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L'amico Amilcare disfà la
conversione del padre Pendola e mi rimette allo studio della filosofia. Passo
per Venezia ove Lucilio seguita ad insidiare la Repubblica e la pace della
Contessa di Fratta. Mia eroica rinunzia a favore di Giulio Del Ponte. Un
viluppo di strane vicende intorno al 1794 dà in mia mano la cancelleria della
giurisdizione di Fratta ove comincio col prestare segnalati servigi.
Fra coloro cui doveva premere
assaissimo all'avvocato Ormenta e al padre Pendola di convertire io avea
conosciuto taluno che mi andava a sangue più assai dei due veronesi, miei
alleati. Cominciai a fare qualche escursione nel campo nemico a profitto
dell'avvocato; poi ci trovai il mio conto, e da ultimo scopersi tanta
differenza fra il male che si diceva di quei giovani e quello che era infatti,
che presi a dubitare della buona fede dell'avvocato, e della convenienza
dell'ufficio affidatomi. Ch'io cercassi la quiete ai dolori che mi tormentavano
nell'adempimento di più alti doveri, andava benissimo; che cercassi di scordare
un amore indegno e sciagurato benché fervidissimo, alzando l'anima
nell'adorazione di quelle grandi idee che sono la poesia dell'umanità, in ciò
pure non vedeva che bene. Ma che il mio ossequio a quelle grandi idee dovesse
ridursi a una fintaggine continua, ad uno spionaggio indecoroso, che quei miei
doveri così alti così sublimi dovessero scader tanto nella pratica, cominciava
a metterlo in dubbio. Di più io aveva fatto la prova come il padre Pendola
voleva, ma non ne era rimasto gran fatto contento. La mia mente si era svagata,
ma l'anima era ben lungi da quell'ideale contentamento che la compensa
d'ogn'altro rammarico. In poche parole, il cervello era occupato ma non il
cuore, e questo, attraversato nel suo amore d'una volta, e vuoto d'ogni altro
affetto, mi dava grandissima noia co' suoi inutili battiti. Alla prima mi era
confusamente infervorato all'ardore altrui, ma poi, sia che quest'ardore fosse
fittizio, sia che in me non avesse trovato materia da alimentarsi, m'era
sfreddato talmente che non mi conosceva più per quello d'una volta. Quella
continua manovra di passi compassati, d'antiveggenze, d'accorgimenti, di
calcoli si affaceva male ad un'anima giovane, e bollente. Aspirava a qualche
cosa di più vivo, di più grande: capiva ch'io non era fatto per le estasi
ascetiche, e ho già narrato in addietro quanto fossi debolino in punto a fede.
Figuratevi quanti sforzi facessi per
rinforzarmi!... Ma l'avvocato Ormenta, anziché aiutarmi a ciò, mi contrariava
sempre colle sue mene un po' troppo mondane. Stava bene che la meta fosse alta
spirituale e che so io; ma io la perdeva di vista, e anch'essi non se ne
ricordavano che quando io ne chiedeva conto. Uno studente trevisano, un certo
Amilcare Dossi, s'era stretto a me con molta intrinsichezza; egli aveva un
ingegno forte e arditissimo, un cuore poi che oro non bastava a pagarlo. Con
costui andavamo spesso ragionando di metafisica e di filosofia, perché io avea
dato il capo in quelle nuvole e non sapea più liberarmene; egli poi ci studiava
da un pezzo e potea darmi scuola. Dopo qualche giorno m'accorsi che egli era
proprio un tipo di coloro che il padre Pendola definiva avversatori spietati
d'ogni idealità e d'ogni nobile entusiasmo. Metteva tutto in dubbio, ragionava
su tutto, discuteva tutto. E non pertanto mi maravigliava di rinvenire in lui
un amore di scienza e un fuoco di carità che mi parevano incompatibili
coll'arida freddezza delle sue dottrine. Finii col fargli parte di questa mia
maraviglia ed egli ne rise assaissimo.
- Povero Carlino! - diss'egli - come
sei indietro! Ti maravigli ch'io mi sia preso di così violento affetto per
quelle scienze che vado disseccando alla maniera dei notomisti? Gli è, caro
mio, che l'amore della verità vince tutti gli altri in purità ed in altezza. La
verità, per quanto povera e nuda, è più adorabile, è più santa della bugia
incamuffata e suntuosa. Perciò ogni volta ch'io le tolgo di dosso qualche
fronzolo, qualche orpellatura, il cuore mi balza nel petto, e la mia mente si
cinge di una corona trionfale! Oh benedetta quella filosofia che mortali,
deboli, infelici pur c'insegna che possiamo esser grandi nell'uguaglianza,
nella libertà, nell'amore!... Ecco il mio fuoco, Carlino; ecco la mia fede, il
mio pensiero di tutti i momenti! Verità ad ogni costo, giustizia uguale per
tutti, amore fra gli uomini, libertà nelle opinioni e nelle coscienze!... Qual
essere ti parrà più grande e più felice di quello che tende con ogni sua forza
a far dell'umanità una sola persona concorde, sapiente, e contenta per quanto
lo permettono le leggi di natura?... Oggi poi, oggi che queste idee
ingigantiscono, e pesano, fremendo sulla sfera riluttante dei fatti, oggi che
io veggo affievolirsi sempre più quella nebbia che le nascondeva agli occhi
degli uomini, chi più felice di me?... Oh questa, questa, amico, è la vera
calma dell'animo!... Sollevati una volta a quella fede libera e razionale, né
fortune avverse, né tradimenti, né dolori potranno turbare la serenità dello
spirito. Son forte, incrollabile in me, perché credo e spero in me e negli
altri!
Figuratevi! Durante questa
professione di fede che rispondeva sì bene ai miei bisogni, io diventava di tutti
i colori. Mi ricordo che non mi bastò il cuore di soggiungere una sola parola,
e Amilcare credette ch'io non ne avessi proprio capito un'acca. Tuttavia se non
aveva capito, aveva tremato. Vergognai di me che aveva ondeggiato sì a lungo;
ebbi compassione di padre Pendola e dell'avvocato Ormenta (i quali, sia detto
di volo, non ne abbisognavano punto), e decisi di studiare come Amilcare, e di
interrogar finalmente il mio cuore su quello propriamente ch'egli voleva amare.
Intravvidi per la seconda volta un mondo pieno di idee altissime, di nobili
affetti, e sperai che anche senza la Pisana l'anima mia avrebbe trovato il
bandolo di vivere. Questo rivolgimento delle mie opinioni s'era già compiuto
quando rividi l'avvocato Ormenta; e quel giorno, poco disposto a passargli
tutto buono come al solito, appiccai con lui una mezza lite. Egli era
malcontento di me perché non era mai stato alla conversazione della Marchesa
che si mostrava, a quanto pare, tenerissima del fatto mio. Perciò ci separammo
un po' ingrugnati, dicendo egli che la buona causa non sapea che farsi di
servitori condizionati e raziocinanti. Io non gli risposi quanto mi bolliva
entro, ma corsi tosto da Amilcare, e per la prima volta gli narrai le mie
relazioni coll'avvocato, e tutto l'andamento delle cose dalla predica del padre
Pendola fino alla contesa di quel giorno stesso. Al mio racconto egli sporse le
labbra come chi non ode cose molto piacevoli, e mi buttò in volto una certa
occhiata che non mi dimenticherò mai. La mi diceva: «Sei pecora o lupo!?». In
verità io ne rimasi così sconvolto, che per poco non mi pentii di essere
sdrucciolato in quella lunga confessione. Ma il sospetto fu un lampo: l'anima
di Amilcare non era di quelle che esperte nel male lo avvisano dovunque; egli
era buono, e si ravvide subito di quella breve incertezza: la bontà non gli
tornò dannosa, come spesse volte. Egli mi parlò allora della fama che aveva
l'avvocato in città; e come egli fosse tenuto un vigilantissimo ministro
dell'Inquisizione di Stato.
- Ah cane! - io sclamai.
- Cos'è stato? - mi chiese Amilcare.
Io non ebbi il coraggio di confessare
che il furbo m'aveva forse adoperato come strumento delle sue ribalderie; e il
coraggio mi mancò affatto quando mi raccontò che la cattura di alcuni studenti
avvenuta il giorno prima, e lo sfratto intimato ad alcuni altri, e le
perquisizioni a moltissimi si ascrivevano comunemente a merito del signor
avvocato.
- Quel tuo padre Pendola deve essere
qualche inquisitore travestito che lavora a doppio per tenerci al buio -
continuò Amilcare. - A Venezia sono ancora al mille quattrocento e si ha paura
del mille ottocento che s'avvicina, ma noi, noi, oh no, per dio, che non
muteremo in loro servigio la nostra fede di nascita. Il buonsenso omai non è il
retaggio di cento famiglie di nobili. Tutti vogliono pensare, e chi pensa ha
diritto di operare pel bene proprio e comune. Troppo ci condussero colle
bretelle; il padre Pendola può esser giubilato: noi vogliamo camminar soli.
Amilcare pronunciando queste parole
si trasformava in tutta la persona; la sua fronte alta e rilevata, gli occhi
profondi, le narici sottili e dilatate, mandavano fiamme. Diventava più grande
ancora che non fosse naturalmente, e pareva che per tutte le sue vene scorresse
una vampa di orgoglio e di virtù.
- Cos'erano i Greci, cos'erano i
Romani? - seguitava egli. - Gente che ha vissuto prima di noi, dell'esperienza
dei quali noi possiamo giovarci, e furono potenti perché virtuosi, virtuosi
perché liberi. Ma la virtù provenga dalla libertà o questa da quella, bisogna cimentarvisi.
Il conato alla libertà sarà poderoso ed efficace ammaestramento di virtù.
Licurgo che ha fatto per ridonare a Sparta la sua potenza? Le ha ridonato colle
leggi i robusti costumi. Imitiamolo, imitiamolo! Leggi nuove, leggi valide,
leggi universali, chiare, severe senza scappatoie senza privilegi! Ricordiamoci
degli avi nostri che si chiamarono Bruti, Cornelii e Scipioni! La storia si
ripete allargandosi; l'ordine nuovo nasce dal disordine antico. Il buon tempo è
giunto per l'eguaglianza, per la verità e per la virtù! L'umanità unificata
vuol regnare sola; noi saremo i suoi banditori!
Io strinsi la mano all'amico senza
mover parola; ma l'anima mia era tutta con lui; non avea più pensiero che non
volasse anelando incontro a quelle immense speranze. Giustizia, verità, virtù!
le tre stelle che governano il mondo spirituale, e lunge da esse ogni cosa
s'abbuia, ogni cuore trema o si corrompe! Io le vedeva sorgere come una
costellazione divina sul mio orizzonte; tutto l'amore di cui era capace tendeva
ad esse con impeto irresistibile. Ancora una nebbia da diradarsi, ancora un
battere d'ala in quel cielo profondo e la mia religione era trovata, il mio
cuore calmo per sempre. Ma quella nebbiolina era come quelle frazioni
infinitesimali che impiccoliscono sempre senza svanir mai; quella luce era
tanto lontana che quando appunto credeva di lambirne l'atmosfera infocata un
nuovo spazio d'aria si frammetteva fra me e lei. Molte volte discorsi poi con
Amilcare di tali mie dubbiezze; ed egli mi assicurava che provenivano da
difetto di meditazione; io credo anzi che l'aver guardato di primo colpo senza
affaticarmi troppo le ciglia a voler vedere quello che non è, mi giovasse a
scoprire quello che veramente era. Giustizia, verità, virtù! Tre ottime cose,
tre parole, tre idee da innamorare un'anima fino alla pazzia e alla morte; ma
chi le avrebbe recate di cielo in terra, per usar l'espressione di Socrate? -
Questa era la spina del mio cuore; e non la capiva allora così chiaramente, ma
la mi doleva a sangue. Nuove istituzioni, nuove leggi, diceva Amilcare, formano
uomini nuovi. Ma a volerlo anche credere, chi ci avrebbe dato queste ottime
istituzioni, queste leggi eccellenti? Non certo gli inetti e spensierati
governanti di allora. Chi dunque?... Una gente nuova, giusta, virtuosa,
sapiente; e dove e come trovata? e come portata a capo della cosa pubblica?...
