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Nel quale, dopo un patetico addio
alla spensierata giovinezza, si comincia a vivere ed a pensare sul serio: ma
pur troppo non ebbi il vento in poppa. Fin d'allora era pericoloso fidarsi alle
promesse degli ospiti che volevano farla da padroni: ma gli ospiti, se non
altro furono benemeriti di averci dato la sveglia. Nel frattempo la Clara si fa
monaca, la Pisana si marita con S.E. Navagero, ed io seguito a scriver
protocolli. Venezia cade la seconda volta in punizione della prima, e i
patrioti si ricoverano sbuffando nella Cisalpina. Io resto, a quanto sembra,
per far compagnia a mio padre.
Addio, fresca e spensierata
giovinezza, eterna beatitudine dei vecchi numi d'Olimpo, e dono celeste ma
caduco a noi mortali! Addio rugiadose aurore, sfavillanti di sorrisi e di promesse,
annuvolate soltanto dai bei colori delle illusioni! Addio tramonti sereni,
contemplati oziosamente dal margine ombroso del ruscello, o dal balcone fiorito
dell'amante! Addio vergine luna, ispiratrice della vaga melanconia e dei
poetici amori, tu che semplice scherzi col capo ricciutello dei bambini, e
vezzeggi innamorata le pensose pupille dei giovani! Passa l'alba della vita
come l'alba d'un giorno; e le notturne lagrime del cielo si convertono
nell'immensa natura in umori turbolenti e vitali. Non più ozio, ma lavoro; non
più bellezza, ma attività; non più immaginazione e pace, ma verità e battaglia.
Il sole ci risveglia ai gravi pensieri, alle opere affaticate, alle lunghe e
vane speranze; egli s'asconde la sera lasciandoci un breve e desiderato premio
d'obblio. La luna ascende allora la curva stellata del cielo, e diffonde sulle
notti insonni un velo azzurrino e vaporoso, tessuto di luce di mestizia di
rimembranze e di sconforto. Sopraggiungono gli anni sempre più torvi ed
accigliati, come padroni malcontenti dei servi; sembrano vecchi cadenti
all'aspetto, e più son canute le fronti, più le orme loro trapassano rapide e
leggiere. È il passo dell'ombra che diventa gigante nell'appressarsi al
tramonto. - Addio atrii lucenti, giardini incantati, preludi armoniosi della
vita!... Addio verdi campagne, piene di erranti sentieri, di pose meditabonde,
di bellezze infinite, e di luce, e di libertà, e di canto d'augelli! Addio
primo nido dell'infanzia, case vaste ed operose, grandi a noi fanciulli, come
il mondo agli uomini, dove ci fu diletto il lavoro degli altri, dove l'angelo
custode vegliava i nostri sonni consolandoli di mille visioni incantevoli!
Eravamo contenti senza fatica, felici senza saperlo; e il cipiglio del maestro,
o i rimbrotti dell'aia erano le sole rughe che portasse in fronte il loro
destino! L'universo finiva al muricciuolo del cortile; là dentro se non era la
pienezza di ogni beatitudine, almeno i desiderii si moderavano, e l'ingiustizia
prendeva un contegno così fanciullesco, che il giorno dopo se ne rideva come
d'una burla. I vecchi servitori, il prete grave e sereno, i parenti arcigni e
misteriosi, le fantesche volubili e ciarliere, i rissosi compagni, le
fanciullette vivaci, petulanti, e lusinghiere ci passavano dinanzi come le apparizioni
d'una lanterna magica. Si avea paura dei gatti che ruzzavano sotto la credenza,
si accarezzava vicino al fuoco il vecchio cane da caccia, e si ammirava il
cocchiere quando stregghiava i cavalli senza timore di calci. Per me gli è vero
ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e torrei
volentieri di girarlo ancora per riavere l'innocente felicità d'una di quelle
sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana.
Ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me:
fedeli alla vecchiaia voi non fuggite né il suo seno gelato né il suo rigido
aspetto; vi veggo sempre vagolare a me dintorno come in una nube di pensiero e
d'affetto; e scomparir poi lontano lontano nell'iride variopinta della mia
giovinezza. Il tempo non è tempo che per chi ha denari a frutto: esso per me
non fu mai altro che memoria desiderio amore speranza. La gioventù rimase viva
alla mente dell'uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l'esperienza
della virilità. Oh come mai avrà a finire in nulla un tesoro di affetti e di
pensieri che sempre s'accumula e cresce?... L'intelligenza è un mare di cui noi
siamo i rivoli e i fiumi. Oceano senza fondo e senza confine della divinità, io
affido senza paura ai tuoi memori flutti questa mia vita omai stanca di
correre. Il tempo non è tempo ma eternità, per chi si sente immortale.
E così ho scritto un degno epitaffio
su quegli anni deliziosi da me vissuti nel mondo vecchio; nel mondo della
cipria, dei buli e delle giurisdizioni feudali. Ne uscii segretario d'un
governo democratico che non aveva nulla da governare; coi capelli cimati alla
Bruto, il cappello rotondo colle ali rialzate ai lati, gli spallacci del
giubbone rigonfi come due mortadelle di Bologna, i calzoni lunghi, e stivali e
tacchi così prepotenti che mi si udiva venire dall'un capo all'altro delle
Procuratie. - Figuratevi che salto dagli scarpini morbidetti e scivolanti dei
vecchi nobiluomini! Fu la più gran rivoluzione che accadesse per allora a
Venezia. Del resto l'acqua andava per la china secondo il solito, salvoché i
signori francesi si scervellavano ogni giorno per trovar una nuova arte da
piluccarci meglio. Erano begli ingegni e ce la trovavano a meraviglia. I
quadri, le medaglie, i codici, le statue, i quattro cavalli di san Marco
viaggiavano verso Parigi: consoliamoci che la scienza non avesse ancor
inventato il modo di smuovere gli edifici e trasportar le torri e le cupole:
Venezia ne sarebbe rimasta qual fu al tempo del primo successore di Attila.
Bergamo e Crema s'erano già occupate definitivamente per riquadrare la
Cisalpina; dalle altre provincie si vollero radunar a Bassano deputati che
giudicassero sul partito da prendersi. Berthier, destreggiatore, presiedeva per
attraversare ogni utile deliberazione; io scriveva a Bassano i desiderii dei
Municipali, e ne riceveva le risposte. Il dottor Lucilio, che senza parerlo
seguitava ad esser l'anima del nuovo governo, non voleva che si abbandonasse
quell'ultima àncora di salute, e destreggiava e si ostinava anche lui. Sembrava
che si fosse prossimi ad un accordo di comune gradimento quando il furbo
Berthier dichiarò a precipizio che l'accordo era impossibile, e buona notte!
Venezia restò colle sue ostriche, e le provincie coi loro presidenti, coi loro
generali francesi. Victor a Padova gracchiava impudentemente che non si badasse
ai Veneziani, razza putrida e incorreggibile d'aristocratici. Bernadotte, più
sincero, proibiva che da Udine si mandassero deputati alla commediola di
Bassano. I tempi erano così tristi che la crudeltà era poco men che pietosa, e
certo più meritoria dell'ipocrisia. Nondimeno io tirava innanzi colla benda
agli occhi e colla penna in mano, credendo di correre incontro ai tempi di
Camillo o di Cincinnato. Mio padre squassava il capo; io non gli badava per
nulla, e credeva forse che la volontà o la presunzione d'alcune teste calde
avrebbe bastato a slattare quella libertà bambina e già peggio che decrepita.
Una sera io vado in cerca della Contessa di Fratta alla solita casa, e mi
dicono che essa ha sloggiato e che l'è ita a stare sulle Zattere all'altro capo
della città. Trotto fino colà, mi arrampico per una scala di legno malconcia e
tarlata e guadagno finalmente un appartamento umido oscuro e quasi sprovvisto
di suppellettili. Non poteva tornare in me dalla maraviglia. Nell'anticamera mi
viene incontro la Pisana col lume; lo stupore cresce, e la seguo quasi
trasognato fino alla camera di ricevimento. Mio Dio, qual compassione!...
Trovai la Contessa accasciata in un
seggiolone di vecchio marrocchino nero tutto spelato; una lucernetta ad olio
agonizzava sopra un tavolino appoggiatosi al muro per non cadere. Del resto una
vera camera da affittare, senza mobilie, senza cortine, col pavimento di
assicelle sconnesse, e il solaio di travi malamente incalcinati. Le pareti nude
e lebbrose, le porte e le finestre tanto ben riparate che la fiamma miserabile
della lucerna stava sempre per ispegnersi. Accanto alla Contessa un vecchietto
slavato, bianco, paffutello sedeva sopra una scranna di paglia; egli portava
l'elegante arnese dei patrizi, ma una tossicina ostinatella e grassiccia
contrastava alquanto colla gioventù di quell'acconciatura. La Contessa lesse
sulle mie sembianze la maraviglia e il rammarico; laonde si compose alla sua
più bella cera d'allegria per darmi una smentita.
- Vedi, Carlino? - mi diss'ella con
un brio piuttosto forzato, - Vedi, Carlino, se sono una madre di famiglia ben
avveduta? La rivoluzione ci ha rovinati, ed io mi rassegno a ristringermi a
sparagnare per queste care viscere di figliuoli!... - E in ciò dire guardava la
Pisana, che le si era seduta a fianco rimpetto al nobiluomo, e teneva gli occhi
sul petto e le mani nelle tasche del grembiale.
- Ti presento mio cugino, il
nobiluomo Mauro Navagero - continuò ella - un cugino generoso e disposto a
stringere vieppiù con noi i vincoli della parentela. In poche parole fino da
questa mattina egli è il promesso sposo della nostra Pisana!
Io credo che vidi in quell'istante
tutte le stelle del firmamento come se un macigno piombatomi addosso m'avesse
schiacciato il petto: indi, a quel balenio di stelle successe una cecità
d'alcuni secondi, e poi tornai ad ascoltare e a guardare senzaché potessi
raccapezzarci nulla di quelle facce che aveva intorno e del ronzio che mi
sussurrava nelle orecchie. M'immagino che la Contessa si sarà dilungata a
magnificarmi il decoro di quel parentado; certo che il nobiluomo Navagero per
la sua tosse, e la Pisana per la confusione, non aveano tempo da perdere in
chiacchiere. Confesso che l'amore della libertà, l'ambizione e tutti gli altri
grilli, ficcatimi in corpo dalla generosità della stessa mia indole e dai
raggiri di mio padre, fuggirono via, come cani scottati da un rovescio d'acqua
bollente. La Pisana mi rimase in mente sola e regina; mi pentii, mi compunsi, mi
disperai di averla trascurata per tutto quel tempo, e m'accorsi che io era
troppo debole o viziato per trovare la felicità nelle grandi astrazioni.
Benedetto quello stato civile dove gli affetti privati sono scala alle virtù
civili; e dove l'educazione morale e domestica prepara nell'uomo il cittadino e
l'eroe! Ma io era nato da un'altra fungaia; i miei affetti contrastavano pur
troppo fra loro, come i costumi del secolo passato colle aspirazioni del
presente. Malanno che si perpetua nella gioventù d'adesso, e di cui si piangono
i guasti, senza pensare o senza poter provvedere al rimedio.
Quando osai rivolgere gli occhi alla
fanciulla sentii come un impedimento che me li faceva stornare; erano gli
sguardi freddi e permalosi del frollo fidanzato che erravano dal volto della
Pisana al mio coll'inquietudine dell'avaro. Vi sono certe occhiate che si
sentono prima di vederle; quelle di Sua Eccellenza Navagero ferivano
direttamente l'anima senza incommodare il nervo ottico. Però mi incommodavano
tutto quanto, per modo che dovetti ricorrere per ultimo e disperato rifugio al
viso raggruzzolito della Contessa. Costei appariva così raggiante di
contentezza che ne arrabbiai a tre tanti e finii col perder la bussola affatto.
