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L'ultimo assedio del castello di
Fratta nel 1786, e le prime mie gesta. Felicità di due amanti, angosciose
trepidazioni di due monsignori, e strano contegno di due cappuccini. Germano,
portinaio di Fratta, è ammazzato; il castellano di Venchieredo va in galera,
Leopardo Provedoni prende moglie, ed io studio il latino. Fra tutti non mi par
d'esser il più infelice.
Gli è della storia della mia vita,
come di tutte le altre, credo. Essa si diparte solitaria da una cuna per
frapporsi poi e divagare e confondersi coll'infinita moltitudine delle umane
vicende, e tornar solitaria e sol ricca di dolori e di rimembranze verso la
pace del sepolcro. Così i canali irrigatori della pingue Lombardia sgorgano da
qualche lago alpestre o da una fiumiera del piano per dividersi suddividersi
frastagliarsi in cento ruscelli, in mille rigagnoli e rivoletti: più in giù
l'acque si raccolgono ancora in una sola corrente lenta pallida silenziosa che
sbocca nel Po. È merito o difetto? - Modestia vorrebbe ch'io dicessi merito;
giacché i casi miei sarebbero ben poco importanti a raccontarsi, e le opinioni
e i mutamenti e le conversioni non degne da essere studiate, se non si
intralciassero nella storia di altri uomini che si trovarono meco sullo stesso
sentiero, e coi quali fui temporaneamente compagno di viaggio per questo
pellegrinaggio del mondo. Ma saranno queste le mie confessioni? O non somiglio
per cotal modo alla donnicciuola che in vece de' proprii peccati racconta al
prete quelli del marito e della suocera, o i pettegolezzi della contrada? -
Pazienza! - L'uomo è così legato al secolo in cui vive che non può dichiarare
l'animo suo senza riveder le buccie anche alla generazione che lo circonda.
Come i pensieri del tempo e dello spazio si perdono nell'infinito, così l'uomo
d'ogni lato si perde nell'umanità. Gli argini dell'egoismo, dell'interesse, e
della religione non bastano; la filosofia nostra può aver ragione nella
pratica; ma la sapienza inesorabile dell'India primitiva si vendica dei nostri
sistemi arrogantelli e minuziosi nella piena verità della metafisica eterna.
Intanto avrete notato che nel racconto della mia infanzia i personaggi mi si
sono moltiplicati intorno che è un vero spavento. Io stesso ne sono sgomentito;
come quella strega che si spaventava dei diavoli dopo averli imprudentemente evocati.
È una vera falange che pretende camminar di fronte con me, e col suo strepito e
colle sue ciarle rallenta di molto quella fretta ch'io avrei d'andar innanzi.
Ma non dubitate; se la vita non è una battaglia campale, è però un viluppo
continuo di scaramuccie e badalucchi giornalieri. Le falangi non cadono a
schiere come sotto al fulminar dei cannoni, ma restano scompaginate, decimate,
distrutte dalle diserzioni, dagli agguati, dalle malattie. I compagni della
gioventù ci lasciano ad uno ad uno, e ci abbandonano alle nuove amicizie rade
guardinghe interessate della virilità. Da questa al deserto della vecchiaia è
un breve passo pieno di compianti e di lagrime. Date tempo al tempo, figliuoli
miei! Dopo esservi raggirati con me nel laberinto allegro vario e popoloso
degli anni più verdi, finirete a sedere in una poltrona, donde il povero
vecchio stenta a mover le gambe e pur s'affida a forza di coraggio e di
meditazioni al futuro che si stende al di qua e al di là della tomba. Ma per
adesso lasciate che vi mostri il mondo vecchio; quel mondo che bamboleggiava
ancora alla fine del secolo scorso, prima che il magico soffio della
rivoluzione francese gli rinnovasse spirito e carni. La gente d'allora non è
quella d'adesso: guardatela e fatevene specchio d'imitazione nel poco bene, e
di correzione nel molto male. Io, superstite di quella nidiata, ho il diritto
di parlar chiaro: voi avrete quello di giudicar noi e voi dopoché avrò parlato.
Non mi ricordo più quanti, ma certo
pochissimi giorni dopo l'abboccamento del castellano di Venchieredo col Conte,
il paese di Fratta fu verso sera turbato da un'improvvisa invasione. Erano
villani e contrabbandieri che scappavano, e dietro a loro Cernide buli e
cavallanti che scorazzavano alla rinfusa, sbraitando sulla piazza, percotendo
malamente i contadini che incontravano e facendo il più gran subbuglio che si
potesse vedere. Al primo sussurrare di quella gentaglia la Contessa, ch'era
uscita con monsignore di Sant'Andrea e colla Rosa per la sua passeggiata del
dopopranzo, s'affrettò a rinchiudersi in castello, e lì fece svegliare il
marito perché vedesse cos'era quella novità. Il Conte, che da una settimana non
potea dormire che con un occhio solo, scese precipitosamente in cucina, e in
breve tempo il Cancelliere, monsignor Orlando, Marchetto, Fulgenzio, il
fattore, il Capitano gli furono intorno colla cera più spaventata del mondo.
Oramai ognuno aveva capito che non sarebbero tornati con tanta facilità alla
calma d'una volta; e ad ogni nuovo segno di burrasca la paura raddoppiava come
nell'animo del convalescente ai sintomi d'una recidiva. Anche quella sera toccò
al capitano Sandracca e a tre de' suoi assistenti fare il cuor del leone, e
uscire alla scoperta. Ma non passarono cinque minuti ch'essi erano già tornati
colla coda fra le gambe e con nessuna volontà di ritentar l'esperimento. Quella
masnada che tumultuava in piazza era la sbirraglia di Venchieredo e non pareva
disposta per nulla alla ritirata. Gaetano dal quartier generale dell'osteria
giurava e spergiurava che avrebbe messo a pezzi i contrabbandieri e che quelli
che si erano rifugiati in castello l'avrebbero pagata più cara degli altri.
Egli pretendeva che lì in paese fosse una lega stabilita per frodar i diritti
del Fisco, e che il Cappellano ed il Conte ne fossero i caporioni. Ma era
venuto il momento, diceva egli, di sterminare questa combriccola, e giacché chi
doveva tutelare le leggi nel paese se ne mostrava il più impudente nemico, a
loro toccava adempiere i decreti della Serenissima Signoria e farsi grandissimo
merito con quell'impresa.
- Germano, Germano, alza il ponte
levatoio, e spranga bene il portone! - si mise a strillare il Conte, poiché
ebbe udito tutta questa tiritera di insulti e di fandonie.
- Il ponte l'ho già alzato io,
Eccellenza! - rispose il Capitano - anzi per maggior sicurezza l'ho fatto
gettar nel fossato da tre dei miei uomini perché le carrucole non volevano
girare.
- Benissimo, benissimo! chiudete le
finestre, e chiudete tutti gli usci a catenaccio - soggiunse il Conte. - Che
nessuno osi muover piede fuori del castello!
- Sfido io a moversi ora che è
rovinato il ponte! - osservò il cavallante.
- Mi pare che il ponticello della
scuderia ci assicuri una sortita in caso di bisogno - replicò sapientemente il
Capitano.
- No, no, non voglio sortite! - tornò
a gridare il Conte - buttate giù subito anche il ponticello della scuderia: io
metto da questo punto il mio castello in istato d'assedio e di difesa.
- Faccio osservare a Sua Eccellenza che
rotto quel ponte non si saprà più donde uscire per le provvigioni della
giornata - obbiettò il fattore inchinandosi.
- Non importa! dice bene mio marito!
- rispose la Contessa che era la più spaventata di tutti. - Voi pensate ad
ubbidire e a demolir tosto il ponticello delle scuderie: non c'è tempo da
perdere! Potremmo esser assassinati da un momento all'altro.
Il fattore s'inchinò più
profondamente di prima, e uscì per adempiere all'incarico ricevuto. Un quarto
d'ora dopo le comunicazioni del castello di Fratta col resto del mondo erano
intercettate affatto, e il Conte e la Contessa respirarono di miglior voglia.
Solamente monsignor Orlando, che pur non era un eroe, s'arrischiò di mostrare
qualche inquietudine sulla difficoltà di procacciarsi la solita quantità di
manzo e di vitello per l'indomani. Il signor Conte, udite le rimostranze del
fratello, ebbe campo di mostrare l'acume e la prontezza del suo genio
amministrativo.
- Fulgenzio - diss'egli con voce
solenne - quanti neonati ha la vostra scrofa?
- Dieci, Eccellenza - rispose il
sagrestano.
- Eccoci provveduti per tutta la
settimana - riprese il Conte - giacché pei due giorni di magro provvederà la
peschiera.
Monsignor Orlando sospirò
angosciosamente ricordando le belle orade di Marano e le anguille succolente di
Caorle. Ohimè, cos'erano a paragone di quelle i pesciolini pantanosi e i
ranocchi della peschiera?
- Fulgenzio; - proseguì intanto il
Conte - farete ammazzare due dei vostri porcellini; l'uno per l'allesso e
l'altro per l'arrosto: avete inteso, Margherita?
Fulgenzio e la cuoca s'inchinarono
alla lor volta; ma sospirare toccò allora a monsignor di Sant'Andrea, il quale
per un suo incommodo intestinale non potea digerire la carne porcina, e quella
prospettiva di una settimana d'assedio con un simile regime non gli andava a
sangue per nulla. Senonché la Contessa, che gli lesse questo scontento in viso,
s'affrettò ad assicurarlo che per lui si avrebbe messo a bollire una pollastra.
La fisonomia del canonico si rischiarò tutta d'una santa tranquillità; e con un
buon pollaio anche una settimana d'assedio gli parve un moderatissimo
purgatorio. Allora, dato ordine al rilevantissimo negozio della cucina, la
guarnigione si sparpagliò a porre la fortezza in istato di difesa. Si
appostarono alcuni vecchi moschetti alle feritoie; si trascinarono due disusate
spingarde nel primo cortile; si sbarrarono le porte e le balconate. Da ultimo
si sonò la campanella pel rosario, e nessuno lo avea detto da molti anni con
maggior divozione che in quella sera.
La Contessa in quei momenti era
troppo fuori di sé per badare ad altri che a se stessa, ma sua suocera quando
cominciò ad imbrunire chiese conto della Clara, perché la tardasse tanto a
portarle il suo solito panbollito.
La Faustina la Pisana ed io ci
mettemmo tantosto a cercarla; chiama di qua cerca di là, non ci fu verso che la
potessimo trovare. L'ortolano soltanto ci disse averla veduta uscire dalla
parte della scuderia un paio d'ore prima; ma di più egli non ne sapeva, e
credeva la fosse rientrata, come costumava, dalla banda del piazzale colla
signora Contessa. Di lì certo non l'avrebbe potuto ripassare, perché il fattore
avea eseguito tanto appuntino gli ordini ricevuti, che del ponticello non
rimaneva vestigio. D'altronde la notte cadeva già buia buia, e non era a
credersi che la fosse stata a zonzo in fin allora. Ci rimisimo dunque in
traccia di lei, e solo dopo un'altra ora di minute ed infruttuose indagini la
Faustina si decise a rientrare in cucina per dare ai padroni quella tristissima
nuova dello sparimento della Contessina.
- Giurabbacco! - sclamò il Conte -
certo quei manigoldi ce l'hanno portata via!
La Contessa volle affliggersene
assai, ma la propria inquietudine la occupava troppo perché la vi potesse
riescire.
- Figuratevi - continuava il marito -
figuratevi cosa son capaci di fare quegli sciagurati che danno del
contrabbandiere a me per poter mettere a soqquadro il paese! Ma me la
pagheranno, oh sì che me la pagheranno! - soggiungeva sotto voce per paura che
non lo udissero fuori del girone.
- Sì, chiacchierate, chiacchierate! -
riprese la signora - le chiacchiere son proprio buone da aiutarvi a friggere!
Ecco che da tre ore noi siamo chiusi in rete e non avete pensato a nessuna
maniera da levarci di ragna!... Vi portano via la figlia e voi vi sfiatate a
dire che ve la pagheranno!... Già per quello che la costa a voi, ben poco
potreste pretendere!
- Come, signora moglie?... Per quello
che la costa a me?... Cosa sarebbe a dire?
- Eh se non intendete, aguzzatevi il
cervello. Voleva dire che dei figli vostri e di me stessa e della nostra salute
voi vi date tanto pensiero come di raddrizzare la punta al campanile. - (Qui la
Contessa ne fiutò rabbiosamente una presa). - Vediamo cosa avete pensato per
cavarci d'imbroglio?... In qual maniera volete andar in traccia della Clara!?
- Siate buonina, diamine!... La
Clara, la Clara!... non c'è poi soggetto da indiavolarsene tanto. Sapete come
l'è bellina e costumata. Io son d'opinione che se anche dormisse una notte
fuori del castello non le interverrà alcun guaio. Quanto a noi, spero che non
vorrete ridurci alle schioppettate. - (La Contessa mosse un gesto di ribrezzo e
di impazienza). - Dunque - (seguitò l'altro) - proveremo a parlamentare!
- Parlamentare coi ladri! benone per
diana!
- Ladri!... chi vi dice che sian ladri?...
Son messi di giustizia, un po' spicciativi, un po' ubbriachi se volete, ma pur
sempre vestiti di un'autorità legale, e quando sarà loro passata la scalmana,
intenderanno ragione. S'erano troppo infervorati nel dar la caccia a due o tre
contrabbandieri; il vino li ha fatti stravedere, ed hanno creduto che i
fuggitivi si siano ricoverati a Fratta. Cosa c'è di straordinario in questo?...
Se li persuaderemo che qui di contrabbandi non ce n'è mai stata orma, essi
torneranno verso casa mansueti come agnellini.
- Eccellenza, ella si dimentica una
circostanza - s'intromise a dire monsignore di Sant'Andrea. - Sembra che i
fuggitivi fossero sgherani essi pure travestiti da contrabbandieri e cacciati
innanzi come pretesti a movere questo gran tafferuglio. Germano pretende aver
conosciuto fra loro alcun mustacchione di Venchieredo.
