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Nel quale si discorre delle prime
rivoluzioni italiane, dei costumi della scolaresca padovana, del mio ritorno a
Fratta, e della cresciuta gelosia per Giulio Del Ponte. Come i morti possono
consolar i vivi, ed i furbi convertire gli innocenti. Il padre Pendola affida
la mia innocenza all'avvocato Ormenta di Padova. Ma non è oro tutto quello che
luce.
Francia aveva decapitato un re e
abolito la monarchia: il muggito interno del vulcano annunziava prossima
un'eruzione: tutti i vecchi governi si guardavano spaventati, e avventavano a
precipizio i loro eserciti per sopire l'incendio nel suo nascere: non
combattevano più a vendetta del sangue reale ma a propria salute. Respinti dal
furore invincibile delle legioni repubblicane, già Nizza e Savoia, le due porte
occidentali d'Italia, sventolavano il vessillo tricolore; già si conosceva la
forza degli invasori nella grandezza delle promesse; e l'urgenza maggiore del
pericolo negli interni sobbollimenti. Alleanze e trattati si preparavano
ovunque. Napoli e il Papa si riscotevano delle vergognose paure; la vecchia
Europa, destata nel suo sonno quasi da un fantasma sanguinoso, si dibatteva da
un capo all'altro per scongiurarlo. Che faceva intanto la Serenissima
Repubblica di Venezia? Lo stupido Collegio de' suoi Savi avea decretato che la
rivoluzione francese altro non dovea essere per loro che un punto accademico di
storia; avea rigettato qualunque proposta di alleanza d'Austria, di Torino, di
Pietroburgo, di Napoli, e persuaso il Senato di appigliarsi unanimemente al nullo
e ruinoso partito della neutralità disarmata. Indarno strepitando l'aulica
eloquenza di Francesco Pesaro, il 26 gennaio 1793 Gerolamo Zuliani Savio di
settimana, vinse il partito che Giovanni Jacob fosse riconosciuto ambasciatore
della Repubblica francese. Libera e ragionata, una tal deliberazione nulla in
sé avrebbe racchiuso di sconsigliato o di vile; poiché né legami di famiglia,
né comunanza d'interessi, né patti giurati obbligavano la Repubblica a vendicar
la prigionia di Luigi XVI; ma la venalità del prepotente e il precipitoso
assentimento del Senato impressero a quell'atto un colore di vero e codardo
tradimento.
La nuova, sparsasi indi a poco,
dell'uccisione del Re, mutò nell'opinione dei governi la stolta arrendevolezza
veneziana in pagata complicità; dall'una parte lo sprezzo, dall'altra l'odio
accumulavano le loro minacce. La Legazione francese di Venezia accentrava in sé
tutte le mene e le speranze dei novatori italiani; essa dava mano ad altri
emissari che istigavano la Porta ottomana contro l'Impero e la Serenissima, per
divertir quinci le forze russe e di Germania. Il Collegio dei Savi, sempre
rinnovato e sempre imbecille, taceva al Senato di cotali pericoli: gli usciti
trasfondevano negli entranti la stolida sicurezza e la molle indolenza. Duranti
da quattordici secoli fra tante rovine di ordini e di imperi, pareva loro
impossibile un subito crollo: tale sarebbe un decrepito che per aver vissuto
novant'anni giudicasse non dover più morire. Finalmente nel cader della
primavera 1794, dopo che fu violata da Francia l'imbelle neutralità di Genova a
danno futuro del Piemonte e di Lombardia, il Pesaro accennò altamente la
prossimità del pericolo e la non lontana emergenza che tra gli imperiali
scendenti dal Tirolo al Ducato di Mantova, e i Francesi contrastanti, un
conflitto potesse nascere negli Stati di terraferma. Si riscosse pur sonnolento
il Senato, e contro il parere del Zuliani, del Battaja e di altri conigli più
conigli degli altri, decretò che la terraferma si armasse con nuove cerne d'Istria
e di Dalmazia, con restauri e artiglierie nelle fortezze. Si salvava non lo
statuto ma il decoro. I Savi d'allora, Zuliani primo, s'incaricarono di perdere
anche questo. Per ricattarsi della sconfitta toccata in Senato, deliberarono di
attraversare l'esecuzione di quel decreto, e a tal fine si decise di usar col
Senato il metodo del celebre Boerhaave, il quale inzuccherava le pillole de'
suoi ammalati perché le inghiottissero senza gustarne l'amaro. Si dimostrò di
poter far poco e a rilento per la povertà dell'erario; si fece nulla e mai;
ogni provvedimento si ridusse a settemila uomini stentatamente raccolti ed
appostati a spizzico nella Lombardia veneta. Pesaro, Pietro suo fratello, ed
uno fra i Savi stessi il cui nome va scevro, almeno in questo, dalla comune
ignominia, Filippo Calbo, designarono al Senato la mala fede di tante
tergiversazioni; ma il Senato era ricaduto nel suo cieco torpore, inghiottì la
pillola inzuccheratagli dai Savi, e non ne gustò, no, per allora l'amarezza, ma
ne sentì poscia la velenosa virtù.
Così la mia vita cominciava ad
aggirarsi fra le rovine; il senno mi si afforzava ogni giorno più in lunghi e
rabbiosi studi; mi crescevano, unite alla forza contro il dolore, la forza e la
volontà di operare; l'amore mi torturava, mi mancava la famiglia, mi moriva la
patria. Ma come avrei io potuto amare, o meglio, come mai quella patria
torpida, paludosa, impotente, avrebbe potuto destare in me un affetto degno,
utile, operoso? Si piangono, non si amano i cadaveri. La libertà dei diritti,
la santità delle leggi, la religione della gloria, che danno alla patria una
maestà quasi divina, non abitavano da gran tempo sotto le ali del Leone. Della
patria eran rimaste le membra vecchie, divelte, contaminate; lo spirito era
fuggito, e chi sentiva in cuore la divozione delle cose sublimi ed eterne,
cercava altri simulacri cui dedicare la speranza e la fede dell'anima. Se
Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al
meno agonizzavano di quel difetto di pensiero e di vitalità morale. Perciò il
numero degli animi che si consacrò al culto della libertà e degli altri umani
diritti proclamati da Francia, fu in Italia di gran lunga maggiore che altrove.
Questo più che la patita servitù o la somiglianza delle razze giovò ai capitani
francesi per sovvertire i fracidi ordinamenti di Venezia, di Genova, di Napoli
e di Roma, di tutti insomma i governi nazionali. Tanto è vero che, come negli
individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza
il nocciuolo, senza il fuoco spirituale, nemmeno l'organismo materiale prolunga
di molto i suoi moti. E se una forza estranea non distrugge violentemente i
congegni, la vita a poco a poco s'affievolisce e s'arresta di per sé.
Il mio vivere a Padova era proprio
quello d'un povero studente. Somigliava nella figura il fanticello di qualche
prete, e portava modestamente i contrassegni della nazione italiana, come si
costumava anche allora dagli studenti, quasiché si fosse ancora ai tempi di
Galileo, quando Greci, Spagnuoli, Inglesi, Tedeschi, Polacchi e Norvegi
concorrevano a quell'Università. Si disse che Gustavo Adolfo fu colà discepolo
del grande astronomo; il che importerebbe ben poco alla storia sì dell'uno che
dell'altro. Coloro che io aveva compagni di collegio erano per la maggior parte
pecoroni di montagna, rozzi, sudici, ignoranti; semenzaio di futuri cancellieri
per gli orgogliosi giurisdicenti, o di nodari venderecci per gli uffici
criminali. Tripudiavano e s'abbaruffavano fra loro, appiccavano eterni litigi
coi birri, coi beccai, cogli osti; con questi soprattutto, perché avevano la
strana idea di non volerli lasciar partire dalla taverna se prima non pagavano
lo scotto. La querela terminava dinanzi al Foro privilegiato degli scolari;
dove i giudici mostravano il facile buonsenso di dar sempre ragione a questi
ultimi, per non incorrere nel loro sdegno altrettanto implacabile, quanto poco
giusto e moderato. Gli studenti patrizi si tenevano in disparte a tutto potere
da questa bordaglia; più per paura che per boria, credo. E del resto non
mancava anche allora il ceto di mezzo, quello dei più, dei tentennanti, dei
misurati, che nell'abbondare della mesata s'accomunava ai costosi piaceri dei
nobili, e nella povertà degli ultimi del mese ricorreva alle ladre e petulanti
baldorie degli altri. Dicevano male di questi con quelli e di quelli con
questi; fra loro poi si beffavano di questi e di quelli, veri antesignani di
quel medio ceto senza cervello e senza cuore che si credette poi democratico
perché incapace di ubbidire validamente al pari che di comandare utilmente.
Intanto i rivolgimenti francesi venivano a smuovere in qualche maniera i vuoti
e frivoli talenti di quella scolaresca. Il sangue bolle e vuol bollire ad ogni
costo nelle vene giovanili; i giovani son come le mosche che senza capo
seguitano a volare, a ronzare. Fra i patrizi s'ebbero i novatori scolastici che
applaudirono, e i timidi chietini che si spaventarono; dei plebei qualcuno
ruggì alla Marat; ma gli Inquisitori gli insegnarono la creanza; la maggior parte,
impecorita nell'adorazione di San Marco, tumultuava contro i Francesi lontani,
solita braveria di chi ossequia poi e serve i presenti. Quelli di mezzo
aspettavano, speravano, gracchiavano: pareva loro che dai nobili il governo
dovesse cader in loro per naturale pendio delle cose; acchiappato che lo
avessero, si argomentavano bene di non lasciarlo cadere più in giù. Ma non
gridavano a piena gola; soffiavano, bisbigliavano come chi serba la voce e la
pelle a miglior momento. Gl'Inquisitori, si può ben credere, guardavano con
mille occhi questo vario brulichio di opinioni, di lusinghe, di passioni: ogni
tanto un calabrone, che strepitava troppo, cadeva nell'agguato tesogli da
qualche ragno. Il calabrone era trasportato in burchio a Venezia; e passato il
ponte dei Sospiri nessuno lo udiva nominare mai più. Con questi sotterfugi e
giochetti di mano, ottimi a spaventare l'infanzia d'un popolo, credevano salvar
la Repubblica dall'eccidio soprastante.
Io per me aveva allora troppe memorie
da accarezzare, troppi dolori da combattere, perché mi mettessi a pescar col
cervello in quei torbidi. Della Francia avea udito novellare una volta o due
come di regione tanto discosta che non capiva nemmeno che cosa potessero calere
a noi le pazzie che vi si facevano. In fatti le mi avevano figura di pazzie e
nulla più. L'autunno susseguente al primo anno di giurisprudenza fu quasi
suggello a quella mia incuria politica. Il viaggio pedestre fino a Fratta, il
riveder la Pisana, gli amori rinati e troncati poi di bel nuovo per nuove stranezze,
per nuove gelosie, le incombenze affidatemi per via di esperimento del
Cancelliere, gli elogi del Conte e dei nobiluomini Frumier, le soperchierie e
le scappate del Venchieredo, i disordini della famiglia Provedoni, i dissidi
fra la Doretta e Leopardo, le continue imprese dello Spaccafumo, le
raccomandazioni del vecchio Piovano, e gli strani consigli del padre Pendola mi
diedero troppo da pensare, da fare, da meditare, da godere e da soffrire perché
mi pentissi di aver lasciato ai miei compagni la cura delle cose di Francia e
il passatempo delle gazzette. Peraltro tutte cotali cose mi fecero l'effetto
d'una commedia goduta, in confronto di quanto mi fece provare in que' due mesi
la sola Pisana. Che l'indole di lei fosse migliorata nel frattempo nessuno lo
vorrebbe credere se anche io fossi tanto bugiardo e sfacciato da affermarlo.
Bensì era cresciuta di bellezza nelle forme e nel volto. S'era fatta veramente
donna; non di quelle che somigliano fiori delicati cui la prima brezza del
novembre torrà l'olezzo e il colore; ma una figura altera, robusta, ricisa,
ammorbidita da una rosea freschezza e da una mobilità di fisonomia bizzarra e
istantanea sovente, ma sempre graziosa e ammaliatrice. Quando quella fronte
superba e marmorea si chinava un istante alle occhiate procaci d'un giovane, e
le pupille velate e come confuse si volgevano a terra, una tal fiamma di
desiderii, di voluttà e d'amore traluceva da tutta lei, che le si respirava
dintorno quasi un'aria infuocata. Io era geloso di chi la guardava. E come
poteva non esserlo io che l'amava tanto, io che la conosceva fin nel profondo
delle viscere? - Povera Pisana! - Ne aveva ella colpa se la natura abbandonata
a se stessa avea guastato di sua mano ciò ch'ella di sua mano avea preparato
perché gli amorosi accorgimenti dell'arte ne cavassero un prodigio
d'intelligenza, di bellezza e di virtù? Ed io, aveva io colpa di amarla
tuttavia, ebbi poi colpa d'amarla sempre, quantunque ingrata, perfida, indegna,
se sapeva di essere il solo al mondo che potesse compatirla? La terribile
sventura del peccato non ha da essere ricompensata quaggiù da nessun conforto?
Memoria, memoria, che sei tu mai!