In verità io ci avrei capito poco ora, che di quel guazzabuglio mi do in
qualche maniera ragione. Ma a que' tempi di letargo appena smosso, di
annebbiamento intellettuale, e di infanzia politica, qual più grande uomo di
governo ci avrebbe capito più di me?...
Io restava adunque col mio amore
aereo e affatto sentimentale; come chi s'invaghisse d'una donna veduta in
sogno. Ammirava Amilcare che a quei sogni dava fiduciosamente la saldezza della
realtà, ma non poteva imitarlo. Peraltro le vicende di Francia incalzavano; e
le grandi novelle di colà, appurate dalla distanza e dall'immaginazione
giovanile de' miei compagni, soccorrevano la mia sfidanza. Mi diedi a sperare,
ad aspettare cogli altri; leggeva intanto i filosofi dell'Enciclopedia, e più
ancora Rousseau; sopratutto il Contratto sociale, e la Professione di
fede del Vicario Savoiardo. A poco a poco prestai della mia mente un corpo a
quei fantasmi: quando me li vidi innanzi vivi spiranti, gettai le braccia al
collo di Amilcare, gridando: - Sì, fratello, oggi lo credo finalmente! Un
giorno saremo uomini!...
L'avvocato Ormenta, che mi vedeva di
rado e sempre più taciturno e riguardoso, mi fece spiare da qualcheduno de' suoi;
egli seppe le mie nuove abitudini, la mia amicizia col trevisano, e indovinò il
resto. Il mondo non correva a quel tempo secondo i loro desiderii; il poveruomo
avea un bel darsi attorno; capiva che erano formiche incapate tristamente ad
arrestare un macigno, e se anche non lo capiva, il fatto sta che era stralunato
peggio che mai. Però non volle deporre ogni lusinga; mi accarezzò ugualmente
sperando di carpire forse alla mia ingenuità quello che raccoglieva prima
dall'ubbidienza. Avvisato da Amilcare io stava sull'intesa e spiava a mia volta
la fisonomia dell'avvocato come un barometro del tempo. Quando lo vedeva mogio,
umile, annuvolato, correva a far gazzarra coi compagni; e si facevano fra noi
allegri brindisi alla libertà, all'eguaglianza, al trionfo della Francia, alla
repubblica e alla pace universale. Il vino costava allora pochissimo, e coi tre
ducati di mesata passatimi dal Conte, io era in grado di partecipare alle agapi
di quei capi guasti. Questo entusiasmo politico e filantropico poteva occupar
l'animo d'un giovane come io era, non già la religione intrigante mondana e
furbesca del signor avvocato. Forse il vangelo puro di carità e di santità mi
avrebbe potuto entrare; ma ad ogni modo il passo era fatto. Divenni un
volteriano battagliero e fanatico. Stetti anche più volentieri che mai a
predicare, a disputare fra i miei compagni di studio; e l'esser più simile a
loro me li fece giudicare meno flosci e spregevoli. Il fatto sta che le idee
rinfiammano, e che la vita comune del pensiero soffoca o attira a sé l'egoismo
privato. Da ciò avviene che l'egoismo inglese è proficuo alla nazione, benché
comune e potente; in altri paesi invece la carità è inutile perché casuale e
slegata. Così quella gioventù in un solo anno avea fatto un gran salto: formicolavano
ancora le passioni, gli astii, le pigrizie di prima; ma il vento che soffiava
da occidente sollevava le menti fuori di quella cerchia compassionevole. In
fondo forse la paura, il vizio, l'inerzia poltrivano ancora; ma di sopra si
slanciava la fede, capace di grandi cose benché momentanee in indoli così
fatte. Basta; io me ne accontentava: e d'altra parte, conosciuto ben bene
Amilcare, io m'era fitto in capo che tutti somigliassero a lui; il che non era
pur troppo. Come tutti i giudici che non hanno barba al mento, peccava allora
in un estremo come l'anno prima avea peccato nell'altro: assolveva per
innocenti coloro che altre volte avea condannato a morte. Amilcare mi
trascinava colla sua foga di fede, di entusiasmo, di libertà, colle sue
abitudini di spensieratezza di giocondità e di audacia; con lui il sentimento
che non fosse consacrato al bene dell'umanità mi sembrava un sentimento
dappoco.
Non mi ricordava di aver vissuto
prima d'allora; la Pisana mi pareva una creatura piccina piccina, quasi veduta
in una valle dalle sommità azzurrine e pure d'una montagna; più spesso la mi
usciva di mente affatto, poiché il mio cuore avea trovato cosa amare in vece di
lei. Peraltro, rimasto che fossi solo, avveniva nell'animo mio quasi una
separazione di due elementi diversi, che mescolati violentemente insieme ne
componevano per poco un solo; ma poi lasciati sedare tornavano a dividersi
ciascuno dal proprio canto. La fede nella virtù, nella scienza, nella libertà
sorgeva pura ed ardente a cantar inni di speranza e di gioia; la memoria della
Pisana si ritraeva in un angolo a brontolare e a stizzirsi in segreto. Allora
io mi dava attorno per confonder ancora quei sentimenti; m'incaloriva
artifiziosamente e anfanava tanto, che le più volte vi riesciva. Ma perché ciò avvenisse
spontaneamente m'era proprio di mestieri la compagnia e l'esempio di Amilcare.
Intanto il romore delle armi francesi
cresceva alle porte d'Italia; con esse risonavano grandi promesse di
uguaglianza, di libertà; si evocavano gli spettri della repubblica romana; i
giovani si tagliavano la coda per imitar Bruto nella pettinatura; per ogni dove
era un fremito di speranza che rispondeva a quelle lusinghe sempre più vicine e
vittoriose. Amilcare mi pareva pazzo; gesticolava, gridava, predicava nei crocchi
più turbolenti, sui caffè e per le piazze. L'avvocato Ormenta diventava sempre
più livido e musonato, io credo che fosse arrabbiato anche contro la Marchesa
che non si decideva mai a morire. Io bel bello nelle rade visite mi prendeva
beffe di lui. Un giorno egli mi parlò con un certo sapore amaro della mia
amicizia con un giovine trevisano e mi avvertì quasi beffardamente che se gli
voleva bene doveva ammonirlo di essere meno corrivo a sussurrare nelle sue
parlate. La sera stessa Amilcare con parecchi altri scolari fu imprigionato e
condotto a Venezia d'ordine degli Eccellentissimi Inquisitori; a me credo si
sparagnò quella sagra, perché speravano di sgomentirmi e forse di ripigliarmi.
Ma la codardia, grazie al Cielo, non s'apprese mai al mio temperamento. Di
quella vicenda toccata al mio amico io ebbi un dolor tale che mi fece odiare
tre volte tanto i suoi nemici, e m'infervorò piucchemai nelle nostre speranze
comuni. Allora poi che dall'avveramento di queste dipendeva la sua salute, la
mia impazienza non conobbe più freno.
Solamente il tempo si prese la briga
di calmarmi. Ai primi impeti successe una tregua lunga e dubbiosa. Le alleanze
continentali si erano rafforzate; la Francia si ristringeva in sé, come la
tigre per uno slancio più fiero; ma fuori si credeva ad uno scoramento fatale.
La Serenissima patteggiava con tutti, soffriva e barcamenava; gli Inquisitori
sorridevano fra loro di vedersi sperperare un temporale che avea fatto tanto
fracasso; sorridevano, stringendo fra le unghie quei disgraziati che avevano
sperato nella grandine e nelle saette mentre tutto accennava ad un nuovo sereno
di bonaccia. Di Amilcare e di molti altri che lo avevano preceduto o seguito
nelle carceri non si parlava più; solamente si mormorava che la Legazione
francese aveva cura di loro e che non li avrebbe lasciati sacrificare. Ma se la
prossima campagna fosse sfortunata alla Francia? Io tremava solo a pensarne le
conseguenze.
Intanto una mattina mi capitò una
lettera suggellata a nero. Il signor Conte mi partecipava la morte del suo
cancelliere, aggiungendo che in quasi due anni di studio io ne avea potuto
imparare abbastanza, che poteva sostenere l'esame quando voleva, e che corressi
intanto presso di lui a dirigere la cancelleria. Cosa provassi alla lettura di
quel foglio, non ve lo saprei spiegare; ma credo che in fondo fossi contento
assai che la necessità mi richiamasse vicino alla Pisana. Senza Amilcare e
senza la speranza di riaverlo presto, Padova mi somigliava una tomba. Le mie
speranze si dileguavano ogni giorno più; l'impazienza giovanile una volta
delusa si volge facilmente in scoraggiamento; e la cera gioconda e trionfale
dell'avvocato Ormenta tornava a darmi la stizza. Mediante una commendatizia del
senatore Frumier sostenni con buon esito l'esame del secondo anno; e partii
poscia da Padova così sconvolto e confuso che nel mio cervello non ci
raccapezzava più nulla. Peraltro mi sapea duro di togliermi di colà senza
chiarirmi meglio delle faccende di Amilcare, e confidando nel patrocinio della
Contessa e de' suoi nobili parenti sperai che a Venezia sarei venuto a capo di
qualche cosa. Chiesi dunque consiglio ai miei pochi ducati i quali mi permisero
quella breve diversione se avessi usato la maggior parsimonia. Feci un fardello
delle mie robe, e le imbarcai sul burchio; indi così per creanza fui a prender
commiato dall'Ormenta.
- Ah, buon viaggio, carino! - mi
diss'egli. - Peccato che non siate rimasto con noi tutto l'anno; siete accorto,
e sareste tornato a visitarmi sovente, e forse anco la signora Marchesa vi avrebbe
avuto al suo circolo. Riveritemi il padre Pendola, carino; e fidatevi agli
attempati un'altra volta. I giovani credono troppo, e vi faranno fare dei
cattivi negozi!
Capisco ora quello che volle dire il
caro avvocato, ma egli mi credeva un volpone ghiotto ed avaro simile a lui;
allora non ci capii nulla. Dovetti peraltro, dietro suo invito, baciare in viso
quel sucido figliuolo, che funzionava al solito nell'andito colla sua vestaccia
nera e puzzolente. Questa cerimonia mi rese due volte più gradita la mia
partenza da Padova; e del resto lasciava l'incarico alla fortuna di far
comparire degno cancelliere un giovinastro di non ancora vent'anni.
Giunto a Venezia non perdetti tempo
né ad ammirare San Marco né a passeggiar la riva, e deposto il mio fardello in
una locanda corsi al palazzo Frumier. Dio mio come trovai cambiata in quei
pochi anni la signora Contessa! La era divenuta più scura, più cattiva di
fisonomia; il naso le si era uncinato come ad uno sparviere, e gli occhi
lampeggiavano di un certo fuoco verdognolo che non augurava nulla di buono, e
nel vestire mostrava una trascuranza quasi schifosa. Non avea più né nastri
rosei, né merli alla cuffia; e i capelli grigi le ingombravano spettinati la
fronte e le tempie. Perciò, lo confesso, neppur la pietà di Amilcare poté
indurmi a tentar qualche cosa da quella banda. M'infinsi venuto a Venezia per
ossequiarla e credetti aver addotto un'ottima scusa per riescirle gradito; ma
ella mi rispose un grazie così sgarbato che mi fece calare ogni forza giù dei
ginocchi, e mi tolsi da quella stanza che non vedea l'ora di essere in istrada.
