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Come a Venezia si accorgessero che
gli Stati della Serenissima facevano parte dell'Italia e del mondo. Mio
ingresso nel Maggior Consiglio come patrizio veneziano al dì primo di maggio
1797. Macchinazioni contro il governo fomentate dagli amici e dai nemici della
patria. Cade la Repubblica di San Marco come il gigante di Nabucco, ed io
divento segretario della nuova Municipalità.
La prima persona che vidi e che
abbracciai a Venezia fu la Pisana; la prima che mi parlò fu la signora Contessa
la quale dal fondo dell'appartamento correndo verso di me s'affaccendava a
gridarmi: - Bravo, il mio Carlino, bravo!... Come ti vedo volentieri!... Su
dunque, un bel bacione da vero nipote!... - Io passai di malissima voglia dai
baci della Pisana a quelli della Contessa ancor più gialla e uncinata che per
l'addietro. Ma anche in quel tumulto di affetti che mi turbava allora, rimase
un buon cantuccio per la meraviglia d'un sì inusato accoglimento. Mi rassegnai
a chiarirmene in seguito e intanto la Contessa mandò fuori la Rosa in cerca di
mio padre. Questa missione della fida cameriera mi sorprese anche un poco,
tanto più che essa, non più giovane ma sempre bisbetica com'era stata, vi si
disponeva con assai borbottamenti. Tali incarichi appartenevano agli staffieri,
e cominciai a dubitare che il seguito della Contessa non fosse molto numeroso.
Infatti, stando lì ad aspettare, osservai nelle camere quello che non parrebbe
possibile, un grandissimo disordine nella stessa nudità: polvere e ragnatele
componevano gli addobbi; qualche mobile, qualche infisso nel muro; poche seggiole
sparute e tisicuzze qua e là; insomma la vera miseria abitante in un palazzo.
Ma quello che distoglieva la mente da queste melanconie era l'aspetto della
Pisana. Più bella più fresca più gioconda io non l'aveva veduta mai; e tale
ella sapeva di essere, benché con mille vezzi imparati novellamente a Venezia
cercasse di offuscare lo splendor di quei pregi. Ma fosse dono di natura, o
cecità mia, perfino gli artifizi prendevano nelle sue fattezze un incanto di
leggiadria. Peraltro la ritrovai ancor più taciturna e meno espansiva del
solito; la mi guardava a tratti coll'anima negli occhi, indi chinava gli
sguardi arrossendo, e le mie parole sembravano dilettarle voluttuosamente
l'orecchio senzaché colla mente arrivasse a comprenderle. A tutto ciò io badava
mentre la Contessa zia mi annegava in un subisso di chiacchiere, ed io non ne
capiva un iota; soltanto mi ferì spesse volte il nome di mio padre, e mi parve
accorgermi ch'ella pure fosse molto lieta del suo inaspettato e miracoloso
ritorno.
- E non torna mai quella sciocca di
Rosa! - borbottava la signora. - Io non ho voluto che ci andassi tu, perché
voglio proprio ridonartelo io il tuo papà, ed esser presente alla gioia del
vostro riconoscimento. Oh che buon papà che hai, il mio Carlino!...
Mi parve che a quelle parole la
Pisana arrossasse più del solito, e fosse turbata dagli sguardi ch'io teneva
fermi continuamente in lei. Finalmente tornò la Rosa a dire che il mio signor
padre finito un affare in Piazza sarebbe stato da noi, e allora io volli ancora
uscire in traccia di lui per anticiparmi la gioia di quel soave momento, ma la
Contessa mi sforzò tanto che dovetti rimanere. Un'ora dopo squillò il
campanello, e un ometto rubizzo, sciancato d'una gamba, mezzo turco e mezzo
cristiano al vestito, entrò saltabeccando nell'anticamera. Io gli era corso
incontro fin là; la Contessa, venutami dietro, si pose a gridare: - Carlino, è
tuo padre!... abbraccia tuo padre! - Io infatti mi abbandonai fra le braccia
del nuovo arrivato versando fra le pieghe della sua zimarra armena le prime
lagrime di gioia che spargessi mai. Mio padre non fu verso di me né molto
affettuoso né troppo discorsivo; si maravigliò assaissimo che col nome che
portava mi fossi nicchiato in un così oscuro bugigattolo come era una
cancelleria di campagna, e mi promise, che inscritto che io fossi come suo
legittimo figliuolo nel Libro d'Oro, avrei fatto la mia gran figura nel Maggior
Consiglio. Quell'accorto vecchietto parlava di cotali cose con un certo fare
che non si sapeva se fosse da burla o da senno; e ad ogni punto e virgola,
quasi per corroborar l'argomento, usava battere col rovescio della mano sul
taschino del sottabito da dove rispondevagli un lusinghiero tintinno di
zecchini e di doble. Ad ognuno di questi accordi metallici il viso giallognolo
della Contessa s'irraggiava d'un roseo riflesso, come il cielo scuriccio d'un
temporale all'occhiata di traverso che gli manda il sole. Io poi ascoltava e
guardava quasi trasognato. Quel signor padre capitatomi di Turchia, colla
ricchezza in una mano, la potenza nell'altra, e una larghissima dose di
canzonatura in tutte le sue maniere, mi faceva un effetto maraviglioso. Io non
mi stancava di osservare quei suoi occhietti bigi un po' sanguigni un po'
loschi, che per tanti anni avevano guardato il sole d'Oriente, e quelle rughe
capricciose e profonde formatesi sotto il turbante al lavorio corrosivo di Dio
sa quali pensieri, e quei gesti un po' autorevoli un po' marinareschi che
armeggiavano sempre per commentare la zoppicante oscurità di un gergo più arabo
che veneziano. Si vedeva un uomo avvezzo alla vita; il che vuol dire che non si
fa più caso di nulla, che crede a poco, che spera meno ancora, e che
sacrificatosi per lungo tempo alla speranza d'una futura commodità, trova tutto
agiato tutto commodo perché tutto mena all'ugual fine. Così i mezzi sono alle
volte scuola ed esercizio a disprezzar il fine. In tal modo almeno io giudicai
mio padre; e confesso sinceramente che mi misi intorno a lui fin dapprincipio
con maggior curiosità che amore. Mi pareva che tali dovessero essere stati que'
vecchi mercatanti veneziani della Tana o di Smirne, che a furia di furberia, di
chiacchiere e d'attività facevano perdonare o dimenticare dai Tartari la
differenza di fede. Turchi a Costantinopoli, cristiani a San Marco, e mercanti
dovunque, avevano essi fatto di Venezia la mediatrice dei due mondi d'allora.
Perfino una certa barbetta rada grigia e stizzosa accostava la fisonomia di mio
padre alla maschera di Pantalone; ma egli veniva tardi sulla scena del mondo.
Mi pareva uno di quei personaggi comici ancor travestiti da Persiani o da
Mamalucchi che dopo calato il sipario escono ad annunziar la commedia per
l'indomani. Tuttociò senza alcun pregiudizio della paterna autorità.
Intrattenutici un pochino, con molte
interiezioni di cordialità e di maraviglia della signora Contessa, e qualche
sospiro represso della Pisana, il signor padre m'invitò ad uscire con essolui:
e mi menò infatti a San Zaccaria dove aveva preso alloggio in una bella casa, e
addobbatala quasi alla turchesca con tappeti divani e pipe a bizzeffe. Vi si
desideravano le tavole, e qualche forziere da riporre le robe, ma vi era per
compenso un gran numero di armadi donde si cavava come per incanto ogni cosa
che si potesse desiderare. Una mulatta scurissima, di oltre quarant'anni,
ammanniva il caffè da mane a sera, e tra lei e il padrone se l'intendevano a
cenni e a monosillabi, che era un trastullo a vederli; non credo che parlassero
nessuna lingua di questo mondo, e potrebbe darsi che i diavoli favellassero
come loro nelle escursioni terrestri. Il signor padre depose il cappello a tre
corni, si tirò sulle orecchie un berrettone moresco, accese la pipa, si fece
versare il caffè, e volle che sedessi come lui incrocicchiando le gambe sopra
un tappeto. Ecco un futuro patrizio del Maggior Consiglio occupato a compitare
il galateo di Bagdad. Mi disse che era grato a sua moglie di avergli essa
lasciato una sì bella eredità come io era, in compenso forse delle poche
delizie procacciategli col matrimonio; mi lasciò travedere che egli chiudeva un
occhio sopra alcuni rancidi sospetti che aveano guastato la loro concordia e
ricondotto mia madre a Venezia; finì col confessare che io gli somigliava,
massime negli occhi e nell'apertura delle narici; tanto bastava per
ricongiungerlo d'un affetto immortale al suo figliuolo unigenito. Io lo
ringraziai a mia volta di così benigni sentimenti a mio riguardo; lo pregai di
scusarmi dove trovasse difettiva la mia educazione, per la condizione di orfano
nella quale era vissuto; non volli aprirgli gli occhi sulla maniera poco
onorevole della protezione accordatami dagli zii alla sua venuta; e col mio
modesto contegno m'accaparrai, credo, la sua stima fin da quel primo colloquio.
Egli mi osservava colla coda dell'occhio, e quanto sembrava poco attento alle
parole, tanto notava in me tutti gli altri segni dai quali per lunga esperienza
aveva imparato a conoscere gli uomini.
Ebbi dal suo criterio una sentenza
piuttosto favorevole. Almeno così dovetti inferire dal maggior affetto
dimostratomi in seguito. Indi volle ch'io gli narrassi della contessina Clara,
come si era fatta monaca; e mi nominò sovente il dottor Lucilio col massimo
segno di rispetto, maravigliandosi come la famiglia di Fratta non si tenesse
onorata di imparentarsi con essolui. L'ugualità mussulmana temperava in lui
l'aristocrazia naturale; almeno lo credetti, e più mi confermai in questa
opinione, quand'egli tirò innanzi beffandosi dell'illustrissimo Partistagno che
voleva tener dietro il secolo collo spadone di suo nonno. Io mi stupii di trovar
mio padre istruito al pari di me in cotali faccende e che egli ne chiedesse
contezza agli altri dove tanta ne aveva lui. Peraltro le cose val meglio
saperle da due bocche che da una; ed egli si regolava giusta il sapiente
dettato di questo proverbio. Mi parlò poi così in via di discorso della Pisana
e dei gran corteggiatori che aveva a Venezia, e del suo torto marcio di non
appigliarsi al più ricco per ristorarne la dignità della casa e la fortuna
della mamma.
«Ahi, ahi!» pensai fra me «ecco
l'aristocrazia che rigermoglia!».