Uno sprovveduto che appicca lite in un crocchio dove tutti gli stanno contro,
sarebbe in una condizione migliore assai della mia d'allora. La Pisana col suo
riserbo quasi beffardo mi inveleniva peggio degli altri. Stava per alzarmi, per
scappar via disperato a sfogare dovechessia il mio accoramento, quando entrò a
saltacchioni il mio signor padre. Egli era più vispo, più strano del consueto;
e pareva a notizia di tutto ciò che aveva tanto sorpreso e sconsolato me,
poiché si congratulò della buona fortuna col Navagero, e volse alla sposina uno
di que' suoi occhietti che parlavano meglio d'una lingua qualunque. Cosa
volete? quel vedere anche mio padre schierarsi fra i miei nemici, a papparsi
come tanta manna la mia disgrazia, mi diede un furor tale che non pensai più ad
andarmene, e sentii nell'animo qualche cosa di simile all'eroismo d'Orazio solo
contro Toscana tutta. Mi rassettai sulla mia seggiola sfidando orgogliosamente
il risolino della Contessa, l'indifferenza della Pisana, la gelosia del
Navagero, e la crudeltà di mio padre. Quando poi convenne alzarsi per partire,
m'avvidi troppo tardi che le ginocchia mi reggevano appena, e chi ci avesse
osservato camminare, me, mio padre, e il nobiluomo Navagero, ci avrebbe
scambiati per tre felicissimi ubbriachi in grado diverso. Non poteva dar retta
ai discorsi che mi facevano, e per la prima volta mi ficcai in letto senza
pensare al corno dorato del futuro doge democratico di Venezia. Mille disegni
varii, bizzarri, spaventevoli mi improvvisavano nel cervello tali arabeschi che
non arrivava a tenerci dietro. Sfidare a stocco e spada il Navagero, infilzarlo
come un ranocchio, indi intimare alla Pisana la mia solenne maledizione e
gettarmi nel canale per la comoda via della finestra; ovvero dopo ammazzato
colui prender fra le braccia costei, trafugarla sopra uno stambecco di Smirne,
e menarla meco alla vita del deserto, fra le rovine di Palmira o sulle sabbie
dell'Arabia Petrea, ecco i miei voli pindarici meno arrisicati. Del resto
poetava senza numeri senza accenti senza rime: non pensava né al difficile né
all'impossibile, e avessi avuto in istalla un ippogrifo e nelle tasche i tesori
di Creso, non avrei edificato castelli in aria con maggior libertà e
magnificenza. Così sognando m'addormentai, e sognai poscia dormendo, e
svegliatomi di buon mattino rappiccai il filo ai sogni del giorno prima.
Amilcare mi domandò ragione di quella
mia continua fantasticaggine, ed io fuori a contargliene più forse che non
avrebbe voluto. - Vergogna! un segretario della Municipalità perdersi in cotali
giullerie! Oh non arrossiva di esser geloso di un vecchio aristocratico bavoso
e slombato; e di sdilinquire scioccamente per una vanerella che pur di
maritarsi avrebbe sposato un satiro?... Questo già si vedeva apertamente; e il
bel contratto che sarebbe stato il mio di sostenere una tal parte!... Meglio
attendere a mostrarsi uomo, darsi tutto alla patria, al culto della libertà,
allora appunto che ci stava addosso tanto bisogno!
Amilcare parlava col cuore e mi
persuase; non valeva proprio la pena di inasinire dietro la Pisana; invece le
cure del governo esigevano tutto il mio tempo, tutta la mia premura. Feci forza
a me stesso; perdonai la vita al Navagero, e quella scena ch'io aveva
immaginata di rappresentarla alla Pisana prima di annegarmi o di partire per
l'Arabia, la mutai in una tacita apostrofe: - «Sta' pure, spergiura! Sei
indegna di me!» - Che io avessi diritto di pronunciare una tale sentenza, ne
dubito alquanto. Primo punto la ragazza nulla mi aveva giurato, e in secondo
luogo la mia pietosa cessione in favore di Giulio Del Ponte e la successiva
trascuraggine potevano averle dato a credere che mi fosse uscita dal cuore ogni
smania di farla mia. Invece io so benissimo che mai non ne ho smaniato tanto
come allora; ma la bizzarria e l'incredibilità del mio temperamento mi obbligava
appunto a non tenerle nascoste le sue intime transazioni. Il fatto sta
peraltro, che decisi di romperla colla ferma convinzione di esser io la
vittima: e questo mi autorizzava a farle ancora il patito più che non me lo
consentissero i miei intendimenti eroici e la pazienza del Navagero. Il conte
Rinaldo, che rade volte compariva nella camera di sua madre, usciva in qualche
moto di stizza a vedermi tortoreggiare dinanzi a sua sorella. Anch'egli,
poveretto, dava addosso al cane con tutti gli altri; ed io non mi convertiva
d'un punto, persuaso persuasissimo di essere tutto nella mia segreteria, e di
non pensare alla Pisana, né al suo matrimonio.
Gli affari della casa di Fratta
s'imbrogliavano peggio che mai. La signora Contessa giocava sempre
accanitamente, e quando non c'erano denari ne cercava al Monte di Pietà. La
filosofia del Contino e la spensieratezza della Pisana non se ne incaricavano
punto; e credo che Sua Eccellenza Navagero fosse destinato secondo essi a
raccomodare tutti quegli sdrucii. Quello che mi maravigliava assaissimo si era
la dimestichezza che continuava fra la Contessa e mio padre, benché questi non
avesse allentato d'un punto le cordicelle della sua borsa e avesse attraversato
con mille modi il disegno che covava la Contessa di un buon matrimonio fra me e
la Pisana. Io aveva capito così in ombra che a mio padre non garbavano questi
progetti, e che egli senza parlarmene indovinava la mia propensione e
studiavasi di sviarla. Ma come aveva poi fatto a contrastare le mire della
Contessa serbandosele in grazia lo stesso? Ecco quello che m'insegnai di
chiarire; e scopersi bel bello che egli era stato il sensale dello sposalizio
col cugino Navagero, e che la mia sfortuna io la doveva soprattutto a lui.
Quanto a me, egli, il vecchio negoziante, aveva delle alte idee; una donzella
ricchissima della famiglia Contarini gli sarebbe piaciuta per nuora, e non
mancava di darmi qualche colpetto di tanto in tanto perché io la distinguessi
fra le molte ragazze, le quali (bando alla superbia) non avrebbero sdegnato a
quel tempo di unire il mio al loro nome. Tutti gli attori hanno sulle scene del
mondo la loro beneficiata; e allora toccava a me. Il cittadino Carletto
Altoviti, ex-gentiluomo di Torcello, segretario della
Municipalità, prediletto del dottor Lucilio, e celebre in Piazza San Marco pei
suoi begli abiti, per la sua disinvoltura, e sopratutto pei milioni del signor
padre, non era un uomo da buttarlo in un canto. Io peraltro, raumiliato nella
mia boria dalla ribellione della Pisana, non mi gonfiava più per cotali meriti;
e in onta alle esortazioni di Amilcare non sapeva più sostenere il mio volo nel
cielo sublime della libertà e della gloria. Quel cielo cominciava ad oscurarsi
a minacciare tutto all'intorno grossi temporali. Mi fosse anche crollata la
terra sotto i piedi, non ci mancava altro! Tuttavia siccome era uomo di cuore
ed onorato, non trasandava le mie occupazioni al Palazzo Municipale. Soltanto
mi piaceva più di rodermi di rabbia al fianco della Pisana che fiutare in quel
palazzo la futura aura dogale pronosticatami da mio padre.
In quel torno, quando le faccende di
Venezia s'erano già acconciate alla servitù francese, e alla vaga aspettazione
d'un avvenire che appariva sempre più triste, il dottor Lucilio comparve in
casa della Contessa di Fratta. Costei temeva già da un mese quella visita e non
avea più il coraggio di rifiutarla. Il dottore sedette adunque dinanzi alla
Contessa con quel suo solito fare né umile né arrogante, e le chiese nei debiti
modi la mano della Clara. La Contessa finse una gran sorpresa e di essere
scandolezzata da una tale domanda; rispose che la sua figliuola era prossima a
pronunciar i voti e non intendeva per nulla avventurarsi ai pericoli del mondo,
da lei con tanta prudenza schivati; accennò da ultimo, ai diritti anteriori del
signor Partistagno il quale seguitava sempre ad empire bestialmente Venezia
delle sue lamentazioni sul sacrifizio imposto alla Clara, e certo non avrebbe
consentito che ella uscisse di convento per isposarsi ad un altro. Lucilio
rimbeccò netto e tondo che la Clara s'era promessa a lui prima che a nessuno,
che i voti non erano ancor pronunciati, che le leggi democratiche non
impedivano omai la loro unione per nessun conto, che la Clara aveva toccato la
maggiore età, e che in quanto al Partistagno, egli se ne rideva come de' suoi
sussurri che divertivano da un anno i crocchi d'ogni ceto. La Contessa
soggiunse colle labbra strette e con un sorriso maligno che, giacché aveva
messo in campo l'età omai adulta della Clara, poteva rivolgersi direttamente a
lei, e che si congratulava di vederlo così fermo ne' suoi propositi, benché
forse un po' tardivo a decidersi, e che gli augurava del resto che tutto
andasse a seconda de' suoi desiderii.
- Signora Contessa - conchiuse
Lucilio - io son fermo com'ella dice ne' miei propositi, e lo fui sempre da
molti anni a questa parte, benché volessi piuttosto in grazia loro capovolgere
il mondo che violare una convenienza od implorare a mani giunte un favore. Ora
che le circostanze ci hanno messo del pari, non esito a chiedere quello che
altri è pronto a concedermi. Io sono ben fortunato che ella non voglia opporsi
colla materna autorità alle più soavi ed ostinate speranze.
- S'accomodi, s'accomodi pure! -
aggiunse in fretta la Contessa. Pareva che così parlasse per paura di Lucilio,
ma forse ella pensava alla madre Redenta e derogava fiduciosamente a lei quello
scabroso incarico di difendere l'anima della Clara contro gli artigli del
diavolo. La reverenda madre stava alle vedette da un pezzo; e il dottor Lucilio
nell'accomiatarsi dalla Contessa non credette forse di esser ancora al bel
principio dell'impresa. Tuttavia che fosse molto sicuro non lo vorrei
affermare. Egli avea procrastinato di giorno in giorno per veder prima
assicurato a Venezia il trionfo del suo partito e delle opinioni democratiche.