Tormento, ristoro e tirannia nostra, tu divori i nostri giorni ora per ora,
minuto per minuto e ce li rendi poi rinchiusi in un punto, come in un simbolo
dell'eternità! Tutto ci togli, tutto ci ridoni; tutto distruggi, tutto
conservi; parli di morte ai vivi e di vita ai sepolti! Oh la memoria
dell'umanità è il sole della sapienza, è la fede della giustizia, è lo spettro
dell'immortalità, è l'immagine terrena e finita del Dio che non ha fine, e che
è dappertutto. Ma la mia memoria frattanto mi servì assai male; essa mi legò
giovane ed uomo ai capricci d'una passione fanciullesca. Le perdono tuttavia;
perché val meglio a mio giudizio il ricordar troppo e dolersene, che il
dimenticar tutto per godere. Dirvi quanto soffersi nel giro di quelle poche
settimane sarebbe opera lunga. Ma deggio pur confessare a mia lode che la
compassione più assai della gelosia mi tormentava; nessun cruccio è così forte
come quello di dover biasimare e compiangere l'oggetto dell'amor nostro. Le
stranezze della Pisana toccavano sovente all'ingiustizia; spesso apparivano
svergognatezza, se io non avessi ricordato quanto spensierata ella fosse di
natura.
Le sue simpatie non aveano più né
ragione né scusa né durata né modo. Questa settimana s'apprendeva d'un affetto
rispettoso e veemente pel vecchio piovano di Teglio; usciva col velo nero sul
capo e le ciglia basse; s'intratteneva con lui sulla porta della canonica
volgendo le spalle ai passeggieri; udiva pazientemente i suoi consigli e
perfino le sue mezze prediche. Si ficcava in testa di diventare una santa
Maddalena, e si pettinava i capelli come li vedeva a questa santa in un
quadretto che stava a capo del suo letto. Il giorno dopo compariva mutata come
per incanto; la sua delizia non era più il Piovano, ma il cavallante Marchetto;
voleva a tutta forza ch'ei le insegnasse a cavalcare; scorrazzava pei prati a
bisdosso d'un ronzino come un'amazzone, e si guastava la fronte e le ginocchia
contro i rami della boscaglia. Allora non voleva seco che poverelli e
contadini; si atteggiava, credo, a castellana del Medio Evo; camminava lungo il
rio a braccetto di Sandro il mugnaio, e perfin Donato, lo spezialino, le pareva
troppo azzimato e artifizioso. Poco stante, eccola cambiar registro; voleva
esser condotta mattina e sera a Portogruaro; faceva attrappire tutti i vecchi
cavalli di suo padre nelle fangose carraie di quelle stradacce, ma si dovea
sempre correre di galoppo. Godeva di eclissare la podestaressa, la
Correggitrice, e tutte le signore e donzelle della città. Giulio Del Ponte, il
damerino più vivace e desiderato, le serviva di riverbero: parlava e
gesticolava con lui, non perché avesse nulla a dirgli, ma per ottener voce di
briosa e maligna. Giulio ne era innamorato pazzamente e avrebbe giurato ch'ella
aveva più brio di tutte le male lingue di Venezia. Ella invece sempre
scontenta, sempre tormentata da desiderii mal definiti, e da una voglia
sfrenata di piacere a tutti, di far bene a tutti, non pensava che ciò, non si
studiava che a ciò, e rade volte si prendea la briga di neppur ascoltare quando
altri parlava.
Questa era una qualità singolarissima
della sua indole, che purché fosse certa di far contento alcuno, a nessuna
opera, per quanto difficile e schifosa, si sarebbe rifiutata. Se uno storpio,
uno sciancato, un mostro avesse mostrato desiderio d'ottenere un suo sguardo
lusinghiero, tosto ella glielo avrebbe donato così amorevole, così lungo, così
infocato come al vagheggino più lindo e lucente. Era generosità,
spensieratezza, o superbia? Forse questi tre motivi si univano a renderla tale;
per cui non ebbe dintorno essere tanto odioso e spregevole che con
un'attitudine di preghiera non ottenesse da lei confidenza e pietà, se non
affetto e stima. Perfino con Fulgenzio si addomesticava talvolta a segno da
sedere al suo focolare intantoché dimenavano la polenta. E poi, uscita di là,
la sola memoria di quel bisunto e ipocrita sagrestano le metteva raccapriccio.
Ma non sapeva resistere a un'occhiata di adulazione. La signora Veronica s'era
accorta di questo; e di antipaticissima che le era dapprincipio avea saputo
renderlesi sopportabile e quasi cara, a forza di piacenteria. Figuratevi qual
perfezionamento di educazione fu per lei l'interessata indulgenza di quest'aia
da trivio! Avea finito per entrarle in grazia col farle addirittura da mezzana;
ed era dessa che correva ad avvertirla e faceva scappare Giulio Del Ponte per
la parte delle scuderie, quando il Conte o Monsignore si svegliavano prima del
solito. La Faustina, rimasta a Fratta come cameriera, non le era miglior
compagna. Queste mezze vesticciuole cittadinesche ridotte a vivere in campagna,
diventano maestre di vizii e di corruzione; e la Faustina peggio forse di molte
altre, perché ve la tirava il temperamento tutt'altro che modesto. La
complicità colla padrona le sembrava la miglior arra d'impunità; e potete
credere se la aiutava con zelo, e se la eccitava colle suggestioni e
coll'esempio!
Io mi maraviglio ancora che non ne
nascesse sotto gli occhi del Conte e del Canonico qualche gravissimo scandalo;
ma forse le apparenze furono peggiori della realtà, e le fatiche corporali e la
vita selvatica e vagabonda attutirono per allora nella Pisana gli istinti focosi
e sensuali. In ciò io era più disposto tuttavia a veder nero che bianco; perché
essendo stato testimonio e compagno delle sue infantili effervescenze, durava
grande fatica a credere che l'età più adulta avesse smorzato in lei quello che
suole accendere negli altri. Briaco d'amore e di rimembranze, ogni qualvolta un
impeto di compassione me la recava fra le braccia e non la sentiva tremare e
sospirare come avrei voluto, la gelosia mi torceva l'anima: pensava che a me
restassero le ceneri d'un fuoco che avea bruciato per altri, e su quelle labbra
dove m'immaginava dover gustare ogni gioia del paradiso trovava invece i
tormenti dell'inferno. Ella si stoglieva da me disgustata della mia freddezza,
della mia rabbia continua; io fuggiva da lei colle mani nei capelli, colla
disperazione nel cuore volgendo nell'animo pensieri di morte e di vendetta.
Giulio Del Ponte mi sovveniva allora colla sua fisonomia piena di fuoco,
d'ardimento, di vita, co' suoi occhi inondati sempre di gioia e d'amore, col
suo sorriso schernitore insieme e procace come quello d'un fauno greco, colla
sua loquela pronta, vivace, immaginosa, soave! Io lo odiava in ragione delle
immense doti concessegli da natura per ammaliare le donne; mi piaceva di
pensare ch'egli non era né bello né robusto né ben fatto, e che la più guercia
donzella del contado avrebbe preferito le mie larghe spalle e la mia aperta e
sana figura a quel suo corpicciuolo magro, sparuto, convulso. Contuttociò
dinanzi alla Pisana mi sentiva nulla appetto a lui; capiva che se fossi stato
donna, io pure gli avrei concesso la palma in mio confronto. Dio! cosa non
avrei io dato allora per cambiarmi con lui a prezzo di qualunque sacrifizio! -
Avessi perduto le forze, la salute, fossi morto sfilato il giorno dopo, non
avrei esitato a entrar ne' suoi panni per godere un istante di trionfo, e
credere ch'ella mi amava più di se stessa! Sciocco di pensare e di desiderare
ciò! Nessuno al mondo esisterà mai, per quanto incantevole e perfetto, che
avesse potuto concentrare in sé solo e per sempre tutti gli affetti, tutti i
desiderii della Pisana. Io che ne aveva una buona parte, desiderava l'altra: se
avessi ottenuto questa, mi sarebbe mancata la prima. Poiché né Giulio, né alcun
altro prima o dopo di lui, poté vantarsi di godere al pari di me la confidenza
e la stima della Pisana. Io solo, io solo ebbi questa parte più intima e sola
forse santa dell'anima sua; io solo, nei pochi intervalli che fui da lei beato
d'amore, ho potuto credermi padrone di tutto l'esser suo, veramente amante,
poiché l'amava conoscendola com'ella era; veramente amato, perché al sentimento
che mi desiderava, la ragione stessa dava la sveglia e l'abbandono soave della
gratitudine. Oh! mi si conceda questo unico premio d'un amore sì lungo,
paziente, infelice. Mi si conceda di poter credere che come io prelibai le
delizie di quell'anima, così solo ne ebbi il pieno godimento. Né lo spettacolo
d'un bello e vario prospetto di natura, né l'aspetto d'un quadro finitamente
condotto può apprezzarsi degnamente se non da chi ha la vera conoscenza della
natura e dell'arte. Nessuno potrà apprezzare certo i tesori di un'anima, se non
ne ha indagato con lunga consuetudine e con devoto e profondo amore i più
reconditi nascondigli. La Pisana fu una creatura siffatta, che soltanto chi
nacque, si può dire, e crebbe con lei, e pensò sempre a lei, e non amò che lei,
può averla interamente indovinata.
In onta alle lezioni del Piovano io
posso assicurarvi che io non era in fin d'allora né un cristiano esemplare, né
un giovine scrupoloso. La libertà lasciatami nell'infanzia, e gli esempi altrui
sia a Fratta che a Portogruaro ed a Padova, avean lasciata assai lenta la
briglia a' miei costumi. Pure coll'avara cautela dell'amore io studiai ogni via
per ritrar la Pisana da quel pericoloso sentiero a cui mi pareva avviata. Era
carità pelosa, se volete; ma il tentativo era a fin di bene, senza metter in
conto altri intenti personali. La Pisana non s'avvide di questi miei sforzi; la
Faustina e la Veronica ne indispettirono. Quest'ultima, credo, ebbe paura ch'io
intendessi farle la satira a lei ed alla sua manica larga; ma se ella temeva
ciò in fatti, doveva farne suo pro' e correggere con qualche accorgimento di
severità un'eccessiva indulgenza. Al contrario continuò nella sua cieca
condiscendenza, vendicandosi di me collo screditarmi in ogni mala guisa presso
la Pisana. Io credo in ultima analisi ch'ella riversasse sopra questa povera
disgraziata tutto l'odio che aveva accumulato nel fegato contro la Contessa sua
madre in tanti e tanti anni di spregi sofferti e di muta e tremante servitù. Se
ne pagava col guastarla nell'ozio, nella frivolezza e nelle famigliarità d'ogni
peggior vitupero; non sarebbe questo il primo esempio di simile vendetta per
parte di un'aia. Baldracca più sboccata di lei e della Faustina io non mi
ricordo di averla trovata mai in nessun porto di mare; ma dinanzi al Conte e a
Monsignore sapeva star contegnosa, e tutte le sere nella stanza della Contessa
vecchia intonava devotamente il rosario, cui la inferma dal suo letto e una
contadinella destinata a vegliarla dopo la partenza della Clara, rispondevano
con voce sommessa.
La Pisana anche colla nonna usava
come cogli altri; una settimana sì ed un'altra no; non v'aveano che suo padre,
il Cancelliere e lo zio monsignore che non godessero de' suoi insulti di
tenerezza; ma questa era gente di carta pesta, che non aveva anima, che non
aveva né indole propria né colore e la Pisana se ne dimenticava. Dubito che si
sarebbe anche dimenticata della madre e della sorella, perché la lontananza fu
sempre pe' suoi affetti un calmante prodigioso. Ma una lettera della Contessa
con un poscritto della Clara la faceva risovvenire ogni due mesi di quella
parte di famiglia che viveva a Venezia; siccome poi in quella lettera si davano
novelle anche del Contino che era agli ultimi anni della sua educazione, così
ogni due mesi le risovveniva di avere un fratello. Gli zii Frumier erano forse
i soli che, lontani o vicini, stettero sempre in mente o sulle labbra alla
fanciulla. Quel poter nominare un senatore, un parente del doge Manin, e dire
«gli è mio zio» era per lei una discreta soddisfazione, e se la prendeva
sovente anche senza una stretta necessità. Giulio Del Ponte e la Veronica le
menzionavano sovente suo zio senatore quando la vedevano sconvolta o
annuvolata. A quelle magiche parole si rasserenava, si ricomponeva immantinente
per dilagarsi in gran chiacchiere sulla potenza e sull'autorità del Senatore,
sui suoi palazzi, sulle sue ville, sulle sue gondole, sulle vesti di seta,
sulle gemme e sui brillanti della zia. E quante maggiori splendidezze narrava,
tanto più vi scivolava sopra colla lingua senza alcun sussiego quasi a
dimostrare che di cotali cose essa aveva troppa consuetudine per esserne
maravigliata. Invece, poverina, né gioie, né ville, né palazzi essa aveva veduto
mai fuori del palazzo del Frumier a Portogruaro, e della crocetta di brillanti
di sua mamma; l'immaginazione suppliva a tutto, e si comportava alla foggia
delle attrici che parlano in commedia dei loro cocchi, dei loro tesori, né
hanno mai cavalcato un asino o fiutato l'odor d'un zecchino.