Giulio Del Ponte, soprattutto, gli
pareva, per usar la sua frase, un saltamartino. La Pisana adoperava male a non
torselo d'infra i piedi, che l'era un cantastorie pieno di tossi, di miserie e
di melanconia. Le belle ragazze devono badare ai bei giovani, e quei mezzi
omiciattoli in Levante si mandano a vender bagiggi per le contrade. Io mi
scaldava tutto a questi aforismi del signor padre; e quasi sarei stato lì per
fargli una confessione generale. Non mi tratteneva più la compassione per
Giulio, ma una certa vergogna di mostrarmi ragazzo e innamorato ad un uomo così
esperto e ragionatore. Egli continuava a codiarmi, e intanto narrava le
dilapidazioni della Contessa, e la ruinosa indifferenza del conte Rinaldo che
si perdeva a far lunari nelle biblioteche, mentre la bassetta e il faraone
strappavano di mano a sua madre le ultime razzolature del loro scrigno. Mi
confessò con maligna compiacenza che la Contessa avea cercato di sentir il peso
delle sue doble, ma che non avea potuto vederne neppur il colore; e in questo
batteva la mano al taschino sulla solita sonagliera di monete. Tale guardinga
taccagneria non mi andò a' versi affatto, e son quasi certo ch'egli se ne
avvide. Ma non usò per questo la cortesia di cambiar registro, anzi vi ribadì
sopra come un uomo incapato nella propria opinione che il danaro sia la cosa
meglio apprezzata ed apprezzabile. Io invece dei pochi ducati che aveva in
tasca ne avrei dato la metà al primo accattone che me li chiedesse; e forse la
pensava così perché ne aveva sempre avuti pochi. La povertà mi fu maestra di
generosità; ed i suoi precetti mi giovarono anche quando io non l'ebbi più per
aia e per compagna. Peraltro ebbi campo indi a poco a rilevare che mio padre
non era uno spilorcio. Egli mi trasse quel giorno alle migliori botteghe,
perché vi provvedessi da raffazzonarmi come il più compito damerino di San
Marco. Indi mi condusse alla mia stanza che aveva una porta libera sulla scala,
e mi lasciò colla promessa ch'egli avrebbe fatto di me il secondo capostipite
della famiglia Altoviti.
- I nostri antenati furono tra i
fondatori di Venezia: - mi diss'egli prima di partire - venivano da Aquileia ed
erano romani della stirpe Metella. Ora che Venezia tende a rifarsi, bisogna che
un Altoviti ci ponga le mani. Lascia fare a me!
Il signor padre sbruffava in tali
parole tutta la boria proverbiale della povera nobiltà di Torcello; ma le doble
levantine s'adoperarono tanto che il mio diritto all'iscrizione nel Libro d'Oro
fu riconosciuto immantinente, ed io comparvi per la prima volta come patrizio
votante al Maggior Consiglio nella seduta del 2 aprile 1797. Quanto a lui, egli
non voleva immischiarsene; pareva non si tenesse degno di porsi in cima al
rinnovamento del casato e che stesse contento di fornirmene i mezzi. Quei pochi
giorni vissuti signorilmente a Venezia, e per mezzo della Contessa di Fratta e
degli eccellentissimi Frumier nelle migliori conversazioni, mi avevano fruttato
una fama straordinaria. Non era spiacevole di figura, le mie maniere si
stoglievano un poco dalle solite leziosaggini, la coltura non mancava affatto
ma non soffocava neppure colle pedanterie quel modesto brio concessomi da
natura; più di tutto poi credo che la voce di dovizioso mi accreditasse come
ottimo partito presso tutte le zitelle, o presso le madri che ne avevano.
Carlino di qua, Carlino di là, tutti mi chiamavano, tutti mi volevano. Anche
qualche sposina non fece la disdegnosa; e insomma io non ebbi che a scegliere
fra molte maniere di felicità. Per allora non ne scelsi alcuna, e la novità mi
occupò talmente, che perfin la Pisana non mi dava più da pensare una volta
ch'io l'avessi fuori degli occhi. Ella forse se ne stizziva; ma per essere in
una fase di superbia non si degnava di mostrarlo, e soltanto si accontentava di
sfogar quella stizza contro il povero Giulio. Mi ricorda che a quel tempo lo
vidi parecchie volte, e sarei anche tornato ad averne compassione, se le mie
occupazioni me ne porgevano il tempo nulla nulla. Il povero giovine stava
sempre fra la vita e la morte e dàlli una volta e dàlli due, s'era ridotto a
tale che ad ogni mosca che ronzasse intorno alla Pisana sdilinquiva di paura.
Intanto le cose d'Italia si
stravolgevano sempre più. Già da più che sei mesi Modena Bologna e Ferrara
aveano dato l'esempio di una servile imitazione di Francia, dietro eccitamento
francese: aveano improvvisato, come una bolla di sapone, la Repubblica
cispadana. Carlo Emanuele succedeva a Vittorio Amedeo nel regno di Sardegna già
occupato e ridotto in provincia militare francese. Tutta Italia s'insudiciava i
ginocchi dietro le orme trionfali di Bonaparte ed egli ingannava questi,
sbeffeggiava quelli con alleanze con lusinghe con mezzi termini. Gli Stati
veneziani di terraferma da lui astutamente stuzzicati si levavano a romore
contro lo stendardo del Leone: sorgevano per tutto alberi della libertà; egli
solo sapeva con quanta radice. E fu un momento ch'egli dubitò della propria
fortuna pel gran nugolo di nemici che aveva dinanzi a combattere, per la grande
distanza di provincie non tanto fedeli né pienamente illuse che lo divideva da
Francia; ma rifiutatigli i proposti negoziati, buttò via ogni timore e andò
fino a Leoben ad imporre all'Austria i preliminari di pace. La Serenissima
Signoria aveva veduto passarsi dinanzi quel turbine di guerra, come
l'agonizzante che travede nell'annebbiata fantasia lo spettro della morte.
Altro non avea fatto che avvilirsi, pazientare, pregare e supplicare, dinanzi
al nemico prepotente che la schiacciava oncia ad oncia, disonorandola cogli
inganni e col vitupero. Francesco Battaja, Provveditore straordinario in
terraferma, fu l'interprete più degno di cotali vilissimi sensi di servitù; e
infamò peggiormente la sua codarda obbedienza coll'inobbedienza e col
tradimento più codardi ancora. Alle umilianti proteste contro l'invasione delle
città, l'occupazione dei castelli e delle fortezze, il sollevamento delle
popolazioni, lo spoglio delle pubbliche casse, e la devastazione universale.
Buonaparte rispondeva con beffarde proposte d'alleanza, con ironici lamenti, e
con domande di tributi. Il procuratore Francesco Pesaro e Giambattista Cornes,
Savio di terraferma, si erano abboccati con lui a Gorizia per protestare contro
la parte presa da officiali francesi nelle rivoluzioni di Brescia e di Bergamo,
nonché contro le piraterie degli armatori francesi negli intimi recessi del
golfo. Ne ebbero tale risposta che, sulla chiusa del loro rapporto, i due
inviati non esitarono ad affermare che soltanto dalla divina assistenza
bisognava sperare alla loro negoziazione quell'esito che dalle durissime
circostanze non era permesso in alcun modo di attendere. Francesco Pesaro ebbe
animo retto e chiara antiveggenza; ma gli mancavano la costanza e l'entusiasmo,
come mostrò dappoi; per questo né fu capace di salvar la Repubblica né di
imprimere alla sua caduta un suggello di grandezza.
I turbolenti intanto romoreggiavano;
i paurosi davano ansa al partito, e fu veduto nel Maggior Consiglio lo strano
caso che la filosofia e la paura votassero contro la stabilità e il coraggio.
Ma la vera filosofia a quei giorni avrebbe dovuto consigliare di cercar la
salute nella propria dignità, non di chiederla in ginocchione alla sapienza
politica d'un condottiero. Io per me fui degli illusi, e me ne pento e me ne
dolgo; ma operava a fin di bene, e d'altra parte l'amicizia di Amilcare ancora
prigione, Lucilio intrinseco affatto dell'ambasciatore francese, e mio padre
più di tutti fiducioso nel prossimo rinnovamento di Venezia, mi spingevano per
quella via. O terribile insegnamento! Ripudiare, schernire le virtù antiche
senza prima essersi ricinti il cuore colle nuove, e implorare la libertà col
lievito della servitù già gonfio nell'animo! Vi sono diritti che sol meritati
possono chiamarsi tali; la libertà non si domanda ma si vuole: a chi la domanda
vilmente è giusto rispondere cogli sputi: e Bonaparte aveva ragione e Venezia
torto. Soltanto anche un eroe che ha ragione può esser codardo nei modi di
farsela. Il partito democratico, che allora poteva chiamarsi ed era infatti
francese, non predominava forse a Venezia per numero; sibbene per gagliardia
d'animo, per forza d'azione, e sopratutto per potenza d'aiuti. I contrari non
formavano partito; ma un volume inerte di viltà e d'impotenza, che dalla
grandezza non riceveva alcun accrescimento di forza. I nervi ubbidiscono
all'anima, le braccia all'idea, e dove non vi sono né idee né anima, o
intorpidisce il letargo o la vita stultizza. I perrucconi veneziani erano nel
primo caso. La Legazione francese non il Senato né il Collegio dei Savi
governava allora. Essa sotto l'occhio stesso e a marcio dispetto
dell'Inquisizione preparava i fili della trama che dovea precipitare dal trono
la sfibrata aristocrazia; e buona parte della gente di lettere e di garbo le
dava mano in cotali macchinazioni. I Piombi ed i Pozzi erano vani spauracchi;
un monitorio dell'ambasciatore Lallement spalancava ai rei di Stato quelle
porte che non si riaprivano di solito che ai condannati del capo o ai cadaveri.
Il dottor Lucilio si facea notare per la sua fervorosa devozione alla causa dei
Francesi; e forse l'addentellato a questo zelo virile si trovava da lungo tempo
disposto nelle misteriose turbolenze della sua gioventù. Si sa già ch'egli era,
come allora si diceva, filosofo; e fra i filosofi principalmente si cernevano i
caporioni delle società secrete, che serpeggiavano fin d'allora cupe e
corrosive sotto la vernice crepolante della vecchia società. Ad ogni modo nel
suo apostolato liberalesco ei ci metteva tutto il calore tutta l'accortezza di
cui era capace; e i patrizi che lo incontravano in Piazza, tremavano, come i
peccatori alla notturna apparizione d'un demonio. Gli è vero che se uno d'essi
ammalava, non era restio dal ricorrere a questo demonio, perché trovasse il
bandolo di guarirlo. Allora il celebre medico tastava quei polsi, guardava
quelle facce con un certo ghigno che lo vendicava dell'odio sofferto. Pareva
che dicesse: «Io vi disprezzo tanto che voglio anche guarirvi, e so che mi
siete nemici, ma non me ne cale.»