- Eh cosa c'entro io! cosa ci ho a
far io! - sclamò disperatamente il povero Conte.
- Si potrebbe intanto mandar fuori
alcuno di soppiatto che spiasse come vanno le cose, e cercasse conto della
Contessina - consigliò il cavallante.
- Oibò, oibò! - rispose stremenzita
la Contessa - sarebbe una grave imprudenza, tanto più che in castello si
scarseggia di gente e non è questo il momento da allontanare i più esperti!
La Pisana che era accosciata con me
fra le ginocchia di Martino, si avanzò baldanzosamente verso il focolare,
offrendosi ad andar lei in traccia della sorella; ma erano tanto costernati che
nessuno fuori di Marchetto sembrò accorgersi di quella fanciullesca e
commovente temerità. Peraltro l'esempio non fu senza frutto, e dopo la Pisana
io pure m'offersi ad uscire in cerca della Contessina. Questa volta l'offerta
ebbe la fortuna di fermare taluno.
- Davvero tu ti arrischieresti ad
andar fuori per dar una occhiata? - mi domandò il fattore.
- Sì certo - soggiunsi io, alzando la
testa e guardando fieramente la Pisana.
- Ci andremo insieme - disse la
fanciulla che non volea parere dammeno di me.
- Eh no, non sono affari da signorine
questi, - riprese il fattore - ma qui il Carlino potrebbe trarsi d'impaccio a
meraviglia. N'è vero, signora Contessa, che la pensata è buona?
- In difetto di meglio non dico di no
- rispose la signora. - Già qui dentro un fanciullo di poco aiuto ci vorrebbe essere,
e fuori invece non darebbe sospetto e potrebbe metter il naso in ogni luogo.
Così anche l'esser malizioso e petulante come il demonio, gli avrà giovato una
volta.
- Ma voglio andar fuori anch'io!
anch'io voglio andar in traccia della Clara! - si mise a strillare la Pisana.
- Lei, signorina, andrà a letto sul
momento - riprese la Contessa; e fece un cenno alla Faustina perché il comando
avesse effetto tantosto.
Allora fu una piccola battaglia di
urli di graffiate di morsi; ma la cameriera la vinse e la disperatella fu
menata bellamente a dormire.
- Cosa devo poi rispondere alla
Contessa vecchia in quanto alla contessina Clara? - domandò la donna
nell'andarsene colla Pisana che le strepitava fra le braccia...
- Ditele che è perduta, che non la si
trova, che tornerà domani! - rispose la Contessa.
- Sarebbe meglio darle ad intendere
che sua zia di Cisterna è venuta a prenderla, se è lecito il consiglio -
soggiunse il fattore.
- Sì, sì! datele ad intendere qualche
fandonia! - sclamò la signora - ché non la pensi di farci disperare ché dei
crucci ne abbiamo anche troppi.
La Faustina se n'andò, e s'udirono i
pianti della Pisana dileguarsi lungo il corridoio.
- Ora a noi, serpentello - mi disse
il fattore prendendomi garbatamente per un'orecchia. - Sentiamo cosa sarai
buono di farci una volta uscito dal castello!
- Io... io prenderò un giro per la
campagna - soggiunsi - e poi, come se nulla fosse, capiterò all'osteria, dove
sono quei signori, a piangere e a lagnarmi di non poter rientrare in
castello... Dirò che sono uscito nel dopopranzo, che era insieme colla
contessina Clara e che poi mi son perduto a correre dietro le farfalle e non ho
più potuto raggiungerla. Allora chi ne sa me ne darà notizia ed io tornerò
dietro le scuderie a zufolare, e l'ortolano mi allungherà una tavola sulla
quale ripasserò il fossato come lo avrò passato nell'uscire.
- A meraviglia: tu sei un paladino! -
rispose il fattore.
- Di che cosa si tratta? - mi domandò
Martino che si sgomentiva di tutti quei discorsi che mi vedeva fare, senza
poterne capire gran che.
- Vado fuori in cerca della
Contessina che non è ancora rientrata - io gli risposi con tutto il fiato dei
polmoni.
- Sì, sì, fai benissimo - soggiunse
il vecchio - ma abbi gran prudenza.
- Per non comprometter noi - continuò
la Contessa.
- Peraltro andrà bene che tu stia un
poco origliando i discorsi degli scherani che sono all'osteria per conoscere le
loro intenzioni - aggiunse il Conte. - Così potremo regolarci per le pratiche
ulteriori.
- Sì, sì! e torna presto, piccino! -
riprese la Contessa accarezzandomi quella zazzera disgraziata cui tante volte
era toccata una sorte ben diversa. - Va', guarda, osserva, e riportaci tutto
fedelmente! Il Signore ti ha fatto così furbo e risoluto per nostro maggior
bene!... Va' pure, e che il Signore ti benedica, e ricordati che noi stiamo qui
ad attenderti col cuore sospeso!
- Tornerò appena abbia odorato
qualche cosa - risposi io con piglio autorevole, ché già fin d'allora mi
sentivo uomo in quell'accolta di conigli.
Marchetto il fattore e Martino
vennero meco, confortandomi e raccomandandomi ad usar prudenza accortezza e
premura. Si lanciò una tavola da fabbrica nel fosso; io ch'era assai destro in
quella maniera di navigare, varcai felicemente all'altra sponda, e d'un colpo
di mano rimandai loro lo scafo. Indi, mentre nella cucina del castello
intonavano per consiglio di monsignor Orlando un secondo rosario, mi misi fra
le folte ombre della notte alla mia coraggiosa spedizione.
La Clara infatti, uscita dalla
pustierla del castello prima dei vespri, come avea riferito l'ortolano, non era
più ritornata. Credeva ella incontrar la sua mamma lungo la strada di Fossalta,
e così un passo dietro l'altro era arrivata a questo villaggio senza imbattersi
in nessuno. Allora dubitò che l'ora fosse più tarda del consueto, e che la
brigata del castello avesse dato addietro appunto durante il giro da lei
percorso nell'andare dall'orto alla strada. Si rivolse dunque frettolosamente
per ridursi essa pure a casa; ma non avea camminato un trar di sasso che lo scalpito
d'una pedata la sforzò a voltarsi. Era Lucilio; Lucilio calmo e pensoso come il
solito, ma irraggiato in quel momento da una gioia mal celata o fors'anche non
voluta celare. Egli pareva moversi appena; eppure in un lampo fu al fianco
della donzella e ad ambidue forse quel lampo non sembrò così subito come il
desiderio voleva. Nessuna cosa accontenterà mai la rapidità del pensiero: la
vaporiera oggimai sembra troppo lenta; l'elettrico un giorno parrà più pigro e
noioso d'un cavallo di vettura. Credetelo - si farà si farà; e in ultima
analisi le proporzioni rimarranno le stesse, come nel quadro ingrandito dalla
lente. Gli è che la mente indovina sopra di sé un mondo altissimo lontano
inaccessibile; e ogni giro, ogni passo, ogni spirale che si mova o si agiti
senza raccostarla a quel sognato paradiso non sembrerà moto ma torpore e noia.
Che vale andar da Milano a Parigi in trentasei ore piuttostoché in duecento?
Che vale poter vedere in quarant'anni dieci volte, in vece che una, le quattro
parti del mondo? Né il mondo s'allarga né la vita s'allunga per ciò; e chi
pensa troppo, correrà sempre fuori di quei limiti nell'infinito, nel mistero
senza luce. Alla Clara e a Lucilio parve lunghissimo quell'attimo che li mise
l'uno allato dell'altra; e il tempo all'incontro che camminarono insieme fino
alle prime case di Fratta passò in un baleno. E sì che i piedi andavano innanzi
a malincuore; e senza accorgersi molte e molte volte s'erano fermati lungo la
via discorrendo della nonna, del castellano di Venchieredo, delle loro opinioni
in proposito, e più anche di se stessi, dei proprii affetti, del bel cielo che
li innamorava e del bellissimo tramonto che li fece restare lunga pezza
estatici a contemplarlo.
- Ecco come io vorrei vivere! -
sclamò ingenuamente la Clara.
- Come? Oh me lo dica subito! -
soggiunse Lucilio colla sua voce più bella. - Ch'io vegga se son capace di
comprendere i suoi desiderii, e di parteciparne!
- Davvero ho detto che vorrei vivere
così; - riprese la Clara - ed ora non saprei spiegare il mio desiderio. Vorrei
vivere cogli occhi di questa splendida luce di cielo; colle orecchie di questa
pace allegra ed armoniosa che circonda la natura quando si addormenta; e
coll'anima e col cuore in quei dolci pensieri di fratellanza, in quei grandi
affetti senza distinzione e senza misura che sembrano nascere dallo spettacolo
delle cose semplici e sublimi!
- Ella vorrebbe vivere di quella vita
che la natura aveva preparato agli uomini savi, uguali, innocenti! - rispose
mestamente Lucilio. - Vita che nei nostri vocabolari ha nome di sogno e di
poesia. Oh sì! la comprendo benissimo; perché anch'io respiro l'aria
imbalsamata dei sogni, e mi affido alle poesie della speranza, per non
rispondere coll'odio all'ingiustizia e colla disperazione al dolore. Vegga un
po' come siamo disposti a sproposito. Chi ha braccia non ha cervello; chi ha
cervello non ha cuore; chi ha cuore e cervello non ha autorità. Dio sta sopra
di noi, e lo dicono giusto e veggente. Noi, figliuoli di Dio, ciechi ingiusti
ed oppressi, colla voce cogli scritti colle opere lo neghiamo ad ogni momento.
Neghiamo la sua provvidenza, la sua giustizia, la sua onnipotenza! È un dolore
vasto come il mondo, duraturo quanto i secoli, che ci sospinge, ci incalza, ci
atterra; e un giorno alfine ci fa risovvenire che siamo eguali; tutti, ma solo
nella morte!...
- Nella morte, nella morte!! dica
nella vita, nella vera vita che durerà sempre! - sclamò come inspirata la Clara
- ed ecco dove Dio risorge, e torna ad aver ragione sulle contraddizioni di
quaggiù.
- Dio dev'essere dappertutto -
soggiunse Lucilio con una tal voce nella quale un divoto avrebbe desiderato
maggior calore di fede. Ma la Clara non ci vide entro nessun dubbio in quelle
parole, ed ei ben sel sapeva che sarebbe stato così; giacché altrimenti non
avrebbe parlato.
- Sì, Dio è dappertutto! - riprese
ella con un sorriso angelico, mandando gli occhi per ogni parte del cielo - non
lo vede non lo sente non lo respira dovunque? I buoni pensieri, i dolci
affetti, le passioni soavi donde ci vengono se non da lui?... Oh io lo amo il
mio Dio come fonte di ogni bellezza e di ogni bontà!
Se mai vi fu argomento che valesse a
persuadere un incredulo d'alcuna verità religiosa, fu certo l'aria divina che
si diffuse in quel momento sulle sembianze di Clara. L'immortalità si stampò a
carattere di luce su quella fronte confidente e serena; nessuno certo avrebbe
osato dire che in tanto prodigio d'intelligenza di sentimento e di bellezza, la
natura avesse provveduto soltanto ad ammannir un pascolo ai vermi. Vi sono, sì,
facce morte e petrigne, sguardi biechi e sensuali, persone grevi curve
striscianti che possono accarezzare col loro sucido esempio le spaventose
fantasie dei materialisti; e ad esse parrebbe di doversi negare l'eternità
dello spirito, come agli animali o alle piante. Ma fra tanta ciurma semimorta
si erge in alto qualche fronte che sembra illuminarsi d'una luce sovrumana:
dinanzi a questa il cinico va balbettando confuse parole; ma non può impedire
che non gli tremoli in cuore o speranza o spavento d'una vita futura. - Quale?
chiedono i filosofi. - Non chiedetelo a me, se sventura vuole che non vi faccia
contenti quella sapienza secolare che si è condensata nella fede. Chiedetelo a
voi stessi. - Ma certo se la materia organica anche sciolta la compagine umana
seguita a fermentare ed a vivere materialmente nel grembo della terra, lo
spirito pensante dovrà agitarsi tuttavia e vivere spiritualmente nel pelago dei
pensieri. Il moto, che non si arresta mai nel congegno affaticato delle vene e
dei nervi, potrà retrocedere o acquietarsi nell'instancabile e sottile elemento
delle idee? - Lucilio si fermò cogli occhi quasi estatici ad ammirare le
sembianze della sua compagna. Allora un riverbero di luce gli lampeggiò sul
volto, e per la prima volta un sentimento non tutto suo ma comandatogli dai
sentimenti altrui si fece strada nelle pieghe tenebrose del suo cuore. Si
riebbe peraltro da quella breve sconfitta per tornar tristamente padrone di sé.
- Divina poesia! - diss'egli togliendo
gli occhi dal bel tramonto che omai si scolorava in un vago crepuscolo - chi
primo si alzò con te nelle speranze infinite fu il vero consolatore
dell'umanità. Per insegnare agli uomini la felicità bisognerebbe educarli
poeti, non scienziati o anatomici.
La Clara sorrise pietosamente; e gli
chiese:
- Ella dunque, signor Lucilio, non è
gran fatto felice?
- Oh sì, lo sono ora come forse non
potrò mai esserlo! - sclamò il giovine stringendole improvvisamente una mano. A
quella stretta scomparve dal volto della fanciulla lo splendore immortale della
fede, e la luce tremula e soave del sentimento vi si diffuse come un bel chiaro
di luna dopo l'oscurarsi vespertino del sole.
- Sì, sono felice come forse non lo
sarò mai più! - proseguì Lucilio - felice nei desiderii, perché i desiderii
miei sono pieni di speranza, e la speranza mi invita da lunge come un bel
giardino fiorito. Ahimè non cogliete quei fiori! non dispiccateli dal loro
gracile stelo! Per cure che ne abbiate poi, dopo tre giorni intristiranno; dopo
cinque non sarà più in loro il bel colore il soave profumo! Alla fine cadranno
senza remissione nel sepolcro della memoria!
