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Come i mugnai e le contesse mi
proteggessero nel 1805. Io perdono alcuno de' suoi torti a Napoleone,
quand'egli unisce Venezia al Regno d'Italia. Tarda penitenza d'un vecchio
peccato veniale, per la quale vo in fil di morte; ma la Pisana mi risuscita e
mi mena secolei in Friuli. Divento marito, organista e castaldo. Intanto i
vecchi attori scompaiono dalla scena. Napoleone cade due volte, e gli anni
fuggono muti ed avviliti fino al 1820.
Lucilio s'era rifugiato a Londra;
egli aveva amici dappertutto e d'altra parte per un medico come lui tutto il
mondo è paese. La Pisana mi avea sempre tenuto a bada colle sue promesse di
venirmi a raggiungere: allora poi, dopo abbandonato l'ufficio, non avea nemmen
coraggio di chiamarla a dividere la mia povertà. A Spiro e all'Aglaura sdegnava
di ricorrere per danari; essi mi mandavano puntualmente i miei trecento ducati
ad ogni Natale; ma ne avea erogato due annualità a pagamento dei debiti
lasciati a Ferrara, e di quelle non poteva giovarmi. Rimasi adunque per la
prima volta in vita mia senza tetto e senza pane, e con pochissima abilità per
procurarmene. Volgeva in capo mille diversi progetti per ognuno dei quali si
voleva qualche bel gruppetto di scudi, non foss'altro per incominciare; e così
di scudi non avendone più che una dozzina, mi accontentava dei progetti e
tirava innanzi. Ogni giorno mi studiava di vivere con meno. Credo che l'ultimo
scudo lo avrei fatto durare un secolo se il giorno della partenza di Napoleone
per la Germania non me lo avesse rubato uno di quei famosi borsaiuoli che si
esercitano per pia consuetudine nelle contrade di Milano. L'Imperatore s'era
fatto grasso, e s'avviava allora alla vittoria di Austerlitz; io me lo
ricordava magro e risplendente ancora delle glorie d'Arcole e di Rivoli: per
diana, che non avrei dato il Caporalino per Sua Maestà! Vedendolo partire fra
un popolo accalcato e plaudente io mi ricordo di aver pianto di rabbia. Ma
erano lagrime generose, delle quali vado superbo. Pensava fra me: «Oh che non
farei io se fossi in quell'uomo!» - e questo pensiero e l'idea delle grandi
cose che avrei operato mi commovevano tanto. Infatti era egli allora all'apice
della sua potenza. Tornava dall'aver fatto rintronare de' suoi ruggiti le
caverne d'Albione attraverso l'angusto canale della Manica; e minacciava
dell'artiglio onnipotente le cervici di due imperatori. La gioventù del genio di
Cesare e la maturità del senno di Augusto cospiravano ad innalzare la sua
fortuna fuor d'ogni umana immaginazione. Era proprio il nuovo Carlomagno e
sapeva di esserlo. Ma anch'io dal mio canto inorgogliva di passargli dinanzi
senza piegare il ginocchio. «Sei un gigante ma non un Dio!» gli diceva «io ti
ho misurato e trovai la mia fede più grande di molto e più eccelsa di te!» Per
un uomo che credeva d'aver in tasca uno scudo e non aveva neppur quello, ciò
non era poco.
Il bello si fu quando si trattò di
mangiare; credo che uomo al mondo non si vide mai in peggior imbroglio.
Partendo da Bologna e giovandomi della discretezza d'alcuni amici avea fatto
denari d'ogni spillone d'ogni anello e d'ogni altra cosa che non mi fosse
strettamente necessaria. Tuttavia facendo un nuovo inventario seppi trovare
molti capi di vestiario che mi sopravanzavano; ne feci un fardello, li portai
dal rigattiere e intascai quattro scudi che mi parvero un milione. Ma
l'illusione non durò più che una settimana. Allora cominciai a dar il dente
anche negli oggetti bisognevoli; camicie, scarpe, collarini, vestiti, tutto
viaggiava dal rigattiere; avevamo fatto tra noi una specie di amicizia. La sua
bottega era sul canto della contrada dei Tre Re verso la Posta; io mi vi
fermava a far conversazione andando da casa mia verso Piazza del Duomo.
Alla fine diedi fondo ad ogni mia
roba. Per quanto in quel frattempo avessi strolicato sulla maniera da cavarmela
in un caso tanto urgente, non m'era venuta neppur un'idea. Una mattina avea
incontrato il colonnello Giorgi che veniva dal campo di Boulogne e correva
anch'esso in Germania colla speranza d'esser fatto in breve generale.
- Entra nell'amministrazione
dell'armata: - mi diss'egli - ti prometto farti ottenere un bel posto, e ti
farai ricco in poco tempo.
- Cosa si fa nell'armata? - soggiunsi
io.
- Nell'armata si vince tutta
l'Europa, si corteggiano le più belle donne del mondo, si buscano delle belle
paghe, si fa gran scialo di gloria e si va innanzi.
- Sì, sì; ma per conto di chi si
vince l'Europa?
- Vattelapesca! c'è senso comune a
cercarlo?
- Alessandro mio, non entrerò
nell'armata, neppur come spazzino.
- Peccato! ed io che sperava far di
te qualche cosa!
- Forse non avrei corrisposto,
Alessandro! È meglio che concentri tutte le tue cure verso di te. Diventerai
generale più presto.
- Ancora due battaglie che mi
sbarazzino di due anziani e lo sono di diritto: le palle dei Russi e dei
Tedeschi sono mie alleate: questo è il vero modo di vivere in buona armonia con
tutti. Ma dunque tu vuoi proprio tenerci il broncio a noi poveri soldati?
- No, Alessandro; vi ammiro e non son
capace d'imitarvi.
- Eh capisco! ci vuole una certa
rigidezza di muscoli!... Dimmi, e di Bruto Provedoni hai notizie?
- Ottime si può dire. Vive con una
sua sorella di diciotto o diciannove anni, l'Aquilina, te ne ricordi? le fa da
papà, le viene accumulando un po' di dote e si guadagna la vita col dar lezioni
in paese. Ultimamente coll'eredità di suo fratello Grifone, ch'è morto a
Lubiana per una caduta da un tetto, egli comperò dagli altri fratelli la casa a
nome proprio e della sorella. Così si liberò anche dalla noia di vivacchiare
stentamente insieme ad altri inquilini cenciosi e pettegoli. Credo che se
potesse accasare decentemente l'Aquilina non sarebbe uomo più beato di lui.
- Vedi come siamo noi soldati?...
Restiamo felici anche senza gambe!
- Bravo, Alessandro: ma io non voglio
perder le gambe per nulla. Son capitali che bisogna investirli bene o
tenerseli.
- E dici nulla tu, in otto anni al
più diventar generale! Non è un bell'interesse?
- Sì a me garba meglio restar con
questo vestito e colla mia miseria.
- Dunque non posso aiutarti in nulla?
To' che potrei servirti d'una trentina di scudi; non più, vedi, perché non sono
il soldato più sparagnino, e tra il giuoco, le donne e che so io, la paga se ne
va... Ma ora che ci penso; t'adatteresti anche a pigliar servizio nel civile?
Il buon colonnello non vedeva nulla
fuori dell'armata: egli avea già dimenticato che un quarto d'ora prima gli avea
raccontato tutta la mia carriera nelle Finanze, e la mia dimissione volontaria
dal posto d'intendente. Fors'anco supponeva che le Finanze non fossero altro
che uffici supplettori all'esercito per provvederlo di vitto di vestito e del
convenevole peculio per sostenere gli assalti del faraone e della bassetta.
