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Il milleottocento. Sventura d'un
gatto, e mia felicità amorosa durante l'assedio di Genova. L'amore mi abbandona
e sono visitato dall'ambizione. Ma guarisco in breve dalla peste burocratica, e
quando Napoleone si fa Imperatore e Re, io pianto l'Intendenza di Bologna, e
torno di buon grado miserabile.
Il nostro secolo (perdonate; dico
nostro a nome di tutti voi; quanto a me ho qualche diritto anche sul passato, e
quello d'adesso non lo tengo già più che colle punte delle dita), il nostro
secolo o il vostro adunque che sia, è uscito nel mondo in una maniera molto
bizzarra: volle farla tenere ai fratelli che lo avevano preceduto, e mostrare
che per chi cerca novità ad ogni costo, la messe non manca mai. Infatti egli
capovolse tutti i sistemi, tutti i ragionamenti che affaticavano i cervelli da
cinquant'anni prima; e cogli stessi uomini si è messo in capo di raggiungere scopi
perfettamente contrari. Abbondarono poi gli empirici che incamuffato di
sillogismi il paradosso lo cambiarono in un perfetto accordo dialettico: ma io
che non sono un giocoliero resterò sempre della mia opinione. Si fa, e si
disfà; e disfacendo non si finisce per nulla ciò che s'era fatto: tuttaltro! Or
dunque all'anno che finiva coi martirii repubblicani e colle vittorie dei
confederati, ne successe un altro che distrusse a Marengo l'effetto di queste e
di quelli, e recò in mano di Bonaparte reduce dall'Egitto le sorti d'Europa. Il
Primo Console di trent'anni non era più il generale di ventisei che dava
udienza radendosi la barba: egli andava già maturando fra sé e sé i paragrafi
del cerimoniale di corte. Vi chieggo scusa di intromettervi in quest'ultima
parte della mia storia col fastoso esordio delle ambizioni consolari, che
finiranno poi al solito nel meschino racconto di poche e comuni fanciullaggini.
Ma la luce mi attira, e bisogna che la guardi dovessi perderne gli occhi.
Vi sarete anche accorti che aveva
gran fretta di uscire da quel doloroso viluppo delle mie vicende napoletane.
Tutte le volte che mi fermo a contemplare quelle tetre ma generose memorie
l'anima mia spicca un tal volo che quasi le traversa tutte d'un balzo. Mi
paiono racchiuse in un giorno, in un attimo solo, tanto sono diverse dalle
altre che le precedettero e le seguirono. Non credo quasi possibile che chi ha
sonnecchiato dieci anni della sua vita in una cucina, aspettandosi ogni tanto
gridate e scappellotti e guardando grattare il formaggio, abbia poi vissuto un
anno pieno di tante e così sublimi e svariate sensazioni. Sarei disposto a
figurarmi che quello fu il sogno d'un anno ristretto in un minuto. Ad ogni modo
Napoli è rimasto per me un certo paese magico e misterioso dove le vicende del
mondo non camminano ma galoppano, non s'ingranano ma s'accavalcano, e dove il
sole sfrutta in un giorno quello che nelle altre regioni tarda un mese a
fiorire. A voler narrare senza date la storia della Repubblica Partenopea
ognuno, credo, immaginerebbe che comprendesse il giro di molti anni; e furono
pochi mesi! Gli uomini empiono il tempo, e le grandi opere lo allargano. Il
secolo in cui nacque Dante è più lungo di tutti i quattrocento anni che corsero
poi fino alla guerra della successione di Spagna. Certo, fra tutte le
repubblichette che pullularono in Italia al fecondo alito della Francese,
Cispadana, Cisalpina, Ligure, Anconitana, Romana, Partenopea, quest'ultima fu
la più splendida per virtù e fatti repubblicani. La Cisalpina portò maggiori
effetti per la lunghezza della durata, la stabilità degli ordinamenti, e
fors'anco la maggiore o più equabile coltura dei popoli; ma chi direbbe a
leggerla che la storia della Cisalpina abbraccia spazio maggiore di tempo che
quella della Partenopea? Sarà fors'anco che la virtù e la storia si
compiacciono meglio delle grandi e fragorose catastrofi.
Intanto noi eravamo giunti a Genova;
io e la Pisana assai maltrattati dal mal di mare, e guariti per sua bontà da
ogn'altra preoccupazione, Lucilio sempre più cupo e meditabondo come chi
comincia ma non vuol disperare. Le forze a lui gli crescevano secondo i
bisogni; e proprio aveva un'anima romana, fatta per comandare anche dagli
infimi posti, dono piuttosto comune e fatale agli Italiani che cagiona molte
delle nostre sventure e qualcheduna delle glorie più luttuose. Le società
secrete sono un rifugio all'attività sdegnosa e al talento imperativo di coloro
che o sdegnano o non possono adoperarsi nell'angustissimo spazio concesso dai
governi. Da un pezzo m'era accorto che Lucilio apparteneva, forse fin dagli
anni d'Università, a qualche setta filosofica d'illuminati o di franchi
muratori; ma poi mano a mano m'avvidi che le tendenze filosofiche piegavano al
politico, e le combriccole della cessata Cisalpina, e le ultime vicende
d'Ancona ne davano indizio. Lucilio teneva dietro con grandissima premura a
cotali novelle, e alcune anche talvolta ne prediceva, con maravigliosa
aggiustatezza. Fosse avvisato antecedentemente, o sincero profeta nol so: ma
propendo a quest'ultima opinione, perché né egli usava discorrere di quanto gli
veniva comunicato, né a que' tempi nella nostra condizione era molto agevole
ricever lettere scritte di fresco. A Genova poi non entravano né fresche né
salate: e le ultime notizie di Venezia le ebbimo da un prigioniero tedesco
ch'era stato d'alloggio un mese prima presso il marito della Pisana, forse
nelle camere stesse del tenente Minato.
Questo signor tenente fu una delle
più spiacevoli novità che trovai in Genova: la seconda fu la fame: perché il
giorno dopo al nostro arrivo cominciò la flotta inglese lo strettissimo blocco,
e in poche settimane ci ridusse alla caccia dei gatti. Aveva peraltro un gran
conforto e questo era la protezione offertami in ogni incontro dall'amico
Alessandro mugnaio, trovato pur esso a Genova e non più capitano, ma
colonnello. Chi viveva a quel tempo andava innanzi presto. Il colonnello Giorgi
non aveva ventisett'anni, sopravanzava del capo tutti gli uomini del suo
reggimento, e comandava a destra e a sinistra con un vero vocione da mugnaio.
Non sapeva cosa volesse dire paura, e si scaldava nel furor della mischia senza
mai dimenticarsi delle schiere che doveva condurre e governare: questi erano i
suoi meriti. Scriveva passabilmente e con qualche intoppo d'ortografia, non
conosceva che da un mese circa e soltanto di nome Vauban e Federico II; ecco i
difetti. Pare che si desse maggior peso ai meriti, se in due anni e mezzo era
diventato colonnello; ma il merito maggiore fu la carneficina di tutto il suo
battaglione che, come dissimo, lo lasciò capitano per necessità. Un giorno lo
incontrai che già i magazzini cominciavano a impoverire, e chi aveva derrate a
tenerle per sé. Aveva la Pisana piuttosto malata e non m'era ancor venuto fatto
di trovarle una libbra di carne pel brodo.
- Ohé, Carlino - mi disse - come la
va?
- Vedi! - gli risposi - son vivo
ancora, ma temo per domani o per dopodimani. La Pisana si sente male, e andiamo
di male in peggio.
- Che? la Contessina è malata?...
Corpo del diavolo!... Vuoi che ti procuri otto o nove medici di reggimento?...
I reggimenti non ci sono più, ma sopravvivono i medici; segno del loro gran
sapere.
- Grazie, grazie! ho il dottor
Vianello che mi basta.
- Sicuro che deve bastare; ma diceva
così per consulto per curiosità!
- No, no, il male è già conosciuto;
dipende da difetto d'aria e di nutrimento.
- Non ha altro? Fidati di me! domani
son di guardia alla Polcevera e là le farò respirare tanta aria in un'ora
quanta a Fratta non se ne respira in un giorno.
- Sì, eh, alla Polcevera, con quei
finocchietti che vi va regalando Melas!
- Ah! è vero, mi dimenticava che è
una contessina e che le bombe la possono infastidire. Allora non c'è rimedio;
menala a spasso sui tetti.
- Se avesse la volontà e la forza
occorrente, farebbero anche i tetti, ma una malaticcia che si nutre di brodo di
lattuga non può certo avere una gran vigoria.
- Pover'a lei! Peraltro io posso
trarti d'impiccio!... Vedi ch'io mi conservo abbastanza grasso e tondo, mi
pare!
- Davvero sembri un cappellano del
Duomo di Portogruaro.
- Eh! altro che cappellani! Di' mo
che a cantar in coro si guadagnano muscoli di questa sorte! - e tendeva e
gonfiava un braccio che per poco non faceva scoppiare le cuciture. - Io, vedi,
mi son mantenuto così grazie alla mia previdenza. Ho ammazzato i miei due
cavalli, li ho fatti salare e me li pappo a quattro libbre il giorno. Dopo sarà
quel che sarà. Ma se vuoi entrar a parte della cuccagna...
- Figurati! per me volentieri, e mi
rimorderebbe di privar te; ma per la Pisana il cavallo salato non le conviene.
- Allora un altro ripiego; la mia
padrona di casa è tirata come una genovese e non mangia altro che erbe cotte,
tagliate da un suo cortiletto che onora col nome di orto. Ma già credo che
anche prima dell'assedio non mangiasse meglio, e la vita non è altro per lei
che un lunghissimo blocco. T'immagineresti ch'essa tien sempre sui ginocchi un
vecchio gatto d'Angora così grasso così morbido che parrebbe una golaggine a
qualunque milanese?
- Vada pel gatto d'Angora! - io
esclamai. - Alla Pisana non le piacciono molto i gatti vivi, ch'io mi sappia;
ma le si faranno piacer morti. E tutto starà a darle ad intendere che è brodo
di pollo e non di gatto. Mi procurerò una manata di piume e guarderò di
spanderla per la casa...
- Se posso io per le piuma...
- Grazie, Alessandro; mi sovviene che
in camera ne ho pieni i cuscini del letto. Piuttosto, come farai ad
impadronirti del gatto d'in sui ginocchi della signora?...
Lì il bravo colonnello tirò il mento
nel collare e se lo sfregolava che pareva lui un gattone in ruzzo di farsi
bello.
- Sì, perdiana, come farai, s'ella è
tanto invaghita del suo gatto?
- Carlino, ho avuto la disgrazia di
piacerle più del gatto; e mi perseguita sempre che è una disperazione.
- È dunque brutta se ti dà tanto
noia?
- Brutta, caro; spaventevole! Come
farebbe un'avara ad esser bella? Mi par di vedere la signora Sandracca con
qualche dente di meno.
Io diedi un guizzo di raccapriccio.
- Ma sta' pur cheto! non te la farò
vedere: terrò tutto il gusto per me e in riguardo tuo e della Contessina
rischierei anche di peggio. Ma spero di cavarmela collo spavento. Tutte le
mattine ella usa bussare alla mia porta e domandarmi se ho dormito bene,
girando il chiavistello come per entrare: ma io fingo di non m'accorger mai di
questa voglietta e alla sera ci metto di mezzo tanto di catenaccio. Piuttosto
mi dimenticherei di cavarmi gli stivali che di prendere una tal misura di
sicurezza. Domani invece me ne dimenticherò a bella posta: la signora entrerà,
e nel frattempo la mia ordinanza farà la festa al gatto.
- Ben immaginato, perbacco:
diventerai generale presto con queste maravigliose attitudini. Grazie adunque,
e ricordati che aspetto dal tuo gatto la salute di mia cugina.
Il giorno dopo Alessandro venne a
trovarmi nella mia stanza che sonava mezzogiorno: aveva la cera negra e il viso
imbronciato.
- Che fu mai? - gli dissi io
correndogli incontro.
- Arpia maledetta! - sclamò il
colonnello. - Te lo saresti immaginato tu, che venisse a picchiare al mio uscio
col suo stupido gatto sotto il braccio?...
- E così?
- E così dovetti sorbirmi mezz'oretta
di conversazione, che ne ho ancora sconvolte tutte le interiora, e scommetto
che son bianco di bile come quando stava nel mulino!... Oh la maniera di
dividerla da quel gatto indiavolato, dimmela tu se la sai immaginare!
- Per esempio, se tu facessi per
abbracciarla?