- No, non chiami la memoria un
sepolcro! - soggiunse con forza la Clara. - La memoria è un tempio, un altare!
Le ossa dei santi che veneriamo sono sotterra, ma le loro virtù splendono in
cielo. Il fiore perde la freschezza e il profumo; ma la memoria del fiore ci
rimane nell'anima incorruttibile ed odorosa per sempre!
- Dio mio, per sempre, per sempre! -
sclamò Lucilio correndo colla veemenza degli affetti dove lo chiamava
l'opportunità di quegli istanti quasi solenni. - Sì, per sempre! E sia un
istante, sia un anno, sia un'eternità, questo sempre bisogna riempirlo
satollarlo beatificarlo d'amore per non vivere abbracciati colla morte! Oh sì,
Clara, l'amore ricorre all'infinito per ogni via; se v'è parte in noi sublime
ed immortale è certamente questa. Fidiamoci a lui per non diventar creta prima
del tempo; per non perdere almeno quella poesia istintiva dell'anima che sola
abbellisce la vita!... Sì, lo giuro ora; lo giuro, e mi ricorderò sempre di
questo rapimento che mi fa maggiore di me stesso. Il desiderio è così potente
da tramutarsi in fede; l'amor nostro durerà sempre, perché le cose veramente
grandi non finiscono mai!...
Queste parole pronunciate dal giovine
con voce sommessa, ma vibrata e profonda, svegliarono deliziosamente i confusi
desiderii di Clara. Non se ne maravigliò punto, perché trovava stampate nel
proprio cuore già da lungo tempo le cose udite allora. Gli sguardi, i colloqui,
le arti pazienti raffinate di Lucilio aveano preparato nell'anima di lei un
posto sicuro a quell'ardente dichiarazione. E sentirsi ripetere dalla sua bocca
quello che il cuore aspettava senza saperlo, fu piucché altro il risvegliarsi
subitaneo d'una gioia timida e latente. Successe nell'anima di lei quello che
sulle lastre del fotografo al versarsi dell'acido; l'immagine nascosta si
disegnò in tutte le sue forme: e se stupì in quel momento, fu forse di non
potersi stupire. Peraltro un turbamento arcano e non provato mai le vietò di
rispondere alle ardenti parole del giovane; e mentre cercava ritrarre la
propria mano dalla sua, fu costretta anzi a cercarvi un appoggio perché si
sentiva venir meno d'un deliquio di piacere.
- Clara, Clara per carità rispondi! -
le veniva dicendo Lucilio sorreggendola angosciosamente e volgendo intorno gli
occhi a spiare se qualcuno veniva. - Rispondimi una sola parola!... non
uccidermi col tuo silenzio, non punirmi collo spettacolo del tuo dolore!..
Perdono se non altro, perdono!...
Egli sembrava lì lì per cadere in
ginocchio tanto pareva smarrito, ma era un'attitudine studiata forse per dar
fretta al tempo. La fanciulla si riebbe in buon punto e gli volse per unica
risposta un sorriso. Chi raccolse mai nelle pupille uno di quei sorrisi e non
ne tenne poi conto per tutta la vita? Quel sorriso che domanda compassione, che
promette felicità, che dice tutto, che perdona tutto; quel sorriso esprimente
un'anima che si dona ad un'altra anima; che non ha in sé riverbero alcuno di
immagini mondane, ma che splende solo d'amore e per amore; quel sorriso che
comprende o meglio dimentica il mondo intero, per vivere e farti vivere di se
stesso, e che in un lampo solo schiude affratella e confonde le misteriose
profondità di due spiriti in un unico desiderio d'amore e d'eternità, in un
unico sentimento di beatitudine e di fede! - Il cielo che si aprisse pieno di
visioni divine e d'ineffabili splendori agli occhi d'un santo, non sarebbe
certo più incantevole di quella meteora di felicità che guizza raggiante e ahi
spesso fugace nelle sembianze d'una donna. È una meteora; è un baleno; ma in
quel baleno, più che in dieci anni di meditazioni e di studi l'anima travede i
confusi orizzonti d'una vita futura. Oh quante volte all'oscurarsi di quelle
sembianze s'annuvolò dentro di noi il bel sereno della speranza, e il pensiero
precipitò bestemmiando nel gran vuoto del nulla, come Icaro sfortunato cui si
fondevano le ali di cera! Quali sùbiti, dolorosi trabalzi dall'etere inane dove
nuotano miriadi di spiriti in oceani di luce, al morto e gelido abisso che non
vedrà mai raggio di sole, che mai non darà vita per volger di secoli a una
larva pensata! E la scienza, erede di cento generazioni, e l'orgoglio, frutto
di quattromill'anni di storia, fuggono come schiavi colti in fallo, al
tempestar minaccioso d'un sentimento. Che siamo noi, dove andiamo noi, poveri
pellegrini fuorviati? Qual è la guida che ci assicura d'un viaggio non
infelice? Mille voci ne suonano dintorno; cento mani misteriose accennano a
sentieri più misteriosi ancora; una forza segreta e fatale ci spinge a destra
ed a sinistra; l'amore, alato fanciullo c'invita al paradiso; l'amore, demonio
beffardo ci stritola nel niente. E solo la fede che il sacrifizio sarà contato
a minor danno delle vittime sostenta i nostri pensieri nell'aria vitale.
Ma Lucilio?... Oh Lucilio allora non
pensava a ciò! I pensieri vengon dietro alle gioie, come la notte al tramonto,
come il gelido verno all'autunno canoro e dorato. Egli amava da anni; da anni
drizzava ogni suo consiglio, ogni sua arte, ogni sua parola a incalorire nel
lontano futuro la beatitudine di quel momento; da anni camminava accorto
paziente per vie tortuose e solitarie ma rischiarate qua e là da qualche
barlume di speranza; camminava lento e instancabile verso quella cima fiorita,
donde contemplava allora e teneva per sue tutte le gioie tutte le delizie tutte
le ricchezze del mondo, come il monarca dell'universo. Era giunto a comporre
una pietra filosofale; da una laboriosa miscela di sguardi di azioni di parole
avea tratto l'oro purissimo della felicità e dell'amore. Alchimista vittorioso
assaporava con tutti i sensi dell'anima le delizie del trionfo; artista
entusiasta e passionato non finiva d'ammirare e godere l'opera propria in quel
divino sorriso che spuntava come l'aurora d'un giorno più bello sul volto di
Clara.
Ad altri avrebbero tremato in cuore
gratitudine, divozione, e paura; a lui la superbia ritemprò le fibre d'una
gioia sfrenata e tirannica. Io forse e mille altri simili a me avremmo
ringraziato colle lagrime agli occhi; egli ricompensò l'ubbidienza di Clara con
un bacio di fuoco.
- Sei mia! sei mia! - le disse
alzando la destra di lei verso il cielo. E voleva significare: Ti merito,
perché ti ho conquistata!
Clara nulla rispose. Senza
accorgersene e senza parlare avea amato in fino allora; e il momento in cui
l'amore si fa conscio di sé non è quello per lui di diventar loquace. Solamente
sentì per la prima volta di essere con tutta l'anima in potere d'un altro; e
ciò non fece altro che cambiare il suo sorriso dal color della gioia in quello
della speranza. A primo tratto avea goduto per sé; allora godeva per Lucilio, e
questo contento fu più facile e caro a lei perché più pietoso e pudico.
- Clara; - continuò Lucilio - l'ora
si fa tarda e ci aspetteranno al castello!
La giovinetta si destò come da un
sogno; si stropicciò gli occhi colla mano e li sentì bagnati di lagrime.
- Volete che andiamo? - rispose ella
con una voce soave e dimessa che non pareva la sua. Lucilio senza mover parola
si ravviò per la strada; e la fanciulla gli veniva del paro docile e mansueta
come l'agnella al fianco della madre. Il giovine per quel giorno non chiedeva
di più. Scoperto il tesoro, voleva goderne lungamente come l'avaro, non
disperderlo all'impazzata in guisa dei prodighi per trovarsi poi misero peggio
di prima e col sopraccollo delle memorie sfumate.
- Mi amerai sempre? - le domandò egli
dopo alcuni passi silenziosi.
- Sempre! - rispose ella. La cetra
d'un angelo non moverà mai un concento più soave di questa parola pronunciata
da quelle labbra. L'amore ha il genio di Paganini; egli infonde nell'armonia le
virtù dello spirito.
- E quando la tua famiglia ti
profferirà uno sposo? - soggiunse con voce dolorosa e stridente Lucilio.
- Uno sposo!? - sclamò la giovinetta
chinando il mento sul petto.
- Sì; - riprese il giovane - vorranno
sacrificarti all'ambizione, vorranno comandarti in nome della religione un
amore che la religione ti proibirà in nome della natura!
- Oh io non veggo che voi! - rispose
Clara quasi parlando con se stessa.
- Giuralo per quanto hai di più
sacro! giuralo pel tuo Dio e per la vita di tua nonna! - soggiunse Lucilio.
- Sì, lo giuro! - disse
tranquillamente la Clara. Giurar quello che si sentiva costretta a fare da una
forza irresistibile le parve cosa molto semplice e naturale. Allora si
cominciavano a vedere fra il chiaroscuro della sera le prime case di Fratta: e
Lucilio lasciò la mano della fanciulla per camminarle rispettosamente a fianco.
Ma la catena era gittata; le loro due anime erano avvinte per sempre. La
pertinacia e la freddezza da un lato, dall'altro la mansuetudine e la pietà
s'erano confuse in un incendio d'amore. La volontà di Lucilio e l'abnegazione
di Clara corrispondevano insieme, come quegli astri gemelli che s'avvicendano
eternamente l'uno intorno all'altro negli spazi del cielo.
Due uomini armati s'offersero loro
incontro prima di entrar nel villaggio. Lucilio passava oltre avvisandoli per
due guardiani campestri che aspettassero alcuno; ma uno di essi gli intimò di
fermarsi, dicendo che per quella sera era vietato penetrar nel paese. Il
giovine fu offeso e maravigliato d'una così strana tracotanza; e cominciò ad
adoperare un mezzo che per molta esperienza conosceva infallibile in quegli
incontri. Si mise ad alzar la voce e a strapazzarli. Indarno! I due buli lo
fermarono pulitamente per le braccia rispondendo che così voleva il servizio
della Serenissima Signoria, e che nessuno sarebbe entrato in Fratta, finché non
fosse ultimata l'inchiesta d'alcuni contrabbandi che si cercavano.
- M'immagino che non vorrete proibire
l'ingresso in castello alla contessina Clara? - riprese Lucilio sbuffando ed
additando la giovinetta, che egli proteggeva tenendosela stretta a braccio.
Clara fece un moto come per trattenerlo dall'infuriar troppo; ma egli non le
badò piucché tanto, e seguitò a minacciare e a voler proceder oltre. I due buli
tornarono allora ad afferrarlo per le braccia, avvertendolo che l'ordine era
preciso e che contro i renitenti avevano facoltà di adoperare la forza.
- E questa facoltà di adoperare la
forza io la ho sempre, e ne uso largamente contro i soperchiatori! - soggiunse
con maggior calore Lucilio sciogliendosi con una scrollata dal pugno dei due
sgherani. Ma in quella un altro moto di Clara lo avvisò del pericolo e della
inopportunità di tali atti di violenza. Laonde si rimise in calma e domandò a
quei due chi fossero e con qual autorità vietassero di entrare in castello alla
figlia del giurisdicente. Gli scherani risposero che erano delle Cernide di
Venchieredo, ma che l'inseguimento dei contrabbandieri li autorizzava ad agire
anche fuori della loro giurisdizione; che i bandi dei signori Sindaci parlavano
chiaro, e che del resto tale era l'ordine del loro Capo di Cento e che erano là
non per altro che per farlo rispettare. Lucilio voleva resistere ancora, ma la
Clara lo pregò sommessamente di cessare; ed egli s'accontentò di tornar
indietro con lei minacciando i due sgherani e il loro padrone di tutte le ire
del Luogotenente e della Serenissima Signoria, che egli ben sapeva quanto poco
valessero.
- Tacete! già sarebbe inutile - gli
veniva bisbigliando all'orecchio la Clara traendolo lunge da quei due sgherri.
- Mi dispiace che è notte fatta e a casa saranno inquieti per me; ma con un
piccolo giro potremo entrare benissimo dalla parte delle scuderie.
In fatti si sviarono per la campagna
cercando il sentiero che menava alla pustierla: ma non avean camminato cento
passi che trovarono l'intoppo di due altre guardie.
- È un vero agguato! - sclamò indispettito
Lucilio. - Che una nobile donzella debba serenare tutta notte pel capriccio di
alcuni mascalzoni!
- Badi alle parole, Illustrissimo! -
gridò uno dei due dando per terra un furioso colpo col calcio del moschetto.
Il giovine tremava di rabbia palpeggiando
coll'una mano in fondo alla tasca la sua fida pistola; ma nell'altra sentiva il
braccio di Clara che tremava di spavento ed ebbe il coraggio di trattenersi.
- Cerchiamo d'intenderci colle buone
- riprese egli fremendo ancora pel dispetto. - Quanto volete a lasciar passare
qui la Contessina?... Credo che non sospetterete già ch'ella porti qualche
contrabbando!
- Illustrissimo, noi non sospettiamo
niente: - rispose lo sgherro - ma se anche potessimo chiuder un occhio e
lasciarli passare, quei del castello sono di diverso parere. Essi hanno buttato
a terra tutti e due i ponti e la Contessina non potrebbe entrare che camminando
sull'acqua come san Pietro.
- Ohimè! ma dunque il pericolo è
proprio grave! - sclamò tramortendo la Clara.