Allora, forse prima d'ogni altro, fiutava il vento contrario; e superbo in
volto ma disperato nell'animo s'affrettava a giovarsi di quegli ultimi favori
della fortuna, per soddisfare il voto supremo del suo cuore. Vedeva
capitombolare que' bei castelli in aria di libertà politica, di gloria, e di
pubblica prosperità, e sperava salvarsi, aggrappandosi con un'àncora alla
felicità domestica. Con tali pensieri pel capo s'avviò al convento di Santa
Teresa, annunciò alla portinaia il proprio nome, e chiese di avere in
parlatorio la contessina Clara di Fratta. La portinaia scomparve nel monastero
e tornò indi a poco a riferire che la nobile donzella desiderava sapere la
cagione della sua visita, che ella avrebbe cercato di soddisfarlo senza
distogliersi dal raccoglimento claustrale. Lucilio trabalzò di sorpresa e di
rabbia; ma vide sotto questa risposta una gherminella fratesca, e tornò a
ripetere alla portinaia che un suo colloquio colla signorina Clara era necessario,
indispensabile; e che la signorina doveva ben saperlo anche lei, e che nessuno
al mondo poteva negargli il diritto di reclamarlo. Allora la conversa rientrò
ancora; e tornò dopo pochi istanti a dire con faccia arcigna che la donzella
sarebbe discesa indi a poco in compagnia della madre compagna. Questa madre
compagna non andava giù pel gozzo a Lucilio, ma egli non era uomo da prendersi
soggezione d'una monaca, e aspettò un po' irrequieto, misurando a gran passi il
pavimento marmoreo, rosso e bianco del parlatorio. Passeggiava a quel modo da
lunga pezza quando entrarono la madre Redenta e la Clara: quella col collo
torto cogli occhi bassi colle mani incrocicchiate sullo stomaco, e i
mustacchietti del labbro superiore più irti del solito: questa invece calma e
serena come sempre; ma la sua bellezza erasi illanguidita pel chiuso del
monastero, e l'anima ne traluceva più pura e ardente che mai, come stella da
una nebbia che va diradando. Erano molti anni che i due amanti non si vedevano
così dappresso; pure non diedero segno di gran turbamento; la loro forza, il
loro amore stavano così profondi nel cuore, che alle sembianze non ne giungeva
che un riflesso fioco e lontano. La madre Redenta cercava fra le folte siepaie
delle sue ciglia un traforo per cui spiare senz'essere osservata; le sue
orecchie vigilavano così spalancate che avrebbero sentito volare una mosca
all'altro capo della stanza.
- Clara - cominciò a dire Lucilio con
voce forse più commossa ch'ei non voleva - Clara, io vengo dopo un lunghissimo
tempo a ricordarvi quello che mi avete promesso; credo che anche per voi come
per me questi lunghi anni non saranno stati che un sol giorno di aspettazione.
Ora nessun ostacolo si oppone ai desiderii del cuor nostro; non più
coll'impazienza e colla sbadataggine della giovinezza, ma col senno afforzato,
e col proposito immutabile dell'età matura, io domando che mi ripetiate con una
parola la promessa di felicità che m'avete fatta al cospetto del cielo. Né
volontà di parenti né tirannia di leggi né convenienze sociali impediscono più
la vostra libertà o la mia delicatezza. Io vi offro un cuore, pieno di un solo
affetto, acceso tutto d'una fiamma che non morrà mai più, e provato e riprovato
dal lavoro dalla pazienza dalla sventura. Clara, guardatemi in volto. Quando è
che sarete mia?...
La donzella tremò da capo a piedi, ma
fu un attimo; ella appoggiò sul petto una mano che contrastava pallidissima
colla nera tonaca delle novizie, e alzò nel volto di Lucilio uno sguardo lungo
e misterioso che pareva cercasse traverso ad ogni cosa le speranze del cielo.
- Lucilio - rispose ella premendo
alquanto quella mano sul cuore - io ho giurato innanzi a Dio di amarvi, ho
giurato nel mio cuore di farvi felice per quanto starà in me. È vero: me ne
sovvengo sempre, e mi adopero sempre perché le mie promesse abbiano quel
maggiore effetto che Dio loro consente.
- Come sarebbe a dire? - sclamò
ansiosamente Lucilio.
La madre Redenta s'arrischiò a
sollevare le palpebre, per metter fuori due occhi così spaventati come se
appunto l'avesse veduto le corna di Berlicche. Ma il calmo aspetto della Clara
rimise più tranquilli quegli sguardi di dietro le solite feritoie.
- Vi dirò tutto - soggiungeva intanto
la donzella - vi dirò tutto, Lucilio, e voi giudicherete. Io son entrata in
questo luogo di pace per fidare l'anima mia a Dio e alla sua Provvidenza; vi ho
trovato affetti pensieri e conforti che mi fanno omai guardare con ribrezzo al
resto del mondo... Oh no, no Lucilio! Non vi sdegnate! Le anime nostre non
erano fatte per trovare la felicità in questo secolo di vizio e di perdizione.
Rassegnamoci e la troveremo lassù!
- Che dite mai? quali parole
pronunciate ora, che mi straziano il cuore ed escono dalle vostre labbra colla
soavità d'una melodia? Clara, per carità tornate in voi!... Pensate a me!...
Guardatemi in volto!... Ve lo ripeto con le mani in croce: pensate a me!
- Oh ci penso! ci penso anche troppo,
Lucilio; perché son troppo impigliata nelle cose mondane per sollevarmi pura e
semplice a Dio!... Ma che volete, Lucilio che volete da me?... La Repubblica
nostra è caduta in balía di uomini stranieri senza religione e senza fede. Non
v'è più bene non v'è più speranza, altro che nel cielo per le anime timorate di
Dio.
Perché fidarsi, Lucilio, alle
lusinghe di quaggiù?... Perché stabilire una famiglia in questa società che non
ha più rispetto a Dio ed alla Chiesa?... Perché?...
- Basta, basta, Clara!... Non
prendetevi scherno del mio dolore, della mia rabbia! Pensate a quello che dite,
Clara; pensate che voi dovete render conto dell'anima mia a quel Dio che
adorate e che intendete servir meglio consumando un sì atroce delitto. La
Repubblica è caduta?... la religione è in pericolo?... Ma che ha a far tutto
ciò con le promesse ch'io ebbi da voi?... Clara, pensate che il primo precetto
e il più sublime del Vangelo vi comanda di amare il vostro prossimo. Ora, come
prossimo, nulla più che come prossimo, io vi domando che vi ricordiate dei
vostri giuramenti e che non vi facciate un merito presso a Dio di essere
spergiura!... Dio abborre e condanna gli spergiuri; Dio rifiuta i sacrifizi
offerti a prezzo delle lagrime e del sangue altrui!... Se volete sacrificarvi,
or bene sacrificatevi a me!... Se non come felicità accettatemi come
martirio!...
La madre Redenta tossì romorosamente
per guastare l'effetto di queste parole recitate da Lucilio con un furor tale
di disperazione e di preghiera che spezzava l'anima. Ma la Clara si volse a lei
rassicurandola con un gesto, indi levato uno sguardo al cielo non temé di
avvicinarsi a Lucilio e di mettergli castamente una mano sulla spalla. Il
povero sapiente indovinò tutto da quello sguardo, da quell'atto, e sentì col
cuore lacerato di non poter seguire in cielo quell'anima che gli sfuggiva,
beata nei proprii dolori.
- Ma perché, perché mai, o Clara? -
proseguì egli senza pur aspettare ch'essa gli dichiarasse il senso terribile di
quei movimenti. - Perché volete uccidermi mentre potreste risuscitarmi?...
Perché vi dimenticate dell'amore santo eterno indissolubile che m'avete
giurato?
- Oh quest'amore, più santo più eterno
più indissolubile di prima ve lo giuro anche adesso! - rispose la donzella. -
Soltanto le nostre nozze siano in cielo poiché sulla terra Iddio le proibisce
ai suoi fedeli!... Ve lo giuro, Lucilio! Io vi amo sempre, io non amo che
voi!... Quest'amore ho potuto purificarlo santificarlo, ma non potrei
strapparmelo dalle viscere senza morire! Da ciò appunto vedete se la mia
vocazione è vera e tenace. Vi amerò sempre, vivrò sempre con voi in comunione
di preghiere e di spirito. Ma di più, Lucilio, voi non avete diritto di
chiedermi... Di più io non potrei concedervi perché Dio me lo proibisce!
- Dio adunque vi comanda di
uccidermi! - esclamò con un urlo Lucilio.
La madre Redenta gli corse dappresso
a raccomandargli la temperanza perché le suore stavano allora in meditazione e
potevano aver molestia da quelle vociate. La Clara abbassò gli occhi; pianse la
poveretta; ma né si piegò né si scosse dal suo fermo proposito. Le torture
ch'ella provava erano immense; ma la suora compagna avea contato bene sulle
astuzie adoperate per affatturarla in quel modo. Omai l'anima della Clara
abitava in cielo, e le cose di quaggiù non le vedeva che da quelle altezze
infinite. Avrebbe scontato colla propria morte un peccato veniale di Lucilio,
ma l'avrebbe anche ucciso per assicurargli la salute eterna.
Infatti ella tramortì e tremò tutta,
ma si strinse più vicina a lui, e riavendosi subitamente soggiunse:
- Lucilio, mi amate? Or bene
fuggitemi!... Ci incontreremo, siatene certo, in luogo migliore di questo... Io
pregherò per voi, pregherò per voi nei cilici e nel digiuno...
- Bestemmia! - gridò l'altro allora.
- Voi pregare per me?... Il carnefice che intercede per la vittima!... Dio avrà
orrore di tali preghiere!
- Lucilio! - soggiunse modestamente
la Clara. - Tutti siamo peccatori, ma quando...
La madre Redenta interruppe queste
parole con una opportuna gomitata.
- Umiltà, umiltà, figliuola! -
brontolò essa. - Non vi bisogna parlare né insegnare altrui quando non ne sia
mestieri strettamente.
Lucilio sbalestrò alla vecchia
un'occhiata quale ne suol dardeggiare il leone tra le sbarre della sua gabbia.
- No, no - soggiunse egli amaramente.
- Insegnatemi anzi, ché son molto novizio in quest'arte, e morrò certo di
crepacuore prima d'averla imparata!...
- Ed io, credete ch'io brami e voglia
vivere un pezzo? - soggiunse mestamente la Clara. - Sappiate che nessuna grazia
domando alla Madonna con tanta insistenza con tanto fervore quanto questa di
morir fra breve e di salire in cielo a intercedere per voi!...
- Ma io, io sdegno le vostre
preghiere! - scoppiò rugghiando Lucilio. - Io voglio voi! voglio la mia
felicità, il ben mio!...
- Calmatevi! abbiate compassione di
me!... Nel mondo non v'è più bene, lo so pur troppo!... Sapete che corre già la
voce dell'abolizione di tutti gli Ordini religiosi, e della demolizione dei
conventi!...
- Sì sì; e questa voce si
avvererà!... Ve lo giuro io che si avvererà. Io stesso farò sì che di questi
sepolcri di viventi non resti più pietra sopra pietra!...
- Tacete, Lucilio, per carità tacete!
- riprese la Clara guardando affannosamente la madre compagna che si dimenava
forse con segreta compiacenza sulla sua seggiola. - Convertitevi al timore di
Dio e alla fede vera fuor della quale non v'è salute!... Non commettete questi
peccati di eresia che vi fanno colpevole mortalmente dinanzi a Dio! Non
oltraggiate la santità di quelle anime che sposano su questa terra il loro
Creatore per renderlo più clemente verso i loro fratelli d'esilio!...
- Anime ipocrite, anime false e
corrotte - esclamò digrignando Lucilio - le quali adoperano per accalappiare
per domare altre anime semplici e deboli!...
- No, signor dottore carissimo; non
voglia calunniarci così alla cieca - entrò a dire con voce secca e nasale la
madre compagna. - Queste anime ipocrite che sacrificano la vita intiera per
afforzare e per salvare le deboli, sono le sole che difendano omai la fede e i
buoni costumi contro le perversità mondane. È merito loro se molte anime deboli
diventano così forti e sublimi da appoggiare ogni speranza in Dio, e da
riguardar le parole d'un semplice voto come una barriera insuperabile che le
divide per sempre dal consorzio dei tristi e degli increduli. Gli è vero -
soggiunse ella chinando il capo - che restiamo congiunte ad essi col vincolo
spirituale dell'orazione, la quale, vogliamo sperarlo, gioverà a salvarne
qualcuno dagli artigli infernali.