Peraltro uscito che fui nell'anticamera, mi si rifece il cuore, e mi tornò il
desiderio di vedere la contessina Clara e confidarmi a lei. Mentre appunto mi
volgeva in cerca d'un servo che mi conducesse da lei, ecco venirmi incontro
ella stessa che avea saputo del mio arrivo e non volea lasciarmi partire senza
un saluto. Tanta cortesia mi commosse e mi diede animo. La povera Contessina
era tal quale l'avea veduta l'ultima volta; più pallida, peraltro, più grave, e
con due cerchi rossi intorno agli occhi che dinotavano l'abitudine del pianto o
di lunghissime veglie. Ma questi segni di dolore, anziché togliere alla
confidenza, vi aggiungevano l'incentivo della compassione. Mi apersi dunque con
lei, narrandole del mio amico, ed esponendole il desiderio ch'io aveva di
sapere almeno perché lo si sostenesse in prigione, e quando c'era speranza che
lo lasciassero. La Contessina si turbò alquanto udendo il caso di Amilcare, e
più la causa probabile del suo imprigionamento; e due o tre volte fu per
suggerirmi qualche spediente, ma poi la si tratteneva sospirandoci sopra.
Finalmente lo spettacolo del mio dolore la vinse, e mi disse che a Venezia
c'era persona la quale dovea saperne di ciò meglio che molti altri, e che io la
conosceva, e che cercassi del dottor Lucilio Vianello che certo mi avrebbe
detto ogni cosa ch'io bramassi sapere intorno al giovane trevisano. Ma mi disse
ciò arrossendo, la poveretta, e raccomandandomi di non iscoprire altrui questo
suo consiglio; e poi quando io le chiesi dove avrei potuto trovare il dottor
Lucilio, mi rispose di non saperne nulla, ma che egli non avrebbe mancato di
capitar qualche volta in Piazza ove era allora, come adesso, il grande ritrovo
di tutti i veneziani.
Infatti io tolsi commiato da lei,
ringraziandola di tanta sua bontà, e piantatomi in Piazza aspettai girando su e
giù finché diedi di naso nel signor Lucilio. Le gelosie non mi frullavano più
pel capo, e pieno di zelo pel maggior bene di Amilcare lo accostai
risolutamente. Egli o stentò a conoscermi o ne fece le viste, ma poi mi usò
mille finezze, mi chiese conto de' miei studi, della mia vita; e da ultimo mi
domandò se avessi veduto la Contessa e sua figlia. Io gli narrai tutto, e come
le avessi trovate. Ed egli allora mi raccontò che la Contessa s'era data
sfrenatamente alla passione del gioco, come usavano le dame veneziane d'allora;
che perdeva ogni giorno grosse somme di denaro, che gli usurai le stavano a'
panni, ch'ella non pensava ad altro che a riacquistare quanto aveva perduto,
con rischi più gravi e pericolosi. Il suo temperamento avea sempre peggiorato;
tiranneggiava la figliuola peggio che mai, ed erano sette mesi che la poverina
non usciva di casa che per andare a messa a San Zaccaria, ov'egli la vedeva una
volta per settimana. E poi scompariva come un'ombra, e non la lasciavano
nemmeno affacciarsi alla finestra perché le avevano destinato una camera
interna del palazzo. Quanto al poter penetrare fino a loro non avea mai potuto
riescire; e sì che la fama acquistatasi grandissima nella sua professione, gli
aveva aperto le sale più cospicue della nobiltà. La Contessa era inesorabile;
ed egli sapeva da fonte sicura che stava in trattative colle monache di Santa
Teresa perché la Clara fosse da loro accettata come novizia; soltanto faceva
ostacolo la dote, ché la Contessa era in grado di pagarne al momento non più
della metà, e secondo la regola non potevano accettarla che dopo l'intero
pagamento. La giovane si sarebbe piegata ai voleri della madre, e se quel
sacrifizio non era già consumato, lo si doveva a quelle differenze d'interesse.
Soltanto egli sperava che non avrebbe obbedito quando avessero voluto farla
professare, e che non si sarebbe divisa dal mondo colla barriera insormontabile
dei voti. Lucilio mi narrava di ciò colla rabbia forzatamente compressa di chi
non può vincere un'opposizione giudicata frivola e ridicola; ma da ultimo la
sua fronte si era rialzata, e ben ci si accorgeva ch'egli non avea smesso nulla
dell'antico coraggio, e che sperava ancora e che le sue speranze non erano
sogni. Quel suo animo vigoroso e prudente non poteva acquetarsi in vane
lusinghe, e perciò la sicurezza che travidi nelle sue ultime parole mi diede
qualche fiducia. Allora vedendolo più tranquillo gli comunicai la cagione
dell'averlo io sì a lungo aspettato, non tacendogli anche, forse con un po' di
furberia, che la Clara stessa mi aveva a lui indirizzato. Parve allora che
molte confuse memorie gli balenassero in capo, e tornò a guardarmi come se
fosse quello il primo momento che mi rivedeva.
- Da quanto tempo non avete più
notizia del padre Pendola? - mi chiese egli senza nulla rispondere alla mia
domanda.
- Oh da lungo tempo! - risposi io con
qualche stupore di essere interrogato a quel modo. - Credo che col reverendo
padre non ce la intenderemo più, e che egli per lo meno non sarà fatto contento
del fatto mio.
- Non vi aveva egli dato qualche
commendatizia per Padova? - mi domandò ancor con un fare svagato Lucilio.
- Sì certo; - soggiunsi - per un
certo avvocato Ormenta che mi è andato fuori affatto dei gangheri, e pochi mesi
fa ho saputo che è in voce di essere una spia dei Serenissimi Inquisitori.
- Bene, bene, sarà: ma non parlate di
cotali cose a voce alta qui in Venezia; il vostro amico deve essere caduto in
male acque appunto per questo.
- Oh sì, è facilissimo! egli parlava
tanto forte da farsi udire da un capo all'altro della città e non facea mistero
delle sue opinioni.
- Infatti fu rimeritato, come vedete,
della sua sincerità; tuttavia rassicuratevi che egli e i suoi compagni stanno,
credo, sotto la protezione della Legazione francese, e non interverrà loro
alcun male.
- Ne è ben sicuro, lei? Ma se la
Francia è invasa dagli alleati, se...
Lucilio mi troncò la parola in bocca
con una risata, laonde io lo guardai alquanto meravigliato.
- Sì, sì, guardatemi! - egli
soggiunse. - Ho riso della vostra innocenza. Credete anche voi, come i
gazzettieri di Germania, che la Francia sia esausta, discorde e che si lascierà
mettere i piedi sul collo dal primo venuto!... Guardatemi in viso ancora!... Io
non sono che un medico, ma vi garantisco che ci vedo più lungo assai di tutti
questi politiconi in toga e parrucca. La Francia omai non è più solamente in
Francia: è in Svizzera, è nell'Olanda, è in Germania, è in Piemonte, è a
Napoli, è a Roma, è qui! qui dove parliamo io e voi. Essa lo sa e si raccoglie,
per attirarsi intorno le forze attive dei nemici, e sbarazzarsene più presto in
un paio di colpi, e lasciar libero lo slancio agli amici, ai fratelli di
qui!... Vedete; così per abitudine io vi raccomandava poco fa di parlar adagio,
e ora io grido e non me ne curo. Gli è, vedete, che omai hanno paura, e che non
si corre nessun pericolo. Voi potete narrare quanto vi ho detto all'avvocato
Ormenta ed anche al padre Pendola, che non me ne importerebbe gran fatto.
In ciò dire Lucilio mi guardava con
occhi fiammeggianti e severi, tantoché io fui costretto, contro l'usanza, di
chinare i miei. Ma egli ebbe forse compassione di quel mio smarrimento e mi
diede una mano a rialzarmi.
- Quanti anni avete? - mi chiese.
- Presto ne avrò venti.
- Solamente venti? animo allora;
eravate un bambino e credevano di mettervi la benda, ma io spero che non vi
lascerete infinocchiare, o che vi ravvederete finché ne avete il tempo. Coraggio
dunque; confessatemi che la vostra amicizia per Amilcare e il vostro
interessamento per lui presso di me è un effetto di consigli altrui, non del
vostro spontaneo sentimento...
- Oh chi vuol ella mai che mi
spingesse a ciò!?
- Chi? il padre Pendola per esempio,
o l'avvocato Ormenta!
- Essi? tutt'altro anzi: credo che mi
sapranno pochissimo grado della mia intrinsichezza con quel giovane; e infatti
a lui ho dovuto di essermi disgustato di loro e delle loro trame frivole e
inoneste.
- Frivole le loro trame? non tanto,
ragazzo mio. Inoneste potrebbe darsi: ma non precipitiamo i giudizi, perché chi
difende la pagnotta ha molti e molti diritti. Credereste voi che il reverendo
padre e il degno avvocato sarebbero persone autorevoli e di rilievo se venisse un
buon vento di giustizia che buttasse a terra, sì, che buttasse a terra, tutti i
privilegi della nobiltà e delle fraterie?... Essi lavorano pel loro utile come
gli altri pel proprio: non so cosa dirne!
Io mi stupii oltremodo di questa
maniera di vedere di Lucilio; un odio aperto mi quadrava meglio di questa
fredda calcolata inimicizia; e il mio amico trevisano la pensava secondo me più
dirittamente del dottore di Fossalta. Soltanto mi dimenticava che in questo la
gioventù s'era sbollita, e il sentimento s'era impietrato in profonda
convinzione.
- Ma parliamo dunque di voi; -
continuava egli intanto - voglio credervi che la contessina Clara vi abbia
indirizzato a me, e non l'avvocato Ormenta. Se così è, vivete tranquillo; il
vostro amico Amilcare è più sicuro nella sua prigione che io e voi in Piazza.
Lo direi anche al Collegio dei Savi il quale se fosse savio avrebbe a cavare il
suo pro' da questo giudizio. Ve lo ripeto, v'è gente che veglia per lui; e non
c'è pericolo che si lascino andar a male giovani così preziosi. Intanto voi
cercate di non lasciarvi abbindolare dal padre Pendola. Per carità, Carlino!
Eravate un ragazzo di mente e più assai di cuore. Non guastatevi sul più bello.
Vi lascio per qualche visita che ho da fare in questa casuccia di poveri diavoli.
Cosa volete? l'amore della gente è la paga più bella del medico. Ma se vi
fermate a Venezia, cercate di me all'ospedale dove sto sempre fino alle dieci
del mattino.
- Grazie; - gli diss'io - se la mi
assicura proprio che Amilcare...
- Sì, vi assicuro che non gli
interverrà alcun male. Cosa volete di più?
- Allora la ringrazio; e la
riverisco. Io parto quest'oggi stesso.
- Salutatemi il Conte, la Contessina,
i nobiluomini Frumier e mio padre se lo vedete - soggiunse Lucilio. - Ohimè!
salutatemi anche Fratta e Fossalta! Chi sa se quei solitari paeselli mi
vedranno mai più!