- Eh nulla! un timor panico! me lo
figuro! - rispose Lucilio. E voltosi ancora allo sgherro: - Dov'è il vostro
Capo di Cento? - domandò.
- Lustrissimo è all'osteria che beve
del migliore mentre noi facciamo la guardia ai pipistrelli - rispose il
malandrino.
- Va bene: spero che non ci negherete
di accompagnarci all'osteria per abboccarci con essolui - soggiunse Lucilio.
- Ma! non abbiamo ordini in proposito
- ripigliò l'altro. - Tuttavia mi pare che si potrebbe, massime se Vostra
Signoria volesse pagarne un bicchiere.
- Animo dunque e vieni con noi! -
disse Lucilio.
Lo sbirro si volse al suo compagno
raccomandandogli di stare alla posta e di non addormentarsi: raccomandazioni
udite con pochissimo conforto da colui che dovea restarsene a mangiar la nebbia
mentre l'altro aveva in prospettiva un boccaletto di Cividino. Tuttavia si
rassegnò borbottando; e Lucilio e la Clara preceduti dalla Cernida mossero di
bel nuovo verso il paese. Questa volta i due guardiani li lasciarono passare, e
in breve furono all'osteria dove strepitava una tal gazzarra che pareva più un
carnovale che una caccia di contrabbandi. Infatti Gaetano, dopo aver inaffiato
le gole de' suoi, aveva cominciato a porger il bicchiere ai curiosi. Costoro,
un po' selvatici dapprincipio, s'intesero benissimo con lui con quel muto ed
espressivo linguaggio. E gli abbeverati chiamavano compagnia, e questa cresceva
si rinnovava e beveva sempre più. Tantoché, mesci e rimesci, in capo ad una
mezz'ora la sbirraglia di Venchieredo era diventata una sola famiglia col
contadiname del villaggio; e l'oste non rifiniva dal portare a cielo la
splendidezza e la rara puntualità del degnissimo Capo di Cento delle Cernide di
Venchieredo. Come si può ben credere, tanta munificenza non era né arbitraria
né senza motivo. Il padrone gliel'avea suggerita per tener in quiete la
popolazione, e distoglierla dal prender partito contro di loro a favore dei
castellani. Gaetano adoperava da furbo; e le mire del principale erano ben
servite. Se avesse voluto, avrebbe fatto gridare da trecento ubbriachi: - Viva
il castellano di Venchieredo! - E Dio sa qual effetto avrebbe prodotto nel
castello di Fratta il suono minaccioso di questo grido.
Quando Lucilio e la Clara posero
piede nell'osteria, la baldoria era al colmo. La giovine castellana avrebbe
avuto il crepacuore di veder in festa coi nemici della sua famiglia i più
fidati coloni; ma la non ci badava; e la sorpresa e lo sgomento per tutto quel
parapiglia le impedivano dal vederci entro chiaro. Temeva qualche grave
pericolo pei suoi e le doleva di non esser con loro a dividerlo, non pensando
che se pericolo c'era per essi asserragliati ben bene dietro due pertiche di
fossato, più grave doveva essere per lei difesa da un unico uomo contro quella
canaglia sguinzagliata. Lucilio peraltro non era di tal animo da lasciarsi
imporre da chicchessia. Egli andò difilato a Gaetano, e gli ordinò con voce
discretamente arrogante di far in maniera che la Contessina potesse entrare in
castello. La prepotenza del nuovo arrivato e il vino che aveva in corpo fecero
che il Capo di Cento la portasse, per modo di dire, ancor più cimata del
solito. Gli rispose che in castello erano una razza perversa di
contrabbandieri, che egli aveva precetto di tenerli ben chiusi finché avessero
consegnati i colpevoli e le merci trafugate, e che in quanto alla Contessina ci
pensasse lui giacché l'aveva a braccio. Lucilio alzò la mano per menare uno
schiaffo a quell'impertinente; ma si pentì a mezzo e si torse rabbiosamente i
mustacchi col gesto favorito del capitano Sandracca. Il meglio che gli restava
a fare era di uscire da quel subbuglio e menare la sua compagna in qualche
sicuro ricovero ove passasse la notte. La Clara si oppose dapprima a una tal
deliberazione, e volle ad ogni patto giungere fin sul ponte per vedere se
veramente era rotto. E Lucilio ve la accompagnò per quanto gli sembrasse
pericoloso avventurarsi con una donzella fra quei manigoldi avvinazzati che
gavazzavano in piazza. Ma non voleva lo si accagionasse né di aver mancato di
coraggio né di aver ommesso cura alcuna per raccompagnare la Clara in casa sua.
Però osservate le rovine del ponte e chiamato inutilmente Germano un paio di
volte, convenne loro darsi fretta a partire, perché lo schiamazzo cresceva
sempre, e la sbirraglia cominciava ad affoltarsi e a provocarli con beffe ed
insulti. Lucilio sudava per la fatica durata a moderarsi; ma la briga maggiore
era quella di trarre in salvo la donzella, e in tal pensiero diede giù per una
stradicciuola laterale del villaggio, e girando poi verso la strada di
Venchieredo, giunse a gran passi, trascinandosela dietro, sulle praterie dei
mulini. Là si fermò per farle prender fiato. Ella sedette stanca e lagrimosa
sul margine d'una siepe, e il giovine si curvò sopra di lei a contemplare
quelle pallide sembianze sulle quali la luna appena sorta pareva specchiarsi
con amore. I negri fabbricati del castello sorgevano rimpetto a loro, e qualche
lume traspariva dalle fessure dei balconi per nascondersi tosto come una stella
in cielo tempestoso. L'oscuro fogliame dei pioppi stormeggiava lievemente; e il
baccano del villaggio, ammorzato dalla distanza, non interrompeva per nulla i
trilli amorosi e sonori degli usignoli. I bruchi lucenti scintillavano fra
l'erbe; le stelle tremolavano in cielo; la luna giovinetta strisciava sulle
forme incerte e tenebrose con raggio obliquo e velato. La modesta natura
circondava di tenebre e di silenzi il suo talamo estivo, ma l'immenso suo
palpito sollevava di tanto in tanto qualche ventata di un'aria odorosa di
fecondità. - Era una di quelle ore in cui l'uomo non pensa, ma sente; cioè
riceve i pensieri begli e fatti dall'universo che lo assorbe. Lucilio, anima
pensosa e spregiatrice per eccellenza, si sentì piccolo suo malgrado in quella
calma così profonda e solenne. Perfino la gioia dell'amore si diffuse nel suo cuore
in un lungo vaneggiamento melanconico e soave. Gli parve che i suoi sentimenti
ingrandissero come la nube di polvere sperperata dal vento; ma le forme
scomparivano, il colore si diradava; si sentiva più grande e meno forte; più
padrone di tutto e meno di sé. Gli sembrò un momento che la Clara seduta
dinanzi a lui s'illuminasse negli occhi d'un bagliore fiammeggiante: egli quasi
folgorato dovette socchiuder le palpebre. - Donde questo prodigio? - Non lo
potea capire egli stesso. Forse la solennità della notte, che stringe le anime
deboli di superstiziose paure, ripiega sopra se stesso lo spirito dei forti,
mostrandogli, entro il buio delle ombre, il simulacro del destino, del domatore
di tutti. Forse anco il dolore della fanciulla regnava sopra di lui com'egli
avea trionfato poco prima di lei per forza di volontà. Poveretta! No che gli
occhi suoi non fiammeggiavano allora; se almeno lo sguardo non risplendeva pel
tremolio delle lagrime. Il suo cuore riboccante una mezz'ora prima di felicità
e d'amore volava, in quegli istanti, al letto di sua nonna; in quella cameretta
silenziosa e bene assestata dove Lucilio avea passato con esse le lunghe ore; e
quando egli non c'era ne restava viva per l'aria una cara memoria, un'immagine
invisibile e ammaliatrice. Oh come avrebbe stentato ad addormentarsi la povera
vecchia senza il solito bacio della nipote! Chi le avrebbe dato ragione, chi
l'avrebbe consolata della sua assenza? Chi avrebbe pensato a lei nei pericoli
che si minacciavano al castello per quella notte? La pietà, la divina pietà
gonfiava di nuovi singhiozzi il petto della giovane, e la mano che Lucilio le
stese per aiutarla a rialzarsi fu inondata di pianto. Ma rimessi che furono in
via questi riebbe subito l'alacrità consueta. I sogni disparvero; i pensieri
gli sprizzarono in capo risoluti e virili; la volontà piegata un momento
rizzossi con miglior lena a ripigliare il comando. La storia dell'amor suo, e
quella dell'amore di Clara, i casi straordinari di quella sera, i sentimenti
della giovinetta ed i proprii gli si dipinsero dinanzi in un sol quadro senza
confusione e senza anacronismi. Egli ne rilevò con un'occhiata da aquila il
concetto generale, e decise ad ogni costo che o solo o colla fanciulla egli
doveva entrare in castello prima che passasse la notte. L'amore gli imponeva
questo dovere; aggiungiamo ancora che l'interesse dell'amore medesimo glielo
consigliava caldamente. Clara pregava il Signore e la Madonna, Lucilio
stringeva a parlamento tutte le voci del proprio ingegno e del proprio
coraggio; e così appoggiati l'una al braccio dell'altro, camminavano
silenziosamente verso il mulino. Quanta moderazione! diranno taluni pensando al
caso di Lucilio. Ma se diranno così gli è o ch'io mi sono spiegato male o che
essi non mi hanno capito a dovere quando discorreva della sua indole. Lucilio
non era né un birbone né uno scavezzacollo; pretendeva soltanto di vederci a
fondo nelle cose umane, di volerne il meglio e di saper conseguire questo
meglio. Queste tre pretese, se temperate da un sano criterio, egli avrebbe
potuto provarle coi fatti; perciò non si lasciava mai trascinare dalle
passioni, ma teneva ben salde le redini e sapeva fermarle all'uopo tanto
sull'orlo del precipizio quanto sulla sponda lusinghiera e traditrice d'una
fondura verdeggiante. Entrarono dunque nel mulino, ma non ci trovarono alcuno
benché il fuoco scoppiettasse tuttavia in mezzo alle ceneri. La polenta
lasciata sul tagliere dava a vedere che tutti non aveano cenato e che alcuni
degli uomini s'erano forse attardati nel villaggio a guardar la tregenda. Ma
quella era forse la famiglia con cui la Contessina aveva maggior dimestichezza,
onde non le dispiacque di vedersi colà ricoverata.
- Ascolta, ben mio - le disse
sottovoce Lucilio rattizzando il fuoco per sciuttarla dell'umido preso nei prati.
- Io chiamerò ora e ti affiderò a qualcuna di queste donne, e poi o per forza
per amore penetrerò in castello a recarvi le tue novelle, e a guardare come
stanno là dentro.
La Clara arrossì tutta sotto gli
sguardi del giovane. Era la prima volta che in una stanza e alla piena del
fuoco riceveva nel cuore il loro muto linguaggio d'amore. Arrossì peraltro
senza rimorsi perché non le pareva di aver violato nessuno dei comandamenti del
Signore; e dal volersi bene alla muta al confessarselo vicendevolmente non
capiva qual differenza ci potesse essere.
- Tu fa' in modo di coricarti e di
riposare; - proseguì Lucilio - io penserò nel frattempo a dar la voce
dell'accaduto al Vice-capitano di Portogruaro, perché si
affrettino a scompigliare le trame di questi birbanti... Va là! per nulla non
sono venuti e a me pare di leggerci sotto bene a tutto questo loro zelo contro
i contrabbandi... È una vendetta, o una rappresaglia, fors'anco un tafferuglio
ingarbugliato a bella posta per finire quell'imbroglio del processo... Ma io
metterò le cose sotto la vera luce, e il Vice-capitano
vedrà lui da qual parte stiano i veri interessi della Signoria. Intanto, Clara
mia, sta' in pace e dormi sicura; domattina, se non saranno venuti dal castello
a prenderti, verrò io stesso; e chi sa anche che non capiti durante la notte se
ci son cose pressanti.
- Oh ma voi!... non arrischiatevi!
per carità! - mormorò la giovinetta.
- Sai come sono - rispose Lucilio. -
Non potrei far a meno di movermi e di tentar qualche cosa, se anche si
trattasse di gente sconosciuta. Figurati poi ora che è in ballo la tua
famiglia, la nostra buona vecchia!
- Povera nonna! - sclamò la Clara. -
Sì, va' va'; e confortala e torna subito a chiamare anche me che starò qui ad
aspettare col cuore sospeso.
- Ti dico che tu devi coricarti e che
chiamerò qualcheduna delle donne - soggiunse Lucilio.
- No, lasciale dormire, ché io non
potrei - replicò la donzella. - Oh, mi maraviglio con me, e quasi mi vergogno,
di poter rimaner qui e di non correre fuori anch'io!
- A che fare? - soggiunse Lucilio. -
No per carità, non ti muovere da questo luogo. Anzi devi rinchiuderti bene,
giacché essi sono tanto sconsigliati da lasciar le porte spalancate fino a
mezza notte!... Marianna, Marianna! - si mise a gridare il giovane
affacciandosi alla porta della scala.
Di lì a poco rispose dall'alto una
voce, e poi lo scalpitare di due zoccoli, e non passò un minuto che la Marianna
tutta scollata e sbracciata scese in cucina.
- Dio mi perdoni! - sclamò ella
raccogliendosi la camicia sul petto - credeva che fosse il mio uomo!... È lei,
signor dottore?... E anche la Contessina!... Oh diavolo! cos'è stato? Da qual
parte son venuti dentro?
- Capperi! da quelle quattro braccia
di porta spalancata! - rispose Lucilio. - Ma ora non è tempo da ciarle,
Marianna: la Contessina non può entrare in castello perché là intorno c'è del
subbuglio...
- Come, c'è del subbuglio?... Ma i
nostri uomini dunque?... Ah birbonacci! Non hanno neppur cenato!... Per
andarsene a curiosare hanno lasciato aperte anche tutte le porte...