Peraltro io mi stupii sempre che col
grande magnificar ch'ella faceva l'eccellentissima casa Frumier, rimanesse poi
mogia, imbrogliata e quasi uggiosa quando vi compariva in conversazione. Ora
capisco che il solo dover cedere alla zia il primo posto le tarpava le ali
dell'orgoglio; e più poi insalvatichita dalla solitudine di Fratta e dal
consorzio di rozzi villani o di pettegole sfacciate, non s'arrischiava di
mischiarsi ai ragionari degli altri e così s'imbronciava di dover sfigurare in
punto a brio ed a loquela. Ma volendo ricattarsene coi vezzi e collo splendore
della bellezza, cadeva nell'altro sconcio di far sempre mille attucci e di
restar sempre preoccupata di sé in modo che pareva perfino stupida. Monsignor di
Sant'Andrea, che in onta al barbaro abbandonamento della Contessa avea serbato
alla figlia una calorosa predilezione, la proteggeva sovente contro i motteggi
dei maligni. Affermava egli che la era piena di brio, d'ingegno e di sapere, ma
che per dar risalto a tutti questi pregi sarebbe occorsa un'abbondante
sbruffata di vaiuolo.
- Ma che Dio ne la preservi! -
soggiungeva il dotto canonico - perché d'ingegno e di dottrina ne son piene
perfin le cantere della biblioteca, mentre una bellezza come questa non la si
trova né in cielo né in terra, e bisogna esser di pietra per non esserne
esilarati fino in fondo al cuore solo a contemplarla!...
Giulio Del Ponte sosteneva a spada
tratta il parere di Monsignore; ma l'Eccellentissimo Frumier gettava sul
giovine qualche occhiatina agrodolce quand'egli s'incaloriva tanto sopra questo
argomento.
Gli è vero che la Pisana non
somigliava per nulla alla Clara, ma Giulio somigliava troppo a Lucilio e il
Senatore ne avea mosso cenno più volte al cognato. Eh sì, ci voleva altro per
promovere una deliberazione del signor Conte! Egli si era scaricato di tutti i
doveri della paternità sulle spalle della signora Veronica; e siccome le
infinite chiacchiere di costei gli davano il capogiro, s'accontentava di
domandare al Capitano:
- Ehi, Capitano! cosa ne dice della
Pisana vostra moglie? È contenta del suo contegno, delle sue maniere, de' suoi
lavori? Si fa esperta nelle faccende casalinghe?
Il Capitano imbeccato dalla Veronica
rispondeva a tutto di sì; e poi torceva e ritorceva quei suoi poveri baffi, che
a furia di esser toccati, stravolti, malmenati, s'eran ridotti, di neri, grigi,
di grigi, canuti, e di canuti, gialli. Avevano il più bel colore di zucchero
filato che si potesse vedere; e soltanto la coda di Marocco, in merito della
vecchiaia e dell'esser continuamente abbrustolita sul fuoco, aveva acquistato
una tinta consimile. Marchetto aveva offerto al Capitano, per quella sola coda,
la cessione di tutti i suoi crediti di gioco; e l'Andreini e il Cappellano
affermavano che solo il valoroso Sandracca ed il suo nobile cane da ferma
potevano gareggiare coll'alba nel colore del pelo. Questi ospiti perpetui del
castello di Fratta eran divenuti sempre più domestici e burloni, dopo la
partenza della Contessa; e neppure il Cappellano pativa più tanto la
soggezione. Perfino i gatti della cucina avean perduto l'antica salvatichezza e
s'accoccolavano fra le ceneri e sui piedi della compagnia. Un vecchio gattone
soriano, grave come un consigliere, s'era legato di strettissima amicizia con Marocco:
dormivano insieme in comunanza di paglia e di pulci, passeggiavano di conserva,
mangiavano sullo stesso desco, e s'esercitavano alla stessa caccia, a quella
dei sorci. Ma con molta discretezza e affatto signorilmente; si vedevano in
essi i cacciatori dilettanti che si movevano per ingannar l'ora, e cedevano la
preda al servidorame degli altri gatti e gattini della cucina.
A dirvi il vero, trascorsi i primi
giorni nei quali la Pisana era tornata la mia fedelona d'una volta, io non ci
stava bene per nulla in mezzo a quella gente. Quando era piccino mi
accontentava di non intenderli e di ammirarli; allora invece li intendeva
benissimo senza capire come potessero godersi di tante scipitaggini. Mi ficcai
dunque per disperazione in cancelleria; e là impasticciava protocolli e copiava
sentenze raccomodando anche mano a mano molti strafalcioni che sgorgavano dalla
fecondissima penna del mio principale. E sì che aveva sempre il capo nelle
nuvole! e ad ogni pedata che udissi nel cortile correva alla finestra per vedere
se era la Pisana che usciva o che tornava dalle sue gite solitarie. Era tanto
inasinito che nemmeno lo scalpiccio di due zoccoli mi lasciava quieto; udiva
sempre la Pisana, la vedeva dovunque, e per quanto ella sfuggisse d'incontrarsi
con me, e incontratomi mi tenesse il broncio, io non cessava dal desiderarla
come il solo bene che m'avessi. La signora Veronica si compiaceva di gabbarmi
per questa mia smania, e m'intratteneva sovente del gran chiasso che la Pisana
faceva a Portogruaro, e di Giulio Del Ponte che moriva per lei, e di Raimondo
Venchieredo che, escluso dal vederla a Fratta o in casa Frumier, l'aspettava
sulla strada o nei luoghi ov'ella costumava passeggiare.
Io mi rodeva di dentro e scappava da
quella ciarlona. Rifaceva passo passo le corse di una volta; andava fino al
bastione di Attila a contemplarvi il tramonto; là mi saziava di quel sentimento
dell'infinito con cui la natura ci accarezza nei luoghi aperti e solinghi;
guardava il cielo, la laguna, il mare; riandava le memorie della mia infanzia,
pensando quanto era fatto diverso, e quante diversità ancora mi prometteva o mi
minacciava il futuro.
Qualche volta mi ricoverava a
Cordovado in casa Provedoni dove almeno un po' di pace, un po' di giocondità
famigliare mi rinfrescava l'anima quando non la guastava la Doretta colle sue
scappatelle o co' suoi grilli da gran signora. I più piccoli dei fratelli
Provedoni, Bruto, Grifone, Mastino, erano tre bravi ed operosi garzoni,
ubbidienti come pecori, e forti come tori. La Bradamante e l'Aquilina mi
piacevano assai per la loro rozza ingenuità, e pel continuo e allegro
affaccendarsi delle loro manine a vantaggio della famiglia. L'Aquilina era una
fanciulla di forse appena dieci anni; ma attenta grave e previdente come una
reggitrice di casa. A vederla sul fosso in fondo all'ortaglia occuparsi a
risciacquare il bucato col suo corsetto smanicato e la camicia rimboccata oltre
il gomito, la sembrava proprio una vera donnetta; e io ci stava presso di lei
le lunghe ore rifacendomi quasi fanciullo per godere d'un po' di quiete almeno
colla fantasia. Bruna come una zingarella, di quel bruno dorato che ricorda lo
splendore delle arabe, breve e nerboruta di corpo, con due folte e sottili
sopracciglia che s'aggruppavano quasi dispettosamente in mezzo alla fronte, con
due grandi occhi grigi e profondi, e una selva di capelli crespi e corvini che
nascondevano per metà le orecchie ed il collo, l'Aquilina aveva un'impronta di
calma e di fierezza quasi virile che contrastavano colla modesta titubanza
della sorella maggiore. Costei in onta a' suoi vent'anni pareva più bambina
dell'altra: eppure la era una ragazza di garbo, e il signor Antonio diceva
scherzosamente che chi l'avesse voluta sposare avrebbe dovuto pagargliela
salata. Ma tutte e due si mostravano ammirabili di pazienza nel loro contegno
verso Leopardo e la cognata. Costei, arrogante, bisbetica, malcontenta di
tutto; suo marito infinocchiato e aizzato sempre da lei, ingiusto, zotico e
crudele a sua volta; non è a dire quanto l'indole di lui s'era cambiata sotto
l'impero della moglie. Non lo si conosceva proprio più, e tutti strolicavano
per sapere qual droga avesse filtrato la Doretta per affatturarlo a quel modo.
Alle corte, non era stato che amore; ma l'amore, che è un ventaglio d'angelo
nelle mani della bontà, abbrancato dalla malignità e dall'orgoglio diventa un
tizzone d'inferno. La Doretta si pentiva di essersi piegata a quel matrimonio
con Leopardo, e non si schivava dal dirlo a tutti ed anco a lui, facendogli
anche misurare la gran degnazione ch'era stata la sua a sposarlo. I
corteggiamenti di Raimondo le davano a credere che, se avesse avuto pazienza di
restar zitella, a ben più eccelso stato poteva aspirare che non a quella
stentata condizione di moglie d'un possidentuccio di paese, e nuora e cognata per
giunta di villanzoni duri, frugali, e bigotti. La dimora in casa le pareva omai
intollerabile; stava sovente le giornate intere a Venchieredo, e se le
domandavano ov'era stata non si degnava neppur di rispondere, ma squassava le
spalle e tirava innanzi. Per poter comparire in gran pompa a Portogruaro, avea
trovato la scusa di scegliersi a confessore il padre Pendola. Ma queste
frequenti confessioni poco contribuivano, per quanto pareva, a migliorarla ne'
suoi costumi.
Fino con suo padre aveva smesso di usar
le buone, come usano sempre i temperamenti fastidiosi, che cominciano ad
irritarsi contro qualcuno, e finiscono poi col pesar sopra tutti. Gli serbava
astio di aver consentito alle sue nozze con Leopardo, e se il dottor Natalino
soggiungeva che era stata lei a volerlo, si rimbeccava come una vipera,
gridando che è dovere dei padri soccorrere col loro senno il giudizio poco
maturo delle figliuole, e che certo se ella avesse mostrato voglia di gettarsi
nel pozzo avrebbe avuto la consolazione di sentirsi dare la prima spinta da suo
padre. Toccava poi al padroncino quietarla da tali furie; e come vi riuscisse e
con quanto onore del credulo Leopardo, io lo lascio pensare ai lettori. Infin
dei conti tutto il paese mormorava di lei, e la famiglia tuttavia la sopportava
con rassegnazione, e il povero marito non vedea cosa da lei desiderata che
subito non gettasse foco dalle narici per ottenerla. Io fra me e me ritraeva
dallo spettacolo di queste scene domestiche i miei ammaestramenti, i miei
conforti; toccava con mano che la felicità è relativa, passeggiera, ma più
ancor rara e fallace. Tornando poi a Fratta, se ben poco mi restava di tali
conforti, avea se non altro passato qualche ora senza frugar colle unghie nelle
mie piaghe; e qualcheduna mi si chiudeva lentamente: però ne restavano le
cicatrici fino all'osso, e restava come quei barometri ambulanti nei quali ogni
costola, ogni giuntura con doloruzzi e scricchiolamenti dà indizio del cambiar
del tempo.
Continuava così vagabondo e
melanconico in quelle vacanze autunnali quando un giorno che aveva creduto
intravvedere nella Pisana una cera più benigna del solito, me le misi dietro,
la seguii fuori per l'orto fin sulla strada di Fossalta; e poi avvicinandomele
di soppiatto passai il mio braccio nel suo chiedendole se mi avrebbe sopportato
per compagno. Non avessi mai osato tanto! La giovinetta mi si voltò contro con
tali occhi che parve mi volesse divorare! e poi volle dar sfogo alla sua bile
con qualche grande ingiuria, ma la voce le rimase strozzata in gola, e si morse
le labbra che ne spillò il sangue fino sul mento.
- Pisana - le dissi - per carità,
Pisana, non guardarmi in quella maniera!
Ella strappò violentemente il braccio
di sotto al mio e lasciò di mordersi le labbra perché omai la rabbia dava passo
alle parole.
- Cosa fate? cosa mi chiedete? -
rispose ella disdegnosamente. - Non siamo più fanciulli mi pare! Ora è tempo di
stare ciascuno al nostro posto, e mi maraviglio che voi, anziché eccitarmi a
dimenticare questa massima, non me la rechiate a mente quando la troppa bontà
me ne fa smemorare. Già lo sapete ch'io sono bizzarra e di primo impeto; or
dunque tocca a voi freddo e ragionevole di natura ricordarvi chi siete e chi
sono io!...
Ciò detto ella mi volse le spalle e
s'avviò verso l'ombra di alcuni salici dove Giulio Del Ponte l'aspettava collo
schioppo in ispalla.
Seppi poi che si avean data la posta
colà, e che l'idea ch'io la seguissi per ispiarla avea ispirato alla Pisana
quelle cattive parole. Non monta. Io ne patii allora fino in fondo all'anima.
Tornai in castello che non sapeva se fossi morto o vivo; girava qua e là su e
giù per le scale come l'ombra d'un dannato; entrai spensatamente in camera
della Contessa vecchia.
- Guardate se è la Clara! - disse
costei alla sua infermiera, perché gli occhi oggimai non le servivano più che
per piangere le lagrime senza conforto della vecchiaia.
