivarvi. Così almeno diceva Martino, cui dopo la
sua giubilazione s'era assegnato per alloggio un camerino al secondo piano
contiguo alla torre e vicino alla stanza destinata pei frati quando ne capitava
qualcheduno alla cerca. Il signor Conte occupava colla moglie la camera che da
tempo immemorabile avevano abitato tutti i capi della nobile famiglia
castellana di Fratta. Una camera grande ed altissima, con un terrazzo che
d'inverno metteva i brividi solo a specchiarvisi dentro, e col soffitto di
travi alla cappuccina dipinte d'arabeschi gialli e turchini. Terrazzo pareti e
soffitto eran tutti coperti da cignali da alberi e da corone; sicché non si
poteva buttar intorno un'occhiata senza incontrare un'orecchia di porco, una
foglia di albero o una punta di corona. Il signor Conte e la signora Contessa
nel loro talamo sconfinato erano letteralmente investiti da una fantasmagoria
di stemmi e di trofei famigliari; e quel glorioso spettacolo, imprimendosi
nella fantasia prima di spegnere il lume, non potea essere che non imprimesse
un carattere aristocratico anche nelle funzioni più segrete e tenebrose del
loro matrimonio. Certo se le pecore di Giacobbe ingravidavano di agnelli
pezzati pei vimini di vario colore che vedevano nella fontana, la signora
Contessa non dovea concepire altro che figliuoli altamente convinti e beati
dell'illustre eccellenza del loro lignaggio. Ché se gli avvenimenti posteriori
non diedero sempre ragione a questa ipotesi, potrebbe anche esser stato per
difetto più del signor Conte che della signora Contessa.
La contessina Clara dormiva vicino
alla nonna nell'appartamento che metteva in sala rimpetto alla camera de' suoi
genitori. Aveva uno stanzino che somigliava la celletta d'una monaca; e l'unico
cignale che vi stava intagliato nello stucco della caminiera essa, forse senza
pensarvi, lo aveva coperto con una pila di libri. Erano avanzi d'una biblioteca
andata a male in una cameraccia terrena per l'incuria dei castellani, e la
combinata inimicizia del tarlo dei sorci e dell'umidità. La Contessina, che nei
tre anni vissuti in convento s'era rifugiata nella lettura contro le noie e il
pettegolezzo delle monache, appena rimesso piede in casa erasi ricordata di
quello stanzone ingombro di volumi sbardellati e di cartapecore; e si pose a
pescarvi entro quel poco di buono che restava. Qualche volume di memorie
tradotte dal francese, alcune storie di quelle antiche italiane che narrano le
cose alla casalinga e senza rigonfiature, il Tasso, l'Ariosto, e il Pastor
Fido del Guarini, quasi tutte le commedie del Goldoni stampate pochi anni
prima, ecco a quanto si ridussero i suoi guadagni. Aggiungete a tuttociò un
uffizio della Madonna e qualche manuale di divozione ed avrete il catalogo
della libreria dietro cui si nascondeva nella stanza di Clara il cignale
gentilizio. Quando a piede sospeso ella si era avvicinata al letto della nonna
per assicurarsi che nulla turbava la placidezza dei suoi sonni, tenendo la mano
dinanzi la lucerna per diminuirne il riverbero contro le pareti, si riduceva
nella sua celletta a squadernar taluno di quei libri. Spesso tutti gli abitanti
del castello dormivano della grossa che il lume della lampada traluceva ancora
dalle fessure del suo balcone; e quando poi ella prendeva in mano o la Gerusalemme
Liberata o l'Orlando Furioso (gli identici volumi che non avean
potuto decidere la vocazione militare di suo zio monsignore) l'olio mancava al
lucignolo prima che agli occhi della giovine la volontà di leggere. Si perdeva
con Erminia sotto le piante ombrose e la seguiva nei placidi alberghi dei
pastori; s'addentrava con Angelica e con Medoro a scriver versi d'amore sulle
muscose pareti delle grotte, e delirava anche talora col pazzo Orlando e
piangeva di compassione per lui. Ma soprattutto le vinceva l'animo di pietà la
fine di Brandimarte, quando l'ora fatale gli interrompe sul labbro il nome
dell'amante e sembra quasi che l'anima sua passi a terminarlo e a ripeterlo
continuamente nella felice eternità dell'amore. Addormentandosi dopo questa
lettura, le pareva talvolta in sogno di essere ella stessa la vedova
Fiordiligi. Un velo nero le cadeva dalla fronte sugli occhi e giù fino a terra;
come per togliere agli sguardi volgari la santità del suo pianto inconsolabile;
un dolore soave melanconico eterno le si diffondeva nel cuore come un eco
lontano di flebili armonie: e dalla sostanza più pura di quel dolore emanava
come uno spirito di speranza che troppo lieve ed etereo per divagar presso
terra spaziava altissimo nel cielo. - Erano fantasie o presentimenti? - Ella
non lo sapeva; ma sapeva veramente che gli affetti di quella sognata Fiordiligi
rispondevano appuntino ai sentimenti di Clara.
Anima chiusa alle impressioni del
mondo, erasi ella serbata come l'aveva fatta Iddio in mezzo alle frivolezze
alle scurrilità alle vanaglorie che l'attorniavano. E le divote credenze e i
miti costumi di sua nonna, appurati dalle meditazioni serene della vecchiaia,
si rinnovavano in lei con tutta la spontaneità ed il profumo dell'età
virginale. Nella prima infanzia ell'era sempre rimasta a Fratta, fida compagna
dell'antica inferma. Sembrava fin d'allora il rampollo giovinetto di castagno
che sorge dal vecchio ceppo rigoglioso di vita. Quella dimora solitaria l'aveva
preservata dal vizioso consorzio delle cameriere e dagli insegnamenti che
potevano venirle dagli esempi di sua madre. Viveva nel castello semplice
tranquilla e innocente, come la passera che vi celava il suo nido sotto le
travature del granaio. La sua bellezza cresceva coll'età, come se l'aria ed il
sole in cui si tuffava da mane a sera colla robusta noncuranza d'una
campagnuola, vi si mescessero entro a ingrandirla e ad illuminarla. Ma era una
grandezza buona, una luce modesta e gradevole al pari di quella della luna; non
il barbaglio strano e guizzante del lampo. Regnava e splendeva come una Madonna
fra i ceri dell'altare. Infatti le sue sembianze arieggiavano una pace e
religiosa e quasi celeste; si comprendeva appena vedendola che sotto quelle
spoglie gentili e armoniose il fervore della divozione si mescolava colla
poesia di un'immaginazione pura nascosta operosa e colle più ingenue
squisitezze del sentimento. Era il fuoco del mezzodì riverberato dalle
ghiacciaie candide e adamantine del settentrione.