Mi abbracciò e mi lasciò, credo, con
istima migliore di quando mi aveva incontrato. Certo al ripensarci poi mi parve
che gli avessero riferito di me cose non troppo onorevoli; e in seguito venni a
sapere com'egli mi credeva venduto anima e corpo al padre Pendola. Ma
l'ingenuità della mia confessione l'aveva rimosso da questo avventato giudizio;
senzaché la mia giovinezza lo lusingava che non fossi tanto incallito
nell'impostura, come pretendevano. Ad ogni modo imbarcato ch'io fui col mio
fardelletto sulla corriera di Portogruaro, la mia mente ebbe di che lavorare a
riandar il colloquio avuto con Lucilio; sopratutto l'autorità che era nelle sue
parole, nel suo contegno mi parea più strana ancora che mirabile. Un semplice
medico, un giovane paesano da poco trapiantato a Venezia parlava e sentenziava
a quel modo! Ergersi per poco ad arbitro dei destini d'una repubblica, se non
ad arbitro, a giudice e a profeta!... la mi sapeva un po' di commedia! Che
fossi rimasto corbellato? Che la mia inesperienza gli avesse offerto
un'occasione di burlarsi saporitamente di me? Quasi quasi mi rimordeva di avere
abbandonato Amilcare a sì manchevole malleveria; ed è vero che nulla più avrei
forse potuto tentare per lui, ma dubitava fra me che quella troppo facile
confidenza fosse effetto di poco animo e di infingardaggine. Mi riconfortava
poi col pensiero che Lucilio non era mai stato uno spaccamonti, e che per
ingegno e per studio soprastava tanto agli altri uomini, da darmi il diritto di
crederlo superiore ad essi di antivedere e di potenza. Che egli fosse
secretamente addetto alla Legazione francese lo avea udito mormorare anche a
Portogruaro l'autunno passato; e allora alcune sue parole m'avevano riconfermato
la verità di questa diceria. Tali relazioni forse lo ponevano in grado di poter
sapere e vedere nelle cose più addentro degli altri; e in fin dei conti poi io
non ci trovava una causa per cui dovesse egli divertirsi a gabbarsi di me.
Queste considerazioni, unite al rispetto istintivo che nutriva per Lucilio e
alla nessuna lusinga che poteva avere di giovare ad Amilcare per qualche altra
via, fecero ch'io mi acquietassi in quanto aveva operato; anzi cessai a poco a
poco di darmi pensiero della sorte dell'amico per badare alla mia. Mano a mano
che mi allontanava dalle lagune per entrare in quel laberinto di fiumane, di
scoli e di canali che uniscono a Venezia il basso Friuli, mi si abbuiavano
nella mente le vicende di quell'ultimo anno, e quelli vissuti prima vi
ricomparivano col guizzante barbaglio dei sogni. Mi pareva che la barca nella
quale era mi rimenasse verso il passato, e che ogni colpo di remo distruggesse
un giorno della mia vita, e per meglio dire, mi riconquistasse uno dei giorni
trascorsi. Niente dispone meglio alla meditazione, alla mestizia, alla poesia
di un lungo viaggio traverso a paludi nella piena pompa della state. Quegli
immensi orizzonti di laghi, di stagni, di pelaghi, di fiumi, inondati
variamente dall'iride della luce; quelle verdi selve di canne e di ninfee dove
lo splendor dei colori gareggia colla forza dei profumi per ammaliare i sensi,
già spossati dall'aria greve e sciroccale; quel cielo torrido e lucente che
s'incurva immenso di sopra, quel fremito continuo e monotono di tutte le cose
animate e inanimate in quello splendido deserto mutato per magia di natura in
un effimero paradiso, tutto ciò mette nell'anima una sete inesauribile di
passione e un sentimento dell'infinito.
Oh la vita dell'universo nella
solitudine è lo spettacolo più sublime, più indescrivibile che ferisca l'occhio
dell'uomo! Perciò ammiriamo il mare nella sua eterna battaglia, il cielo ne'
suoi tempestosi annuvolamenti, la notte ne' suoi fecondi silenzi, nelle sue
estive fosforescenze. È una vita che si sente e sembra comunicare a noi il
sentimento di un'esistenza più vasta più completa dell'umana. Allora non siamo
più i critici e i legislatori, ma gli occhi, gli orecchi, i pensieri del mondo;
l'intelligenza non è più un tutto, ma una parte; l'uomo non pretende più di
comprendere e di dominar l'universo, ma sente, palpita, respira con esso. Così
io cedeva allora a questa corrente di sogni e di pensieri che mi respingeva
carezzevolmente alle beate memorie dell'infanzia. L'esule canuto che torna al
focolare domestico dopo avere sfruttato i suoi giorni sopra terra ingrata e
straniera non è certo più lieto e commosso ch'io allora non fossi. Ma era
tuttavia un contegno pieno di melanconia, perché l'apparizione nei crepuscoli
della memoria di una gioia passata somiglia alla visita notturna d'un diletto
defunto, e ci invita alla voluttà delle lagrime. Ricordava, insieme dimenticava
e sognava; ricordava le beatitudini del fanciullo, dimenticava i dolori
dell'adolescenza, il ravvedimento del giovane, e sognava un ritorno allegro e
felice a quelle rive incantate d'Alcina, donde cacciati una volta, invano si
cerca di approdare ancora. Chi dopo una qualche assenza non ha osato di fingere
la propria amante cambiata per miracolo nell'amante ideale dei sogni, nella
creatura del nostro cuore e della nostra poesia?... Bambolaggine senza verità e
senza fiducia della quale la mente s'innamora; e la speranza e l'amore e ogni
altro tesoro dell'anima si profonde a drappeggiar vagamente una bambola
immaginata. Io prendeva allora la mia Pisana in culla; non vedeva che i suoi
lunghi capelli, i suoi occhi dolcissimi, i suoi sorrisi da angelo; di lei
fanciulletta ricordava la grazia, l'ingegno, la pietà, e la voce soave e
carezzevole; la vedeva poi crescere d'orgoglio e di bellezza; ricordava i suoi
moti magnanimi, i suoi gesti alteri, i suoi baci di fuoco; sentiva il suo
braccio tremar sotto il mio, vedeva il suo petto gonfiarsi ad una mia occhiata,
e i suoi sguardi... Oh! chi saprà descrivere com'ella avea saputo guardarmi, e
come io ricordava allora, e ricordo perfino adesso, il linguaggio celeste di
quelle due pupille incantevoli! Come ricordare un solo di quei lampi d'amore e
sovvenirsi insieme delle nubi che lo offuscavano? No, l'anima sua, la parte più
bella e spirituale di lei che viveva in quegli occhi, non si è insozzata nel
fango della colpa. No, l'uomo non è un congegno meccanico che produce umori e
pensieri, ma è veramente un impasto d'eterno e di temporale, di sublime e
d'osceno, in cui la vita, diffusa talvolta equabilmente, si condensa tal'altra
in questa parte od in quella per trasformarlo in un eroe od in una bestia! Una
parte divina splendeva negli occhi della Pisana; e rimase sempre pura perché
impeccabile. Ecco il perché di quella passione violenta, immortale, completa
ch'ella ha saputo inspirarmi; e che nessun prestigio di bellezza, nessuna
blandizie di sensi avrebbe potuto prolungare oltre al sepolcro di lei nel cuore
d'un vecchio ottuagenario. Io adorava, io compativa lo spirito schiavo ed
immemore, ma sempre dolente e redivivo da' suoi lunghi torpori.
A Portogruaro quelle mie
fantasticherie ebbero a fare un gran capitombolo. Tutti parlavano delle
stranezze della Pisana; perfino sua zia me ne mosse cenno pregandomi col mio
criterio di porvi qualche riparo, giacché il Conte, per quanto gliene avessero
dette, non s'ingeriva di nulla. Ella lo aveva perfin consigliato di collocarla
in sua casa; ma le aveva risposto che la ragazza non voleva a nessun patto, e
così si lasciava menar pel naso dalla figlia con gravissimo danno della sua
riputazione.
- Sentite, Carlino - mi diss'ella -
se si può dare di peggio. Raimondo Venchieredo le sta sempre intorno
ostinatamente; ella gli tien bordone con centomila moine che è una vera
sconcezza a vederli; ma poi quand'egli venne a chiederla seriamente in isposa,
che oggimai l'ha diciotto anni e si potrebbe pensarvi, essa dichiarò
solennemente che non lo avrebbe preso mai per marito e che la lasciassero
stare. Si dice che vi covi sotto un amore più vecchio con Giulio Del Ponte, ma
non si capisce poi perché ella strapazzi sempre questo giovine e lusinghi
invece quell'altro che si è proposta di rifiutare. Oltracciò Giulio è quasi
povero, e tanto malandato di salute che non gliela danno lunga fino alla
primavera ventura!...
- Come? Giulio è a questi estremi? -
io sclamai.
- Sì, poveretto; - soggiunse la
gentildonna - e a dirvi la verità sarebbe quasi meglio che se ne andasse,
perché non attraversi ogni buon collocamento della Pisana come il dottor
Lucilio ha fatto colla Clara. Quella almeno era quieta, ragionevole cristiana,
e si è potuto trattenerla dal fare spropositi. Ma con costei?... Uhm! non ci
spero nulla, e temo che voglia diventare il disonore della famiglia.
Io mi dimenticai sul momento della
Pisana per ricordarmi di Giulio; e lo dichiaro a mia lode, che le tristi
novelle della sua salute mi desolarono. Infatti nell'ultima volta che l'aveva
veduto, aveva notato il suo pallore più tetro del solito, e una difficoltà di
respiro che gli mozzava a mezzo le parole. Ma ne accagionava unicamente i crucci
e le battaglie inseparabili da un amore colla Pisana; anzi vedendo nelle sue
pene quasi la mia vendetta ne godeva barbaramente. Dopo il cattivo pronostico
della Frumier cominciai a discerner meglio e a temere ch'egli non fosse la
prima vittima dell'indole bollente e sfrenata della fanciulla; mi dolsi della
sua sventura e più forse del delitto che avrebbe macchiato la coscienza di chi
lo uccideva a quel modo senza misericordia e senza pensarci. Le colpe di coloro
che amai, ebbero sempre virtù di affliggermi più che i miei stessi dolori;
credo che a quel tempo avrei perdonato alla Pisana l'amore per Giulio purché
ella gli ridonasse con quello la salute e la vita. Pur troppo infatti ebbi
campo a persuadermi che le paure della Frumier non erano fallaci. La sera
stessa vidi la Pisana a Portogruaro; amorosa, timida, taciturna con me, come
chi avesse bisogno d'amore e di pietà; lusinghiera e provocatrice col
Venchieredo, indifferente e beffarda con Giulio. Raimondo aveva dimenticato i
rifiuti della Clara, e le lusinghe della Pisana lo riconducevano in casa
Frumier, dove forse avea sperato ricattarsi di quelli coll'acquisto di un
boccone più ghiotto e desiderato. E lo sfuggirgli di questo, altro non avea
fatto che attizzargli viemmaggiormente le voglie; poiché la Pisana, pur
respingendolo come marito, lo accettava, lo accarezzava in qualità di
vagheggino. Il giovine scapestrato, se potea ottener di contrabbando quello che
avea cercato di avere legalmente, si sarebbe tenuto il più furbo e felice degli
uomini; e il contegno della Pisana dava piuttosto ansa a questa lusinga. Se
aveste veduto qual era in tali frangenti lo stato compassionevole del povero
Giulio, potreste capire come la pietà ammutisse in me perfino l'interesse
dell'amore. Cosa quasi incredibile! Io aborriva il Venchieredo non per conto
mio, ma per conto di Giulio; io era geloso della Pisana più per lui che per me,
e lo spettacolo di quel giovane, pieno d'animo di cuore d'ingegno che si
disfaceva dolorosamente pel cancro segreto e inesorabile d'una passione
infelice, mi metteva in cuore quasi un rimorso dell'odio che altre volte gli
aveva serbato. Vi sembro troppo buono?... Non c'è caso: era fatto così. Quella
lunga scuola di abnegazione e di pazienza, al fianco della Pisana, mi avea
fruttato una pietà quasi eroica a profitto dei miseri. Ne diedi la prova in
seguito colla mia condotta, la quale se potrà tacciarsi di sciocca, non potrà
mancare di qualche lode per coraggio e per generosità.