Le signore dimostravano a Lucilio
quel rispetto timido e vergognoso che pare uno stregamento, e suole ad una sola
occhiata ad un sol cenno trasformarsi più che in amore in venerazione e in
servitù. Dicevano ch'egli fosse maestro nell'arte di Mesmer e ne contavano
miracoli; certo peraltro di quel suo potere egli usava assai parcamente. E non
vi fu donna che potesse dire di aver raccolto da' suoi occhi il lampo d'un
desiderio. Serbava l'indipendenza la castità il mistero del mago; ed io solo
conosceva forse il segreto di tale sua ritenutezza, poiché i costumi d'allora e
più la sua fama di gran medico, di gran filosofo, non consentivano il sospetto
d'un amore che lo preoccupasse tutto. Eppur era; e ve lo posso dir io; e
quell'amore, allargatosi in un'anima capace come la sua, pigliava oggimai la
forza e la grandezza d'una passione irresistibile. Direte voi che egli avea
lasciata tranquilla la Clara presso sua madre, che non s'era sbizzarrito nel
darle la scalata al balcone, o nel cantarle la serenata dalla gondola, ché
l'avea lasciata entrare in convento e che so io. Ma l'amor suo non apparteneva
ai comuni: egli non voleva rapire ma ottenere: sicuro della Clara e ch'essa lo
avrebbe aspettato un secolo senza piegare e senza disperarsi, egli agognava e
maturava con ogni fervore d'opere e di sacrifici il momento quando lo avrebbero
pregato di prendersela, tenendosi onorati del suo parentado. L'amore e la
religione politica s'erano confusi in un solo sentimento tanto vivace tanto
potente tanto ostinato quanto possono esserlo tutte le forze d'un'indole così
robusta, strette e attortigliate in un solo fascio. Quand'egli si abbatteva nel
viso adunco e orgoglioso della Contessa, o nella faccia nebbiosa slavata
aristocratica del conte Rinaldo, o in quei visetti mobili graziosi sdolcinati
di casa Frumier, egli sorrideva di sottecchi. Sentiva che era prossimo a
diventar il padrone lui, e allora avrebbe potuto intimare a quei vanarelli i
patti qualunque da lui stimati convenevoli. La loro pieghevole natura e la
facilità degli spaventi lo assicuravano dal timore di un'importuna opposizione.
Ma la Contessa dal canto suo non si stava colle mani alla cintola; essa
conosceva Lucilio più forse ch'egli non credesse, e le mura d'un monastero le
sembravano debole riparo contro la sua temerità. Perciò aveva raccomandato
particolarmente la figliuola a una certa madre Redenta Navagero che era la più
gran santa e astuta monaca del convento, perché con altri argomenti le
rafforzasse l'anima contro le tentazioni del demonio. Infatti costei ci si mise
di gran lena e non dirò che a quel tempo fosse ita molto innanzi, ma avea fatto
già uscire del capo alla Clara se non Lucilio certo tutte le altre cose del
mondo. Non era poco; molti fili erano tagliati; restava il capo grosso, la
gomena maestra, ma scuoti sega e risega, non disperava di recidere anche
quello, e di ridurre quella diletta animina al beato isolamento dell'estasi
claustrale. La Clara per mezzo d'una servigiale del monastero riceveva qualche
notizia di Lucilio; ma ciò succedeva di rado e negli intervalli chiedeva
conforto alle reminiscenze e alla devozione.
Ma la divozione spostò a poco a poco
le reminiscenze, massime quando il confessore e la madre Redenta la ebbero
persuasa a non divagare troppo in immagini mondane, e ad abbondare nella
preghiera, allora che se ne avea tanto bisogno per gli urgenti pericoli della
Repubblica e della religione. Per quelle monache, quasi tutte patrizie,
Repubblica di San Marco e religione cristiana formavano un solo impasto; e a
udirle parlare delle cose di Francia e dei Francesi sarebbe stato il gusto più
matto del mondo. Nominar Parigi o l'inferno era per esse l'egual cosa; e le più
vecchie tremavano di raccapriccio pensando le orrende cose che avrebbero potuto
commettere quei diavoli incarnati una volta entrati in Venezia. Le più giovani
dicevano: - Non bisogna spaventarsi, Iddio ci aiuterà! - E taluna fors'anco che
aveva fatto i voti per ubbidienza o per distrazione, sperava di abbisognare
quandocchessia di questo soccorso divino. Qui non è il caso di dire che sarebbe
stato il soccorso di Pisa; ma ad ogni modo chi non ebbe una decisiva vocazione,
non è poi obbligato a cercare e ad adorare la necessità di fingere d'averla
avuta. La Clara, più sincera e meno bigotta, si scandolezzava di queste mezze
eresie. Quanto ai Francesi, ella stava colle vecchie, massime dopo l'orrenda
tragedia della nonna, che sebbene contata a lei con tutti i debiti riguardi,
pure l'aveva fatta piangere lunghi giorni e lunghissime notti. Ella li credeva
con tutta buona fede eretici, bestiali, indemoniati; e nelle litanie dei santi,
dopo aver pregato il Signore per l'allontanamento di ogni male, lo supplicava
mentalmente di liberar Venezia dai Francesi che le sembravano il male più
grosso.
Per Venezia infatti se non il più
grosso erano certo il male più nuovo ed imminente. Le altre disgrazie già
incancrenite non davano più sentore di sé. Quella era la piaga viva e
sanguinosa che si dilatava nello Stato, facendone rifluir al cuore gli umori
guasti e stagnanti. Ogni giorno recava l'annunzio d'una nuova defezione, d'un
nuovo tradimento, di un'altra ribellione. Il Doge si scomponeva il corno sul
capo anche nelle grandi cerimonie; i Savi perdevano la testa e commettevano al
Nobile di Parigi che comperasse da qualche portiere i segreti del Direttorio.
Tentarono anche di giungere al cuore di Bonaparte per una lunga trafila
d'amici, di cui il primo capo era un banchiere francese stabilito a Venezia e
pagato perciò, credo, alcune migliaia di ducati. Figuratevi che puntelli da
sostenere un governo pericolante! - La storia della Repubblica di Venezia si
trovò nel caso eguale degli spettacoli comici d'inverno; una tragedia non basta
ad occupare le ore troppo lunghe, ci vuole dopo la farsa. E la farsa ci fu, ma
non tutta da ridere. Molti giovinastri, non per liberalità d'opinione, ma per
ruzzata da bravi, si perdevano a far la satira di que' parrucconi senza
cervello; come succede a tutti i grandi diventati piccoli, a tutti i potenti
ridotti inetti che s'hanno subito addosso le maledizioni il danno e le beffe. I
libelli, i versacci, le cantafere che andarono attorno a quel tempo, servirono
lunga pezza dappoi a incartocciar sardelle; ma sembra impossibile il merito che
allor si faceva agli autori di quelle sconce e vili parodie. Giulio Del Ponte,
letteratuzzo sparvierato, non gli parve vero d'impiegare il proprio ingegno a
sì alta usura e si mescolò per bene in tali pettegolezzi. Egli godeva di
vedersi segnato a dito; e bisogna anche dire che le sue composizioni si
stoglievano dalle solite; e taluna non mancava né di forza né di brio né quasi
anche d'opportunità. La Pisana, nel vederlo tanto stimato e temuto, gli
concedeva qualcheduna delle sue occhiate d'una volta, e a merito di queste egli
sfidava gli atti villani, e perfino i rabbuffi della Contessa. Io poi, anch'io
le era andato in uggia alla signora zia pei miei grilli democratici, ma le
doble del signor padre me la tenevano buona; e spesso ella lavorava di gomito
nelle coste alla figliuola perché mi usasse maggior cortesia. Queste gomitate e
il mio svagamento continuo davano la stizza alla Pisana, e la allontanavano col
pensiero da me: rimaneva però sempre qualche sguardo fuggitivo, qualche subito
rossore, che ad osservarlo come andava osservato, mi avrebbe potuto lusingare.
Giulio Del Ponte se ne accorgeva e ne diventava giallo di bile; ma cercava un
compenso nella vanità, e correva a' suoi amici che lo incensavano mattina e
sera come il Persio e il Giovenale o l'Aristofane del suo tempo. Soltanto il
dottor Lucilio, benché simile d'opinioni, gli avea parlato chiaro dimostrandogli
il pericolo di infervorarsi a un alto ministero civile non già per salda
persuasione e per istudio del pubblico bene, ma per frivolezza e per albagia.
- Che ne sapete voi? - gli rispondeva
Giulio. - Posso ben avere anch'io come pretendete averla voi la vera virtù del
cittadino!... Devo proprio prendere a prestito tutte le idee dall'orgoglio e
dall'irrequietudine?...
Lucilio squassava il capo vedendo
quel cervellino gonfio di boria sfarfallare in tali gradassate; ma forse
impietosiva entro sé a tante belle doti già appassite in una persona esile e
diroccata. Il dottore ci vedeva a doppio nell'anima e nel corpo. Là in Giulio
egli ebbe tantosto indovinato i segni d'una passione, ed erano segni fatali; di
più s'accorgeva che la calma di quella passione non bastava a cancellarli; e
perciò guai per lui s'ella risorgesse mai con tutta la sua misera violenza! -
Il giovinotto invece non badava a tali paure: omai persuaso di valer qualche
cosa, se la Pisana lo disdegnava egli s'arrischiava a punirla con un'ombra d'indifferenza.
Poco dopo se ne pentiva, perché la banderuola era pronta a piegar altrove; e
raddoppiava allora di premura e di brio per rendersele desiderabile e gradito.
E sopratutto in mio confronto egli s'affaccendava a primeggiare, perché nelle
maniere usate dalla Pisana verso di me aveva fiutato una vogliuzza non mai
sazia, una rimembranza non ancora spenta d'amore. Io non mi rassegnava tanto
facilmente a sparir dietro a lui, massime dopo le belle accoglienze ch'era
usato a ricevere per tutta Venezia. E a poco a poco ne nacque un astio, una
inimicizia scambievole che scoppiò molte volte perfino dinanzi alla Pisana
stessa in rimbrotti e in improperi. Giulio cominciò a tacciarmi di
aristocratico e di sammarchino; io presi dal canto mio a trascendere nei sentimenti
di libertà e d'eguaglianza; la Pisana in tali dispute si scaldava anch'ella, e
in breve ella diventò, al pari di noi, la più sfrenata e incorreggibile
libertina. Credo che simili contese, nelle quali tutti andavamo d'accordo e
ognuno anzi non faceva che correr innanzi al compagno nei disegni e nelle
speranze, non possano rinnovarsi così di leggieri. I Francesi erano il tema
prediletto de' nostri discorsi; e senza di essi non vedevamo salute. Giulio li
cantava in versi, io li invocava in prosa, la Pisana ne sognava fuori tanti
paladini della libertà colla fiamma dell'eroismo accesa sulla fronte. E sì, che
giorni prima, praticando nel convento di sua sorella, essa era giunta a vincer
le monache nel loro odio contro di essi.
Un giorno capita la notizia
dell'entrata dei Francesi in Verona, creduta fino allora la città più restìa a
far novità. I villici armati s'eran dispersi, le truppe raccolte per ridurre
Bergamo e Brescia, ritirate a Padova e a Vicenza. Fu una gran baldoria pei
fautori di Francia. Alcuni giorni dopo succede lo spavento delle tremende
Pasque Veronesi, e con tutte le atrocità sopra i Francesi che le contaminarono.
