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Il viaggio può esser buono benché
fu cattiva la partenza. Arriviamo a Milano il giorno della Festa per la
Federazione della Repubblica Cisalpina. Io comincio a veder chiaro, ma forse
anche a sperar troppo nelle cose di questo mondo. I soldati cisalpini e la
Legione Partenopea di Ettore Carafa. Di punto in bianco divento ufficiale di
questa.
Perdonatemi la mala creanza d'avervi
impiantati così sgarbatamente; ma non ce n'ho colpa. La vita d'un uomo
raccontata così alla buona non porge motivo alcuno ond'essere spartita a
disegno, e per questo io ho preso l'usanza di scrivere ogni giorno un capitolo
terminandolo appunto quando il sonno mi fa cascare la penna. Ieri sera ne fui
colto quando più mi facean d'uopo tutti i miei sentimenti chiari e svegliati
per continuare il racconto, e così ho creduto di far bene sospendendolo fino ad
oggi. Già non ne aveste altro incommodo che di dover voltare una pagina e
leggere quattro righe di più.
La giovine greca nelle sue spoglie marinaresche
era bella come una pittura del Giorgione. Aveva un certo miscuglio di robusto e
di molle, d'arditezza e di modestia che un romito della Tebaide se ne sarebbe
innamorato. Però io non mi lasciai vincere da questi pregi incantevoli; e con
uno sforzo supremo m'apprestava a farla capace del suo strambo operare, a
rammemorarla de' suoi genitori, di suo fratello, dei suoi doveri di morale e di
religione, a persuaderla fors'anco che il suo non era amore ma momentanea
frenesia che in due giorni si sarebbe sfreddata, a protestarle di più
schiettamente se n'era il bisogno, che il mio cuore era già preoccupato e che
sarebbe stato inutile ogni sforzo per conquistarlo. A tanto giungeva il mio
eroismo. Fortuna che non fu di mestieri; e che la sincerità della donzella mi
sparagnò la ridicolaggine donchisciottesca d'una battaglia contro un mulino.
- Non condannatemi! - riprese ella
dopo aver parlato come esposi in addietro, e imponendomi silenzio d'un gesto -
prima dovete ascoltarmi!... Emilio è il mio promesso sposo; egli non pensava
certamente a mescolarsi in brighe di Stato, in macchinazioni e in congiure
quando lo conobbi; fui io a spingerlo per quella via, e a procurargli la
proscrizione che nudo di tutto, senza parenti senza amici e cagionevole di
salute lo manda a soffrire, a morir forse in un paese lontano e straniero!...
Giudicatemi ora; non era dover mio quello di tutto abbandonare, di sacrificar
tutto per menomare i cattivi effetti delle mie esortazioni?... Lo vedete bene:
Spiro avea torto nel volermi trattenere. Non è l'amore soltanto che mi fa
fuggire la mia casa; è la pietà, la religione, il dovere!... Perisca tutto, ma
che non mi resti nel cuore un sì atroce rimorso!
Io rimasi, come si dice, di
princisbecco; ma feci dignitosamente l'indiano e benché la vergogna mi salisse
alle guance del granchio ch'era stato per prendere, pure trovai qualche parola
che non dicesse nulla, e velasse momentaneamente il mio imbroglio. Soprattutto
mi imbarazzava quel signor Emilio, nudo di tutto, malato, interessante che l'Aglaura
diceva essere il suo promesso sposo e del quale io non avea mai sentito mover
parola dai suoi. Probabilmente ella supponeva che Spiro me ne avesse parlato,
infatti ella tirò innanzi a raccontare come se ne sapessi quanto lei.
- La settimana passata - diss'ella -
era assalita continuamente dall'idea di ammazzarmi: ma quando prima vidi voi, e
sentii che avevate intenzione d'andare a Milano, un altro pensiero meno funesto
per me e consolante per tutti mi balenò in capo. Perché non vi avrei seguito? Emilio
era a Milano anch'esso. Un lungo silenzio mi teneva allo scuro di tutto ciò che
lo riguardava. Uccidendomi non ne avrei saputo più di prima, e neppure gli
avrei recato alcun conforto; mentre invece raggiungendolo, mettendomigli al
fianco, rimanendo sempre con lui, chi sa? avrei potuto attenuare le disgrazie
che gli aveva tirato addosso colle mie smanie liberalesche. Decisi adunque che
sarei partita con voi; perché in quanto al pormi in viaggio da sola, il
pensarvi senz'altro mi spaventava. Figuratevi! Avvezza a metter così raramente
il piede fuori di casa! Il coraggio no, ma mi sarebbe mancata la pratica e chi
sa in quali impicci avrei potuto cascare! Invece colla scorta d'un amico onesto
e fidato sarei ita sicura in capo al mondo. Presa questa deliberazione ne
ventilai un'altra. Doveva io parteciparvi il mio disegno o seguirvi a vostra
insaputa finché la nostra scambievole posizione vi obbligasse vostro malgrado a
prendermi per compagna? La mia franchezza propendeva al primo partito; ma il
timor d'un rifiuto e la cura della segretezza mi sforzarono al secondo.
Tuttavia il maggior ostacolo restava da superarsi, ed era mio fratello. Fra lui
e me formiamo siffattamente una anima sola che i pensieri si disegnano in lui
mentre si coloriscono in me: siamo due liuti di cui l'uno ripete spontaneo e un
po' confusamente i suoni toccati sulle corde dell'altro. Egli infatti travide
il mio disegno fin dalla prima volta che voi foste in nostra casa; non dico
ch'egli indovinasse il pensiero ch'io avea formato di accompagnarmi a voi, ma
mi lesse chiara negli occhi la volontà di fuggire a Milano. Tanto bastava per
render impossibile o almeno molto difficile questa fuga, perché io conosco
l'immenso affetto serbatomi da mio fratello e ch'egli piuttosto torrebbe di
morire che di separarsi da me. Cosa volete? Alle volte mi sembra che per un
fratello questo amore sia troppo; ma egli è fatto così, e bisogna convenire che
è un bel difetto. Non potreste immaginare le astuzie da me adoperate per
cavargli di capo i suoi sospetti, le menzogne che sciorinai coll'aspetto più
ingenuo del mondo, le carezze che gli feci maggiori d'ogni consueto, l'affetto
e la cura che dimostrava a tutte le cose di famiglia! Solamente chi si crede
chiamata da Dio e dalla propria coscienza alla riparazione delle proprie colpe
può far altrettanto e confessarlo senza morire di crepacuore e di vergogna. I
miei vecchi genitori, Spiro stesso rimase ingannato. Guardate, io ne piango
anche adesso! Ma Dio vuole così; sia fatta la sua volontà! Rimasero tutti
ingannati come vi dico, e certo stamattina quando dissi le orazioni colla mamma
e diedi il buon giorno al papà, nessuno avrebbe sospettato ch'io covava il
disegno di abbandonarli dopo una mezz'ora, di mutarmi nell'arnese d'un
marinaio, e di correre il mondo insieme a voi in penitenza de' miei peccati!...
Omai son risoluta; il gran passo è fatto. Se Dio mi fornì la forza di
dissimulare per tanto tempo, e l'astuzia di ingannare guardiani così accorti ed
amorosi, è segno ch'egli approva e difende la mia condotta. Egli provveda a
riparar i mali che la mia fuga può cagionare!... Quanto ai miei genitori non ne
ho gran paura!... Sia il mio sesso, o lo scarso merito, o la loro grave età
volgente all'egoismo, io non m'accorsi mai che il loro affetto per me
oltrepassasse i limiti della discrezione. Mia madre sembra alle volte pentita
di avermi trascurata a lungo e mi colma di carezze che vorrebbero essere
materne ma sono un po' troppo studiate; mio padre poi non si dà questa briga,
egli si dimentica di me le intere giornate, e pare che mi tratti come gli fossi
capitata in casa oggi e dovessi uscirne domani. Infatti noi femmine siamo pei
padri un bene passeggiero, un trastullo per alcuni anni; ci considerano, credo,
come roba d'altri, e certo mio padre non dimostrò mai ch'egli mi ritenesse per
sua. Così vi dico, in quanto a loro non mi do grande affanno: saranno
abbastanza tranquilli, se mi sapranno viva: ma è in riguardo a Spiro che non
posso far a meno d'inquietarmi!... Io conosco la sua indole fiera e
precipitosa, il suo cuore che non soffre né pazienza né misura! Chi sa quale
scompiglio ne potrebbe nascere! Ma spero che l'amore e il rispetto ai nostri
comuni genitori gli farà tenere qualche riserbo. D'altro canto gli scriverò, lo
metterò in quiete, e pregherò sempre il cielo che mi conceda la grazia di
riunirci.
Così parlando ella s'era già rimessa
a camminare verso dove io era avviato prima che mi rivolgessi ad affrontarla,
ed io pure spensatamente le procedeva del paro. Ma quando ella terminò il suo
racconto io mi fermai sui due piedi, dicendo:
- Aglaura, dove n'andiamo ora?
- A Milano dove n'andate voi -
rispose ella.
Confesso che tanta sicurezza mi
confuse e mi rimasero in tasca inoperosi tutti gli argomenti che mi prefiggeva
adoperare per dissuaderla da quell'avventato disegno. Vidi che non c'era
rimedio, e pensai involontariamente alle parole di mio padre quando mi diceva
che nella figliuola degli Apostulos io avrei trovato una sorella e che come
tale l'avrei amata. Ch'egli fosse stato profeta? Pareva di sì; ad ogni modo io deliberai
di non abbandonare la ragazza, di sorreggerla coi miei consigli, di seguirla
sempre, di prestare insomma quei fraterni uffici che le venivano di diritto per
l'antica amicizia professata da mio padre al padre suo. Se non fratelli eravamo
a questo modo un pochetto cugini; e così mi posi in quiete, deciso di regolarmi
in seguito secondo le circostanze e di non trascurar mezzo alcuno che valesse a
ricondurre l'Aglaura nel seno della propria famiglia. Intanto non cangiai per
nulla il mio progetto che era di tirar innanzi a piedi fino a un paesello lì
presso; di guadagnar di colà il pedemonte con una carrettella, e così poi di
carrettella in carrettella, di paese in paese, sguisciando fra le città e la
montagna giungere al lago di Garda e farmi buttare da un battello sulla riva
bresciana. Peraltro prima di mettere ad effetto la prima parte di questo piano
chiesi con solennità alla donzella se veramente quel signor Emilio era il suo
promesso sposo, e se l'aveva certe novelle ch'egli si trovasse infermo a Milano.