Il Venchieredo portava addosso tutto
lo sfarzo della felicità. Nel volto, nel gesto, nel vestire, nel parlare si
conosceva il giovane contento del fatto suo, che non ha nulla a desiderare, e
che non può pensare ad altro che alla propria gioia, tanto essa è grande e
potente. La contentezza gli rabbelliva le guance d'una fiamma rosea e vivace,
gli rendeva snella e leggiera la persona, facile e colorita la parola. Vedea
tutto bello, tutto buono, tutto incantevole; ognuno gli faceva festa, perché lo
spettacolo d'una gran felicità racconsola gli uomini, colla fiducia di poterla
anch'essi un giorno o l'altro raggiungere. La Pisana era tutta per lui; tremava
e abbassava gli occhi a' suoi sguardi, sorrideva al suono della sua voce, lo
seguiva in ogni movimento. Come io l'aveva veduta ragazzina per Lucilio, tale
la vedeva allora già donzella per Raimondo; lo stesso turbamento, la stessa
veemenza non trattenuta né da pudore né da paura, e un incanto di voluttà
cresciuto a mille tanti nel pieno splendore della sua bellezza di diciott'anni.
Io l'amava allora disperatamente per me, la odiava per lo spietato martirio cui
ella condannava il povero Giulio, la disprezzava per la sua perfida idolatria a
un giovinastro frivolo e scostumato com'era il Venchieredo. Non so quale smania
mi sentissi in cuore di calpestarla di svillaneggiarla: insuperbiva fra me di
amarla ancora, e di poter dire tuttavia che l'avrei ceduta ad un altro per
salvargli la vita! Ella invece procedeva innanzi cieca come il carnefice.
Cieca! Ecco la sua scusa: credo ch'ella non vedesse nulla, non s'accorgesse di
nulla. Le sue passioni furono sempre così eccessive che le vietarono di
discernere alcuna cosa fuori di loro. A veder l'anima straziata di Giulio
dibattersi in un corpo smunto e consumato per lottare ancora per difendersi
fino alla morte contro il facile e sereno predominio di Raimondo, venivan
proprio agli occhi le lagrime. Il fuoco delle pupille, lo splendore dello
spirito che un tempo gli trapelava dal volto era scomparso; con ciò ogni sua
bellezza s'era spenta, perch'egli non ne aveva altra; fino la maestà del pallore
pareva insozzata dalle macchie brune e verdastre di cui la chiazzava il sangue
corrotto dalla bile. Pareva un malato di pellagra, e la vergogna del proprio
aspetto toglieva ogni coraggio a' suoi sguardi, ogni sicurezza alle sue parole.
Il brio, già attutito al soverchiar dell'amore, sforzava indarno il coperchio
sepolcrale della disperazione. Brillava a tratti come un fuoco fatuo di
cimitero; e lo sforzo di volontà, che lo accendeva momentaneamente, ricadeva
poco stante in un peggiore abbattimento. Aveva piaciuto per esso; per esso era
stato amato; senz'esso doveva perire; egli lo sapeva, e infuriava fra sé di non
poterne avvivare almeno un funebre lampo colle ceneri dell'anima sua. Morire
sfolgorando era ormai la sua unica speranza d'amore e di vendetta; ma più si
ostinava, e meno gli ubbidiva l'ingegno affiocato dalla malattia e dalla
passione. Io rimasi costernato dagli ultimi sforzi di un'anima moribonda che
fra le rovine d'un corpo già fatto per lei simile a un sepolcro, anelava
invidiosamente a quella parte di bene ch'era stata sua e che le veniva rapita
da una forza giovane, arrogante e spensierata. Mi pareva di veder Lazzaro
agonizzante di fame, che chiede agli epuloni le briciole della mensa e non
ottiene che scherno e ripulse. Ma fosse almeno stato così! Giulio avrebbe
trovato un'ultima gioia nello sfogo di un'ira giusta e magnanima; sarebbe morto
colla fede che le sue parole a vendetta della sua sciagura avrebbero risonato
eternamente nell'anima della spergiura. Nulla di ciò invece: la Pisana non aveva
per lui né occhi né orecchi: egli moriva goccia a goccia, senza lusingarsi che
il rantolo della sua maledizione avrebbe turbato un istante la felicità del suo
sorriso!
Durante quella lunga sera accumulai
nel cuore tanta compassione per quel poveretto, che addussi al Conte qualche
pretesto per rimanere a Portogruaro, e lo lasciai partire soletto colla Pisana,
la quale si maravigliò non poco di cotal mia stravaganza. La attribuì forse a
gelosia, e mi buttò un'occhiatina che potea essere di conforto o di gratitudine;
ma io ne ebbi orrore, mi rivolsi precipitosamente, e lasciando il Venchieredo
guardar la carrozza che si dileguava, presi a braccetto il Del Ponte, e lo
trassi lunge da quella casa. Questi mi seguiva a malincuore, ansava come un
naufrago che sta per perdere l'ultima tavola, e teneva la testa rivolta
ostinatamente ad osservare la contentezza del fortunato rivale.
- Giulio, che fai?... - gli dissi
scotendolo. - Ritorna in te! abbracciami! non mi hai ancora salutato!...
Mi guardò quasi trasognato, indi,
poiché fummo nel buio d'una calle remota, mi mise le braccia intorno al collo
senza parlare né piangere. Così non ci eravamo lasciati. Egli allora trionfante
e felice non s'avvedeva di me misero ed avvilito; m'avea fatto della mano un
cenno di commiato, quasi di protezione e di pietà; io non avea né voluto né
potuto stringere la mano di chi mi rubava la ricchezza dell'anima mia. Oh
quanto mutati ci ricongiungeva la fortuna! Io sotto il peso d'un doppio
disinganno aveva il coraggio di compatire a lui più che a me stesso, a lui
decaduto dalla ricca noncuranza del trionfo alla mendicità della sventura, a
lui tanto crudele e nocivo contro di me un anno prima, quanto a lui stesso lo
era allora Raimondo.
- Giulio, che fai? - tornai ancora a
dire sollevandogli la fronte. - Tu vuoi ammalarti e ci riesci a forza di esser
crudo e spietato in te stesso.
- Voglio ammalarmi?... No, no, Carlo,
- rispose egli con voce fioca e straziante - voglio anzi guarire, voglio
vivere! voglio che la giovinezza rifiorisca sul mio volto, che le allegre
immagini si ricoloriscano alla mente, che l'anima si rigonfi come la gemma del
rosaio al soffio primaverile, e che trabocchi fuori in lieti discorsi, in
frizzi faceti, in cantici smaglianti d'amore di poesia! Voglio che la luce
scacci dal mio volto le tenebre della melanconia, e il bel sole della vita vi
rianimi queste fattezze smorte ed appassite! Sarà un miracolo; sarà un trionfo.
Chi ha sul volto l'altera e grossolana bellezza della carne, una volta che
l'abbia perduta deve aspettarne il ritorno dopo una lunga e incerta
convalescenza; ma chi risplende nel viso per l'interna fiamma dello spirito può
ritrovare in un momento la luce ammaliatrice d'una volta. L'anima non è
soggetta alle lungherie della medicina; né la passione ha l'andamento greve e
compassato della malattia; essa corrode e rimpolpa, essa uccide e risuscita! È
veleno e balsamo ad un tempo. Io l'ho visto le cento volte, l'ho provato per
esperienza, lo proverò ancora!...
Egli parlava con enfasi febbrile, le
parole gli si affollavano sulle labbra confuse e smozzicate; rivedeva nella
mente un barlume dell'antico splendore e non voleva perderlo; ma gli venia meno
la lena e il respiro convulso affannato s'agitava in mezzo a quel tumulto di
pensieri, di speranze, di illusioni, come un guerriero ferito a morte tra
fantasmi di gloria e delirii di comando.
- Calmati, Giulio! - soggiunsi io non
so se più impietosito o spaventato da quell'orgasmo - vedi che della vita ne
hai nell'anima oltre il bisogno; appunto la soverchia vitalità ti opprime;
bisogna rintuzzarla. Io conosco il tuo male, e ne conosco anche il rimedio. So
che ami disperatamente, come si ama quella donna che è venuta incontro all'amor
nostro e ci ha stregato la fantasia colle gioie più dolci che l'amor proprio e
la voluttà sappiano ammannire, lavorando di conserva! Ora quando un cotal amore
è divenuto un tormento, che si tratta di fare per guarire? Studiarne le
origini, guardarne la fonte più in noi stessi che in altrui. Fu un inganno, fu
un granchio preso; ecco tutto. Rialzati e ti si porgerà il destro di coglierlo
un'altra volta, se sarai debole tanto da degnarti!...
- Capisco - entrò egli a dire
amaramente - capisco, amico mio, cosa mi domandi. Credi che io pure a mia volta
non ti abbia conosciuto?... Ti ho perduto di vista in seguito, ma dapprincipio
mi era accorto che tu pure amavi la Pisana. Figurarsi se doveva prendermi
soggezione d'un fanciullo!... Ora poi che sei grande roseo tarchiato intendi
accampare i tuoi diritti, e ti garba meglio accamparli contro un avversario che
contro a due! Vieni a dirmi pietosamente: «Ritirati pel tuo meglio; me ne
saprai grado: vedi le mie spalle? esse hanno speranza e forza di recarti al
cataletto». Non è vero che questo è il sugo del tuo ragionamento?
- No, non è vero! - sclamai,
compassionando in questi ingiusti sospetti la tormentosa diffidenza del malato.
- Non è vero, Giulio, e tu lo sai ch'io non son capace d'una frode, e ch'io non
m'abbasserò mai a pregar un rivale!... Ah, lo sapevi dunque?... Sì, io ho amato
la Pisana quand'era fanciullo; non voglio nasconderti nulla, io la amo ancora;
e per questo appunto mi duole di vederla inesorabile contro di te!
- Inesorabile? lo credi dunque! -
gridò egli afferrandomi convulsivamente la mano.
- Inesorabile come chi non ricorda,
come chi non vede - io soggiunsi.
- Ma dunque tu vorresti persuadermi
dell'impossibile! - riprese egli. - Vorresti darmi a credere che ti dia noia il
veder la tua amante crudele verso un altro!... O impostore, o codardo, ecco
qual vuoi comparirmi!... Ancora ancora io fui indulgente a crederti impostore.
Se così non fosse io ti disprezzerei maggiormente, e avrei ribrezzo del tuo
vile compianto! come d'un lenocinio pagato.
- Taci, Giulio, taci! - sclamai
trattenendo un impeto di sdegno e ponendogli una mano sulla bocca. - Sì, tu
l'hai detto; io inorridisco di vedere non la mia amante, ma colei che amo più
della vita, torturare e uccidere spensatamente un'anima come la tua; vorrei
purgarla da questa taccia, risparmiarle questo rimorso!... Poiché, sappilo,
Giulio, e vedi se sono sincero, io so e sento di doverla amar sempre e sarebbe
per me un dolore infinito quello di amare non una vanerella, non una
spensierata, non una sirena, non una furia e un'assassina!...
- Amala dunque, amala pure! - rispose
egli con voce soffocata dai singhiozzi. - Non vedi che sono un'ombra? i tuoi
scrupoli vengono tardi; ella mi ha già ucciso; e le sua labbra sono vermiglie
dal sangue che mi ha succhiato. Talvolta m'illudo ancora; è superbia, è
speranza di vendetta! Ma poi mi torna il coraggio della verità, e godo quasi di
scongiurar fronte a fronte la furia che mi divora. Va', io mi vendico fin d'ora
della felicità che attende te pure, e che s'aspetta a tutti quelli che
aspetteranno pazientemente! Va', se vuoi amare una cosa abbietta, immonda,
spregevole, senz'anima, senza cuore e senza ingegno; cerca la bambola
istupidita dalla ubbriachezza dei sensi e accecata dall'orgoglio! nata donna
nella crudeltà nella sciocchezza nella lascivia, e bambola eterna in tutto il resto,
anche nella pietà che è la scusa delle donne e che a lei fu negata per un
mostruoso prodigio della natura!... I tuoi diritti sono innegabili; nasceste
insieme nella corruzione, potete amarvi senza vergogna alla vostra maniera,
come si amano i rospi nel pantano, e i vermi nel cadavere!...