- Ascoltate me ora, Marianna; -
riprese Lucilio - i vostri uomini torneranno, ché non corrono nessun pericolo.
- Come, non corrono nessun pericolo?
Se sapesse il mio in ispecialità come è manesco e arrischiato!... È capace di
appiccar briga con un esercito, colui!...
- E bene! state certa! per questa
sera non l'appiccherà!... Io andrò in cerca di loro e ve li manderò a casa...
Ma voi intanto badate che non manchi niente alla Contessina.
- Oh povera signora! cosa le deve
capitare anche a lei!... Scusi, sa, se mi vede in questo arnese, ma credeva
proprio che fosse il mio uomo. Birbone! scappar via senza cena lasciando la
porta aperta!... Oh me la pagherà!... Mi comandi dunque, Contessina!... Mi
dispiace che qui non troverà nulla da par suo!...
- Dunque vi raccomando, Marianna! -
disse ancora Lucilio.
- Si figuri; non c'è mestieri di
raccomandazioni. Mi dispiace di essere così scamiciata. Ma già lei, signor
dottore, è avvezzo a queste scene, e la Contessina è tanto buona!
La Marianna nell'affaccendarsi
intorno al fuoco mostrava due bellissime spalle che meglio spiccavano per la
loro candidezza dal bruno colore delle braccia e del viso. Non era forse
malcontenta di mostrarle e per questo se ne scusava tanto.
- Addio!... amami, amami! - mormorò
Lucilio all'orecchio della Clara; indi, raccolto uno sguardo di lei tutto amore
e speranza, si dileguò fuori dell'uscio nella nebbia della campagna. La Clara
non poté fare a meno di seguirlo fino sulla soglia, indi perdutolo di vista,
tornò a sedere in cucina, ma non presso al foco perché il caldo era grande e
aveva asciutte le vesti più del bisogno. Invece la sua testa i suoi polsi
ardevano come tizzoni, e aveva le labbra e la gola riarse quasi per febbre. La
Marianna voleva a tutta forza che la mandasse giù un boccone; ma la non volle a
nessun patto, e si accontentò d'un bicchier d'acqua. Indi allungò il braccio
sulla spalliera della seggiola e vi poggiò sopra il capo nell'attitudine di chi
s'appresta a dormire; e la Marianna allora cercò persuaderla di coricarsi di
sopra nel suo letto, che le avrebbe messe le lenzuola di bucato. Vedendo poi
che eran parole buttate via, la vistosa mugnaia si tacque, e dati i
chiavistelli alla porta sedette essa pure su uno sgabello.
- Io voglio che voi andiate a
coricarvi - le disse allora la Clara, che, per quanti pensieri per quanti
timori avesse per sé, non avrebbe mai commesso una dimenticanza a scapito
altrui.
- No signora! bisogna che io stia qui
per essere pronta ad aprire ai nostri uomini - rispose la Marianna - altrimenti
invece di darla mi toccherebbe pigliare una gridata.
La Clara tornò allora a reclinar la
fronte sul braccio, e stette così, come si dice, sognando ad occhi aperti,
mentre la Marianna dopo aver dondolato un buon pezzo col capo lo appoggiava
sopra una tavola cominciando a fiatare colle tranquille e regolari battute
d'una robusta campagnuola che dorme della grossa.
Intanto mentre il signor Lucilio con
ogni accorgimento per non esser veduto si veniva avvicinando alle fosse
posteriori del castello, io mandato fuori esploratore me ne scostava con pari
prudenza, volendo girar in maniera da sbucar al villaggio per un altro capo e
togliere ogni sospetto di quello che era veramente. Quando ebbi camminato un tiro
di schioppo verso le praterie, mi parve discernere nel buio una forma d'uomo
che avanzava tra il fogliame delle viti con somma circospezione. Mi acquattai
dietro il seminato; e stetti guardando, protetto contro ogni curiosità dalla
mia piccolezza e dal frumento che mi stava a ridosso colle sue belle spighe già
bionde e pencolanti. Guardo tra spica e spica, tra vite e vite, e in un aperto
battuto dalla luna cosa mi par di vedere?... - Il signor Lucilio! - Torno ad
osservar ancora; e mi torna a comparire. Mi alzo, me gli avvicino con prudenza
sempre dietro il frumento, e pronto ad intanarmivi entro come una lepre al
minimo bisogno. Guardo ancora: era proprio lui. Nessuna ventura al mondo potea
toccarmi secondo me più fortunata di questa in simile congiuntura. Il signor
Lucilio era il confidente della vecchia Contessa, e della Clara; egli avea
dimostrato volermi qualche bene nell'occasione della mia scappata in laguna;
nessuno migliore di lui per aiutarmi nelle mie ricerche. E siccome egli avea
fama di uomo scienziato, così il mio criterio prese da quell'incontro le più
belle lusinghe. Quando me gli trovai presso un dieci passi:
- Signor Lucilio! signor Lucilio! -
bisbigliai con quella voce sommessa sommessa che sembra voglia farsi tanto
lunga quanto si fa sottile.
Egli si fermò e stette in ascolto.
- Sono il Carlino di Fratta! Sono il
Carlino dello spiedo! - io continuai alla stessa maniera.
Egli trasse di tasca un certo arnese
che conobbi poi essere una pistola e mi si avvicinò guardandomi ben fiso in
faccia. Siccome ero coperto dall'ombra del frumento, pareva che stentasse a
riconoscermi.
- E sì, sì, diavolo! son proprio io!
- gli dissi con qualche impazienza.
- Zitto, silenzio! - mormorò egli con
un filettino di voce. - Qui presso vi ha una guardia e non vorrei che
origliasse i nostri discorsi.
Intendeva quella guardia ch'era
rimasta sola dopoché la compagna s'era messa per guida di Lucilio e della
Contessina. Ma la solitudine è alle volte una triste consigliera e la guardia,
dopo una valorosa difesa durata per più di mezz'ora, avea finito col rimaner
vinta dal sonno. Perciò Lucilio ed io potevamo parlare in piena sicurezza che
nessuno ci avrebbe incommodati.
- Accostamiti all'orecchio, e dimmi
se esci dal castello, e cosa c'è di nuovo là dentro - mi bisbigliò egli
all'orecchio.
- C'è di nuovo che hanno una paura da
olio santo; - risposi io - che hanno buttato giù i ponti pel timore di essere
ammazzati dai buli di Venchieredo, che si è perduta la signora Clara, e che
dall'Avemaria ad ora hanno già detto due rosari. Ma adesso hanno mandato fuori
me perché fiuti l'aria, e cerchi conto della Contessina, e torni poi a recar
loro le novelle.
- E cosa penseresti di fare, piccino?
- Capperi! cosa penso di fare!...
Andare all'osteria fingendo di essermi smarrito come mi è accaduto quell'altra
volta, se ne ricorda? quella volta della febbre; e poi ascoltare quello che
dicono gli sbirri, e poi domandar della Contessina a qualche contadino, e poi
tornare fedelmente per dove sono venuto scavalcando il fosso sopra una tavola.
- Sai che sei proprio uno spiritino!
Non ti credeva da tanto. Peraltro consolati che la fortuna ti sparagna de' bei
fastidi. Io sono stato all'osteria, io ho condotto in salvo al mulino la
contessina Clara, e se m'insegni il modo di entrare in castello, potremo portar
loro la risposta in compagnia.
- Se gli insegnerò il modo? Mi
basterà un fischio, e Marchetto ci butterà la tavola. Dopo lasci fare a me, che
passerà l'acqua senza bagnarsi, purché abbia l'avvertenza di imitarmi e di star
ben in bilico sulla tavola.
- Andiamo dunque!
E Lucilio mi prese per mano; e
rasentando alcune folte siepaie dietro le quali è impossibile affatto l'esser
veduti anche di giorno, io lo condussi in un batter d'occhio in riva alla
fossa. Lì fischiai com'eravamo d'intesa, e Marchetto fu pronto ad accorrere e a
buttarmi la tavola.
- Così presto? - mi diss'egli
dall'altra banda del fosso, perché la maraviglia vinse pel momento ogni altro
riguardo.
- Zitto! - risposi io mostrando a
Lucilio il modo di adagiarsi sulla tavola.
- Chi c'è? - soggiunse più sorpreso
ancora il cavallante che cominciava allora a distinguere nel buio due figure in
vece di una.
- Amici, e zitto! - rispose Lucilio;
e poi egli stesso, come pratico del mestiere, diede una spinta che ci menò
proprio a baciare pulitamente l'altra riva.
- Son io, son io! - diss'egli
saltando a terra - e porto buone notizie della contessina Clara!...
- Davvero? Sia lodato il Cielo! -
soggiunse Marchetto sgomberandogli la strada per aiutar me a ritirare la tavola
dall'acqua.
Quando s'entrò in cucina aveano
finito allora allora di recitare il rosario; il fuoco era spento, ché del resto
non avrebbero potuto reggere in quel luogo colla caldana della state; nessuno
pensava alla cena e solamente monsignor Orlando gettava di tanto in tanto sulla
cuoca qualche occhiata irrequieta. Anche Martino s'era messo taciturno e
imperterrito a grattare il suo formaggio; ma tutti gli altri avevano tali facce
da far onore ad un funerale. La comparsa di Lucilio fu un raggio di sole in
mezzo ad un temporale. Un - Oh! - di maraviglia, d'ansietà, e di piacere gli
risonò intorno in coro, e poi tutti si fermarono a guardarlo senza domandargli
nulla, quasi dubitassero s'ei fosse un corpo, o un fantasma. Toccò dunque a lui
aprir la bocca pel primo; e le parole di Mosè quando tornava dal monte non
furono ascoltate con maggior attenzione delle sue.
Martino avea intermesso anch'egli di
grattare, ma non arrivando a capir nulla dei discorsi che si facevano, finì
coll'impadronirsi di me e farsi contar a cenni una parte della storia.
- Prima di tutto ho buone notizie
della contessina Clara - diceva intanto il signor Lucilio. - Ella era uscita
nei campi verso Fossalta incontro alla signora Contessa come costuma; e
impedita di rientrare in castello dai bravacci che lo guardavano da tutte le
parti, io stesso ebbi l'onore di menarla in salvo nel mulino della prateria.
Quei bravacci che attorniavano il
castello d'ogni lato guastarono assai la buona impressione che dovea esser
prodotta dalle notizie della Clara. Tutti sorrisero colle labbra al colombo
della buona nuova, ma negli occhi lo sgomento durava peggio che mai e non
sorrideva per nulla.
- Ma dunque siam proprio assediati
come se fossero Turchi coloro! - sclamò la Contessa giungendo disperatamente le
mani.
- Si consoli che l'assedio non è poi
tanto rigoroso se io ho potuto penetrare fin qui; - soggiunse Lucilio - gli è
vero che il merito è tutto del Carlino, e che se non lo avessi incontrato lui,
difficilmente avrei potuto orientarmi così presto e farmi gettar la tavola da
Marchetto.
Gli occhi della brigata si volsero
allora tutti verso di me con qualche segno di rispetto. Alla fine capivano che
io era buono ad altro che a girare l'arrosto, ed io godetti dignitosamente di
quel piccolo trionfo.
- Sei anche stato all'osteria? - mi
chiese il fattore.
- Vi dirà tutto il signor Lucilio -
risposi modestamente. - Egli ne sa più di me perché ha avuto che fare, credo,
con quei signori.
- Ah! e cosa dicono? pensano
d'andarsene? - domandò ansiosamente il Conte.
- Pensano di rimanere; - rispose
Lucilio - per ora almeno non c'è speranza che levino il campo, e bisognerà
ricorrere al Vice-capitano di Portogruaro per deciderli a
metter la coda fra le gambe.
Monsignor Orlando mandò un'altra e
più espressiva occhiata alla cuoca; il canonico di Sant'Andrea si accomodò il
collare con un leggero sbadiglio: in ambidue i reverendi i bisogni del corpo
cominciavano a gridar più forte delle afflizioni dello spirito. Se questo è
segno di coraggio, essi furono in quella circostanza i cuori più animosi del
castello.
- Ma cosa ne dice lei? cos'è il suo
parere in questa urgenza? - chiese con non minor ansietà di prima il signor
Conte.
- Dei pareri non ce n'è che uno -
soggiunse Lucilio. - Son ben munite le mura? sono sprangate le porte e le
finestre? ci sono moschetti e spingarde alle feritoie? V'ha per questa notte
gente sufficiente per vegliare alla difesa?
- A voi, a voi, Capitano! - strillò
la Contessa invelenita pel contegno poco sicuro dello schiavone. - Rispondete
dunque al signor Lucilio! Avete disposto le cose in maniera che si possa
credersi al sicuro?
- Cioè; - barbugliò il Capitano - io
non ho che quattro uomini compresi Marchetto e Germano; ma i moschetti e le
spingarde sono all'ordine; e ho anche distribuito la polvere... In difetto poi
di palle, ho messo in opera la mia munizione da caccia.
- Benissimo! credete che quei
manigoldi siano passerotti! - gridò il Conte.
- Freschi staremo a difendercene coi
pallini!
- Via, per cinque o sei ore anche i
pallini basteranno; - riprese Lucilio - e quando loro signorie sappiano tener a
freno quegli assassini fino a giorno, io credo che le milizie del
Vice-capitano avranno campo di intervenire.
- Fino a giorno! come si fa a
difenderci fino a giorno, se quei temerari si mettono in capo di darci
l'assalto!? - urlò il Conte strappandosi a ciocche la perrucca. - Ne uccideremo
uno, agli altri il sangue andrà alla testa, e saremo tutti fritti prima che il
signor Vice-capitano pensi a mettersi le ciabatte!
- Non veda, no, le cose tanto scure;
- replicò Lucilio - castigatone uno, creda a me che gli altri faranno giudizio.