Alla mia risposta che mi sarei contentato d'ogni impiego che non fosse
pubblico, egli fece col viso un certo atto come di chi è costretto a togliere
ad alcuno buona parte della sua stima: tuttavia non ne rimase affievolita per
nulla la sua insigne bontà.
- A Milano ho una padrona di casa -
egli soggiunse.
- Sì, come l'avevi a Genova.
- Eh! Tutt'altro! Quella era
spilorcia come uno speziale, questa invece splendida più d'un ministro. A quella
ho dovuto rubare il gatto, e da questa se volessi potrei farmi regalare un
diamante al giorno. È una riccona sfondata, che ha corso il mondo a' suoi
tempi, ma ora dopo una vistosa eredità s'è rimessa in regola ed ha voce di
compita signora: non più colla lanuggine del pesco sulle guance, ma vezzosa
ancora e leggiadra al bisogno; massime poi in teatro quand'è un po' animata.
Figurati! Essa mi ha preso a volere un bene spropositato ed ogni volta che
passo per Milano mi vuole presso di sé: mi ha perfin detto in segreto che se
avesse vent'anni invece di trenta vorrebbe partir con me per la guerra.
- E che c'entra questa signora con
me?
- Che c'entra? diavolo! tutto! Essa
ha molte relazioni ben in alto; e ti raccomanderà validamente per quel posto
che vorrai. Se poi ti quadra meglio un ministero privato, credo che la sua
amministrazione sia abbastanza vasta per offrir impiego anche a te.
- Ricordati che io non voglio rubar
il pane a nessuno; e che se lo mangio intendo anche guadagnarmelo colle mie
fatiche.
- Eh! sta' pur cheto che non avrai
scrupoli da questo lato. Tu credi forse che sia come nelle nostre fattorie del
Friuli, dov'è comune la storia che il fattore si fa ricco a spalle del padrone
tenendo le mani alla cintola! Eh, amico, a Milano se ne intendono! Pagano bene,
ma vogliono esser serviti meglio: il ragioniere s'ingrasserà, ma il padrone non
vuol diventar magro per questo. Lo so io come vanno qui le faccende!
Questo disegno non mi sconveniva
punto; e benché non avessi una fede cieca nelle onnipotenti raccomandazioni e
nella splendida padrona del buon colonnello, pure, accortomi che solo non era
buono a nulla, mi tenni contento di provar l'aiuto degli altri. Tornai a casa a
spazzolarmi l'abito per la presentazione che dovea succedere l'indomani. Anch'io
ricorsi alla splendidezza della mia padrona di casa per un poco di patina da
lustrarmi gli stivali, e sciorinai sopra una seggiola l'unica camicia che mi
rimaneva dopo quella che portava addosso. Nel candore di questa mi deliziava
gli occhi, consolandoli della sparutezza del resto.
Il mattino appresso venne l'ordinanza
del colonnello ad avvertirmi che la signora aveva accolto benissimo la
proposta, ma la desiderava ch'io le fossi presentato la sera, essendo quello
giorno di gran faccende per lei. Io diedi un'occhiata agli stivali e alla
camicia, lamentando quasi di non esser rimasto a letto per conservar loro
l'originaria freschezza fino al solenne momento; poi pensando che di sera non
vi si abbada tanto pel sottile, e che un ex-intendente
doveva possedere ripieghi di vivacità e di coltura da far dimenticare la
soverchia modestia del proprio arnese, risposi all'ordinanza che sarei andato a
casa del colonnello verso le otto, ed uscii poco stante di casa. Venne il
momento della colazione e lo lasciai passare senza palparmi il taschino; fu
un'eroica deferenza per l'ora successiva del pranzo. Ma scoccata questa vi misi
entro le mani e ne cavai quattro bei soldi che in tutti facevano, credo,
quindici centesimi di franco. Non credeva per verità di esser tanto povero; e
la quadratura del circolo mi parve problema molto più facile del pranzo ch'io
doveva cavare da sì meschina moneta. E sì che non era stato Intendente per
nulla, e di bilanciare le entrate colle spese doveva intendermene più che ogn'altro!
- Adunque, senza abbattermi di coraggio, provai. - Un soldo di pane, due di
salato ed uno d'acquavite per rifocillarmi lo stomaco e prepararlo alla visita
della sera. - Per carità! cos'era mai un soldo di pane per uno che non avea
toccato cibo da ventiquattr'ore! - Rifeci il conto; due soldi di pane, uno di
cacio pecorino, e il solito di racagna. - Poi trovai che quel soldo di
cacio era un pregiudizio, un'idea aristocratica per dividere il pranzo in pane
ed in companatico. Era meglio addirittura far tre soldi di pane.
E infatti entrai coraggiosamente da
un fornaio; li comperai e in quattro morsicate furono messi a posto. M'accorsi
con qualche sgomento di non sentire né una lontana ombra di sete, per cui
facendo un torto alla racagna, mi provvidi d'un ultimo panetto e lo misi
accanto agli altri. Dopo questo piccolo trattenimento i miei denti restavano
ancora molto inquieti e razzolando le briciole che si erano fuorviate andavano
fra loro dicendo con uno scricchiolio di costernazione: «Che sia finita la
festa?» «È proprio finita!» risposi io, e sì che mi sentiva lo stomaco ancor
più spaventato dei denti! - Allora mi presi un lecito trastullo d'immaginazione
che m'avea servito anche molti giorni prima per ingannar l'appetito: feci la
rassegna dei miei amici cui avrei potuto chiedere da pranzo, se fossero stati a
Milano. L'abate Parini, morto da sei anni e leggero di pranzo anche lui;
Lucilio, partito per la Svizzera; Ugo Foscolo, professore d'eloquenza a Pavia;
de' miei antichi conoscenti non ne trovava uno: la padrona di casa dandomi la
sera prima la patina aveva uncinato un certo suo nasaccio che voleva dire:
«State indietro con questi brutti scherzi!»
Rimaneva il colonnello Giorgi; ma vi
confesso che mi vergognava: come anche dubito che mi sarei vergognato di tutti
gli altri se fossero stati a Milano, e che sarei morto di fame piuttosto di
farmi pagare un caffè e panna da Ugo Foscolo. Ad ogni modo era sempre una
consolazione di poter pensare mentre pungeva l'appetito: così esaurito quel
passatempo, mi trovai più infelice di prima e peggio poi quando passando per
Piazza Mercanti m'avvidi che erano appena le cinque. «Tre ore ancora!». Temeva
di non arrivar vivo al momento della visita, o almeno di dovervi fare un'assai
affamata figura. Diedi opera a svagarmi con un altro stratagemma. Pensai da
quante parti avrei potuto aver prestiti regali soccorsi, solo che li avessi
desiderati. Mio cognato Spiro, i miei amici di Bologna, i trenta scudi del
colonnello Giorgi, il Gran Visir... Per bacco! fosse la fame od altro, o un
favore particolare della Provvidenza, quel giorno mi fermai più del solito su
quell'idea del Gran Visir. Mi ricordai sul serio di avere nel taccuino il
vaglia d'una somma ingente firmato da un certo giroglifico arabo ch'io non
capiva affatto; ma la casa Apostulos aveva molti corrispondenti a
Costantinopoli, e qualche autorità sui banchieri armeni che scannavano il
sultano d'allora; corsi a casa senza pensar più all'appetito; scrissi una
lettera a Spiro, vi inclusi il vaglia e la portai allegramente alla Posta.