Giungono le furiose proteste di Bonaparte, e l'intimazione di guerra in tutta
regola. Senatori, Savi, Consiglieri, e tutti, cominciano a credere che quello
che ha durato molto possa anche finire; essi di buon accordo si danno attorno
per provvedere di viveri la Serenissima Dominante; quanto alla difesa ci
pensano poco, perché a dirla chiara, nessuno ci crede. Finalmente il generale
Baraguay d'Hilliers cinge col suo campo l'estuario; le comunicazioni sono
intercettate; Donà e Giustinian, inviati al general Bonaparte, svelano le
intenzioni di questo che una nuova forma più libera e più larga sia introdotta
nel Governo della Repubblica. Egli impone di più che l'Ammiraglio del Porto e
gli Inquisitori di Stato siano consegnati nelle sue mani, come colpevoli di
atti ostili contro una nave francese che voleva sforzare l'ingresso del porto
di Lido. I signori Savi capirono l'avvertimento e si disposero umilmente a
servire il generale di barba e di perrucca, come si dice a Venezia. Parve a
loro che le deliberazioni del Maggior Consiglio fossero troppo lente alla
stretta del bisogno, e improvvisarono una specie di magistratura funeraria, un collegio
di becchini per la moribonda Repubblica, il quale si componeva di tutte le
cariche componenti la Signoria, dei Savi di Consiglio, dei tre Capi del
Consiglio dei Dieci e dei tre Avogadori del Comune; in tutto quarantuna
persona, e il Serenissimo Doge a capo, col titolo comodissimo di Conferenza.
Intanto si ciarlava per Venezia che sedicimila congiurati coi loro pugnali
fossero già appostati in città per rinnovare su tutti i nobili la strage degli
innocenti. Figurarsi che conforto per la Conferenza! - Mi ricordo che con modi
da furbo io domandai Lucilio di quello ch'egli credesse esservi di vero in
quella voce, e che il dottore mi rispose squassando le spalle:
- Oh Carlino mio! credete che siano
pazzi i Francesi ad assoldare sedicimila congiurati reali, mentre facendoli
balenare affatto immaginari si ottiene lo stesso effetto?... Credetemi che in
tuttociò non c'è di vero la punta d'un chiodo, eppure sarà come fosse vero,
perché questi patrizi non è necessario ammazzarli! Sono già belli e morti!
La Conferenza si radunò per la prima
volta la sera del trenta aprile nelle camere private del Doge. Questi spifferò
un esordio che principiava: «La gravità e l'angustia delle presenti
circostanze», ma le sciocchezze che vi si dissero poi, se designarono
bassamente l'angustia, non corrisposero affatto all'accennata gravità delle
circostanze. Si tornò a proporre di toccar il cuore del general Bonaparte per
mezzo di certo Haller suo amicissimo. E il cavalier Dolfin fu ritrovatore d'un
sì decisivo consiglio. Il Procuratore Antonio Cappello, da me conosciuto in
casa Frumier, si levò a deriderne la puerilità; e con lui si strinse il Pesaro
per far deliberare sulla costanza nella difesa e nulla più. Infatti le
intenzioni dei Francesi non avean oggimai bisogno di esser chiarite, ed era
inutile illudersi con vane chimere. Ma i Savi adoperarono in modo che si
perdesse il filo di questo discorso; quando sul più bello giunse al Savio di
settimana un piego dell'ammiraglio Tommaso Condulmer, che riferiva l'avanzarsi
dei Francesi sulla laguna coll'aiuto di botti galleggianti. La costernazione fu
subitanea e quasi generale; alcuni cercavano di cavarsela, altri proponevano si
trattasse, o meglio si offrisse, la resa. Fu in quella circostanza che il
Serenissimo Doge Lodovico Manin, passeggiando su e giù per la stanza e
tirandosi la brachesse sul ventre, pronunciò quelle memorabili parole: «Sta
notte no semo sicuri gnanca nel nostro letto «. Il Procurator Cappello mi
assicurava che la maggior parte dei consiglieri uguagliava Sua Serenità in
altezza d'animo ed in coraggio. Fu deciso a rompicollo che si proporrebbe al
Maggior Consiglio la parte, per cui ai due deputati fosse concesso di trattare
col Bonaparte sui cambiamenti nella forma del governo. Il Pesaro, indignato di
sì vigliacca deliberazione, proruppe colle lagrime agli occhi in parole di
compassione sulla rovina della patria, già sicura; e dichiarò di voler partire
quella notte stessa da Venezia per ritirarsi fra gli Svizzeri. Il che egli non
fece poi, e credo che l'andasse per le poste a Vienna. Davvero che a me non
basta l'animo di palliare per un misero orgoglio nazionale la viltà buffonesca
di tutte queste scene. Raccolgono esse un grande e severo insegnamento. Siate
uomini se volete esser cittadini; credete alla virtù vostra, se ne avete; non
all'altrui che vi può mancare, non all'indulgenza o alla giustizia d'un
vincitore, che non ha più freno di paure e di leggi.
Il primo maggio colla mia toga e la
mia perrucca io entrai nel Maggior Consiglio a braccetto del nobiluomo Agostino
Frumier, secondogenito del Senatore. Il primo apparteneva al partito di Pesaro
e sdegnava far comunella con noi. Quel giorno il consesso era scarso; appena
giungeva al numero di 600 votanti senza il quale, per legge, nessuna
deliberazione era valida. I vecchi erano pallidi non di dolore ma di paura, i
giovani ostentavano un portamento altero e contento; ma molti sapevano dentro a
sé di esser costretti a darsi la zappa sui piedi, e quell'allegria non era
sincera. Si lesse il decreto che dava facoltà ai negoziatori di mutare a lor
grado la Repubblica, e che prometteva a Bonaparte la liberazione di tutti gli
arrestati politici dal primo ingresso delle armate francesi in Italia. In
questa ultima clausola io conobbi l'influenza del dottor Lucilio, pensai ad
Amilcare, e fui forse il solo che ne gioisse non indecorosamente. Del resto era
un capo d'oca a non intendere la vigliaccheria di quella promessa, e a trovarla
giusta per un sentimento affatto privato. Il decreto fu approvato con soli
sette voti contrari; altri quattordici ne furono di non sinceri, cioè di quelli
che né accoglievano né rigettavano la proposta ma ne negavano la presente
opportunità. E appena esso fu noto in piazza, subito i favoreggiatori dei
Francesi, che vi tulmultuavano, corsero con gran impeto alle carceri. Coi buoni
uscirono i galeotti, coi fanatici i tristi, e la favola dei sedicimila
congiurati ottenne maggior fede di prima. I patrizi credettero aver dato prova
di sommo coraggio col non deliberare sulla consegna richiesta dell'Ammiraglio del
Lido e dei tre Inquisitori. Ma ecco che il general Bonaparte torna da capo col
dichiarare al Donà e al Giustinian che non li accoglierà come inviati del
Maggior Consiglio se prima quei quattro magistrati non siano imprigionati e
puniti. L'umilissimo Maggior Consiglio si inchinò un'altra volta, non più con
cinquecento ma con settecento voti: e il Capitano del Porto e i tre Inquisitori
furono carcerati quel giorno stesso per lo strano delitto di aver ubbidito meno
infedelmente degli altri alle leggi della patria. Francesco Battaja, il
traditore, fu tra gli Avogadori di Comune incaricato dell'esecuzione di quel
sacrilego decreto. Ma questo non bastava né all'impazienza dei novatori né alla
spaventata condiscendenza dei nobili. La solita Conferenza ammannì un altro
decreto nel quale veniva ordinato al Condulmer di non resistere colla forza
alle operazioni militari dei Francesi, ma soltanto di persuaderli a non entrare
nella Serenissima Dominante, finché si avesse il tempo di allontanar gli
Schiavoni a scanso di spiacevoli conseguenze... Volevano tosarsi perfino le
unghie per non dare in isbaglio qualche graffiatura a chi si apprestava a
soffocarli. Se questa non fu mansuetudine meravigliosa anzi unica al mondo, io
sfido i pecori ad inventarne una migliore. Mio padre era proprio tornato di
Turchia a tempo, per far me poverello partecipe senza saperlo di tali codarde
castronerie. E d'altra parte cosa valeva il sapere? Il dottor Lucilio fu
invischiato peggio di me in quella brutta pece. Guai anche ai sapienti cui non
corrisponde la virtù dei contemporanei: sorretti dalla confidenza nelle proprie
dottrine essi salgono facilmente ad abitar le nuvole: e se non disperano prima
per discrezione di criterio, disperano poi per necessità d'esperienza. Amilcare
intanto era uscito di prigione e secolui avevamo rappiccato l'antica amicizia;
un altro invasato anche lui, che vedeva nei Francesi i liberatori del mondo, e
fin lì forse il ragionamento si reggeva; ma zoppicava poi, quando li credeva i
liberatori di Venezia. Ciò non toglie che Amilcare non cooperasse a infervorare
e persuadere maggiormente anche me: poiché il suo ardore non era chiuso come
quello di Lucilio ma tendeva a dilatarsi con tutta l'espansione della gioventù.
Insieme ad Amilcare indovinate mo chi fu liberato dagli artigli
dell'Inquisizione? - Il signor di Venchieredo. Non ve l'aspettavate forse,
perché il suo delitto non era certo di favoreggiare i Francesi. Ma io credo che
o avesse dal carcere intelligenza con questi, o che la grazia fosse concessa
anche a lui per isbadataggine, o che la sua pena fosse prossima a finire. Il
fatto sta che Lucilio mi diede sue novelle, aggiungendo misteriosamente che
dalla Rocca d'Anfo egli era corso a Milano dove era allora la stanza del
general Bonaparte, e dove si agitavano diplomaticamente i destini della
Repubblica veneta.
Una sera (già si correva
precipitosamente all'abisso del dodici maggio) mio padre mi chiamò nella sua
camera, dicendo che aveva grandi cose a comunicarmi, e che stessi ben attento e
ponderassi tutto perché dalla mia destrezza dipendeva la fortuna mia e lo
splendore della famiglia.
- Domani - egli mi disse - si compirà
la rivoluzione a Venezia.
Io diedi un strabalzo di sorpresa,
perché colla duttile arrendevolezza del Maggior Consiglio e i negoziati
pendenti ancora a Milano non mi entrava quel bisogno di rivoluzione.
- Sì - egli riprese - non fartene le
meraviglie: poiché stasera sarai chiarito di tutto. Intanto io voglio metterti
sulla buona via perché non ti perda poi nel momento decisivo. Sai tu, figliuol
mio, cosa voglia dire una repubblica democratica?
- Oh certo! - io sclamai coll'ingenuo
entusiasmo d'un giovane di ventiquattr'anni. - Essa è la concordia della
giustizia ideale colla vita pratica, è il regno non di questo o di quell'uomo
ma del pensiero libero e collettivo di tutta la società. Chi pensa rettamente,
ha diritto di governare e governerà bene. Ecco il suo motto.
- Va bene, va bene, Carlino - riprese
biascicando mio padre. - Questo sarà un bel concetto scientifico e mettilo da
una banda perché il signor Giulio se ne faccia bello in qualche canzonetta. Ma
un governo di tutti, cercato da pochi, imposto da pochissimi, e creato da un
generale còrso; un governo libero di gente che non vuole e non può esser
libera, sai tu qual piega sia disposto a prendere?