- Mi domanda se Emilio è il mio
fidanzato? Non conosce Emilio Tornoni? - sclamò con gran sorpresa l'Aglaura. -
Ma dunque Spiro non ve n'ha mai parlato?
- No, ch'io mi sappia - risposi io.
- È una cosa molto strana - bisbigliò
ella affatto tra i denti.
Poi senza rompersi altro il capo mi
dichiarò in breve come già prima che Spiro tornasse dalla Grecia ove si era
fermato quindici anni presso un suo zio, ella era stata chiesta in isposa da
Emilio, un bel giovine a udirla lei, e delle migliori famiglie dell'Istria,
stabilito come ufficial d'arsenale a Venezia. Il ritorno del fratello e più
alcuni dissesti di fortuna che lo aveano reso necessario, ritardarono sulle
prime le nozze; poi sopraggiunta la rivoluzione avea lasciato tutto sospeso,
finché Emilio avea dovuto fuggire con tutti gli altri per la nefandità del
trattato di Campoformio; ed ella continuava a protestarsi l'unica origine di
questo guaio, come quella che aveva riscaldato il capo ad Emilio e distoltolo
dalle sue occupazioni marinaresche per mescolarlo nei baccanali di
quell'effimera libertà. Io me le opposi dimostrandole che un uomo è sempre
responsabile delle proprie azioni, e suo danno se si lascia menar pel naso
dalle donne. Ma l'Aglaura non volle rimettersi a quest'opinione, e persisteva nel
ritenersi obbligata a raggiungere il suo fidanzato per compensarlo in qualche
maniera di ciò che gli faceva soffrire. Circa alla sua malattia, e al trovarsi
egli in Milano non poteva dubitarne, perché nell'ultima lettera le avea fatto
sapere ch'egli non si sarebbe mosso di colà, e che se non riceveva suoi scritti
in seguito, la ritenesse pure ch'egli era o morto o gravemente infermo. Forse
il povero esule scrivendo quelle parole sentiva già i primi sintomi di quella
malattia che lo teneva allora inchiodato sul letto pestilente d'uno spedale.
L'immaginazione dell'Aglaura era così vivace che le pareva quasi di vederlo
abbandonato all'incuria piucché alle cure d'un infermiere mercenario, e
disperato di dover morire senza un suo bacio almeno sulle labbra. In questi
discorsi giunsimo a un piccolo villaggio e là ci accomodammo d'un birroccio che
ci trascinò fino a Cittadella. Narrarvi come l'Aglaura pigliasse
filosoficamente gli incommodi e le fatiche di quel viaggiare alla soldatesca,
sarebbe cosa da ridere. La notte si dormiva in qualche bettolaccia di campagna,
dove c'era le più volte una camera sola con un letto solo. Gli è vero che
questo era pel solito tanto vasto da albergare un reggimento, ma la pudicizia,
capite bene, non permetteva certi rischi. Appena entrati nella stanza si
smorzava il lume; ella si spogliava e si metteva a giacere sul letto; io mi
rannicchiava alla meglio sopra una tavola o in qualche seggiola di paglia. Guai
se fossi stato avvezzo per tutta la mia vita alle mollezze dei materassi e dei
piumini veneziani! In un paio di notti mi avrei logorato le ossa. Ma queste si
ricordavano ancora per fortuna del covacciolo di Fratta e dei bernoccoli
implacabili di quei pagliericci; perciò reggevano valorosamente al cimento e
potevano sfidare al giorno seguente i trabalzi balzani d'una nuova
carrettaccia. Così stentando, balzellando e convien dirlo anche ridendo,
traversammo il Vicentino, il Veronese e giunsimo sul quarto giorno a Bardolino
in riva alle acque dell'azzurro Benaco. In onta alle mie sventure, ai miei
timori e alle distrazioni impostemi dalla compagna, mi ricordai di Virgilio, e
salutai il gran lago che con fremito marino gonfia talvolta i suoi flutti e li
innalza verso il cielo. Da lontano si protendeva nelle acque la vaga Sirmione,
la pupilla del lago, la regina delle isole e delle penisole, come la chiama
Catullo, il dolce amante di Lesbia. Vedeva il colore melanconico de' suoi
oliveti, m'immaginava sotto le loro ombre vagante con soavi versi sulle labbra
il poeta delle grazie latine. Rimuginava beatamente al lume della luna le mie
memorie classiche; ringraziando in cuor mio il vecchio piovano di Teglio che
m'avea dischiuso la sorgente di piaceri così puri, di conforti così potenti
nella loro semplicità. Orfano si potea dire di genitori e di patria, balestrato
non sapeva dove da un destino misterioso, tutore per forza d'una fanciulla che
non m'era stretta da alcun legame né di parentela né d'amore, rivedeva tuttavia
un barlume di felicità nelle poetiche immaginazioni di uomini vissuti diciotto
secoli prima. Oh benedetta la poesia! eco armonioso e non fugace di quanto
l'umanità sente di più grande ed immagina di più bello!... alba vergine e
risplendente dell'umana ragione!... tramonto vaporoso e infocato della divinità
nella mente inspirata del genio! Ella precede sui sentieri eterni ed invita a
sé una per una le generazioni della terra: ed ogni passo che avanziamo per
quella strada sublime ci dischiude un più largo orizzonte di virtù di felicità
di bellezza!... S'incurvino pure gli anatomici a esaminare a tagliuzzare il
cadavere; il sentimento il pensiero sfuggono al loro coltello e avvolti nel
mistico ed eterno rogo dell'intelligenza slanciano verso il cielo le loro
lingue di fiamma.
Andavamo via per la costa della
collina, mentre l'oste ci imbandiva la cena d'una piccola trota e di poche
sardelle. Io pensava a Virgilio a Catullo alla poesia; e Venezia e la Pisana e
Leopardo e Lucilio e Giulio Del Ponte ed Amilcare e tutti morti vivi moribondi
gli affetti del cuore tremolavano soavemente nei miei vaghi pensieri. L'Aglaura
mi veniva appresso ravvolta nel suo cappotto e grave anch'essa la fronte di
melanconiche fantasie. La luna le batteva per mezzo al volto e disegnandone il
dilicato profilo ne vezzeggiava a tre tanti la greca bellezza. Mi pareva la
musa della tragedia, quando prima si rivelò pensosa e severa all'estro di
Eschilo. Tutto ad un tratto dopo un'erta faticosa della via giunsimo dov'essa
radeva il sommo d'una rupe che impendeva precipitosa sul lago. La frana cadeva
giù nera e cavernosa, sbiancata mestamente dalla luna in qualche nodo più
rilevato; di sotto l'acqua nereggiava profonda e silenziosa; il cielo vi si
specchiava entro senza illuminarla, come succede sempre quando la luce non
viene di traverso ma a piombo. Io mi fermai a contemplare quel tetro e solenne
spettacolo che meriterebbe una descrizione finita da una penna più maestra o
temeraria della mia. L'Aglaura si protese sulla repente caduta della roccia, e
parve assorta per un istante in più tetre meditazioni. Ohimè! io pensava
intanto ai tranquilli orizzonti, alle verdi praterie, alle tremolanti marine di
Fratta; rivedeva col pensiero il bastione di Attila e il suo vasto e
maraviglioso panorama che primo m'avea incurvato la fronte dinanzi la deità
ordinatrice dell'universo. Quanti fiori di mille disegni, di mille colori
racchiude la natura nel suo grembo, per ispanderli poi sulla faccia multiforme
dei mondi!... Mi riscossi da cotali memorie a un lungo e profondo sospiro della
mia compagna: allora la vidi avventarsi in avanti e rovinar capovolta
nell'abisso che le vaneggiava a' piedi. Mi scoppiò dalla gola un grido così
straziante che impaurì quasi me stesso; lo spavento mi drizzava i capelli sul
capo e mi sentiva attirare anch'io dal vorticoso delirio del vuoto. Ma
raccapricciava al pensiero di volgere un'occhiata a quella profondità e
fermarla forse nelle spoglie inanimate e sanguinose della misera Aglaura. In
quella mi parve udire sotto di me e non molto lontano un fioco lamento. Mi
chinai sul ciglio della rupe, intesi l'orecchio e raccolsi un gemito più
distinto; era dessa, non v'avea dubbio: viveva ancora. Aguzzai gli occhi a
tutto potere e scorsi finalmente fra un macchione di cespugli una cosa nera che
somigliava un corpo e pareva esservi rimasta appesa. Impaziente di recarle
soccorso e di sottrarla al pericolo imminente d'un ramo che si spezzasse o
d'una radice che cedesse, mi calai giù risoluto per la parete quasi verticale
della roccia. Strisciava lungh'essa rapidamente col viso coi ginocchi coi
gomiti, ma lo strisciamento stesso e qualche cespo d'erba cui mi aggrappava nel
passare rompevano il soverchio precipizio della discesa. Non so per qual
miracolo arrivassi sano e salvo, cioè almeno colle gambe intiere e colle
vertebre bene inanellate, alla macchia di cornioli che l'aveva trattenuta.
Allora non avea tempo da maravigliarmi; la ritrassi dalla spinaia in cui era
impigliata coi gheroni del cappotto e la addossai ancor semiviva al dirupo.
Senz'acqua senza nessun aiuto in quel ginepraio che aveva figura d'un gran nido
di aquilotti, io non poteva altro che aspettare ch'ella rinvenisse o guardarla
morire. Aveva udito dire che anche il soffio giovasse a ridonare i sensi agli
smarriti per qualche commozione violenta, e mi diedi a soffiare negli occhi e
sulle tempie spiando ansiosamente ogni suo minimo movimento. Ella dischiuse
alfine le ciglia; io respirai come se mi si togliesse di sopra al petto un
enorme macigno.