La sua voce si era rianimata; egli
parlava e camminava come un demente; sentiva scricchiolare i suoi denti come
volessero arrotare la punta a quelle parole d'imprecazione e di sprezzo. Ma io
era armato nel cuore contro a tali ferite, e lasciai sfogarsi quel suo impeto
di furore e di sdegno, finché racquistò almeno la calma della stanchezza.
Allora tentai un ultimo colpo, fidando nella rettitudine delle mie intenzioni
che Dio sa se potevano essere più generose.
- Giulio - gli bisbigliai gravemente
all'orecchio - tu hai giudicato la Pisana!... Or guarda adunque se così come la
conosci il tuo orgoglio ti permette d'amarla.
- E tu l'ami pur tu? - rimbeccò egli
con fare aspro e riciso.
- Sì, io l'amo; - soggiunsi - perché
mi vi usai fin dalla nascita, perché quell'amore non è un sentimento ma una
parte dell'anima mia, perch'esso è nato in me prima della ragione, prima
dell'orgoglio!
- E in me dunque? - riprese egli
quasi piangendo - credi tu che due anni non l'abbiano radicato in me così
profondamente come in te dodici o quindici?... Credi tu ch'egli fosse un
trastullo per me?... Non vedi che muoio solo perché esso mi è tolto?
L'orgoglio, tu dici, l'orgoglio?... Sì, io sono superbo; mi duole di cedere
altrui quello ch'io possedeva e di non poter nulla nulla per racquistarlo!...
Oh se sapessi con quanti spasimi, con quante lagrime, con quante viltà
comprerei ora un raggio fuggitivo di bellezza, un barlume momentaneo di
spirito, un giorno un giorno solo della mia vita rigogliosa d'una volta!... Se
sapessi quante lunghe ore sto dinanzi allo specchio contemplando con rabbiosa
impotenza lo smarrimento delle mie sembianze, gli occhi pesti e annebbiati, le
carni ingiallite e rugose!... Sono orribile, Carlo, orribile davvero! Fo raccapriccio
a me stesso; fossi una donna da trivio non concederei un bacio al disgraziato
che mi somigliasse. Uno scheletro ritto ancora, ma non vivo non animato! Almeno
mi restasse l'energia spaventosa del fantasma! Mi vendicherei collo spavento,
colle maledizioni! Ma l'anima si ritira da me, come l'acqua del fiume dalla
sponda inaridita: tutto appassisce, tutto manca, tutto muore! Mi restano solo
memorie e desiderii; un popolo sconsolato di pensieri muti e rabbiosi che non
sa nemmeno gridare per destar compassione.
Allora solamente egli tacque, allora
solamente io intravvidi con ribrezzo la profonda disperazione di quell'anima, e
la pietà stessa rimase stupita e paralitica. Era un martire dell'orgoglio, più
ancora che dell'amore: e tuttavia non so quale interna pressura mi traeva a
tentare ogni sacrifizio per cercar di salvarlo. Credo che amassi tanto la
Pisana da credermi a parte perfino delle sue colpe e de' suoi doveri di
riparazione; fors'anco mirava in altrui quello che io stesso avrei potuto
diventare, e la paura mi eccitava alla carità. Mi ricordai di aver udito il Del
Ponte opporsi talvolta alla satirica miscredenza di Lucilio e di qualche altro
nel crocchio del Senatore; laonde mi parve utile tentare anche questo mezzo.
- Giulio, tu almeno sei cristiano! -
ripresi dopo un breve silenzio. - Puoi dunque chieder conforto a Dio e
rassegnarti.
- Sì, infatti son cristiano! - mi
rispose egli - e mi rassegno, e ne do prova bastevole col non ammazzarmi.
- No; dicon che non basta; bisogna
seguitare la pratica delle altre virtù cristiane, oltre la rassegnazione;
bisogna essere caritatevoli agli altri ed a sé.
- Lo sono fin troppo; non ho ancora
schiaffeggiato lei, non ho sbranato quel nobile liscio e cialtrone che mi
opprime colla sua arroganza! Ti par poco?...
- Bada, Giulio, che la passione ti fa
essere parziale verso te ed ingiusto verso gli altri. La Pisana è colpevole, ma
il Venchieredo, per quanto...
- Non parlarmi di lui!... Per pietà
non parlarmi di lui, perché mi dimentico alle volte perfino i comandamenti di Dio!...
- Or dunque ti parlerò di me: vedi se
la passione ti accieca sui tuoi doveri? Poco fa dovevi ringraziarmi e mi hai
insultato!...
- Ti ho insultato perché infatti
tutto il tuo contegno di questa sera mi sembra ancora molto bizzarro; ma ora
voglio crederti; ti ringrazio delle buone intenzioni. Sei contento?
- Sarei più contento se volessi
aiutarti de' miei consigli per vivere meno infelice!
- Mi aiuterò invece de' miei per
morire. Son cristiano, credo al paradiso, e tutto sarà finito. Dubito peraltro di
poter morire perdonando!.. Oh sì, ne dubito assai; ma la malattia sarà lunga,
mi fiaccherà, e sarò convertito se non da altro dalla debolezza. Dio voglia
passarmela buona!...
- No, per carità, Giulio, non finire
di avvelenarti con questi tetri pensieri!...
- Vedi anzi che ora son calmo, che
sto meglio, che mi par di esser guarito. Hai fatto benissimo a farmi
risovvenire di Dio. Questa notte, scommetto che dormirò, e sì che da due mesi
non godo una tanta ventura. Ho piacere di doverla a te: guarda se sono ingiusto
ora!... Mi perdoni, non è vero, Carlo?
Io gli buttai le braccia al collo;
quelle sue ultime parole, benché intinte ancora di qualche amarezza, mi
toccarono il cuore più che le smanie di prima. Sentii il suo cuore battere sul
mio precipitosamente, come quello d'un viaggiatore che ha fretta d'arrivare;
baciai quel suo volto scarno, e madido tutto d'un sudore gelato; indi lo vidi
entrare in casa, lo udii tossire a più riprese nel montar le scale e mi tolsi
di là col malcontento di chi ha fatto una buona azione ma pur troppo inutile.
Il giorno seguente me n'andai a
Fratta prima dell'alba, giacché tutta la notte non avea fatto altro che volgere
in capo i disegni più strani e le speranze più inverosimili. Stetti molte ore
in cancelleria a ravviare le faccende d'uffizio, coll'aiuto di quel vecchio
sornione di Fulgenzio; riverii poscia il Conte e Monsignore, questo sempre più
morbido e paffuto, quello incartocciato come una vecchia cartapecora
abbrustolita sulla bragiera. Ma mi tardava l'ora di sbrigarmi per parlare alla
Pisana, e finalmente fui libero e la trovai che la scendeva dalla camera della
nonna per andare a pigliar fresco nell'orto. La Faustina e la signora Veronica
che le stavano alle coste scantonarono in cucina ghignando fra loro per
lasciarla sola con me. Io mi sentii rivoltare lo stomaco e seguii la fanciulla
con un'occhiata lunga e pietosa.
- Finalmente ti si vede! - mi
diss'ella la prima.
- Come finalmente? - risposi io - ci
siam veduti e salutati mi pare anche iersera.
- Iersera sì! ma non eravamo soli, e
la gente, a dirti il vero, comincia a darmi soggezione.
- Hai ragione, iersera non eravamo
soli: c'era molta gente; fra gli altri Raimondo Venchieredo e Giulio Del Ponte.
Io introdussi questi due nomi per giungere
al discorso che voleva intavolare con lei, ma ella ci odorò all'incontro un
grano di gelosia, e credo che me ne seppe buon grado.
- Il signor Giulio Del Ponte -
soggiunse ella - e il signor Raimondo di Venchieredo non mi fanno adesso né
caldo né freddo; peraltro sono anch'essi gente come gli altri, e non mi ci
trovo più di fare spettacolo pubblicamente de' miei sentimenti.
- Questo sarebbe un gran bene,
Pisana; ma col fatto non mantieni la promessa. Ieri per esempio mi pare che i
tuoi sentimenti pel signor Raimondo fossero abbastanza chiaramente espressi, e
che Giulio li comprendesse a meraviglia.
- Oh non mi secchi più il signor
Giulio! ho anche troppo fatto e sofferto per lui!
- Dici davvero? hai sofferto per lui?
- Figurati!... io gli voleva un po'
di bene ed egli se ne ingalluzzì tanto che s'era, credo, messo in capo di
sposarmi. Ma già sai come la sentano i miei su questo tasto del matrimonio.
Sarebbe stata una replica di quella brutta commedia di Clara e di Lucilio; io
ho dovuto metter giudizio anche per lui, gli ho parlato fuor dei denti, e per
ridurlo meglio a ragione ho preso a far meno la ritrosa con Raimondo. Lo
crederesti che al signor Giulio non andò a sangue questa mia ragionevolezza,
egli che se mi voleva bene doveva appunto incoraggiarmivi?... Cominciò a far il
patito il geloso e ti confesso che, in onta a tutto, mi faceva anche
compassione; ma cosa doveva fare? seguitare ad ingannarlo e a menarlo di palo
in frasca?... Fu meglio come ho pensato io, tagliar il male alla radice; la
ruppi affatto con lui, e buona notte. Allora fu che si mise sotto Raimondo sul
serio, e questo, ti dico la verità, mi conveniva come marito; ma mentre appunto
che si bisbigliava da tutti d'una prossima domanda formale da parte sua, ecco
capitarmi addosso Del Ponte cogli occhi fuori della testa, e a gridare che se
avessi sposato Raimondo, si sarebbe ammazzato, e che so io altro! Io forse fui
troppo credula troppo buona, ma cosa vuoi? non ci penso troppo alle cose e
questo è il mio difetto, tantoché per consolarlo per quietarlo e più ancora per
liberarmene gli promisi che non avrei sposato Raimondo. E da ciò provenne che
lo rifiutai, benché, ti giuro, egli mi piacesse, e sentissi di fare un gran
sacrifizio!... Questa è amicizia, mi pare! cosa doveva fare di più?
- Oh diavolo! - soggiunsi io - Giulio
non mi ha detto nulla di ciò!
- Come, tu gli hai parlato a Giulio?
- sclamò la Pisana.
- Sì, gli ho parlato ieri sera,
perché mi faceva compassione la sua cera desolata per la brutta maniera con cui
lo trattavi.
- Io trattarlo con brutta maniera?
- Caspita! non gli hai rivolto mai
neppur un'occhiata!
- Oh bella! dovrebbe anche
ringraziarmene! Se avessi continuato a lusingarlo, avrebbe finito col
disperarsi più tardi; meglio è separarsi da buoni amici ora, finché il male è sanabile.
- Sembra che questo male non sia
tanto sanabile come tu credi. Forse tu non ci badi, ma egli ne soffre all'anima
di vederti incapricciata del Venchieredo e noncurante di lui. La sua salute
peggiora di giorno in giorno, ed io credo che la passione lo consumi.
- Cosa dunque mi consiglieresti di
fare?
- Eh!... il consiglio è difficile; ma
pur mi sembra che, giacché hai promesso di non maritarti col Venchieredo,
dovresti romperla addirittura anche con questo.
- Per rappiccarla con Giulio? -
m'interruppe malignamente la Pisana.
- Anche; se senti proprio di volergli
bene - risposi io con uno sforzo violento sopra me stesso. - Ma ad ogni modo,
separata che ti fossi da Raimondo, egli si affliggerebbe meno, e chi sa che
anche senza il rimedio dell'amor tuo non giunga a guarire.
La Pisana si raddrizzò accomodandosi
i capelli sulle tempie e sorridendo accortamente. Ella credette che tutta
quella mia manovra non tendesse ad altro che a liberare il campo da ambidue i
pretendenti a mio totale benefizio.
- Si potrà provare, purché tu mi
aiuti - ella soggiunse.
- Non so in che possa aiutarti: - le
risposi - ieri sera anche senza di me facevi benissimo i tuoi soliti vezzi al
Venchieredo: e non hai mostrato di accorgerti che io fossi tornato da Padova se
non al mio entrar nella sala, per un lieve saluto.