Le semplici contadine dei dintorni la
chiamavano la Santa; e ricordavano con venerazione il giorno della sua prima
comunione, quando appena ricevuto il mistico pane la era svenuta di
consolazione di paura d'umiltà; ed elleno dicevano invece che Dio l'aveva
chiamata in estasi come degna che la era d'un più stretto sposalizio con
essolui. Anche la Clara si risovveniva con una gioia mista di tremore di quel
giorno tutto celeste; assaporando sempre colla memoria quei sublimi rapimenti
dell'anima invitata a partecipare per la prima volta al più alto e soave
mistero di sua religione. Tenetevi ben a mente ch'io narro d'un tempo in cui la
fede era ancora di moda, e produceva negli spiriti eletti quei miracoli di
carità di sacrifizio e di distacco dalle cose mondane che saranno sempre
meravigliosi anche all'occhio miscredente del filosofo. Io non catechizzo, né
pianto o difendo sistemi; e so benissimo che la divozione, volta in bigottismo
dalle anime false e corrotte, può viziar la coscienza peggio che ogn'altra
abitudine di perversità. Vi ripeto ancora ch'io non sono divoto; e me ne duole
forse perché durai grandissima fatica a trovare un'altra via per cui salire
alla vera e discreta stima della vita. Dovetti percorrere sovente, col
disinganno al fianco, e la disperazione dinanzi agli occhi, tutta la profondità
dell'abisso metafisico; dovetti sforzarmi ad allargare la contemplazione d'un
animo, diffidente e miope sopra l'infinita vastità e durevolezza delle cose
umane; dovetti chiuder gli occhi sui più comuni e strazianti problemi della
felicità, della scienza e della virtù contraddicenti fra loro; dovetti io,
essere socievole e soggetto alle leggi sociali, rinserrarmi nel baluardo della
coscienza per sentire la santità e la vitalità eterna e forse l'attuazione
futura di quelle leggi morali che ora sono derise calpestate violate per tutti
i modi; dovetti infine, uomo superbo della mia ragione e d'un vantato impero
sull'universo, inabissarmi, annichilirmi, atomo invisibile, nella vita immensa
ed immensamente armonica dello stesso universo, per trovar una scusa a quella
fatica che si chiama esistenza, ed una ragione a quel fantasma che si chiama
speranza. Ed anco questa scusa tremola dinanzi alla ragione invecchiata, come
una fiamma di candela sbattuta dal vento; e tardi m'accorgo che la fede è
migliore della scienza per la felicità. Ma non posso pentirmi del mio stato
morale; perché la necessità non ammette pentimenti; non posso e non debbo
arrossirne; perché una dottrina che nella pratica sociale accoppia la fermezza
degli stoici alla carità evangelica, non potrà mai vergognar di se stessa
qualunque siano i suoi fondamenti filosofici. Ma quanti sudori, quanti dolori,
quanti anni, quanta costanza per arrivare a ciò! Ebbi la pazienza della
formica, che, capovolta dal vento, cento volte perde la sua soma e cento la
riprende per compiere a passi invisibili il suo lungo cammino. Pochi
m'avrebbero imitato e pochi m'imitano in fatti. I più gettano a mezza strada
una bussola malfida da cui furono il più delle volte ingannati; e si
abbandonano giorno per giorno al vento che spira. Vien poi l'ora di raccoglier
le vele nel porto; e il loro arrivo è necessariamente un naufragio. O
s'affidano a guide fallaci, alleate delle loro passioni, e bevono con
compunzione lagrime spremute dagli occhi altrui: o cancellano la vita dello
spirito, non sapendo che lo spirito si ridesta quandochessia a patire tutti in
una volta i dolori che dovevano preparargli la strada alla morte. Meglio la
fede anche ignorante che il nulla vuoto e silenzioso. Vi sono ora leggiadre
donzelle e giovinotti di garbo le cui mire son tutte volte ai godimenti
materiali: le comodità, le feste, le pompe sono loro soli desiderii; sola cura
il danaro che provvede d'un lauto e perenne pascolo quei desiderii; perfino il
loro spirito non cerca qualche nutrimento che per farsene bello agli occhi
della gente, e non provar l'incommodo di dover arrossire. Del resto la mente di
costoro non conosce diletti che sieno veramente suoi. Domandate ad essi se
vorrebbero esser stati o Scipioni, o Dante, o Galileo; vi risponderanno che i
Scipioni e Dante e Galileo sono morti. Per loro la vita è tutto. Ma quando
dovranno abbandonarla? Non vogliono pensarci! Non vogliono; dicono essi; io
soggiungo che non possono, che non osano. E se l'osassero avrebbero a scegliere
fra la pistola, suicidio del corpo, e il fastidio della vita, suicidio
dell'anima. Questo è il destino dei più forti o dei più sventurati.
La fede a' suoi tempi era almeno una
idealità una forza un conforto; e chi non aveva il coraggio di soffrire
cercando e aspettando, avea la fortuna di sopportare credendo. Ora la fede se
ne va, e la scienza viva e completa non è venuta ancora. Perché dunque
glorificar tanto questi tempi che i più ottimisti chiamano di transizione?
Onorate il passato ed affrettate il futuro; ma vivete nel presente coll'umiltà
e coll'attività di chi sente la propria impotenza e insieme il bisogno di
trovare una virtù. Educato senza le credenze del passato e senza la fede nel
futuro, io cercai indarno nel mondo un luogo di riposo pei miei pensieri. Dopo
molti anni strappai al mio cuore un brano sanguinoso sul quale era scritto
giustizia, e conobbi che la vita umana è un ministero di giustizia, e l'uomo un
sacerdote di essa, e la storia un'espiatrice che ne registra i sagrifici a
vantaggio dell'umanità che sempre cangia e sempre vive. Antico d'anni piego il
mio capo sul guanciale della tomba: e addito questa parola di fede a norma di
coloro che non credono più e pur vogliono ancora pensare in questo secolo di
transizione. La fede non si comanda; neppur da noi a noi. A chi compiange la mia
cecità, e lagrima nella mia vita uno sforzo virtuoso ma inutile che non avrà
ricompensa nei secoli eterni, io rispondo: Io sono padrone in faccia agli altri
uomini del mio essere temporale ed eterno. Nei conti fra me e Dio a voi non
tocca intromettervi. Invidio la vostra fede, ma non posso impormela. Credete
adunque, siate felici, e lasciatemi in pace.