Io mi guardai intorno confuso, perché
in tali materie usava far i conti senza pensare agli uomini; e sommava e
moltiplicava, e divideva come se tutto fosse oro, ma alla fine invece di
trovarmi innanzi una somma netta e liquida di zecchini, poteva darsi benissimo
che rimanessi con un ciarpame di soldatacci e di quattrinelli. Io, come dissi,
non ci pensava, e perciò mi confusi affatto alla domanda di mio padre.
- Ascolta - continuò egli col fare
paziente del maestro che riprende l'insegnamento da bel principio. - Queste
cose, che tu abbellisci di sogni e di illusioni, io le ho prevedute da anni,
tali quali devono essere. Non capisco per verità né pretendo capire a fondo le
tue immaginazioni, ma ci veggo per entro una buona dose di gioventù e
d'inesperienza. Se fosti stato per qualche tempo alle prese con un bascià o col
Gran Visir, credo che sputeresti meno filosofia, ma ci vedresti meglio e più da
lontano. La grossaccia furberia dei Mamelucchi ci insegna a conoscere quella
sottilissima dei cristiani. Credilo a me che l'ho provato. E non l'ho provato
per nulla, giacché lavorava al mio buon fine, ed ora sarei in ballo io, se
tornando a Venezia non mi fosse risovvenuto di te. Figurati che allora ho
pensato: «Per Allah! che la Provvidenza ti manda la palla in buon punto! Tu eri
vecchio ed essa ti ringiovanisce di quarant'anni con un giochetto di mano.
Coraggio, Bey. Cedi il posto al cavallo più giovine e giungerete prima!». In
poche parole, Carlino, io ti ho preso per mio figlio certo e legittimo, e ho
voluto cederti anche prima di morire l'eredità delle mie speranze. Sarai tu
tale da raccoglierla?... Ecco quello che si vedrà in breve.
- Parlate, padre mio - soggiunsi io,
vedendo prolungarsi la pausa dopo quella gran chiacchierata mezzo maomettana.
- Parlare, parlare!... non è tanto
facile quanto credi. Son cose da capirsi al volo. Ma pure, veduta la tua
ignoranza, guarderò di spiegarmi meglio. Sappi dunque che io ho qualche merito
con questi signorini infranciosati e cogli stessi Francesi che reggono ora le
cose d'Italia. Meriti arcani, lontanetti se vuoi, ma pur sempre meriti. Di più
mi fanno corona alcuni milioni di piastre che non corteggiano male coi loro
raggi brillantati il fuoco centrale della mia gloria. Carlino, io ti cedo
tutto, io dono tutto a te, purché tu mi assicuri un divano, una pipa, e dieci
tazzine di caffè il giorno. Ti cedo tutto pel maggior lustro di casa Altoviti.
Cosa vuoi? È la mia idea fissa! Avere un doge in famiglia! - Ti assicuro che ci
riesciremo se vorrai fidarti di me!
- Che? io... io doge? - sclamai colla
voce sospesa e non osando quasi respirare. - Vorreste che di punto in bianco io
diventassi doge?
- Ottimamente, Carlino, tu pigli le
cose di volo, come non avrei sperato. Il mestiere del doge diventerà tanto più
proficuo, quanto meno seccante e pericoloso. Tu guadagnerai ducati, io li farò
fruttare. Dopo sei anni compreremo tutto Torcello, e la famiglia Altoviti
diventerà una dinastia.
- Padre mio, padre mio, cosa dite
mai!... - (V'accerto proprio ch'io lo credetti agli ultimi guizzi per diventar
matto.)
- Ma già - egli riprese - e non c'è
da stupirsene. Coi nuovi ordinamenti che ci incastreranno, ognuno che ha meriti
dovrebbe soverchiare chi non ne ha. Questo in via di astrazione. Ma nel
concreto colle vostre abitudini coi vostri costumi credi tu che il più ricco ed
il più furbo non abbia ad esser giudicato il più meritevole?... Ogni tempo ha i
suoi fortunati, figliuolo mio; e saremmo corbelli a non farcene il nostro
pro'!...
- Per carità, come vedete tutto
brutto e corrotto! Qual trista parte mi date a sostenere a me che m'accingeva a
combattere per la libertà e la giustizia!
- Benone, Carlino! Per accingersi a
questo non c'è che la mia strada; perché del resto se rimani al disotto ti
sfido io a combattere, sarai schiacciato. Dunque per far trionfare il vero e il
buono bisogna farsi posto fra i primi, a gomitate anche, non importa. Ma
figurati il gran danno che ne verrebbe se in quei posti ci spuntassero dei
tristi e dei fannulloni! Or dunque avanti, figliuol, per far poi ire innanzi gli
altri; e l'intenzione scusi la maniera. Non dico che tu voglia farti doge
domani o dopo; ma pazienza un pochino, e le nespole matureranno più presto di
quello che si crede!... Intanto io ti voglio avvertire perché tu assecondi le
mire de' tuoi amici e non ti abbia a tirare indietro per falsa modestia. Credi
tu di aver retto animo e buone e sode intenzioni?... Credi tu che sia
utilissimo metter a capo della cosa pubblica uno che ami il proprio paese e non
scenda a patti coi suoi nemici?
- Oh, sì! padre mio, lo credo!
- Animo dunque, Carlino! Stasera il
signor Lucilio ti parlerà più chiaro. Allora intenderai, vedrai, deciderai.
Tienti daccosto a lui. Non tentennare, non indietreggiare. Chi ha cuore e coscienza
deve farsi innanzi coraggiosamente generosamente non per proprio orgoglio ma
per l'utilità di tutti.
- Non temete, padre mio. Mi farò
innanzi.
- Basta per ora che tu ti lasci
spingere. Intanto siamo intesi. Tu sarai spalleggiato dai nobili ed hai il
favore dei democratici: la fortuna non può fallirti. Io vado dal signor
Villetard per metter in ordine qualche ultima clausola. Ci rivedremo stasera.
Dopo un tale colloquio io rimasi
tanto strabiliato e perplesso che non sapeva a qual muro dar il capo. Il
maggior malanno si era che ci intendeva ben poco. Io salire ai primi posti, al
più alto seggio forse della Repubblica? Cosa volevan dire cotali sogni? - Certo
mio padre avea recato seco dall'Oriente qualche volume di appendice alle Mille
e una notte. E cosa volevan dire quelle sue vaghe parole di rivoluzione, di
clausole, di che so io? - Il signor Villetard era un giovine segretario della
Legazione francese, ma quale autorità aveva il mio signor padre d'ingerirsi con
essolui in faccende di Stato? - Più ci pensava e più i miei pensieri volavano
fra le nuvole. Non ne sarei disceso più, se non veniva Lucilio a orizzontarmi.
Egli m'invitò a seguirlo in un luogo ove si aveva a deliberare sopra cose
importantissime al pubblico bene: nella calle ci unimmo ad altre persone
sconosciute che lo aspettavano, e tutti insieme prendemmo via verso uno dei
sentieri più deserti della città, dietro il ponte dell'Arsenale. Dopo una
camminata lunga sollecita e silenziosa entrammo in un salone buio e spopolato;
salimmo la scala al dubbio chiarore d'un lumicino d'olio; nessuno ci aperse,
nessuno ci introdusse; somigliavano una coorte di fantasmi che andasse a
spaventare i sonni d'un malandrino. Finalmente entrati in una sala umida e
ignuda, ci fu concessa una luce meno avara: e al lume di quattro candele
poggiate sopra una tavola vidi ad una ad una tutte le persone della radunanza e
ne distinsi bene o male le fattezze. Eravamo in trenta all'incirca, la maggior
parte giovani: ravvisai fra questi Amilcare e Giulio Del Ponte: il primo acceso
in volto e coll'impazienza negli occhi, il secondo pallidissimo e con un fare
neghittoso che sconsolava. V'era l'Agostino Frumier, v'era anche il Barzoni,
giovane robusto, impetuoso, innamorato di Plutarco e de' suoi eroi: quello che
scrisse poi un libello contro i Francesi intitolandolo I Romani in Grecia.
Tra i più attempati conobbi l'avogadore Francesco Battaja, il droghiere Zorzi,
il vecchio general Salimbeni, un Giuliani da Desenzano, Vidiman, il più onesto
e liberale patrizio di Venezia, e un certo Dandolo che aveva acquistato gran
fama di sussurrone nei crocchi più tempestosi; gli altri mi erano quasi
sconosciuti, benché di taluno non mi comparissero nuove le sembianze. Costoro
si stringevano con grande impegno intorno ad un omiciattolo lattimoso e
rossigno che parlava poco e sotto voce, ma agitava le braccia come un primo
ballerino. Il dottor Lucilio s'aggirava per la sala muto e pensoso; tutti gli
facevano largo rispettosamente e pareva attendessero i comandi da lui solo. Vi
fu un momento che il Battaja tentò primeggiar a lui colla voce e attirare a sé
l'attenzione di tutti; ma non gli badarono; uno scantonò di qua e l'altro di
là; chi si raschiava in gola e chi tossiva nel fazzoletto; nessuno si fidava ed
egli restò come il corvo dopo ch'ebbe cantato. Così si rimase lunga pezza
senzaché io potessi capir nulla né dalle mie previsioni né dalle parole tronche
di Amilcare né dai sospiri di Giulio; finalmente un altro perruccone giallo,
sfinito e livido di paura si precipitò nella stanza. Lucilio gli era ito
incontro fin sulla soglia, e alla sua comparsa tutta l'adunanza si dispose in
cerchio come per udire qualche grande ed aspettata novella.
- È il Savio supplente in settimana!
- mi bisbigliò all'orecchio Amilcare. - Ora vedremo se sono disposti a cedere
colle buone.
Io finsi di capire, e considerai più
attentamente il perruccone che non sembrava per nulla agevolato a sfoggiar
l'eloquenza da quella numerosa combriccola che lo circondava. Il Battaja se gli
fece ai panni per interrogarlo, ma Lucilio gli tagliò la strada, e tutti
stettero zitti ad ascoltare quanto diceva.
- Signor Procuratore - cominciò egli
- ella sa il deplorabile stato di questa Serenissima Dominante dappoiché tutte
le provincie di terraferma hanno inalberato lo stendardo della vera libertà.
Ella sa l'inettitudine del governo dopo l'imbarco dei primi reggimenti
schiavoni, e la fatica durata finora ad imbrigliare la rabbia del popolo.
- Sì... sissignore, so tutto -
balbettò il Savio di settimana.
- Io ho ritenuto mio dovere di chiarire
all'Eccellentissimo Procuratore tali tristi condizioni della Repubblica -
soggiunse il Battaja.
Lucilio, senza degnarsi di badare a
costui, riprese la parola.
- Ella conosce del pari, signor
Procuratore, gli estremi sommari del trattato che si firmerà fra breve a Milano
fra il cessante Maggior Consiglio e il Direttorio di Francia!
Questo crudele ricordo cavò dagli
occhi del Procuratore due lagrimone che se non accennavano il coraggio non
erano peraltro senza una tal qual dignità di mestizia e di rassegnazione. Esse
bagnarono tortuose la cipria di cui aveva spruzzolata la pelle, e ne divenne
più giallo e men bello di prima.