- Ahimè! sono ancor viva! - mormorò
ella. - Dunque è proprio segno che Dio lo vuole!...
- Aglaura, Aglaura! - le diss'io
all'orecchio con voce supplichevole ed affettuosa - ma dunque non avete nessuna
fede in me?... dunque la mia protezione, la mia compagnia hanno finito di
rendervi fastidiosa la vita!....
- Voi, voi? - soggiunse languidamente
- voi siete il più fido e diletto amico ch'io m'abbia: per voi io mi
condannerei a vivere, se fosse di bisogno, il doppio del tempo destinatomi
dalla sorte. Ma che valore ha mai la mia vita pel bene degli altri?...
- Ne ha uno di grandissimo, Aglaura!
Prima di tutto pei vostri genitori, per vostro fratello che vi ama, vi adora, e
voi sola ne sapete il quanto! indi perché vi è un cuore al mondo che ha diritto
d'amore e di padronanza sul vostro. Voi amate, Aglaura; voi avete perduto il
diritto d'uccidervi, dato che persona possa mai avere questo diritto.
- Ah sì è vero, io amo! - rispose la
donzella con un certo suono di voce che non avvisai se provenisse da affanno di
respiro o da amarezza d'ironia. - Io amo! - ripeté ella, e questa volta con
tutta la sincerità dell'anima. - Deggio vivere per amare: avete ragione,
amico!... Datemi braccio che torneremo a casa.
Io le feci osservare che di colà non
si poteva né salire né scendere senza pericolo, e che ad ogni modo non sarebbe
stata prudenza l'avventurarvisi dopo il suo lungo svenimento.
- Son più greca che veneziana -
sclamò ella rizzandosi alteramente. - Svenni per oppressione di respiro, non
per dolore né per paura; ve ne prevengo e credetemelo. Quanto al partire di
qui, se salire non si può, scendere si potrà sempre. Non vedete quanto
maestrevolmente vi siamo discesi noi!
I miei ginocchi s'accorgevano della
maestria, ed ella s'era calata a volo, ma non son prove da tentarsi due volte.
Tuttavia non opposi obbiezioni temendo ch'ella mi giudicasse più veneziano che
greco.
- Laggiù lungo il lago - riprese ella
- è un renaio che seguita, mi pare, fino al porto di Bardolino. Messivi i piedi
sopra saremo sicuri della strada.
- Il più bello sarà di metterveli i
piedi - soggiunsi io.
- Badate - diss'ella - e seguitemi.
In queste parole abbrancandosi ad un
ramo che sporgeva noderoso e flessibile si spenzolò dalla rupe; indi abbandonò
il ramo e la vidi scendere strisciando come poco prima avea fatto io. Un minuto
dopo ella poggiava le piante sulla sabbia molle e umidetta dove veniva a
sussurreggiare morendo l'onda del lago. Potete credere che non volli mostrarmi
dammeno d'una donna; arrischiai anch'io il gran salto, e con un secondo screzio
di botte e di scorticature la raggiunsi che non mi parve vero di averla pagata
cara. Allora volsi al cielo un sospiro così pieno di ringraziamenti che l'aria
dovette accorgersene al peso; la mia compagna invece camminava lesta e
saltellante come uscisse dal ballo o dal teatro. E dire che un quarto d'ora
prima s'era precipitata volontariamente da un'altezza di due campanili! Donne,
donne, donne!... quali sono i nomi dei centomila elementi, sempre nuovi, sempre
varii, sempre discordi che vi compongono? - Io non aveva mai veduta l'Aglaura
così lieta, così briosa come allora dopo avermi giuocato quel mal tiro da
disperata. Soltanto quand'io voleva ridurla a darmene ragione ella stornava il
discorso con un poco di broncio; ma lo ravvivava indi a un istante con maggior
brio e con doppia petulanza.
- Volete proprio saperlo?... Son
pazza, e finiamola!
Così mi chiuse la bocca da ultimo, e
non se ne parlò più infatti. Tanto fu allegra spensierata ciarliera nel resto
della passeggiata che comunicò anche a me qualche parte del suo buon umore, e
se i miei ginocchi ricordavano molto, la mente per quella mezz'ora si dimenticò
di tutto.
- Quello che mi dispiace si è che
mangeremo la trota fredda e le sardelle rinvenute! - disse scherzando l'Aglaura
quando eravamo per toccare il lastrico del porto.
Dico il vero che per quanto mi fossi
riavuto, non aveva ancora le idee così chiare da ripescarvi per entro le
sardelle e la trota. Però risi a fior di labbra di questo rammarico
dell'Aglaura, e le promisi una frittata se il pesce non conferiva.
- Ben venga la frittata e voglio
voltarla io! - sclamò la fanciulla.
Saffo che dopo il salto di Leucade
rivolta la frittata è un personaggio affatto nuovo nel gran dramma della vita
umana. Or bene, io vi posso assicurare che quel personaggio non è una grottesca
finzione poetica, ma ch'esso ha vissuto in carne ed ossa, come appunto viviamo
io e voi. Infatti l'Aglaura, non trovando di suo grado la trota, si mise alla
padella a sbattervi le ova; io credo che la povera trota fosse ignominiosamente
calunniata pel ruzzo ch'era saltato alla donzella di cavarsi questo capriccio.
Io ammirava a bocca aperta. China col ginocchio sul focolare, col manico della
padella in una mano, e il coperchio nell'altra che le difendeva il viso dal
fuoco, ella pareva il mozzo d'un bastimento levantino che si ammannisce la
colazione. La frittata riuscì eccellente, e dopo di essa anche la trota si
vendicò del sofferto dispregio facendosi mangiare. Le sardelle adoperarono del
loro meglio per entrare anch'esse dov'era entrata la trota. Infine non rimasero
sui piatti che le reste, e d'allora in poi io mi persuasi che nulla serve
meglio ad aguzzar l'appetito quanto l'aver cercato di ammazzarsi un'oretta
prima. L'Aglaura non ci pensava più affatto; io pure m'avvezzava a riguardare
quel brutto accidente come un sogno ed una burla, e lo stomaco lavorava con sì
buona voglia che mi pareva impossibile dopo l'affannoso batticuore di pochi
momenti prima. Confesso che anche ora ci veggo della magia in quel furioso
appetito; quando non fosse l'Aglaura che mi stregava. Ogni sardella che
inghiottiva era un brutto pensiero che volava ed un gaio e ridente che
capitava. Rosicchiando la coda dell'ultima giunsi a immaginare la felicità che
avrei provato in un tempo di calma di amore d'armonia goduto insieme alla
Pisana su quelle piagge incantevoli.
«Chi sa!» pensai trangugiando il
boccone. Ed era tutto dire tanta confidenza nella buona stella dopo il
temporalone di quella sera! Tanto è vero che gli estremi si toccano, come dice
il proverbio, e che Bertoldo aveva ragione di sperar maggiormente il sereno
durante la piova.
Quella infine fu la serata più
gioconda e piacevole che passassi coll'Aglaura durante quel viaggio; ma molto
forse ci poteva la contentezza di vederci salvi da un sì gran pericolo.
Accompagnandola nella sua stanza (l'osteria di Bardolino aveva fino dal secolo
scorso pretensione d'albergo) non mi potei trattenere dal dirle:
- Non me ne farete più, Aglaura, di
cotali paure, n'è vero?
- No, certo, e ve lo giuro - mi
rispose ella stringendomi la mano.
Infatti il mattino appresso
traversando il lago, e i giorni seguenti viaggiando pei neonati dipartimenti
della Repubblica Cisalpina ella fu così serena e composta che me ne stupiva
sempre. Ed io più volte m'arrischiai allora di toccarla sul tasto di quella
stramba volata, ma ella sempre mi dava sulla voce, dicendo che già me lo avea
confessato le cento volte che la era pazza, e che rimanessi pur tranquillo che
almeno in quella pazzia non ci sarebbe incappata più. Così entrammo abbastanza
felici in Milano dove l'eroe Buonaparte con una dozzina di piastricciatori
lombardi si dava attorno per improvvisare un ritratto abbozzaticcio della
Repubblica Francese una ed indivisibile.