La contessina Clara oltre all'esser
credente era devota e fervorosa: perché all'anima sua non bastava la fede e le si
voleva inoltre l'amore. Peraltro la sua voce di santità non era soltanto
raccomandata al fervore e alla frequenza delle pratiche religiose; ma anche
meglio ad atti continui ed operosi delle più sante virtù. Il suo portamento non
mostrava l'umiltà della guattera o della massaia; ma quella della contessa che
deriva da Dio le sproporzioni sociali e si sente dinanzi a lui uguale
all'essere più abbietto dell'umana famiglia. Aveva quello che si dice il dono
della seconda vista per indovinare le afflizioni altrui; e quello della
semplicità, per esserne fatta di comun grado consigliera, e consolatrice. Alla
ricchezza dava quel valore che le veniva dal bisogno dei poveri: il vero
valore, come dovrebbe stabilirlo la sana economia, per diventar benemerita
dell'umanità. La gente diceva ch'ella aveva le mani bucate; ed era vero, ma non
se ne accorgeva, come di un dovere necessariamente adempito; come non ci
accorgiamo noi del sangue che circola e del polmone che respira. Era affatto
incapace di odio, anche contro i cattivi; perché non disperava del
ravvedimento. Tutti gli esseri del creato erano suoi amici e la natura non ebbe
mai figliuola più amorosa e riconoscente. L'andava tant'oltre che non voleva
veder per casa trappole da sorci, e camminando in un prato si distoglieva per
non calpestar un fiore, o una zolla d'erba rinverdita. Eppure, senza
esagerazioni poetiche, aveva l'orma così leggera che il fiore non chinava che
un momento il capo sotto il suo tallone, e l'erba non si accorgeva neppur
d'esserne calpestata. S'ella teneva uccellini in gabbia, era per liberarli al
venir della primavera; e talvolta s'addomesticava tanto con quei vezzosi
gorgheggiatori che le doleva il cuore nel separarsene. Ma cos'era mai per Clara
il proprio rammarico quando ne andava di mezzo il bene d'un altro? Apriva lo
sportello della gabbia con un sorriso fatto più bello da due lagrime; e
talvolta gli uccelletti venivano a becchettarle le dita prima di volar via; e
restavano anche per qualche giorno nelle vicinanze del castello visitando con sicurezza
la finestra ove avean vissuto la mala stagione prigionieri e felici. Clara li
riconosceva; e sapeva loro grado dell'affettuosa ricordanza che le serbavano.
Allora pensava che le cose di questo mondo son buone; e che gli uomini non
potevano esser cattivi, se tanto grati ed amorosi le si mostravano i cardellini
o le cinciallegre. La nonna sorrideva dalla sua poltrona vedendo le tenere e
commoventi fanciullaggini della nipote. E si guardava bene dal deriderla,
perché sapeva per esperienza, la buona vecchia, che l'abitudine di quei
dilicati sentimenti fanciulleschi prepara per le altre età un'inesausta
sorgente di gioie modeste, ma purissime e non caduche né invidiate. Nei tre
anni che dimorò nel convento delle Salesiane di San Vito, la fanciulla fu beffeggiata
abbastanza per queste sue moine: ma ella ebbe il buon cuore di non
vergognarsene, e la costanza di non rinnegarle. Laonde quando uscì a riprendere
presso il letto della nonna il suo uffizio d'infermiera, la trovarono ancora la
stessa Clara semplice modesta servizievole facile al riso ed alle lagrime per
qualunque gioia e per qualunque cruccio che non fosse suo proprio. La Contessa,
trapiantandosi da Venezia a Fratta, trovatala un po' salvatica, avea inteso
dirozzarla coi soliti dieci anni di monastero; ma dopo un triennio cominciò a
dire che la Clara essendo d'indole svegliata doveva averne avuto abbastanza. Il
vero si era, che la cura della suocera le pesava troppo, e per non sacrificare
a ciò tutto l'anno una donna di servizio le parve un doppio sparagno quello di
riprender in casa la figlia. D'altra parte i suoi sfoggi di Venezia aveano
sbilanciato alquanto la famiglia, ed essendosi allora in pensiero di provvedere
all'educazione del figliuol maschio, si volle stringer un po' la mano nella
spesa per le femmine. Le erano già due, perché la Contessa portava in grembo la
Pisana, quando deliberò di levar dalle monache la Clara, e non dubitava nemmeno
di esser per partorire una bambina alla quale aveva già scelto fin d'allora il
nome, in ossequio della madre sua ch'era stata una Pisani.
Così eran ite le cose mentr'io
poppava e trangugiava pappa in tutte le case di Fratta; ma quando fui sui nove
anni, e la Pisana ne aveva sette e il contino Rinaldo forniva la Rettorica
presso i reverendi padri Somaschi, la contessina Clara era già cresciuta a
perfetta avvenenza di giovane. Credo la toccasse allora i diciannove anni,
benché non li mostrava per quella sua delicatezza di tinte che le serbò sempre
le apparenze della gioventù. La sua mente si era arricchita di buone cognizioni
pei libri ch'era venuta leggendo, e d'ottimi pensieri pel tranquillo
svilupparsi d'un'indole pietosa e meditativa; la sensibilità le si esercitava
più utilmente nei soccorsi che distribuiva alle povere donne del paese, senza
aver nulla perduto della sua grazia infantile. Amava ancora gli augelletti ed i
fiori, ma vi pensava meno, allora che il tempo le era tolto da cure più
rilevanti; e del resto la sua serenità durava ancora la stessa, fatta ancora
più incantevole dalla coscienza che la irraggiava d'una sicurezza celeste.
Quando dopo aver aiutato la nonna a spogliarsi ella entrava nel tinello, e
sedeva vicino al tavolino ove giocava sua madre, col suo ricamo bianco in una
mano e l'ago nell'altra, la sua presenza attirava tutti gli sguardi e bastava a
raggentilire per un quarto d'ora la voce ed i discorsi dei giocatori. La
Contessa, che aveva sufficiente avvedutezza, notava questo effetto ottenuto
dalla figlia e n'era anche discretamente gelosa; colla sua cuffia di merlo e
con tutta la boria di casa Navagero scolpita sulla fisonomia, ella non aveva
mai ottenuto altrettanto. Perciò se dapprima la si sforzava di moderare la
loquacità soventi volte sussurrona e villanesca della compagnia, in quel
momento di tregua la s'indispettiva di non udirla continuare, ed era ella la
prima a stuzzicare il Capitano o l'Andreini perché ne dicessero delle loro. Il
signor Conte gongolava, vedendo la moglie prender piacere alla conversazione
del castello; e Monsignore sbirciava la cognata di traverso non comprendendo da
cosa derivassero que' suoi accessi affatto insoliti e un po' anche stizzosi di
affabilità. Io era piccino allora, eppur dal buco della serratura donde
rimaneva qualche tratto spettatore del gioco, comprendeva benissimo la stizza o
il buon umore della Contessa; lo comprendeva anche la Clara; perché mi ricordo
ancora che se il Capitano o l'Andreini rispondevano di malgarbo agli inviti
dell'illustrissima padrona, un lieve rossore le coloriva le tempie. Mi par
ancora di vederla, quell'angelo di donzella, raddoppiar allora di attenzione
sul suo ricamo, e per la fretta imbrogliarsi le dita nel filo. Son poi sicuro
che quel rossore proveniva piucché altro dal timore che non fosse di pretta
superbia il pensiero che in quei momenti le attraversava la mente. Ma
Monsignore come avrebbe potuto capire o sospettar tutto ciò? Lo ripeto. Io
aveva nove anni ed egli sessanta sonati; egli canonico in sarrocchino e in
calze rosse, io quasi trovatello scamiciato e senza scarpe; e con tutto questo,
ad onta che egli si chiamasse Orlando ed io Carlino, io di mondo e di morale me
n'intendeva più di lui. L'era il teologo più semplice del clero cattolico; ne
metto la mano sul fuoco.