- Signor Procuratore - riprese
Lucilio - io sono un semplice cittadino; ma cerco il bene, il vero bene di
tutti i cittadini! Dico che si farebbe atto di patria carità e prova
d'indipendenza correndo incontro alle ottime intenzioni degli altri; così si
risparmierebbero molti disordini interni che non mancheranno di intorbidare le
cose se ancora si tarda la conclusione del trattato. Io per me son alieno da
qualunque ambizione, e lo vedranno dal posto che mi si è voluto concedere nel
quadro della futura Municipalità. Il signor Villetard (e accennava l'ometto
irrequieto e rossigno) ha favorito scrivere le condizioni, a tenor delle quali
cambiatesi le forme del governo, un presidio francese entrerà a proteggere il
primo stabilimento della vera libertà in Venezia. Sono i soliti articoli
(prendeva in ciò dire dalla tavola uno scritto e lo scorreva rapidamente):
erezione dell'albero della libertà, proclamazione della democrazia con
rappresentanti scelti dal popolo, una Municipalità provvisoria di ventiquattro
veneziani alla testa dei quali l'ex-doge Manin e Giovanni
Spada, ingresso di quattromila Francesi come alleati in Venezia, richiamo della
flotta, invito alle città di terraferma, di Dalmazia e delle isole ad unirsi
colla madre patria, licenziamento definivo degli Schiavoni, arresto del signor
d'Entragues, manutengolo dei Borboni, e cessione delle sua carte al Direttorio
pel canale della Legazione francese. Son tutte cose note e concesse
dall'unanime assenso del popolo. Infatti ieri stesso il Doge si dichiarò pronto
in piena assemblea a deporre le insegne ducali e a rimettere le redini del
governo in mano dei democratici. Noi chiediamo meno di quello ch'ei sia
disposto a concedere. Vogliamo ch'egli resti a capo del nuovo governo, arra di
stabilità e d'indipendenza per la futura Repubblica; non è vero, signor
Villetard?
L'omiciattolo accennò di sì con gran
lavorio di gesti e di boccacce. Lucilio si rivolse allora di bel nuovo al Savio
di settimana e gli porse quello scritto che aveva scorso poco prima.
- Ecco, signor Procuratore - egli
soggiunse - qui stanno i destini della patria: guardi ella di capacitarne
l'animo del Serenissimo Doge e degli altri nobili colleghi, altrimenti... Dio
protegga Venezia! io avrò fatto per salvarla quanto umanamente poteva.
Rispose colle lagrime agli occhi il
Procuratore:
- Io sono veramente grato a tanto
deferenza di loro illustri signori; - (Gli incorruttibili cittadini
rabbrividirono a questi titoli scomunicati) - Il Serenissimo Doge ed i colleghi
Procuratori, come cariche perpetue della Repubblica, sono pronti a sacrificarsi
per la sua salute - (sacrificarsi voleva dire cavarsela) - tanto più che la
fedeltà degli Schiavoni rimasti comincia a tentennare, e non ci meraviglierebbe
per nulla di vederli unirsi ai nostri nemici... - (Il Procuratore s'accorse
d'aver detto un sproposito e tossì e tossì che divenne scarlatto come la sua
tonaca) - dico di vederli unirsi ai nostri amici, che... che... che... vogliono
salvarci... ad ogni costo. Dunque io mi riprometto che queste condizioni - (e
mostrava il foglio come se stringesse fra le dita una vipera) - saranno
accettate con tutto il cuore dalla Serenissima Signoria, che il Maggior
Consiglio ratificherà i nostri salutari intendimenti, e che presto formeremo
una sola famiglia di cittadini uguali e felici.
La voce moriva in gola al Procuratore
come un singhiozzo; ma le sue ultime parole furono coperte da una salva di
applausi. Egli ne arrossì, il poveruomo, certo di vergogna, e poi s'affrettò a
chiedere che taluno di quella egregia adunanza volesse accompagnarsi con lui
per recar quel foglio a Sua Serenità. Fu scelto a voti unanimi il Zorzi: un
droghiere da appaiarsi ad un procuratore, per intimar l'abdicazione ad un
doge!... Due secoli prima l'intero Consiglio dei Dieci si era presentato al
Foscari, per chiedergli il corno e l'anello. Venezia tutta silenziosa e
tremante aspettava sulla soglia del Palazzo la gran novella dell'ubbidienza o
del rifiuto. Il vecchio e glorioso Doge preferì l'ubbidienza e ne morì di
dolore: ultima scena terribile e solenne d'un dramma misterioso. Qual divario
di tempi!... L'abdicazione del doge Manin potrebbe entrare come incidente in
una commedia del Goldoni senza tema di derogare alla propria gravità.
Intanto partirono il Procuratore e lo
Zorzi, partì il Villetard col Battaja e alcuni altri patrizi, stupidamente
traditori di se stessi: restammo noi pochi, l'eletta, il fiore della democrazia
veneziana. Il Dandolo era quello che parlava di più, io certo quello che ci
capiva meno. Lucilio s'era rimesso a passeggiare, a tacere, a pensare. Tutto ad
un tratto egli si volse a noi con cera poco contenta, e disse quasi pensando a
voce alta:
- Temo che faremo un bel buco
nell'acqua! -
- Come? - gli diede sulla voce il
Dandolo. - Un buco nell'acqua ora che tutto arride alle nostre brame?... Ora
che i carcerieri della libertà impugnano essi medesimi lo scalpello per
infrangerne i ceppi? Ora che il mondo redento alla giustizia ci prepara un
posto degno onorato indipendente al gran banchetto dei popoli, e che il
liberatore d'Italia, il domatore della tirannide ci porge la mano egli stesso
per sollevarci dall'abiezione ove eravamo caduti?
- Io sono medico - soggiunse
pacatamente Lucilio. - Indovinare i mali è il mio ministero. Temo che le nostre
buone intenzioni non abbiano bastevole radice nel popolo.
- Cittadino, non disperare della
virtù al pari di Bruto! - uscì a dire come ruggendo un giovinetto quasi imberbe
e di fisonomia tempestosa. - Bruto disperò morendo, noi siamo per nascere!
Quel giovinetto era un levantino di
Zante, figliuolo d'un chirurgo di vascello della Repubblica, e dopo la morte
del padre avea preso stanza a Venezia. Le sue opinioni non erano state le più
salde in fino allora, perché si bisbigliava che soltanto alcuni mesi prima gli
fosse passato pel capo di farsi prete; ma comunque la sia, di prete che voleva
essere era diventato invece poeta tragico; e una sua tragedia, il Tieste,
rappresentata nel gennaio allora decorso sul teatro di Sant'Angelo, avea
furoreggiato per sette sere filate. Quel giovinetto ruggitore e stravolto aveva
nome Ugo Foscolo. Giulio Del Ponte, che non avea fiatato in tutta la sera, si
riscosse a quella sua urlata, e gli mandò di sbieco uno sguardo che somigliava
una stilettata. Tra lui e il Foscolo c'era l'invidia dell'ingegno, la più
fredda e accanita di tutte le gelosie; ma il povero Giulio s'accorgeva di
restar soperchiato, e credeva ricattarsi coll'accrescere veleno al proprio
rancore. Il leoncino di Zante non degnava neppur d'uno sguardo codesta pulce
che gli pizzicava l'orecchio, o se gli dava qualche zaffata era più per noia
che per altro. In fondo in fondo egli aveva una buona dose di presunzione e non
so se la gloria del cantor dei Sepolcri abbia mai uguagliato i desiderii
e le speranze dell'autor di Tieste. Allora meglio che un letterato egli
era il più strano e comico esemplare di cittadino che si potesse vedere; un
vero orsacchiotto repubblicano ringhioso e intrattabile; un modello di virtù
civica che volentieri si sarebbe esposto all'ammirazione universale; ma
ammirava sé sinceramente come poi disprezzò gli altri, e quel gran principio
dell'eguaglianza lo aveva preso sul serio, tantoché avrebbe scritto a tu per tu
una lettera di consiglio all'Imperator delle Russie e si sarebbe stizzito che
le imperiali orecchie non lo ascoltassero. Del resto sperava molto, come forse
sperò sempre ad onta delle sue tirate lugubri e de' suoi periodi disperati;
giacché temperamenti uguali al suo, tanto rigogliosi di passione e di vita, non
si rassegnano così facilmente né all'apatia né alla morte. Per essi la lotta è
un bisogno; e senza speranza non può esservi lotta. - Giulio Del Ponte non fu
il solo che si scotesse alla romana apostrofe del Foscolo; anche Lucilio la
onorò d'un sorriso tra l'amichevole e il pietoso; ma non credette opportuno
rispondere direttamente.
- Chi di voi - soggiunse egli - chi
di voi ha badato questa sera al Villetard mentr'io esponeva le sue condizioni
all'ex-Procuratore?
- Ci ho badato io - soggiunse un uomo
alto e ben tarchiato che seppi esser lo Spada, quello che volean dare per
compagno al Manin nel nuovo governo. - Egli mi avea viso di traditore!
- Bravo cittadino Spada! - riprese
Lucilio - soltanto egli crederà di esser niente più che un buon servitore del
proprio paese, un ministro accorto e fortunato. Già è qualche tempo che sulle
bandiere di Francia la gloria ha preso il posto della libertà!
- E che volete farci? - sclamò
rozzamente lo Spada.
- Nulla - continuò Lucilio - perché
non ci possiamo nulla. Soltanto, per chi ancor nol sapesse, voglio dichiarare
la mente nostra nell'operare questa rivoluzione prima che ce ne venga il
comando formale da Milano. Gli è appunto che la diffidenza è un'ottima virtù
sopratutto pei deboli, ma temo che non basti. Si vorrebbe che i Francesi
fossero aiuto e non esecutori; ecco l'idea. Vorremmo mutarci da noi, non farci
mutare da altri come gente che ha perduto la facoltà di moversi. I Francesi ci
dovranno venire perché lo possono e lo vogliono; ma trovino almeno tutto fatto,
e non ci si incastrino nei fianchi come padrini!...
- Vengano i Francesi a risparmiarci
la guerra civile, e le proscrizioni di Silla! - sclamò il Foscolo.
Il Barzoni, che non aveva mai
parlato, alzò il capo per fulminar d'una occhiata l'imprudente oratore.
- Ben detto - riprese tuttavia
Lucilio - ma dovevi dire: vengano a risparmiarci un altro secolo di torpore
uguale ai decorsi e con diverse apparenze. Vengano a scuoterci, a spaventarci,
a farci vergognare di noi, a sollecitare colla paura di lor tirannia lo
svegliarsi operoso e sublime della nostra libertà... Ecco quello che dovevi
aggiungere!... Se noi saremo tali da prenderli per emuli e non per padroni, lo
sapremo di qui a qualche mese. Villetard ne dubita e ne teme, e ciò mi fa
supporre che più in alto di lui si desideri altrimenti!
- Che importa questo? - lo interruppe
Amilcare. - Noi rispettiamo le tue parole, cittadino Vianello, ma sentiamo i
nostri polsi intolleranti di schiavitù, e ci ridiamo di Villetard e di chi sta
sopra di lui, come ci ridiamo di San Marco, degli Schiavoni, e del procurator
Pesaro!