Io fuggii addolorato e stravolto;
corsi fino disopra nel mio covacciolo ove tutto stava ancora disposto come
quand'io n'era uscito un anno prima. Di là, dopo una lunga ora, passai nella
camera di Martino. La mia devozione e l'incuria degli altri non avean messo un
dito nelle cose lasciate dal vecchio. Per terra giacevano ancora alcuni chiodi
avanzati al becchino che lo avea rinchiuso nella cassa; una fiala con non so
qual cordiale disseccato e corrotto stava sulla tavola. Sul muro spenzolavano
ancora sfogliati e polverosi rami di olivo appesivi da lui nell'ultima domenica
delle Palme di sua vita. Mi gettai sopra il letto impresso ancora dalla
giacitura del cadavere; là piansi amaramente, evocai la memoria di quel mio
primo e si può dir solo amico; lo chiamai a nome mille e mille volte, lo pregai
che si ricordasse di me e che scendesse anima o spettro a consolarmi della sua
compagnia. Ma la fede titubava anche in queste invocazioni; io non sperava, io
non credeva più. Solamente più tardi a forza di tormenti e di sforzi giunsi a
rafforzarmi il cuore d'una credenza vaga, confusa, ma pur sicura ed intrepida,
nelle cose spirituali ed eterne. Allora balbettava sì le orazioni nelle chiese,
ma l'anima mia era arida come uno scheletro; la mente cadeva appassita
dall'aria greve del mondo; il cuore scoraggiato si appigliava alla speranza del
nulla come ad unico rifugio di pace. Questo interno scoraggiamento mi rendeva
terribile ed amara perfin la memoria di quel buon vecchio che ad onta delle mie
disperate invocazioni non avrei più potuto rivedere, e che dormiva nel
sepolcro, mentr'io mi trangosciava nella vita.
L'aria di morte che colà respirava,
mi invase a poco a poco il cervello: le lagrime mi si stagnarono sulle ciglia,
e l'occhio prese una guardatura vitrea e tormentosa ch'io m'ingegnava indarno
di cambiare. Mi pareva che il fuoco della vita si ritraesse da me; sentiva il
gelo, i fantasmi, i terrori dell'agonia che mi opprimevano; vi fu un istante
che cambiato quasi in cadavere credetti di essere lo stesso Martino, e mi
maravigliava di essere uscito dalla fossa, e aspettava e temeva che di momento
in momento entrassero i becchini per riportarmivi. Questo pensiero strano e spaventoso
mi si ingrandiva dinanzi come la bocca d'un abisso; non era più un pensiero, ma
una visione, una paura, un raccapriccio. La luce della finestra mi percosse le
pupille quasi assopite; forse in quel momento il sole sbucava da qualche nuvola
e inondava la stanza cogli splendori del giorno: un desiderio d'aria, di
quiete, d'annientamento s'impadronì di me. Sorsi barcollando, e mi trascinai al
davanzale del balcone; ma lo strepito d'una seggiola che rovesciai nel movermi,
mi svegliò un poco da quel sogno funereo. Del resto credo che mi sarei
precipitato dalla finestra, e la mia vita sarebbe passata senza il lungo
epitaffio di queste confessioni. Stesi la mano per appoggiarmi alla tavola, e
toccai qualche cosa che mi restò fra le dita. Era un libricciuolo di devozione;
quello appunto che il vecchio Martino soleva leggicchiare tutte le domeniche
durante la messa; gli occhiali vi stavano ancora dentro in guisa di segno.
Parve quasi che l'anima del mio amico fosse accorsa alle mie chiamate e
s'apprestasse a rispondermi dalle pagine sdrucite di quel libro; gli occhi mi
si inumidirono di nuovo, e mi abbandonai col capo nelle mani sopra la tavola,
singhiozzando senza ritegno. Allora tornò se non la calma almeno la luce nel
mio spirito, e a poco a poco ricordai come e perché fossi là venuto; e quali
dolori mi aveano fatto cercare ricovero nella memoria d'un morto.
Mi rizzai tremante e lagrimoso
ancora, ma conscio e sicuro di me; apersi religiosamente il libro e ne sfogliai
con raccoglimento le pagine. Erano le solite orazioni, semplici e fervorose;
conforto ineffabile delle anime divote, geroglifici ridicoli e misteriosi pei
miscredenti. Qua e là si frapponeva l'immagine di qualche santo, qualche
polizzino di comunione col suo testo latino e la cifra dell'anno in fronte;
modeste pietre miliari d'una lunghissima vita, ammirabile di fede, di
sacrifizio, e di contenta giocondità. Finalmente mi capitò sott'occhio una
carta piena da capo a fondo d'uno stampatello irregolare e minuto, quale è
usato da coloro che imparavano soli a scrivere metà da scritture corsive e metà
da lettere stampate. Era il carattere autentico di Martino, e mi sovvenne
allora ch'egli già adulto a forza di scarabocchiare era giunto ad esprimere
alla bell'e meglio quanto aveva in capo, per potersene giovare nel render conto
delle spese ai padroni. Trovata quella carta mi parve aver tra mano un tesoro,
e mi accinsi ad interpretarla benché non mi sembrasse impresa tanto agevole.
Pure, cerca e ricerca, aggiungi di qua e togli di là, a forza di ipotesi, di rattoppi
e di appiccature, mi venne fatto di cavare un senso da quel viluppo di lettere,
vaganti senz'ordine e senza freno come un branco di pecorelle ignoranti. Pareva
fossero ricordi o ammaestramenti d'esperienza ritratti da qualche stretta
pericolosa della vita, vittoriosamente superata; e a rinfiancarli il buon
vecchio aveva aggiunto qualche massima divota e i comandamenti di Dio ove
cadevano a proposito. E la scrittura non mancava di qualche rozza eleganza come
sarebbe d'un trecentista, o di qualunque uomo che non sa scrivere ma sa pur
pensare meglio di coloro che scrivono. Cominciava così:
«Se sei al tutto infelice è segno che
hai qualche peccato sull'anima; perché la quiete della coscienza prepara a'
tuoi dolori un letto da riposarsi. Cerca e vedrai che hai trascurato qualche
dovere, o fatto dispiacere ad alcuno; ma se riparerai all'ommissione e al mal
fatto, tornerà subito la pace a rifiorir nel tuo cuore, perché Gesù Cristo ha
detto: beati coloro che soffrono persecuzione.
«Dimentica i piaceri che ti son
venuti di sopra a te; cercali sotto a te nell'amore degli umili. Gesù Cristo
amava i fanciulli, i cenciosi, e gli storpi.
«Non guardare alla tua condizione
come ad una galera cui sei condannato. Galeotti in veneziano si chiamano i
birbanti. Ma i buoni lavorano per amore del prossimo e quanto più duro è il
lavoro tanto è maggiore il merito. Bisogna amare il prossimo come noi stessi.
«Non ribellarti a chi ti comanda;
soffri la sua durezza non per timore ma per compassione, acciocché non accresca
il suo peccato. Gesù Cristo ubbidì ad Erode e a Pilato.
«Il segreto, che ti si rivela per
caso, è più sacro di quello che ottieni in deposito dalla fiducia altrui.
Questo ti è confidato dall'uomo, e quello da Dio. La soddisfazione di averlo
custodito gelosamente ti darà maggior piacere che non ne otterresti dai favori
o dai denari che ti si offrono a tradirlo. La pace dell'anima val più di mille
zecchini; io lo posso assicurare; e mi avvedo ora che pensai giustamente e pel
mio meglio.
«Vivendo bene, si muore meglio;
desiderando nulla, si possiede tutto. Non desiderare la roba d'altri. Però non
bisogna né disprezzare né rifiutare per non offender nessuno.
«Se adempiendo a tutti i tuoi doveri
non sei ancora in pace con te stesso, gli è segno che ignori molti altri doveri
che ti incombono. Cercali, adempili e sarai contento per quanto lo sopporta la
condizione umana.
«La disperazione è sempre stata la
più gran pazzia, perché tutto finisce. Parlo delle cose di questa vita. Ma le
gioie del paradiso non finiscono mai; e neppur la fede nel Signore Iddio.
Ch'egli mi aiuti a conseguirle. Amen».
In un cantoncino rimasto bianco
stavano scritte con carattere più minuto e posteriore quest'altre due massime:
«Quando sei buono a nulla per
vecchiaia o per malattia, considera ogni servigio che ti si rende come un dono
spontaneo.
«Non sospettar il male; ne vedi anche
troppo di certo per immaginarti l'incerto. I giudizi temerari sono proibiti
dalla legge del Signore. Ch'egli mi benedica. Amen».
Confesso la verità che dicifrata
questa scrittura io rimasi umiliato di molto ed anche un po' afflitto d'averla
letta. Io che avea sempre stimato Martino un semplicione, un dabbenuomo, un
buon servitore, umile, premuroso, riservato come se ne usavano una volta e
nulla più! Io che appetto a lui, massime negli ultimi anni, dappoiché
rosicchiava un po' di latino, mi teneva per un uomo di conto, e mi stimava di
seguitare a volergli bene, quasi fosse la mia una gran degnazione! Io che avrei
sdegnato di fargli parte del mio peregrino sapere per paura non già che essendo
sordo non mi udisse, ma che non mi comprendesse pel suo ingegno zotico e
triviale!... Guardate! con quattro righe buttate giù sulla carta egli me ne
insegnava dopo morto più ch'io non avrei potuto insegnarne agli altri
studiandoci sopra tutta la vita! Di più, frammezzo a' suoi precetti ve n'erano
di tanto sublimi nella loro semplicità ch'io non arrivava a comprenderli; e sì
che le parole dicevano chiaro! - Per esempio, dove stava scritto di cercare
quali altri doveri sconosciuti ci incombessero da adempiere se l'adempimento di
quelli che conosciamo non bastasse a farci vivere in pace con noi stessi, cosa
voleva dire il buon Martino? E questo era proprio il mio caso; e dietro questa
massima più che colle altre mi tornava conto di lambiccare il cervello.
Basta! Per allora mi rassegnai a
leggerla e a rileggerla, se non senza capirla così astrattamente, almeno senza
poterne trovare un modo di applicazione alle mie circostanze. E tornai a
meditare la prima, la quale ascriveva a qualche nostra mancanza o a qualche
cattiva azione la piena infelicità!
«Povero me!» pensai «certo che io ho
molte colpe sulla coscienza, perché mi sento oggi più miseramente infelice che
uomo alcuno al mondo non possa essere».
Sì, ve lo giuro, feci un esame di
coscienza così sottile, così scrupoloso che non fu senza merito per essere
stato il primo: colla nozione imperfettissima ch'io aveva delle leggi morali,
ho paura che me ne passassi buona più d'una, ma anche mi rampognai di cose per
sé innocentissime; come per esempio d'essermi sempre rifiutato a stringer
amicizia coi figliuoli di Fulgenzio e di serbar poca gratitudine alla signora
Contessa. Il primo peccato lo ascriveva a superbia, ed era antipatia pura e
semplice; del secondo accagionava il mio cattivo animo, ma tutta la colpa
l'aveva la memoria tenace della mia povera zazzera, tanto ingiustamente
martorizzata. Intanto, quello che più importa, non m'illusi punto sul mio
peccataccio più grosso, su quello sfrenato amore per la Pisana, il quale mi si
scoprì d'un tratto alla coscienza in tutta la sua bestiale salvatichezza. Io
aveva amato la Pisana fino da piccino! Ottimamente! Fin da piccino avea sognato
con essolei un amore da uomo! Cose compatibili in un ragazzo che ragiona coi
piedi! - Giovinetto e già ragionevole e malizioso oltre il bisogno, avea
persistito in quella bizzarria fanciullesca. - Male, signor Carlino! Ecco il
primo scappuccio dopo il quale vengono gli altri, come le ventidue lettere
dell'alfabeto dopo la prima. La ragione doveva avvertirmi ch'io era o il cugino
o il servitore della Pisana. (Servitore, dico, perché coi servi era il mio
posto nel castello di Fratta). In ambidue i casi non mi stava di appiccicarmi a
lei colle pretese d'un amore contro l'ordine delle cose. Veggiamo un poco:
coll'amore dove si giunge o dove si intende di giungere? Al matrimonio; questa
è sicura; e io la sapeva e la vedeva tutti i giorni. Ma io, doveva io mai
sperare di sposarmi colla Pisana?... Chi sa!... Zitti, desiderii chiacchieroni
che correte incontro all'impossibile. Qui non si tratta di sapere se la tal
cosa può avvenire in natura, ma se è solito che avvenga, e se contenterà quelli
che ci hanno intorno le mani. Conveniva proprio ch'io confessassi che né il
matrimonio mio colla Pisana sarebbe stato secondo l'ordine consueto del mondo,
e che né il Conte né la Contessa né alcun altro né forse la Pisana stessa
avrebbero avuto ragione di esserne contenti. Dunque? dunque correndo dietro a
quello stregamento io non batteva la buona via; correva pericolo di fuorviarmi
lontano assai e certo non era questa la strada di adempiere ai miei doveri di
probità e di riconoscenza.
Ma se la Pisana mi amava?... Ecco un
altro cavillo, un sotterfugio, una scusa del vizio inveterato, Carlino bello!