Intorno a quel tempo le visite al
castello di Fratta, massime dei giovani di Portogruaro e del territorio, si
facevano più frequenti. Non l'era più questo un privilegio delle domeniche o
delle sere delle vendemmie, ma tutto l'anno, anche nel verno più crudo e
nevoso, capitava a piedi o a cavallo, coll'archibugio in ispalla e il fanaletto
appeso in punta, qualche coraggioso visitatore. Non so se la Contessa si
attribuisse l'onore di attirar quelle visite; certo si dava molto attorno per
far la vispa e la graziosa. Ma in onta alle attrattive della sua età
rispettabile e più che matura gli occhi di quei signorini erano molto svagati
finché non capitasse a concentrarli in sé il visetto geniale della Clara. Il
Vianello di Fossalta come il più vicino era anche il più assiduo; ma anche il
Partistagno non gli cedeva di molto benché il suo castello di Lugugnana fosse
sulla marina ai confini della pineta, un sette miglia buone lontano da Fratta.
Questa lontananza forse gli dava il diritto di anticipar le sue visite; e molte
volte si combinava ch'egli capitasse proprio nel punto che la Clara usciva per
incontrare la mamma nella passeggiata. Allora voleva la convenienza ch'egli le
fosse compagno, e Clara vi accondiscendeva cortesemente benché i modi aspri e
risoluti del giovane cavaliere non s'attagliassero molto a' suoi gusti. Quando
finiva il gioco, la Contessa non mancava mai d'invitar il Partistagno a
fermarsi a Fratta la notte, lamentando sempre la perfidia l'oscurità e la
lunghezza della strada; ma egli si scansava con un grazie, e buttata a Clara
un'occhiatina che era rade volte e solo per caso corrisposta, andava nella
scuderia a farsi insellare il suo saldo corridore furlano. S'imbacuccava ben
bene nel ferraiuolo, imbracciava la coreggia del moschetto coll'indispensabile
fanale sulla cima, e balzato in arcione usciva di gran trotto dal ponte
levatoio assicurandosi colla mano se nelle fonde laterali v'erano ancora le
pistole. Così passava via come un fantasma per quelle stradaccie tenebrose e
infossate, ma le più volte si fermava a dormire a San Mauro, due miglia
discosto, dove sopra un suo podere s'avea accomodate per maggior comodo quattro
stanze d'una casa colonica. La gente del territorio aveva un profondissimo
rispetto pel Partistagno, pel suo moschetto e per le sue pistole; ed anco pei
suoi pugni, quando non aveva armi; ma quei pugni pesavano tanto, che dopo
buscatine un paio nello stomaco non si avea d'uopo né di palla né di pallini
per andarne al Creatore.
Il Vianello invece veniva e partiva
le sere a piedi, col suo fanaletto appeso al bastone e proteso davanti come la
borsa del santese durante i riposi della predica. Pareva non avesse armi;
benché cercandogli forse nelle tasche si avrebbe trovata un'ottima pistola a
due canne, arma a quei tempi non molto comune. Del resto, essendo egli
figliuolo del medico di Fossalta, partecipava un poco dell'inviolabilità
paterna e nessuno avrebbe osato molestarlo. I medici d'allora contavano,
secondo l'opinione volgare, nel novero degli stregoni; e nessuno si sentiva
tanto ardito di provocarne le vendette. Ne fanno tante, senza saperlo, ora
(delle vendette); al secolo passato ne facevano tre doppi più; figuratevi poi
se vi si fossero accinti con premeditazione! - Per poco non si credevano capaci
d'appestare una provincia, e conosco io una famiglia patriarcale di quei paesi,
dove anche adesso prima di chiamar il medico si recitano alquante orazioni alla
Madonna per pregarla che ne accompagni la visita colla buona fortuna. Il dottor
Sperandio (bel nome per un dottore e che dava di per sé un buon consiglio ai
malati) non aveva nulla nella sua figura che si opponesse alla fama stregonesca
di cui egli e i suoi colleghi erano onorati. Portava un parruccone di lana o di
crine di cavallo, nero come l'inchiostro, che gli difendeva bene contro il
vento la fronte le orecchie e la nuca; e per di più un cappellaccio a tre
punte, nero anch'esso e vasto come un temporale. A vederlo venir da lontano sul
suo cavalluccio magro sfinito color della cenere come un asinello, somigliava
più un beccamorti che un medico. Ma quando smontava e davanti al letto del
malato inforcava gli occhiali per osservargli la lingua, allora pareva proprio
un notaio che si preparasse a formulare un testamento. Per solito egli parlava
mezzo latino, e mezzo friulano; ma il dopopranzo ci metteva del latino per tre
quarti; e verso notte, dopo aver bevuto il boccale dell'Avemaria, la dava
dentro in Cicerone a tutto pasto. Così se la mattina ordinava un lenitivo, la
sera non adoperava che i drastici; e le sanguette del dopopranzo si mutavano
all'ora di notte in salassi. Il coraggio gli cresceva colle ore; e dopo cena
avrebbe asportato la testa d'un matto colla speranza che l'operazione lo
avrebbe guarito. Nessun dottor fisico né chirurgo o flebotomo ha mai avuto
lancette più lunghe e rugginose delle sue. Credo le fossero proprio vere lancie
di Unni o di Visigoti disotterrate negli scavi di Concordia; ma egli le
adoperava con una perizia singolare; tantoché nella sua lunga carriera non ebbe
a stroppiare che il braccio d'un paralitico; e l'unico sconcio che gli
intervenisse di frequente era la difficoltà di stagnar il sangue tanto erano
larghe le ferite. Se il sangue non si fermava colla polvere di drago egli
ricorreva al ripiego di lasciarlo colare, citando in latino un certo assioma
tutto suo, che nessun contadino muore svenato. Seneca infatti non era
contadino, ma filosofo. Il dottor Sperandio teneva in grandissimo conto l'arte
di Ippocrate e di Galeno. Era dovere di riconoscenza: perché, oltre all'esser
campato di essa, se n'era avanzato di che comperare una casa ed un poderetto
contiguo in Fossalta. Aveva percorso gli studi a Padova, ma nominava con
maggior venerazione la Scuola di Salerno e l'Università di Montpellieri; nelle
ricette poi si teneva molto ai semplici, massime a quelli che si trovano
indigeni nei paludi e lungo le siepi, metodo anticristiano che lo metteva in frequenti
discrepanze collo speziale del paese. Ma il dottore era uomo di coscienza e
siccome sapeva che lo speziale estraeva dalla flora indigena anche i
medicamenti forestieri, così sventava la frode colla abbominevole semplicità
de' suoi rimedii. In quanto a teorie sociali l'era un tantin egiziano. Mi
spiego. Egli parteggiava per la stabilità delle professioni nelle famiglie, e
voleva ad ogni costo che suo figlio ereditasse da lui i clienti e le lancette.