Era il ventuno novembre; una folla
immensa e festosa traboccava di contrada in contrada sul corso di Porta
Orientale e di là fuori nel campo del Lazzaretto, battezzato novellamente pel
campo della Federazione. Tuonavano le artiglierie, migliaia di bandiere
tricolori sventolavano; era uno scampanio a festa, un gridare, un lanciar di
cappelli, un agitarsi di fazzoletti di teste di braccia in quella calca allegra
tumultuosa e non pertanto calma e dignitosa. Né io né l'Aglaura ebbimo cuore di
fermarci in una camera mentre alla luce del sole, alla libera aria del cielo
doveva inaugurarsi poco stante il governo stabile ed italiano della Repubblica
Cisalpina. Posto giù il mio fagotto e senza ch'ella volesse deporre il
travestimento virile ci mescolammo alla gente, contentissimi di esser giunti in
tempo di quel solenne e memorabile spettacolo. Giunti al luogo dove
l'Arcivescovo benediceva le bandiere fra l'altare di Dio e quello della patria,
in mezzo ad un popolo innumerevole e fremente, dinanzi all'autorità popolare
del nuovo governo, e alla gloriosa tutela di Bonaparte che assisteva in un
seggio speciale, confesso anch'io che tutti gli scrupoli m'uscirono di capo. Quella
era proprio la vita d'un popolo, e fossero stati Francesi o Turchi a
risvegliarla, non ci trovava nulla a ridire. Quei volti quei petti quelle grida
erano piene di entusiasmo e di fausti e grandi presagi: quella subita concordia
di molte provincie divelte da varia soggezione straniera per comporre una sola
indipendenza una sola libertà, era incentivo alle immaginazioni di maggiori
speranze. Quando il Serbelloni, presidente del nuovo Direttorio, giurò per la
memoria di Curzio di Catone e di Scevola che manterrebbe se fosse d'uopo colla
vita il Direttorio la costituzione le leggi, quei grandi nomi romani
s'intonavano perfettamente alla solennità del momento. Se ne ride ora che
sappiamo il futuro di quel passato; ma allora la fiducia era immensa; le virtù
repubblicane e la operosa libertà del Medio Evo parevano cosa da poco; si
riappiccavano arditamente alla gran larva scongiurata da Cesare. Fra quel
carnovale della libertà la mente mi corse talora a Venezia, e sentiva
inumidirmisi gli occhi; ma l'imponenza presente scacciava la memoria lontana. I
manifesti e le dicerie di quel giorno furono cose tanto pregne, che le lusinghe
lasciate travedere dal Villetard ai Veneziani non parevano né bugiarde né
fallaci. I Veneziani che assistevano alla festa piangevano piuttosto di
commozione che di dolore, e d'altronde si stimava impossibile che la Francia,
dopo aver donato la libertà a provincie serve e dapprima indifferenti, volesse
negarla a chi l'avea sempre posseduta, e mostrato fino all'estremo di averla
carissima. Bonaparte tornava in cima nell'affetto e nell'ammirazione di tutti;
al più si mormorava del Direttorio francese che gli tenea legate le mani,
solita scusa di questi ladri e truffatori della pubblica gratitudine. Io pure
mi diedi a credere che il trattato di Campoformio fosse una necessità del
momento, una concessione temporanea per riprender poscia più di quanto si era
dato; e a veder daccosto le opere di quei Francesi e la civiltà dei Cisalpini,
non mi sorprese più che Amilcare mi scrivesse, affatto guarito dai suoi delirii
di Bruto, e che Giulio Del Ponte e Lucilio si fossero inscritti nella nuova
Legione lombarda, nocciolo di eserciti futuri.
Io cercava dello sguardo questi miei
amici nelle schiere delle milizie disposte a rassegna nel campo del Lazzaretto;
e mi parve infatti discernerli benché per la distanza non mi potessi
assicurare. Quello che raffigurai perfettamente fu a capo d'un drappello
francese Sandro, il mio amico mugnaio, con grandi pennacchi in testa e ori e
fiocchi sulle spalle ed al fianco. Mi pareva impossibile che l'avessero
fregiato di tanti splendori in sì breve tempo, ma l'era proprio lui, e se fosse
stato un altro, bisognava gettar via la testa, tanto ingannava la
rassomiglianza. Chiesi anco all'Aglaura se le venisse fatto di scernere il
signor Emilio, ma la mi soggiunse asciutto asciutto che non lo vedeva. Ella
sembrava occuparsi piucché altro della festa, e le sue grida e il suo picchiar
di mani colpirono tanto i più vicini che le fu fatto bozzolo intorno.
- Aglaura, Aglaura! - le bisbigliava
io. - Ricordati che sei donna!
- Sia donna o uomo che importa? -
rispose ella ad altissima voce. - Gli adoratori della libertà non hanno
differenza di sesso. Sono tutti eroi.
- Bravo! brava! Ben detto! È un uomo!
È una donna! Viva la Repubblica! Viva Bonaparte!... Viva la donna forte!...
Dovetti trascinarla via perché non me
la portassero in trionfo; ella si sarebbe accomodata, credo, molto volentieri
di questa cerimonia, e le vedeva errare negli occhi un certo fuoco che
ricordava il furore d'una Pizia. A gran fatica potei condurla in un altro canto
dove si raccoglieva una gran turba femminile, la più molesta e ciarliera che
avesse mai empito un mercato. Era una vera repubblica, anzi un'anarchia di
cervelli leggieri e svampati; per me non conosco essere che dica tante
bestialità quanto una donna politica. Giudicatene da quanto ne udii allora!
- Ehi - diceva una - non ti pare che
avrebbero fatto meglio a vestirlo di rosso il nostro Direttorio?... Così tinti in
verdone coi ricami d'argento mi sembrano i cerimonieri
dell'ex-Governatore.
- Taci, là! sciocca - rispondeva
l'interrogata - la severità repubblicana porta i colori oscuri.
- Ah ci chiama severità lei? -
s'intromise una terza. - Se sapesse cos'hanno fatto due tenentelli francesi
alla figlia di mia sorella!...
- Eh calunnie! saranno nobili
travestiti!... Morte ai nobili!... Viva l'eguaglianza!
- Viva, viva: ma intanto dicono che
quei signori del Direttorio siano quasi tutti aristocratici.
- Sì, lo erano, figliuola mia; ma li
hanno purificati.
- Diavolo! come si fa questa
operazione?...
- Eh non lo sai, no?... Non hai mai
visto in San Calimero il quadro della Purificazione?... Si portano in chiesa
due tortore e due colombini.
- E dee proprio bastare?
- Il resto lo sapranno i preti; per
me mi basta che siano purificati e non m'importa tanto del cerimoniale! Ehi!
Lucrezia, Lucrezia! guarda là tuo fratello che bella figura ci fa col suo
schioppo in ispalla e la coccarda sul cappello!
- Eh lo vedo io! Se non fossi sua
sorella me ne innamorerei!... Sai ch'egli ha giurato di ammazzare tutti i re,
tutti i principi e perfino il papa?...
- Sì?... Bravo lui, per diana! è
capace di mantener la promessa.
L'ho veduto io rompere il muso ad uno
sbirro perché gli avea pestato sul piede all'osteria. Viva la Repubblica!...
Tutte quelle gole infaticabili si
unirono allora a quel grido frenetico. Viva la Repubblica!... Viva
Buonaparte!... Viva la Repubblica Cisalpina!...
- Ehi! - chiese timidamente alle
compagne quella che voleva vestir di scarlatto il Direttorio. - Sapresti dirmi
dov'è e che cos'è questa Repubblica?... Io non la vedo... È forse come Maria
Teresa che stava sempre a Vienna e ci mandava qui un sottocuoco!
- Morte al Governatore! - gridò
l'altra per purificarsi intanto le orecchie dalle memorie servili richiamatele
dalla compagna. - Indi si mise a darle una idea chiara di quel che fosse
Repubblica, accertandola ch'essa era come una padrona che non si prende cura di
nulla, che vive e lascia vivere, e non fa lavorare la povera gente a profitto
dei ricchi.
- Vedi - soggiungeva essa. - La
Repubblica c'è ma nessuno l'ha mai veduta; così non se ne prendono soggezione,
e ciascuno può gridare fare girare strepitare a sua posta; come se non ci fosse
nessuno.
- Eh cosa dite mai che non c'è
nessuno? - s'intromise con una vociaccia arrocata dal gran gridare la Lucrezia.
- Non vedete che ci sono i Francesi ed anco i Cisalpini?
- Giust'appunto - tornò a chiedere la
prima - cosa vuol dire questa Cisalpina?
- Caspita! è un nome come Teresina,
Giuseppina e tanti altri.
- No, no, ve lo dirò io cosa vuol
dire! - soggiunse la Lucrezia - costei non ne sa proprio nulla.
- Come non ne so nulla?... Tu eh, sei
proprio la dottorona!
- Minchiona! non vuoi che me ne
intenda? ho ballato intorno all'albero facendo la parte del Genio della
libertà; e ho mio fratello nella Legione Repubblicana!...
Io aspettava con tanto d'orecchi
questa definizione della Repubblica che stentava a venire, e non badava ai
delegati di Mantova e delle Legazioni, non ancora unite alla Cisalpina, che
oravano in quel frattempo dinanzi al Direttorio, con grande e nuova
testimonianza d'italiana concordia.
- Dunque dunque, via, cos'è questa
Repubblica Cisalpina? - chiese con mio gran conforto quella che mi pareva la
più sciocca e pettegola.
- Cos'è? cosa vuol dire? - gridò
fieramente la Lucrezia. - Vuol dire che la Cisalpina c'è e che la Repubblica
saprà mantenerla. L'ha detto e giurato anche il Serbelloni: e il general
Buonaparte è d'accordo con lui.
- Per me non mi piace nulla quel
general Buonaparte; è magro come un quattrino, e ha i capelli morbidi come
chiodi.
- Oh non è nulla, figliuola mia! ne
vedrai ben di più belle! È il continuo furore delle battaglie che gli ha
ridotto le guance e la capigliatura a quel modo. Vedrai mio fratello quando
tornerà dalla guerra. Scommetto che non potrà più mettersi il cappello!
- Fai ingiuria a tua cognata,
Lucrezia! non dire di queste cose!...
Lì successe un nuovo diverbio per l'improntitudine
di questo scherzo in momenti tanto solenni. Le donne finirono
coll'accapigliarsi, e le vicine a dar loro addosso perché si calmassero.
Intervenne un caporale francese che col calcio del fucile mise ordine a tutto.
Avea ben ragione quella che aveva affermato poco prima che anziché esserci
nessuno c'erano i Cisalpini e per giunta anche i Francesi. Dei Francesi
sopratutto non si potea dubitare che non ci fossero. A guardarci bene essi
aveano ordinato il Governo, scelto il Direttorio, nominati i membri delle
congregazioni, i segretari, i ministri; e s'aveano riserbato il diritto di
eleggere a suo tempo i membri del Consiglio grande e di quello dei Seniori. Ma
il popolo nuovo a quel fervore di vita aveva anche troppo che fare
nell'eseguire. Dall'ubbidire pecorilmente e male all'ubbidire attivamente e
bene s'avea fatto un gran salto; il resto verrebbe dopo, Buonaparte
mallevadore.