Il povero Alessandro fece un atto
come se gli avessi dato a fiutare una carogna.
- Temo che sia l'unica - egli rispose
- ma se poi il gatto non se ne va, se tarda ad andarsene?...
- Oh diavolo! ad un capitano par tuo
mancano mezzi da tirar in lungo una battaglia?
Alessandro assunse a queste mie
parole una cera grave e dignitosa; non ne scerneva il perché, quando fui come
rischiarato da un lampo.
- Scusa sai - aggiunsi - ho adoperato
il vocabolo capitano nella sua significazione etimologica di capo; come si
chiamano capitani Giulio Cesare, Annibale, Alessandro, Federico II! Non mi
dimentico mai il grado che occupi ora!
A questa dichiarazione e più al nome
di Federico II la faccia del colonnello si rischiarò.
- Benone - riprese egli
contentissimo, accarezzandosi le guance. - Io farò così un qualche vezzo
all'arpia... ma adesso che ci penso, cosa dirà la cameriera?
- Che c'entra in tuttociò la
cameriera?
- C'entra, c'entra... oh bella! c'entra
perché ci entro io.
- È giovine e bella la cameriera?
- Fresca, perdio, e salda come un
pomino non ben maturo: con certe imbottiture intorno che ricordano le nostre
paesane, e una bocchina che a Genova non se ne vedono di compagne.
- Allora capisco perché c'entri tu, e
perché c'entra lei. Son tutte conseguenze di conseguenze!... La cameriera
potresti mandarla fuori a comperarti, che so io, della polvere di Tripoli per
gli speroni.
- No, no, amico, mi tirerei addosso
le gelosie della figliuola della portinaia!
- Ma caro il mio Alessandro, tu sei
il cucco delle donne...? Bisogna proprio dire che pel sesso debole certi
stimoli siano più urgenti di quelli della fame!
- Sarà un accidente, Carlo!... Ma del
resto fra queste cere da assedio il mio colorito la mia corporatura devono far
colpo per forza!... E poi tra Genovesi e Friulani per forza bisogna intendersi
a motti; abbiamo due dialetti così incomprensibili che a dimandar pane si
piglierebbero sassate.
- Buona la ragione! ma guai se non
avessi il tuo cavallo salato! Peraltro alla cameriera potresti consegnare
qualche cosa da stirare!...
- Sì, sì, vedo io, capisco io, lascia
fare a me!... Domani avrai il tuo gatto, da far il brodo per quindici giorni.
- Ti raccomando, sai! Perché oggi ho potuto
trovare un mezzo piccione e l'ho pagato un occhio della testa, ma domani siamo
proprio sprovvisti affatto.
Il valoroso colonnello mi lasciò con
un gesto di promessa immanchevole; e pensò forse lungo la strada al modo di non
esporsi troppo coi vezzi che avrebbe dovuto fare alla padrona di casa per
isnidarle il gatto dal seno. Il giorno appresso non erano le dieci che
l'ordinanza di Alessandro mi portò in casa la famosa fiera: infatti il peso non
era minore della fama, e non mi ricordava mai d'aver veduto neppur nella cucina
di Fratta un gatto così smisurato.
- E cosa n'è del tuo padrone? -
chiesi con fare svagato all'ordinanza.
- L'ho lasciato nella sua stanza che
strepitava con tutte le donne della casa - mi rispose il soldato. - Ma egli è
avvezzo a tener testa ai Russi, né avrà paura di quattro gonnelle.
Un quarto d'ora dopo io avea già
consegnato la bestia alla cuoca che ne cavasse la maggior quantità possibile di
brodo, intorbidandogli il sapore gattesco con sedani e cipolline, quando mi
capitò dinanzi Alessandro tutto sconvolto ed arruffato che pareva Oreste
perseguitato dalle Furie, e rappresentato dal Salvini. Appena entrato in camera
si buttò sopra una poltrona strepitando e bofonchiando che piuttosto che dar la
caccia a un altro gatto sarebbe uscito dai castelli per conquistar un bue
contro i Tedeschi, i Russi e quanti altri ne volessero venire. Io aveva più
voglia di ridere che di piangere; ma mi trattenni per non fargli dispiacere.
- Senti cosa mi capita! - diss'egli
dopo aver buttato via il cappello dispettosamente. - Io avea pensato di mandar
la portinaia fuori di casa, e la cameriera in cerca della portinaia; sicché in
quel frattempo la padrona saliva da me, io le faceva la burletta del gatto, e
l'ordinanza aveva libero il campo per accomodarlo a suo modo; intanto portinaia
o cameriera tornavano e mi toglievano d'impiccio. Invece, cosa succede?... La
portinaia e la cameriera s'incontrano per le scale e cominciano a litigare fra
loro; io, dopo aver buttato a terra il gatto, con una specie di abbracciamento
alla signora padrona, non so più andare né innanzi né indietro: quel maledetto
gatto mi si ostina fra i piedi e la vecchia al collo!... Pesta di qua pesta di
là riesco finalmente a metter in fuga la bestia... Ma in quella appunto,
cameriera e portinaia entrano accapigliandosi fra loro e veggono me alle prese
colla signora. Urla una e strilla quell'altra, credo che diedero la sveglia a
tutto il vicinato. La signora era rossa più per la stizza che per la vergogna;
io più pallido di spavento che di stizza: ma quella diversione mi rese i
colori. Cominciai a gridare che non era nulla e che stava provando alla signora
la tracolla della sciabola. La cameriera si buttò addirittura addosso alla
padrona minacciandola che se non le pagava i salari le avrebbe cavato gli
occhi, e che non era quella la maniera di mantenere le sue promesse che il
servizio dell'ufficial francese sarebbesi lasciato tutto a lei. Intanto si
udivano da basso gli ultimi miagolamenti del povero gatto sgozzato dalla mia
ordinanza colle forbici della padrona che furono poi trovate tutte
insanguinate. Anzi bisognerà che gli tiri le orecchie a quello sciocco per
questa castroneria! Figurati che parapiglia! La signora, che m'aveva lasciato,
voleva tornarmi ad abbracciare, la cameriera mi teneva pel collo, e la
portinaia per l'abito; ciascuna voleva la sua parte, ma avevano fatto i conti
senza l'oste. Stufo delle loro moine io diedi una tal vociata che restarono
tutte e tre quasi istupidite e mi lasciarono libero di movermi. Io infilai la porta,
presi il cappello nell'anticamera, ed eccomi qui di volo: ma giuraddio, se
avessi sostenuto in carré una carica di cosacchi non sbufferei di
più!...
Io consolai il giovine colonnello
delle sue disgrazie; e lo menai poscia dalla Pisana a ricevere i ringraziamenti
dovutigli; ma ebbimo cura di cambiar il gatto in un pollo d'India, e perciò non
risaltarono tanto i pericoli corsi dal paladino per conquistarlo. Ad ogni modo,
grazie alla furberia della cuoca piemontese il brodo ottenne l'aggradimento
della padrona; lo si disse un po' insipido per esser di pollo d'India, ma
siccome anche i polli soffrivano per la carestia, non ci badò tanto pel
sottile. Sono storielle un po' insulse dopo la grande epopea delle mie imprese
di Napoli; ma ad ogni stagione i suoi frutti; e quella reclusione di Genova
accennava sul principio di volgere in buffo. Soltanto Lucilio non rimetteva
nulla della sua consueta gravità; e succiava seriamente le sue radici di
cicoria come le fossero polpette di selvaggina, o salsicciotti di pollo.
Un'altra volta il mugnaio colonnello
mi venne a trovare meno rosso e giovialone del solito. Io ne dava la colpa al
cavallo salato che cominciava a mancare, ma mi rispose d'aver ben altro pel
capo e che m'avrebbe condotto in tal luogo dove forse anch'io sarei partito con
tutt'altra voglia che di berteggiare. Per verità io non trovava più
allettamento a simili improvvisate; ma per quanto ne stringessi Alessandro,
egli nulla volle dirmi e rispondeva sempre che avrei veduto all'indomane. Mi
venne infatti a prendere il giorno appresso per condurmi allo Spedal militare.
Là trovammo il povero Bruto Provedoni che cominciava ad alzarsi allora da una
lunga malattia; ma si era alzato con una gamba di legno. Immaginatevi la brutta
sorpresa! Anche Alessandro avea ignorato un pezzo la disgrazia dell'amico e non
avendone novella da un secolo la credeva forse ancor peggiore; quando cercando
per gli spedali d'un suo soldato che non si trovava più, e lo dicevano infermo,
avea dato il naso nell'amico. Tuttavia di noi tre lo stesso Bruto era il meno
costernato. Egli rideva, cantava e si provava a camminare e a ballare sulla sua
gamba di legno cogli attucci più grotteschi del mondo. Diceva soltanto che si
pentiva di non aver tardato a perder la gamba fin nel tempo dell'assedio, che
allora avrebbe potuto mangiarsela con molto piacere. Mi consolai d'averlo
trovato, ché in qualche maniera poteva essergli utile. Infatti tutta la sua
convalescenza egli la passò in casa nostra colla Pisana e con Lucilio, e schivò
le noie e gli incommodi degli spedali militari.
A Genova rividi anche Ugo Foscolo,
ufficiale della Legione lombarda, e fu l'ultima volta che stetti con lui sul
piede dell'antica dimestichezza. Egli stava già sul tirato come un uomo di
genio, si ritraeva dall'amicizia, massime degli uomini, per ottener meglio
l'ammirazione; e scriveva odi alle sue amiche con tutto il classicismo
d'Anacreonte e d'Orazio. Questo serva a provare che non si era sempre occupati
a morire di fame, e che anche il vitto di cicoria né spegne l'estro poetico né
attuta affatto il buon umore della gioventù.
A lungo andare peraltro l'estro
poetico svaporava, e il buon umore andava appassendo. Una fava costò perfino
tre soldi, e quattro franchi un'oncia di pane: a non voler mangiare che pane e
fave c'era da rovinarsi in una settimana. Io non aveva in tutto me un ventimila
lire tra denari sonanti e cedole austriache; ma di queste non era quello il
luogo da ottenere il pagamento e così tutto l'aver mio si riduceva a un
centinaio di doble. Volendo curare la salute vacillante della Pisana e
alimentarla d'altro che di zucchero candito e di sorci ci andava comodamente
una dobla al giorno. Da ultimo fui ben fortunato di ricorrere al cavallo salato
di Alessandro. Ma dàlli e dàlli, non ne rimasero che le ossa; e allora ci convenne
far come tutti; vivere di pesce marcio, di fieno bollito quando si trovava
gramigna, e di zuccherini, de' quali era in Genova grande abbondanza, perché
formavano un importantissimo ramo di commercio. S'aggiunsero febbri e petecchie
per ultimo conforto; ma appunto in casa nostra cominciò a rifiorir la salute,
quando si corrompeva di fuori. I zuccherini conferivano alla Pisana; ella
racquistò le belle rose delle guance e il suo umorino strano e bisbetico che
durante la malattia s'era fatto così buono ed uguale da farmi temere qualche
grosso guaio. Allora mi racconsolai, giudicando che nulla v'avea di guasto, e
che i visceri erano quelli di prima: anzi la consolazione andò tant'oltre che
cominciai anche a spaventarmene. Alle volte saltava su per mordere come una
vipera; e s'ingrugnava e aveva il coraggio di tener il broncio un'intera
giornata. Voleva poi tutto a modo suo e dal silenzio ostinato passava in men
ch'io non dico ad una garrulità quasi favolosa. Così ella ebbe il vanto di
cancellare dalla mia memoria tutti quegli anni vissuti frammezzo e di
ricondurmi alle tempestose fanciullaggini di Fratta. Davvero che a chiuder gli
occhi avrei creduto di essere non già a Genova quasi veterano d'una guerra
lunga e accanita, ma in riva alle fosse delle nostre praterie a bucar
chiocciole e a lustrar sassolini. Mi sentiva imbambolire come un bisnonno; e sì
che non era ancora padre né aveva premura di diventarlo. Questo era per esempio
un punto sempre controverso tra me e lei: ch'ella avrebbe voluto un bambino ad
ogni costo, ed io, per quanto mi scaldassi a dimostrarle che nella nostra
posizione, in quel luogo, in quei tempi, un figliuolo sarebbe stato il peggiore
degli imbrogli, dovevo sempre metter le pive nel sacco. Altrimenti pel gran
sussurro mi sarebbe crollato il soffitto sul capo. Cominciarono i soliti
dissapori, gli alterchi, le gelosie: tutto per quel benedetto bambino; eppur vi
giuro che se la Provvidenza non ce lo mandava, io non ce ne aveva né colpa né
rimorso.