Il signor Lucilio non divideva quest'opinione, rispondendo che il diluvio c'era
stato per nulla se non avea sommerso neppur queste rancide dottrine di tirannia
ereditaria. Però si era piegato all'obbedienza, e aveva studiato i suoi cinque
anni nell'antichissima e sapientissima Università di Padova. Era uno scolaro
molto notevole per la sua negligenza; che non solea mai sfigurare nelle rare
comparse; che litigava sempre coi nobiluomini e coi birri, e che ad ogni nevata
accorreva sempre il primo al parlatorio delle monache di Santa Croce per
annunciare la novità. È noto più o meno che chi riusciva in questa priorità,
aveva dalle reverende il regalo d'una bella cesta di sfogliate. Lucilio
Vianello ne avea vuotate molte di queste ceste prima di ottenere la laurea. Ma
ora siamo al punto dell'eterna quistione fra lui e il suo signor padre. Non ci
avea modo che questi potesse indurlo a conseguire quella benedetta laurea. Gli
metteva in tasca i denari del viaggio per l'andata ed il ritorno, più
l'occorrente per la dimora d'un mese, più la tassa del primo esame; lo imbarcava
a Portogruaro sulla barca postale di Venezia; ma Lucilio partiva, stava e
tornava senza denari e senza aver fatto l'esame. Sette volte in due anni egli
fu assente in questo modo ora un mese ed ora due; e i professori della Facoltà
medica non avevano ancora assaggiato la sua prima propina. Che faceva egli mai
durante quelle assenze? Ecco quello che il dottor Sperandio s'incaponiva di
voler discoprire, senza venirne a capo di nulla. Sulla settima scoperse
finalmente che il suo signor figlio non si prendeva neppur la briga di arrivare
fino a Padova; e che giunto a Venezia vi si trovava tanto bene da non ritener
opportuno di andar oltre a spendere i denari del papà. Questo poi egli lo seppe
da un suo patrono senatore, da un certo nobiluomo Frumier, cognato del Conte di
Fratta, che villeggiava nella bella stagione a Portogruaro, e che insieme lo
ammoniva della condotta alquanto sospetta tenuta da Lucilio a Venezia, a cagion
della quale i signori Inquisitori lo tenevano paternamente d'occhio. -
Giuggiole! non ci voleva altro! Il dottor Sperandio abbruciò la lettera, ne
scompose le ceneri colla paletta, guardò in cagnesco Lucilio che si asciugava
rimpetto a lui le uose di bufalo; ma per lunga pezza non gli parlò più della
laurea. Peraltro lo menava in pratica con lui per esperimentare il grado della
sua erudizione nella scienza d'Esculapio; e siccome s'era trovato contento
della prova, s'era messo a mandarlo qua e là per rivedere le lingue e le orine
d'alquanti villani visitati da lui la mattina. Lucilio apriva sul taccuino le
partite di Giacomo, di Toni e di Matteo colla triplice rubrica di polso, lingua
ed orina: poi di mano in mano che faceva le visite empiva la tabella colle
indicazioni richieste, e la riportava in buon ordine al suo signor padre che
talora ne strabiliava per certi cambiamenti e strabalzi repentini non soliti ad
avvenire nelle malattie della gente di badile.
- Come! lingua netta ed umida a
Matteo, che è a letto da ieri con una febbre mescolata di mal putrido! Putridum
autem septimo aut quatuordecimo tantumque die in sudorem aut fluxum ventris per
purgationes resolvitur. La lingua netta ed umida! Ma se stamattina l'aveva
arida come la lesca, e con due dita di patina sopra... - Oh veh veh! polso
convulso la Gaetana! Ma se oggi le ho contato cinquantadue battute al minuto e
le ordinai anzi in pozione vinum tantummodo pepatum et infusione canellae
oblungatum! Cosa vorrà dire?... Vedremo domani! Nemo humanae natura pars
qua nervis praestet in faenomenali mutatione ac subitaneitate.
Andava poi la dimane e trovava Matteo
colla sua lingua sporca e la Gaetana col polso arrembato in onta al pepe alla
cannella ed al vino. La ragione di questi miracoli era che per quella volta
Lucilio, non sentendosi voglia di far le visite, aveva architettato ed empiuto
a capriccio la sua tabella all'ombra d'un gelso. La rimetteva poi al signor
padre per far disperare le sue teorie de qualitate et sintomatica morborum.
Vi erano peraltro certe occasioni
nelle quali al giovane non dispiaceva di essere licenziato in medicina dalla
Università patavina, quando per esempio, appena capitato, la Rosa lo pregava di
salire dalla Contessa vecchia che andava soggetta a mali di nervi e si faceva
ordinar da lui qualche pozione di laudano e d'acqua coobata per calmarli.
Lucilio pareva nudrisse per la quasi centenaria signora una riverenza mista
d'amore e di venerazione; laonde non vedeva cure ed accorgimenti che bastassero
per mantener una vita così degna e preziosa. Stava ad udirla sovente con quella
attenzione che somiglia stupore e dà indizio di un gratissimo piacere e quasi
d'un melodioso solletico prodotto nell'animo dalle parole altrui. Benché egli
poi fosse d'un temperamento chiuso e riserbato, nel ragionare con lei
s'incaloriva per non volontaria ingenuità e non si schivava dal parlarle di sé
e delle proprie cose, come ad una madre. Nessuno, a credergli, soffriva al pari
di lui d'esser orfano, giacché la moglie del dottor Sperandio gli era morta nel
puerpèrio di quell'unico figliolo; onde sembrava cercar conforto al dolore
d'una tale mancanza nell'affetto quasi materno che gli inspirava la nonna di
Clara. A poco a poco la vecchia s'avvezzò alla cordiale dimestichezza di quel
giovine; lo facea chiamare anche se non aveva bisogno del medico; ascoltava da
lui volentieri le novelle della giornata, e compiacevasi di trovarlo differente
d'assai dai giovinastri che frequentavano il castello. Veramente Lucilio
meritava una tal distinzione; aveva letto molto, s'era preso di grande amore
per la storia, e siccome sapeva che ogni giorno è una pagina negli annali dei
popoli, teneva dietro con premura a quei primi segni di sconvolgimenti che
apparivano sull'orizzonte europeo. Gli Inglesi non erano allora troppo ben
veduti dal patriziato veneziano; forse per la stessa ragione che il fallito non
può guardar di buon occhio i nuovi padroni dei suoi averi. Perciò egli
magnificava sempre le imprese degli Americani e la civile grandezza di
Washington che aveva sciolto dalla soggezione dei Lordi tutto un nuovo mondo.
L'inferma lo udiva volentieri narrar casi e battaglie che volgevano sempre alla
peggio degli Inglesi, e s'univa con lui in un caldo entusiasmo per quel patto
federale che avea loro tolto per sempre il possesso delle colonie americane.
Quando poi egli parlava a labbra strette delle vicende di Francia e dei
ministeri che vi si sbalzavano l'un l'altro, e del Re che non sapeva più a qual
partito appigliarsi, e delle mene della Regina germanizzante, allora entrava
ella a raccontare le cose de' suoi tempi e le splendidezze della corte, e gli
intrighi e la servilità dei cortigiani, e la superba e quasi lugubre solitudine
del gran Re, sopravvissuto a tutta la gloria di cui l'avevano ricinto i suoi
contemporanei, per assistere alla frivolezza e alla turpitudine dei nipoti.
Ella discorreva con raccapriccio dei costumi sfacciatamente osceni che si
auguravano fin d'allora dalla nuova generazione, e ringraziava il cielo che
proteggeva la Repubblica di San Marco contro l'invasione di quella pestilenza.