Prima di tutto, se anche la Pisana ti amasse, sarebbe tuo dovere di fuggirla
piucchemai, perché approfitteresti d'una sua leggerezza, d'un suo invasamento
per contrapporla al desiderio dei parenti. E poi tu sei povero ed ella è ricca;
non mi piace porgere appiglio a certe calunnie. E poi e poi ella non ti ama, e
la questione è bella e sciolta... Come, come non la mi ama? come sarebbe a
dire? Sì, datti pace, Carlino! non la ti ama per nulla; non la ti ama con
quell'impeto cieco, intero, perseverante che impedisce ogni considerazione,
toglie ogni distanza e confonde anima ad anima. Non la ti ama; e tu lo sai
bene, perché di ciò appunto ti crucci e t'arrovelli tanto. Non la ti ama perché
sei venuto in questa camera a cercar dalla morte un conforto contro le sue male
parole, contro il suo disprezzo. Consolati, Carlino; puoi abbandonarla senza
ch'ella ne pigli una sola febbre. Non sei neppur il capo raro che la ne debba
soffrire nell'orgoglio. Se tu fossi il poetico Giulio Del Ponte, o lo sfarzoso
castellano di Venchieredo ne dovresti avere un qualche rimorso, ma tu!... Eh va
là! non te ne sei accorto che qui a Fratta sei appetto a lei come Marchetto,
come Fulgenzio, come tutti gli altri una stazione temporanea nel turno de' suoi
affetti, un accattone che aspetta la sera del sabato il suo quattrinello
d'elemosina. Male, male, Carlino! Qui non è più questione di doveri verso gli
altri, ma di rispetto a te stesso. Sei tu un asino da guardar a terra e da
insaccar legnate o un uomo da tener diritta la fronte e da sfidare il giudizio
altrui? Pulisciti i ginocchi, Carlino; e va' via di qua. Vedi, arrossisci di
vergogna; è cattivo segno e buono nello stesso tempo: accenna alla coscienza
del male commesso, ma insieme a ribrezzo e a pentimento di quel male. Vattene,
Carlino, vattene; cerca una strada più onesta, più sicura, ove siano altri
passeggieri cui tu possa dar mano e insegnare la via; non perderti in quei
nebulosi confini fra il possibile e l'impossibile a battagliare colla tua
ombra, o coi mulini di don Chisciotte. Se non puoi dimenticar la Pisana, devi
fingere di dimenticarla; al resto non pensare, che verrà dopo. Ora, sia verso
te che verso lei e verso tutto, il tuo dovere è questo. Restando avvilisci te,
spazientisci lei, rendi male per bene a' suoi genitori. Vattene, Carlino,
vattene! Pulisciti i ginocchi e vattene!
Questo consiglio fu il primo frutto
del monitorio di Martino; e fui tanto spaventato della sua acerbezza che senza
pescare altri corollari ripiegai la carta e ripostala nel libro e intascato
questo, uscii pallido e pensieroso da quella stanza ov'era entrato livido e
demente. Fra tutti i dolori miei mi parlava più chiaramente quello di aver
sconosciuto per tanti anni la pratica rettitudine di Martino, di non aver fatto
di lui quel conto che meritava, di averlo creduto, in una parola, una macchina
cieca e obbediente mentr'era invece un uomo conscio e rassegnato. Io era
divenuto così piccino nella mia propria stima che non mi ravvisava più; la
memoria d'un vecchio servitore morto, seppellito e già roso dai vermi mi
costringeva ad abbassare il capo confessando che con tutto il mio latino nella
vera e grande sapienza della vita era forse più indietro che i villani. Infatti
nella loro semplice religione essi definiscono coraggiosamente la vita per una
tentazione, o una prova. Io non poteva definirla altrimenti che coll'eguali
parole che si adopererebbero a definire la vegetazione d'una pianta. Aveva un
bel piluccarmi le idee, un bel voltare e rivoltare questa matassa di destini,
di nascite, di morti e di trasformazioni! Senza un'atmosfera eterna che la
circondi, la vita rimane una burla, una risata, un singhiozzo, uno starnuto;
l'esistenza momentanea d'un infusorio è perfetta al pari della nostra,
coll'ugual ordine di sensazioni che declina dalla nascita alla morte. Senza lo
spirito che sorvola, il corpo resta fango e si converte in fango. Virtù e
vizio, sapienza e ignoranza son qualità d'un'argilla diversa, come la durezza o
la fragilità, o la radezza o lo spessore. Ed io mi sdraiava comodamente nella
metafisica del nulla e del pantano, mentre dall'alto de' cieli la voce d'un
vecchio servitore mi cantava le immortali speranze! - O Martino, Martino! -
sclamai - io non comprendo l'altezza della tua fede, ma gli insegnamenti che ne
ritraggo sono così grandi e virtuosi che soli farebbero malleveria della sua
bontà. Abbiti l'ossequio del tuo indegno figliuolo anche al di là della tomba,
o vecchio Martino! Egli ti ha amato in vita, e se non ti diede gran parte della
sua stima allora, adesso te la dona tutta, te la dona col fatto, accettando
ciecamente i tuoi consigli, e mostrandosi degno di aver raccolto il prezioso
retaggio.
Primo effetto di cotal proponimento
fu di stogliermi dal castello di Fratta per condurmi qua e là in cerca di
svagamenti e di piaceri, come altre volte avea fatto. Indi feci sfilare dinanzi
alla ragione tutta la piccola squadra de' miei doveri, e trovandola poco
numerosa, mi balenò alla mente quell'oscura falange di doveri sconosciuti che
mi poteva assalire quandochessia, e la quale anzi, secondo Martino, io avrei
dovuto chiamare in mio aiuto contro i tedii dell'infelicità. Per allora non fu
che un balenio; e sonai sì campana a martello per ogni cantone dell'animo; ma
nessun nuovo sentimento sorse a gridarmi: «Tu devi far questo e devi tralasciar
quello». Circa al romperla colla Pisana, era già d'accordo con me stesso;
sentiva il dolore e quasi l'impossibilità di questo sacrifizio, ma non me ne
celava l'obbligo assoluto. E poi e poi, riconoscenza, carità, studio,
temperanza, onestà, in ogni altro punto trovava le partite in ordine: non c'era
di che ridire. Soltanto temeva di aver mostrato finallora poco zelo nel mio
noviziato di cancelleria; ma fermai di mostrarlo in seguito, e cominciando dal
domani scrissi il doppio di quanto soleva scrivere ai giorni prima. In quel
benedetto domani doveva anche principiare a non guardar più la Pisana, a non
cercarla, a non chieder conto di lei; ma vi feci sopra tanti ragionamenti, che
protrassi il cominciamento dell'impresa al posdomani. In seguito tirai innanzi
un giorno ancora, e finii col persuadermi che il mio dovere era soltanto di
assopir l'amor mio, di svagarlo, di stancheggiarlo coll'adempimento degli altri
doveri, non di assassinarlo direttamente. L'anima mia ne era così piena che
sarebbe quasi stato un suicidio; così, per non ammazzarmi lo spirito tutto d'un
colpo, seguitai a stracciarlo, a tormentarlo brandello per brandello. Il
rimorso d'una colpa conosciuta e ribadita dall'intelletto amareggiava perfin le
lontane lusinghe che ancora mi rimanevano.
Un giorno, dopo aver scritto molte
ore in cancelleria senza che questa occupazione mi fosse di gran giovamento,
pensai d'andarmene a Portogruaro per congedarmi dall'Eccellentissimo Frumier.
Si era già allo scorcio dell'ottobre e poco sarei stato ad imbarcarmi per
Padova. Guardate che combinazione! La Pisana era appunto in quel giorno a
pranzo dallo zio, e se ora io giurassi che non ne sapeva nulla, certo non mi
credereste. Si festeggiava l'onomastico della nobildonna, e facevano cerchio
alla mensa Giulio Del Ponte, il padre Pendola, monsignor di Sant'Andrea e tutti
gli altri della conversazione. Il Senatore m'accolse come fossi già invitato;
ed io feci l'indiano e sedetti non senza sospetto che la Pisana per tormisi
d'infra i piedi m'avesse taciuto l'invito. Infatti la sua vicinanza a Giulio,
le occhiatine che si scambiavano, e la confusione delle loro parole quando
venivano interrogati, mi chiarivano abbastanza ch'io doveva esser per lei, se
non un incommodo, certo un assai inutile testimonio. Incommodo no; perché già a
mio riguardo non la si sarebbe tirata indietro da nulla. In tutte le parti
anche migliori dell'animo suo ella mancava affatto di quella delicatezza che
sovente è mera abitudine e talvolta anche ipocrisia, ma che conserva in uno
squisito sentimento di pudore il rispetto alla virtù. Donde avrebbe ella appreso
queste raffinatezze delle maniere femminili? Sua sorella Clara, che sola
avrebbe potuto insegnargliele, viveva sempre lontana da lei in camera della
nonna; essa, lasciata in balía di manifestare e imporre tutti i proprii
capricci, avea imparato mano a mano non solo a lasciar loro il freno sul collo,
ma anche a non prendersi briga di esaminarli e di nasconderli se fossero brutti
e vergognosi. La padronanza dell'istinto uccide il pudore dell'anima, che nasce
da ragione e da coscienza.
Io sedeva vicino al padre Pendola,
mangiando poco, discorrendo meno, osservando assai, e più di tutto macerandomi
di rabbia e di gelosia. Giulio Del Ponte s'animava a tratti, si mesceva come
uno scorribanda alla conversazione generale, lanciava un razzo di frizzi, di
barzellette, d'epigrammi e poi tornava al muto colloquio della vicina con tal
atto che diceva: «Si parla più dolcemente così!» Si vedeva che quel suo brio
non era spontaneo, cioè non era l'abbondanza della vena che lo faceva sgorgare.
Piuttosto argomentava che, stando muto, o avrebbe fatto pensar male, o avrebbe
perduto quella stima di giovane allegro e sfolgorante che gli avea conquistato
il cuore della Pisana. Infatti costei, che sorrideva soltanto alle sue
occhiate, arrossiva fin nelle orecchie, sospirava, si confondeva quand'egli
parlava lesto, grazioso, animato e faceva scoppiar d'ognintorno l'applauso
irresistibile delle risate. Giulio Del Ponte aveva indovinato la qualità della
propria magia: le avea piaciuto in ragione della virtù che aveva di ravvivare,
di rallegrare, di trascinare. Infatti sembrava che egli avesse tre anime invece
di una; e gli occhi e i gesti e le parole e i pensieri avevano in lui tanta
abbondanza e varietà che non parea bastare a tanto movimento quel solo fornello
spirituale che dà calore di vita a ciascuno di noi. Scusatemi la similitudine;
se la forza dell'anima si misurasse come quella del vapore, si poteva calcolare
la sua a novanta cavalli, limitando a trenta quella della gente comune.
Converrete meco ch'era una gran fortuna; ma guai, guai per questi Sansoni di
spirito se Dalila taglia loro i capelli! Guai dico: il premio stesso della lor
vigoria li precipita; quell'amore che negli altri è un alimento, una crescenza
di fuoco che aggiunge la forza di altri milioni di cavalli a quella anche
piccolissima che esisteva prima, in essi invece è un inciampo, una sottrazione.
Distraendo la loro attività dal suo campo naturale li sprovvede del predominio
che avevano, per confonderli alla plebaglia degli altri innamorati ognuno de'
quali può soverchiarli con altre doti, con altri pregi diversi dai loro. In una
parola, l'amore che sublima gli sciocchi, istupidisce queste anime splendide e
ammaliatrici. Ma Giulio sapeva ciò, e se ne difendeva valorosamente. Sentiva
l'amore crescere come una nuvola incantata e avvolgergli la mente e
accarezzarla, invitandola ai sogni alla beatitudine. Un istante cedeva a quei
dolci adescamenti; ma poi l'accortezza lo risvegliava additandogli nel riposo
la sua sconfitta. Si rialzava non più per trabocco spontaneo di giocondità e di
brio, ma per forza di volontà e per interesse d'amore. Aveva ammaliato la
Pisana; non voleva perdere la sua conquista. Infelice in questo che ai
temperamenti come il suo s'avvicendano sempre facili e venturose le occasioni
di piacere e di godere, ma si offrono pericolose e fatali quelle di amare. Ogni
opera ha i suoi mezzi: l'amore vuol esser conquistato coll'amore; il luccichio
della gloria e il barbaglio dello spirito devono tenersi paghi alla galanteria.
Il padre Pendola adocchiava Giulio Del
Ponte e la Pisana; poi sogguardava me; due occhi come i suoi non si movevano
per nulla, ed ogni volta che li incontrava io sentiva fin nel fondo dell'anima
la fredda strisciata dei loro sguardi. Gli altri commensali non badavano a
nulla; cianciavano fra loro, bevevano alla salute della nobildonna, ridevano
fragorosamente delle cavatine improvvisate da Giulio e soprattutto mangiavano.
Ma quando si levarono le mense e la compagnia stava per scendere in giardino a
prendere il caffè sulla terrazza, il padre Pendola mi prese amorevolmente pel
braccio invitandomi a rimanere. La pietà che si dipingeva sul suo volto mi
sgomentò un poco; ma mi diede anche della sua indole miglior idea che forse non
avessi avuto infin allora. Cosa volete? la calamita da una parte attira,
dall'altra respinge il ferro e non si sa il perché. Anche fra uomo ed uomo si
osservano le bizzarrie della calamita. Rimasi per curiosità, per ossequio, un
po' anche perché i miei occhi avevano bisogno di non vedere.