- Oh presto presto i tristi e gli
increduli sciorranno i vostri voti! - sclamò Lucilio con voce tonante. - La
società è opera di Dio e chi si ritragge da essa ha il rimorso del delitto o la
codardia dello spavento, o la dappocaggine dell'inerzia nell'animo!... - In
quanto a voi (e si volgeva specialmente alla Clara), in quanto a voi che avete
pervertito la coscienza vostra disumanandola, quanto a voi che salite al cielo calpestando
il cadavere d'uno che vi ama, che non vede, che non vive, che non pensa che per
voi, oh abbiatevi sul capo l'ira e la maledizione...
- Basta Lucilio! - sclamò la donzella
con piglio solenne. - Volete saper tutto? Or bene ve lo dirò!... I voti ch'io
pronuncerò domenica solennemente dinanzi all'altare di Dio, li ho già espressi
col cuore dinanzi al medesimo Dio in quella notte fatale che i nemici della
religione e di Venezia entrarono in questa città. Fummo otto ad offerire la
nostra libertà la nostra vita per l'allontanamento di quel flagello, e se
quegli infami quegli scellerati saranno costretti ad abbandonare la preda sì
vilmente guadagnata, Dio avrà forse benignamente riguardato il nostro
sacrifizio!...
La madre Redenta ghignò sotto la
cuffia, Lucilio dimise un poco del suo furore e mosse alcun passo verso
l'uscio: indi tornò presso la Clara quasi gli fosse impossibile di abbandonarla
a quel modo.
- Clara - riprese egli - io non vi
pregherò più; lo veggo, sarebbe inutile. Ma vi darò lo spettacolo di tanta
infelicità che i rimorsi vi perseguiteranno fin nel silenzio e nella pace del
chiostro. Oh voi non sapete, non avete mai saputo quanto vi amassi!... Non
avete misurato gli abissi profondi ed infiammati dell'anima mia tutti pieni di
voi: non avete dimenticato voi stessa, come io dimenticava affatto me, per
vivere sempre in voi. I sacrifizi ve li imponete con mille sottigliezze
mentali, non li accettate dalla santa spontaneità dell'affetto e del
sentimento!... Clara, io vi lascio a Dio, ma Dio vi vorrà egli?... L'adulterio
è egli permesso da quei santi comandamenti che sono il sublime compendio dei
nostri doveri?
Non so se così parlando Lucilio
intendesse di capitolare o di tentare un ultimo colpo. Del resto fra lui e la
Clara combattevano come due schermitori fuori di misura, contendevano come due
litiganti ognuno de' quali adoperava una lingua sconosciuta all'altro. La madre
Redenta trionfava sotto la sua cuffia di quel potente e instancabile
macchinatore che, si può dire, aveva dato l'ultimo crollo ad un governo di
quattordici secoli, e mutato faccia ad una bella parte di mondo. Perché mai
godeva ella di adoperare così?... Prima di tutto perché non v'ha orgoglio che
superi l'orgoglio degli umili; indi perché si vendicava sugli altri della
infelicità propria, e da ultimo perché voleva mantenere alla Contessa ciò che
le aveva promesso. Dopo tanti anni di lento lavorio ammirava allora nella
costanza della Clara l'opera propria, e non avrebbe dato quei momenti per
l'abbazia più cospicua dell'Ordine. Quanto a Lucilio, dopo tanti anni di
fatica, di perseveranza e di sicurezza, dopo aver superato ogni impedimento, e
atterrato ogni ostacolo, vedersi respinto senza remissione dallo scrupolo
divoto d'una donzella, e non poter conquidere un'anima dov'egli sapeva di
regnar ancora, era per lui un delirio che vinceva la stessa immaginazione!...
Con ogni sforzo di mente e di cuore era giunto là dove era impossibile
l'avanzare e il retrocedere: era giunto a diffidare di sé, dopo una sì lunga
sequela di continui trionfi. La fiducia avuta per l'addietro aggiungeva alla
sconfitta una vera disperazione. Tuttavia non credo ch'egli si desse per vinto:
giacché egli era di quella tempra che cede solamente alla frattura della morte.
Ma l'amore diventò in lui rabbia, odio, furore: e in quelle ultime parole
rivolte amaramente alla Clara la sola superbia lottava forse ancora. L'amore
s'era sprofondato dentro l'anima sua ad attizzarvi un incendio di tutte quelle
passioni che prima servivano a lui ubbidienti e quasi ragionevoli. La donzella
nulla rispose agli insulti ch'egli le scagliava; ma quel silenzio esprimeva più
cose d'un lungo discorso, e Lucilio tornò a saltargli contro con un impeto di
rimbrotti e d'imprecazioni, come il toro furibondo, che impedito di uscir
dall'arena, si spacca il cranio contro lo steccato. Infuriò a sua posta con
grande scandalo della madre Redenta, e molta compassione della Clara: indi la
volontà riebbe il freno di quelle furie scomposte, e fu tanto forte e
orgogliosa da persuaderlo ad andarsene, lasciando per ultimo saluto alla
donzella uno sguardo di pietà insieme e di sfida. Lo ripeto ancora che la
ferita dell'orgoglio fu in lui forse più profonda che quella dell'amore;
infatti anche in quei terribili momenti egli ebbe campo a pensare di ritirarsi
coll'onor delle armi. Io sarei morto ingenuamente di crepacuore; egli si sforzò
a vivere per persuadere se stesso che delle proprie passioni della propria vita
egli era sempre il solo padrone. Fosse poi vero non potrei assicurarlo. Anzi io
mi ricordo averlo veduto a quei giorni; e benché fossi anche troppo occupato
de' casi miei, pure non mi sfuggì affatto una tal quale costernazione ch'egli
si studiava indarno di celare sotto la solita austera imperturbabilità. A poco
a poco peraltro vinse l'uomo vecchio; egli si rizzò ancora, l'orgoglioso
gigante, dalla sua breve sconfitta; le sventure della patria lo trovarono forte
invincibile a sopportarle; forse tanto più forte ed invincibile quanto era più
disperato di sé. La Clara pronunciò solennemente i suoi voti, e Lucilio serbò
tutta per sé l'angoscia e la rabbia per questa perdita irrimediabile.
La Pisana si sposò poco dopo al
nobiluomo Navagero: e Giulio Del Ponte li seguì all'altare col sorriso della
speranza sul volto. Egli non l'amava come l'amava io. Io solo adunque rimasi a
fare spettacolo per ogni luogo del mio furore del mio accoramento. Non potea
darmi pace, non potea pensar al futuro senza rabbrividire; eppur non osava
neppur allora nei delirii del dolore maledire alla Pisana; e tutte le mie
maledizioni le serbava per la Contessa che aveva avvilito la propria figlia in
un matrimonio mostruoso per godere l'abbondanza e le comodità di casa Navagero.
Seppi poi di più, che anche le astuzie adoperate per imbigottire la Clara
dipendevano da una questione di quattrini. La vecchia non avea pagato al
convento che metà della dote e promesso il resto ed assicuratolo sopra le sue
gioie: ma lo scrigno era vuoto, le gioie brillavano al Monte di Pietà, ed essa
temeva sul serio che la Clara maritandosi le avrebbe chiesto conto di ogni suo
avere. Ecco molti guai dovuti alla smania troppo furiosa d'una dama per la
bassetta e pel faraone. Il conte Rinaldo si era salvato da quella rovina e dal
disonorevole patrocinio del cognato accettando un posto oscurissimo nella
Ragioneria del governo. Un ducato d'argento al giorno e la Biblioteca Marciana
lo assicuravano da tutti i bisogni della vita. Ma io lo vedeva anche lui
camminare per via col capo e cogli occhi internati; scommetto che non era
l'ultimo a sentire dolorosamente la viltà di quei costumi, di quei tempi.
Lo confesso colla vergogna sul volto;
era proprio viltà. Tutti sapevano ove si precipitava e ognuno faceva le viste
di non saperlo per esser liberato dall'incommodo di disperarsene. Il solo
Barzoni fra i letterati osò alzare la voce contro i Francesi con quel suo libro
già in addietro accennato dei Romani in Grecia. Ma questa erudizione
falsificata in libello, questa satira stiracchiata colle analogie è già indizio
di temperamento fiacco, e di letteratura evirata. Fu un gran sussurro intorno a
quel libro ed all'anonimo autore; ma lo leggevano a porte chiuse col solo
testimonio della candela, pronti a gettarlo sul fuoco al minimo sussurro ed a
proclamare il giorno dopo sui caffè che le depredazioni di Lucullo e l'astuta
generosità di Flaminio non somigliavano per nulla al governo generoso e
liberale di Bonaparte. Infatti egli ci spogliava della camicia per farne un
presente alla libertà di Francia; i futuri servi dovevano restare ignudi come
gli iloti di Sparta. Egli aveva già rimpastato intorno a Milano la Repubblica
Cisalpina, minaccia più che promessa alla sempre provvisoria Municipalità di
Venezia. La liberazione del signor d'Entragues, ministro borbonico, vilmente
consegnatogli dalla scaduta Signoria, lo aveva messo in voce di galantuomo
presso gli emigrati; ne speravano un Monk; guardate che nasi! Invece i
repubblicani incorreggibili, i demolitori della Bastiglia, gli adoratori degli
alberi, i Bruti, i Curzi, i Timoleoni lo adocchiavano di sbieco, tacciandolo
sottovoce di alterigia, di falsità, di tirannia. La Municipalità, che dopo lo
scacco di Bassano si sentiva mancar sotto i piedi il terreno, ebbe l'ingenuo
capriccio di chieder l'incorporamento degli Stati veneziani nella nuova
Repubblica lombarda. Ma i governanti di questa risposero parole dure ed
altiere; sarebbe un fratricidio, se la volontà sottintesa del Bonaparte non lo
spiegasse per servilità. Ad ogni modo restino infamati per sempre i nomi di
coloro che sottoscrissero un foglio dove si negava aiuto a una città sorella,
sventurata e pericolante. Meglio annegare insieme che salvarsi senza stendere
una mano al congiunto all'amico che implora pietosamente soccorso.
Io per me sperava come gli altri
nella venuta del Generale; sperava che i segni i monumenti della nostra grandezza
passata lo avrebbero distolto dalla crudele e premeditata indifferenza ch'egli
già cominciava a ostentare a nostro riguardo. Ma invece del Generale,
trattenuto da rimorsi o da vergogna, non ci capitò che sua moglie, la bella
Giuseppina. Essa sbarcò in Piazzetta con tutta la pompa d'una dogaressa; e ne
aveva se non la maestà certo lo splendore in quelle sembianze di vera creola.
Tutta Venezia fu a' suoi piedi; coloro che avevano accarezzato Haller, il
banchiere, l'amico di Bonaparte, per ottenerne una prolungazione di agonia alla
vecchia Repubblica, accarezzarono, adularono, venerarono allora la moglie del
sensale dei popoli, perché non si uccidesse prima della nascita quell'aborto
nuovo di libertà. Io pure mi pavoneggiai colla mia splendida tracolla di
segretario nel corteggio dell'Aspasia parigina. Vidi la sua bella bocca
sorridere alle gentilezze veneziane, udii la sua voce carezzevole bisbigliare
il francese quasi come un dialetto italiano; io, che n'avea studiato un pochino
in quei tempi di infranciosamento universale, balbettava a mia volta l'oui
e il n'est pas con taluno degli aiutanti di campo che l'accompagnava.