Finallora io m'era sempre
congratulato colla Pisana che non aveva mai sospettato di me, e queste
congratulazioni, se volete, erano intinte un pochino d'ironia, perché la sua
sicurezza mi pareva originata o da freddezza d'amore o da piena confidenza nei
proprii meriti. Ma allora almeno non fui più in grado di lamentarmi. Non poteva
arrischiare un'occhiata fuori della finestra, ch'ella non mi allungasse tanto
di grugno. Non me ne diceva la cagione, ma me la lasciava travedere. Rimpetto
dimoravano due crestaie, una stiratrice, la moglie d'un arsenalotto e una
mammana. Ella mi diceva invaghito di tutta questa marmaglia e non era il
miglior elogio al mio buon gusto; massime quanto alla mammana ch'era più brutta
d'un peccato non commesso. Indarno io teneva i miei occhi a casa come san
Luigi; faceva per fintaggine, e me lo diceva con un sogghignetto più pestifero
di qualunque impertinenza. Stufa, diceva ella, di farmi la buona moglie,
cominciò ad uscire, a volerne star a zonzo le mezze giornate: e sì che la città
non dava motivo ad allegre passeggiate. Dappertutto era un puzzo d'ospedale o
di cataletto, e bare si gettavano dalle finestre, e ammalati che si
trasportavano a braccia, e immondizie che si rimescolavano per litigare ai
vermi qualche avanzo di carogna. Finalmente volle ad ogni costo che la menassi
fin sui castelli per far visita a' miei amici ch'erano in fazione. S'io non mi
mostrava di buona voglia m'accagionava di paura e quasi di codardia: non
contento di far nulla voleva anche frodare quelli che facevano, di quel po' di
conforto che sarebbe loro venuto dalla compagnia di qualche buon'anima.
Conveniva adattarsi e menarla. Se avesse preteso che la conducessi nel campo
trincerato di Otto o fra le turbe monferrine raccolte dall'Azzeretto a
minacciar più che Genova gli scrigni dei Genovesi, scommetto che avrei
accondisceso; tanto m'aveva ridotto grullo e marito.
Un giorno tornavamo da una visita
fatta al colonnello Alessandro nel forte di Quezza, ch'era uno dei più esposti.
Le bombe piovevano sulle casematte mentre noi facevamo un brindisi col Malaga alla
fortuna di Bonaparte e alla costanza di Massena. La Pisana baccheggiava come
una vivandiera, e in quel momento le avrei dato uno schiaffo; ma si serbava
sempre così bella così bella per quante pazzie e scioccaggini commettesse, che
avrei temuto di guastarla. Uscendo dal forte, Alessandro ci gridava dietro che
badassimo ai bei fuochi d'artifizio; infatti le bombe di Otto descrivevano per
aria le più vezzose parabole, e se non ci fosse stato il tonfo della caduta e
il fragore e la rovina dello scoppio, sarebbe stato un onestissimo
divertimento. Io affrettava il passo; e ve lo assicuro, non tanto per me quanto
per veder la Pisana fuori di quel gran pericolo; ma ella se ne aveva a male, e
borbottava della mia dappocaggine, e mi faceva montar la stizza portando a
cielo Alessandro, e le sue belle maniere soldatesche, e i suoi frizzi e le sue
baiate che non erano poi d'un gusto molto raffinato. Ma la Pisana aveva la
passione dei tipi; e certo le sarebbe spiaciuto un lazzerone senza cenci e
senza maccheroni, come un colonnello mugnaio senza pizzicotti e senza
bestemmie. Io mi difendeva con dignitoso silenzio; ma ella dava a divedere
d'ascrivere questa ritenutezza ad invidia. Allora la mia bile sforzò il
turacciolo, e diedi una gran vociata gridando che se fossi stato donna io avrei
voluto lodarmi piuttosto di Monsignore suo zio che di quel zoticone di
colonnello. Lì appiccammo una lite; ché ella mi tacciava d'ingratitudine, ed io
lei di soverchia indulgenza per le scurrili maniere di Alessandro. Terminammo a
casa col sederci allo scuro io sopra una seggiola ed ella sopra un'altra col
viso rivolto alla parete. Lucilio rientrando indi a poco ci trovò addormentati,
segno evidentissimo che la tempesta aveva appena sfiorato i nostri umori
biliosi; e sì che vento di parole non n'era mancato. La Pisana per farmi
dispetto seguitò lunga pezza a lodare e magnificare i buoni portamenti e il
valore stragrande del colonnello Alessandro, dicendo che per farsi di mugnaio
esperto soldato in così breve tempo si voleva un ingegno sperticato, e che ella
già aveva sempre augurato bene di quel giovine distinguendolo dagli altri fin
da piccino.
Io ingelosiva furiosamente di questi
richiami ad un tempo, nel quale molte volte aveva dovuto soffrire la fortunata
rivalità del piccolo Sandro; e vedendo compiacersi lei di cotali memorie,
ognuno si figurerà i sospetti che ne induceva. Così, gelosi ambidue,
stancheggiati dal digiuno, divisi dal resto del mondo, e con un futuro dinanzi
che non dava nulla da sperare, noi cercavamo del nostro meglio ogni via per
infastidirci scambievolmente. Ma appena poi il bell'Alessandro mostrava volersi
ingalluzzire per le lusingherie della Pisana, ecco ch'ella se ne ritraeva quasi
spaventata. E toccava a me farle veduto che certe schifiltosità non istanno
bene, che bisogna compatire alle educazioni un po' precipitate, e che la
trivialità d'un bravo e dabben soldataccio non va guari confusa colle oscene
allusioni d'un bellimbusto sboccato. Alessandro, in uggia a me mentre era
careggiato dalla Pisana, e difeso invece quando ella lo aspreggiava, non sapeva
più per qual manico prendere il coltello; e stava nella nostra conversazione
come un ballerino sulla corda prima di essersi bilanciato. Peraltro quando la
Pisana si mostrava affatto ingiusta col povero colonnello io aveva ancora un
mezzo di farle cadere la stizza; ed era il ricordarle quel buon brodo di pollo
d'India procuratole da lui solo. Ella che ne aveva gran desiderio da un pezzo,
perché i zuccherini cominciavano a impastarle la bocca, gli tornava allora
dietro coi più dolci vezzi del mondo; e Alessandro s'incatorzoliva tutto per la
contentezza. Ma quand'io gli accennava così in ombra la ragione di quelle
carezze, s'imbrunava in faccia brontolando che la sua padrona non aveva altri
gatti e che buon per lui, giacché al secondo rischio Dio sa cosa poteva
avvenire.
Crescevano intanto le strettezze dei
viveri, cresceva la pressura degli assedianti e non si combatteva più per
alcuna speranza di libertà o d'indipendenza. Che voleva Massena? Far di Genova
una nuova Pompei popolata di cadaveri invece che di scheletri, o più che
coll'armi, colla paura della pestilenza allontanare i nemici dalle mura
combattute? - Era un lamento, un furore universale. Egli solo, il generale,
aveva le sue idee per ritardare ad ogni costo d'un mese d'un giorno la resa
della piazza: Bonaparte in quel mezzo avrebbe raccolto gli ultimi ardori
repubblicani di Francia per incendiarne una seconda volta l'Europa. A forza di
disagi, di patimenti, di costanza e di crudeltà si giunse ai primi di giugno, quando
già Bonaparte era precipitato come un fulmine a turbare le tranquillissime
guerricciole di Melas contro Suchet, e s'erano rialzate in Milano le speranze
degli Italiani. La resa di Genova si chiamò convenzione e non capitolazione,
gli ottomila uomini di Massena passarono opportuni ad ingrossare l'armata del
Varo, e dai nuovi conquistatori della Liguria non si parlò allora di ristaurare
l'antico governo come non se ne parlava punto in Piemonte. Ma era ben tempo
quello da pensare a ristaurazioni! Melas a marce forzate raccozzava i corpi
sparsi dell'esercito sulle rive della Bormida, proprio rimpetto a quel punto
dove Napoleone prima di partir da Parigi avea messo il dito sulla carta
geografica dicendo: - Lo romperò qui! - E così questi s'affrettava a lasciar
Milano, a passar il Po, a vincere col luogotenente Lannes a Montebello, a
stringer il nemico intorno ad Alessandria. Stranissima posizione di due
eserciti ciascuno de' quali aveva la propria patria alle spalle dell'inimico!
In questo mezzo gli esulanti di
Genova, secondo i patti della convenzione, si trasportavano sopra navi inglesi
ad Antibo. Io, la Pisana, Lucilio e Bruto Provedoni eravamo del numero.
Bruttissimo viaggio e che mi privò delle mie ultime doble. A Marsiglia fui
contentissimo di trovar un usuraio che mi scambiasse al trenta per cento le
cedole austriache e siccome era già pervenuta la notizia della vittoria di
Marengo, ripigliammo tutti insieme la strada d'Italia. Si sperava assai; si
sperava più che non si riconquistò, e il riconquisto d'allora fu quasi
miracolo. Ma nessuno avrebbe immaginato che Melas si disanimasse per una prima
sconfitta; e la continuazione della guerra allargava il campo delle lusinghe
fino a far travedere in lontananza la restituzione di Venezia in libertà o il
suo aggiungimento alla Cisalpina. Invece incontrammo per istrada la nuova della
capitolazione di Alessandria, per cui Melas si ritraeva dietro al Po ed al
Mincio e i Francesi rioccupavano Piemonte, Lombardia, Liguria, i Ducati, la
Toscana, le Legazioni. Il nuovo Papa, eletto a Venezia e da poco rientrato in
Roma fra le fastose accoglienze degli alleati napoletani, credeva aver che fare
a riconquistar il potere dalle mani troppo tenaci degli amici; invece dovette
accettarlo dalla clemenza dei nemici firmando con Francia un concordato ai 15
luglio. Ma il Primo Console s'atteggiava allora a protettore dell'ordine della
religione della pace; e Pio VII, il buon Chiaramonti, gli credeva senza
ritegno.
Le nuove consulte provvisorie
pullulavano ovunque, con questo nuovo sapore di pace di ordine di religione.
Lucilio e tutti i vecchi democratici ne torcevano il grugno; ma Bonaparte
blandiva ubbriacava il popolo, accarezzava i potenti, premiava largamente i
soldati, e contro simili ragioni non v'ha stizza repubblicana che tenga. Io per
me, fedele agli antichi principii, sperava nelle nuove cose, perché non sapea
figurarmi che di tanto avessero cangiato gli uomini in così breve tempo. Per
questo non mi andò a verso che Lucilio rifiutasse una carica cospicua
offertagli dal nuovo governo; e per me accettai volentieri un posto d'auditore
nel Tribunal militare. Indi, siccome si abbisognava di amministratori
galantuomini, mi traslocarono segretario di Finanza a Ferrara. Non mi spiaceva
il guadagnarmi onoratamente un pane, perché tra le dodicimila lire lasciate
alla vedova del Martelli sopra una casa bancaria di Napoli, le doble spese a
Genova, e le cedole negoziate a Marsiglia tutto il peculio consegnatomi da mio
padre prima di morire se n'era ito in fumo. Il colonnello Giorgi mi veniva
dicendo, anche allora a Milano, che mi raccomandassi a lui e che m'avrebbe
fatto creare maggiore del Genio o dell'artiglieria; ma vivendo io colla Pisana,
la carriera militare non mi quadrava, e mi si attagliavano meglio gli impieghi
civili. Infatti a Ferrara ci accasammo molto onorevolmente. Bruto Provedoni che
ci aveva accompagnato fin là diretto per Venezia e pel Friuli ci promise che
avrebbe scritto amplissime informazioni sopra tutto ciò che ci premeva sapere;
e noi contenti di esserci salvati con tanta fortuna da quel turbine che aveva
inghiottito gente più grande ed accorta di noi, stettimo ad aspettare con
pazienza che imprevisti avvenimenti finissero di mettere la nostra vita
perfettamente in regola.
La morte di Sua Eccellenza Navagero
che non doveva esser lontana mi stava molto a cuore. Poveretto! Non gli
augurava male; ma dopo aver vissuto abbastanza felice oltre ad una settantina
d'anni poteva bene lasciar il posto a un pochetto di felicità per noi. Senza
volerlo, credo che mi moderassi anch'io secondo le opinioni più discrete di
quel secondo periodo repubblicano: quell'amore spensierato ubbriaco delirante,
che correva naturalmente fra le passioni ardenti e sfrenate della rivoluzione,
sconcordava alquanto colle idee legali sobrie compassate che tornavano a galla.