Ripassando per Piazza Mercanti,
l'orologio segnava sette e tre quarti; m'avviai dunque verso l'alloggio del
colonnello; ma la speranza del Gran Visir l'aveva lasciata alla Posta; e
proprio sull'istante solenne fatale, tornava a farsi sentire la fame. Sapete
cosa ebbi il coraggio di pensare in quel momento? Ebbi il coraggio di pensare
ai grassi pranzi bolognesi dell'anno prima; e di trovarmi più contento così
com'era allora a stomaco digiuno. Ebbi il coraggio di confortarmi meco stesso
di esser solo e che il caso avesse preservato la Pisana dal farsi compagna di
tanta mia inedia. Il caso? Questa parola non mi poteva passare. Il caso a
guardarlo bene non è altro il più delle volte che una manifattura degli uomini:
e perciò temeva non a torto che la smemorataggine, la freddezza, fors'anco
qualche altro amoruzzo della Pisana l'avessero svogliata di me.
«Ma ho poi ragione di lamentarmene?»
seguitava col pensiero. «Se mi ama meno, non è giustizia?... Che ho fatto io
tutto l'anno passato?».
Cosa volete? Trovava tutto
ragionevole tutto giusto ma questo sospetto di essere dimenticato e abbandonato
dalla Pisana per sempre, mi dava per lo meno tanto martello quanto la fame. Non
era più il furore, la smania gelosa d'una volta, ma uno sconforto pieno d'amarezza,
un abbattimento che mi faceva perdere il desiderio di vivere. Sbattuto fra
questi varii dolori, salii dal signor colonnello il quale leggeva i rapporti
settimanali dei capitani fumando come aveva fumato io quand'era intendente, e
inaffiandosi a tratti la gola con del buon anesone di Brescia.
- Bravo Carletto! - sclamò egli
offrendomi una seggiola. - Versane un bicchiere anche per te, che mi sbrigo
subito.
Io ringraziai, sedetti e volsi
un'occhiata per la stanza a vedere se ci fosse focaccia panettone o qualche
ingrediente da maritarsi coll'anesone per miglior ristoro del mio stomaco.
C'era proprio nulla. Io mi versai un bicchiere colmo raso di quel liquore
balsamico, e giù a piena gola che mi parve un'anima nuova che entrasse. Ma si
sa cosa succede da quel tafferuglio tra l'anima vecchia e la nuova, massime in
uno stomaco affamato. Successe che perdetti la tramontana, e quando mi alzai
per tener dietro al colonnello, era tanto allegro tanto parolaio quanto nel
sedermi era stato grullo e mutrione. Il soldataccio se ne congratulò come d'un
buon pronostico, e nel salir le scale mi esortava a mostrarmi pur gaio lesto
arditello, ché alle donne di mezza età e che non hanno tempo da perdere,
piacciono cotali maniere. Figuratevi! io era tanto gaio che fui per dar il naso
sull'ultimo gradino: peraltro insieme a tali doti me se ne sviluppò un'altra,
la sincerità, e questa al solito mi fece fare il primo marrone. Quando il
portiere ci ebbe aperto e il colonnello mi ebbe introdotto nell'anticamera, io
ballonzolava che non mi pareva di toccare il pavimento.
- Chi s'immaginerebbe mai - dissi a
voce altissima - chi s'immaginerebbe mai che così come sono sdilinquisco per la
fame?
Il portiere si volse meravigliato a
guardarmi per quanto i canoni del suo mestiere glielo vietassero. Alessandro mi
dié una gomitata nel fianco.
- Eh matto! - diss'egli - sempre
colle tue baie.
- Eh ti giuro che non son baie,
che... ahi, ahi, ahi!...
Il colonnello mi diede un tale
pizzicotto che non potei tirar innanzi nella contesa e dovetti interromperla
con questa triplice interiezione. Il portiere si voltò a guardarmi e questa
volta con tutto il diritto.
- Nulla, nulla - soggiunse il
colonnello - gli ho pestato un callo!
Fu un bel trovato così di sbalzo; ed
io non giudicai opportuno di difendere la verginità de' miei piedi perché
appunto in quella eravamo entrati nella sala della signora. Il colonnello
s'accorgeva allora del pericolo, ma si era in ballo e bisognava ballare; un
veterano di Marengo doveva ignorar l'arte delle ritirate.
In una luce morta e rossigna che
pioveva da lampade appese al soffitto e affiocate da cortine di seta rossa, io
vidi o mi parve vedere la dea. Era seduta sopra un fianco in una di quelle
sedie curuli che il gusto parigino aveva dissotterrato dai costumi repubblicani
di Roma e che perdurarono tanto sotto l'impero d'Augusto che sotto quello di
Napoleone. La veste breve e succinta contornava forme non dirò quanto salde, ma
certo molto ricche; una metà abbondante del petto rimaneva ignuda: io non mi
fermai a guardare con troppo piacere, ma sentii piuttosto un solletico ai
denti, una voglia di divorare. I fumi dell'anesone mi lasciavano travedere che
quella era carne, e mi lasciavano soltanto quel barbaro barlume di buonsenso
che resta ai cannibali. La signora parve soddisfattissima della buona
impressione prodotta sopra di me, e chiese al colonnello se fossi io quel
giovane che desiderava impiegarsi in qualche amministrazione. Il colonnello si
affrettò a rispondere di sì, e s'ingegnava di stornare da me l'attenzione della
signora. Sembrava invece che costei s'invaghisse sempre più del mio bel
contegno perché non cessava dall'osservarmi e dal volgere il discorso a me,
trascurando affatto il colonnello.
- Carlo Altoviti, mi sembra - disse
con gentilissimo sforzo di memoria la signora.
Io m'inchinai diventando tanto rosso
che mi sentiva scoppiare. Erano crampi di stomaco.
- Sembrami - continuò ella - aver
osservato questo nome se non isbaglio l'anno scorso nell'annuario della nostra
alta magistratura.
Io diedi una postuma gonfiata in
memoria della mia intendenza, e mi tenni ritto e pettoruto mentre il colonnello
rispondeva che infatti io era stato preposto alle Finanze di Bologna.
- E c'intendiamo - soggiunse la
signora a mezza voce inchinandosi verso di me - il nuovo governo... queste sue
massime... insomma vi siete ritirato!
- Già - risposi con molto sussiego, e
senza aver nulla capito.
Allora cominciarono ad entrar in sala
conti, contesse, principi, abati, marchesi, i quali venivano mano a mano annunciati
dalla voce stentorea del portiere: era un profluvio di don che mi
tambussava le orecchie, e diciamolo imparzialmente, quel dialetto milanese
raccorciato e nasale non è fatto per ischiarire le idee ad un ubbriaco. In buon
punto il colonnello s'avvicinò alla padrona di casa per accomiatarsi; io non ne
poteva più. Essa gli disse all'orecchio che tutto era già combinato e che ne
andassi difilato il giorno appresso alla ragioneria ove mi avrebbero assegnato
il mio compito e dettomi le condizioni del servigio. Io ringraziai inchinandomi
e strisciando i piedi, sicché una dozzina di quei don muti e stecchiti
si volse meravigliata a guardarmi; indi battendo fieramente i tacchi al fianco
del colonnello m'avviai fuori della sala. L'aria aperta mi fece bene; perché mi
si rinfrescò d'un tratto il cervello, e fra i miei sentimenti si intromise un
po' di vergogna dello stato in cui m'accorgeva essere, e della brutta figura
che temeva aver sostenuto nella conversazione della Contessa. Peraltro mi
durava ancora una buona dose di sincerità; e cominciai a lamentarmi della fame
che avevo.