Infine fosse prestigio di bellezza, o apparenza di buona volontà, o tenacità di
lusinghe, le speranze degli illusi ebbero qualche ristoro dalla visita di
quella donna. Perfino mio padre non iscrollava più il capo, e mi spingeva ad
avanzarmi a farmi vedere nella prima fila degli adulatori.
- Le donne, figliuol mio, le donne
son tutto - mi diceva egli. - Chi sa? forse il cielo ce l'ha mandata: da
picciol seme nascono le grandi piante; non mi stupirei di nulla.
Invece il dottor Lucilio, che
addomesticato col ministro di Francia fu ammesso più d'ogni altro
all'intrinsichezza della bella visitatrice, non partecipò, per quanto mi pare,
a codesto invasamento generale. Egli studiò in Giuseppina non la donna ma la
moglie; da questa indovinò il marito, e il pronostico che ne trasse per la
nostra sorte che stava nelle sue mani non fu molto favorevole. Si confermò
piucchemai nella sua profonda disperazione; e lo vidi a quei giorni più tetro e
misterioso del solito. Gli altri ballonzolavano tutti che parevano alla vigilia
del millennio. Municipali, capi-popolo,
ex-senatori, ex-nobili, dame, donzelle,
abati e gondolieri s'affoltavano dietro la moglie del gran capitano. La
bellezza può molto a Venezia; essa potrebbe tutto quando fosse avvivata
internamente da qualche alto sentimento, e ce ne diedero tempi più vicini una
prova. Le donne fanno gli uomini, ma l'entusiasmo improvvisa le donne anche
dove l'educazione non ha preparato che delle bambole. Più volte facendo codazzo
alla Beauharnais, o nelle sue anticamere, la Pisana e il suo frollo sposino mi
passarono rasente il gomito. Io ne guizzava tutto, come se mi rovesciassero una
catinella d'acqua sul dorso; ma mi sovveniva della mia dignità, delle
raccomandazioni di mio padre e mi faceva pettoruto e disinvolto per attrar
l'attenzione dell'ospite illustre.
Essa infatti mi osservò, e la vidi
chieder conto di me a Sua Eccellenza Cappello che le reggeva il braccio: si
parlarono sottovoce, ella mi sorrise e mi porse la mano che baciai con molto
rispetto. Così si trattavano allora le mogli dei liberatori, con bocca devota e
ginocchi piegati. Gli è vero che quella mano era così paffutella così morbida e
perfetta da far uscir di capo che la appartenesse ad una cittadina; molte
imperatrici ne avrebbero desiderato un paio di simili, e Catterina II non le
ebbe mai, per quanti saponi ed acque nanfe le componessero i suoi distillatori.
Allora io diventai, dico dopo quel bacio, un personaggio di gran momento, e la
Pisana mi onorò d'un'occhiata che non era certo indifferente. Sua Eccellenza
Navagero mi guardò anch'esso con minore indifferenza della moglie, né ci voleva
di più per farmi smarrire affatto. In buon punto soccorse Giulio Del Ponte, che
seguiva a quanto sembra la coppia fortunata, e mi volsi tutto confuso a parlare
con lui. Non so di che discorressi, ma mi ricorda che cascammo alla Pisana ed
al suo matrimonio. Giulio non era più felice l'un per cento di quanto aveva
sperato di poterlo diventare il giorno delle loro nozze; infatti lo adocchiai
allora, e lo vidi incadaverito, come un amante in procinto di fallire. La
malattia dell'animo lo aveva ripreso; e rodeva lentamente un corpo gracile di
natura e già offeso da precedenti disgrazie. Però non lo compatii allora come
per l'addietro: aveva capito di qual tempra fosse l'amor suo, e non lo reputava
degno né di stima né di pietà. Io mi maraviglio ancora che colla maniera di mia
educazione, avessi potuto serbare una tal rettitudine di giudizio nelle cose
morali. Ma dubito ancora che l'avessi a danno degli altri, e che verso di me
sarei stato di gran lunga più indulgente. Comunque la sia non entrai a parte
per quella volta dell'accoramento di Giulio, e lo lasciai smaniare a disperarsi
a sua posta senza piangere: tanto più che allora non poteva fargli cessione
della Pisana, né cancellare a suo conforto quella larva incommodissima di
marito. Infatti l'occhiuta e pettegola gelosia di costui era il primo tormento
del povero Giulio; ma se ne aggiungeva uno di peggiore assai.
- Vedi - mi bisbigliava egli
all'orecchio con un rabbioso scricchiolio di denti - vedi quel lesto
ufficialino che tien sempre dietro alla Pisana, e saltella dal fianco di lei a
quello del marito, ed ora si avvicina alla bella Beauharnais e le fa riverenza
e le stringe il dito mignolo con tanta leggiadria?... Or bene, quello è il
cittadino Ascanio Minato, di Ajaccio, un mezzo italiano e mezzo francese, un
compaesano di Bonaparte, aiutante di campo del generale Baraguay d'Hilliers e
alloggiato per ordine della Municipalità nel palazzo Navagero... Come vedi è un
bel giovine, un brunetto svelto e di alta corporatura, pieno di brio di
superbia e di salute; coraggioso, dicono, come un disperato, e spadaccino più
di don Chisciotte... Per giunta poi ha l'assisa del soldato che alle donne
piace più della virtù. Il vecchio Navagero che non vuol per casa damerini e
cascamorti di Venezia ha ben dovuto sopportar in pace questo intruso
d'oltremare. Il poveretto ha paura, e per non incorrere nel sospetto
d'aristocratico o di misogallo sarebbe anche capace di lasciarsi... Basta!... È
l'eroismo della paura e gli sta bene a quel visetto decrepito e bambinesco,
chiazzato di giallo e di rosso come l'erba pappagallo. La signorina diventa
francese ogni giorno più; già ella ne cinguetta mezzo dizionario come una
parigina, e temo che le parole più interessanti le abbia già fatte entrare nel
dialogo. S'intende già che l'ufficiale còrso non si degna dell'italiano... Io
non parlo che italiano!... Figurati!... Ma se n'accorgeranno, se n'accorgeranno
di questi liberatori! Hanno cancellato il Pax tibi Marce dal libro del
Leone per inscrivervi i Diritti dell'uomo. Peggio per noi che l'abbiamo
voluto!... Peggio mille volte tanto per quelli che si rassegnano!... Oh la si
vuol vedere bella!...
Fin qui io lasciai correre senza
argine quel fiume di eloquenza; ma quando egli si mise a far gazzarra d'una sì
triste speranza, e a desiderar quasi da un pubblica e così grande sventura la
vendetta d'un proprio torto affatto privato, allora mi sentii gonfiar entro un
temporale di sdegno e scoppiai in un'apostrofe che lo fece restare come una
statua.
- E tu ti rassegneresti a vederla? -
gli dissi io con uno stupore pieno di sprezzo negli occhi. Vi ripeto ch'egli
rimase lì a modo d'una statua: salvoché respirava con tanta fatica che almeno
le statue questa fatica non l'hanno. Pure un qualche cruccio lo provava anch'io
per questo nuovo trascorso della Pisana ch'egli mi raccontava; e nullameno lo
giuro che non mi rimase posto nel cuore per un tale rammarico, tanto mi aveva
inorridito la cinica scappata di Giulio. Seguitai a rampognarlo a tempestarlo
della sua sacrilega speranza; e gli dimostrai che non sono i più codardi quelli
che si rassegnano, appetto di coloro che mettono la loro soddisfazione nella
viltà altrui e nella rovina della patria. M'infervorava tanto che rimasimo soli
senza che me ne avvedessi: la comitiva avea seguito la Beauharnais nel Tesoro di
San Marco, donde si doveva estrarre una magnifica collana di cammei per farlene
presente. Quando ci avviammo per raggiungerli erano già usciti in Piazza e
tornavano verso il Palazzo del governo. Voi non vi figurerete mai la mia
grandissima sorpresa nel discernere fra la gente che corteggiava la francese,
Raimondo Venchieredo; e misti colla folla, Leopardo Provedoni e sua moglie, che
anch'essi si lasciavano menare dalla curiosità in quella processione. Per quel
giorno la cerimonia era finita, onde io, abbandonando il Del Ponte alla sua
stizza m'accostai a questi ultimi, colle festose accoglienze e con quei tanti
oh di maraviglia e di piacere che si usano coi compaesani e coi vecchi amici in
paese forestiero...
La Doretta aveva gli occhi perduti dietro
a Raimondo, che era scomparso nell'atrio del Palazzo coi cortigiani più
sfegatati; Leopardo mi strinse la mano e non ebbe coraggio di sorridermi.
Peraltro condotta ch'egli ebbe la moglie a casa in due stanzette vicino al
Ponte Storto, e rimasto solo con me, rimise un poco di quella sostenutezza e mi
diede il perché e il percome di quella loro venuta a Venezia. Il vecchio signor
di Venchieredo pareva fosse molto domestico a Milano del general Bonaparte; lo
aveva seguito a Montebello in un segreto abboccamento coi ministri
dell'Austria, e poi aveva fatto un gran correre da Milano a Gorizia, da Gorizia
a Vienna, e da Vienna ancora a Milano per tornar poi a Vienna indi a poco.
Reduce da quest'ultimo viaggio e ravviato per Lombardia avea fatto sosta a Venchieredo
per veder il figliuolo, e gli avea comandato di recarsi tosto a Venezia, ove un
prossimo rivolgimento di cose gli preparava grandi fortune. Il signor Raimondo
non volendo separarsi dal suo segretario, Leopardo e la Doretta avean dovuto
spiantar casa pur essi; e così si trovavano a Venezia. Ma questi non ne era
punto contento e se non fossero state le preghiere della moglie si sarebbe
fermato volentieri in Friuli. Il povero giovine in tali discorsi diventava di
tutti i colori, e durava uno stento grandissimo a non iscoppiare. Io me
n'accorsi, e ne lo sviai col domandargli novelle del paese nostro e de' miei
amici e conoscenti. Così conversando e passeggiando per calli e per fondamenta
egli si svagò dalla solita tetraggine, e quasi dimenticava le proprie sciagure:
ma io soffriva per lui pensando al momento quando se ne sarebbe pur troppo
risovvenuto. Intanto egli mi confermò la novella della tristissima piega che
prendevano gli affari della famiglia di Fratta. Il Capitano e Monsignore non
pensavano che a banchettare e ad attizzar il fuoco: ai vecchi servitori o morti
o licenziati era sottentrata una mano di ladroncelli che mettevano a ruba quel
poco che rimaneva. Non c'erano più cazzeruole o tegami che bastassero pel
pranzo di Monsignore. La Faustina s'era maritata con Gaetano, lo sbirro di
Venchieredo, liberato da poco dalla galera; e partendo avea trafugato e venduto
gran parte delle biancherie. Il Capitano e Monsignore litigavano oltreché per
l'attizzatoio anche per la camicia: la signora Veronica li accomodava,
strapazzandoli ambidue; e il più buffo si era che al vecchio Sandracca saltava
talvolta il ticchio della gelosia; e questo formava un terzo argomento di
grandi contese fra lui ed il Canonico. Del resto Fulgenzio faceva alto e basso.
Già subito dopo la mia partenza egli avea comperato un podere di casa Frumier
vicino a Portovecchio; e poi lo veniva arrotondando col convertire in ipoteche
i sussidii che anticipava alla famiglia dei padroni. Per esempio c'era il
frumento in granaio e da Venezia gli domandavano denari; se il frumento andava
a buon mercato, egli fingeva di comperarlo lui con quella somma che spediva a
Venezia, e poi quando le derrate crescevano di prezzo egli ne guadagnava dalla
vendita il suo bel salario. Se i grani calavano sempre, si scordava di quel
finto contratto, e la somma della compera si scambiava in un mutuo, pel quale
egli tratteneva il sette l'otto o il dodici per cento. Così conservava la pace
della propria coscienza, accrescendo smoderatamente gli utili del proprio ministero.