- Oh bella! e se avessi voluto
vendicarmi della tua stessa freddezza?
- Via, via bugiarda! E l'altra sera
di che ti vendicavi dunque? Credi che io non sappia da quanto tempo dura questa
tua scalmana per Raimondo!
- Ma se ti ripeto che tutto era per
distoglier Giulio! Vorresti che avessi il coraggio di dargli un rifiuto se mi
piacesse sul serio?
- Vedi, come fai smacco alla tua
stessa virtù?... Ti vantavi pure poco fa del tuo rifiuto come di un gran
sacrifizio!
La fanciulla restò attonita confusa e
stizzita. Era la prima volta che le sue lusinghe non mi trovavano pronto a
farmi corbellare; e questo appunto la spronò a insistervi perché non era donna
da ritrarsi da nessuna cosa senza prima averla spuntata.
In fatto, fosse merito della mia
presenza, della predica, o della sua bontà; il fatto sta che il suo bollore per
Raimondo si sfreddò tutto d'un colpo, e il povero Giulio si vide onorato da
alcuni di quegli sguardi che tanto più sembrano cari quando sono da lunga pezza
insoliti. In fondo in fondo, peraltro, ella non dedicava a lui che la parte
d'attenzione che gli veniva come persona della conversazione; e le premure
della donzella tornavano a poco a poco a concentrarsi in me. Andò tant'oltre
questa mia fortuna che ne fui turbato e sconvolto. A Fratta, vicino alla
Pisana, ammaliato dalle sue occhiate, dalla sua bellezza, infiammato dalle sue
parole, rade, bizzarre, ma talvolta sublimi e tal'altra perfin pazze di delirio
d'amore, io dimenticava tutto, io riprendeva la servitù d'una volta, era tutto
per lei. Ma a Portogruaro mi si rizzava dinanzi come una larva la faccia
cadaverica e beffarda di Giulio: io aveva paura, rabbia, rimorso; mi pareva
ch'egli avesse diritto di chiamarmi amico sleale e traditore e che la Pisana
avesse fiutato meglio di me la innata viltà del mio cuore quando aveva
sospettato che non pel bene di Giulio ma pel mio io cercassi distoglierla
affatto dal Venchieredo. Eppure quella sete inesauribile, quel diritto che ci
sembra avere a un'ombra almeno di felicità, combatteva sovente cotesti
scrupoli. Quando mai era io stato l'amico di Giulio? Non era anzi egli stato il
primo a romper guerra con me, rubandomi l'affetto della Pisana, o almeno
attirandone a sé la parte più fervida e bramata? Qual amante sfortunato non ha
aperto l'adito alla rivincita e non se ne giova? E poi non aveva io adoperato
verso di lui con ottime intenzioni? Se queste intenzioni in mano della fortuna
le avean servito per favorir me, doveva io confessarmi colpevole; o non
piuttosto approfittar della mia ventura, giacché me ne cadeva il destro? - La
coscienza non s'acquetava a questi argomenti. «È vero», rispondeva, «è vero che
non vi è ragione alcuna per cui tu debba essere l'amico di Giulio; ma quante
cose non accadono senza apparente ragione? La stima, la somiglianza delle
indoli, la compassione, la simpatia generano l'amicizia. Il fatto sta che per
quanto tu dovessi odiar Giulio, appena arrivato da Venezia, la sua miseria i
suoi tormenti te lo hanno fatto amare; gli dimostrasti affetto d'amico; tanto
basta perché tu debba allontanare perfino il solo dubbio che le tue profferte
d'allora non fossero sincere. Hai avuto rimorso del suo smarrimento per conto
della Pisana, e non vuoi averlo per te?... Vergogna! Impari le sofisticherie
dell'avvocato Ormenta e a non essere galantuomo colla pretesa di parerlo.
Volevi che la Pisana sacrificasse il Venchieredo per la salute di Giulio, or
dunque adesso sacrifica te, o ti dichiaro un codardo!».
Quest'ultima intemerata della mia
padrona mi persuase. A poco a poco con mille accorgimenti, con mille sforzi
tutti premeditati e dolorosi, mi ritirai dalla Pisana. Ella invece si
apprendeva a me coll'umiltà del cagnolino cacciato; ma quella sentenza di
codardia mi minacciava sempre nel cuore; io soffocava i miei sospiri,
nascondeva i miei desiderii, divorava le lagrime, e cercava lungi da lei la
solitudine e l'innocenza del dolore. Tanto feci che, fosse consapevole
assentimento a' miei disegni, o riscossa d'orgoglio, od altro, ella cessò dal
perseguitarmi; e allora toccò a me tornarmi a dolere di quella freddezza,
provocata con tanta arte, con tanta costanza. Il giovine Venchieredo, per poco
geloso di me, si rallegrò in breve di non vedermi più in casa Frumier e di
sapermi trascurato. Ma argomentava male di credersi destinato a raccoglier di
nuovo i frutti del mio abbandono. La Pisana non badava per allora né a lui né
ad altri, o se mostrava qualche preferenza, l'era piuttosto a favore di Giulio
Del Ponte. Questi accoglieva quei rari contrassegni di benevolenza, come il
calice del fiore riceve avidamente dopo un mese d'arsura qualche goccia di
rugiada. Se ne ravvivava tutto, e a ravvivarlo meglio contribuiva il credere
che non al mio sacrifizio né alla generosità della Pisana, ma alla propria
virtù si dovesse quel rilievo d'amore. Ciò io aveva temuto e sperato insieme.
Il tumulto che si rimescola nell'animo all'azzuffarsi della pietà della gelosia
dell'amore e dell'orgoglio, non può essere dichiarato così facilmente;
figuratevi di esser nel caso, se potete, e vi saranno chiare le continue
contraddizioni dell'animo mio.
Raimondo intanto, frodato della sua
lusinga, non disperava per nulla di soperchiare un nemico così malconcio e
avvantaggiato di poco com'era il Del Ponte. Ma la sicurezza ch'egli mostrava
sull'esito di quel duello, allontanava da lui piucchealtro il cuore della
Pisana. Le donne son come quei generali cui preme più l'onore della bandiera
che la vittoria; accondiscendono a capitolare, ma vogliono esser cinti dalle
parallele e minacciati dalle bombe. Un'intimazione alla bella prima, senza
apparecchi militari e senza avvisaglie, non la si fa che alle fortezze di poco
conto; e non v'è figliuola d'Eva così spudorata da confessare di esser tale.
Raimondo, respinto colle belle parole, tornò all'assalto coi regali. La Pisana
era più orgogliosa che delicata e accettò coraggiosamente i regali senza quasi
domandare da chi le venissero. Passeggiera contentezza per Raimondo, e nuova
bile per me. Ma dopo tutto, la segreta soddisfazione d'una buona opera mi
teneva il cuore in una calma triste e monotona bensì, ma non priva di qualche
diletto. Adoperava anche possibilmente di metter in pratica una delle massime
ereditate da Martino, di dimenticare cioè i piaceri venutimi dall'alto, e di
cercarli al basso fra i semplici e gli umili. A questo mi erano continua
occasione le faccende di cancelleria. Ho la vanagloria di credere che dal tempo
dei Romani in poi la giustizia non fosse amministrata nella giurisdizione di
Fratta colla rettitudine e colla premura da me adoperata. Un briciolo di cuore,
qualche po' di studio e di ponderazione aiutata da un discreto buon senso mi
dettavano sentenze tali che la firma del Conte era onorata di potervi fare in
calce la sua comparsa. Tutti portavano a cielo la pazienza, la bontà, la
giustizia del signor Vice-cancelliere: la pazienza
soprattutto, che è altrettanto rara quanto necessaria in un giudice di
campagna. Ho veduto alle volte taluno fra questi arrovellarsi infuriare
tempestare pel tardo ingegno delle parti; andar coi pugni al muso dell'attore,
minacciar bastonate al reo convenuto, e pretendere da essi quella moderazione
quella chiaroveggenza quel riserbo che son frutto solamente di una lunga
educazione. Appetto ai ragionamenti bisogna ficcarsi in capo che gli ignoranti
son come i bambini; bisogna perciò usare la logica lenta e minuziosa d'un
maestrucolo elementare, non la retorica sommaria d'un professorone
d'Università. La giustizia vuol essere largita, ma non imposta; e convien
mantenerle la sua fama, il suo decoro di giustizia colla persuasione, non darle
colore di arbitrio coi rabbuffi e coll'arroganza. Finché non si muti il galateo
dei tribunali foresi, i codici alla gente di campagna parranno non differenti
per nulla dalle antiche sibille. Sentenziavano perché di sì, e chi aveva
ragione non ci capiva meglio di quello cui si dava torto. Avvezzo dalla culla a
vivere fra gente rozza e ignorante, io non durai fatica a vestirmi di questa
tolleranza; anzi la mi venne di suo piede, perché non si potea farne senza. E
il mio esempio fu efficace anche sugli uomini di Comune incaricati della
giustizia più minuta; sicché non si udirono più tanti lagni per la tal
trascuranza a favore di questo, o per la tal rappresaglia a carico di quello.
L'Andreini, il vecchio, era morto poco prima del Cancelliere; e suo figlio che
gli era succeduto non fu restio a secondare il mio zelo pel buon andamento
delle cose giurisdizionali. Il Cappellano era al colmo della consolazione; non
lo inquietavano più per la sua amicizia collo Spaccafumo; e purché costui, che
cominciava a darsi all'ubbriachezza, non turbasse la pace festiva con qualche
baruffa, era in facoltà di far visita cui più gli piacesse. Il bando era
scaduto, la sua vita, è vero, non somigliava a quella di tutti; ma non si potea
parlar male, e ciò bastava perché io non lo angariassi senza costrutto.
Qualche inverno prima, per un mal di
petto ribelle, gli era mancata la Martinella, che solea provvederlo di sale di
polenta e delle derrate più necessarie. Allora dunque egli usciva più spesso dalle
lagune per provvedersele da sé; ma del resto non se ne sapea nulla a viveva
come un'ostrica in mezzo alle ostriche. Il Cappellano mi disse ch'egli si
ricordava di quella sera quando mi avea recato in groppa fin vicino al
castello, e che se ne lodava sempre per la buona riuscita che avea fatto e pei
grandi diritti che aveva alla gratitudine del Comune. Le lodi dello Spaccafumo
mi lusingavano non poco: quelle poi del vecchio piovano di Teglio mi mandavano
in estasi. Ed egli me le decretava con un certo fare autorevole e moderato,
come chi ha facoltà di darle e di negarle; e poi non convien tacere che le
glorie del discepolo riverberavano in volto al maestro. Per lui io rimasi
sempre lo scolaretto dalle orecchie spenzolate, e il latinante da quattro sgrammaticature
al periodo. Perfino Marchetto ci trovava il suo conto della mia
amministrazione, perché la sua pancia cominciava a brontolare delle troppo
lunghe cavalcate, ed io glielo sparagnava coi spessissimi componimenti. I
faccendieri e Fulgenzio mio aiutante brontolavano; perché le liti degli altri
erano la loro pasqua, ma io non ci badava al malumore dei tristi, e a
quest'ultimo sopratutto rivedeva le bucce assai di sovente perché si ravvedesse
della sua vecchia usanza di farsi pagar a doppio le proprie fatiche dal
giurisdicente e dalle parti. Giulio Del Ponte m'ebbe ad avvertire di non
urtarmi troppo con lui, perché colla sua umiltà e con la sua gobba aveva voce
di esser ben sentito da chi poteva molto. Ed io ripensando al processo del
vecchio Venchieredo mi capacitai benissimo di questi sospetti; ma il mio dovere
soprattutto; ed io avrei lavato il muso ai Serenissimi Inquisitori nonché ad
una loro sucida spia se li avessi colti in flagrante di disonorare il mio
ufficio. C'era del resto un altro personaggio che senza farne le viste mi
mandava di cuore a tutti i diavoli; e questi era il fattore. La mia presenza,
la mia nuova autorità avea sgominato certi suoi vecchi sotterfugi di mangerie e
di rubamenti. Io ne aveva scoperto la trafila, gliel'avea perdonata, ma non gli
avrei perdonato in seguito; ed egli sel sapeva e sopportava la mia sorveglianza
con discreto malumore. Il Conte del resto era felicissimo di risparmiar il
salario del Cancelliere; e non parlava né di farmi fare gli esami né di
mettermi in posto regolarmente. Quelle condizioni di ripiego gli accomodavano
assai. Ed io tirava innanzi abbastanza contento delle benedizioni che mi
venivano da tutti per la mia imparzialità, per la mia premura, sopratutto poi
per la moderazione nel riscuotere le tasse. Donato, il figliuolo dello
speziale, e il mugnaio Sandro, da antichi rivali che mi erano stati, divenuti
allora miei compagni ed amici, mi crescevano il favor della gente coi loro
panegirici. Insomma, io provava allora la verità di quella massima, che nello
zelante adempimento dei proprii doveri si nasconde il segreto di dimenticare i
dolori e di vivere meno male che si può.