Non ci si perde mai a mostrar i denti; e giacché il signor capitano Sandracca
non sembra del suo umor solito, io solo voglio incaricarmene; e dichiaro e
guarentisco che io solo basterò a difendere il castello, e a mettere in
iscompiglio al menomo atto tutti quei spaccamonti di fuori!
- Bravo signor Lucilio! Ci salvi lei!
Siamo nelle sue mani! - sclamò la Contessa.
Infatti il giovane parlava con tal
sicurezza che a tutti si rimise un po' di fiato in corpo; la vita tornò a
muoversi in quelle figure, sbalordite dallo spavento, e la cuoca s'avviò alla
credenza con gran conforto di Monsignore. Lucilio si fece raccontar brevemente
l'andamento di tutto l'affare; giudicò con miglior fondamento che fosse una
gherminella del castellano di Venchieredo per tagliar a mezzo il processo con
un colpo di mano sulla cancelleria, e per primo atto della sua autorità fece
trasportare in un salotto interno le carte e i protocolli di quella faccenda.
Esaminò poi diligentemente le fosse le porte e le finestre; appostò Marchetto
con Germano dietro la saracinesca; il fattore lo mise alla vedetta dalla parte
della scuderia; altre due Cernide che erano il nerbo della guarnigione le
dispose alle feritoie che guardavano il ponte; distribuì le cariche e comandò
che irremissibilmente fosse ammazzato chi primo osasse tentare il valico della
fossa. Il capitano Sandracca stava sempre alle calcagna del giovine mentre egli
attendeva a questi provvedimenti; ma non aveva coraggio di fare il brutto muso,
anzi gli facevano mestieri i cenni gli urtoni e gli incoraggiamenti della
moglie per non accusare il mal di ventre e ritirarsi in granaio.
- Cosa le pare, Capitano? - gli disse
Lucilio con un ghignetto alquanto beffardo. - Avrebbe fatto anche lei quello
che ho fatto io?...
- Sissignore... lo aveva già fatto; -
balbettò il Capitano - ma mi sento lo stomaco...
- Poveretto! - lo interruppe la
signora Veronica. - Egli ha faticato fin adesso; ed è suo merito se i manigoldi
non son già penetrati in castello. Ma non è più tanto giovane, la fatica è
fatica, e le forze non corrispondono alla buona volontà!
- Ho bisogno di riposo - mormorò il
Capitano.
- Sì, sì, riposi con suo comodo; - soggiunse
Lucilio - il suo zelo lo ha provato bastevolmente; e ormai può mettersi sotto
la piega colla coscienza tranquilla.
Il veterano di Candia non se lo fece
dire due volte; infilò la scala volando come un angelo, e per quanto la moglie
gli stesse a' panni gridando di guardarsi bene e di non precipitarsi! in
quattro salti fu nella sua stanza ben inchiavata e puntellata. Quel dover
passare vicino alle feritoie gli avea dato il capogiro; e gli parve di stare
assai meglio fra la coltre e il materasso. Ai pericoli futuri Dio avrebbe
provveduto; egli temeva più di tutto i presenti. La signora Veronica poi si
sfogava, rimproverandogli sommessamente la sua dappocaggine; ed egli rispondeva
che non era il suo mestiero quello di affrontare i ladri, ma che se si fosse
trattato di vera guerra guerreggiata lo avrebbero veduto al suo posto.
- Giovinastri, giovinastri! - sclamò
il valentuomo stirandosi le gambe. - La trinciano da eroi perché hanno
l'imprudenza di sfidar una palla facendo capolino dai merli. Eh, mio Dio, ci
vuol altro!... Veronica, non uscir mica di camera sai!... Io voglio difenderti
come il più gran tesoro che abbia!
- Grazie, - rispose la donna - ma
perché non vi siete svestito?
- Svestirmi! vorresti che mi
svestissi con quella giuggiola di tempesta che abbiamo alle spalle!...
Veronica, sta' sempre vicina a me... Chi vorrà offenderti dovrà prima
calpestare il mio cadavere.
Costei si gettò anch'essa, vestita
com'era, sul letto; e da coraggiosa donna avrebbe anche pigliato sonno, se il
marito ad ogni mosca che volava non fosse sobbalzato tant'alto, domandandole se
aveva udito nulla, ed esortandola a confidare in lui, e a non allontanarsi dal
suo legittimo difensore.
Intanto da basso una discreta cena
improvvisata con ova e bragiuole avea calmato gli spasimi dei due monsignori, e
rimessili con tutta l'anima alla paura, s'interrogavan l'un l'altro sul numero
e sulla qualità degli assalitori: eran cento, eran trecento, eran mille; tutti
capi da galera, il miglior de' quali era fuggito al capestro per indulgenza del
boia. Se gridavan al contrabbando, si era per trovar pretesto ad un saccheggio;
a udirli urlare e cantare sulla piazza dovevan esser ubbriachi fradici, dunque
non bisognava aspettarsi da essoloro né ragionevolezza né remissione. Il resto
della compagnia faceva tanto d'occhi a questi ragionamenti; e peggio poi quando
alcuna delle scolte veniva a riferire di qualche romore udito, di qualche
movimento osservato nelle vicinanze del castello. Lucilio, dopo fatta una
visita alla vecchia Contessa e aver coonestato anche lui con una panchiana
l'assenza della Clara, era tornato a confortare quei poveri diavoli. Scrisse
allora e fece firmare dal Conte una lunga e pressantissima lettera al
Vice-capitano di Portogruaro, e domandò licenza alla compagnia
d'andar egli stesso in persona a portarla. Misericordia! non lo avesse mai
detto! La Contessa gli si gettò quasi ginocchione dinanzi; il Conte lo abbrancò
pel vestito così furiosamente che gliene strappò quasi una falda; i canonici,
la cuoca, le guattere, i servitori lo attorniarono d'ogni lato come ad
impedirgli d'uscire. E tutti con occhiate con gesti con monosillabi o con
parole s'ingegnavano di fargli capire che partir lui era lo stesso che volerli
privare dell'ultima lusinga di salute. Lucilio pensò a Clara, e pur decise di
rimanere. Tuttavia si richiedeva alcuno che s'incaricasse della lettera, e di
nuovo gettarono gli occhi sopra di me. Giovandomi della confusione generale, io
era sempre stato nella camera della Pisana sopportando i suoi rimbrotti per la
fazione extra muros di cui io l'aveva defraudata. Ma appena mi
chiamarono ebbi l'accortezza e la fortuna di farmi trovar sulla scala.
M'empirono il capo d'istruzioni e di raccomandazioni, mi cucirono nella
giacchetta il piego, mi imbarcarono sulla solita tavola, ed eccomi per la
seconda volta impegnato in una missione diplomatica. Sonavano allora per
l'appunto le dieci ore di notte, e la luna mi dava negli occhi con poca
modestia; due cose che mi davano qualche fastidio, la prima per le streghe e le
stregherie raccontatemi da Marchetto, la seconda per la facilità che ne
proveniva di poter essere osservato. Con tutto ciò ebbi la fortuna di giungere
sano e salvo sui prati. Tremava un pocolino dapprincipio; ma mi rassicurai
strada faccendo, e nell'entrar al mulino, come volevano le mie istruzioni,
assunsi una cert'aria d'importanza che mi fece onore. Rassicurai la contessina
Clara e risposi con garbo a tutte le sue interrogazioni; indi detto alla
Marianna che l'andasse a svegliare il maggiore de' suoi figliuoli, approfittai
della sua assenza per istracciare la fodera della giacchetta; e cavatane la
lettera la riposi come nulla fosse in saccoccia. Sandro era un garzoncello
maggiore di me di due anni e che dimostrava un ingegno ed un coraggio non comuni;
perciò il fattore m'aveva raccomandato di addrizzarmi a lui per mandar quella
scritta a Portogruaro. Egli si tolse l'incarico senza neppur pensarci sopra; si
buttò la giubba sulle spalle, mise la lettera nel petto, e uscì fuori zufolando
come andasse ad abbeverare i buoi. La strada ch'ei dovea tenere verso
Portogruaro si allontanava sempre più da Fratta e non v'avea pericolo che fosse
sorpreso e intercettato. Perciò io stava senza alcun timore, beato beatissimo
di veder uscire a buon fine tutte le commissioni affidatemi, e piene le
orecchie degli elogi che mi avrebbero suonato intorno nella cucina del
castello. Benché mi avesse raccomandato il signor Lucilio di far compagnia alla
signora Clara fino al ritorno del messo, il terreno mi bruciava sotto di rimettermi
in moto; quell'andare e venire, quel mistero, quei pericoli avean dato
l'abbrivo alla mia immaginazione infantile, e non potea stare senza qualche
gran impresa per le mani. Mi saltò allora in capo di rientrare nel castello a
darvi contezza di quella parte dell'incarico che aveva già avuto effetto; salvo
sempre di rinnovare la sortita per saper la risposta del
Vice-capitano di giustizia. La Clara, udita questa mia
intenzione, domandò risolutamente se mi bastava l'animo di far passare la fossa
anche a lei. Il mio piccolo cuore palpitò più di superbia che d'incertezza, e
risposi col volto fiammeggiante e col braccio teso che mi sarei annegato io,
piuttostoché far bagnare a lei la falda della veste. La Marianna tentò
attraversare con molte ragioni di prudenza questo disegno della padroncina; ma
essa avea conficcato proprio il chiodo, ed io poi era così contento di
ribadirlo che mi tardava l'ora di trovarmi con lei all'aperta.
Detto fatto, lasciata la mugnaia
colla sua prudenza, noi uscimmo sui prati, e di là in breve fummo senza guaio
alle fosse. Il solito fischio la solita tavola; e la traversata successe a
dovere come le altre volte.
La Contessina gongolava tanto di fare
quell'improvvisata, che il passar l'acqua a quel modo le fu quasi piacevole e
rideva come una ragazzina nell'inginocchiarsi su quell'ordigno. Le feste le
maraviglie la consolazione di tutta la famiglia sarebbero lunghe a ridirsi: ma
il primo pensiero di Clara fu di chieder conto della nonna; o se non fu il
primo pensiero, fu certo la prima parola. Lucilio le rispose che la buona
vecchia, persuasa della fandonia che le avean dato a bere sul conto di lei,
erasi addormentata in pace, e bene stava di non risvegliarla. Allora la
giovinetta sedette cogli altri in tinello; ma mentre tutti origliavano dalle
fessure delle finestre i rumori che venivano dal villaggio, ella parlava muta
muta cogli occhi di Lucilio e lo ringraziava per tutto quanto egli aveva
adoperato a loro vantaggio. Infatti era una voce sola che ascriveva al signor
Lucilio tutto quel po' di sicurezza e di speranza, che risollevava le anime
degli abitatori del castello dalla prima abiezione. Lui era stato a consolarli
con qualche buon argomento, lui a munire provvisoriamente il castello contro un
colpo di mano, lui a concepire quella sublime pensata del ricorso al
Vice-capitano. Lì tornava in campo io. Mi si chiese conto
della lettera e di chi se n'era incaricato; e tutti giubilarono di sapere che
di lì a un paio d'ore io sarei tornato al mulino per recare la risposta di
Portogruaro. Ognuno mi fece mille carezze, io era portato in palma di mano.
Monsignore mi perdonava la mia ignoranza in punto al Confiteor, ed il
fattore si pentiva di avermi posposto ad un menarrosto. Il Conte mi volgeva gli
occhi dolci e la Contessa poi non finiva mai di accarezzarmi la nuca. Giustizia
tarda e meritata.
Mentre la brigata si sbracciava a
farmi la corte, crebbe il romore di fuori improvvisamente, e Marchetto, il
cavallante, col fucile in mano e gli occhi sbarrati si precipitò nel tinello.
Che è che non è? - Fu un alzarsi improvviso, un gridare, un domandare, un
rovesciarsi di seggiole, e di candelieri. - C'era che quattro uomini per un
condotto d'acqua rimasto asciutto erano sbucati dietro la torre; che erano saltati
addosso a lui e a Germano; che costui con due coltellate nel fianco doveva
essere a mal partito, e che egli avea fatto appena tempo di scappare serrandosi
dietro le porte. A queste notizie lo strillare, e il rimescolarsi crebbe di tre
tanti; nessuno sapeva cosa si facesse; parevano quaglie insaccate allo scuro in
un canestro che danno del capo qua e là alla rinfusa senza cognizione e senza
scopo. Lucilio si sfiatava a raccomandare la quiete, e il coraggio; ma era un
parlare ai sordi. La sola Clara lo udiva e cercava aiutarlo col persuadere la
Contessa a farsi animo e a sperare in Dio.
- Dio, Dio! è proprio tempo di
ricorrere a Dio!... - sclamava la signora - chiamateci il confessore!...
Monsignore, lei pensi a raccomandarci l'anima.
Il canonico di Sant'Andrea, cui erano
rivolte queste parole, non aveva più anima per sé - figuratevi se avea
intenzione o possibilità di raccomandare quella degli altri! In quel momento
s'udì lo scoppio di molte schioppettate, e insieme grida e romori e minaccie di
gente che sembrava azzuffarsi nella torre. Lo scompiglio non conobbe più
limiti. Le donne di cucina capitarono da un lato, le cameriere la Pisana i
servi dall'altro; il Capitano entrò più morto che vivo sostenuto dalla moglie,
e gridando che tutto era perduto. S'udivano di fuori le strida e le preghiere
delle famiglie di Fulgenzio e del fattore che chiedevano esser ricoverate nella
casa padronale come in luogo più sicuro. In tinello era un affacciarsi confuso
e precipitoso di volti sorpresi e sparuti, un gesteggiare di preghiere e di
segni di croce, un piangere di donne, un bestemmiare di uomini, un esorcizzare
di monsignori. Il Conte avea perduto la sua ombra che avea stimato opportuno di
ficcarsi più ancora all'ombra sotto il tappeto della tavola. La Contessa quasi svenuta
guizzava come un'anguilla, la Clara s'ingegnava di confortarla come poteva
meglio. Io per me aveva presa tra le braccia la Pisana, ben deciso a lasciarmi
squartare prima di cederla a chichessia: il solo Lucilio avea la testa a segno
in quel parapiglia. Domandò a Marchetto, ed ai servi, se tutte le porte fossero
serrate; indi chiese al cavallante se avesse veduto le due Cernide prima di
scappare dalla torre. Il cavallante non le aveva vedute; ma ad ogni modo non
bastavano due soli uomini a menar tutto quel gran romore che si udiva di fuori;
e Lucilio giudicò tosto che qualche nuovo accidente fosse intervenuto. Avesse
già avuto effetto il ricorso al Vice-capitano? - Pareva
troppo presto; tanto più che la soverchia premura non era il difetto delle
milizie d'allora. Certo peraltro qualche soccorso era capitato; se pure gli
assalitori non erano tanto ubbriachi da favorirsi le archibugiate fra di loro.