I suoi figliuoli non erano più
sagrestani o portinai; ma Domenico faceva pratica di notaio a Portogruaro, e
Girolamo studiava teologia in seminario. In paese si prevedeva che una volta o
l'altra Fulgenzio sarebbe divenuto il castellano di Fratta o poco meno.
L'Andreini, a cui il conte Rinaldo avea commesso prima di partire una
sorveglianza così all'ingrosso sulle faccende del castello, se la pigliava con
tanto comodo, che quasi quasi pareva anche lui a parte della mangeria. Il
Cappellano, poveretto, aveva paura perfino
dell'ex-sagrestano e non ci guardava pel sottile: il
piovano di Teglio, veduto di mal occhio nella parrocchia pel suo costume
arcigno e tirato, aveva in casa sua troppe seccature per poter mettere il naso
in quelle degli altri. Già la Diocesi dopo la venuta dei Francesi e la partenza
del padre Pendola (costui secondo Leopardo doveva essere anch'egli a Venezia)
tornava a dividersi e suddividersi in partiti ed in combriccole. Tanto più
credevano averne il diritto, che la concordia impiastricciata dalle mene
furbesche del reverendo non era della miglior lega.
- A Venezia il padre Pendola! -
sclamai io come fra me. - Che cosa ci sia venuto a fare?... Non mi sembra né
luogo né stagione per lui!...
Leopardo sospirò sopra a queste mie
parole, e soggiunse a voce sommessa che pur troppo i segni non mentiscono, e
che soltanto le carogne attirano i corvi. Ciò dicendo eravamo giunti in
Piazzetta ond'egli levando gli occhi scoperse quel miracoloso edifizio del
Palazzo Ducale; e due lagrime gli corsero giù per le guance.
- No, non pensiamo a ciò! - seguitò
egli squassandomi il braccio con forza erculea. - Ci penseremo a suo tempo! -
Indi riprese a darmi contezza delle cose di laggiù: come sua sorella Bradamante
si era sposata a Donato di Fossalta, e Bruto suo fratello e Sandro il mugnaio,
presi da furore eroico, s'erano assoldati in un reggimento francese. Questa
novella mi sorprese non poco, ma in quanto a Sandro ne pronosticava bene e
pensava che avrebbe fatto buona figura, come poi i fatti non mi diedero torto.
Bruto, secondo me, si scalmanava troppo per riuscire un soldato perfetto; a
menar le mani sarebbe andato di lena, ma quanto al voltare a destra e a
sinistra ne sperava poco assai. Leopardo mi toccò del gran cordoglio provato da
suo padre per quella determinazione; il povero vecchio aveva perduto la memoria
e le gambe, e le faccende del Comune volgevano a caso come Dio voleva. Già del
resto l'egual guazzabuglio c'era in tutto; e quell'interregno di ogni governo,
quell'intralciarsi quel contrastarsi di tre o quattro giurisdizioni, impotenti
le une per vecchiaia e per debolezza, tiranniche le altre per l'indole loro
arbitraria e militare, opprimeva la gente per modo che pregavano concordemente
perché venisse un padrone solo a cacciar via quei tre o quattro che li
angariavano senza esser capaci o interessati a difenderli. Municipalità
cittadine, congregazioni comunali e foresi, tirannia feudale, governo militare
francese, non si sapeva dove dar il capo per ottenere un briciolo di giustizia.
Perciò anche in quel continuo
affaccendarsi di reggitori la giustizia privata reputava necessario
l'intervenire; le violenze, le risse, gli ammazzamenti erano giornalieri; la
forca lavorava a doppio, e i coltelli avevano il loro bel che fare lo stesso.
Solamente dove risiedeva un quartiere generale duravano perpetue le feste e il
buon umore; colà gli ufficiali facevano scialo delle cose rapite nel contado e
nei paesi minori; il popolaccio gavazzava nell'abbondanza d'ogni ben di Dio, e
le signore civettavano per vezzo di moda coi lindi francesini. Qual maggior
comodità di diventar patrioti e liberali, facendo all'amore?... Succedeva
dappertutto come a Venezia: si guardavano in cagnesco alle prime per finire
coll'abbracciarsi da ottimi amici. I vizii comuni sono mezzani ad ogni viltà: e
vi furono molte che senza avere il temperamento subitaneo e il marito decrepito
della Pisana, s'aggiustarono come lei con qualche tenentino di linea per fuggir
la mattana di quel tempo provvisorio. Lo so che erano difetti e vigliaccherie
ereditate dai padri e dai nonni; ma non bisogna poi passarle buone perché le
sono ereditate; s'eredita anche la scrofola che non è poi una giuggiola da
tenersela cara. Quanto alla democrazia e al culto della ragione erano piucché
altro pretesti cacciati innanzi dalla paura e dalla vanità; infatti chi ballò
allora intorno all'albero della libertà, ballò anche al seguente carnevale
nelle sale del Ridotto in barba al trattato di Campoformio, e s'insudiciò più
tardi i ginocchi dinanzi al nume di Austerlitz. Credo che festa popolare più
funebre e grottesca di quella nella quale si piantò in piazza San Marco
l'albero della libertà non la si possa vedere al mondo. Dietro a quattro
briachi, a venti pazzerelle che saltavano, si sentivano strascicate sul
lastrico le sciabole francesi; e i Municipali (io in mezzo a loro) stavano
ritti e silenziosi sulla loro loggia, come quei vecchi cadaveri appena
disotterrati che aspettano un solo buffo d'aria per cadere in polvere. Leopardo
mi accompagnò a quella festa, e si morsicava le labbra come un arrabbiato. In
una loggia rimpetto a noi sua moglie sedeva vicino a Raimondo, mettendo in
mostra tutte le smorfie veneziane che aveva saputo aggiungere alle sue in una
settimana di tirocinio.
Passavano i giorni tristi monotoni
soffocanti. Mio padre era tornato grullo come un turco; egli non parlava che
colla sua serva a sgrugnate e a monosillabi; sbatteva la saccoccia delle doble,
e non mi seccava più coi panegirici della Contarini. I Frumier stavano imbucati
nel loro palazzo quasi per paura di qualche aria pestilenziale; soltanto
Agostino compariva qualche volta al caffè delle Rive per recitare altamente il
suo credo giacobinesco. Egli era fra quelli che credevano alla durata del
dominio francese; e speravano racquistare per amore o per forza un grado almeno
della perduta importanza. Lucilio passava come un'ombra da casa a casa: si
vedeva il medico che non tien più conto né della propria vita né dell'altrui, e
attende a guarire più per abitudine che per convinzione di operar così qualche
bene a vantaggio dell'umanità. Leopardo diventava sempre più cupo e taciturno;
l'ozio finiva di consumargli lo spirito; egli non faceva pompa dei proprii
dolori, ma si accontentava di morire oncia ad oncia. Raimondo e la Doretta non
gli badavano punto; diventavano sfrontati a segno da recitare in sua presenza
qualche scenetta di gelosia. Egli si cacciava allora la mano nel petto e la
traeva colle unghie lorde di sangue; tuttavia le rughe marmoree della sua bella
fronte coperta di nuvole non si risentivano guari di nulla. Unico ristoro gli
era il versar nel mio seno non i suoi dolori ma le fatali rimembranze della
perduta felicità. Allora rompeva per breve tempo il suo silenzio da certosino;
le sue parole somigliavano un canto su quelle labbra pure e fervorose;
ricordava con dolore infinito, con amara voluttà, senz'ombra di odio e di
rancore.
Quello invece che smaniava daddovero
e sempre era Giulio Del Ponte. In lui era risuscitata con maggior violenza
quella malattia che l'avea menato in fil di morte al tempo delle civetterie
della Pisana col Venchieredo. Stavolta peraltro egli pareva più debole, più
affranto, e il suo competitore a tre doppi più bello, più spensierato, più
certo della vittoria. Io non andava mai in casa Navagero, perché ne avrei avuto
troppo grave angoscia, ma me ne dava novelle Agostino Frumier. Quello
sciagurato di Giulio si ostinava indarno a posseder un cuore che gli sfuggiva
sempre più. Ricominciava la lotta del cadavere col vivo; lotta spaventevole che
prolunga i dolori e lo spavento dell'agonia senza dare né il desiderio né la
pazienza della morte. Il suo volto, scarnato dall'etisia, contraffatto dal
dolore e dalla rabbia, metteva raccapriccio: lo spirito gli si torceva
impotente e furioso in un perpetuo giro di pensieri truci ed orribili; se mai
si sforzava di mostrar qualche brio, i suoi occhi il sorriso la voce si
contrapponevano alle parole. Il fiato gli mancava, il discorso gli si
ingarbugliava per l'idea dolorosa e inesorabile che lo preoccupava. La stizza
di non poter essere piacevole lo guastava peggio che mai, e gli spremeva dalla
fronte il vero sudore della morte. Il gaio officiale còrso si prendeva beffe di
quello spettro che si frammischiava coi suoi ossi sporgenti coi capelli irti e
le mani tremolanti alla loro allegria. La Pisana non si accorgeva di lui, o
accorgendosene lo trovava così brutto e ingrugnito che le scappava ogni volta
di guardarlo due volte. Esso le avea piaciuto per la sua vivacità e la magia
de' modi, e la copia e l'incanto della parola; svanito tutto ciò, non
discerneva più il Giulio d'altri tempi. Fosse anche restato tal quale, gli è
assai dubbio se il bel officiale non le lo avrebbe fatto dimenticare; ad ogni
modo non lo curava più, e non lo amava per nulla; forse anco non lo avea amato,
e da ultimo non voglio ficcarmi addentro in tante conghietture, perché, tra la
materia così arcana e confusa com'è l'amore, e il temperamento precipitoso
variabile indefinito della Pisana, non ci caverei un pronostico da far onore al
lunario.
Giulio scappava alle volte colle mani
alle tempie, e i furori della gelosia e dell'orgoglio offeso nel cuore. Cercava
fra le ombre della notte, sulle fondamenta più lontane e spopolate, quella pace
che gli fuggiva dinanzi come la nebbia a chi sale una montagna. Là, sotto il
pallido sguardo della luna, al fresco ventolio dell'aura marina, al lontano
mormorare dell'Adriatico, un ultimo sforzo di poesia lo faceva risorgere da
quel profondo abbattimento. Pareva che i fantasmi rinatigli d'improvviso in
capo lo sospingessero a una corsa sfrenata, a un'ultima baldoria di vita e di
gioventù. Gli pareva allora di essere o un genio che ha creato un poema come l'Iliade,
o un generale che ha vinto una battaglia, o un santo che ha calpestato il mondo
e si sente degno del cielo. Amore gloria ricchezza felicità, tutto era poco per
lui. Reputava spregevoli e basse queste fortune terrene e passeggere, si
sentiva maggiore di esse, e capace di guardarle come il pascolo di esseri mézzi
e striscianti. Ergeva alteramente il capo, fissava il cielo quasi da eguale a
eguale, e diceva fra sé: «Tutto che io voglia fare lo farò! Quest'anima mia
chiude tanta potenza da sollevare il mondo: il punto di leva io l'avrei
insegnato ad Archimede: è la fortezza dell'animo!» - Misere illusioni!