La salute di Giulio Del Ponte che
pareva ristabilirsi ogni giorno più era la più cara ricompensa che m'avessi dei
miei sacrifizi. Io riguardava quel miracolo come opera mia, e mi sarà perdonato
se fra me osava insuperbire. Raimondo, stanco stanchissimo di veder la Pisana
portare gli abiti donatigli da lui e affibbiarsi i suoi spilloni senza tornar
per nulla alle tenerezze d'una volta, se l'avea svignata pulitamente.
Giovandosi delle dissensioni che inacerbivano sempre più in casa Provedoni, e
della vecchiaia omai quasi impotente del dottor Natalino, persuase egli
Leopardo di accasarsi a Venchieredo per aiutarvi il suocero. Il buon pastriccione,
sempre più infinocchiato dalla Doretta, accondiscese; e così tutti dicevano che
il signor Raimondo era ben fortunato di abitar colla ganza sotto le stesse
tegole. Il solo marito non credeva a ciò; egli era innamorato e più che
innamorato servitore di sua moglie. Così le cose s'erano raccomodate o bene o
male per tutti; ma il mondo non era solamente Fratta, e fuori di là i romori i
guai le minacce di guerre e di rivoluzioni crescevano sempre. Le novelle di
Venezia si chiedevano ansiosamente, si commentavano, si storpiavano, si
ingrandivano e formavano poi il tema a burrascose contese dintorno al focolare
del castello.
Il Capitano provava, come due e due
fanno quattro, che le paure erano esagerate e che la Signoria avvisava
saggiamente di ristare dai provvedimenti straordinari, perché i Francesi, anche
con ogni buon vento in poppa, avrebbero dovuto impiegare tre anni al passaggio
delle Alpi, e altri quattro ad un avanzamento dalla Bormida al Mincio. Numerava
le linee di difesa, le forze dei nemici, i capitani, le fortezze; insomma,
secondo lui quella guerra o sarebbe finita al di là dei monti, o al di qua
sarebbe caduta in retaggio alla generazione seguente. Giulio Del Ponte e
qualchedun altro che veniva da Portogruaro non erano di questo parere; secondo
loro i vantaggi degli alleati eran ben lungi dall'assicurar completamente la
Repubblica contro le esorbitanze dei Francesi, e questi di lì a due, di lì a
tre mesi poteva benissimo darsi che avessero già invasi gli Stati di
terraferma, e lo stesso Friuli. Il Conte e Monsignore rabbrividivano di queste
previsioni; e toccava poi a me distruggere i cattivi effetti di tante soverchie
e precoci paure.
Così barcheggiando si venne alla
primavera del '95. La Repubblica di Venezia avea già riconosciuto solennemente il
nuovo governo democratico di Francia; il suo rappresentante Alvise Querini
aveva fatto al Direttorio la sua chiacchierata, e a saldare la recente amicizia
s'era anzi dato lo sfratto da Verona al Conte di Provenza. Il Capitano diceva:
- Fanno benissimo. Pazienza ci vuole e non por mano subito alla borsa e alla
spada. Vedete? le cose si vanno già raffreddando laggiù! Quelli che ammazzavano
i preti, i frati ed i nobili, l'hanno finita anch'essi sul patibolo: la crisi
può dirsi nel decrescere, e la Repubblica se l'è cavata senza esporre a
pericolo la vita d'un uomo. - Rispondeva Giulio: - Fanno malissimo; ci
metteranno i piedi sul collo; si tace ora per gridar più forte di qui a poco.
Ora che ci par d'essere avvezzi al pericolo, e pericolo non c'è, verrà il pericolo
vero e ci troverà assopiti e sprovveduti. Dio ce la mandi buona, ma alla meglio
non ci faremo la miglior figura! - Io mi accostava all'opinione di Giulio,
tanto più che Lucilio mi avea scritto da Venezia che sperassi bene, ché mai la
sorte del mio amico non era stata più vicina a un propizio rivolgimento. Ma la
sua invece, la sorte del povero dottorino, subì a que' giorni un grave
tracollo. La Clara fu relegata finalmente al convento di Santa Teresa; e a
Fratta se n'ebbe la novella quando la Contessa scrisse perché le mandassero i
danari della dote: ella diceva di essersi intanto impegnata con un usuraio, ma
che non si voleva udir parlare di termini troppo lunghi con quei torbidi che
c'erano allora. Il Conte sospirò molto e molto; ma raccolse anco una volta i
danari richiesti, e li mandò alla moglie. Io mi accorgeva pur troppo che la
famiglia correva alla rovina, e dovea limitarmi a stagnare qualche goccia della
botte, lasciando poi che lo spillone gettasse a piena gola, perché da quel lato
non potea rimediare. Al Conte non mi arrischiava, al Canonico era inutile, al
fattore dannoso il mover parola: e la Pisana, cui ne accennai qualche volta, mi
rispondeva squassando le spalle, che alla mamma non si potea comandare, che le
cose erano sempre ite così, e che già lei non se ne dava fastidio, ché avrebbe
vissuto in una maniera o nell'altra. La tristarella pareva essersi corretta di
molto dalle sue bizzarrie. Senza mostrarsi né adirata né contenta del mio
riserbo, mi trattava con bastevole confidenza; e a Giulio poi faceva sempre
buon viso, benché si vedesse che non era nella solita smania de' suoi
innamoramenti. La maggior parte della giornata la passava in camera della
nonna, e pareva si fosse preso l'assunto di farle dimenticare la lontananza
della sorella maggiore; ma la povera vecchia, omai affatto imbecillita, non era
neppure più in grado di esserle riconoscente de' suoi sacrifizi. Questi non
diventavano perciò che più meritori. Quando la nuova del noviziato della Clara
fu sparsa nei dintorni, capitò in castello il Partistagno che non vi si era più
fatto vedere dopo l'esito tragico-comico della domanda
solenne. Egli urlò strepitò e sragionò molto; spaventò il Conte e Monsignore, e
partì dichiarando che andava a Venezia a chieder giustizia e a liberare una
nobile donzella dall'inconcepibile tirannia della sua famiglia. Il tempo
trascorso lo avea persuaso sempre più del valore irresistibile de' proprii
meriti, e contro tutte le ragioni che aveva per ritenere il contrario, si
ostinava a credere che la Clara fosse innamorata di lui, e che i suoi parenti
non gliela volessero concedere per qualche causa misteriosa ch'egli si
proponeva di svelare in seguito. Infatti si udì poco dopo ch'egli avea levato
il campo da Lugugnana per trasportarlo a Venezia; e da Fratta si affrettavano a
dar di ciò contezza a Venezia; ma non essendo venuti di colà ulteriori
ragguagli, si finì coll'acquietarsi nella fiducia che il grande sussurro del
Partistagno dovesse svamparsi in chiacchiere.
Frattanto quello ch'io già prevedeva
da un pezzo avvenne pur troppo. La salute del signor Conte andava scadendo di
giorno in giorno: e alla fine ammalò gravemente e prima che si potesse
prevenirne la Contessa del pericolo, egli spirò senza accorgersene fra le
braccia del Cappellano, di monsignor Orlando e della Pisana. Il dottore
Sperandio gli aveva cavato ottanta libbre di sangue, e recitò poi un numero
straordinario di testi latini per provare che quella morte era avvenuta per
legge di natura. Ma il defunto, se avesse potuto buttar un'occhiata fuori della
cassa, sarebbe rimasto quasi contento di esser morto tanta fu la pompa del
funerale. Monsignor Orlando pianse con moderazione e cantò egli stesso
l'ufficio d'esequie con voce un po' più nasale del solito. La Pisana se ne
disperò ai primi giorni più ch'io non avessi creduto possibile: ma poi tutto ad
un tratto ne parve smemorata. E quando vennero i Frumier a prenderla e ad
avvertirla che la volontà di sua madre la richiamava a Venezia, parve che tutto
dimenticasse per la grandissima gioia di cambiar la noia di Fratta coi
divertimenti della capitale. Ella partì quindici giorni dopo; e soltanto
nell'accomiatarsi parve che il dolore di doversi separare da me soverchiasse la
contentezza di correre a una vita nuova piena di splendide lusinghe. Io le fui
grato di quel dolore, e dell'averlo essa lasciato travedere senza alcuna
superbia. Conobbi ancora una volta che il suo cuore non era cattivo; mi
rassegnai e rimasi.
La mia presenza a Fratta era proprio
necessaria. Narrare la confusione che vi avvenne dopo la morte del Conte
sarebbe discorso troppo lungo. Usurai, creditori, rivendicatori calavano da
ogni parte. I beni messi all'asta, le derrate sequestrate, i livelli ipotecati:
fu un vero saccheggio. Il fattore se la svignò dopo aver abbruciati i registri;
restai io solo, povero pulcino, ad arrabattarmi in quella matassa. Per
soprassello le istruzioni mi mancavano affatto e da Venezia capitavano
solamente continue ed affamate richieste di danaro. I Frumier mi erano di
pochissimo aiuto; e poi il padre Pendola credo ci soffiasse sotto contro di me,
e mi guardavano allora piuttosto in cagnesco. Io peraltro risolsi di rispondere
coi fatti: e sudai e lavorai e n'adoperai tanto, sempre col pensiero in testa
di giovare alla Pisana e di esser utile a chi bene o male mi aveva allevato,
che quando il contino Rinaldo capitò a prender le redini del governo, gli
ottomila ducati di dote delle Contessine erano assicurati, i creditori pagati o
acchetati, le entrate correvano libere, e i poderi, diminuiti di qualche
appezzamento in qua ed in là, continuavano a formare un bel patrimonio. I
guasti c'erano ancora purtroppo, ma di tal natura che davano tempo ad esser
sanati. Peraltro io non fui l'ultimo a credere che per tal operazione un
signorino di ventiquattr'anni uscito allora allora di collegio (la Contessa ve
lo avrebbe lasciato fino a trenta senza la morte del marito) non era l'uomo più
adatto. Basta! non sapeva che farci, e mi proposi solamente di tenerlo d'occhio
per potergli giovare con qualche consiglio. Del resto mi ritirai nella
cancelleria ove, sostenuti i miei esami, diventai poco dopo cancelliere in
formis.
Giulio Del Ponte, non potendo più
reggere al tormento della lontananza, avea seguito la Pisana a Venezia. Io
rimasi solo soletto a consolarmi del bene che aveva fatto, a farne ancora
quando poteva, a vivere di memorie, a sperar di meglio dal futuro, e a leggere
di tanto in tanto i ricordi di Martino.
Quella vita, se non felice, era
tranquilla utile occupata. Io aveva la virtù di contentarmene.
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