Confesso che allora anch'io
partecipai generosamente alle illusioni comuni, né peraltro le chiamo illusioni
se non pel tracollo che diedero poi. Del resto s'avevano grandissimi ed ottimi
argomenti di sperare. Quel giorno infatti fu un gran giorno, e degno di essere
onorato dai posteri italiani. Segnò il primo risorgimento della vita e del
pensier nazionale: e Napoleone, in cui sperava allora e del quale mi sfidai
poscia, avrà pur sempre qualche parte della mia gratitudine per averlo esso
affrettato nei nostri annali. Venezia doveva cadere; egli ne accelerò e ne
disonorò la caduta. Vergogna! Il gran sogno di Macchiavello dovea staccarsi
quandocchesia dal mondo dei fantasmi per incombere attivamente sui fatti. Egli
ne operò la metamorfosi. Fu vero merito, vera gloria. E se il caso gliela donò,
s'egli cercolla allora per mire future d'ambizione, non resta men vero che il
favore del caso e l'interesse della sua ambizione cospirarono un istante colla
salute della nazione italiana, e le imposero il primo passo al risorgimento.
Napoleone, colla sua superbia, coi suoi errori, colla sua tirannia, fu fatale
alla vecchia Repubblica di Venezia, ma utile all'Italia. Mi strappo ora dal
cuore le piccole ire, i piccoli odii, i piccoli affetti. Bugiardo ingiusto
tiranno, egli fu il benvenuto.
Se così infervorato era io,
figuratevi poi l'Aglaura; la quale, senza ch'io vel dica, avrete già conosciuto
che aveva una testa voltata affatto a quegli entusiasmi di repubblica e di
libertà! A cotali sue preoccupazioni io ascrissi per quel giorno la poca cura
ch'ella si avea dato del suo Emilio; ma la sera le ne mossi parola quando ci
fummo allogati in due camerette d'un'umilissima locanda sul corso di Porta
Romana.
- Siete voi - mi rispose ella - a
immaginarvi ch'io non me ne prenda cura! Invece stamattina non ho fatto altro
che cercarlo cogli occhi, e se non m'è riescito di scoprirlo, non è mia
colpa... Ma non avete voi qui a Milano molti amici veneziani de' quali vi
proponete andar in traccia questa sera?... Or bene, uscite dunque e menateli;
per mezzo loro saprò qualche cosa. Io mi aggiusterò intanto alla meglio queste
vesti di donna che mi avete comperato. Grazie, sapete, amico mio! Vi giuro che
ve ne sarò grata eternamente. Ma sopratutto se incontraste Spiro fate il gnorri
sul conto mio. Non mi maraviglierei punto ch'egli ci avesse preceduto a Milano.
Io le promisi di fare com'ella domandava, ma la pregai dal canto mio di
mantenere la sua promessa e di dar contezza di sé ai genitori. Ella me lo
promise, ed io n'andai per primo passo alla posta a vedere se ci erano lettere
per me e per lei. Ve n'aveano quattro, tre delle quali per me; e due di queste
della Pisana. Questa mi dava notizia nell'una di quanto era accaduto dopo la
mia fuga; l'altra non recava che lamenti sospiri lagrime per la mia assenza, e
smanie di riabbracciarsi presto. Rimasi strabiliato di quanto mi narrava. Sua
Eccellenza Navagero aveva mandato fuori di casa sua la cugina contessa; e
questa era tornata col figlio, che aveva racquistato il suo posto nella
Ragioneria. Il Venchieredo padre avea strepitato assai per la mia fuga; e
gridato e tempestato che avrebbe posto il sequestro sopra tutti i miei beni; ma
siccome null'altro avea trovato che una grama casuccia, così s'era calmato da
quella febbre di zelo, ed anche la casa se l'erano dimenticata e la Pisana
continuava ad abitarvi. Sembra peraltro che le intercessioni di Raimondo
avessero potuto molto a imporre qualche misura a cotali rappresaglie; perché il
destro giovinotto non s'aveva scordato affatto le civetterie della Pisana, e
allora anzi pareva che vi ripensasse sul grave. Almeno io ne sospettai qualche
cosa per avermi dessa scritto che un giorno impensatamente aveva ricevuto una
visita della Doretta. Certo era opera di Raimondo che per mezzo della ganza
cercava introdursi; la Doretta lo serviva ciecamente, libero poi a lui buttar
via lo strumento quando ne avesse ottenuto lo scopo. La dimestichezza di questa
genia colla Pisana non mi garbava né punto né poco; e deliberai di scriverlene
una paterna solenne perché badasse a tenersela lontana. Gli è vero ch'ella
rideva e ci scherzava sopra, ma non si può preveder tutto; e con quel suo cervellino!...
«Basta!» pensava «facciano presto i Francesi a raccendere la miccia, se no me
la vedo proprio brutta. Quella pazzerella vuol essere amata molto e molto
davvicino per continuar ad amare; e questo esperimento della lontananza non
vorrei prolungarlo di troppo».
Altre due notizie molto mirabili
erano il chiasso che menava ancora il Partistagno per la Clara, e
l'insediamento del padre Pendola in un canonicato di San Marco. Il primo, fatto
da poco capitano di cavalleria negli eserciti imperiali, credo mediante la
protezione del famoso zio barone, sussurrava coi suoi sproni notte e giorno
dinanzi il convento di Santa Teresa; tantoché la madre Redenta aveva chiesto
una sentinella per rinforzare la difesa della portinaia. E la sentinella
s'affacendava notte e giorno a presentar l'arma al terribile Partistagno che
passava e ripassava continuamente. Gli aveano proprio fatto credere che la
Contessa avesse sforzato la Clara a monacarsi per invidia ed odio che nutriva
contro la famiglia di lui. Perciò s'era riscaldato ancora a volersene
vendicare: e fra le altre avea messo in opera anche il mezzo pericolosissimo di
comperare molti crediti ipotecari sui poderi di Fratta, e tempestare con
petizioni e con precetti esecutivi sulle ultime reliquie di quello sfortunato
patrimonio. Certo il Partistagno di per sé non era capace di astuzie così
diaboliche; ma vi si travedeva sotto la zampa infernale del vecchio Venchieredo
che dopo la sua condanna avea giurato un odio infinito alla famiglia del Conte
di Fratta fino all'ultima generazione. Intanto fra le sue angherie, quelle del
Partistagno, i rubamenti di Fulgenzio che lo secondavano, e l'incuria del conte
Rinaldo che coronava l'opera, la sostanza di attiva s'era fatta passiva, e un
fallimento poteva essere poco meno che una buona speculazione. Il castello
abbandonato da tutti cadeva in rovina; e appena la camera di Monsignore aveva
le imposte alle finestre ed agli usci. Nelle altre, fattori gastaldi e
malandrini aveano fatto man bassa: chi vendeva i vetri, chi le serrature, chi i
mattoni dei pavimenti, chi le travi del soffitto. Al povero Capitano aveano
sconficcato la porta; per cui la signora Veronica soffriva peggio che mai di
tossi e di raffreddori e a lui era cresciuta del cinquanta per uno la gravezza
della croce maritale. Marchetto avea lasciato il castello, e di cavallante
s'era mutato in sagrestano della parrocchia. Bizzarra mascherata!... Ma i buli
non si usavano più e bisognava diventar santi. Quello che v'aveva di più
terribile in tutto ciò si era che la Contessa, anziché ricavar danari dalle
possessioni, non riceveva altro che cedole di crediti e minacce esecutive. Non
la sapeva più da qual banda voltarsi, e se non fossero stati quei pochi frutti
della dote della Pisana le sarebbe mancato addirittura il pane. Tuttavia la
giocava sempre, e le scarse mesate di Rinaldo passavano il più delle volte
nelle tasche senza fondo di qualche baro matricolato.
Le notizie di Fratta la Pisana diceva
averle avute dai suoi zii di Cisterna che coi loro figliuoli s'erano accasati a
Venezia sperando di avviarli utilmente in qualche carriera pel favore che la
loro famiglia godeva presso i Tedeschi. Sì da un partito che dall'altro era una
gran ressa di mani intorno ai denari del povero pubblico. Chi volete che
restasse in mezzo o lontano da ambidue, dove non c'era lusinga di beccar nulla
al mondo? Confesso la verità che di cotali miracoli ne vidi pochissimi in mia
vita; e nessuno quasi in uomini d'età matura. Il disprezzo degli onori e delle
ricchezze si appartiene alla gioventù. Sappia ella tenersi cara questa sua dote
santissima, la quale sola rende possibili i grandi intendimenti e facili le
magnanime imprese.
L'altra lettera che mi capitava era
del vecchio Apostulos. Avvisavami della fuga della figlia e delle misure prese
per rintracciarla in ogni luogo fuori che a Milano. In questa città un tale
incarico era affidato a me. Ne chiedessi conto, la cercassi; e trovatala o la
rimandassi a Venezia o la trattenessi meco secondo il miglior grado di lei.
Certo egli non vorrebbe usare i diritti della paternità sopra una figlia
ribelle e fuggitiva. Facesse ella di suo capo; egli non la malediceva, ché i
pazzi non lo meritano, ma la dimenticava. Peraltro in un poscritto aggiungeva
che aveva disposto per le indagini più minute nelle altre città di terraferma,
e che di colà i suoi corrispondenti avevano ordine di riaccompagnargli tosto la
colpevole. Solo transigeva in favor mio: e se vedeva che l'aberrazione della
ragazza potesse guarirsi meglio a Milano che a Venezia, adoperassi secondo le
circostanze. - Queste ultime parole erano sottosegnate, ma io non ne capii
affatto il recondito significato. Pensai di chiederne lo schiarimento
all'Aglaura, se con esse forse non si alludesse ad un matrimonio col signor
Emilio; ma non intendeva allora la ragione di parlarne con tanto mistero. Era
certo un curioso destino il mio di esser creduto da ciascuna parte il
confidente dell'altra; e tutti mi parlavano a cenni, a mezze parole, dalle
quali non ci capiva più che sull'arabo. Del resto, di mio padre nessuna nuova
ancora; ma non se ne speravano fino al Natale, e le notizie generali di Levante
erano buone.