Lucilio stornò la mente da tali
considerazioni forse troppo tristi o tardive per lui, e si volse a me con un
fare quasi paterno.
- Cittadino Altoviti - egli disse -
vostro padre si è adoperato moltissimo a vantaggio della libertà; gli si deve
una ricompensa ch'egli vuol cedere a noi. Non se gli avrebbe badato se la
vostra indole e la vostra condotta non davano lusinga di veder continuati in
voi gli esempi famigliari. Voi siete uno dei membri più giovani del Maggior
Consiglio, siete uno fra i pochi, anzi fra i pochissimi che voterete per la
libertà non per codardia ma per altezza di animo. Vi notifico adunque che foste
scelto per primo segretario del nuovo governo.
Un mormorio di maraviglia dei giovani
lì presenti accolse tali parole.
- Sì - proseguì Lucilio - e chi ha
speso qualche milione a Costantinopoli per volgere la Turchia a danno della
Sacra Alleanza, chi ha sacrificato molti anni della propria vita a rannodare
nel lontano Oriente le trame di quest'opera di redenzione che ci farà forse
liberi e certo uomini, chi ha fatto questo pretenda altrettanto pel figliuol
suo!... Lo dico io, lo posso dir io che all'indomani del trionfo tornerò
nell'ospitale a salassare i miei malati!
Un applauso unanime scoppiò da tutta
la radunanza, e dieci paia di braccia si litigarono il dottor Vianello per
istringerlo al cuore. Io scomparvi affatto in questa frenesia d'entusiasmo, e
restai da un canto pensieroso, colla pietra di mulino sul petto del mio
segretariato. Allora il discorrere diventò generale; si parlava della flotta,
della Dalmazia, del modo più sicuro per ottener l'adesione del general
Bonaparte alla nuova forma di governo. Si buttò via molto fiato fino a
mezzanotte quando lo Zorzi rientrò nella sala, col portamento autorevole d'un
bottegaio che ha rovesciato un governo di tredici secoli.
- E così? - gli domandarono tutti.
- E così - rispose lo Zorzi - il Doge
mi ha pregato di recarmi da Villetard per ottenere le sue condizioni in
iscritto; non sapeva sua Serenità che noi le avevamo già in tasca. Domani
adunque sarà proposta nel Maggior Consiglio la parte di adottar sul momento per
la Repubblica di Venezia il sistema democratico del nuovo governo provvisorio
da noi ideato.
- Viva la libertà! - gridarono tutti.
E fu un tal fremito di gioia e
d'entusiasmo che io pure mi sentii scorrere per le vene come una striscia di
fuoco. Se in quel momento mi avessero comandato di credere alla risurrezione di
Roma coi Camilli e coi Manlii, non ci avrei trovato nulla di strano ad
ubbidire. Indi a poco ci separammo, e benché l'ora fosse tardissima il galateo
veneziano permise a me ed a Giulio di passare in casa della Contessa. Io era
fuori di me addirittura senza saperne il perché: tale deve sentirsi un cavallo
generoso al sonar della tromba. Giulio all'incontro pareva malcontento della
parte troppo modesta da lui sostenuta nell'adunanza di quella sera; e sì che
doveva essere avvezzo a tali combriccole, perché tanto egli che Foscolo erano
stati imputati di immischiarsi in tali faccende, e la madre di quest'ultimo
dicevasi averlo consigliato a perire piuttosto che svelare alcuno de' suoi
compagni. Così tornavano allora di moda le madri spartane. Il fatto sta che la
Pisana in quella sera non ebbe occhi che per me, ma io era troppo addentro nel
pensiero del nuovo governo, del Maggior Consiglio della dimane e dei pronostici
di mio padre per fermarmi in quelle amorosità. La guardava sì, ma come
un'attenta scoltatrice delle mie declamazioni, e questo mio contegno non le
garbava punto. Quanto a Giulio al vederlo così uggioso appena lo sopportava, e
le sue affaticate galanterie non ottenevano il premio della quarta parte di ciò
che gli costavano. Ben è vero che la Contessa ne lo rimunerava con un subisso
d'interrogazioni sulle novelle della giornata, ma il letteratuncolo non la
intendeva a quel modo, e si arrischiava più volentieri alla taccia d'ingrato
che al martirio della noia. L'accorta vecchia, mano a mano che il mal tempo
cresceva, andava raccogliendo le vele, e ormai era ridotta a parole una mezza
sanculotta. Di dentro poi Dio sa quanto odio e quanta bile covasse!
- Cosa dice, signor Giulio! Verranno
questi Francesi?... Si casseranno i crediti ipotecati sopra le rendite
feudali?... E i patrizi che sieno sicuri d'una pensione o d'una carica? E san
Marco che sia conservato sugli stendardi?
Giulio sospirava, sbadigliava,
digrignava, si storceva, ma l'inesorabile Contessa voleva pur cavarne qualche
risposta, e credo ch'egli con maggior buona grazia si sarebbe lasciato cavar un
dente. Io intanto non poteva resistere al piacere di pavoneggiarmi dinanzi alla
Pisana colle mie future splendidezze, e lasciava travedere che nel nuovo
governo ci sarebbe stato un bel seggio anche per me.
- Davvero Carlino? - mi chiese cheta
cheta la donzella. - Ma non siamo intesi che dobbiate metter sul trono
l'eguaglianza?
Io alzai le spalle dispettosamente.
Andate dunque a filosofeggiare con donne! Non so peraltro se tacqui per
disdegno o per non saper cosa rispondere. Il fatto sta che per quella sera
l'ambizione scavalcò affatto l'amore, e che mi partii dalla Pisana che non
avrei nemmen saputo dire di qual colore avesse gli occhi. Salutai Giulio
soprappensiero in Frezzeria, e m'avviai soletto e ballonzolando d'impazienza
per la Riva degli Schiavoni. Mi ricorderò sempre di quella sera memorabile
dell'undici maggio!... Era una sera così bella così tiepida e serena che parea
fatta pei colloqui d'amore per le solinghe fantasie per le allegre serenate e
nulla più. Invece fra tanta calma di cielo e di terra, in un incanto sì poetico
di vita e di primavera una gran repubblica si sfasciava, come un corpo marcio
di scorbuto; moriva una gran regina di quattordici secoli, senza lagrime, senza
dignità, senza funerali. I suoi figliuoli o dormivano indifferenti o tremavano
di paura; essa, ombra vergognosa, vagolava pel Canal Grande in un fantastico
bucintoro, e a poco a poco l'onda si alzava e bucintoro e fantasma scomparivano
in quel liquido sepolcro. Fosse stato almeno così!... Invece quella morta larva
rimase esposta per alcuni mesi, tronca e sfigurata, alle contumelie del mondo;
il mare, l'antico sposo, rifiutò le sue ceneri; e un caporale di Francia le
sperperò ai quattro venti, dono fatale a chi osava raccoglierle! Ci fu un
momento ch'io alzai involontariamente gli occhi sul Palazzo Ducale e vidi la
luna che abbelliva d'una vernice di poesia le sue lunghe logge e i bizzarri
finestroni. Mi pareva che migliaia di teste coperte dell'antico cappuccio
marinaresco o della guerresca celata sporgessero per l'ultima volta da quei
mille trafori i loro vacui sguardi di fantasma; poi un sibilo d'aria veniva pel
mare che somigliava un lamento. Vi assicuro che tremai; e sì ch'io odiava
l'aristocrazia e sperava dal suo sterminio il trionfo della libertà e della
giustizia. Non c'è caso; vedere le grandi cose adombrarsi nel passato e
scomparire per sempre è una grave e inesprimibile mestizia. Ma quanto più son
grandi queste cose umane, tanto più esse resiston anche colle compagini fiacche
e inanimate all'alito distruttore del tempo; finché sopraggiunge quel piccolo
urto che polverizza il cadavere, e gli toglie le apparenze e perfin la memoria
della vita. Chi s'accorse della caduta dell'Impero d'Occidente con Romolo
Augustolo? - Egli era caduto coll'abdicazione di Diocleziano. - Chi notò nel
1806 la fine del Sacro Romano Impero di Germania? - Egli era scomparso dalla
vista dei popoli coll'abdicazione di Carlo V. - Chi pianse all'ingresso dei
Francesi in Venezia la rovina d'una grande repubblica, erede della civiltà e
della sapienza romana, e mediatrice della cristianità per tutto il Medio Evo? -
Essa si era tolta volontariamente all'attenzione del mondo dopo l'abdicazione
di Foscari. Le abdicazioni segnano il tracollo degli stati; perché il pilota né
abbandona né è costretto ad abbandonare il timone d'una nave che sia guernita
d'ogni sua manovra e di ciurme esperte e disciplinate. Le disperazioni, gli
abbattimenti, l'indifferenza, la sfiducia precedono di poco lo sfasciarsi e il
naufragio. Io volsi dunque gli occhi al Palazzo Ducale e tremai. Perché non
distruggere quella mole superba e misteriosa, allora che l'ultimo spirito che
la animava si perdeva per l'aria?... In quei marmi rigidi eterni, io presentiva
più che una memoria un rimorso. E intanto vedeva più in giù sulla riva i fedeli
Schiavoni che mesti e silenziosi s'imbarcavano; forse le loro lagrime
consolarono sole la moribonda deità di Venezia. Allora mi sorse nell'anima una
paura più distinta. Quella nuova libertà quella felice eguaglianza quella
imparziale giustizia coi Francesi per casa cominciò ad andarmi un po' di
traverso. Avea ben avvisato Lucilio di operare la rivoluzione prima che
Bonaparte ce ne mandasse da Milano l'ordine e le istruzioni; ma ciò non
toglieva che i Francesi sarebbero venuti da Mestre: e una volta venuti, chi
sa!... Fui pronto ad evocare la magnanima superbia d'Amilcare per liberarmi da
queste paure. «Oh bella!» pensai «siam poi uomini come gli altri; e questo
nuovo fuoco di libertà che ci anima sarà all'uopo fecondo di prodigi. Di più
l'Europa non potrà esserci ingrata; il suo proprio interesse non gliel
consente. Colla costanza con la buona volontà torneremo ad esser noi: e gli
aiuti non devono mancare o da poggia o da orza!...».