- Carlino - mi disse il padre girando
con me su e giù per la sala mentre i servi finivano di sparecchiare - voi siete
in procinto di tornare a Padova.
- Sì, padre - risposi con due
sospironi irragionevoli forse ma certo sinceri.
- È il vostro meglio, Carlino. Qui
confessatemi che non siete contento del vostro stato, che l'incertezza e l'ozio
vi rovinano, e che sciupate i più begli anni della gioventù!
- È vero, padre; ho cominciato per
tempo a gustare il fastidio della vita.
- Bene, bene! tornerete poi a
trovarla gradevole le dieci e le venti volte. Tutto sta che vi sacrifichiate
nobilmente all'adempimento de' vostri doveri.
Quest'esortazione in bocca del
reverendo mi sorprese assai: non mi sarei mai aspettato che le sue massime
concordassero con quelle di Martino; e questa concordia mi aperse d'un tratto
l'animo alla confidenza.
- Le dirò - soggiunsi - che da poco
tempo in qua ho cercato appunto nell'adempimento de' miei doveri un rifugio
contro... contro la noia.
- E lo avete trovato?
- Non so; lo scrivere in cancelleria
è lavoro troppo materiale; e il signor Cancelliere non è la persona più adatta
a render quel lavoro piacevole. Occupo le mani, è vero, ma la testa vola ove le
piace, e pur troppo i dispiaceri e le ore si contano più col cervello che colle
dita.
- Parlate ottimamente, Carlino: ma
voi dovete sapere meglio di me che più di tutto alla guarigione importa una
ferma volontà di guarire. Qui, qui, Carlino, voi avete l'anima ammalata; se
volete sanarla, andatevene; ma voi direte che la malattia viaggia coll'infermo.
No, no, Carlino, non è ragione bastevole! Causa lontana non affligge tanto come
causa vicina. Via, non arrossite ora; io non dico nulla, vi consiglio da buon
amico, da padre, e nulla più. Siete senza famiglia, non avete alcuno che vi
ami, che vi diriga; io voglio adottarvi per figliuolo, e soccorrervi con quel
lume di esperienza che il Signore mi ha concesso. Fidatevi di me, e provate:
non vi domando altro. Bisogna che partiate di qui; che partiate non solamente
colle gambe, sibbene anche coll'animo. Per tirar poi l'animo con voi, voi avete
già indovinato il modo. Piegarlo alla retta conoscenza e all'operosa osservanza
dei proprii doveri. Avete detto benissimo; i dolori si contano col cervello, e
io aggiungerò col cuore, non già colle dita della mano. Bisognerà dunque occupare
oltre la mano anche il cervello ed il cuore.
- Padre, - balbettai veramente
intenerito - parli, io l'ascolto con vera fede; e mi proverò d'intendere e di
ubbidire.
- Uditemi: - riprese egli - voi non
avete obblighi di famiglia, e il debito della riconoscenza verso chi vi ha
fatto del bene è saldato presto da chi non può pagarlo con altro che con la
gratitudine dell'affetto. Da questo lato i vostri doveri non vi darebbero
l'occupazione di un minuto, se non fosse collo spingervi allo studio secondo
l'intendimento dei vostri benefattori. Ma non basta. Così si occuperebbe il
cervello; il cuore rimane ozioso. Tanto più che la famiglia in cui foste
allevato non ha saputo educarvelo a suo profitto. No, non vergognatevi,
Carlino. È certo che voi non potete esser legato coll'amor di figliuolo al
signor Conte e alla signora Contessa che appena è se seppero farsi amare come
genitori dalla lor prole vera. I beneficii non obbligano tanto quanto il modo
di porgerli, massime poi i fanciulli. Non vergognatevene dunque. È così, perché
così doveva essere. Quanto allo sforzarvi ora, sarebbe segno di ottima indole,
di animo docile e grato; ma non vi riescireste. L'amore è un'erba spontanea non
una pianta da giardino. Carlino, il vostro cuore è vuoto di affetti famigliari
come quello d'un trovatello. È una gran sciagura che scusa molti falli...
intendiamoci, figliuolo! li scusa sì, ma né ci libera dal dovere di purgarli,
né ci abilita per nulla a indurirvisi! A questa sciagura si cercano rimedii
istintivamente durante la prima età. E un buon angelo può fare che si imbrocchi
giusto!... Ma spesso anche la sorte avversa, la cecità fanciullesca ci fanno
trovar veleni invece di rimedii. Allora, Carlino, appena la ragione cresciuta
se ne accorge, bisogna cambiar vaso, e abbandonare quella cura fallace e nociva
per appigliarsi alla vera. Voi avete diciotto anni, figliuolo; siete giovane,
siete uomo. Non avete, non potete avere un affetto certo, santo, legittimo che
vi occupi degnamente il cuore, perché nessuno ve ne ha insegnate fin qui le
fonti, né annunciata la necessità! Io forse primo vi parlo ora la voce del
dovere, e non so quanto gradito...
- Séguiti pure, séguiti, padre. Le
sue parole sono quelle di cui i miei pensieri andarono in cerca senza pro' ai
giorni passati. Mi sembra di veder farsi giorno nella mia mente, e stia sicuro
che avrò il coraggio di non distoglier gli occhi.
- Bene, Carlino! Avete mai pensato
che voi non siete solamente uomo, ma sibbene ancora cittadino, e cristiano?
Questa domanda fattami dal padre con
piglio grave e solenne mi conturbò tutto: quello che volesse dire e cosa
importasse l'essere cittadino, io nol sapeva affatto; quanto all'essere
cristiano, io non avrei messo punto in dubbio che lo fossi, perché nella
dottrina mi avevano avvezzato a rispondere di sì. Rimasi adunque un po'
perplesso e confuso, poi risposi con voce malferma:
- Sì, padre, so di essere cristiano
per la grazia di Dio!
- Così il Piovano v'insegnò a
rispondere; - riprese egli - ed ho tutte le ragioni per credere che non diciate
per usanza una bugia. Fino ad ora, Carlino, tutti erano cristiani e perciò una
tal dimanda era quasi inutile. La religione stava sopra le dispute; e buoni o
malvagi, se non la regola dei costumi, come nei primi secoli di fervore, almeno
il vincolo della fede ci stringeva tutti nella gran famiglia della Chiesa. Ora,
figliuol mio, i tempi sono mutati; per esser cristiano non bisogna imitare gli
altri, ma pensare anzi a fare a rovescio di quanto fanno molti altri. Dietro
l'indifferenza di tutti s'appiatta l'inimicizia di molti, e contro questi molti
i pochi veramente credenti devono combattere, lottare con ogni sorta di armi
per non rimaner sopraffatti. Cioè intendiamoci, non per orgoglio personale, ma
perché non rimanga conculcata quella religione fuor della quale non è salute...
Carlino, ve lo ripeto, voi siete giovane, siete cristiano; come tale vivete in
tempi difficili, e andate incontro a tempi molto più difficili ancora; ma la
difficoltà stessa di questi tempi, se è una sventura comune, se è una vicenda
miserevole anche per voi, pel vostro interesse momentaneo e pel decoro della
vostra vita è una vera fortuna. Pensateci, figliuolo: volete voi poltrire
nell'indifferenza senza pensiero e senza dignità? o volete piuttosto mescervi
alla battaglia dell'eternità col tempo, e dello spirito colla carne? Queste
avvisaglie presenti condurranno da ultimo a cotali dilemmi, non ne dubitate.
Voi siete di un'indole aperta e generosa e dovete propendere alla buona causa.
Colla religione l'idealità, la fede nella giustizia immortale e nel trionfo
della virtù, la vita razionale insomma e la vittoria dello spirito; colla
miscredenza il materialismo, lo scetticismo epicureo, la negazione della
coscienza, l'anarchia delle passioni, la vita bestiale in tutte le sue vili
conseguenze. Scegliete, Carlino! scegliete!
- Oh! sono cristiano! - sclamai io
con tutto l'ardore dell'anima. - Io credo nel bene e voglio ch'esso trionfi.
- Non basta volerlo - soggiunse il
padre con una sua vocina melanconica. - Il bene bisogna cercarlo, bisogna farlo
perché esso trionfi davvero. Perciò bisogna darsi corpo ed anima a chi suda,
lavora, combatte per ciò; bisogna adoperare le arti stesse de' nemici a loro
danno; bisogna raccogliere intorno al cuore tutta la costanza di cui siamo
capaci, armar la mano di forza, il senno di prudenza e non aver paura di nulla
e durar sempre vigili all'ugual posto; e cacciati tornare, e disprezzati
soffrire, dissimulare per rivincer poi; piegarsi sì anche, se occorre, ma per
risorgere; venire a patti, ma per temporeggiare. Insomma bisogna credere
nell'eternità dello spirito per sacrificare questa vita terrena e momentanea
alla immortabilità futura e migliore.
- Sì, padre. Quest'orizzonte che mi
si dischiude agli occhi è tanto vasto che non ho più l'audacia di piangere le
mie piccole sciagure. Allargherò i miei sguardi in esso e scompariranno le
minuzie che mi danno inciampo. Volerò invece di camminare!
- Davvero, Carlino? così mi piacete;
ma ricordatevi che l'entusiasmo non basta senza il corredo d'una buona dose di
criterio e di costanza. Ora io vi ho mostrato quali doveri altissimi e nobili
reclamano l'opera vostra, e voi vi siete infervorato nella loro splendida
pienezza. Ma poi durante la via vi parrà di ricadere nella levità e piccolezza
umana. Non vi spaventate, Carlino. Gli è come un passeggiero che per giungere a
Roma dee pernottare molte volte in sucide taverne, e far viaggio con facchini e
con vetturali. Soffrite tutto; non abbiate ribrezzo dei passaggi momentanei,
sollevate il pensiero alla meta; tenetelo sempre là!
Io capiva e non capiva; era
abbarbagliato da quelle splendide e sonanti parole che prima mi balenavano alla
mente con quei grandi fantasmi d'umanità, di religione, di sacrificio, di fede
che popolano così volentieri i mondi sognati dai giovani. Capiva che o bene o
male entrava in una sfera nuova per me; dov'io non era che un atomo
intelligente avvolto in un'opera sublime e misteriosa. Con quali mezzi, a qual
fine? - Non lo sapeva per fermo; ma fine e mezzi soverchiavano d'assai le mie
preoccupazioni erotiche, i miei fanciulleschi rammarichi. Invitato a mostrarmi
cristiano, mi sentiva uomo nell'umanità e ingigantiva.
- Questo in quanto a religione -
seguitava con veemenza il reverendo padre. - In quanto alla vostra qualità di
cittadino le condizioni sono consimili. Non caleva il pensarci e ogni opera
individuale cadeva al suo posto nel gran meccanismo sociale, quando tutti
s'accordavano nel rispetto tradizionale alla patria e alle sue istituzioni. La
patria, figliuol mio, è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo.
Guai a chi le tocca! Convien difendere colla parola, colla penna, coll'esempio,
col sangue l'inviolabilità de' suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di
trenta generazioni! Ora pur troppo una falange latente e instancabile di
devastatori tende a metter in dubbio ciò che il tribunale dei secoli ha sancito
vero, giusto, immutabile. Conviene opporsi, figliuol mio, a tanta barbarie che
prorompe; convien rendere ai nemici quel danno stesso che cercano portare a
noi, seminando fra loro la corruzione, la discordia. Il male contro il male va
adoperato coraggiosamente alla maniera dei chirurghi. Se no, cadremo
certamente; cadremo amici e nemici in potere di quei maligni che predicano
un'insensata libertà per imporci la vera servitù; la servitù a codici immorali,
temerari, tirannici! La servitù alle passioni nostre ed altrui, la servitù
dell'anima a profitto di qualche maggior godimento terreno e passeggiero. Siamo
forti contro la superbia, figliuol mio. Per ciò ne conviene esser umili;
ubbidire, ubbidire, ubbidire. Comandi la legge di Dio, la legge che fu, la
legge che è; non l'arbitrio di pochi invasati, che dicono di innovare, ma non
tendono che a divorare! Capite, figliuolo, quel che voglio dire?... Così
religione e patria si danno la mano; e vi preparano un bel campo di battaglia
dove sacrificarvi più degnamente che nella colpevole idolatria di un affetto, o
d'un interesse privato.
Coll'una mano il reverendo padre mi
prostrava nel fango; coll'altra mi sollevava alle stelle. Io scossi
potentemente il mio giogo di dolore e alzai libera ma costernata la fronte.
- Eccomi - risposi. - Io spero di
cancellare la prima parte della mia vita, sovrapponendovi la seconda più alta e
più generosa. Dimenticherò me stesso ove non possa cambiarmi: cercherò doveri
più santi, amori più grandi...
- Adagio con questi amori! -
m'interruppe il padre - non usate l'egual vocabolario in materie così
disparate. L'amore è un lampo che guizza, una meteora che passa. E nella vita
nuova a cui vi eccito si vogliono la fede e lo zelo; due forze pensate e
continue! La croce del sacrifizio e la spada della persuasione: ecco i nostri
simboli, superiori di gran lunga alle corone di mirto e alle colombe
accoppiate. Ma la persuasione, figliuol mio, scaturisce dal sacrifizio nostro
ed è ricevuta negli animi altrui come il calore prodotto dal sole è appropriato
dal seme che fermenta e che germina. Non convien farsi intoppo delle
contraddizioni, dei livori altrui; la persuasione verrà; fatele strada colla
perseveranza e colla forza. Quando si matura il trionfo del bene giova
perseguitar il male; ma perseguitarlo utilmente sapientemente: perché, figliuol
mio, l'esercito dei martiri pur troppo non è molto numeroso, e dai proprii
sacrifizi è mestieri cavare il prezzo che meritano per non vederli sprecati.