Con tutto questo viluppo di pensieri,
di novità, di imbrogli, di misteri pel capo, mi fermai ad un caffè a chiedere
ove fosse la caserma della Legione Cisalpina. Mi risposero a Santa Vicenzina,
due passi dalla Piazza d'Armi. Io ne sapeva con ciò meno di prima; ma a forza
di domandare, di voltare, di ridomandare e di camminare ancora, giunsi ove
desiderava. La disciplina non era molto esemplare in quella caserma; si entrava
e si usciva come in un porto franco. La confusione il rumore e il disordine non
potevano esser maggiori. I capi attendevano a pavoneggiarsi nelle loro nuove
assise e a farsene argomento di conquista sul cuor delle belle prima di recarle
in campo, spavento dei nemici. I subalterni e i minimi litigavano sempre fra
loro, perché ai primi sembrava dover essere primi per ragione di grado; e i
secondi del pari per la prammatica repubblicana che tendeva a rialzar gli
ultimi. S'avrà un bel che fare ma questo viluppo dell'uguaglianza e della
dipendenza stenteremo ad accomodarlo; massime tra noi dove non v'è capo d'oca
che non si appropri il famoso Tu regere imperio populos di Virgilio: «ed
un Marcel diventa Ogni villan che parteggiando viene!» ebbe a dire anche Dante.
Sarà forse un pregio dell'indole italiana tralignato in difetto per le
condizioni mutate dei tempi. Com'è certo che la superbia si affà molto al leone
nel deserto ma gli sconviene affatto in gabbia. Peraltro, direte voi, quello
che fu potrebbe essere, e col battere e ribattere, coll'educazione,
coll'abitudine molto si ottiene. Io pure vi dirò che ci spero non poco, massime
se non ci aduleremo a vicenda; e del resto mi appiglio più volentieri alla
boria permalosa dell'Italiano, che alla genuflessa obbedienza dello Slavo
ubbriaco. Qui ci sarebbe posto ad una gran dissertazione sopra l'opinione di
coloro che si aspettano dagli Slavi l'ultima verniciatura di civiltà; come
fanno merito alla Germania del maggior lavoro; e a noi, poveretti bastarducci di
Roma, non lasciano altro vanto che quello d'un primo disegno, un po' ideale, un
po' falso se volete, ma pure un po' nostro a quanto pare. Contro cotali
detrattori delle razze latine sarebbe tempo perduto lo scrivere dei volumi;
basterà additare ed aprire quelli già stampati. L'Italia il passato, la Francia
ha in mano, checché ne dicano, il presente del mondo. E il futuro? lasciamolo
agli Slavi, ai Calmucchi anche, se se ne accontentano. Io per me credo che quel
futuro sarà sempre futuro.
Tuttociò peraltro non iscusava per
nulla della sua trasandatezza, della sua insubordinazione la Legione Cisalpina.
Lasciamo da un canto la questione del valore; ma vi assicuro che in quanto a
disciplina e a bell'assetto le famose Cernide di Ravignano ci avrebbero fatto
un'onesta figura. Cosa ne avrebbe detto il teorico teoricissimo capitano
Sandracca il quale affermava che in un reggimento ben ordinato un soldato dovea
somigliare all'altro più che fratello a fratello, tanta aveva ad essere
l'influenza assimilatrice della disciplina?... Io scommetto invece che, a chi
avesse trovato fra i legionari lombardi due che portassero l'ugual taglio di
barba, si avrebbe potuto regalare il costo del Duomo di Milano. La storia della
moda ci aveva in questo particolare i suoi esemplari da Adamo fino ai
Babilonesi agli Ostrogoti e ai granatieri di Federico II. Chiesi conto del
dottor Lucilio Vianello, di Amilcare Dossi, e di Giulio Del Ponte ad un
soldatuccio sudicio ed ingrognato che per la mercede d'un mezzo boccale
lustrava rabbiosamente le scarpe d'un suo collega.
- Sono della prima schiera: voltate a
sinistra - mi rispose quell'ilota dell'eguaglianza.
Io voltai a sinistra e ripetei la mia
inchiesta ad un altro milite ancor più sporco del primo che strofinava con olio
e stoppacci la canna d'un fucile.
- Canchero, che Dio li maledica, li
conosco tutti e tre! - rispose costui. - Vianello è appunto il medico della
compagnia, quello che ci scanna tutti per ordine dei Francesi che sono stanchi
di noi... Sapete, cittadino, che hanno chiuso la Sala dell'Istruzione
pubblica?...
- Non ne so nulla - diss'io - ma dove
potrei...
- Aspettate; come vi diceva, Vianello
è il medico, Dossi è l'alfiere della mia compagnia, e Del Ponte è il caporale,
una figura di morte briaca che non può regger in piedi, e mi butta sulle spalle
tutti gli incommodi del servizio. Guardate, questo è il suo schioppo che mi
tocca sfregolare!... Colla bella festa di stamattina!... Farci star dieci ore
ritti ritti come pali a odorar il vento che sapeva d'inverno più del bisogno!...
Canchero, ci siamo inscritti per far la guerra, per distruggere la stirpe dei
re e degli aristocratici, noi! non per far la corte al Direttorio e portargli
la candela in processione!... Per cotal mestiere mandino a chiamare gli
staffieri dell'Arciduca Governatore. È una vera ignominia... Non ho bevuto in
tutt'oggi che un terzino di Canneto... E sì che per niente non si dovrebbe
essere repubblicani!... Cittadino, mi onorereste d'un piccolo prestito per
comperarne una pinta?... Giacomo Dalla Porta, capofila nella prima schiera
della Legione Cisalpina ai vostri comandi.
Io gli sporsi, s'intende a titolo di
prestito, una lira di Milano, col patto che mi conducesse senz'altre
chiacchiere da alcuno di quei tre che gli aveva nominato. Buttò via lo
schioppo, l'olio, gli stoppacci; fece quattro salti proprio alla meneghina con
quella liretta fra il pollice e l'indice, e squadrandomi l'altra mano ben
aperta sul naso, corse giù per la scala in cerca dell'oste.
«Fidatevi della probità
repubblicana!» pensai brontolando come un vecchio. - M'era uscito di capo che,
con una carta stampata, e una festa nel campo della Federazione, si può bensì
avviare ma non compiere il rinnovamento dei costumi, e che d'altronde della
gente cui va più a sangue il vino che far piacere al prossimo ne rimarrà sempre
in tutte le repubbliche della terra.
Finalmente trovai per un corritoio un
altro soldatino azzimato, ben composto quasi elegante che corrispose al mio
saluto con un inchino quasi cortigianesco, e mi diede del cittadino come
quattro mesi prima mi avrebbe dato del conte e dell'eccellenza. Tanto era il
bel garbo e la tornitezza della voce. Doveva essere qualche marchese, invasato
dall'amore della libertà, che avea pensato farsi frate di cotal nuova religione
ascrivendosi ai legionari cisalpini. Martiri eleganti e spensierati che
abbondano in tutte le rivoluzioni, e dei quali chi dice male merita la
scomunica, perché finiscono con un poco di pazienza a diventar eroi. E ne
abbiamo parecchi e di fresca data nel nostro calendario; per esempio il Manara,
milanese anche lui come l'anonimo marchesino che mi fece parlare. Costui
insomma, per sbrigarmi, mi condusse con molta compitezza fino alla stanza del
dottor Lucilio: e là tornammo a riverirci scambievolmente che sembravamo due
primi ministri dopo una conferenza.
Entrai. Non vi posso dire la sorpresa
le congratulazioni gli abbracciamenti del dottore, e di Giulio che era con lui.
Certo credo che per un fratello non avrebbero fatto maggiori feste e da ciò
conobbi che mi volevano un briciolo di bene. Io sentii come un rimorso di
stringermi Giulio sul cuore e di baciarlo. Si può dire ch'io aveva tuttora
calde le labbra di quelle della Pisana, di colei ch'egli pure aveva amato e che
forse colla sua spensieratezza colla sua civetteria gli aveva instillato nelle
vene il fuoco febbrile che lo consumava. Ma d'altronde egli ci avea rinunciato
per un amore più degno e fortunato; lo ritrovava pallido e scarno bensì ma non
certo a peggior partito di quello che fosse a Venezia, ad onta della vita
disagiata e soldatesca della caserma. Lucilio mi rassicurò sul suo conto
assicurandomi che la malattia non avea fatto progressi; e che il buon umore, la
occupazione moderata e continua, il cibo parco e regolare, avrebbero forse
indotto alla lunga qualche miglioramento. Giulio sorrideva come chi crede forse
ma non estima prezzo dell'opera lo sperare; s'era fatto soldato per morire non
per guarire, e s'era tanto accostumato a quell'idea, che la menava innanzi
allegramente, e come Anacreonte s'incoronava di rose coll'un piede nel
sepolcro. Li domandai delle loro speranze, delle occupazioni, della vita. Tutto
andava pel meglio. Speranze impazienti e grandissime per la rivoluzione che
fremeva a Roma, a Genova, in Piemonte, a Napoli, pel movimento unitario che
incominciava dalla prossima aggregazione di Bologna di Modena e perfino di
Pesaro e di Rimini alla Cisalpina.
- Toccheremo a Massa il Mediterraneo;
- diceva Lucilio - come c'impediranno che si tocchi a Venezia l'Adriatico?...
- E i Francesi? - gli domandai.
- I Francesi ci aiutano bene, perché
noi non saremmo in grado di aiutarci da noi. Sicuro che bisogna stare cogli
occhi aperti, e non sorbire le frottole come da quello sciocco di Villetard: e
sopratutto tener salde colle unghie e coi denti le nostre franchigie e non lasciarcele
tôrre per oro al mondo.
Erano presso a poco le mie idee; ma
dal calore della voce, dalla vivacità del gesto capii di leggieri che la
grandiosa solennità del mattino aveva riscaldato anche la guardinga
immaginazione di Lucilio, e ch'egli non era in quella sera il medico
spassionato di due mesi prima. Così mi piaceva di più; ma era meno infallibile
e per quanto i suoi pronostici concordassero coi miei, non volli ancora
fidarmene alla cieca. Gli mossi adunque un qualche dubbio sull'ignoranza e
sull'inesperienza del popolo che mi pareva non atto alla sapiente civiltà degli
ordinamenti repubblicani, e sull'insubordinazione che aveva osservato io stesso
nelle milizie recentemente formate.