- Non hai altro? - mi disse il
colonnello. - Andiamo al Rebecchino e là te la caverai. - Non mi ricordo bene
se dicesse il Rebecchino; ma mi pare di sì, e che in fin d'allora ci fosse a
Milano questa mamma delle trattorie.
Io mi lasciai condurre; me ne diedi
una gran satolla senza trar fiato o pronunciar parola, e mano a mano che lo
stomaco tornava in pace, anche il capo mi si riordinava. La vergogna mi venne
crescendo sempre fino al momento di pagare; e allora stava proprio per
rappresentare la commediola solita degli spiantati, di palpar cioè il taschino
con molta sorpresa, e di rimproverarmi della mia maledetta sbadataggine per la
borsa perduta o dimenticata; quando una più onesta vergogna mi trattenne da
questa impostura. Arrossii di essere stato più sincero durante l'ubbriachezza
che dopo, e confessai netta e schietta ad Alessandro la mia estrema povertà.
Egli andò allora in collera che gliel'avessi nascosta in fino allora; volle
consegnarmi a forza quei trenta scudi che aveva e che dopo pagato il conto non
rimasero che ventotto; e si fece promettere che in ogni altro bisogno avrei
ricorso a lui che di poco sì, ma con tutto il cuore m'avrebbe sovvenuto.
- Intanto domani io devo partire senza
remissione pel campo di Germania - egli soggiunse - ma parto colla lusinga che
questi pochi scudi basteranno a farti aspettare senza incommodi la prima paga
che ti verrà contata presto: forse anco dimani. Coraggio Carlino; e ricordati
di me. Stasera devo abboccarmi coi capitani del mio reggimento per alcune
istruzioni verbali; ma domattina prima di partire verrò a darti un bacio.
Che dabbene d'un Alessandro! Era in
lui un certo miscuglio di soldatesca rozzezza e di bontà femminile che mi
commoveva: gli mancavano le così dette virtù civiche d'allora, le quali adesso
non saprei come chiamarle, ma gliene sovrabbondavano tante altre che si poteva
fare la grazia. La mattina all'alba egli fu a baciarmi ch'io dormiva ancora. Io
piangeva per l'incertezza di non averlo forse a rivedere mai più, egli piangeva
sulla mia cocciutaggine di volermi rimanere oscuro impiegatuccio in Milano,
mentre poteva andar dietro a lui e diventar generale senza fatica. Di cuori
simili al suo se ne trovano pochi: eppure egli augurava di gran cuore la morte
di tutti i suoi colleghi per avere un grostone più alto sul cappello e trecento
franchi di più al mese. Questa è la carità fraterna insegnata anzi imposta
anche agli animi pietosi e dabbene dal governo napoleonico!
Quando fu ora convenevole io mi
vestii con tutta la cura possibile, e n'andai alla ragioneria della contessa
Migliana. Un certo signore grasso tondo sbarbato con cera e modi affatto
patriarcali m'accolse si può dire a braccia aperte: era il primo ragioniere, il
segretario della padrona. Egli mi condusse per prima cerimonia alla cassa ove
mi furono contati sessanta scudi fiammanti per onorario del primo trimestre.
Indi mi condusse ad uno scrittoio ove erano molti librattoli unti e gualciti e
in mezzo un librone più grande sul quale almeno si potevano posar le mani senza
sporcarsele. Mi disse ch'io sarei stato per allora il maestro di casa il
maggiordomo della signora Contessa, almeno finché restasse libero un posto più
confacente agli alti miei meriti. Infatti cascare dall'Intendenza di Bologna
all'amministrazione d'una credenza non era piccolo precipizio; ma per quanto io
sia in origine patrizio veneto dell'antichissima e romana nobiltà di Torcello,
la superbia fu raramente il mio difetto; massime poi quando parla più alto il bisogno.
Per me sono della opinione di Plutarco, che sopraintendeva, dicesi, agli
spazzaturai di Cheronea coll'egual dignità che se avesse presieduto ai Giuochi
olimpici.
La mia carica importava la dimora nel
palazzo, e una maggiore dimestichezza colla signora Contessa: ecco due cose le
quali non so se mi garbassero o meno; ma mi proponeva di togliere alla signora
la brutta idea ch'ella aveva dovuto farsi di me nella visita del giorno prima.
Invece la trovai contentissima di me e delle mie nobili e gentili maniere; in
verità che cotali elogi mi sorpresero, e che alle signore milanesi dovessero
piacer tanto gli ubbriachi non me lo sarei mai immaginato. Ella mi trattò più
da pari a pari che da padrona a maggiordomo, squisitezza che mi racconsolò
della mia nuova condizione, e mi fece scrivere all'Aglaura, a Lucilio, a Bruto
Provedoni, al colonnello, alla Pisana, lettere piene d'entusiasmo e di
gratitudine per la signora Contessa. Verso la Pisana poi io intendeva con ciò
vendicarmi della sua trascuratezza; e cercare di stuzzicarla un poco colla
gelosia. La strana vendetta ch'ella avea tratto altre volte d'una mia supposta
infedeltà non m'avea illuminato abbastanza. Ma dopo cinque e sei giorni
cominciai ad accorgermi che la Pisana non poteva avere tutto il torto ad ingelosire
della mia signora padrona. Costei usava verso di me in una tal maniera che o io
era un gran gonzo o m'invitava a confidenze che non entrano di regola nei
diritti d'un maggiordomo. Cosa volete? Non tento né scusarmi, né nascondere.
Peccai.
La casa della Contessa era delle più
frequentate di Milano, ma in onta al temperamento allegro della padrona di casa
le conversazioni non mi parevano né disinvolte né animate. Una certa
malfidenza, un sussiego spagnolesco teneva strette le labbra e oscure le fronti
di tutti quei signori; e poi, secondo me, scarseggiava la gioventù, e la poca
che vi interveniva era così grulla così scipita da far pietà. Se quelle erano
le speranze della patria, bisognava farsi il segno della croce e sperar in Dio.
Perfino la signora, che al tu per tu o in ristretto crocchio di famiglia era
vivace e corriva forse più del bisogno, nella conversazione invece assumeva un
contegno arcigno e impacciato, una guardatura tarda e severa, un modo di mover
le labbra che pareva più adatto a mordere che a parlare ed a sorridere. Io non
ci capiva nulla: massime allora poi, con quel fervore di vita messoci in corpo
dalla convulsa attività del governo italico.