- Padre - soggiunsi io con qualche
ritenutezza pel mistero che mi cresceva in quella lunga parlata - spero che
capirò meglio quando mi sia purificato lo spirito dai fumi che lo offuscano.
Penserò, e vincerò.
- Avreste già vinto se vi foste
provato a combattere - rispose il reverendo - ma voi, Carlino, vi siete chiuso
nel vostro guscio, e non avete cercato l'aiuto di chi poteva molto per voi. Le
idee non nascono, ma procedono, figliuol mio: e voi avete fatto malissimo di
raggomitolarvi nelle vostre passioncelle, senza fidarvi alle persone oneste ed
oculate che vi avrebbero menato ben innanzi in quella strada che ora vi addito.
L'anno scorso per esempio io vi avea raccomandato di frequentare a Padova
l'avvocato Ormenta, un uomo integerrimo, giusto, generoso che avrebbe volto
l'ingegno vostro al suo vero ministero, e vi avrebbe indicato il vero scopo e
l'ampia utilità della vita. Uomini così fatti devono esser venerati dai giovani
e presi ad esempio, se vogliono.
- Padre, l'avvocato Ormenta io l'ho veduto
più volte, giusta la sua raccomandazione; ma io era sviato in altri pensieri.
Mi pare anche che fossi spaventato dalla sua freddezza e da una certa aria di
sprezzo che mi rassicurava ben poco. Non so se mi sembrasse o troppo grande o
troppo diverso da me; ma certo io non mi sentiva in buona voglia alla sua
presenza, e la camera nella quale mi riceveva era così tetra, così agghiacciata
da metter paura.
- Tutti segni d'una vita austera e
sublime, figliuol mio. Quello che un tempo vi ha spaventato, vi piacerà, vi
ammalierà domani. Sembrano fredde le cose eccelse e le nevi coprono le cime
delle alte montagne; ma son le prime ad esser baciate dal sole, e le ultime
ch'esso abbandoni. Tornerete quest'anno dall'avvocato, vi addomesticherete con
lui, e, o il giudizio m'inganna, o io vi avrò reso il gran servigio di farvi
trovare una buona e sicura guida per la vita cui siete destinato. Adesso io vi
ho gettato in cuore un piccolo seme. Speriamo che germoglierà. Il buon avvocato
trovandovi meglio disposto vi accoglierà con miglior fiducia. Anch'io, vedete,
or fanno dieci mesi, sperava poco da voi; ve lo confesso ingenuamente, e tanto
più volentieri in quantoché oggi spero molto...
- Oh, padre, ella mi confonde! Come
mai sperar molto da me?
- Come, Carlino, come? voi non vi
conoscete, e io non voglio che montiate in superbia, ma voglio insegnarvi a
leggere nell'anima vostra. Voi avete un ardore intenso e costante di passioni,
che sollevato ad una sfera più pura dove le passioni diventano adorazioni, può
dar una luce benefica e divina!... Siete proprio deciso spastoiarvi dal fango,
a cercar la felicità dov'ella risiede veramente, nell'adempimento dei doveri
più santi che la coscienza imponga ad uomo del nostro tempo?
- Sì, padre; tutto farò per amore
della giustizia.
- Allora fidatevi di noi, Carlino;
noi vi aiuteremo, noi vi illumineremo. Le nebbie dell'alba si muteranno a poco
a poco in raggi di sole. Voi ci ringrazierete, e noi ringrazieremo voi...
- Oh, padre, cosa dice mai!
- Sì, vi ringrazieremo dei grandi
servigi che renderete alla causa della religione e della patria, alla causa che
difendiamo per compassione dell'umanità e per gloria di Dio. Foste fornito da
natura di doti superbe; usatene degnamente, e troverete riconoscenza, onori,
contentezze. Ve lo prometto io. Se foste prete, vi direi: «State con me!
Combatteremo, pregheremo, vinceremo insieme»; ma vi chiamano per un'altra via,
ottima e nobile pur essa. L'avvocato Ormenta farà le mie veci: gli scriverò a
lungo di voi; egli vi terrà per figliuolo, e avrete forse occasione di far più
bene voi nel mondo che io non possa sperare di farne in mezzo al clero di una
modesta diocesi. Siamo intesi, Carlino; non vi domando altro che di credermi e
di provare. Soprattutto non voglio più vedervi imbecillire in sogni da ragazzo.
Disprezzate quello che va disprezzato: rompete la catena della abitudini;
pensate che l'uomo è fatto per gli uomini. Siate generoso giacché siete forte.
Che cosa volete? bisogna pur che lo
dica. L'adulazione fece quello che l'eloquenza non avea fatto o almeno compì
l'opera incominciata da essa. Mi vennero le lagrime agli occhi, presi le mani
del padre Pendola, le copersi di baci, le inondai di pianto, promisi d'esser
uomo, di sacrificarmi pel bene degli altri uomini, di ubbidire a lui, di
ubbidire all'avvocato Ormenta, di ubbidire a tutti fuorché a quelle mie
passioni che mi avevano infin allora così scioccamente tiranneggiato. Io era
fuori di me, mi pareva di esser diventato un apostolo; di chi e perché non
sapeva; ma infatti la testa mi andava per le nuvole, e nulla al mondo io
disprezzava tanto come i miei sentimenti e la mia vita degli anni trascorsi. Il
padre mi confermava in questi proponimenti di conversione confortandomi intanto
a ripigliar il filo delle mie devozioni infantili, a credere, a pregare. La
luce si sarebbe fatta poi e l'avvocato Ormenta doveva essere il candeliere.
Scesimo insieme in giardino e sulla terrazza, dove le belle fronde già
ingiallite delle viti ombreggiavano il riposo vespertino della compagnia. Il
chiacchierio languiva nella calma solenne del tramonto; le acque del Lemene
romoreggiavano al basso, verdastre e vorticose; un suono di campane lontano e
melanconico veniva per l'aria come l'ultima parola del giorno morente, e il
cielo s'infiammava ad occidente cogli splendidi colori dell'autunno. Al primo
momento mi pareva di essere in un gran tempio, dove lo spirito invisibile di
Dio mi empiesse l'anima di gravi e serene meditazioni. Poi i pensieri mi
tumultuavano nel capo come il sangue nelle vene dopo una corsa precipitosa; la
mente avea volato troppo, non conosceva più l'aria in cui batteva le ali, il
ribrezzo dell'infinito la sgomentiva. Mi avvicinai alla ringhiera per guardar
nel fiume, e quell'acqua che passava, che passava senza posa, senza differenza
alcuna, mi dava l'immagine delle cose mondane che colano fluttuando in un
abisso misterioso. I discorsi del padre Pendola facevano allora nella mia
memoria l'effetto d'un sogno che si ricorda di aver veduto chiaramente e di cui
non ci sovviene più che con una vaga e scolorita confusione. Mi volsi per
cercarlo; e vidi Giulio e la Pisana che bisbigliavano fra loro. Sentii come
Icaro sciogliermisi la cera delle ali e precipitava nelle passioni di prima; ma
l'orgoglio mi sorresse. Mi era pur sentito poco prima tanto maggiore di essi,
perché non potea continuare ad esser tale? Guardai coraggiosamente la Pisana, e
sorrisi quasi di pietà; ma il cuore mi tremava; oltreché non credo che quel
sorriso mi durasse a lungo sulle labbra.
Allora il padre Pendola, che avea
confabulato col Senatore, mi si raccostò; e quasi indovinando le titubanze
dell'anima mia prese a compatirmi con sì squisita carità, che io mi vergognai
d'aver tentennato. Le sue parole erano dolci come il mele, entranti come la
musica, pietose come le lagrime: mi commossero, mi persuasero, mi innamorarono.
Fermai fra me di tentare la prova; d'immolarmi a quei sublimi doveri di cui mi
avea parlato, di esser alla fine padrone di me una volta e di saper dire:
«Voglio così» - «Soffrirò», pensava frattanto «ma vincerò; e le vittorie
accrescono le forze, laonde se non altro avrò guadagnato di poter poi soffrire
con minor viltà. Per nulla Martino non è risuscitato, per nulla il padre
Pendola non ha letto nel mio cuore; ambidue prescrivono l'egual rimedio; io
sarò coraggioso e ne userò da forte!».
Il reverendo padre mi parlava ancora
col suono carezzevole d'una cascatella fra i muscosi dirocciamenti d'un
giardino; non saprei dire quali cose ei mi dicesse; ma nel togliermi di là ebbi
il coraggio di offrir il braccio al Conte ed alla Pisana perché salissero in
carrozza e di accomodarmi poi a cassetta col pretesto del caldo, che pur non
era molesto in una notte d'ottobre. Dopoché braccheggiava in cancelleria avea
libero ingresso nella carrozza dei padroni, e quella sera mi convenne anzi sostenere
una battagliola col Conte per non approfittare di questo prezioso diritto. Mi
ricordò allora d'alcuni anni prima quando scoperto l'invaghimento della Pisana
per Lucilio avea fatto quella strada stessa appeso alle coregge posteriori
della carrozza, e perduto in un turbine di pensieri e d'angosce che mi
dissennava. Quella sera avrei dato la vita per poter sedere accanto a lei, e
martoriarmi nella sua indifferenza e assaporare avidamente il male che mi si
faceva. Quanto insuperbii di vedermi mutato a quel segno! Era io allora,
invece, che volontariamente rifiutava di avvicinare la mia persona alla sua;
dopo tanti spasimi, tante gelosie, tanti tormenti, finalmente avea conquistato
il coraggio di fuggire! Non credo peraltro che arrivassi a Fratta né più felice
né meno pallido; e se il povero Martino fosse stato vivo, certamente avrebbe
notato la mia cattiva voglia. Invece trovai il Cancelliere che aveva una carta
di gran premura da farmi ricopiare, e non avendomi beccato durante la giornata,
mi assalì sgarbatamente la notte. Lo credereste che io mi ci misi con un gusto
matto? Mi pareva di principiare consapevolmente l'opera di mia redenzione; e
m'increstava di lasciar andare a letto la Pisana senza fermarmi a guardar la
luna, e pensare e martoriarmi dietro a lei. Gli è vero che ricopiando quella
carta mi successe di duplicare qualche parola, e saltarne qualche altra; e ad
ogni tuffo nel calamaio, diceva fra me: «Finalmente son riescito a non pensarci
per una mezza giornata!». E così ci pensava senza scrupolo; ma la coscienza non
se n'accorgeva, e per discretezza faceva l'indiana, come la madre di Adelaide.
Il padre Pendola mi parlò, m'istruì,
mi consigliò parecchie volte nei brevi giorni che rimasi ancora a Fratta. Il
piovano di Teglio gli dava mano colle sue esortazioni, e così io partii che mi
pareva di andare ad una crociata, o poco meno. M'accorgo ora che mi mancava la
fede; ma aveva la curiosità, l'orgoglio, il coraggio che possono
impiastricciarne una pel momento. Quando il pensiero della Pisana cascava come
un razzo alla congrève fra il conciliabolo de' miei nuovi proponimenti,
ed uno scappava di qua, un altro si salvava per di là, io mi dava delle grosse
picchiate nel petto sotto il tabarro, recitava qualche giaculatoria e con un
po' di pazienza l'incendio si spegneva e tornava cittadino e cristiano, come
voleva il padre Pendola. Forse peraltro non sarei giunto ad accontentare il
Piovano; il quale, clausetano fin nelle unghie, dopo la vana aspettativa d'un
anno, tacciava l'ottimo padre di indolenza e di incuria negli affari della
diocesi. Egli avrebbe voluto uno zelo da san Paolo. Il padre invece nuotava
sott'acqua, e così ingannava meglio i pesci e le anitre; dopo ch'egli avea
preso le redini della Curia, si osservava nel clero cittadino una disciplina esterna
più uniforme e canonica. Non avrei voluto vedere cosa stava ancora di sotto, ma
si evitavano i sussurri, le censure, gli scandolezzi. Con quattro paroline di
prudenti preghiere e qualche ammiccata d'occhi, il buon padre aveva ridonato
agli ecclesiastici quelle dignitose apparenze, che sono di gran momento per
mantenere l'autorità. Sicuro che un Gregorio VII non si sarebbe arrestato lì;
ma il reverendo padre sapeva contar i secoli, e voleva sanar il sanabile, non
arrischiar la vita dell'infermo con tardive operazioni. Gli bastava che certe
cose non si vedessero e non se ne parlasse, e che non dando così appiglio al
raccapriccio degli scrupolosi, anche i vecchi, i rigidi, gli incorruttibili
fossero costretti a tacere, a rabbonirsi, a omettersi della solita
insubordinazione, mantenuta in fin allora col pretesto dell'anarchia e della
spensieratezza dei superiori. Ciò appunto non quadrava al piovano di Teglio; ma
in quanto a me egli approvava il santo fervore inspiratomi dal segretario, e me
ne incaloriva maggiormente colla sua rozza e sincera facondia.