Infine il concordato colla Santa Sede mi piegava mio malgrado a pensieri di
matrimonio. La Pisana non dava alcun sentore di quello che sperasse o
disegnasse fare. Tornata alla vita solita era tornata alle solite
disuguaglianze d'umore, alla solita taciturnità variata da improvvisi eccessi
di ciarle e di riso, al solito amore condito di rabbia di gelosie e di
spensieratezza. Ascanio Minato, ch'era divenuto capitano e avea lasciato a
Milano la volubile contessa rubata ad Emilio, ottenne in quel torno d'essere di
guarnigione a Ferrara. Anche a Genova egli ronzava intorno alla Pisana senza
poterla avvicinare per la nessuna cura che costei si dava di lui nelle
diversissime occupazioni di quel tempo. Ma a Ferrara non le parve vero di poter
variare d'alcun poco la noia domestica, e s'adoperò tanto che dovetti
consentire l'ingresso in mia casa al brillante ufficiale. Costui mi spiaceva
per tutte le ragioni: per le sue gesta anteriori, pel mio amor proprio, per la
memoria del povero Giulio, per la baldanza del portamento e del parlare, per
l'affettazione francese, buffa e spregevole in un còrso. Ma mi guardava bene
dal dargli carico di tutto ciò in presenza della Pisana; sapeva che alle volte
nulla più nuoce d'un biasimo inopportuno, massime presso le indoli che amano
l'assurdo e la contraddizione. Perciò stava composto e con bella creanza; come
si conviene ad un magistrato ad un padrone di casa; ma teneva ben aperti gli
occhi in testa, e il signor Minato aveva raramente il coraggio di incontrarli coi
suoi. L'Aglaura e Spiro scrivevano da Venezia notizie piuttosto varie che
buone. Avevano avuto un secondo bambino, ma la loro madre era morta, e ne
vivevano inconsolabili; il commercio loro prosperava, ma la cosa pubblica
sembrava in balía più dei tristi che dei buoni. Il Venchieredo padre
spadroneggiava senza pudore ostentando maniere linguaggio e alterigia
forestiere. Spiro, che avea dovuto presentarglisi per implorar la liberazione
d'un suo compatriota relegato a Cattaro coi repubblicani catturati in terraferma,
avea dovuto convenire che i padroni stranieri valgono meglio dei fattori e
castaldi nazionali. L'avvocato Ormenta era compagno al Venchieredo in quella
trista opera, ma s'infamava meglio per occulte ladrerie che per aperte
sopraffazioni. Operavano i consigli del padre Pendola; il quale ad onta della
cacciata da Portogruaro e del discredito in cui era tenuto dalla Curia di
Venezia avea saputo formarsi un certo partito nel clero meno educato; e da
taluni era tenuto per un martire, da altri per un birbante. I vecchi Frumier
erano morti ambidue a un mese di distanza l'un dell'altro; dei giovani, Alfonso
avea rinunciato al matrimonio per ottenere una commenda dell'Ordine di Malta, e
non si sapeva nemmeno ch'egli esistesse; ma si diceva ch'egli corteggiasse una
certa dama Dolfin più vecchia di lui d'una quindicina d'anni, e stata già
moglie d'un correggitore a Portogruaro. - Io me ne sovvenni, la ricordai alla
Pisana, e ne risimo assieme.
Agostino invece avea brigato un posto
nel nuovo governo, perché altrimenti non sapeva come vivere, essendosi per la
morte dei genitori perduto ogni loro patrimonio. Lo avevano fatto controllore
di Dogana, ed egli n'era umiliato, il fervido repubblicano. Peraltro pensava di
riguadagnar la partita con un buon matrimonio; e c'era qualche maneggio con
quella donzella Contarini che mio padre avea voluto affibbiarmi col pretesto
della dote e del futuro dogado. La Contessa di Fratta, come zia, batteva
l'acciarino: ma più che l'affetto pel nipote la lusingava la speranza d'una ricca
senseria, perché la sua passione pel gioco continuava sempre e il patrimonio
della famiglia calava sempre trovandosi omai ridotto ad un centinaio di campi
intorno al castello di Fratta, sui quali erano ipotecati i crediti delle
figlie. La reverenda Clara dopo la morte della madre Redenta era diventata la
grande testa del convento e volevano farla badessa. Perciò meno che mai si
angustiava per quello che avveniva di brutto o di bello nel secolo. Il conte
Rinaldo sgobbava sempre alla Ragioneria e nelle biblioteche; Raimondo
Venchieredo se gli aveva offerto di fargli ottenere un avanzamento negli uffici
amministrativi, ma aveva ostinatamente rifiutato; andava via unto e cencioso
col suo ducato al giorno, pelatogli anche questo dalla madre; ma non voleva, a
mio credere, curvar la schiena più che non fosse strettamente necessario.
L'Aglaura in particolare mi dava notizie della Doretta che come sapete era
stata altre volte in qualche relazione con lei e precisamente le aveva recato
per parte del Venchieredo qualche lettera d'Emilio dopo la partenza di costui
per Milano. La sciagurata, abbandonata da Raimondo, aveva perduto ogni ritegno;
e di amante in amante sempre più basso era caduta nei sitacci più fetidi e
infami di Venezia.
- Vedi, a chi ti fidavi? - dissi io
alla Pisana.
Ella m'avea confessato che la Doretta
era stata a narrarle il mio amore e la mia fuga coll'Aglaura; nella qual cosa
la stupida bagascia serviva alle mire di Raimondo contro il suo proprio
interesse. - Che vuoi che ti risponda? - soggiunse la Pisana. - Già sai che
quando si è stizziti con alcuno meglio ci entrano le parole cattive che le
buone. E se ti confessassi ora che Raimondo stesso mi ti dipingeva come un
imbroglione, rimasto a Venezia più tardi degli altri e partito poi per Milano alla
sfuggita, solamente per pescar nel torbido, ma in un torbido molto puzzolente!?
- Ah birbante! - sclamai. - Questo ti
diceva Raimondo?... L'avrà a fare con me!...
- Io però non ci credeva molto -
riprese la Pisana - o se ci credeva non glie ne venne alcun utile, perché
cercava forse di staccarmi da te e non fece altro che precipitare la mia venuta
a Milano.
- Basta, basta! - diss'io che non
udiva ricordare molto volentieri questa parte della nostra vita. - Vediamo ora
cosa ne scrive da Cordovado Bruto Provedoni.
E lessimo la lettera tanto sospirata
del povero invalido. Io potrei anche, come ho fatto finora, darvene il
compendio; ma la modestia di scrittore non lo permette; qui bisogna cedere il
campo ad uno migliore di me, e vedrete come un animo generoso sa sopportar la
sciagura e guardar dall'alto le cose del mondo senza negar loro né cooperazione
né pietà. La lettera l'ho ancora fra le mie cose più care; nel reliquario della
memoria che principia colla ciocca di capelli fattasi strappare dalla Pisana, e
finisce colla spada di mio figlio che ieri mi giunse dall'America insieme con
la tarda conferma della sua morte. Povero Giulio! era nato per esser grande; e
non poté esserlo che nella sventura. Ma torniamo al principio del secolo, e
leggete intanto cosa mi scriveva a Ferrara Bruto Provedoni, tornato da poco
tempo nel suo paesucolo con una gamba di meno, e molti affanni di più.
«Carlino amatissimo!
«Ho volontà di scrivervi a lungo,
perché molte sono le cose che vorrei dirvi e tante le dolorose impressioni che
m'ebbi tornando, che mi pare non dovrei mai finire dal raccontarvele. Ma son
poco avvezzo a tener la penna in mano, e spesso mi bisogna lasciar da una banda
i pensieri e limitarmi a quelle cose materiali che posso alla meglio esprimere.
Peraltro di voi non ho soggezione, e lascerò che l'animo parli a suo modo.
Dov'egli non si esprimesse a dovere voi lo capirete egualmente, e in ogni caso
mi compatirete della mia ignoranza piena di buona volontà.
«Se vedeste questi paesi, Carlino!...
Non li conoscereste più!... Dove sono andate le sagre, le riunioni, le feste
che allegravano di tanto in tanto la nostra giovinezza?... come sono scomparse
tante famiglie che erano il decoro del territorio, e serbavano incorrotte le
antiche tradizioni dell'ospitalità, della pazienza cristiana, e della
religione?... Per qual incanto s'è assopita ad un tratto quella vita di
chiassi, di gare fra villaggio e villaggio, di contese e di risse per le
occhiate d'una bella, per l'elezione d'un parroco, o per la preminenza d'un
diritto? - In quattro anni sembra che ne sian passati cinquanta. Non ci fu
carestia, e si lagnano ogni dove della miseria; non ci furono leve di soldati
né pestilenze come in Piemonte ed in Francia; e le campagne sono spopolate e le
case deserte dei migliori lavoratori. Chi emigrò in Germania, chi nella
Cisalpina; chi accorse per far fortuna a Venezia e chi sta zitto per paura nei
poderi più nascosti e lontani. La differenza d'opinioni ha disfatto le
famiglie; i dolori, i patimenti, le soperchierie della guerra hanno ucciso i
vecchi e invecchiato gli adulti. Non si celebrano più matrimoni, e di rado
assai il campanello suona pel battesimo. Se si ode la campana si può giurare
ch'è per un'agonia o per un morto. La vigoria ch'era rimasta nei nostri
compaesani e che s'esercitava o bene o male in piccoli negozi di casa o di
comune, ora s'è sfiancata del tutto. Rimasti senza armi senza danari senza
fiducia non pensano più che ciascuno a se stesso e pei bisogni dell'oggi; tutti
lavorano dal canto loro ad assicurarsi un covacciolo contro le insidie del
prossimo e le prepotenze dei superiori. L'incertezza delle sorti pubbliche e
delle leggi fa sì che si schivino dal contrattare, e che si speculi sulla buona
fede altrui piuttosto che affidarvisi.
«Come sapete, furono tolte le antiche
giurisdizioni gentilizie; e Venchieredo e Fratta non sono più altro che
villaggi, soggetti anch'essi, come Teglio e Bagnara, alla Pretura di
Portogruaro. Così si chiama un nuovo magistrato stabilito ad amministrar la giustizia;
ma per quanto sia utile e corrispondente ai tempi una tal innovazione, i
contadini non ci credono. Io sono troppo ignorante per avvisarne le cause; ma
essi forse non si aspettano nulla di bene da coloro che colla guerra hanno
fatto finora tanto male. Quello che è certo si è che coloro che in questo
frattempo si sono ingrassati furono i tristi; i dabbene rimasero soverchiati, e
impoveriti per non aver coraggio di fare il loro pro' delle sciagure pubbliche.
I cattivi conoscono i buoni; sanno di potersene fidare e li pelano a man salva.
Nei contratti con cui sottoscrivono alla propria rovina essi non si provvedono
né appigli a future liti né scappatoie; danno nella rete ingenuamente, e sono
infilzati senza misericordia. Alcuni fattori delle grandi famiglie, gli usurai,
gli accaparratori di grano, i fornitori dei comuni per le requisizioni
soldatesche, ecco la genia che sorse nell'abbattimento di tutti. Costoro,
villani o servitori pur ieri, hanno più boria dei loro padroni d'una volta, e
dal freno dell'educazione o dei costumi cavallereschi non sono neppur costretti
a dare alla propria tristizia l'apparenza dell'onestà. Hanno perduto ogni
scienza del bene e del male; vogliono essere rispettati, ubbiditi, serviti
perché sono ricchi. Carlino! La rivoluzione per ora ci fa più male che bene. Ho
gran paura che avremo di qui a qualche anno superbamente insediata
un'aristocrazia del denaro, che farà desiderare quella della nascita. Ma ho
detto per ora, e non mi ritratto; giacché se gli uomini hanno
riconosciuto la vanità di diritto appoggiati unicamente ai meriti dei bisnonni
e dei trisarcavoli, più presto conosceranno la mostruosità d'una potenza che
non si appoggia ad alcun merito né presente né passato, ma solamente al diritto
del danaro che è tutt'uno con quello della forza. Che chi ha danaro se lo tenga
e lo spenda e ne usi; va bene; ma che con esso si comperi quell'autorità che è
dovuta solamente al sapere e alla virtù, questa non la potrò mai digerire. È un
difettaccio barbaro ed immorale del quale deve purgarsi ad ogni costo l'umana
natura.