- Sono due obiezioni cui si risponde
con un solo ragionamento - soggiunse Lucilio. - Che si vuole ad educare dei
soldati disciplinati?... La disciplina. Che si vuole a formare dei veri
virtuosi integri repubblicani?... La repubblica. Né soldati né repubblicani
nascono spontaneamente: tutti nasciamo uomini, cioè esseri da educare o bene o
male, futuri servi, futuri Catoni secondoché capitiamo in mani scellerate od
oneste. Mi consentirai del resto che se la repubblica non varrà a formare i
perfetti repubblicani, di poco sarà più destra o volonterosa la tirannia a
prepararli!
- Chi sa! - io sclamai. - La Roma di
Bruto sorse dalla Roma di Tarquinio!
- Eh! statti pure in pace, Carlino,
su questo punto; ché de' Tarquinii non ne mancarono a noi in quattro o cinque
secoli di pazzie e di servitù!... Dovremmo essere educati abbastanza. Dimmi
piuttosto qualche cosa di te. Oh perché ti sei attardato fino ad ora a Venezia?
Come t'ingegnavi a poter vivere colà?
Io recai ancora innanzi per iscusa la
morte di Leopardo, i negozi lasciati sospesi da mio padre, e finalmente mi
diedi coraggio, mandai un'occhiata di soppiatto a Giulio, e nominai la Pisana.
Allora ambidue mi chiesero a gara com'era stato quel tramestio con un ufficiale
francese di cui qualche cosa s'avea buccinato fino a Milano. Io esposi la cosa
per filo; e come gli incommodi e i pericoli che n'erano derivati alla Pisana
avessero costretto me a trattenermi colà per difenderla e consolarla in qualche
maniera. Mi diffusi soprattutto nella descrizione della mia fuga per far
risaltare ai loro occhi il rischio ch'io sfidava rimanendo a Venezia, e che
certo non avrei voluto espormivi se una grave necessità non mi sforzava. In
poche parole mi confessava colpevole entro di me di quell'indolente tardanza,
ma non voleva che altri potesse raccoglier argomenti da formulare un'accusa.
Per non fermarmi poi troppo sopra questo punto che mi scottava in mano,
discorsi delle condizioni provvisorie di Venezia, degli ultimi spogli del
Serrurier, del nuovo governo stabilitosi nel quale il Venchieredo mi pareva
avere qualche influenza.
- Caspita! non lo sai? - soggiunse
Lucilio. - L'era il corriere fra gli Imperiali di Gorizia e il Direttorio di
Parigi!...
- O piuttosto il Bonaparte di Milano
- corresse Giulio.
- Sia anche: già è lo stesso.
Buonaparte non potea disfare quello che il Direttorio aveva già ordito. Il
fatto sta che il Venchieredo fu pagato bene, ma temo o spero che gli andrà alla
peggio, perché serve sempre male ed ha il danno e le beffe chi serve troppo.
- A proposito - chiesi io - e di Sandro
di Fratta che ne dite?... L'ho veduto stamattina alla festa con tante
costellazioni intorno che pareva il Zodiaco!
- Adesso si chiama il capitano
Alessandro Giorgi dei Cacciatori a piedi - mi rispose Lucilio.
- Si è fatto grande onore nel
reprimere i moti sediziosi del contadiname del Genovesato. Ora si va innanzi.
L'han fatto tenente e poi capitano in un mese; ma della sua compagnia, tra le
schioppettate, gli assassinamenti, e le grandi fatiche credo ne siano rimasti
quattro soli di vivi. Uno per forza doveva diventar capitano: gli altri erano
due ciabattini e un mandriano. Fu scelto, com'era di dovere, il mugnaio!... Lo
troverai; e vedrai come gonfia! È un bravo e buon figliuolo che offre la sua
protezione a quanti incontra e non si starà dall'offrirla anche a te.
- Grazie - risposi io - l'accetterò
al bisogno.
- Non per ora - replicò Lucilio - ché
il tuo posto è con noi e con Amilcare.
Mi dissero allora di quest'ultimo
com'era più fiero e sgangherato che mai, e si manteneva l'anima della loro
brigata coi ripieghi che sapeva trovare ai peggiori frangenti. Ridotti a vivere
della paga, si può immaginare che sovente erano al verde; toccava allora ad
Amilcare trovar ispedienti per far denaro, e avuto questo, ingegnarsi di
sparagnarlo fino al toccar delle nuove paghe. Amilcare mi fece tornar in mente
anche Bruto Provedoni che dicevano partito insieme col Giorgi e non ne avea più
saputo novella. Egli era tuttavia alle guerricciuole liguri e piemontesi dove
ad onta che il Re fosse buon amico e miglior servitore del Direttorio, questi
s'adoperava sempre a mantener viva la resistenza per averne appiglio
quandochessia a qualche bel colpo. Aveva intanto stuzzicato la rintonacata
Repubblica Ligure a movergli guerra, e vietato a lui di difendersi; il povero
Re non sapeva da qual banda volgersi; dappertutto precipizi. Fortuna che
l'armigero e fedele Piemonte non somigliava per nulla la sonnacchiosa Venezia;
ché altrimenti si sarebbe veduta qualche simile ignominia. Ignominia ci fu, ma
tutta dal lato dei Francesi. - Mi venne allora comodissimo di chiedere anche
d'Emilio Tornoni, fingendo di conoscerlo e desiderarne qualche contezza.
Lucilio sporse il labbro, e nulla rispose. Giulio mi disse ghignando ch'era
partito per Roma con una bella contessa milanese a farci probabilmente la
rivoluzione. I loro atti dispregiativi mi diedero qualche sospetto ma non potei
cavarne di più. Indi a poco rientrò quel capo svasato di Amilcare; nuovi baci,
nuova maraviglia. L'era diventato negro come un arabo, con una certa voce che
pareva accordata allo strepito della moschetteria; ma mi spiegarono poi che se
l'aveva guastata a quel modo insegnando camminare alle reclute. Infatti il
mover un passo, che è per sé cosa facilissima, i tattici di guerra l'hanno
ridotta l'arte più malagevole del mondo e bisogna dire che prima di Federico II
si combattessero le battaglie o senza camminare o camminando assai male; e non
è incredibile che di qui a cent'anni s'insegni ai soldati a batter le terzine e
marciare a passo di polka. Quella sera non volea terminare più, tante cose
avevamo da raccontarci; ma eravamo usciti sui bastioni, e al sonar dei tamburi
Lucilio fece motto agli altri due ch'era tempo di ritirarsi.
- Eh sì! - disse Amilcare
stringendosi nelle spalle. - Un ufficiale par mio ubbidirà al tamburo!
- Ed io sono malato; e fo conto
d'essere allo spedale - soggiunse Giulio.
Io mi fidava che Lucilio li avrebbe
chiamati al dovere, perché mi tardava l'ora di abboccarmi coll'Aglaura e
portarle la lettera e le notizie d'Emilio; ma i due coscritti non badavano
punto alle parole del dottore e mi convenne godere la loro compagnia fin'oltre
le nove. Allora vollero accompagnarmi al mio alloggio, e siccome non li invitai
a salire e videro il lume alle finestre e un'ombra come di donna disegnarsi
sulla cortina, cominciarono a darmi la baia, e far mille conghietture, e a
consolarsi con me della mia fortuna. Insomma, sussurrava quel disperatello di
Amilcare che io temeva ogni poco di veder l'Aglaura al balcone. Quando Dio
volle Lucilio li persuase d'andarsene, e potei salire dalla giovinetta e
confortarla della sua penosa solitudine. Le porsi la lettera e la vidi
sospirare e quasi piangere nel leggerla, ma faceva forza a non lasciarsi
vedere.
- Se è lecito, chi vi scrive? - le
chiesi.
Mi rispose ch'era Spiro suo fratello.
Ma schivò frettolosamente tutte le altre domande che le indirizzai, e solamente
mi comunicò ch'egli s'era apposto benissimo e che la credeva a Milano in mia
compagnia. Com'era dunque che non veniva a raggiungerla con quel grande affetto
che le aveva? - Ecco quello che non seppe chiarire; ma lo chiarii in seguito
quando seppi che Spiro era stato sostenuto in carcere come manutengolo della
mia fuga. Appunto quella lettera usciva della prigione e perciò l'Aglaura se
n'era intenerita. Mi chiese ella poi se io pure avessi ricevuto lettere da
Venezia, e rispostole che sì, me ne domandò notizia. Io senz'altro le porsi la
lettera di suo padre, e quella ove la Pisana raccontava i rimescolamenti di
Venezia. Lesse tutto senza batter ciglio; solamente quando giunse al punto ove
erano nominati Raimondo Venchieredo e la Doretta ella dié un piccolo guizzo di
sorpresa, e ripeté fra sé come per accertarsene quel nome di Doretta.
- Che è? - diss'io.
- Eh nulla! gli è che io pure conosco
questa signora così di riverbero; e mi maravigliai di trovarne il nome in una
lettera indirizzata a voi. Se avessi pensato che il Venchieredo è delle vostre
parti non mi sarei stupita tanto.
- E come conoscete i Venchieredo voi?
- Li conosco, oh bella, perché li
conosco!... Anzi no, voglio dirvelo. Erano essi in qualche corrispondenza, di
interessi suppongo, con Emilio.
- A proposito, deggio darvi una
triste notizia.
- Quale?
- Il signor Emilio Tornoni è partito
per Roma. (Tacqui, per prudenza, della contessa).
- Lo sapeva; ma tornerà - rispose
l'Aglaura con piglio quasi di sfida. - Vi pregherò intanto di informarvi domani
se fosse qui il signor Ascanio Minato, aiutante del generale Baraguay
d'Hilliers, e il signor d'Hauteville segretario del generale Berthier. Sono
persone che mi premono per le notizie di Emilio che posso averne all'uopo.
- Sarete servita.
- E ditemi, avete saputo null'altro
di lui?
- Null'altro!