Passata dalla Corte di Francia al castello di Fratta, ella ricordava Venezia
com'era stata nei primordi del Settecento, non indegna ancora del suffragio
serbatole nel gran consiglio degli Stati europei; non poteva conoscere quanto
in quel frattempo, e con qual lusinghiera orpellatura di eleganza, le sconcezze
di Versailles e di Trianon venissero copiate vogliosamente a Rialto e nei
palazzi del Canal Grande. Quando la nipote le leggeva talune delle commedie di
Goldoni, ella se ne scandolezzava e le faceva saltar via qualche pagina;
qualche volume anche avea creduto bene di toglierselo lei e serrarlo sotto
chiave; né avrebbe mai figurato che quanto a lei sembrava sfrenatezza di lingua
e licenza di pensieri, nei teatri di San Benedetto o di Sant'Angelo facesse
anzi l'effetto di sferzare costumi ancor più rotti e sfrontati. Talvolta anche
si veniva sul discorso delle riforme già incominciate da Giuseppe II, massime
nelle faccende ecclesiastiche; e la vecchia divota non sapeva bene se dovesse
increscerle di quel vitupero fatto alla religione, o consolarsene di vederlo
fatto da tal nemico ed antagonista della Repubblica che ne sarebbe poi
sicuramente punito dalla mano di Dio. I Veneziani sentivano da gran tempo,
massime nel Friuli, la pressura dell'Impero; e se aveano resistito colla forza
al tempo della lor grandezza militare, e cogli accorgimenti politici al tempo
della perdurante sapienza civile, allora poi che questa e quella eransi perdute
nell'ignavia universale, i meglio pensanti si accontentavano di fidare nella
Provvidenza. Ciò era compatibile in una vecchia, non in un senato di
governanti. Ognuno sa che la Provvidenza coi nostri pensieri coi nostri
sentimenti colle nostre opere matura i propri disegni; e a volersi aspettar da
lei la pappa fatta, l'era o un sogno da disperati o una lusinga proprio da
donnicciuole. Perciò quando la Badoer cadeva in questa bambolaggine di
speranza, Lucilio non potea far a meno di scuotere il capo; ma lo scoteva
mordendosi le labbra e frenando un sogghignetto che gli scappava fuori dagli
angoli, rimpiattandosi sotto due baffetti sottili e nerissimi. Scommetto che le
riforme dell'Imperatore e la malora di San Marco non gli spiacevano tanto come
voleva mostrarlo.
La conversazione non si aggirava
sempre sopra questi altissimi argomenti; anzi li toccava molto di rado e in
difetto di argomenti più vicini. Allora i vapori i telegrafi e le strade
ferrate non avevano attuato ancora il gran dogma morale dell'unità umana; e
ogni piccola società, relegata in se stessa dalle comunicazioni difficilissime,
e da una indipendenza giurisdizionale quasi completa, si occupava anzi tutto e
massimamente di sé, non curandosi del resto del mondo che come d'un pascolo
alla curiosità. Le molecole andavano sciolte nel caos, e la forza centrìpeta
non le aveva condensate ancora in altrettanti sistemi ingranati gli uni negli
altri da vicendevoli influenze attive o passive. Così gli abitanti di Fratta
vivevano, a somiglianza degli dei di Epicuro, in un grandissimo concetto della
propria importanza; e quando la tregua de' loro negozii o dei piaceri lo
consentiva, gettavano qualche occhiata d'indifferenza o di curiosità a destra o
a sinistra, come l'estro portava. Questo spiega il perché nel secolo passato
fosse tanta penuria di notizie statistiche e la geografia si perdesse a
registrare piuttosto le stranezze dei costumi e le favole dei viaggiatori, che
non le vere condizioni delle provincie. Piucché da imperfezione di mezzi o da
ignoranza di scrittori dipendeva ciò dal talento dei lettori. Il mondo per essi
non era mercato ma teatro. Più sovente adunque i nostri interlocutori parlavano
dei pettegolezzi del vicinato: del tal Comune che aveva usurpato i diritti del
tal feudatario; della lite che se ne agitava dinanzi all'Eccellentissimo
Luogotenente, o della sentenza emanata, e dei soldati a piedi ed a cavallo
mandati per castigo, o come si diceva allora, in tansa presso quel
Comune a mangiargli le entrate. - Si pronosticavano i matrimoni futuri, e si
mormorava anche un tantino di quelli già stabiliti o compiuti; e per solito i
litigi le angherie le discordie dei signori castellani tenevano un buon posto
nel discorso. La vecchiona parlava di tutto con soavità e con posatezza, come
se guardasse le cose dall'alto della sua età e della sua condizione; ma questo
modo di ragionare non era in lei studiato punto punto, e vi si frammischiava a
raddolcirlo una buona dose di semplicità e di modestia cristiana. Lucilio
serbava il contegno d'un giovine che gode d'imparare da chi ne sa più di lui; e
una cotal discrezione in un saputello infarinato di lettere gli accaparrava
sempre più la stima e l'affetto della nonna. A vederlo poi adoperarlesi intorno
per renderle ogni piccolo servigio che bisognasse, s'avrebbe proprio detto che
l'era un suo vero figliuolo o almeno un uomo stretto a lei dal legame di
qualche gran benefizio ricevuto. Nulla invece di tutto ciò: era tutto effetto
di buon cuore, di bella creanza... e di furberia. Non ve lo immaginate?... Ve
lo chiarirò ora in poche parole.
Quando Lucilio si accommiatava dalla
vecchia per scendere nel tinello o tornare a Fossalta, costei restava sola
colla Clara, e non rifiniva mai dal lodarsi bonariamente delle compite maniere,
e dell'animo gentile ed educato e del savio ragionare di quel giovine. Perfino
le fattezze di lui le davano materia di encomiarlo, come specchio che le
sembravano della sua eccellenza interiore. Le vecchie semplici e dabbene,
quando prendono ad amare taluno, sogliono unire sopra quel solo capo le
tenerezze le cure e perfin le illusioni di tutti gli amori che hanno lasciato
viva una fibra del loro cuore. Perciò non vi so dire se un'amante una sorella
una sposa una madre una nonna si sarebbe stretta ad un uomo con maggior affetto
che la vecchia Contessa a Lucilio. Giorno per giorno egli avea saputo ridestare
una fiamma di quell'anima senile, assopita ma non morta nella propria bontà; e
da ultimo si era fatto voler tanto bene, che non passava giorno senza ch'egli
fosse desiderato o chiamato a tenerle compagnia. La Clara, per cui erano leggi
i desiderii della nonna, aveva preso a desiderarlo come lei; e l'arrivo del
giovine era per le due donne un momento di festa. Del resto la Contessa non
sospettava nemmeno che il giovine potesse pensare ad altro che a far una buona
azione od a ricrearsi fors'anco nei loro colloqui dall'inutile chiasso del
tinello; Lucilio era il figliuol del dottor Sperandio, e Clara la primogenita
del suo primogenito. Se qualche sospetto le avesse attraversato la mente in
tale proposito, ne avrebbe vergognato come d'un giudizio temerario e d'un
pensiero disonesto e colpevole apposto senza ragione a quella perla di giovane.