«Oh se vedessi ora il castello di
Fratta!... Le muraglie sono ancora ritte; la torre s'innalza ancora tra il
fogliame dei pioppi e dei salici che circondano le fosse; ma nel resto qual
desolazione! Non più gente che va e viene e cani che abbaiano e cavalli che
nitriscono, e il vecchio Germano che lustra gli schioppi sul ponte, o il signor
Cancelliere che esce col Conte, o i villani che si schierano facendo di
cappello alle Contessine! Tutto è solitudine, silenzio, rovina. Il ponte
levatoio è caduto fradicio; e hanno empiuto la fossa con carri di rottami e di
calcinacci tolti via dalla casa dell'ortolano che è cascata. L'erba cresce pei
cortili, le finestre non solo sono prive d'imposte, ma gli stipiti e i
davanzali si sgretolano al gocciolar continuo della pioggia. Si dice che alcuni
creditori, o ladri, o che so io, abbiano venduto perfino le travature del
granaio; io non ne so nulla; veggo solamente che manca un gran pezzo di tetto e
che ci piove e nevica entro, con quanto danno degli appartamenti ve lo potete
immaginare!... Marchetto, che è a Teglio per sagrestano e s'è fatto grullo come
un cappone, va ancora di tanto in tanto per vecchia abitudine al castello. Egli
mi ha raccontato che la signora Veronica è morta, che monsignor Orlando e il
Capitano non hanno più che la serva del Cappellano, la Giustina, che tenga
conto delle robe loro, e prepari il pranzo e la cena. Monsignore sospira perché
non può più ber vino: il Capitano si lamenta perché ha promesso in articulo
mortis alla sua Veronica di non pigliar altra moglie, ed ora c'è a Fossalta
la vedova dello speziale che è matta, e vorrebbe sposarlo, non so con
qual'idea. D'inverno fanno notte alle cinque, e Monsignore si difende col gran
dormire. Di tutte le sue antiche relazioni soltanto il Cappellano ha tenuto
saldo, e sembra anzi stringerglisi di più ad ogni nuova disgrazia. Monsignore
di Sant'Andrea e il piovano di Teglio sono morti anch'essi. Insomma, ve lo
diceva fin dapprincipio, ch'io son partito da un paese e torno in un cimitero;
ma ancora non sapete tutto.
«Quanto alla maniera di camparla
questi signori vivono sulle onoranze e quasi sulle elemosine di quei quattro
coloni che son loro rimasti; perché l'entrata viva cola tutta a Venezia.
Fattori castaldi ed agenti se la sono fatta, dopo essersi ben rimpannucciati a
spese dei gonzi. Fulgenzio già aveva comperato la casa Frumier a Portogruaro, e
la trinciava avaramente da signore quand'io sono partito; ora suo figlio
Domenico è notaio ed ha avuto un posto a Venezia, l'altro ha detto ieri la
prima messa e starà in Curia per cancelliere. È un bel pretino questo don
Girolamo, e tutto sommato mi piace più di suo fratello e di suo padre, benché
sia furbo come la volpe anche lui.
«Ora, Carlino, veniamo a più gravi
disgrazie; dico gravi, perché toccano me più davvicino e le ho tenute le ultime
perché, se ne discorreva dapprincipio, non avrei potuto risolvermi a parlar
d'altro. Mio padre ha tenuto dietro a mia madre, ch'era già morta da un mese
quand'io mi sono assoldato con Sandro Giorgi. Egli è spirato, poveretto, fra le
braccia dell'Aquilina, perché gli altri suoi figliuoli erano in rotta con lui,
e non volevano credere ch'egli avesse a morire. La Bradamante giaceva in letto
di parto e non ha potuto esser compagna alla sorella in quegli ultimi e pietosi
uffici. Io non voglio dir male dei miei fratelli ma il primo per ignoranza, i
più giovani per braveria hanno finito di metter a soqquadro tutta la casa.
Porta via di qua, strascina di là, sciupa, vendi, impresta, trovai le camere
vuote: cioè no; correggo, Leone, che s'è trapiantato colla famiglia a San Vito
a far il fattore, ha creduto bene di affittar la casa, ad eccezione di tre
stanze lasciate all'Aquilina e a Mastino: ché in quanto a Grifone era partito
per l'Illirico col suo mestiero di capo-mastro. Tre mesi
dopo venne offerto a Mastino un posto di scritturante ad Udine, e se la svignò
lasciando sola soletta in quelle tre camere una ragazza di quattordici anni.
Gli è vero ch'è assai bene sviluppata, e fui molto contento delle lodi che mi
fece l'arciprete della di lei condotta: ma ad operare in quel modo bisognava
proprio aver nelle calcagna la carità fraterna.
«Di tutte queste disgrazie, Carlino,
alcuna ne avea già saputa per lettera, altre ne temeva, ma ti dico la verità
che a toccarle con mano mi fecero un effetto terribile e quale non mi sarei mai
aspettato. Forse anco il vedermi così storpio e impotente a mettervi riparo,
finì di amareggiare il mio dolore già per sé acerbissimo. Ma un altro colpo mi
dovea toccare che appena giunto mi ha proprio buttato a terra. L'Aquilina fra
le tante mi avea raccontato anche la morte del dottor Natalino avvenuta un paio
di mesi prima. Una sera indovinereste chi mi capitò in casa?... Mia cognata,
quella sciagurata della Doretta!... Aveva insieme uno scribacchiante, un
mingherlino che si diceva figliuolo d'un avvocato Ormenta di Venezia, e veniva
con lei a reclamare la sua dote e l'eredità del marito. Cosa ne dici eh!... Che
cuori!... La dote che nessuno ci aveva mai pagata!... L'eredità d'un uomo
ch'ella aveva si può dire ammazzato!... Ma siccome ell'aveva una confessione di
debito scritta di pugno di Leopardo otto mesi dopo il loro matrimonio, e
d'altronde si commiserava della propria posizione, e il mingherlino mi diceva sotto
voce che senza il sussidio di quei danari l'onore di mia cognata avrebbe corso
grave pericolo, così e per ritirarla se è possibile dalla mala via in cui si è
messa e per rispetto al nostro nome e alla memoria di mio fratello, ho cercato
a tutt'uomo i mezzi di pagarla. Ho venduto quanto restava di mio nel podere
lasciato da mio padre; le ho consegnato i danari e se n'è andata con Dio; ma il
giovinetto sembrava molto premuroso di liberarla dall'incommodo di portare il
sacchetto. Ho poi saputo che quel peculio le servì come dote per entrare in un
istituto di convertite novellamente aperto a Venezia per cura di alcuni
sacerdoti oscuri di nome, ma di cuore cristiano e di onestissime intenzioni.
Ella restò nel ritiro un mese, ma poi ne scappò, dicono, indemoniata; ed adesso
ho grave timore che non la sia in peggiori condizioni di prima, perché già il
dono della dote era irrevocabile, e d'altronde non l'era una tal somma da
poterle assicurare una vita indipendente.
«Ora voi sapete lo stato nostro e
presso a poco anche del paese. Faccio da padre all'Aquilina, amministro quei
dieci campi che le sono rimasti e per me mi guadagno il vitto dando qualche
lezione di calligrafia in paese e in qualche buona famiglia che vuol forse
palliare così una caritatevole elemosina. Le domeniche, Donato nostro cognato
viene a prenderci colla carrettella e ci conduce a Fossalto a trovare la
Bradamante che ha già tre ragazzini, il primo che sgambetta come una gru, e
l'ultimo appeso ancora alla mammella. In onta alla mia gamba di legno io faccio
grandi prodezze col primo, e insegno a camminare alla seconda, perché la è una
bambina abbastanza poltroncella per la sua età. Non so se questo sia uno
stabilimento definitivo, o un ripiego per miglior fortuna, o una tregua per
peggiori disgrazie. So che ho fatto il mio dovere, che lo farò sempre, che se
ho preso qualche deliberazione precipitata si fu perché una voce mi chiamava, e
infatti le opere mie non hanno mai fatto torto a quelle deliberazioni. Infine
le cose potevano andare assai meglio; ma io non do la mia povertà e nemmeno la
mia gamba di legno per tutte le ricchezze per tutti gli agi e per la sfacciata
salute d'un birbone. Dico bene, Carlino? So che siete del mio parere e perciò
vi parlo col cuor in mano. Del resto le mie speranze non si fermano tutte sotto
i coppi della mia casa, alcuna ne ho che viene in cerca di voi; altre che
rifanno il cammino da me percorso e non vogliono starsi chete alla triste
esperienza delle guerre passate. Il nostro Primo Console ha vinto a Marengo, ma
dei bei campi di battaglia potremo offrirgliene anche noi, ed egli li conosce
da un pezzo e gli furono fausti. Oh se ci potessimo vedere allora! Come
farei ballare di gusto la mia gamba di legno... Come bacerei di cuore voi, la
Pisana, il dottor Lucilio... A proposito, è vero che il dottore si è fermato a
Milano?... Sappiate intanto che Sandro Giorgi fu mandato col suo reggimento
alla guerra di Germania. Se le guerre continuano farà certo fortuna, ed io
gliela auguro perché in mezzo a' suoi difettucci ha un cuore un cuore che si
farebbe a fette per gli altri. Oh ma io non finirei più di chiacchierare con
voi!... Amatemi dunque, scrivetemi, ricordatemi alla Pisana, e non
dimenticatevi di far il possibile perché ci possiamo vedere».
Bell'anima d'amico! E si scusava di
non saper scrivere! dove si sente il cuore, chi bada alle parole? Chi cerca lo
stile quando l'anima ha toccato dolcemente l'anima nostra? - Non mi vergogno a
dirvi ch'io piansi su quella lettera, non per le frasi in sé, che forse nessuno
ci troverebbe da commoversi, ma appunto per quello studio gentile e pietoso di
non commovere, per quella cura dilicata e faticosa di non iscoprire ai lontani
tutte le nostre piaghe, acciocché il piacere di aver nuove dell'amico non sia
troppo amareggiato dal dolore di saperlo infelice! La morte del padre, lo
sperperamento della famiglia, il cattivo cuore dei fratelli; io m'immaginava
che tutti questi colpi l'uno sopra l'altro avean dovuto ferire l'animo di Bruto
più di quanto egli voleva mostrare. Me lo figurava vicino all'Aquilina, a
quella cara e leggiadra ragazzetta così grave così amorosa e che nell'infanzia
dimostrava il più soave e compassionevole cuore di donna che si potesse
desiderare! Ella avrebbe lenito colla sua ingenuità coi suoi sorrisi celesti i
dolori di Bruto, lo avrebbe compensato delle cure che si prendeva per lei; e
n'era certo che quelle due creature riunite insieme dopo tante procelle
avrebbero trovato nell'amicizia fraterna la felicità e la pace.
La Pisana si univa meco in queste
semplici speranze. Cervellino poetico anzitutto ella cercava i robusti
contrapposti e la fiera agitazione della tragedia ma comprendeva la rosea
innocenza e la pace pastorale dell'idillio. Posando fra Bruto e l'Aquilina le
nostre fantasie rivedevano i tranquilli orizzonti delle praterie fra Cordovado
e Fratta, le belle acque correnti in mezzo a campagne smaltate di fiori, i
cespugli odorosi di madresilva e di ginepro, i bei contorni della fontana di
Venchieredo cogli ombrosi sentieruoli e i freschi marginetti di musco! Speravamo
per essi, e godevamo per noi. Peccato che quella gamba di legno si
attraversasse a tutti i bei romanzi che si potevano immaginare a benefizio di
Bruto! Nei paesi un cotal difetto non si perdona, e un eroe zoppo vale assai
meno d'un mascalzone ben piantato. Le donne di città son talora più indulgenti;
benché anche in questa indulgenza c'entri forse per poco assai l'adorazione
dell'eroismo. Ma pure se Bruto non avesse avuto quella gamba di legno sarebbe
egli tornato a Cordovado? - Dov'era Amilcare, dov'erano Giulio del Ponte,
Lucilio, Alessandro Giorgi, e dov'era finalmente io, benché meno di essi
trasportato da furore di indole a imprese arrischiate? Profughi, esuli, morti,
vaganti qua e là, come servi cacciati a lavorare sopra campi non nostri, senza tetto
certo, senza famiglia, senza patria sulla terra stessa della patria! - Poiché
chi poteva assicurare che una patria concessa dal capriccio del conquistatore
dal capriccio stesso non ci sarebbe ritolta?... Già in Francia si cominciava a
bisbigliare d'un nuovo ordinamento di governo; e s'accorgevano che il Consolato
non era una sedia curule, ma un gradino a soglio più eccelso. Bruto era omai
escluso dall'agone ove noi andavamo giostrando alla cieca senza sapere qual
sarebbe il premio di tanti tornei. Almeno avea ritrovato il focolare paterno,
il nido della sua infanzia, una sorella da amare e da proteggere! Il suo
destino gli stava scritto dinanzi agli occhi non glorioso forse né grande ma
calmo, ricco di affetti e sicuro. Le sue speranze avrebbero sciolto il volo
dietro alle nostre o sarebbero cadute con esse senza il rimorso di aver oziato
per infingardaggine, senza lo sconforto di aver faticato indarno ad inseguire
un fantasma.