Due settimane dopo ne capii qualche
cosa. Fu annunziato un ospite da Venezia, e rividi con mia somma meraviglia e
dopo tanti anni l'avvocato Ormenta. Egli non mi conobbe, perché l'età e le
fogge mutate mi rendevano affatto diverso dallo scolaretto di Padova; io finsi
di non conoscer lui perché non mi garbava di rappiccarla per nessun verso. Sembra
ch'egli venisse a Milano per raccomandare sé ed i suoi alla valida protezione
della Contessa; infatti a quei giorni fu un andirivieni maggiore del solito di
generali francesi e di alti dignitari italiani. Alcuni ministri del nuovo Regno
stettero chiusi molte ore coll'egregio avvocato; ed io mi struggeva indarno di
sapere perché mai dovesse immischiarsi nelle faccende del governo francese in
Italia un consigliere principale del governo austriaco. Anche questo lo seppi
poco dopo. L'accorto avvocato aveva preveduto la battaglia di Austerlitz e le
sue conseguenze; egli passava dal campo di Dario a quello d'Alessandro per
rimediare dal canto suo ai danni della sconfitta. A chi poi si meravigliasse di
veder maneggiata da dita femminili una sì importante matassa, risponda la
storia che le donne non ebbero mai tanta ingerenza nelle cose di Stato, quanto
durante i predominii militari. Lo sapeva la mitologia greca che mescolò sempre
nelle sue favole Venere a Marte.
Le notizie prime della vittoria di
Austerlitz giunsero a Milano innanzi al Natale; se ne fece un grande scalpore.
E crebbe quando si ebbe contezza della pace firmata il giorno di santo Stefano
a Presburgo, per la quale il Regno d'Italia s'allargava ne' suoi confini
naturali fino all'Isonzo. Io dimenticai per un istante la quistione della
libertà per mettermi tutto nella gioia di riveder Venezia, e la Pisana, e mia
sorella e Spiro e i nipoti, e i carissimi luoghi dove s'era trastullata la mia
infanzia e viveva pur sempre tanta parte dell'anima mia. Le lettere che mi
scrisse allora la Pisana non voglio ridirvele per non tirarmi addosso un troppo
grave cumulo d'invidia. Io non mi capacitava come tutti questi struggimenti
potessero combinarsi colla noncuranza dei mesi passati; ma la contentezza
presente vinceva tutto, soperchiava tutto. Pensando a null'altro, io salii
dalla signora Contessa colle lagrime agli occhi, e lì le dichiarai che dopo la
pace di Presburgo...
- Cosa mai?... Cosa c'è di nuovo dopo
la pace di Presburgo? - mi gridò la signora tirando gli occhi come una vipera.
- C'e di nuovo ch'io non posso più
fare né l'intendente, né il maggiordomo...
- Ah! mascalzone! E me lo dite in
questa maniera?... Son proprio stata una buona donna io a mettere... tutta la
mia confidenza in voi!... Uscitemi pure dai piedi e che non vi vegga mai
più!...
Era tanto fuori di me dalla
consolazione che questi maltrattamenti mi fecero l'effetto di carezze: non fu
che dopo, al tornarci sopra, che m'accorsi della porcheria commessa
nell'accomiatarmi in quel modo. Certi favori non bisogna dimenticarseli mai
quando una volta furono accettati per favori, e chi se ne dimentica merita
esser trattato a calci nel sedere. Se la Contessa usò meco con minore durezza,
riconosco ora che fu tutta sua indulgenza; perciò non mi diede mai il cuore di
unirmi ai suoi detrattori quando ne udii dire tutto il male che vedrete in
appresso.
La Pisana mi accolse a Venezia col
giubilo più romoroso di cui ell'era capace ne' suoi momenti d'entusiasmo.
Siccome io avea provveduto che mi si lasciasse libero almeno un appartamentino
della mia casa, ella voleva ad ogni costo accasarsi presso di me: ghiribizzo
che troverete abbastanza strano raffrontato colla tenerezza e colle cure da lei
prodigate fino allora al marito. Ma il più strano si fu quando il vecchio Navagero,
disperatissimo di cotal risoluzione della moglie e della valente infermiera che
era in procinto di perdere, mi mandò a pregare in segreto che piuttosto andassi
io ad abitare presso di lui che m'avrebbe veduto con tutto il piacere. L'era un
portar troppo oltra la tolleranza veneziana; e da ciò capii che l'apoplessia lo
aveva liberato perfettamente de' suoi umori gelosi. Ma io non mi degnai di
arrendermi alle gentili preghiere del nobiluomo; feci parte di questi miei
scrupoli alla Pisana, e suo malgrado pretesi che la restasse presso il marito.
L'amore avrebbe riguadagnato in freschezza e in sapore quel poco che ci perdeva
di facilità. Anche Spiro e l'Aglaura mi volevano con loro; ma io aveva fitto il
capo nella mia casetta di San Zaccaria, e non mi volli movere di là.
Così vissi spensierato d'ogni cosa e
beatissimo fino alla primavera, stando il più che poteva alla larga dalla
Contessa di Fratta, da suo figlio, ma godendo le più belle ore della giornata
in compagnia della mia Pisana. La pietà di costei per quel vecchio e malconcio
carcame del Navagero trascendeva tanto ogni misura, che talvolta mi dava
perfino gelosia. Succedeva non di rado che dopo le visite più noiose ed
importune, rimasti soli un momento ella correva via di volo per cambiare il
cerotto o per versar la pozione al marito. Questo zelo in eccesso mi
infastidiva e non potea fare che qualche fervida preghiera non innalzassi al
cielo per ottenere al povero malato le glorie del paradiso. Non c'è caso. Le
donne sono amanti, sono spose, madri, sorelle; ma anzi tutto sono infermiere.
Non v'è cane d'uomo così sozzo così spregevole e schifoso che lontano da ogni
soccorso e caduto infermo non abbia trovato in qualche donna un pietoso e
degnevole angelo custode. Una donna perderà ogni sentimento d'onore di
religione di pudore; dimenticherà i doveri più santi, gli affetti più dolci e
naturali, ma non perderà mai l'istinto di pietà e di devozione ai patimenti del
prossimo. Se la donna non fosse intervenuta necessaria nella creazione come
genitrice degli uomini, i nostri mali le nostre infermità l'avrebbero richiesta
del pari necessariamente come consolatrice. In Italia poi le magagne son tante,
che le nostre donne sono, si può dire, dalla nascita alla morte occupate sempre
a medicarci o l'anima o il corpo. Benedette le loro dita stillanti balsamo e
miele! Benedette le loro labbra donde sprizza quel fuoco che abbrucia e
rimargina!...
Gli altri miei conoscenti di Venezia
non parevano gran fatto curanti di me; ove si eccettuino i Venchieredo che
cercavano in ogni modo di attirarmi, ed io mi teneva discosto con tutta la
prudenza della mia ottima memoria. Dei Frumier il Cavaliere di Malta pareva
sepolto vivo; l'altro, sposata la donzella Contarini e cacciato avanti nelle
Finanze, era arrivato a farsi nominar segretario. L'ambizione lo spingeva per
una carriera a cui per la nuova ricchezza poteva facilmente rinunciare; e con
quel suo capolino di oca, giunto a disegnare la propria firma sotto un
rapporto, gli pareva di poter guardare dall'alto in basso i cavalli di San
Marco e gli Uomini delle Ore. Mi sorprese peraltro assaissimo che tanto lui
quanto il Venchieredo l'Ormenta e taluni altri impiegati dell'usato governo
continuassero ad esser sofferti dal nuovo, o nelle antiche cariche o in nuovi
posti abbastanza importanti e delicati. Siccome peraltro né cogli usciti né
cogli entranti io aveva a partire la mela, non m'alambicava il cervello di
saperne il perché. Quello piuttosto che mi dava alcun fastidio si era che molti
degli amici miei, di Lucilio d'Amilcare, e qualche intriseco di Spiro
Apostulos, e mio cognato stesso mi trattassero alle volte con qualche
freddezza. Io non credeva di aver demeritato della loro amicizia; perciò non mi
degnava neppure di rammaricarmene, ma uscii a dirne qualche cosa coll'Aglaura e
costei si schivò con dir che suo marito avea spesso la testa negli affari, e
non potea badare a feste e a cerimonie.