Con tali conforti tornai verso casa
ove mio padre mi significò che era molto contento del posto a me riserbato
nella futura Municipalità; e che badassi a condurmi bene e ad assecondare i
suoi consigli, se voleva andare più in su. Non mi ricordo cosa gli risposi; so
che andai a letto e che non chiusi occhio fino alla mattina. Potevano esser le
otto e tre quarti quando sonò la campana del Maggior Consiglio, ed io m'avviai
verso la Scala dei Giganti. Per quanto avessero fretta i signori nobili di commettere
il gran matricidio, le delizie del letto non consentirono che si anticipasse
più d'un quarto d'ora sul solito orario. I comparsi furono cinquecento
trentasette; numero illegale giacché per inviolabile statuto ogni deliberazione
che non si fosse discussa in un'adunanza di almeno seicento membri si
considerava illegittima e nulla. La maggior parte tremava di paura e
d'impazienza; avevano fretta di sbrigarsi, di tornare a casa, di svestir quella
toga, omai troppo pericolosa insegna d'un impero decaduto. Alcuni ostentavano
sicurezza e gioia; erano i traditori; altri sfavillavano d'un vero contento,
d'un orgoglio bello e generoso pel sacrifizio che cassandoli dal Libro d'Oro li
rendeva liberi e cittadini. Fra questi io ed Agostino Frumier sedevamo stringendoci
per mano. In un canto della sala venti patrizi al più stavano ravvolti nelle
loro toghe rigidi e silenziosi. Alcuni vecchioni venerandi che non comparivano
da più anni al Consiglio e vi venivano quella mattina ad onorare la patria del
loro ultimo e impotente suffragio; qualche giovinetto fra loro, qualche uomo
onesto che s'inspirava dai magnanimi sentimenti dell'avo del suocero del padre.
Mi stupii non poco di vedere in mezzo a questi il senatore Frumier e il suo
figlio primogenito Alfonso; giacché li sapeva devoti a San Marco, ma non tanto
coraggiosamente, come mi fu veduto allora. Stavano uniti e quasi stretti a
crocchio fra loro; guardavano i compagni non colla burbanza dello sprezzo né
col livore dell'odio, ma colla fermezza e la mansuetudine del martirio.
Benedetta la religione della patria e del giuramento! Là essa risplendeva d'un
ultimo raggio senza speranza e tuttavia ripieno di fede e di maestà. Non erano
gli aristocratici, non erano i tiranni; né gli inquisitori; erano i nipoti dei
Zeno e dei Dandolo che ricordavano per l'ultima volta alle aule regali le
glorie e le virtù degli avi. Li guardai allora stupito ed ostile; li ricordo
ora meravigliato e commosso; almeno io posso ridere in faccia alle storie
bugiarde, e non evocare dall'ultimo Maggior Consiglio di Venezia una
maledizione all'umana natura.
In tutta la sala era un sussurrio, un
fremito indistinto; solo in quel canto oscuro e riposto regnavano la mestizia e
il silenzio. Fuori il popolo tumultuava; le navi che tornavano dal disarmamento
dell'estuario, alcuni ultimi drappelli di Schiavoni che s'imbarcavano, le
guardie che contro ogni costume custodivano gli anditi del Palazzo Ducale,
tutti presagi funesti. Oh è ben duro il sonno della morte, se non si
svegliarono allora, se non uscirono dai loro sepolcri gli eroi, i dogi, i
capitani dell'antica Repubblica!...
Il Doge s'alzò in piedi pallido e
tremante, dinanzi alla sovranità del Maggior Consiglio di cui egli era il
rappresentante, e alla quale osava proporre una viltà senza esempio. Egli aveva
letto le condizioni proposte dal Villetard per farsi incontro ai desiderii del
Direttorio francese, e placar meglio i furori del general Bonaparte. Le
approvava per ignoranza, le sosteneva per dappocaggine, e non sapeva che il
Villetard, traditore per forza, aveva promesso quello che nessuno aveva in
animo di mantenere: Bonaparte meno di tutti gli altri. Lodovico Manin balbettò
alcune parole sulla necessità di accettare quelle condizioni, sulla resistenza
inutile, anzi impossibile, sulla magnanimità del general Bonaparte, sulle
lusinghe che si avevano di fortuna migliore per mezzo delle consigliate
riforme. Infine propose sfacciatamente l'abolizione delle vecchie forme di
governo e lo stabilimento della democrazia. Per la metà di un tale delitto
Marin Faliero era morto sul patibolo; Lodovico Manin seguitava a disonorare coi
suoi balbettamenti sé, il Maggior Consiglio, la patria, e non vi fu mano d'uomo
che osasse strappargli dalle spalle il manto ducale, e stritolare la sua testa
codarda su quel pavimento dove avevano piegato il capo i ministri dei re e i
legati dei pontefici! - Io stesso ne ebbi pietà; io che nell'avvilimento e
nella paura d'un doge non vedeva altro allora che il trionfo della libertà e
dell'eguaglianza.
Tutto ad un tratto rimbombano alcune scariche
di moschetteria: il Doge si ferma costernato e vuol discendere i gradini del
trono; una folla di patrizi spaventata se gli accalca intorno gridando: - Alla
parte, ai voti! - Il popolo urla di fuori; di dentro crescono la confusione e
lo sgomento. Sono gli Schiavoni ribelli! (gli ultimi partivano allora e
salutavano con quegli spari l'ingrata Venezia). Sono i sedici mila congiurati
(i sogni di Lucilio). È il popolo che vuole sbramarsi nel sangue dei nobili!
(il popolo nonché preferire l'obbedienza a que' nobili, alla più dura servitù
che lo minacciava, amava anzi quell'obbedienza e non voleva dimenticarla).
Insomma fra le grida, gli urti, la fretta, la paura, si venne al suffragio.
Cinquecento dodici voti approvarono la parte non ancor letta, che conteneva
l'abdicazione della nobiltà, e lo stabilimento d'un Governo Provvisorio
Democratico, sempreché s'incontrassero con esso i desiderii del general
Bonaparte. Del non aspettarsi da Milano i supremi voleri del medesimo e il
trattato che si stava stipulando, davasi per motivo l'urgenza dell'interno
pericolo. Venti soli voti si opposero a questo vile precipizio; cinque ne
furono di non sinceri. Lo spettacolo di quella deliberazione mi rimarrà sempre
vivo nella memoria: molte fisonomie, che vidi allora in quella torma di pecori
avvilita tremante vergognosa, le veggo anche ora dopo sessant'anni con profondo
avvilimento. Ancora ricordo le sembianze cadaveriche sformate di alcuni,
l'aspetto smarrito e come ubbriaco di altri, e l'angosciosa fretta dei molti
che si sarebbero, cred'io, gettati dalle finestre per abbandonare più presto la
scena della loro viltà. Il Doge corse alle sue stanze svestendosi per via delle
sue insegne, e ordinando che si togliessero dalle pareti gli apparamenti
ducali; molti si raccoglievano intorno a lui, quasi a scordare il proprio
vitupero nello spettacolo d'un vitupero maggiore. Chi usciva in Piazza aveva
cura prima di gettare la perrucca e la toga patrizia. Noi soli, pochi e illusi
adoratori della libertà in quel pecorame di servi (eravamo cinque o sei),
corsimo alle finestre e alla scala gridando: - Viva la libertà! - Ma quel grido
santo e sincero fu profanato poco stante dalle bocche di quelli che ci videro
una caparra di salute. Paurosi e traditori si mescolarono con noi; il romore il
gridio cresceva sempre; io credetti che un puro e generoso entusiasmo
trasformasse quei mezzi uomini in eroi, e mi precipitai nella Piazza, gettando
in aria la mia perrucca e urlando a perdifiato: - Viva la libertà! - Il general
Salimbeni, appostato con qualche altro cospiratore, s'era già messo a
strepitare in mezzo al popolo eccitandolo al tripudio e al tumulto. Ma la turba
gli si scagliò contro furibonda, e lo costrinse a gridare: - Viva San Marco! -
Quelle nuove grida soffocarono le prime. Molti, massime i lontani, credettero
che la vecchia Repubblica fosse uscita salva dal terribile cimento della
votazione. - Viva la Repubblica! Viva San Marco! - fu una sola voce in tutta la
piazza gremita di gente; le bandiere furono inalberate sulle tre antenne; l'immagine
dell'Evangelista fu portata in trionfo; e un'onda minacciosa di popolo corse
alle case di quei patrizi che erano in voce d'aver congiurato per la chiamata
dei Francesi. In mezzo alla folla, incerto confuso diviso dai compagni,
m'incontrai in mio padre e in Lucilio forse meno confusi ma più avviliti di me.
Essi mi presero fra loro e mi trascinarono verso la Frezzeria. Quei pochi
patrizi che aveano votato per l'indipendenza e la stabilità della patria ci
passarono rasente colle loro perrucche, colle loro toghe strascicanti. Il
popolo faceva largo senza improperi ma senza plauso. Lucilio mi strinse il
braccio. - Li vedi? - mi bisbigliò all'orecchio - il popolo grida: «Viva San
Marco!» e non ha poi il coraggio di portar in trionfo, e di crear doge uno di
questi ultimi e degni padroni che gli restano!... Servi, servi, eternamente
servi!
Mio padre non si perdeva in
sofisticherie; egli affrettava il passo come meglio poteva, e gli tardava l'ora
di trovarsi nella sua camera per meditare al sicuro il pro' ed il contro.
Un proclama della nuova Municipalità
che dipingeva la vile condiscendenza dei patrizi come un libero e spontaneo
sacrifizio alla sapienza dei tempi, alla giustizia e al bene di tutti rimise la
tranquillità nel buon popolo veneziano. Come il dente d'un topo basta per far
calare a fondo una nave tarlata, così l'intrigo di un segretariuccio parigino,
di quattro o cinque traditori, e d'alcuni repubblicani avea bastato per
rovesciare quell'edifizio politico che aveva resistito a Solimano II e alla lega
di Cambrai. Rivolgimenti senza grandezza perché senza scopo; ai quali
dovrebbero chiedere lume d'esperienza i caporioni di partito, quando la fortuna
consegna alle loro mani le sorti della patria. Quattro giorni dopo barche
veneziane condussero a Venezia truppe francesi: e una città difesa pochi giorni
prima da undicimila Schiavoni, da ottocento pezzi d'artiglieria, e da duecento
legni armati si consegnò spoglia, volontaria incatenata alla soldatesca balía
di quattromila venturieri capitanati da Baraguay d'Hilliers. La Municipalità
fece codazzo a costoro fra il silenzio e il disprezzo della folla. Io pure come
segretario ebbi la mia parte di quei taciti insulti; ma l'entusiasmo della
Pisana, e le esortazioni di mio padre mi animavano a tutto sopportare per amore
della libertà. Compativa agli ignoranti né credeva di compatire ai miseri. Il
mio coraggio fu debolmente smosso dalle risposte venuteci dalle provincie di
terraferma al nostro invito di accedere al nuovo governo. I podestà
tentennavano, i generali francesi si beffavano di noi. Venezia rimase sola
colla sua libertà di falso conio. - L'Istria e la Dalmazia venivano intanto
occupate dall'Austria, giusta la facoltà concessa dai segreti preliminari di
Leoben. Anche questo non mi andava a versi. La Francia con flotte veneziane
s'impadroniva de' nostri possedimenti nell'Albania e nell'Ionio; minaccia di
peggiori oltracontanze. Povero segretario io non aveva testa bastevole per
accordare tutte queste contraddizioni e farmene un criterio. Sospirava,
lavorava, e aspettava di meglio. Intanto gioverà notare il peccato per cui
cadde Venezia inonorata e incompianta dopo quattordici secoli di vita meritoria
e gloriosa. Nessuno, credo io, avvisò fino ad ora o formulò a dovere la causa
della sua rovina. Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo.
I popoli soli nella storia moderna vivono, combattono, e se cadono, cadono
forti e onorati, perché certi di risorgere.
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