In quella, alle querele delle donne di Fulgenzio e del fattore successe contro
le finestre un tambussare di uomini, e un gridar che si aprisse e che si stesse
quieti, perché tutto era finito. Il Conte e la Contessa non s'acquietavano per
nulla, credendo che fosse uno stratagemma immaginato per entrar in casa a
tradimento. Tutti si stringevano angosciamente intorno a Lucilio aspettando
consiglio e salute da lui solo; la contessina Clara s'era messa alla porta
della scala deliberata a correre dalla nonna non appena il pericolo si facesse
imminente. I suoi occhi rispondevano valorosamente agli sguardi del giovane;
che badasse egli pure agli altri, poiché per lei si sentiva forte e sicura
contro ogni evento. Io teneva la Pisana piucchemai stretta fra le braccia, ma
la fanciulletta mossa all'emulazione dal mio coraggio gridava che la lasciassi,
e che si sarebbe difesa da sé. L'orgoglio poteva tanto sull'immaginazione di
lei che le pareva di bastare contro un esercito. Frattanto il signor Lucilio
accostatosi ad una finestra avea domandato chi fossero coloro che bussavano.
- Amici, amici! di San Mauro e di
Lugugnana! - risposero molte voci.
- Aprite! Sono il Partistagno! I
malandrini furono snidati! - soggiunse un'altra voce ben nota che sciolse si
può dire il respiro a tutta quella gente trepidante tra la paura e la speranza.
Un grido di consolazione fece tremare
i vetri ed i muri del tinello e se tutti fossero diventati pazzi ad un punto
non avrebbero dato in più strane e grottesche dimostrazioni di gioia. Mi
ricorda e mi ricorderà sempre del signor Conte, il quale al fausto suono di
quella voce amica si mise le mani alla tempia, ne sollevò la perrucca, e stette
con questa sollevata verso il cielo, come offrendola in voto per la grazia
ricevuta. Io ne risi, ne risi tanto, che buon per me che la grandezza del
contento stornasse dalla mia persona l'attenzione generale! - Finalmente le
porte furono aperte, le finestre spalancate; s'accesero fanali, lucerne,
lampioni, e candelabri; e al festivo splendore d'una piena illuminazione, fra
il suono delle canzoni trionfali, dei Te Deum e delle più divote
giaculatorie, il Partistagno invase coll'armata liberatrice tutto il
pianterreno del castello. Gli abbracciari le lagrime i ringraziamenti le
meraviglie furono senza fine; la Contessa, dimenticando ogni riguardo, era
saltata al collo del giovine vincitore, il Conte, monsignor Orlando, e il
canonico di Sant'Andrea vollero imitarla; la Clara lo ringraziò con vera
effusione d'aver risparmiato alla sua famiglia chi sa quante ore di spavento e
d'incertezza, e fors'anco qualche disgrazia meno immaginaria. Il solo Lucilio non
si congiunse al giubilo e all'ammirazione comune; forse lo scioglimento non gli
quadrava, e l'avrebbe voluto derivare dovunque fuorché dalla parte per la quale
era venuto. Tuttavia era troppo giusto ed accorto per non mascherare questi
propositati sentimenti d'invidia; e fu egli il primo che richiese il
Partistagno del modo e della fortuna che l'aveva menato a quella buona opera.
Il Partistagno raccontò allora com'egli fosse venuto quella sera per la solita
visita al castello, ma un po' più tardi del consueto pel riparo di alcune
arginature che l'ebbe trattenuto a San Mauro. Gli sgherri di Venchieredo gli
avevano proibito d'entrare, ed egli avea fatto un gran gridare contro quella
soperchieria, ma non ne avea cavato nulla; e alla fine vedendo che le chiacchiere
non contavano un fico, ed accorgendosi che quel gridare al contrabbando era una
copertina a Dio sa quali diavolerie, s'era proposto di partire e tornar alla
carica con ben altri argomenti che le parole.
- Perché io non sono un prepotente di
mestiere; - soggiunse il Partistagno - ma all'uopo anch'io posso qualche cosa e
so farmi valere. - E ciò dicendo mostrava tesi i muscoli dei polsi, e faceva
digrignare certi denti acuti e sottili che somigliavano quelli del leone.
Infatti l'era tornato di galoppo a
San Mauro, e là, raccoltivi alcuni suoi fidati, nonché molte Cernide di
Lugugnana che vi stavano ancora a lavoro sopra l'argine, s'era ravviato verso
Fratta. Eravi giunto proprio nel momento che la torre veniva occupata per
sorpresa da quattro bravacci; ond'egli, sgominato prima assai facilmente gli
ubbriachi che armeggiavano sulla piazza e nell'osteria, si mise a guadar la
fossa con parecchi de' suoi. Con qualche fatica guadagnarono l'altra riva
senzaché coloro che aveano occupato la torre si dessero cura di ributtarli,
intesi com'erano a scassinar gangheri e serrature per penetrare nell'archivio.
E poi dopo qualche schioppettata, scambiatasi così tra il chiaroscuro più per
braveria che per bisogno, i quattro malandrini erano venuti nelle sue mani; e li
teneva guardati nella stessa torre ove s'erano introdotti con sì sfacciata
sceleraggine. Fra questi era il capobanda Gaetano. Quanto poi al portinaio del
castello l'era già morto quando le Cernide di Lugugnana s'erano accorte di lui.
- Povero Germano! - sclamò il
cavallante.
- E che non ci sia proprio più
pericolo? che tutti siano partiti? che non ci si rifacciano addosso per la
rivincita? - chiese il signor Conte al quale non pareva vero che un tanto
temporale si fosse squagliato per aria senza qualche grande fracasso di
fulmini.
- I capi sono bene ammanettati e
saranno savi come bambini fino al momento che li regoli meglio il boia; -
rispose il Partistagno - quanto agli altri scommetto che non si sovvengono più
di qual odor sappia l'aria di Fratta, e che lor non cale niente affatto di
fiutarla ancora.
- Dio sia lodato! - sclamò la
Contessa - signor Barone di Partistagno, noi tutti e le cose nostre ci facciamo
roba sua in riconoscenza dell'immenso servigio che ci ha prestato.
- Ella è il più gran guerriero dei
secoli moderni! - gridò il Capitano asciugandosi sulla fronte il sudore che vi
avea lasciato la paura.
- Pare peraltro che anche lei avesse
pensato ad una buona difesa - rispose il Partistagno. - Finestre e porte erano
così tappate che non ci sarebbe passata una formica.
Il Capitano ammutolì, s'avvicinò col
fianco alla tavola per non far vedere ch'egli era senza spada e della mano
accennò a Lucilio, come per riferir a lui tutto il merito di tali precauzioni.
- Ah è stato il signor Lucilio!? -
sclamò Partistagno con un lieve sapore d'ironia. - Bisogna confessare che non
si poteva usare maggior prudenza.
Il panegirico della prudenza in bocca
di chi avea vinto coll'audacia somigliava troppo ad un motteggio perché Lucilio
non se ne accorgesse. L'anima sua dovette sollevarsi ben alto per rispondere
con un modesto inchino a quelle ambigue parole. Il Partistagno, che credeva di
averlo subissato o poco meno, si volse per vedere sulla fisonomia della Clara
l'effetto di quel nuovo trionfo sul piccolo e infelice rivale. Si maravigliò
alquanto di non vederla, perocché la fanciulla era già corsa di sopra ad
usciolare dietro la porta della nonna. Ma la buona vecchia dormiva
saporitamente, protetta contro le archibugiate da un principio di sordità; ed
ella tornò indi a poco in tinello, contentissima della sua esplorazione. Il
Partistagno la adocchiò allora gustosamente, e n'ebbe un'occhiata di pura
benevolenza che lo confermò viemmeglio nella sua compassione pel povero
dottorino di Fratta. In mezzo a ciò gli piovevano d'ogni lato domande sopra
questo e sopra quello; e sul numero dei malandrini, e sul modo da lui adoperato
nel passar la fossa, e come sempre avviene dopo il pericolo, tutti godevano
d'immaginarlo grandissimo e di ricordarne le emozioni. Lo stato d'animo di chi
è o si crede sfuggito ad un rischio mortale somiglia a quello di chi ha
ricevuto risposta favorevole ad una dichiarazione d'amore. L'istessa
giocondità, l'istessa loquacia, l'istessa prodigalità di ogni cosa che gli
venga domandata, l'istessa leggerezza di corpo e di mente; e per dirla meglio,
tutte le grandi gioie si somigliano nei loro effetti, a differenza dei grandi
dolori che hanno una scala di manifestazioni molto variata. Le anime hanno un
centinaio di sensi per sentir il male, ed uno solo pel bene; e la natura rileva
alcun poco dell'indole di Guerrazzi che ha maggior immaginativa per le miserie
che pei pregi della vita.
Il primo cui venne in mente che ai
nuovi arrivati potesse abbisognare qualche rinfresco, fu monsignor Orlando; io
penso sempre che lo stomaco più ancora della riconoscenza lo facesse accorto di
tale bisogno. Dicono che l'allegria è il più attivo dei succhi gastrici, ma
Monsignore avea digerito la cena durante la paura; e l'allegria non avea fatto
altro che stimolare vieppiù il suo appetito. Due ova e mezza bragiuola! Ci
voleva altro per farlo tacere, l'appetito d'un monsignore!... Subito si misero
all'opera; e si fece man bassa sui porcellini di Fulgenzio. Il timore d'un
lungo assedio era svanito; la cuoca lavorava per tre; le guattere e i servi
avevano quattro braccia per uno; il fuoco sembrava disporsi a cuocere ogni cosa
in un minuto; Martino lagrimando per la morte di Germano, comunicatagli allora
allora dal cavallante, grattava in tre colpi mezza libbra di formaggio. Io e la
Pisana facevamo gazzarra contenti e beati di vederci dimenticati nel tripudio
universale; per noi avremmo desiderato ogni mese un assalto al castello per
goderne poi un simile carnovale. Ma la memoria del povero Germano
s'intrometteva sovente ad abbuiare la mia contentezza. Era la prima volta che
la morte mi passava vicina dopo che era venuto in età di ragione. La Pisana mi
svagava col suo chiacchierio, e mi rampognava del mio umore ineguale. Ma io le
rispondeva: - E Germano? - La piccina allungava il broncio; ma poco stante
tornava a ciarlare, a dimandarmi contezza delle mie spedizioni notturne, a
persuadermi che ella avrebbe fatto anche meglio, e a congratularsi meco che la
cuoca si fosse degnata di porre in opera il menarrosto senza ficcar me a far le
sue veci. Io mi svagava del mio dolore in questi colloqui; e la superbietta di
essere stimato qualche cosa mi teneva troppo occupato di me e della mia
importanza per permettermi di pensar troppo al morto. Era già passata la
mezzanotte di qualche mezz'ora quando la cena fu in pronto. Non si badò a
distinzione di quarti o di persone. In cucina in tinello in sala nella dispensa
ognuno mangiò e bevve, come e dove voleva. Le famiglie del fattore e di
Fulgenzio furono convitate al banchetto trionfale; e soltanto fra un boccone ed
un brindisi la morte di Germano e la sparizione del sagrista e del Cappellano
richiamarono qualche sospiro. Ma i morti non si movono e i vivi si trovano. Di
fatti il pretucolo e Fulgenzio capitarono non molto dopo, così pallidi e
sformati che parevano essere stati rinchiusi fin allora in un cassone di
farina. Uno scoppio di applausi salutò il loro ingresso, e poi furono invitati
a contare la loro storia. La era in verità molto semplice. Ambidue, dicevano,
senza farsi motto l'uno dell'altro, al primo giungere dei nemici erano corsi a
Portogruaro per implorar soccorso; e di là infatti capitavano col vero soccorso
di Pisa.
- Che? sono lì fuori i signori
soldati? - sclamò il signor Conte che non si era ancora accorto di aver perduto
la perrucca. - Fateli entrare!... Su dunque, fateli entrare!
I signori soldati erano sei di numero
compreso un caporale, ma in punto a stomaco valevano un reggimento. Essi
giunsero opportuni a spazzar i piatti degli ultimi rimasugli dei porcellini
arrostiti e a ravvivar l'allegria che cominciava già a maturarsi in sonno. Ma
poi ch'essi furono satolli e il canonico di Sant'Andrea ebbe recitato un Oremus
in rendimento di grazie al Signore del pericolo da cui eravamo scampati, si
pensò sul serio a coricarsi. Allora, chi chiappa chiappa, uno qua ed uno là,
ognuno trovò il proprio covo, la gente di rilievo nella foresteria, gli altri
chi nella frateria, chi nelle rimesse, chi sul fienile. Il giorno dopo soldati,
Cernide e sbirri ebbero per ordine del signor Conte una grossa mancia; e ognuno
tornò a casa sua dopo aver ascoltato tre messe, in nessuna delle quali io fui
seccato perché recitassi il Confiteor. Così si tornò dopo quella furia
di burrasca alla solita vita; il signor Conte per altro aveva raccomandato che
portassimo il trionfo con fronte modesta perché non gli garbava per nulla di
andar incontro ad altre rappresaglie.