Un giorno mi venne veduto in Piazza
un certo muso ch'io non aveva incontrato mai senza alquanto rincrescimento;
voglio dire il capitano Minato. Io cercava sfuggirlo, ma me lo impedì dieci
pertiche lontano con un «ho!» di sorpresa e di piacere: e mi convenne
trangugiare in santa pace un beverone infinito di quelle sue còrse castronerie.
- A proposito! - diss'egli. - Son
passato per Milano; me ne congratulo con voi. Anche voi siete passato colà a
tempo per ereditare le mie bellezze.
- Che bellezze mi tirate fuori?
- Capperi, non è una bellezza la
contessina Migliana?... Da quando io le feci fare il viaggio da Roma ed Ancona,
la trovai un po' appassitella; ma così senza confronti è ancora un'assai bella
donna.
- Che?... La contessa Migliana è...?
- È l'amica d'Emilio Tornoni, è il
mio tesoretto del novantasei! Quanti anni sono passati!
- Eh, giusto! È impossibile! Mi date
ad intendere delle baie!... La vostra avventuriera non si chiamava così, e non
possedeva né la fortuna né l'entratura nel mondo della contessa Migliana!
- Oh in quanto ai nomi, ve l'assicura
io che la Contessa non ne ha portato nessuno più d'un mese! Fu un delicato
riguardo per ognuno de' suoi amanti. Quanto alle ricchezze, lo dovete sapere
anche voi che la sua eredità non le toccò che pochi anni or sono. Del resto il
mondo è troppo furbo per diniegare l'ingresso a chi sa pagarlo bene. Avrete
veduto di qual razza di gente è ora circondata almeno nelle ore diplomatiche la
signora Contessa: or bene, furono costoro che a prezzo d'un po' di vernice e di
qualche elemosina per la pia causa, acconsentirono a porre un velo sul passato
e a raccogliere la pecorella smarrita nel gran grembo dell'aristocrazia... come
la chiamano a Milano?... dell'aristocrazia biscottinesca!...
- E pertanto... - volli dir io.
- E pertanto volevate dire che,
essendo voi maggiordomo in casa sua... non so se mi spiego... ma non trovaste poi
la pecorella così fida all'ovile da non perdersi anche talvolta in qualche
pascolo romito, in qualche trastullo lascivetto e...
- Signore, nessuno vi dà il diritto
né di straziare l'onor d'una dama, né...
- Signore, nessuno vi dà il diritto
d'impedire che io parli quando parlano tutti.
- Voi venite da Milano; ma qui a
Venezia...
- Qui a Venezia, signore, se ne parla
forse più che a Milano!...
- Come?... Spero che sarà una vostra
fantasia!
- La notizia è venuta a quanto si
dice nel taccuino del consiglier Ormenta, il quale vi fece merito dei vostri
amori come d'un'opportuna conversione alla causa della Santa Fede.
- Il consiglier Ormenta, voi dite?
- Sì, sì, il consiglier Ormenta! Non
lo conoscete?
- Pur troppo lo conosco! - E mi diedi
a pensare perché, dopo avermi tanto dimenticato da non ravvisarmi più, si fosse
poi dato attorno per seminare cotali spiacevoli ciarle. E non mi venne in capo
che egli a sua volta si potesse credere non conosciuto da me, e che il mio nome
caduto qualche volta di bocca alla Contessa lo avesse aiutato a mutare in
certezza il sospetto della somiglianza. La gente del suo fare non altro cerca
di meglio che spargere la diffidenza e la discordia; ecco chiarissime le
cagioni del suo malizioso sparlare. E quanto al resto non m'importava un fico
di saperne di meglio; tuttavia, persuasissimo che il Minato m'avesse reso un
vero servigio coll'aprirmi gli occhi su quella mariuoleria, mi separai da lui
con minor piacere del solito e tornai presso la Pisana per masticare meno
amaramente la mia rabbia.
Trovai quel giorno presso la
signorina la visita di un tale che non mi sarei aspettato; di Raimondo
Venchieredo. Dopo quanto avevamo discorso di lui, dopo le mire ch'io gli
supponeva sul conto della Pisana, dopo le trame orditele contro a mezzo della
Doretta e della Rosa, mi maravigliai moltissimo di trovarla in tal compagnia.
Di più s'aggiungeva che sapendo ella l'inimicizia non mai spenta fra me e
Raimondo, la doveva anche per riguardo mio tenerselo lontano. Il furbo peraltro
non giudicò opportuno incommodarmi a lungo, e se la cavò con un profondo saluto
che equivaleva ad un'impertinenza bell'e buona. Partito lui ci bisticciammo fra
noi.
- Perché ricevi quella razza di
gente?
- Ricevo chi voglio io!
- Non signora, che non devi!
- Vediamo chi mi potrà comandare!
- Non si comanda, ma si prega!
- Pregare s'affà a chi ne ha il
diritto.
- Il diritto io l'ho acquistato mi
pare con molti anni di penitenza!
- Penitenza grassa!
- Cosa vorresti dire?
- Lo so io, e basta!
Così continuammo un pezzetto con quegli
alterchi a monosillabi che sembrano botte e risposte a morsi e ad unghiate; ma
non mi venne fatto cavar da quella bocca una parola di più.
Me ne partii furibondo; ma con tutto
il mio furore, la trovai tornando più fredda e ingrognata di prima. Non solamente
non volle aprirsi meglio, ma schivava ogni discorso che potesse condurre ad una
dichiarazione, e di amore poi non voleva sentirne parlare come d'un sacrilegio.
Alla terza alla quarta volta si peggiorava sempre; m'incontrai ancora nel suo
stanzino da lavoro con Raimondo che giocarellava dimesticamente colla cagnetta.
E la cagnetta si mise ad abbaiare a me! Per una volta lo sopportai; ma alla
seconda uscii affatto dai gangheri; al contegno altero e beffardo di Raimondo
m'accorsi a tempo della bestialità, e scappai giù per la scala perseguitato dai
latrati di quella sconcia cagnetta. Oh queste bestiole sono pur barbare e
sincere! Esse fanno e ritirano, a nome delle padrone, dichiarazioni d'amore che
non vi si sbaglia d'un capello. Ma allora io era tanto indemoniato che di
cagnetta e padrona avrei fatto un fascio per gettarlo in laguna. Dite ch'io mi
vanto d'un'indole mite e rassegnata! Che avrebbe fatto nel mio caso un cervello
caldo e impetuoso io non lo so.