Diciamolo pure; la era troppo buona ed aristocratica per prendersi ombra di
simili paure. Il suo affetto per Lucilio prendeva tutti i modi d'una vera
debolezza; e in riguardo di lui la tornava a diventar quella che era stata pel
piccolo Orlando allorché si trattava di difendere la libertà della sua
vocazione. Che ella poi non si accorgesse della piega presa mano a mano nel
cuore dei due giovani dalla abitudine di vedersi e parlarsi sempre, non c'era
da stupirsene. La Clara non se n'accorgeva essa medesima, e Lucilio usava ogni
artifizio per nasconderla. M'avete capito? Egli avea cercato l'alleanza cieca
della vecchia per vincer la giovane.
Io sarei ora molto impacciato a
guidarvi con sicurezza nel laberinto che mi parve esser sempre l'animo di questo
giovine, e dinotarvene partitamente l'indole i pregi ed i difetti. L'era una di
quelle nature rigogliose e bollenti che hanno in sé i germi di tutte le
qualità, buone e cattive; col fomite perpetuo d'un'immaginativa sbrigliata per
fecondarle e il ritegno invincibile d'una volontà ferrea e calcolatrice per
guidarle e correggerle. Servo insieme e padrone delle proprie passioni più che
nessun altro uomo; temerario e paziente, come chi stima altamente la propria
forza, ma non vuole lasciarne sperperar indarno neppur un fiato; egoista
generoso o crudele secondo l'uopo, perché dispregiava negli altri uomini
l'obbedienza a quelle passioni di cui egli si sentiva signore, e credeva che i
minori debbano per necessità naturale cedere ai maggiori, i deboli assoggettarsi
ai forti, i vigliacchi ai magnanimi, i semplici agli accorti. La maggioranza
poi, la forza, la magnanimità, l'accortezza egli le riponeva nel saper volere
pertinacemente, e valersi di tutto e osar tutto nel contentamento della propria
volontà. Di tal tempra sono gli uomini che fanno le grandi cose, o buone o
cattive. Ma come gli si era venuta formando nel suo stato umile e circoscritto
un'indole così tenace e robusta, se non in tutto alta e perfetta? - Io non ve
lo dirò certamente. Forse la lettura dei vecchi storici e dei nuovi filosofi; e
l'osservazione della società nelle varie comunanze ov'era vissuto gliela
avevano mutata in persuasione profonda ed altera. Credeva che piccoli o grandi
si dovesse pensare a quel modo per aver diritto di chiamarsi uomini. Grande un
cotal temperamento lo portava al comando; piccolo al dispregio; due diverse
superbie delle quali non so qual sia quella che meglio si converrebbe
all'ambizione di Lucifero. Ognuno converrà peraltro che, se l'animo suo era
difettivo di quella parte sensibile e quasi femminile dove allignano la vera
gentilezza e la pietà, un potente intelletto si richiedeva a sostenerlo così
com'era, superiore affatto per larghezza di vedute e per potenza d'intenzione
all'umile sorte che gli parea preparata dal caso della nascita e delle
condizioni meno che modeste. La sua fronte, vasto nascondiglio di grandi
pensieri, saliva ancora oltre i capelli finissimi che ne ombreggiavano la
sommità; gli occhi infossati e abbaglianti cercavano più che il volto l'animo e
il cuore della gente; il naso diritto e sottile, la bocca chiusa e mobilissima
dinotavano il forte proposito e il segreto e perpetuo lavorio interiore. La sua
statura volgeva al piccolo, come del maggior numero dei veri grandi; e la
muscolatura asciutta ma elastica porgeva gli strumenti del corpo quali si
convenivano ad uno spirito turbolento ed operoso. In tutto poteva dirsi bel
giovine; ma la folla ne avrebbe trovati mille più belli di lui, o non lo
avrebbe almeno distinto fra i primi. Gli è vero che una tal qual eleganza, e
quasi un presentimento di quella semplicità inglese che doveva prender il posto
delle guarnizioni e della cipria, regolava la maniera del suo vestito; e ciò
avrebbe supplito alle comuni fattezze per renderlo a tutti notevole. Non usava né
parrucca né polvere né mai merli o scarpe fosse pur giorno di gala; portava il
cappello tondo alla quacquera, calzoni ingambati negli stivali prussiani,
giubba senza ornamenti né bottoni di smalto, e panciotto d'un sol colore
verdone o cenerognolo non lungo quattro dita oltre al fianco. Cotali mode le
aveva portate da Padova; diceva che gli piacevano per esser comodissime in
campagna, ed aveva ragione. Noi poi che s'era avvezzi a quegli sfoggi alla
Pantalone d'allora, ridevamo assai di quella succinta vestizione, senza risalto
d'oro di frangie di bei colori. La Pisana chiamava Lucilio il signor Merlo; e
quand'ei compariva, la ragazzaglia di Fratta gli sbatacchiava intorno quel
soprannome come per fargli dispetto. Egli non sorrideva come chi prende piacere
delle malizie fanciullesche; né se ne indispettiva come lo sciocco che ne tien
conto: passava oltre occupandosi di altro. Era questa la nostra bile. Credo che
quel piglio di indifferenza ce lo rendesse tanto antipatico, quanto dal vestito
ci compariva ridicolo. E quando poi, trovando per casa o la Pisana od anche me,
ci faceva bel viso, e ci carezzava, noi eravamo beati di mostrargli che le sue
moine ci annoiavano, e gli fuggivamo via non trascurando di buttarci nelle
braccia di qualunque altro che fosse lì intorno, o di metterci a giocarellare
col cane da caccia del Capitano. Rappresaglie da fanciulli! - Pure, mentre noi
ci vendicavamo a quella guisa, egli seguitava a guardarci; ed io ricordo ancora
il tenore e perfin la tinta di quegli sguardi. Mi pare che volessero dire:
Bambini miei, se credessi prezzo dell'opera l'invaghirvi di me, vorrei farvi
miei figliuoli prima di un'ora! - Infatti quando poi gli tornò conto, ci riescì
ogni qualvolta lo volle. - Quando io ripenso alla lunghissima via da lui
costantemente seguita per farsi ricevere nel cuore di Clara a mezzo dell'amore
e degli encomii della nonna, io non posso far a meno di strabiliare. Ma già
egli fu sempre così; e non ricordo negozio di piccolo o grave momento nel quale
s'imbarcasse, senza navigarci entro coll'eguale costanza, in onta alle bonaccie
o ai venti contrari. La robusta tempra di quell'uomo che non m'invitava
dapprincipio a nessuna simpatia, finì coll'impormi quell'ammirazione che
meritano le forti cose in questi tempi di fiaccona universale. Oltracciò il suo
amore per Clara, nato e covato da lunghi anni di silenzio, protetto coi mille
accorgimenti della prudenza, e con tutto il fuoco interiore d'una passione
invincibile, ebbe una tal impronta di sincerità da ricomperare qualche altro
men bello sentimento dell'animo suo. Adoperò sempre da astuto nei mezzi; ma da
forte nella perseveranza: e se fu egoismo, era l'egoismo d'un titano.