Con simili disposizioni d'animo vi
figurerete che il processo instituito sulle rivelazioni di Germano non andò innanzi
con molta premura; e neppure pareva che vi avesse volontà di castigare davvero
quei quattro sgherani che erano rimasti prigioni di guerra del Partistagno. Il
Venchieredo, fatto accortamente palpare a loro riguardo, rispose che egli
veramente li avea mandati sull'orme di alcuni contrabbandieri che si dicevano
rifugiati nelle vicinanze di Fratta, che se poi le sue istruzioni erano state
da loro oltrepassate in modo punibile criminalmente, ciò non riguardava lui ma
la cancelleria di Fratta. Il Cancelliere del resto non mostrava gran volontà di
veder a fondo nelle cose, e sfuggiva di condurre i detenuti a pericolose
confessioni. L'esempio di Germano parlava troppo chiaro; e l'accorto curiale
era uomo da pigliar le cose di volo. Lasciava dunque dormire il processo
principale, e in quell'altra inquisizione dell'assalto dato alla torre era
felicissimo di aver provato la perfetta ubbriachezza dei quattro imputati. Così
sperava lavarsene le mani, e che la polvere dell'obblio si sarebbe accumulata
provvidenzialmente su quei malaugurati protocolli. Le cose tentennavano in
questo modo da circa un mese, quando una sera due cappuccini chiesero
ospitalità nel castello di Fratta. Fulgenzio che conosceva tutte le barbe
cappuccinesche della provincia non affigurò per nulla quelle due; ma avendo
essi dichiarato che venivano dall'Illirio, circostanza provata vera
dall'accento, furono accolti cortesemente. Fossero poi venuti dal mondo della
luna, nessuno avrebbe arrischiato di respingere due cappuccini colla magra
scusa che non si conoscevano. Essi si scusarono colla santa umiltà dall'entrare
in tinello, ove c'era in quella sera piena conversazione; ed edificarono invece
la servitù con certe loro santocchierie e certi racconti della Dalmazia e di
Turchia ch'erano le consuete parabole dei frati di quelle parti. Indi
domandarono licenza d'andare a coricarsi; e Martino li guidò e li introdusse
nella stanza della frateria che era divisa dal mio covacciolo con un semplice
assito e nella quale io li vidi entrare per una fessura di questa. Il castello
poco dopo taceva tutto nella quiete del sonno; ma io vegliava alla mia fessura
perché i due cappuccini avevano certe cose addosso da stuzzicar propriamente la
curiosità. Appena entrati nella stanza si assicurarono essi con due buone spanne
di catenaccio; indi li vidi trarre di sotto alla tonaca arnesi, mi parevano, da
manovale, ed anche due solidi coltellacci, e due buone paia di pistole, che non
son solite a portarsi da frati. Io non fiatava per lo spavento, ma la curiosità
di sapere cosa volessero dire quegli apparecchi mi faceva durare alla vedetta.
Allora uno di loro cominciò con uno scalpello a smovere le pietre del muro
dirimpetto che s'addossava alla torre; e un colpo dopo l'altro così alla
sordina fu fatto un bel buco.
- La muraglia è profonda - osservò
sommessamente quell'altro.
- Tre braccia e un quarto; -
soggiunse quello che lavorava - ne avremo il bisogno per due ore e mezzo prima
di poterci passare.
- Ma se qualcuno ci scopre in questo
frattempo!
- Sì eh?... peggio per lui!... sei
mila ducati comprano bene un paio di coltellate.
- Ma se non possiamo poi svignarcela
perché si svegli il portinaio?
- E cosa sogni mai?... Gli è un
ragazzaccio, il figliuolo di Fulgenzio!... Lo spaventeremo e ci darà le chiavi
per farci uscire comodamente, altrimenti...
«Povero Noni!» pensai io al vedere il
gesto minaccioso con cui il sicario interruppe il lavoro. Quella bragia coperta
di Noni non mi era mai andato a sangue, massime per lo spionaggio ch'egli
esercitava malignamente a danno mio e della Pisana; ma in quel momento
dimenticai la sua cattiveria, com'anche avrei dimenticato la chietineria
invidiosa e maligna di suo fratello Menichetto. La compassione fece tacere ogni
altro sentimento; d'altronde la minaccia toccava anche me, se avessero sospettato
che li osservava pei fori dell'assito; e avvezzo già alle spedizioni
avventurose sperai anche in quella notte di darmi a divedere un personaggio di
proposito. Apersi pian pianino l'uscio del mio buco, e penetrai a tentone nella
camera di Martino. Non volendo né arrischiando parlare, spalancai le finestre
in modo che entrasse un po' di luce perché la notte era chiarissima: indi mi
avvicinai al letto, e presi a destarlo. Egli saltava su di soprassalto gridando
chi era, e cosa fosse, ma io gli chiusi la bocca colla mano e gli feci cenno di
tacere. Fortuna che egli mi conobbe subito; laonde così a cenni lo persuasi di
seguirmi e condottolo fin giù sul pianerottolo della scala gli diedi contezza
della cosa. Il povero Martino faceva occhi grandi come lanterne.
- Bisogna destare Marchetto, il
signor Conte, e il Cancelliere - diss'egli pieno di sgomento.
- No, basterà Marchetto; - osservai
io con molto giudizio - gli altri farebbero confusione.
Infatti si destò il cavallante il
quale entrò nel mio disegno che bisognava far le cose alla muta senza baccani e
senza molta gente. Il foro dietro cui lavoravano i cappuccini dava
nell'archivio della cancelleria, che era una cameraccia scura al terzo piano
della torre, piena di carte di sorci e di polvere. Il meglio era appostar colà
due uomini fidati e robusti che abbrancassero uno per uno i due frati mano a
mano che passavano e li imbavagliassero e li legassero a dovere.
E così si fece. I due uomini furono
lo stesso Marchetto e suo cognato che stava in castello per ortolano. Essi
penetrarono pian piano nell'archivio adoperando la chiave del Conte che restava
sempre nelle tasche delle sue brache in anticamera; e stettero lì uno a destra
ed uno a sinistra del luogo ove si sentivano sordi i colpi dei due scalpelli.
Dopo mezz'ora penetrò nell'archivio un raggio di luce, e i due uomini fermi al
loro posto. Per ogni buon conto s'erano armati di mannaie e di pistole, ma
speravano di farne senza perché i signori frati lavoravano sicuri e privi di
qualunque timore.
- Io passo col braccio - mormorò uno
di questi.
- Ancora due colpi e il difficile è
fatto - rispose l'altro.
Con poco lavoro s'allargò il buco
siffattamente, che vi potea passare con qualche stento una persona; e allora
uno dei due frati, quello che sembrava il caporione, allungò la testa indi un
braccio indi l'altro e strisciando innanzi colle mani sul pavimento
dell'archivio s'ingegnava di tirarsi addietro le gambe. Ma quando meno se lo
aspettava sentì una forza amica aiutarlo a ciò, e nel tempo stesso un pugno
vigoroso gli afferrò il mento, e sbarrategli le mascelle gli cacciò in bocca un
certo arnese che gli impediva quasi di respirare nonché di gridare. Una buona
attortigliata ai polsi e una pistola alla gola fornirono l'opera e persuasero
colui a non moversi dal muro cui lo avevano addossato. Il frate compagno parve
un po' inquieto del silenzio che successe al passaggio del suo principale; ma
poi si rassicurò credendo che non fiatasse per paura di farsi udire, e fece
animo egli pure di sporger la testa dal buco. Costui fu trattato con minor
precauzione del primo. Appena impadronitosi della testa, Marchetto la tirò
tanto che quasi gliel'avrebbe cavata se lo stesso paziente non avesse smosso
colle spalle alcune pietre della muraglia. Imbavagliato e legato anche questo,
lo si frugò ben bene unitamente al compagno; si tolsero loro le armi e furono
condotti in un luoguccio umido, appartato, e ben riparato dall'aria dov'ebbero
posto cadauno in una celletta come due veri frati. Li lasciarono così in preda
alle loro meditazioni per destar la famiglia e propalare la gran novella.
Figuratevi qual maraviglia, che
batticuore, che consolazione! Era certo che anche quel nuovo tiro veniva dalla
parte di Venchieredo. Laonde si decise di serbare piucché fosse possibile il
segreto finché si desse notizia dell'accaduto al
Vice-capitano di Portogruaro. Fulgenzio fu incaricato di
ciò. La missione ebbe effetto così pieno che il castellano aspettava ancora il
ritorno dei due frati, quando una compagnia di Schiavoni attorniò il castello
di Venchieredo, s'impadronì della persona del signor giurisdicente, e lo trasse
legato in tutta regola a Portogruaro. Certamente Fulgenzio avea trovato
argomenti molto decisivi per indurre la prudenza del
Vice-capitano a una sì forte e subitanea risoluzione. Il
prigioniero pallido di bile e di paura si mordeva le labbra per esser caduto da
sciocco in una trappola, e con tardiva avvedutezza pensava indarno ai bei feudi
che possedeva oltre l'Isonzo. Le carceri di Portogruaro erano molto solide e la
fretta della sua cattura troppo significante perché si lusingasse di poterla
scapolare. Gli abitanti di Fratta dal canto loro furono alleggeriti d'un gran
peso: e tutti si scatenarono allora contro la temerità di quel prepotente; e piccoli
e grandi si facevano belli di quel colpo di mano come se il merito fosse
appunto loro e non del caso. Un ordine venuto qualche giorno dopo di consegnare
i quattro imputati d'invasione a mano armata, nonché i due finti cappuccini e
le carte del processo di Germano ad un messo del Serenissimo Consiglio dei
Dieci mise il colmo alla gioia del Conte e del Cancelliere. Essi respirarono di
aver nette le mani di quella pece, e fecero cantare un «Te Deum « per
motivi moventi l'animo loro quando dopo due mesi si venne a sapere di
sottovento che i sei malandrini eran condannati alle galere in vita, e il
castellano di Venchieredo a dieci anni di reclusione nella fortezza di Rocca
d'Anfo sul Bresciano come reo convinto di alto tradimento e di cospirazione con
potentati esteri a danno della Repubblica. Le lettere deposte da Germano erano
appunto parte d'una corrispondenza clandestina, tenuta in addietro dal
Venchieredo con alcuni feudatari goriziani, nella quale si parlava d'indurre
Maria Teresa ad appropriarsi il Friuli veneto assicurandole il favore la
cooperazione della nobiltà terrazzana. Rimasta in potere di Germano parte di
questa corrispondenza per le difficoltà di porto e di recapito spesse volte
incontrate, egli si era schivato dal restituirla accusando di aver distrutto
quelle carte per paura di chi lo inseguiva o per altra urgente cagione. Così
pensava egli apparecchiarsi una buona difesa contro il padrone nel caso che
questi, come usava, avesse cercato sbarazzarsi di lui; e il destino volle che
quanto egli aveva preparato per difendersi valesse invece ad offendere un uomo
prepotente ed iniquo. Dopo il processo criminale del Venchieredo s'agitò in
Foro civile la causa di fellonia. Ma fosse accorgimento del Governo di non
toccar troppo sul vivo la nobiltà friulana, o valentia degli avvocati, o bontà
dei giudici, fu deciso che la giurisdizione del castello di Venchieredo
continuerebbe ad esercitarsi in nome del figliuolo minorenne del condannato, il
quale era alunno nel collegio dei padri Scolopi a Venezia. In una parola la
sentenza di fellonia pronunciata contro il padre si giudicò non dovesse recar
effetto a pregiudizio del figlio. Allora fu che, tolto di mezzo Gaetano e ogni
altro impiccio, Leopardo Provedoni ottenne finalmente in isposa la Doretta. Il
signor Antonio se ne dovette accontentare; come anche di vedere lo Spaccafumo
in onta ai bandi e alle sentenze assistere e far grande onore al pranzo di
nozze. Gli sposi furono stimati i più belli che si fossero mai veduti nel
territorio da cinquant'anni in poi; e i mortaretti che si spararono in loro
onore nessuno si prese la briga di contarli. La Doretta entrò trionfalmente in
casa Provedoni: e i vagheggini di Cordovado ebbero una bellezza di più da
occhieggiare durante la messa delle domeniche. Se la forza erculea e la
severità del marito sgomentiva i loro omaggi, li incoraggiava invece
continuamente la civetteria della moglie. E tutti sanno che in tali faccende
son più ascoltate le lusinghe che le paure. Il cancelliere di Venchieredo,
rimasto padrone quasi assoluto in castello durante la minorennità del giovane
giurisdicente, rifletteva parte del suo splendore sopra la figlia: e certo nei
giorni di sagra ella preferiva il braccio del padre a quello del marito,
massime quando andava a pompeggiare nelle festive radunanze intorno alla
fontana. Anche la mia sorte in quel frattempo s'era cambiata di molto. Non era
ancora in istato di pigliar moglie, ma aveva dodici anni sonati, e la scoperta
dei finti cappuccini mi avea cresciuto assai nell'opinione della gente. La Contessa
non mi aspreggiava più, e qualche volta sembrava vicina a ricordarsi della
nostra parentela benché si ravvedesse tosto da quegli slanci di tenerezza. Però
non si oppose al marito quando egli si mise in capo di avviarmi alla
professione curiale, aggiungendomi intanto come scrivano al signor Cancelliere.
Finalmente ebbi la mia posata alla
tavola comune, proprio vicino alla Pisana, perché le strettezze della famiglia,
che continuavano con una pessima amministrazione, aveano fatto smettere l'idea
del convento anche riguardo alla piccina. Io seguitava a taroccare a giocare e
a martoriarmi con lei; ma già la mia importanza mi compensava degli smacchi che
ancor mi toccava sopportare. Quando poteva passarle dinanzi recitando la mia
lezione di latino, che doveva ripetere al Piovano la dimane, mi sembrava di
esserle in qualche cosa superiore. Povero latinista! come la sapeva corta!...
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