In tutto questo l'unico punto che non
appariva oscuro si era la perfidia della Pisana verso di me, e il suo
invasamento per Raimondo Venchieredo. Che costui poi fosse la causa della mia
sventura, non lo potea dire di sicuro, ma amava crederlo per potermi scaricare
sopra taluno di quel gran bollore di odio che mi sentiva dentro. Per metter il
colmo al mio delirio, ebbi a quei giorni una lettera da Lucilio così
agghiacciata, così enigmatica che per poco non la stracciai. Che tutti amici e
nemici si fossero data la parola per menarmi all'estremo dell'avvilimento e
della disperazione?... Quel colpo poi che mi veniva da Lucilio, dall'amico il
di cui giudizio io poneva sopra il giudizio di tutti, da quello che avea
regolato fin'allora la mia coscienza, e tenutomi luogo di quella costanza di
quella robustezza che talvolta mi mancavano, un tal colpo dico, mi tolse
perfino il discernimento della mia disgrazia. Cosa non aveva e cosa non avrei
io fatto per conservarmi la stima di Lucilio?... Ed ecco che senza dirmi né il
perché né il come, senza interrogarmi, senza chiamarmi a discolpa, egli mi dava
sentore di avermela tolta. Quali orrendi delitti erano stati i miei?... Qual
era lo spergiuro, la viltà, l'assassinio che m'avea meritato una tale
sentenza?... Non aveva la mente ordinata a segno da cercarlo. Mi tormentava, mi
struggeva, piangeva di rabbia di dolore d'umiliazione; la vergogna mi facea
tener curva la fronte sul petto; quella vergogna ch'io sapeva di non aver
meritato. Ma così fatti sono i temperamenti troppo sensibili come il mio, che
sentono al pari d'una colpa la taccia anche ingiusta di essa. La sfacciataggine
della virtù io non l'ho mai avuta.
In quei momenti le consolazioni
dell'Aglaura diffusero sui miei dolori una dolcezza inesprimibile; per la prima
volta avvisai quanto bene stia racchiuso in quegli affetti calmi e devoti che
non si ritraggono da noi né per mancanza di meriti né per cambiamento
d'opinioni. La mia buona sorella, i suoi figlioletti mi sorridevano sempre per
quanto la società mi si mostrasse barbara e nemica. Essi senza parlare prendevano
le mie difese al cospetto di Spiro; giacché egli non poteva serbare il viso
torvo ed arroncigliato con colui che riceveva carezze e baci continui dalla
moglie, dai figlioli, dal sangue suo.
Quanto la fiducia de' miei antichi
compagni s'allontanava da me, altrettanto mi venivano incontro mille finezze
dell'avvocato Ormenta, di suo figlio, del vecchio Venchieredo, del padre
Pendola e dei loro consorti. Il buon padre s'era fatto lui il direttore
spirituale in quel ritiro di convertite del quale il dottorino Ormenta
governava l'economia; e ogniqualvolta m'incontravano erano scappellate, saluti
e sorrisacci che mi stomacavano perché sembravano dire: «Sei tornato dei
nostri! Bravo! Ti ringraziamo!». Io aveva un bel che fare, a sgambettare a
salvarmi da quei loro salamelecchi; ma la gente li vedeva, li vedeva taluno a
cui io era in sospetto; le calunnie pigliavano piede, e non c'era verso ch'io
potessi sbarazzarmene, come da quelle caldane paludose dove, affondati una
volta, per pestar che si faccia si affonda sempre più. Confesso che fui per
darmi bell'e spacciato; poiché se io non mi disperai giammai contro nemici
certi e disgrazie ben misurate, non ho al contrario potuto sopportar mai un
agguato nascosto e le cupe agonie d'un misterioso trabocchetto. Era lì lì per
rinserrarmi in una vita morta, in quella vegetazione che protrae di qualche
anno lo sfacelo del corpo dopo aver soffocate le speranze dell'anima; non
vedevo più nulla intorno a me che valesse la pena d'un giorno misurato a
singhiozzi e a sospiri: io non era necessario e buono a nulla; perché dunque
pensare agli altri per sentire peggio che mai il mio crepacuore?... Così se io
non deliberava di uccidermi, mi accasciava volontario, e mi lasciava
schiacciare dal peso che mi rotolava addosso. Non aveva il furore ma la
stanchezza del suicida.
Caduti in tanto abbattimento, le
carezze degli altri uomini per quanto maligne e interessate ci trovano le molte
volte deboli e credenzoni. Godiamo quasi di poter dire ai buoni: «Guardate che
i tristi sono migliori di voi!». Fanciullesca vendetta che volge in nostro
danno perpetuo la gioia puerile d'un momento. Gli Ormenta padre e figlio
raddoppiarono verso di me di premure e di cortesie; convien dire ch'io avessi
qualche grazia presso di loro o che la setta fosse tanto immiserita che non si
badasse più a fatica ed a spesa per guadagnare un neofito. Mi circondarono con
loro adescatori, misero sotto mezzani e sensali; io rimasi incrollabile. Nullo
sì, ma per essi no. Moriva per l'ingiustizia degli amici miei, ma non avrei mai
acconsentito a volger contro di essi la punta d'un dito; dietro quegli amici
ingannati ed ingiusti era la giustizia eterna che non manca mai, che mai non
inganna né rimane ingannata.
Questo pensiero di resistenza
brulicandomi entro mi ridonò un'ombra di coraggio e un filo di forza. Guardai
dietro a me per vedere se veramente l'abbandono di tutti, la perfidia
dell'amore, i mancamenti dell'amicizia mi lasciavano così nullo e impotente
com'io credeva. Allora risorsero alla mia memoria come in un baleno tutti gli
ideali piaceri, tutte le robuste fatiche, e i volontari dolori della mia
giovinezza: vidi raccendersi quella fiaccola della fede che m'avea guidato
sicuro per tanti anni ad un fine lontano sì ma giusto ed immanchevole; vidi un
sentiero seminato di spine ma consolato dagli splendori del cielo, e dalla
brezza confortatrice delle speranze, che scavalcava aereo e diritto come un
raggio di luce l'abisso della morte e saliva e saliva per perdersi in un sole
che è il sole dell'intelligenza e l'anima ordinatrice dell'universo. Allora la
mia idea diventò entusiasmo, la mia debolezza forza, la mia solitudine
immensità. Sentii che l'opinione altrui valeva nulla contro l'usbergo della mia
coscienza, e che in questa sola s'accumulava la maggior somma dei castighi e delle
ricompense. Il mondo ha migliaia di occhi, di orecchi, di lingue; la coscienza
sola ha la virtù il coraggio la fede.
Mi rizzai uomo davvero. E dalla rocca
inespugnabile di questa mia coscienza guardai alteramente tutti coloro di cui
con tanto dolore avea sofferto il muto disprezzo. Pensai a Lucilio e per la
prima volta ebbi il coraggio di dirgli in cuor mio: «Profeta, hai sbagliato!
Sapiente, avesti torto!». Quanta confidenza quanta beatitudine mi venisse da
questo coraggio, coloro soltanto possono saperlo che provarono le gioie sublimi
dell'innocenza in mezzo alla persecuzione. Più di ogni altra cosa poi giovava a
rattemprarmi l'animo la fiducia in quell'istinto retto e generoso che misero
avvilito boccheggiante pur m'avea fatto sprezzare le lusinghe dei tristi e
degli impostori. Il debole che piange e si dispera d'esser trascinato al
patibolo, e pur non consente a guadagnarsi la grazia col tradire i compagni,
quello secondo me è più ammirabile del forte che col sorriso sulle labbra si
abbandona alle mani del boia. Tremate ma vincete: questo è il comando che può
intimarsi anche ai pusillanimi; tremare è del corpo. Vincere è dell'anima che
incurva il corpo sotto la verga onnipotente della volontà. Tremate ma vincete.
Dopo due vittorie non tremerete più: e guarderete senza batter ciglio lo
scrosciar della folgore.