Così io veniva invidiando la sorte
d'un giovine soldato che tornava al suo paese, storpio d'una gamba, e invece
delle braccia di suo padre in cui gettarsi non trovava che una fossa da
irrigare di pianto. Pure io non era de' più sfortunati. Moderato di voglie di
speranze di passioni, quando i miei mezzi privati cominciavano a mancarmi, il
soccorso pubblico mi era venuto incontro. Senza protezioni, senza brogli, in
paese forestiero, ottenere a ventisei anni un posto di segretario in un ramo
così importante e nuovo della pubblica amministrazione, com'erano allora le
Finanze, non fu piccola né spregevole fortuna: e non me ne contentava. Tutti mi
verranno addosso con baie e con rimbrotti. Ma io lo confesso senza
vergognarmene: ebbi sempre gli istinti quieti della lumaca, ogniqualvolta il
turbine non mi portò via con sé. Fare, lavorare sgobbare mi piaceva per
prepararmi una famiglia una patria una felicità; quando poi questa meta della
mia ambizione non mi sorrideva più né vicina né sicura, allora tornava
naturalmente col desiderio al mio orticello, alla mia siepe, dove almeno il
vento non tirava troppo impetuoso, e dove sarei vissuto preparando i miei
figliuoli a tempi meglio operosi e fortunati. Io non aveva né la furia cieca e
infrenabile d'Amilcare che slanciata una volta non poteva più indietreggiare,
né l'instancabile pertinacia di Lucilio che respinto da una strada ne cercava
un'altra, e attraversato in questa se ne apriva una di nuova sempre per tendere
a uno scopo generoso sublime, ma alle volte dopo quattr'anni di sudori più
incerto e lontano che non fosse dapprincipio. Per me vedeva quella gran via
maestra del miglioramento morale, della concordia, e dell'educazione, alla
quale si doveva piegare ogniqualvolta le scorciatoie ci avessero fuorviato. Mi
sarei dunque messo in quella molto volentieri per uscirne soltanto quando un
bisogno urgente mi chiamasse. Invece la sorte mi faceva battere la campagna a
destra ed a mancina. L'anno prima bocca inutile a Genova, allora segretario a
Ferrara; i geroglifici del mio pronostico si disegnavano con caratteri tanto
varii che a volerne comporre una parola bisognava stiracchiare affatto il buon
senso.
Fortuna che la Pisana mi dava
frequentissimi svagamenti da queste mie melensaggini. Le sue rappresaglie
donnesche col capitano Minato, e le bizzarrie continue che davano a parlare per
un mese alla già sordo-muta società di Ferrara mi tenevano
occupato per quelle poche ore che mi restavano libere dal trebbiatoio
dell'ufficio. Passare dalle somme, dalle sottrazioni e dalle operazioni scalari
delle imposte agli accorgimenti strategici d'un amante geloso non era impresa
da cavarsene come a sorbir un uovo. Anzi mi faceva mestieri tutta la ginnastica
dello spirito, e tutta la prontezza acquistata in simili evoluzioni da quindici
e più anni d'esercizio. Del resto v'aveano giorni che la Pisana s'occupava
sempre di me, e di sorvegliarmi come un ragazzaccio che meditasse qualche
scappata; allora, o fingeva di non m'accorgere di una cotal diffidenza, o ne
metteva il broncio, ma davvero che ne aveva un gusto matto, perché poteva
riposarmi delle fatiche passate e preparar lena pel futuro. Se mai vi fu amante
o marito che si affannasse per ben governar la sua donna senza farle sentire il
peso delle redini, fui certo io in quel tempo vissuto a Ferrara. I galanti
papallini, i lindi ufficialetti francesi andavano dicendo: - Che buona pasta
d'uomo! - ma mi avrebbero forse voluto un po' più fuori dei piedi; e li
pestassi anche e facessi il cattivo, non se l'avrebbero legata al dito. Ero,
per dirla tutta, un buon incommodo; e qui stava il peggio, ché non potevano
lagnarsene, né appormi la ridicolaggine d'un Otello finanziere.
A rompere questo armeggio di schermi
e di difese cascò in mezzo a noi la notizia d'una malattia della Contessa di
Fratta. Era il conte Rinaldo che la partecipava alla Pisana senza aggiungere
commenti: diceva soltanto che non potendo la reverenda Clara uscir di convento,
sua madre rimaneva sola, affidata alle cure certo poco premurose d'una
guattera: sapendo poi la Pisana a Ferrara, avea creduto dover suo trascendere
ogni riguardo e farle nota questa grave disgrazia che li minacciava. La Pisana
mi guardò in viso; io senza por tempo in mezzo dissi: - Bisogna che tu vada! -
Ma vi assicuro che mi costò assai il dirlo; e fu un sacrifizio all'opinione
pubblica, che altrimenti m'avrebbe tacciato di snaturare una figliuola ne' suoi
più doverosi riguardi verso la madre. La Pisana invece la tolse pel cattivo
verso; e benché io credo che se avessi taciuto io, ella avrebbe parlato come
me, pure si diede a brontolare, che già ero stanco di lei, e che non cercavo
nulla di meglio che un appiglio qualunque per levarmela d'attorno. Ne
converrete che fu una ingiustizia solenne. Io risposi, scrollando le spalle,
che ella invece a mio credere andava a caccia tutto il giorno de' più strani
pretesti per rincrescermi, e che mi doveva anzi esser grata dell'esser stato il
primo a proporle un viaggio a me per ogni conto spiacevole ed incommodo.
Infatti, lasciando andare la solitudine nella quale restava, a quel tempo si
stentava anche non poco in punto a quattrini. A me piacque sempre il ben
vivere, la Pisana non ha mai saputo far un conto in sua vita, e non s'è presa
mai il benché menomo pensiero né della sua borsa né di quella degli altri:
insomma si spendeva a tutto andare ed anche si piantava qua e là per le botteghe
qualche piccolo chiodarello. Tuttavia la voleva bisticciare con me e ci riescì.
Non ho mai capito questo talento di martoriarmi appunto allora ch'eravamo in
procinto di dividerci, col gran bene che la mi voleva; perché vi assicuro io
che si sarebbe fatta a pezzi per me. Io m'immagino che il dispiacere di
doversene andare le guastasse l'umore, e che colla sua solita sventatezza se ne
sfogasse addosso a me. Qualche volta le venivano rossi gli occhi, mi veniva
dietro per casa come una ragazzina dietro la mamma; e s'io poi le volgeva uno
sguardo amorevole una parola di conforto, s'oscurava in viso come l'ora di
notte, e si volgeva da un altro canto facendo forza di non badare a me. Insomma
le vi parranno le solite ragazzate; ma bisogna ch'io ve le racconti per
dimostrare il continuo sospetto in che io vissi dell'animo della Pisana inverso
di me, ed anche perché la sua indole fu così straordinaria che merita una
storia apposita.
Adunque pochi giorni dopo,
raggranellati i denari occorrenti al viaggio, io la condussi in calesse fino a
Pontelagoscuro, e di colà in barca si avviò per Venezia. Quello, cioè, il Po,
si era il confine fra le provincie venete occupate dai Tedeschi e la Repubblica
Cisalpina; né io poteva accompagnarla oltre. Pertanto in capo ad una settimana
ebbi notizia da lei che sua madre era affatto fuori di pericolo, ma che la
convalescenza vorrebbe essere un po' lunga, e che perciò ci rassegnassimo a una
separazione di qualche mese. Ciò mi diede noia non poco, ma in vista delle
altre buone notizie che mi dava cercai consolarmene. L'Aglaura e Spiro vivevano
in perfetta concordia con due bambinelli ch'era una delizia a vederli; i negozi
loro prosperavano viemmeglio, e ci si profferivano a me ed a lei in ogni cosa
che ne potesse occorrere. Il Conte suo fratello, in onta alla freddezza della
lettera, l'avea poi trattata con ogni amorevolezza; un'altra novità c'era che
poteva convenire non poco ad ambedue. Sua Eccellenza Navagero colpito da una
paralisi generale e da completa imbecillità giaceva in letto da un mese: ella
mi comunicava le tristi condizioni del marito colle parole più compassionevoli
del mondo, ma la cura presa di descriverle appunto tristissime e disperate
dinotava una facile rassegnazione all'ultimo colpo che si aspettava di giorno
in giorno. Perciò io mi adattai con minor uggia al mio isolamento; e mi cacciai
intanto a tutt'uomo nelle cure d'ufficio per sentirne meno i fastidi.
In quella s'era adunata la Consulta
di Lione pel riordinamento della Cisalpina, la quale ne uscì col battesimo d'Italiana,
ma riordinata per bene, cioè secondo i nuovi disegni di Bonaparte Primo
Console, che ne fu eletto Presidente per dieci anni. Il
Vice-presidente, che ebbe poi a governare in persona, fu
Francesco Melzi, uomo invero liberale e di sentimenti grandi e patriottici, ma
che per la sua magnificenza e per la nobiltà dell'origine non collimava coi
gusti dei democratici più ardenti. Lucilio mi avvisò da Milano di cotali
mutamenti e con una certa livida rabbia che mi diceva assai più che non osasse
scrivere: certo egli s'aspettava che io rinunziassi al mio posto e che
rifiutassi di servire un governo dal quale erasi allontanato ogni vero
repubblicano. Io in verità ne sentii qualche voglia, e non tanto per la
repubblica in sé, quanto perché il fervore repubblicano era ormai il solo
incentivo di quelle mie ostinate speranze sopra Venezia per le quali soltanto
m'induceva a durare negli uffici della Cisalpina. Ma avvenne allora un caso che
mi stornò da cotale idea. Ricevetti nientemeno che la nomina d'Intendente, vale
a dire Prefetto delle Finanze, a Bologna.
Fosse che il nuovo governo mi
giudicasse proclive alle sue massime d'ordine e di moderazione, o che mi
ricompensassero del lavoro assiduo e utilissimo di quegli ultimi mesi, il fatto
sta che la nomina io la ebbi e con mia grande sorpresa. Forse anco si
abbisognava per quel posto d'un uomo laborioso attento infaticabile, e a cotal
uopo fu creduto atto più un giovane che un magistrato provetto. Io per me fui
portato via da un tal delirio d'ambizione che per due o tre mesi non mi
ricordai più né di Lucilio né quasi anche della Pisana. Mi pareva già che il
Ministero delle Finanze mi sarebbe toccato alla prima occasione; e una volta là
in alto, chi sa?... Il cambiar poltrona è impresa sì agevole quando si è tutti
insieme in una stessa sala! Pensava alle antiche lusinghe di mio padre e non le
trovava più né strane né irragionevoli; soltanto quella presidenza decennale di
Bonaparte mi angustiava un poco, e per quanto fossi temerario non giunsi, lo confesso,
nemmeno in sogno a spuntarla con lui. Mi pareva un pezzo troppo grosso da
sollevare. Quanto agli altri avrei adoperato Prina come savio amministratore; e
con Melzi ci saremmo intesi. Sapeva della sua crescente dissensione col Console
per quel fare da sé e quello stare da sé che dipendeva dalla sua natura tutta
italiana, e tendeva per opera sua a regolare gli andamenti del governo italiano
appetto del francese. Di ciò mi sarei giovato con arte con furberia: fermo
sempre che tutta la mia ambizione tutte le mie mire sarebbero volte ad
allargare fino a Venezia la Repubblica Italiana. E questa fu la scusa della mia
pazzia.
Impiantato a Bologna con questi
grandi propositi pel capo fui un intendente di Finanza molto facondo e
munifico: voleva prepararmi la strada alle future grandezze: seppi al contrario
in seguito che, per cotali gonfiamenti mi chiamavano, nel loro gergo maligno
bolognese, l'intendente Soffia. Dopo qualche mese di boriosa beatitudine e di
ostinato lavoro nella sana disposizione dell'imposte, cosa insolita nella
Legazione, cominciai a credere che non fossi ancora in paradiso, ed a sperare
che il ritorno della Pisana avrebbe supplito a quel tanto che sentiva mancarmi.