Provatevi a toccarne una sola ed essa vi svanirà fra le dita come l'ala d'una
farfalla. Ognuno, almeno una volta in sua vita, ha creduto facile
l'impossibile, e onnipotente la propria debolezza. Ma quando, ricredendoci da
questa opinione giovanile, qualche cosa di forte qualche cosa di sano ci resta,
la vita serba ancora per noi un'ora di riposo se non di gioia. La vera
disperazione ci atterra allora soltanto che, tornati alla coscienza della
nostra inezia, non troviamo nessun punto ove appoggiare la speranza, nessuna
nuvola da appendervi l'orgoglio. Allora lo smarrimento dello spirito ci fa
traballare come ubbriachi e cader supini per non più rialzarci a mezzo il
cammino della vita. Non più labbra che ci sorridono, non più occhi che ci
invitano, e profumo di rose e varietà di prospetti e barbaglio di luce che ne
persuada di andar avanti. Il buio dinanzi, ai lati, sul capo; di dietro la
memoria inesorabile che, colle immagini dei mali crescenti sempre e dei beni
per sempre fuggiti, ci toglie la forza della volontà e la potenza del moto.
Tale Giulio restava dopo quei
notturni delirii d'impotente poesia: tanto più misero e abbietto, quanto meglio
sentiva la vanità di quella sognata grandezza. Come Nerone cred'io egli avrebbe
tagliato la testa al genere umano per ottenere dalla Pisana non un sorriso
d'amore ma un'occhiata di desiderio, e vedere frementi le labbra e sconfitta
l'arrogante sicurezza di quel rivale abborrito. Mettere a sì alto prezzo una
semplice occhiata, egli che pochi momenti prima si dava ad intendere d'aver
sotto i piedi ogni cosa del mondo! - Quale avvilimento! E non poter nemmeno
ricorrere per ultimo scampo all'idea della morte!... No, non lo poteva!... Una
morte gloriosa compianta lagrimata gli avrebbe sorriso come un'amica; ma allora
il trionfo del còrso e l'indifferenza della Pisana lo perseguitavano perfin nel
sepolcro. Ben s'arrende alla morte chi sa di poter vivere, ma egli, senza osar
confessarlo a se stesso, fiutava con raccapriccio nelle sue carni scalducciate
ed inferme l'odore dei vermi. Egli lottava disperato nel mare della vita, ma le
forze gli mancavano, l'acqua gli saliva al petto alla gola; già ne avea piene
le fauci, già la mente si scombuiava nell'abisso del nulla e dell'obblio, dove
non più superbia non più speranza; il nulla, il nulla, eternamente il nulla. Si
scoteva dal sogno affannoso con un ribrezzo che somigliava viltà; sentiva di
aver paura, e la paura gli cresceva dalla propria dappocaggine. «Oh la vita, la
vita! datemi ancora un anno, un mese, un giorno solo della mia vita piena
confidente rigogliosa d'un tempo! Tanto che possa rinfiammare un lampo d'amore,
bearmi di piacere e d'orgoglio e morire invidiato sopra un letto di rose!
Datemi un giorno solo del mio bollor giovanile, perché possa scrivere a
caratteri di fuoco una maledizione che abbruci gli occhi di quelli che oseranno
leggerla, e rimanga terribilmente famosa fra i posteri, come il Mane Tecel
Fares del convito di Baldassare! Ch'io muoia; sì ma che possa coll'ultimo
grido dell'anima lacerata sgominare per sempre gli impudenti tripudii di coloro
che non ebbero una lagrima pei miei dolori!... Se mi è vietata la felicità
d'amore, la coppa felice degli Dei, mi rimanga almeno l'immortalità di
Erostrato, e la superbia dei demonii!..».
Così farneticava lo sciagurato
stringendo la penna con mano convulsa, e cercando disperatamente nella tetra
fantasia quelle parole tremende, infernali, che dovevano prolungare nella
posterità la sua vita di martirio e vendicarlo delle angosce sofferte. Da un
turbine vorticoso di idee monche e cozzanti, d'immagini camaleontiche, di
passioni mute e furenti non uscivano che due pensieri dozzinali e quasi
codardi: la rabbia della felicità altrui, e l'orrore della morte! - Almeno
avesse egli potuto imprimere a tali pensieri quell'impronta straziante di
verità nella quale l'uomo si specchia rabbrividito, e non può a meno d'ammirare
il lugubre profeta che lo satolla d'orrore e di disperazione!... Ma neppur
questo gli veniva concesso dalla continua instabilità della paura. Le forze
dell'anima vanno tutte raccolte per creare alla verità un'immagine vera e
sublime; egli invece si scioglieva in fantasticherie senza colore e senza fine.
Non era la meditazione del sapiente, ma il vaneggiamento del malato. La
mistione chimica soverchiava il lavoro spirituale, supremo castigo dell'orgoglio
pigmeo! «Ah dover morire così, vedendo spegnersi ad una ad una le stelle della
propria mente! sentendo sciogliersi atomo per atomo la materia che ci compone,
e attirare abbrutita con sé quell'anima sfolgorante e serena che poco prima
spaziava nell'aria e s'ergeva fino al cielo! Dover morire come il topo del
granaio e la rana della palude, senza lasciare un'orma profonda incancellabile
del proprio passaggio!... Morire a ventott'anni, assetato di vita, avido di
speranza, delirante di superbia, e sazio solo d'affanno e d'avvilimento! Senza
un sogno, senza un fede, senza un bacio abbandonare la vita; sempre col solo
spavento, colla sola rabbia dinanzi agli occhi, di doverla abbandonare!...
Perché fummo generati? Perché ci educarono e ci avvezzarono a vivere, quasiché
durassimo eterni?... Perché la prima parola che vi insegnò la balia non fu morte?
Perché non ci abituarono lungamente a fissar il volto, a interrogare con ardito
animo questa nemica ignorata e nascosta, che ci assale poi d'improvviso, e ci
insegna che la nostra virtù non fu altro che viltà? Dove sono i conforti della
sapienza, le illusioni della gloria, le consolazioni degli affetti? - Tutto si
getta d'in sulla nave per rifuggire al naufragio; e quando il flutto vorace si
spalanca per ingoiarla, rimane solamente sulla più alta antenna nudo e
disperato il nocchiero. Son vani gli sforzi e le lagrime; vane le preghiere o
le bestemmie. La necessità è ineluttabile e il confuso fragore dell'onde attuta
tre passi lontano le grida del furente e i gemiti del pauroso. Di sotto sta il
nulla, tutto intorno l'obblio, di sopra il mistero. - Che mi dice il
filosofo?... Dimentica, dimentica! Ma come dimenticare? La mia mente non ha più
che quest'idea sola, i miei nervi non ripercotono al cervello che una sola
immagine; le altre idee, le altre immagini son morte per me. Io sono entrato
più che mezzo nel gran regno delle ombre; il resto vi entrerà fra poco. L'amore
degli uomini, la religione della libertà e della giustizia sparirono dall'anima
mia, come fantasmi ideati per ingannare i fantasmi. Crollato il fondamento,
come reggerà la parete?... Che v'ha di saldo nell'uomo, se l'uomo appunto
svanisce come il vapore del mattino? Sfreddato il calore del sentimento, le
parole suonano sulle labbra come il vento in una fessura: vanità, tutto
vanità!..»
Eppure, ad onta di questi scorati
soliloquii, egli riprendeva la penna per iscrivere qualche inno patriottico,
qualche filippica repubblicana che consolasse d'un'aureola di gloria il suo
prossimo tramonto. Si vergognava poi di quanto avea scritto e lo buttava sul
fuoco. Quando mal si può esprimere quello che più ci occupa l'animo, peggio poi
si tenta d'interpretare sentimenti annebbiati e lontani. Giulio pensava troppo
a sé e si rinserrava troppo nella considerazione del proprio destino, per poter
comprendere degnamente le speranze e gli affetti dell'umanità intera. Cotali
cose egli le aveva non dirò imparate, ma trovate sui libri; gli si erano
appiccicate al cervello come fantasticaggini di moda e nulla più. Figuratevi se
in tanta stretta di passioni proprie ed urgenti poteva ritrarre di colà
quell'entusiasmo pieno e sincero che solo incalorisce le opere d'arte!...
L'erudite declamazioni di Barzoni e la greca pedanteria del giovane Foscolo da
lui sì crudamente satireggiate covavano più fuoco di tutti i suoi pensieri
politici, imbrodolati di Rousseau e di Voltaire, ma privi d'ogni suggello di
persuasione. Egli se n'accorgeva, e stritolava la penna coi denti, e si gettava
sfinito sul letto. Una tosse profonda e ostinata affaticava le sue lunghe
notti, mentre egli inondato di sudore, dolente sopra ogni fianco, e col volto
sbigottito dalla paura si palpava il petto, e sollevava stentatamente i polmoni
sfibrati, per pur persuadersi che la morte gli stava ancora da lunge. In quei
momenti Ascanio e la Pisana, affacciati ad un balcone che dava sul Canalazzo,
cinguettavano d'amore con tutte quelle tenerezze del vocabolario francese,
mentre Sua Eccellenza Navagero sgomentito degli occhiacci dell'ufficiale
sonnecchiava o fingeva di sonnecchiare sopra una poltrona. Io che non ardiva
penetrare in quella casa, passava poi nel Canalazzo colla mia gondola a notte
profonda; e vedeva profilarsi nel quadro illuminato della finestra le figure
dei due amanti. Povero Giulio! Povero Carlino! La Provvidenza, a guardar le
cose in monte, governa tutto con giustizia. Non vi sono due esseri felici, che
non si oppongano loro, come ombre di un dipinto, due sventurati. Peraltro se la
mia disgrazia era forse minore, ognuno mi consentirà ch'io la meritava assai
meno di Giulio. La sventura vendica tutto ma non santifica nulla, men che meno
poi la superbia, l'invidia e la libidine. Se egli volle consumarsi in queste
tre brutte passioni, fu sua la colpa; e noi lo compiangeremo, ben lontani dal
glorificarlo. La croce era un patibolo, e il solo Cristo ha potuto cambiarla in
un altare.
L'estate volgeva al suo termine. Già
i fieri Bocchesi di Perasto avevano arso piangendo l'ultimo stendardo di San
Marco. La Repubblica di Venezia era morta, e un ultimo suo spirito vagolava
ancora nei remoti orizzonti della vita sulle marine di Levante. Vidiman, il
governatore di Corfù, fratello al più saggio, al più generoso dei Municipali,
spirava l'anima nel dolore alle continue vessazioni dei Francesi, sbarcati colà
a guisa di padroni. Le popolazioni, stomacate della veneziana debolezza,
sdegnavano di servire ai servi; meglio addirittura i Francesi o qualunque altro
che la floscia inettitudine di cento patrizi. Ciò che molti secoli addietro si
rispettava per la forza, poi si venerava per la prudenza, indi si tollerava per
abitudine, allora cadeva nel disprezzo che conséguita sempre all'ossequio
goduto lungamente a torto. Nella Municipalità la stessa disperazione d'ogni
consiglio ingenerava la discordia: Dandolo e Giuliani predicavano la repubblica
universale, quest'ultimo senza alcun riguardo dei sospettosi alleati. Vidiman
consigliava la moderazione, perché la storia gli insegnava che se v'è salute
pei governi nuovi, essa dipende dalla prudenza e dalla lentezza delle
mutazioni. Strepitavano fra loro in quella sala del Gran Consiglio, ove la
schietta parola d'un patrizio avea deciso altre volte delle sorti d'Italia. Il
sommo impiccio era per me che doveva dar forma di protocolli a interminabili
chiacchierate, a vicendevoli rimbrotti senza scopo e senza dignità. Finalmente
la gran notizia che serpeggiava negli animi in forma di paura, scoppiò dalle
labbra in suono di vera e certa disperazione. La Francia consentiva pel
trattato di Campoformio che gli Imperiali occupassero Venezia e gli Stati di
Levante e di terraferma fino all'Adige. Per sé teneva i Paesi Bassi austriaci,
e per la Repubblica Cisalpina le provincie della Lombardia veneta. Il patto e
le parole erano degne di chi le scriveva.