- Nulla, nulla?... proprio nulla?
- Nulla vi dico. - Era quasi per
prender soggezione della giovinetta udendola parlare con tanta indifferenza
d'aiutanti e di generali; ma non volli significarle il tacito disprezzo da me
notato negli atti di Lucilio e di Del Ponte quando ebbi loro a nominare il
Tornoni.
Sapeva quanto piacere si dà alle
innamorate sparlando dei loro belli.
- Aglaura - ripresi dopo un istante
di silenzio per ravvivare la conversazione - voi siete abbastanza misteriosa, e
converrete che la mia bontà e la mia discrezione...
- Sono senza pari - aggiunse ella.
- No, non voleva dir questo, avrei
soggiunto invece che meritano un granino di confidenza da parte vostra.
- È vero, amico mio. Chiedete e
risponderò.
- Se vi pianterete così seria e
pettoruta come una regina mi morranno le parole in bocca. Via, siate ilare e modesta
come la prima sera che vi ho veduta... Così, così per l'appunto mi piacete!...
Ditemi dunque ora come avete tanto domestici tutti questi nomi e cognomi dello
Stato Maggiore francese... Mi sembravate poco fa un generale in capo che
disponesse le schiere per una battaglia!
- Altro non volete sapere?
- Nient'altro: la mia curiosità per
ora è tutta qui.
- Or bene: quei signori erano
amicissimi d'Emilio; ecco perché li conosco.
- Anche il signor Minato.
- Quello anzi più degli altri; ma gli
è anche il più galantuomo, vale a dire il meno birbante di tutti questi
ladroni.
- Parlate piano, Aglaura!... Non
siete più quella di questa mane!... Come mai svillaneggiate or quelli stessi
che levaste a cielo poche ore fa?...
- Io?... Io ho levato al cielo la
Repubblica, non chi l'ha fabbricata. Anche l'asino talora può andar carico di
pietre preziose... Del resto ladri in camera possono essere eroi all'aperto; ma
eroi macellai, non...
- E ditemi un poco, Spiro vi scrive
di venirvi a prendere, o che n'andiate a Venezia?
- Perché questa domanda?... Siete
stufo d'avermi?
- Felice notte, Aglaura: parleremo
domani. Oggi siete maldisposta.
Infatti mi ritrassi nella mia
stanzuccia dietro della sua, e mi coricai pensando alla Pisana, alle strettezze
che dovevano angustiarla, ai pericoli della sua solitudine. Sopratutto quel
rappaciamento colla Rosa e le visite della Doretta mi davano ombra: Raimondo
veniva poi; giacché capiva che egli era il grosso caprone che sarebbe passato
pei buchi fatti dalle pecore. Aggiustai fin d'allora di mio capo un certo
letterone da scrivere il giorno dopo, e dal pensiero della Pisana passai a
quello dell'Aglaura che se stringeva meno s'oscurava anche di più. Chi potea
vedere un barlume di chiaro in quel turbine di testolina? - Io no per certo. - Da
Padova a Milano ella m'avea menato sempre di sorpresa in sorpresa; pareva non
già una fanciulla occupata a vivere, ma un romanziere francese inteso a
comporre un'epopea. Le sue azioni le sue parole s'avvicendavano si ritiravano
si scavalcavano a fatti a contrapposti a sorprese come le strofe di un'ode di
Pindaro mal raffazzonate dagli scoliasti. Ci sognai dietro tutta notte, la
osservai buona parte del mattino, e uscii colla lettera per la Pisana in tasca
senza essermi avvantaggiato di nulla. Dentro ne inclusi una per l'Apostulos ove
gli significava tutta la condotta dell'Aglaura, mettendomi ai suoi comandi in
quanto poteva concernerla; lo pregava anche di prestarsi in quanto abbisognasse
alla Pisana come per un altro me stesso. S'intende ch'io misi il tutto alla
posta senza nulla dire alla giovine, perché lì era in ballo la mia coscienza e
non si volean cerimonie. Far da papà sì, ma non da birbone per amor suo.
Sul mezzogiorno mi abboccai con
Lucilio al caffè del Duomo che a que' tempi era il convegno di moda, e dove ci
avevamo dato l'appostamento. Egli si mostrò spiacentissimo di non avermi potuto
inscrivere nella Legione Cisalpina dove non c'era proprio più nessun posto
vacante; ma piuttosto che lasciar ozioso un par mio, diceva egli, avrebbe
cercato inspirazione dal diavolo, e poteva esser contento che gliene era
saltata una di ottima.
- Ora ti menerò dal tuo generale -
diss'egli - generale, comandante, capitano, commilitone, tutto quello che
vorrai! È uno di quegli uomini che sono troppo superiori agli altri per darsi
la briga di accorgersene di mostrarlo: non si può credere ad alcun patto che in
lui sia un'anima sola, e sembra che la sua immensa attività dovrebbe stancarne
una dozzina al giorno. Contuttociò ammira i tranquilli e compatisce perfino gli
indolenti. Sul campo io scommetto che da solo basterebbe a vincere una
battaglia, purché non gli ferissero gli occhi nei quali risiede la sua potenza
più straordinaria. È napoletano, e a Napoli direbbero che ha la jettatura,
ovvero, come dicono nei nostri paesi, il mal'occhio; da non confondersi
peraltro coll'occhio cattivo, anzi pessimo del fu cancelliere di Fratta.
- E chi è questa fenice? - gli
chiesi.
- Lo vedrai, e se non ti va a sangue
mi faccio sbattezzare.
In queste parole mi tirò fuori del
caffè, e giù a passo sforzato oltre al Naviglio di Porta Nuova verso i
bastioni. Entrammo in una vasta casa dove il cortile era pieno affollato di
cavalli di stallieri di scozzoni di selle di bardature come in una caserma di
cavalleria. Per la scala era un su e giù di soldati di sergenti d'ordinanze
come al palazzo del Quartier Generale. Nell'anticamera altri soldati, altre
armi disposte a trofeo o gettate a fasci nei cantoni: v'avea anche ammassato in
un canto un piccolo magazzino di tuniche di tracolle e di scarponi soldateschi.
«Chi è?» pensava io «forseché è
l'Arsenale?... »
Lucilio tirava diritto senza
scomporsi, come persona di casa. Infatti senza neppur farsi annunziare
nell'ultima anticamera da una specie d'aiutante che stava là contando i travi,
schiuse la porta ed entrò tenendomi per mano dinanzi allo strano padrone di
quel ginnasio militare.
Era un giovine alto, di trent'anni
all'incirca, un vero tipo di venturiero, il ritratto animato d'uno di quegli
Orsini, di quei Colonna, di quei Medici la cui vita fu una serie continua di
battaglie, di saccheggi, di duelli, di prigionie. Si chiamava invece Ettore
Carafa; nobilissimo nome fatto più illustre dall'indipendenza di chi lo
portava, dal suo amore per la libertà e per la patria. Per le sue trame
repubblicane aveva egli sofferto lunga carcerazione nel famoso Castel
Sant'Elmo; indi fuggitone s'era ricoverato a Roma, e di là a Milano a formarvi
a proprie spese una legione per liberar Napoli. Aveva uno di quegli animi che
uniti o soli vogliono fare ad ogni costo; e questa magnanimità gli respirava
dignitosamente nella grand'aria del viso. Soltanto tramezzo un ciglio gli
calava giù una piccola cicatrice contornata da un'aureola di pallore; sembrava
il segno d'una trista fatalità fra le nobili speranze d'un valoroso. Egli
s'alzò dal lettuccio sul quale stava disteso, tese la mano a Lucilio e si
congratulò secolui del bell'ufficiale che gli accompagnava.
- Ufficiale di poco conto - gli
risposi io. - La vera arte militare io non la conosco che di nome.
- Avete cuore di farvi ammazzare per
difendere la patria e l'onor vostro? - riprese il Carafa.
- Non una ma cento vite - soggiunsi -
darei per sì nobili ragioni.
- Ecco amico mio; vi permetto di
potervi credere fin d'ora perfetto soldato.
- Soldato sì - s'intromise Lucilio -
ma ufficiale?...
- A questo lasciate che ci pensi
io!... Sapete nulla montar a cavallo, caricare uno schioppo, e maneggiar la
spada?
- So qualche cosa di tuttociò (Era
merito di Marchetto e ne lo ringraziai allora, come poco prima avea ringraziato
il Piovano della sua classica istruzione).
- Allora, eccovi anche ufficiale. In
una legione come la mia che farà la guerra alla spicciolata, l'occhio e la
buona volontà faranno più del sapere. Stasera tornate da me all'ora della
ritirata. Vi consegnerò la vostra schiera, e state di buon animo che di qui a
tre mesi avremo conquistato il Regno di Napoli.
Mi pareva di udir parlare Roberto
Guiscardo o qualche paladino dell'Ariosto, ma parlava sul serio e me ne accorsi
poi alla prova. Stentava a dimandargli se avrei potuto dormire fuori di
caserma, ma gliene chiesi alfine e mi disse sorridendo che era diritto degli
ufficiali.
- Capisco; - soggiunse - avete le
notti impegnate con un altro colonnello.
Io m'imbrogliai e non dissi di no; Lucilio
sorrise anch'esso; il fatto poi stava che non poteva lasciar sola l'Aglaura, ma
qual piacere ritraessi io dal farle la guardia lo sapeva il cielo. Io fui
soddisfattissimo allora del signor Ettore Carafa, e meglio due tanti in
seguito. Ricorderò sempre con piacere quella vita frugale operosa e soldatesca.
Alla mattina gli esercizi coi miei soldati, poi il pranzo e qualche gran seduta
di chiacchiere con Amilcare con Giulio con Lucilio; il dopopranzo e la sera
conversazione coll'Aglaura che aspettava sempre Emilio e non voleva saperne di
tornar a Venezia. Frammezzo, qualche lettera agrodolce della Pisana. Ecco come
giungemmo al tempo della rivoluzione di Roma, la quale doveva dar piede alle
operazioni militari del Carafa nel Regno.
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