La nonna intanto, che non vedeva di
lui altro che quanto egli credeva utile di mostrarle, se ne innamorava ogni dì
più. Le poche altre visite che la riceveva durante il giorno non erano tali da
diminuirle la graditezza di quell'una. Il signor Conte che veniva a domandarle
come l'avea passato la notte in sulle undici del mattino prima di recarsi nella
cancelleria a firmare tuttoché il Cancelliere gli porgesse da firmare;
monsignor Orlando che dalle undici a mezzogiorno le faceva il quarto, colla
cognata e la nipote, sbadigliando di tutta lena per la voglia del pranzo; la
nuora che le stava dinanzi le lunghe ore, muta ed impalata infilando maglie, e
non aprendo mai la bocca che per sospirare i begli anni passati; Martino,
l'antico maggiordomo del fu suo marito, che le faceva compagnia alla sua
maniera, parlando poco e non rispondendo mai a tono, mentre la Clara usciva alla
breve passeggiata del dopopranzo; la Pisana che a volte con grandi strilli e
graffiate le era condotta innanzi fra le braccia della Faustina, ecco le
persone che le passavano dinanzi tutti i giorni, monotone ed annoiate come le
figurine d'una lanterna magica. Non era dunque strano che ella aspettasse con
impazienza il dopopranzo, quando Lucilio veniva a farla ridere colle sue
barzellette e a rischiarar un pochino d'un barlume di allegria la serena ma
grave sembianza della nipote. La gioventù è il paradiso della vita; ed i vecchi
amano l'allegria che è la gioventù eterna dell'animo. Quando Lucilio s'accorse
che il buon umore da lui infiltrato nella vecchia passava nella fanciulla, e
che ad un suo sorriso questa s'era accostumata a rispondere con un altro, la
sua pazienza cominciò a sperar vicina la ricompensa. Due persone che
avvicinandosi prendono contentezza l'una dall'altra, sono molto proclivi ad
amarsi; perfino la simpatia di due esseri melanconici passa per la
manifestazione del sorriso prima di infervorarsi in amore, e questa gioia della
mestizia ha sua ragione nella somiglianza che si discopre sempre gradevolmente
fra i nostri sentimenti e gli altrui. La passione in gran parte è formata di
compassione. Lucilio sapeva tuttociò e più assai. Mese per mese, giorno per
giorno, ora per ora, sorriso per sorriso egli seguiva con occhio premuroso e
innamorato ma tranquillo, paziente e sicuro, gli accrescimenti di quell'affetto
ch'egli veniva istillando nell'anima di Clara. Egli amava, ma vedeva; miracolo
nuovo d'amore. Vedeva la compiacenza pel piacere goduto dalla nonna nella sua
compagnia mutarsi in gratitudine per lui; indi in simpatia, per le lodi che si
figurava dovevano ronzarle sempre nelle orecchie delle sue doti belle e
brillanti. - La simpatia generò la confidenza, e questa il desiderio il piacere
di vederlo e di parlargli sempre.
Sicché Clara cominciò a sorridere per
proprio conto, allorché il giovine entrava domandando alla vecchia come la
stesse de' suoi nervi e cavandosi il guanto per tastarle il polso. - Questo,
come dissimo, fu in lui il vero cominciamento delle speranze; e vide allora che
le sementi avevano fruttato e che il rampollo germogliava. Anche nelle prime
sue visite Clara gli sorrideva; ma era cosa diversa. Lucilio aveva l'occhio
medico per le anime più che pel corpo. Per lui il vocabolario delle occhiate
dei gesti dell'accento dei sorrisi aveva tante parole come quello di ogni altra
lingua; e rade volte sbagliava nell'interpretarlo. La fanciulla non s'accorgeva
di provar dalla sua presenza maggior diletto che non ne provasse le prime
volte, ed egli potea già senza tema di sbagliare mandarle uno sguardo che le
avrebbe detto: «Tu mi ami!». Non lo avventurò tuttavia quello sguardo
così alla sprovveduta. La volontà era padrona in lui e aveva a lato la ragione;
la passione, potente e tiranna nel primo comando, aveva il buon senso di
confessarsi cieca nel resto, e di fidarsi pei mezzi a quelle oculate
operatrici. Clara era divota; non bisognava spaventarla. Essa era figlia di
conti e di contesse; non conveniva frugare nell'animo suo prima di averlo
sbrattato d'ogni superbia gentilizia. Per questo Lucilio ristette su quel primo
trionfo, come Fabio temporeggiatore, fors'anco, veggente come era fino al fondo
delle cose umane, godette soffermarsi in quella prima ed incantevole posa
dell'amore che si scopre corrisposto. Cionnonostante quando, venendo egli
talvolta da Fossalta colla comitiva di Fratta che retrocedeva dal solito
passeggio, incontravano la Clara a mezza la via, egli impallidiva lievemente nelle
guance. Non di rado anche avveniva che il Partistagno fosse con lei, superbo di
quell'onore; e nell'abboccarsi colla brigata egli non mancava di volgere sul
dottorino di Fossalta uno sguardo quasi di altero disprezzo. Lucilio sosteneva
quello sguardo, come sosteneva le burle dei ragazzi, con una indifferenza più
superba e sprezzante a tre doppi. Ma l'indifferenza campeggiava sul volto;
l'inno della vittoria gli cantava nel cuore. La fronte di Clara, immalinconita
dalle sincere ma rozze galanterie del giovine castellano, s'irradiava d'uno
splendore di contentezza quando vedeva da lungi la grave ed ideale figura del
figliuolo adottivo della nonna. Partistagno le volgeva di sbieco una lunga
occhiata d'ammirazione: Lucilio la adocchiava appena di volo, e ambidue si
inebriavano l'uno d'una vana speranza l'altro d'una ragionata certezza d'amore.
Quanto al signor Conte, alla signora
Contessa, e al buon Monsignore, essi erano troppo in alto coi pensieri,
ovverosia troppo occupati della propria grandezza, per badare a simili
minuzzoli. Il resto della comitiva non ardiva levar gli occhi tant'alto, e così
queste vicende d'affetto succedevano fra i tre giovani senza che vi si
ingerisse sguardo profano od importuno. Martino qualche volta mi chiedeva: -
Hai veduto capitare il dottor Lucilio oggi? - (Lo chiamavano dottore benché non
avesse diploma, perché aveva guardate molte lingue e tastati molti polsi nel
territorio). - Io gli rispondeva gridando a piena gola: - No, non l'ho veduto!
- Questo dialogo avveniva sempre quando la Clara o soletta o accompagnata dal
Partistagno usciva nel dopopranzo, meno serena ed ilare del solito. Martino
forse ci vedeva più che ogn'altro, ma non ne diede mai altro indizio che
questo. Quanto alla Pisana la mi diceva sovente: «Se io fossi mia sorella
vorrei sposare quel bel giovane che ha tanti bei nastri sulla giubba e un così
bel cavallo, con una gualdrappa tutta indorata; e il signor Merlo lo farei
mettere in una gabbietta per regalarlo alla nonna il giorno della sua sagra».
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