Infatti non due non tre ma sei mesi erano trascorsi dalla sua partenza da Ferrara,
e non solo non tornava, ma da ultimo anche dopo il mio passaggio a Bologna
scarseggiavano le lettere. Fu gran ventura che avessi il capo nelle nuvole,
altrimenti l'avrei dato nelle pareti. La Pisana aveva questo di singolare nel
suo stile epistolare, che non rispondeva mai subito alle lettere che riceveva;
ma le metteva da un canto e poi le riscontrava tre quattro otto giorni dopo,
sicché, non ricordandosi ella più di quanto aveva letto, la risposta entrava in
materia affatto nuova, e si giocava alle bastonate alla guisa dei ciechi. Molte
e molte volte io le aveva scritto ch'era stufo di restar solo, che non sapeva
che pensare di lei, che si decidesse a tornare, che mi scoprisse almeno la vera
cagione di quella inconcepibile tardanza. E nulla! Era un battere al muro. Mi
rispondeva di volermi bene piucchemai, che io badassi a non dimenticarmi di
lei, che a Venezia si annoiava, che sua mamma stava proprio benino, e che
sarebbe venuta appena le circostanze lo permetterebbero.
Io riscriveva a posta corrente
domandando quali fossero queste circostanze, e se le abbisognavano denari; o se
non poteva venire per qualche gran motivo, e che lo dicesse pure perché in
questo caso avrei domandato un passaporto e sarei ito a tenerle compagnia per
tutta la durata del mio permesso. Non mancava poi mai di chiederle informazioni
della preziosissima salute di Sua Eccellenza Navagero, il quale, secondo me,
doveva esser andato al diavolo da un pezzo: eppur la Pisana non mi rispondeva
mai neppure in qual mondo egli fosse. La trascuranza di ciò ch'ella sapeva
dovermi tanto premere finì di punzecchiare l'amor proprio del magnifico
Intendente di Bologna. Per completare la mia grandezza, perché il carro del mio
trionfo avesse tutte quattro le ruote mi bisognava una moglie; e questa non
poteva aspettarla che dalla morte del Navagero. Mi stupiva quasi come questo
inutile nobiluomo non si fosse affrettato a morire per far piacere ad un
intendente par mio. Se poi era la Pisana che me ne tardava a bella posta la
novella, l'avrebbe a che fare con me!... Voleva che sospirasse almeno un anno
la mano del futuro ministro delle Finanze... e poi?... oh, il mio cuore non
sapeva resistere più a lungo, nemmeno in idea. L'avrei assunta al mio trono,
come fece Assuero dell'umile Ester; e le avrei detto: - Mi amasti piccolo,
grande te ne ricompenso! - Sarebbe stato un bel colpo; me ne congratulava con
me stesso, passeggiando su e giù per la stanza, sfregolandomi il mento, e
masticando fra i denti le paroline che avrei soggiunto ai ringraziamenti infocati
della Pisana. I subalterni che entravano con fasci di carte da firmare, si
fermavano sulla soglia e andavano poi fuori a raccontare che l'intendente
Soffia era tanto in sul soffiare che pareva matto.
Peraltro quei giorni meno che gli
altri avevano a lagnarsi di me: e in generale, siccome lavorava molto io, ed
era paziente e corrivo cogli altri, in onta al mio soffiare aveano preso a
volermi bene. Gli uomini bolognesi sono i più gentili mordaci e dabbene di
tutta Italia; per cui anche avendoli amici, e amici a tutta prova, bisogna
permetter loro di dir male e di prendersi beffa di voi almeno un paio di volte
il mese. Senza questo sfogo creperebbero; voi ne perdereste degli amici
servizievoli e devoti, ed il mondo degli spiritini allegri e frizzanti. Quanto alle
donne, sono le più liete e disimpacciate che si possano desiderare: sicché il
governo dei preti non va accagionato di renderle impalate e selvatiche. Se
questo si osservò un tempo a Verona a Modena e in qualche altra città di
costumi bigotti, vuol dire che ne avranno avuto colpa più le monache le madri i
mariti che i preti. La religione cattolica non è né arcigna né selvatica né
inesorabile; infatti se volete trovare l'obesità, la rigidezza e lo spleen
bisogna andare fra i protestanti. Non so se compensino queste magagne con altre
doti bellissime; io guardo, noto senza parzialità, e tiro innanzi. Anche un
rabbino mi assicurò l'altro giorno che la sua religione è la più filosofica di
tutte; ed io lo lasciai dire, benché, sapendo che il rabbino è filosofo, avrei
potuto rispondergli: «Padron mio, tutti i filosofi maomettani, bramini,
cristiani ed ebrei trovarono sempre la propria religione più filosofica delle
altre. Così il cieco definisce il rosso il più sonante di tutti i colori. La
religione si sente e si crede, la filosofia si forma e si esamina: non
mescoliamo di grazia una cosa coll'altra!... ».
Per finir poi di parlarvi di Bologna,
dirò che vi si viveva allora e vi si vive sempre allegramente, lautamente, con
grandi agevolezze di buone amicizie, e di festive brigate. La città dà mano
alla villa e la villa alla città: belle case, bei giardini, e grandi commodi
senza le stiracchiature di quel lusso provinciale che dice: «rispettatemi
perché costo troppo e devo durare assai!». Sempre in attività, sempre in
movimento tutte le funzioni vitali. Ciarlieri e vivaci per affrontare il brio e
la ciarla altrui; lesti per piacere a quelle care donnine così leste e
compagnevoli; agili e svelti per correre di qua e di là e non mancare al gentil
desiderio di nessuno. Si mangia più a Bologna in un anno che a Venezia in due,
a Roma in tre, a Torino in cinque ed a Genova in venti. Benché a Venezia si
mangia meno in colpa dello scilocco, e a Milano più in grazia dei cuochi...
Quanto a Firenze a Napoli a Palermo, la prima è troppo smorfiosa per animare i
suoi ospiti alle scorpacciate; e nelle altre due la vita contemplativa empie lo
stomaco per mezzo dei pori senza affaticar le mascelle. Si vive coll'aria
impregnata dell'olio volatile dei cedri e del fecondo polline dei fichi. Come
ci sta poi col resto la question del mangiare? Ci sta a pennello perché la
digestione lavora in ragione dell'operosità e del buon umore. Una pronta e
svariata conversazione che scorra sopra tutti i sentimenti dell'animo vostro,
come la mano sopra una tastiera, che vi eserciti la mente e la lingua a correre
a balzare di qua e di là dove sono chiamate, che ecciti che sovrecciti la
vostra vita intellettuale, vi prepara meglio al pranzo di tutti gli assenzi e
di tutti i Vermutti della terra. Il Vermuth han fatto bene a inventarlo a
Torino dove si parla e si ride poco, fuori che alle Camere: del resto quando
l'hanno inventato non avevano lo Statuto. Ora dell'attività ce n'è, ma di
quella che aiuta a fare, non di quella che stimola a mangiare. Fortuna per chi
spera in bene e pei fabbricatori di Vermuth.
Ad onta di tutte queste chiacchiere
che infilzo adesso, la Pisana allora non faceva mostra per nulla di voler
tornare; e Bologna perdeva a poco a poco il merito di stuzzicarmi l'appetito.
Un amore lontano per un intendente di ventott'anni non è disgrazia da metterla
in burla. Passi per un mese o due; ma otto, nove, quasi un anno! Io non aveva
fatto nessuno dei tre voti monastici e doveva osservarne il più scabroso.
Capperi! come vi veggo ora rider tutti della mia capocchieria... Ma non voglio
ritrattarmi d'un punto. La Pisana a quel tempo io l'amava tanto, che tutte le
altre donne mi sembravano a dir poco uomini. Ometti bellini, piacevoli,
eleganti, in rispetto alle bolognesi; ma sempre uomini; e non era né rusticità
né chietineria, ma tutto amore era. Così non mi vergogno a confessarvi d'aver
fatto parecchie volte il Giuseppe Ebreo; mentre invece nella successiva
separazione dalla Pisana andai soggetto a varie distrazioni. Vuol dire che non
l'amava meno, ma in modo diverso; e, checché ne dicano i platonici, io
sopportai la seconda lontananza con molto miglior animo che la prima.
Allora peraltro, avendo una gran
fretta e un furore indiavolato di riavere la Pisana, non potendo saperne una di
chiara da lei, mi volsi all'Aglaura pregandola, se aveva viscere di carità
fraterna, a volermi significare senza misteri senza palliativi quanto
concerneva mia cugina. In fino allora mia sorella s'era schivata sempre di
rispondere esplicitamente alle mie inchieste sopra tale proposito; e col
credere o col non sapere se la cavava dai freschi. Ma quella volta, conoscendo
dal tenor della lettera che veramente io era sgomentatissimo e in procinto di
fare qualche pazzia, mi rispose subito che aveva sempre taciuto pregata di ciò
dalla Pisana stessa, che allora peraltro voleva accontentarmi perché vedeva
l'agitazione della mia vita; che sapessi dunque esser già da sei mesi la Pisana
in casa di suo marito, occupatissima a fargli d'infermiera, e che non pareva
disposta ad abbandonarlo. Mi dessi pace che ella mi amava sempre, e che la sua
vita a Venezia era proprio quella d'un'infermiera.
Oh se avessi allora avuto fra le
unghie Sua Eccellenza Navagero!... Credo che non avrebbe abbisognato più a
lungo di infermieri. Cosa gli saltava a quel putrido carcame di rubarmi la mia
parte di vita?... C'era mo giustizia che una giovane come sua moglie... Mi
fermai un poco su questa parola di moglie, perché mi balenò in capo che le
promesse giurate appiè dell'altare potessero per avventura contar qualche cosa.
Ma diedi di frego a questo scrupolo con somma premura. «Sì, sì» ripigliai «c'è
giustizia che sua moglie resti appiccicata a lui, come un vivo a un
cadavere?... Nemmeno per sogno!... Oh, per bacco, penserò io a distaccarli, a
terminare questo mostruoso supplizio. Dopo tutto, anche non volendo dire che la
carità principia da noi stessi, non è forse secondo le regole di natura ch'egli
muoia piuttosto che me? Senza contare che io ne morrò davvero; ed egli sarà
capace di tirar innanzi anni ed anni a questo modo, l'imbecille!...».
Afferrai la mia magnifica penna
d'intendente e scrissi un tal letterone che avrebbe fatto onore ad un re in
collera colla regina. Il succo era che se ella non veniva più che presto a
rimettermi un po' di fiato in corpo, io, la mia gloria, la mia fortuna saremmo
andati sotterra. Questa mia lettera rimase senza risposta un paio di settimane,
in capo alle quali quand'appunto io pensava seriamente ad andarmene, non dirò
sotterra, ma a Venezia, capitò inaspettata la Pisana. Aveva il broncio della
donna che ha dovuto fare a modo altrui, e prima di ricevere né un bacio né un
saluto, volle ch'io le promettessi di lasciarla ripartire a suo grado. Poi
vedendo che questo discorso mi toglieva metà del piacere di sua venuta, mi
saltò colle braccia al collo, e addio signor Intendente! - Io era
impazientissimo di farle osservare tutti gli agi annessi alla mia nuova
dignità; un sontuoso appartamento, portieri a bizzeffe, olio, legna, tabacco a
spese dello Stato. Fumava come il povero mio padre per non lasciar indietro
nessun privilegio, e mangiava d'olio tre giorni per settimana come un
certosino; ma avea messo da un canto una bella sommetta per far figurar
degnamente la Pisana nella società bolognese; era pel mio temperamento una tal
prova d'amore che la doveva cadermi sbasita dinanzi. Invece non ci badò quasi;
perché per intendere il merito di cotali sforzi bisogna esserne capaci, ed
ella, benedetta, avea più buchi nelle tasche e nelle mani che non ne abbia
nella giubba un accattone romagnuolo. Soltanto fece due occhioni tondi tondi
sentendo nominare quattrocento scudi; pareva che da un pezzo ella avesse
perduto l'abitudine di udir perfino nominare sì grossa somma di danaro. Al
fatto per altro non fu tanto grossa come si credeva. Abiti, cappellini, smanigli,
gite, rinfreschi mi misero perfettamente in corrente colla paga e gli scudi non
mi si invecchiavano più di quindici giorni nel taschino.