Io arrivai a Padova coll'invasamento
di uno che s'appresta a farsi frate per disperazione amorosa. Giuntovi appena,
corsi dall'avvocato Ormenta, al quale era già stato scritto dal padre Pendola,
e che mi accolse appunto come il guardiano o il provinciale accoglierebbe un
novizio. Quel degno avvocato che m'era sembrato l'anno prima un po' sospettoso,
un po' beffardo, un po' gelato, mi parve invece allora l'uomo più aperto, soave
e mellifluo della terra. Le sue occhiate andavano e rapivano in estasi; ogni
suo gesto era una carezza; ogni parola picchiava proprio al cuore come a casa
propria. Di tutto era contento, anzi beato; di sé, del padre Pendola e
sopratutto del prezioso dono che questi gli avea fatto coll'affidargli la mia
tutela. Mi parlò di fiducia, di raccoglimento, di pazienza; m'invitò a pranzo
per tutti i giorni che avrei voluto, meno il mercoledì nel quale egli usava
digiunare, e questo metodo non potea forse convenire al mio stomaco giovanile.
Si congratulò con me della mia età freschissima la quale mi dava doppia
opportunità di far il bene: bisognava indagare le massime le intenzioni de'
miei compagni; consultarne con lui per guardar di correggerle di indirizzarle a
miglior scopo se parevano difettive o fuorviate; avrei servito di canale perché
il senno maturo potesse avvantaggiare della sua esperienza la focosa attività
dei giovani; così ce ne fossero stati tanti di questi mediatori! Ma già
parecchi se n'aveano, e il frutto ricavato cominciava a moltiplicarsi, e a
manifestarsi nella parte più docile e riflessiva della gioventù. Io sarei stato
fra i più benemeriti col mio ingegno, colla mia fisonomia bella e simpatica,
colla mia loquela pronta e calorosa. Ne avrei avuto premio, nella soddisfazione
della coscienza (e questo è senza dubbio il migliore), sia anche negli onori
temporali, e nelle ricompense eterne. Lo stato avea bisogno di magistrati
zelanti, accorti, operosi; e li avrebbe trovati in mezzo a noi. Né bisognava
rifiutarvisi, perché la carità del prossimo e il bene della patria e della
religione devono imporre silenzio alla modestia. Tutti gli uomini erano
fratelli, ma il fratello più destro non dee consentire che il meno destro si
precipiti alla cieca. L'amore deve essere oculato sempre, e qualche volta
severo. La mano può percuotere, lo deve anzi in certi casi; ci s'intende che il
cuore dee conservarsi caritatevole, indulgente, pietoso e piangere per quella
triste necessità di dover castigare per migliorare, e tagliare per correggere.
Oh, il cuore, il cuore! A sentir l'avvocato Ormenta, egli lo aveva così grande,
così tenero, così ardente, che potea sì sbagliare per eccesso, non mai per
difetto di amore.
Frattanto certe cose che notava
intorno al signor avvocato non mancavano di darmi qualche po' di stupore. Prima
di tutto quella sua casaccia umida scura e quasi ignuda continuava a promovermi
nei nervi un senso di ribrezzo come la tana della biscia. Un uomo sì aperto e
leale doveva accomodarsi di quella oscurità, di quelle apparenze così nere e mortuarie!
E poi durante la mia visita entrò a chiedergli non so che cosa la moglie; una
donnetta sottile, piccina, sospirosa, verdognola. L'avvocato le si volse contro
con una voce acerba e stonata, con un piglio più da padrone che da marito, e la
donnicciuola se la svignò dalla stanza mordendosi le labbra ma non osando
rifiatare. Dunque il signor avvocato aveva nell'ugola un doppio registro:
quello che aveva adoperato con me l'anno prima, e allora colla moglie, e
l'altro che aveva usato con me pochi momenti innanzi, e che continuò ad usar
poi finché mi ebbe accompagnato sulla soglia della casa. Un ragazzotto giallo,
sucido, spettinato, vestito da sant'Antonio, che si trastullava con non so
quali giocattoli da sacrestia in un cantone dell'andito, mi fece anche voglia
di ridere. L'avvocato me lo ebbe a presentare come il suo unico figliuolino, un
piccolo prodigio di sapienza e di santità, che si era votato spontaneamente a
sant'Antonio, e che ne avea vestito l'abito, come si costumava allora e qualche
volta si costuma anche adesso a Padova. Quei suoi capelli, rasi a corona sul
capo e abbaruffati come la siepaia d'un orto abbandonato, gli occhi loschi e
cisposi, le mani impegolate d'ogni bruttura, e le vesti tutte lacere e bisunte
nella loro santità, facevano uno strano contrasto col panegirico tessutomi a
voce sommessa dall'avvocato. Pensai fra me che lo illudesse l'amore di padre:
quel ragazzo poteva dimostrare quattordici anni (ne aveva sedici, come scopersi
dappoi) eppure nulla nella sua persona confermava le lodi che se ne facevano,
se non si volesse confondere la sudiceria colla santità, giusta la bizzarra
opinione di qualche bigotto. Rinchiusa che ebbi la porta lo sentii intonare a
gran voce un cantico divoto: credo che avrei preferito gli abbaiamenti d'un cane,
e sì che le salmodie sacre con quel loro tenore mesto e solenne hanno sempre
commossa l'anima mia in ogni sua fibra. Ma le divozioni cessano di esser sacre
quando sono adoperate a spensierato trastullo e a vano sussurro; e io credo che
il permetterne e l'inculcarne di cotal guisa ai fanciulli non serva che a
guastarli anche secondo le idee di chi volesse farli soltanto buoni cristiani.
Le cose spirituali, secondo me, vanno prese sul serio; altrimenti si lascino
piuttosto da un canto. Può esser sciagura il non pensarvi, ma è sacrilegio il
farsene beffe.
Del resto, secondo le ingiunzioni del
padre Pendola e dell'avvocato Ormenta, io mi feci forza ad uscire dal solito
riserbo; diedi una piccola parte del mio tempo allo studio, e cogli svagamenti
e coll'intenzione a cose più grandi ed eccelse addormentai nell'animo mio il
dolore che vi covava acerbissimo per la dimenticanza della Pisana. Non mi fu
difficile scoprire ne' miei compagni quello che il padre aveva avvertito: una
profonda e generale indifferenza in fatto di religione; anzi si andava più in
là, cogli scherni, colle parodie, coi motteggi. Questi avrebbero servito a
ravvivarmi in cuore la fede, se i miei primi maestri si fossero dati cura di
accenderla; ma nessuno aveva pensato a ciò; su questo punto si può dire ch'io
fossi nato morto, a risuscitarmi si voleva un miracolo che non avvenne finora.
Peraltro lo sdegno ch'io aveva delle buffonerie mi fece credere per qualche
tempo di avere quelli tali credenze, le quali io soffriva tanto a veder burlare
con tanta frivolezza. La generosità giovanile mi ingannò sullo stato delle mie
opinioni, e mi fece piegare a difendere piuttosto gli oppressi che gli
assalitori. Narrai quello che vedeva all'avvocato; egli mi incorò ad osservar
meglio, a notare quali legami avesse quell'anarchia religiosa colla licenza
politica e morale, a discernere i caporioni della setta, ad accostarli, a
conversar con loro in maniera che mi aprissero tutto l'animo, per sapere da
qual banda incominciare a correggere, a riparare. Mi eccitò soprattutto a non
dar nell'occhio col mio atteggiamento, a confondermi colla folla, a risponder
poco per allora, limitandomi ad interrogare e ad ascoltare.
- Le pecorelle smarrite si richiamano
colle carezze - diceva l'avvocato - bisogna lusingarle dapprincipio, perché ci
credano; bisogna seguirle prima perché esse poscia vengano volentieri dietro a
noi.
Egli non mancava mai d'invitarmi a
visitarlo spesso, e a favorirlo della mia compagnia a pranzo; ma se io lo
accontentava della prima, non era così disposto ad approfittare della seconda
parte dell'invito. Una domenica che a tutti i costi egli avea voluto
trattenermi seco lui a desinare, ci trovai una tal brigata che mi fece scappar
l'appetito. Una vecchia pelata e rantolosa che chiamavano la signora Marchesa,
un vecchio sollecitatore mezzo sbirro e mezzo prete che beveva sempre e mi
guardava traverso al bicchiere, due giovinastri rozzi, sporchi, massicci che
mangiavano colle mani e coi denti si aggiungevano al piccolo sant'Antonio e
alla larva piagnolosa della padrona di casa per darmi la più gran melanconia
che mai avessi provato. L'avvocato invece sembrava ai sette cieli per avere
dintorno a sé una così eletta compagnia; osservai peraltro ch'egli non invitava
mai il sollecitatore a bere e i giovinastri a mangiare. Tutti i suoi
eccitamenti li volgeva alla Marchesa la quale non potea più bere né mangiare
per la tosse che la travagliava. Il signor avvocato trinciava con una
perfezione veramente matematica: e giunse a cavare otto porzioni da un
pollastrello arrosto; operazione che secondo me vince di difficoltà la
quadratura del circolo. Io non avea proprio volontà di toccar cibo, e cessi la
mia parte ad uno dei due giovani che non lasciò sul piatto neppur la traccia
degli ossi. L'avvocato mi avea fatto mano a mano conoscere tutti i commensali e
poi non mancò di tirarmi in un cantone per farmene la storia. La Marchesa era
una benemerita patrona di tutti i pii istituti della città; si diceva che fosse
ricca di ottantamila zecchini, e lui l'avvocato era il suo consigliere
prediletto. Il sollecitatore era un veneziano molto amico dell'attuale podestà
al quale faceva fare ogni cosa che gli piaceva; e così gli tornava di
accarezzarlo per ogni buona occorrenza. I giovani erano due scolari veronesi
che s'erano dati come me alla santa causa e si proponevano di aiutarla con
tutto lo zelo. Peccato che non avessero né il mio ingegno né le mie belle
maniere, ma già Dio sapeva mutar i sassi in pane, e colla buona volontà si
arriva a tutto. Io pensai che se in tutte le loro occupazioni ponevano quello
stesso zelo che nel mangiare, avrebbero avuto maggior bisogno di freno che di
stimolo. Mi ricordai anche allora di averli incontrati qualche volta sotto il
portico dell'Università; e mi parve che non fossero né i più esemplari né i più
modesti che là frequentavano fra una lezione e l'altra.
«Basta! faranno forse per seguire le
pecorelle smarrite, e invogliarle a farsele venir dietro!» io pensai allora. Ma
non ebbi la benché minima voglia di stringer amicizia con esso loro come
l'avvocato mi consigliava; come anche accettai con un inchino l'invito fattomi
dalla Marchesa di andar qualche volta alla sua conversazione ove avrei passato
un paio d'ore lontano dai pericoli, in mezzo a gente sicura e timorata di Dio.
L'inchino voleva dire: «Grazie, ne faccio senza della sua conversazione!». Ma
l'avvocato si affrettò a rispondere in mio nome che io era gratissimo alla
cortesia della signora Marchesa e che vi avrei corrisposto col farmi vedere in
sua casa il più spesso che me lo avrebbero concesso le mie occupazioni. Io fui
lì lì per soggiungere qualche sproposito, tanto mi mosse la rabbia quell'uso
che si faceva a capriccio altrui della mia volontà. Ma l'avvocato mi rabbonì
con un'occhiata, e aggiunse poi sottovoce: - La marchesa è molto amante della
gioventù; bisogna saperle grado delle sue ottime intenzioni; e compatirla ne'
suoi difetti pel gran bene che la può fare!
Insomma in onta a queste belle
chiacchiere io mi tolsi di casa dell'avvocato ben deliberato di non
immischiarmi più né de' suoi pranzi, né della conversazione della Marchesa. Pei
due giorni seguenti ne ebbi peraltro il vantaggio di trovar più saporito il
minestrone del collegio: con una libbra di pane affettatavi dentro mi parve di
essere a un banchetto reale. La mia camera godeva almanco d'un bel sole e
poteva alzar gli occhi senza incontrarli negli sguardi gatteschi del
sollecitatore. I due scolari veronesi si abbatterono in me qualche giorno dopo
nei corritoi dell'Università, ma sembravano così poco vogliosi di appiccar
parola con me come io di avvicinarmi a loro. Ne domandai conto a qualcuno, e
seppi che erano i più beoni e scapestrati dello Studio. Studiavano medicina da
sette anni e non avevano ancora ottenuto la laurea, e sprovvisti di mezzi di
fortuna, vivevano d'inganno e di rapina alle spalle del prossimo. Io compiansi
l'avvocato Ormenta di saperlo zimbello di cotali ghiottoni; ma quando mi intesi
di aprirgli gli occhi sul loro conto egli mi accolse assai male. Rispose che
eran calunnie, che si maravigliava molto come io ci dessi mente, e che
attendessi a scoprire e a distruggere i vizii dei cattivi, non ad esagerare i
difettucci dei buoni. Io cominciai a credere che la fede del buon avvocato
fosse molto più pura della sua morale; poiché se quelli erano difettucci non
capiva più quali fossero i vizii ch'io era destinato a combattere.
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