Venezia si destò raccapricciando
dalla sua letargia, come quei moribondi che rinvengono la chiarezza della mente
all'estremo momento dell'agonia. I municipali mandarono ambascerie al
Direttorio, a Bonaparte, perché fosse loro permesso di difendersi. Questa frase
corrispondeva appuntino all'altra del trattato suddetto, nel quale si consentiva
l'occupazione di Venezia. Domandar al carnefice un'arma per difendersi contro
di lui, è invero un'ingenuità fuori d'ogni credenza! Ma i Municipali sapevano
la propria impotenza e non altro cercavano che illudersi fino all'estremo.
Bonaparte cacciò in prigione gli inviati; quelli di Parigi credo non
giungessero neppur in tempo da recitare la loro commedia. Una bella mattina il
Villetard, lagrimoso coccodrillo, capitò ad annunziare in piena adunanza che
Venezia doveva sacrificarsi al bene di tutta Europa, che gli piangeva il cuore
di tale necessità, ma che dovevano subirla con grande animo; che la Repubblica
Cisalpina offeriva patria, cittadinanza e perfino il luogo ad una nuova Venezia
per quanti fra essi rifuggivano dalla nuova servitù: e che i danari dell'erario
e la vendita dei pubblici averi servirebbe a confortare il loro esiglio di
qualche agiatezza. La superba indole italiana si rilevò subitamente a
quest'ultima proposta. Deboli, discordi, creduli, ciarlieri, inetti sì; venali
non mai! Tutta l'adunanza diede in un grido d'indignazione; si rifiutarono le
indegne offerte, si rifiutò di approvare quanto la Repubblica francese aveva sì
facilmente e barbaramente consentito, si decise di rimettere nel popolo la
somma delle cose, dimandando a lui la scelta fra servitù e libertà. Il popolo
votò frequente, raccolto, silenzioso; e il voto fu per la libertà; indi la
Municipalità si disciolse, e molti partirono per l'esiglio, donde alcuni,
Vidiman fra gli altri, non tornarono mai più. Villetard ne scrisse a Milano, e
Bonaparte rispose altero schernitore ma furibondo. Lasciarsi schiacciare ma non
obbedire è ancora un delitto pei tiranni. Serrurier entrò a quei giorni, vero
beccamorti della Repubblica. Disalberò le navi, mandò a Tolone cannoni, gomene,
fregate e vascelli, diede un'ultima mano al saccheggio della cassa pubblica,
delle chiese e delle gallerie, raschiò le dorature di Bucintoro, fece baldoria
del resto, e si assicurò per sempre dal rimorso di aver lasciato pei nuovi padroni
il valsente vivo d'un quattrino. Questo fu il rispetto all'alleanza giurata,
alla protezione promessa, ai sacrifici imposti e vilmente forse, più che
generosamente, consentiti. Così adoperarono coloro verso Venezia che avea
difeso per tanti secoli tutta la cristianità dalla barbarie mussulmana. Ma quei
maiali non leggevano storie; preparavano orrendi capitoli alle storie future.
La sera stessa che i Municipali
deposero la propria autorità, quanti eravamo rimasti amici della libertà, e
nemici coraggiosi del tradimento, convenimmo alla solita casa dietro il ponte
dell'Arsenale. Il numero era più scarso del solito: altri si schivavano per
paura, molti eran già partiti con diversi propositi. L'adunanza fu più per
confortarsi a vicenda e per istringerci la mano che per deliberare. Agostino
Frumier non comparve, benché sottovoce me ne avesse dato promessa un'ora prima;
mancava il Barzoni che dopo un pubblico alterco con Villetard, s'era imbarcato
per Malta proponendosi di pubblicar colà un giornale antifrancese: non vidi
Giulio Del Ponte e ne sospettai il perché. Lucilio passeggiava come il solito
su e giù per la sala col volto imperturbato e la tempesta nel cuore: Amilcare
gridava gesticolava contro il Direttorio, contro Bonaparte, contro tutti; egli
diceva che bisognava vivere per vendicarci; Ugo Foscolo sedeva da un canto
colle prime parole del suo Jacopo Ortis scolpite sulla fronte. Io per me
non so cosa avessi nell'anima, o mostrassi nel volto. Mi sentiva nullo affatto,
come chi soffre senza comprendere. Udii la maggior parte essere propensa a
cercare ricovero nel territorio della Cisalpina, ove sarebbe sempre durata
qualche speranza per Venezia; anch'io trovava giusto un tale partito, come
quello che rendeva onorevole e attivo l'esiglio, menandolo in paese fraterno e
già quasi italiano. La permalosa alterigia di taluno che sdegnava affidarsi ad
una ospitalità offerta in nome di Francia, e dalla Francia stessa guarentita,
sconveniva troppo a quei momenti necessitosi e supremi. Ci demmo la posta per
Milano dove o nel governo o nell'esercito o colla parola o colla penna o colla
mano si sperava di potersi adoperare per la salute comune. S'avvicendavano così
frequenti i trabalzi e i rivolgimenti di fortuna in quel tempo che la speranza
si ravvivava dalla stessa disperazione, più fiduciosa più intemperante che mai.
Ad ogni modo si voleva dare un esempio della costanza e della dignità veneziana
contro quelle terribili accuse che i fatti ci scagliavano. Ora l'uno ora
l'altro partiva per dar qualche ordine alle cose sue, e metter insieme qualche
roba prima di avviarsi all'esiglio. Chi correva a baciare la madre, chi la
sorella o l'amante; chi si stringeva al cuore i bambini innocenti, chi
consumava dolorosamente quell'ultima notte contemplando dalla Riva di Piazzetta
il Palazzo Ducale, le cupole di San Marco, le Procuratie, queste sembianze
venerabili e contaminate dell'antica regina dei mari. Le lagrime scorrevano da
quelle ciglia devote, e furono le ultime liberamente sparse, gloriosamente
commemorate.
Io era restato solo col dottor
Lucilio perché non aveva la forza di muovermi, quando salì per la scala un
rumore frettoloso di passi, e Giulio Del Ponte coi colori della morte sul volto
si precipitò nella stanza. Il dottore, che avea parlato pochissimo fino allora,
gli si volse contro con molta veemenza a domandargli cosa avesse e perché tanto
s'era attardato. Giulio non rispose nulla, aveva gli occhi smarriti, la lingua
aderente al palato e pareva incapace di capire quanto gli dicevano. Lucilio
rabbuffò con una mano i suoi neri capelli tra i quali traluceva già qualche
filo d'argento, strinse il braccio del giovane e lo trasse a forza in cospetto
della lucerna.
- Giulio, te lo dirò cos'hai; -
diss'egli con voce sommessa ma ricisa, - tu muori per un dolor tuo, quando non
è lecito morire che pel dolore di tutti!... Tu ti arrendi vilmente alla tisi
che ti consuma quando dovresti salire con animo forte al martirio!... Io son
medico, Giulio; non voglio ingannarti. Una passione mista di rabbia d'orgoglio
d'ambizione ti divora lentamente; il suo morso avvelenato è incurabile.
Soccomberai senza dubbio. Ma credi tu che l'anima non possa sollevarsi sulle
malattie del corpo, e prescrivere a se stessa un fine grande, glorioso?...
Giulio si sfregolava smarrito gli
occhi, le guance, la fronte. Tremava da capo a piedi, tossiva di tratto in
tratto e non poteva articolar parola.
- Credi tu - riprese Lucilio - credi
tu che sotto questa mia scorza dura e ghiacciata non si celino tali tormenti
che mi farebbero preferire l'inferno, nonché il sepolcro, alla fatica di
vivere? Or bene; io non voglio morire piangendo me, compassionando a me,
badando solo a me, come il pecoro sgozzato!... Quando le membra saranno
consunte, l'anima fuggirà da esse libera forte beata piucchemai!... Giulio,
lascia morire il tuo corpo, ma difendi contro la viltà, contro l'abbiezione
un'intelligenza immortale!...
Io guardava meravigliando il gruppo
di quelle due figure, l'una delle quali pareva infondere all'altra il coraggio
e la vita. Alle parole, al contatto del dottore, Giulio si drizzava della
persona e si rianimava negli occhi; la vergogna gli ottenebrava nobilmente la
fronte, ma l'anima ridestata a un grande sentimento coloriva i segni della
prossima morte d'un sublime splendore. Non tossiva, non tremava più; il sudore
dell'entusiasmo succedeva a quello della malattia; la sua bocca balbettava
ancora parole tronche e confuse, ma solo per impazienza di pentimento e di
generosità. Fu un vero miracolo.
- Avete ragione - rispose egli alla
fine con voce calma e profonda. - Fui un vile finora; non lo sarò più. Morire
debbo certamente, ma morrò da forte e dallo sfacelo del corpo andrà salva
l'anima mia!... Vi ringrazio Lucilio!... Venni qui a caso per abitudine per
disperazione; venni desolato avvilito infermo; partirò con voi, sicuro
dignitoso e guarito! Dite dove s'ha da andare, io son pronto!...
- Partiremo domattina per Milano; -
riprese Lucilio - là vi sarà un fucile per ciascuno di noi; ad un soldato non
si domanda se è malato o sano, ma se ha forza d'animo e di volontà!... Giulio,
te lo accerto, non morrai tremando di paura e desiderando la vita.
Abbandoneremo insieme questo secolo di illusioni e di vigliaccherie per
ricoverarci contenti in seno dell'eternità!...
- Oh io pure - esclamai - io pure
partirò con voi!... - Strinsi la mano al dottore, e buttai le braccia al collo
di Giulio come ad un fratello. Era così sorpreso e commosso che nessuna sorte
vedeva migliore di quella di morire con tali compagni.
- No, tu non devi partire per ora; -
soggiunse dolcemente Lucilio - tuo padre ha altri disegni; ti consulterai con
essolui, ché ne hai stretto dovere. Quanto al mio, ricevetti oggi stesso
l'annunzio della sua morte. Vedete bene che son solo oggimai; nudo affatto di
quegli affetti che racchiudono una gran parte di nostra vita fra le pareti
domestiche. Per me gli orizzonti si allargano sempre più; dall'Alpi alla
Sicilia, è tutta una casa. L'abito con un solo sentimento che non morrà mai
neppure colla mia morte.
Una memoria del monastero di Santa
Teresa attraversò come un lampo gli occhi di Lucilio mentre proferiva queste
parole; ma non commosse punto il suono tranquillo della sua voce, né lasciò
orma alcuna sulle sembianze di melanconia o di sconforto. Ogni affanno
scompariva in quella superba sicurezza d'uno spirito che sente in sé qualche
parte d'eterno. Ci separammo allora; i commiati severi senza rimpianti senza
lagrime. Negli ultimi nostri discorsi non trovarono posto i nomi della Clara e
della Pisana. E sì che a tutti e tre, anche a Lucilio, ne sono certo, un amore
sventuratissimo dilaniava le viscere. Essi n'andarono verso l'ospitale,
divisando mettersi in viaggio il mattino all'alba; io mi avviai curvo e
frettoloso in cerca di mio padre. Non sapeva quali fossero i suoi disegni,
perché Lucilio non aveva voluto dirmene di più, e mi tardava l'ora di
conoscerli per iscaricarmi poi dei miei dolori privati in qualche grande e non
inutile sacrifizio, come il povero Giulio me ne dava l'esempio.
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