Svagata di qua di là la Pisana mi
scoperse in breve un altro lato nuovissimo del suo temperamento. Diventò la più
allegra e ciarliera donnetta di Bologna; ne teneva a bada quattro, sei, otto;
non si musonava né si stancava mai; non si sprofondava né in un'osservazione né
in un pensiero né in una sbadataggine a segno di dimenticarsi degli altri; anzi
sapeva così bene distribuire parolette e sorrisi, che n'era un poco per tutti e
troppo per nessuno. Poteva fidarmi di lei, ed erano finite le tormentose
fatiche di Ferrara. Tutti intanto parlavano chi della cugina chi della moglie
chi dell'amante del signor Intendente; v'aveva chi volea sposarla, e chi
pretendeva sedurla o rapirmela. Ella s'accorgeva di tutto, ne rideva
garbatamente e se il brio lo dispensava ogni dove, l'amore poi lo serbava per
me. Donne così fatte piacciono in breve anche alle donne, perché gli uomini si
stancano di cascar morti per nulla e finiscono col corteggiarle per vezzo,
tenendo poi saldi i loro amori in qualche altro luogo. Così dopo un mese la mia
Pisana, adorata dagli uomini, festeggiata dalle donne, passava per le vie di
Bologna come in trionfo, e perfino i birichini le correvano dietro gridando: -
È la bella veneziana! è la sposa del signor Intendente! - Non voglio dire se
ella ne invanisse di queste grandi fortune, ma certo sapeva farsene merito
presso di me col miglior garbo della terra. E a me s'intende toccava amare,
com'era giusto, in proporzione dei desiderii che le formicolavano intorno.
Così, menando questa vita di continui
piaceri, e di domestica felicità, non si parlava più di ripartire. Quando
giungevano lettere da Venezia, appena era se vi metteva sopra gli occhi; ma se
la scrittura voltava pagina, ella non la voltava di sicuro, e piantavala a
mezzo. Io poi me le leggeva da capo a fondo, ma aveva cura di nasconderle tutta
la premura che di tanto in tanto sua madre od il marito le facevano di tornare.
Questi pareva non fosse più né tanto geloso né così prossimo a morire; parlava
di me con vera effusione d'amicizia, come d'uno stretto e carissimo parente, e
degli anni futuri come d'una cuccagna che non doveva finir mai.
- Mostro d'un moribondo! - borbottava
io. - Pur troppo è risuscitato! - E quasi quasi mi sentiva in grado io di far
il geloso per tutto quel tempo che la Pisana aveva dimorato presso di lui. Ma
ella sbellicava delle risa per queste ubbie: ed io ci rideva anch'io: però trafugava
le lettere, e, buttate ch'ella le avesse da un canto, mi prendeva ogni briga
perché non le capitassero più in mano. La sua smemorataggine mi serviva in ciò
a cappello. Quanto alla sua lunga dimora a Venezia, ecco come stava la cosa; o
meglio com'essa me l'ebbe a raccontare a pezzi a bocconi secondoché l'estro lo
permetteva. Sua madre convalescente l'avea pregata almeno per convenienza di
far una visita al marito moribondo, la quale, diceva lei, sarebbe riescita
graditissima. Infatti la Pisana si era adattata; e poi lo stato del poveruomo,
le sue strettezze finanziarie (a tanto ei si diceva scaduto dalla pristina
opulenza), l'abbandono nel quale viveva, le aveano toccato il cuore e
persuasala a rimanere presso di lui, com'egli ne mostrava desiderio. Era stata
tutta bontà: ed io pur lamentandone i brutti effetti per me, non potei a meno
di lodarnela in fondo al cuore, e di innamorarmene vieppiù.
Peraltro potete credere che io andava
molto cauto nello strapparle di bocca tali confidenze; e non vi insisteva mai
che un attimo un lampo, perché col batterla troppo aveva una paura smisurata di
ravvivarle in mente tutte quelle cagioni di pietà, e di metterla in voglia di
partire. Io era abbastanza giusto per lodare, abbastanza egoista per impedire
questi atti di eroica virtù; e per avventura, essendo la Pisana una creatura
molto buona e pietosa ma ancor più sbadata a tre tanti, mi venne fatto di
trattenerla in feste in canti in risa per quasi sei mesi. Tuttavia io vedeva
crescere con ispavento il numero e l'eccitamento delle lettere; ma vedendo che
non ne veniva alcun guaio, mi ci abituai, e credetti che quella beatitudine non
dovesse finir più. Di ministro delle Finanze, e
vice-presidente e presidente della Repubblica, m'era
ridotto ancora modestamente tranquillamente al mio posto; e se gli altri
facevano le belle cose che frullavano in capo a me, avrei giudicato comodissimo
di non mi muovere.
Poveri mortali, come son caduche le
nostre felicità!... L'istituzione d'una diligenza tra Padova e Bologna fu che
mi rovinò. Il conte Rinaldo, che non avrebbe sofferto per la sua debolezza di
stomaco un viaggio per acqua fino a Ferrara o a Ravenna, approfittò con assai
piacere della diligenza, mi venne tra i piedi a Bologna, eppur nessuno l'aveva
chiamato; si fece condurre alla Madonna di Monte, alla Montagnola, a San
Petronio, e per mercede di tutto ciò mi condusse via la Pisana sul terzo
giorno. Alla vista del fratello tutta la sua compassione s'era raccesa, tutti i
suoi scrupoli la punzecchiavano; e non ch'ella accondiscendesse ad un suo
invito, ma fu anzi la prima a proporglisi per compagna nel ritorno.
Quell'assassino non disse nulla; non rispose nemmeno ch'egli era venuto
espressamente per ciò. Volle lasciarmi nella credula illusione ch'egli avesse trottato
da Venezia a Bologna per la curiosità di veder San Petronio. Ma io gli avea
letto negli occhi fin dal primo sguardo; e mi arrabbiai di vederlo riescire nel
suo intento senza pur l'incommodo di una parola. Che dovesse esser più destro e
potente in politica donnesca un topo di libreria sucido unto e cisposo, che un
amante bellino giovine ed Intendente? - In certi casi sembra di sì: io rimasi a
soffiare ed a mordermene le dita.
Mi rimisi dunque al fatto mio, di
schiena; per isvagarmi se non altro dalla noia che mi tormentava. E lavorando
molto, e dimenticando il più che poteva, diventai a poco a poco un altr'uomo;
sta a voi a decidere se migliore o peggiore. M'andarono svaporando dal capo i
fumi della poesia; cominciai a sentir il peso dei trent'anni che già stavano
per piombarmi addosso, ed a fermarmi volentieri a tavola ed a dividere l'amore
che sta nell'anima da quello che solletica il corpo. Scusate; mi pare di avervi
detto che mi faceva altr'uomo; ma la mia opinione si è che mi veniva facendo
bestia. Per me chi perde la gioventù della mente non può che scadere dallo
stato umano a qualche altra più bassa condizione animalesca. La parte di
ragione che ci differenzia dai bruti non è quella che calcola il proprio utile
e procaccia i commodi e fugge la fatica, ma l'altra che appoggia i proprii
giudizi alle belle fantasie e alle grandi speranze dell'anima. Anche il cane sa
scegliere il miglior boccone, e scavarsi il letto nella paglia prima di
accovacciarvisi; se questa è ragione, date dunque ai cani la patente di uomini
di proposito. Peraltro vi dirò che quella vita così miope e bracciante aveva
allora una scusa; c'era una grande intelligenza che pensava per noi, e la cui
volontà soperchiava tanto la volontà di tutti che con poca spesa d'idee si
vedevano le gran belle opere. Adesso invece brillano le idee, ma di opere non
se ne vedono né bianche né nere; tutto per quel gran malanno che chi ha capo
non ha braccia; e a quel tempo invece le braccia di Napoleone s'allargavano per
mezza Europa e per tutta Italia a sommoverne a risvegliarne le assopite forze
vitali. Bastava ubbidire, perché una attività miracolosa si svolgesse
ordinatamente dalle vecchie compagini della nazione. Non voglio far pronostici;
ma se si fosse continuato così una ventina d'anni ci saremmo abituati a
rivivere, e la vita intellettuale si sarebbe destata dalla materia, come nei
malati che guariscono. A vedere il fervore di vita che animava allora mezzo il
mondo c'era da perder la testa. La giustizia s'era impersonata una ed eguale
per tutti; tutti concorrevano omai secondo la loro capacità al movimento
sociale; non si intendeva, ma si faceva. S'avea voluto un esercito, e un
esercito in pochi anni era sorto come per incanto. Da popolazioni sfibrate
nell'ozio e viziate dal disordine si coscrivevano legioni di soldati sobri
ubbidienti valorosi. La forza comandava il rinnovamento dei costumi; e tutto si
otteneva coll'ordine colla disciplina. La prima volta ch'io vidi schierati in
piazza i coscritti del mio Dipartimento credetti avere le traveggole; non
credeva si potesse giungere a tanto, e che così si potessero mansuefare con una
legge quei volghi rustici quelle plebi cittadine che s'armavano infino allora
soltanto per batter la campagna e svaligiare i passeggieri.
Da questi principii m'aspettava miracoli
e persuaso d'essere in buone mani non cercai più dove si correva per ammirare
il modo. Vedere quandocchesia la mia Venezia armata di forza propria, e
assennata dalla nuova esperienza riprendere il suo posto fra le genti italiche
al gran consesso dei popoli, era il mio voto la fede di tutti i giorni. Il
pacificatore della Rivoluzione metteva anche questa nel novero delle sue
imprese future; credeva riconoscerne i segnali in quel nuovo battesimo dato
alla Repubblica Cisalpina che presagiva nuovi ed altissimi destini. Quando
Lucilio mi scriveva che s'andava di male in peggio, che abdicando
dall'intelligenza sperava in un liberatore e avremmo trovato un padrone, io mi
faceva beffe delle sue paure; gli dava fra me del pazzo e dell'ingrato, gettava
la sua lettera sul fuoco e tornava agli affari della mia intendenza. Credo che
mi felicitassi perfino dell'assenza della Pisana, perché la solitudine e la
quiete mi lasciavano miglior agio al lavoro e alla speranza con ciò di farmi un
merito e di avvantaggiarmi. - Viva il signor Ludro!... - Così vissi quei non
pochi mesi tutto impiegato tutto lavoro tutto fiducia senza pensare da me,
senza guardar fuori dal quadro che mi si poneva dinanzi agli occhi. Capisco ora
che quella non è vita propria a svegliare le nostre facoltà, e a invigorire le
forze dell'anima; si cessa di esser uomini per diventar carrucole. E si sa poi
cosa restano le carrucole se si dimentica di ungerle al primo del mese.
Fu sventura o fortuna? - Non so: ma
la proclamazione dell'Impero Francese mi snebbiò un poco gli occhi. Mi guardai
attorno e conobbi che non era più padrone di me; che l'opera mia giovava
ingranata in quelle altre opere che mi si svolgevano sotto e sopra a suon di
tamburo. Uscir di là, guai; era un rimaner zero. Se tutti erano nel mio caso,
come avea ragione di dubitarne, le paure di Lucilio non andavano troppo lontane
dal vero. Cominciai un severo esame di coscienza; a riandare la mia vita
passata e a vedere come la presente le corrispondeva. Trovai una diversità, una
contraddizione che mi spaventava. Non erano più le stesse massime le stesse
lusinghe che dirigevano le mie azioni; prima era un operaio povero affaticato
ma intelligente e libero, allora era un coso di legno ben inverniciato ben
accarezzato perché mi curvassi metodicamente e stupidamente a parar innanzi una
macchina. Pure volli star saldo per non precipitare un giudizio, certo oggimai
che non sarei sceso un passo più giù in quella scala di servilità.
Quando arrivò la notizia del
mutamento della Repubblica in un Regno d'Italia, presi le poche robe, i pochi
scudi che aveva, andai difilato a Milano, e diedi la mia dimissione. Trovai
altri quattro o cinque colleghi venuti per l'egual bisogna e ognuno credeva
trovarne un centinaio a fare il bel colpo. Ci ringraziarono tanto, ci risero in
grugno, e notarono i nostri nomi sopra un libraccio che non era una buona
raccomandazione pel futuro. Napoleone capitò a Milano e si pose in capo la
Corona Ferrea dicendo: - Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! - Io mi
assettai povero privato nelle antiche camerucce di Porta Romana dicendo a mia
volta: - Dio mi ha dato una coscienza, nessuno la comprerà! - Ora i nemici di
Napoleone trovarono ardimento e forza bastante a toccare e togliergli del capo
quella fatale corona; ma né la California né l'Australia scavarono finora oro
bastante per pagare la mia coscienza. - In quella circostanza io fui il più
vero e il più forte.
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