Così feci io. Tremai lungamente;
piansi ancora mio malgrado degli amici che m'avevano abbandonato; mi straziai
il petto coll'ugne, e sentii il cuore battere precipitoso come impaziente di arrivar
alla fine delle sue fatiche, mi disperai dell'amor mio che dopo mille lusinghe,
dopo avermi aggirato scherzevole e leggiero pei giardini fioriti e per le balze
capricciose della giovinezza, mi lasciava solo vedovo sconsolato ai primi passi
nella selva selvaggia della vera vita militante e dolorosa. Ohimè, Pisana!
quante lagrime sparsi per te! Quante lagrime di cui avrei vergognato come di
una debolezza femminile allora; eppur adesso me ne glorio come d'una costanza
che diede alla mia vita qualche impronta di grandezza e di virtù!... Tu fosti
come l'onda che va e viene sul piede arenoso dello scoglio.
Saldo come la rupe io t'attesi
sempre; non mi sdegnai degli oltraggi, accolsi modestamente le carezze ed i
baci. Il cielo a te avea dato la mutabilità della luna; a me la costanza del
sole; ma gira e gira ogni luce s'incontra, si ripete, s'idoleggia, si confonde.
E il sole e la luna nell'ultima quiete degli elementi s'adageranno eternamente
rilucenti e concordi. Voli pindarici! Voli pindarici! Ma per nulla non si
diedero l'ali alle rondini, il guizzo al baleno, ed alla mente umana la sublime
istantaneità del pensiero.
Sì, piansi molto allora e molto
soffersi; ma aveva racquistato la pace della mia coscienza, e la purezza della
mia fede. Piangeva e soffriva per gli altri; in me non sentiva né peccato né
colpa.
Ecco a mio giudizio una delle
maggiori ingiustizie della natura a nostro riguardo; la coscienza per quanto
pura e tranquilla non ha potenza di opporsi vittoriosamente alle immeritate
afflizioni; soffriamo d'una nequizia altrui come d'un castigo. Lo sconforto, i
dolori, l'avvilimento, le continue battaglie d'un'indole mite e sensibile con
un destino avverso e rabbioso scossero profondamente la mia robusta salute.
Conobbi allora esser vero che le passioni racchiudono in sé i primi germi di
moltissime malattie che affliggono l'umanità. Dicevano i medici ch'era
infiammazione di vene, o congestione del fegato; sapeva ben io cos'era, ma non
mi stava il dirlo perché il male da me conosciuto era pur troppo incurabile.
Vedeva da lontano la mia ora avvicinarsi lentamente minuto per minuto, battito
per battito di polso. Il mio sorriso appariva rassegnato come di colui che non
ha più speranze se non eterne, e a quelle affida colla sicurezza dell'innocenza
l'anima sua. Perdonate, o stizzosi moralisti; vi sembrerà ch'io fossi inverso
me assai largo di manica, come si dice. Ma pur troppo io m'avea composto di mio
capo una regola assai diversa dalla vostra: pur troppo, secondo voi, puzzava
d'eresia; scusate, ma tutto quello che non era stato male pegli altri non lo
addebitava come male a me stesso; e se male avea commesso, ne era pentito a
segno che m'abbandonava senza paura alla giustizia che non muore mai, e che
giudicherà non delle vostre parole ma dei fatti. Voi avreste circondato il mio
letto di catene sonanti di spettri e di demonii; vi assicuro ch'io non ci vidi
altro che fantasmi benigni e velati d'una nebbia azzurra di celeste melanconia,
angeli misteriosi che mestamente mi sorridevano, orizzonti profondi che s'aprivano
allo spirito e nei quali senza perdersi lo spirito si effondeva, come la nuvola
che si dirada a poco a poco ed empie leggiera e lucente tutti gli spazii
interminati dell'etere.
Io non avea veduto mai fino allora
così vicina la morte; dirò meglio che non aveva avuto agio di contemplarla con
tanta pacatezza. Non la trovai né schifosa né angosciosa né spaventevole. La
rivedo adesso dopo tanti anni più vicina più certa. È ancora lo stesso volto
ombrato da una nube di melanconia e di speranza; una larva arcana ma pietosa,
una madre coraggiosa e inesorabile che mormora al nostro orecchio le fatali
parole dell'ultima consolazione. Sarà aspettazione, sarà espiazione, o riposo;
ma non saranno più le confuse e vane battaglie della vita. Onnipotente o cieco
poserai nel grembo dell'eterna verità; se reo temi, se innocente spera e
t'addormenta. Qual mai fu il sonno che non fu consolato da visioni?... La vita
si ripete e si ricopia sempre. Il sonno d'una notte è la quiete e il ristoro
d'un uomo; la morte di un uomo è un istante di sonno nell'umanità.
M'avvicinava passo passo alla morte
coi mesti conforti dell'Aglaura da un lato; col tardo ravvedimento di Spiro
dall'altro, che non potea serbare la sua ostile diffidenza dinanzi
all'imperturbabile serenità d'un moribondo. Dinanzi alle grandi ombre del
sepolcro non vi sono né illusi né imbecilli; ognuno racquista tanta lucidità
che basti a riverberargli in un terribile baleno le colpe e le virtù di tutta
la vita. Chi posa gli occhi calmi e sicuri in quella notte senza fondo, sente e
vede in se stesso la immagine purificata di Dio; egli non teme né le ricompense
né le pene eterne, non paventa né i fluttuanti vortici del caos né gli abissi
ineffabili del nulla. Convien dire che avessi scritta sulla mia fronte un'assai
eloquente difesa, perché Spiro al solo guardarmi si commoveva fino alle
lagrime; pure non aveva i nervi rammolliti dalla piagnoleria, e le greche
fattezze del suo volto si componevano meglio alla rigidezza del giudice che
alla vergogna e al pentimento del colpevole. Fu quello il primo premio che
m'ebbi della mia costanza. Veder vinta dalla sola calma del mio aspetto, dalla
tranquillità della voce, dalla limpidezza dello sguardo quell'anima di fuoco e
d'acciaio, fu un vero trionfo. Egli né mi chiese perdono né io glielo diedi, ma
ci intendemmo senza parola; le nostre mani si strinsero; e tornammo amici per
malleveria della morte.
I medici non parlavano dinanzi a me,
ma io m'accorgeva appunto dal silenzio e dalla confusione dei pareri, che
disperavano del mio male. Io m'ingegnava di usare alla meglio questi ultimi
giorni col versare nell'anima di Spiro e di mia sorella l'esperienza della mia
vita, col mostrar loro in qual modo s'eran venuti formando i miei sentimenti, e
come l'amore, l'amicizia, l'amore della virtù e della patria eran venuti
irrompendo confusamente, indi purificandosi a poco a poco, e sollevando l'anima
mia. Vedeva allora le cose tanto chiare che precedetti, si può dire, una
generazione; e lo dico senza superbia, le idee di Azeglio e di Balbo covavano in
germe ne' miei discorsi d'allora. L'Aglaura piangeva, Spiro crollava il capo, i
bambini mi guardavano sgomentiti e domandavano alla mamma perché lo zio aveva
la voce così bassa, e voleva sempre dormire e non usciva mai dal letto.
- Vegliare toccherà a voi, bambini! -
io rispondeva sorridendo; indi volgendomi a Spiro - non temere, no; -
continuava, - quello che ora veggo io, molti lo vedranno in appresso, e tutti
da ultimo. La concordia dei pensieri mena alla concordia delle opere; e la
verità non tramonta mai ma sale sempre verso il meriggio eterno. Ogni spirito
veggente che sale lassù risplende a cento altri spiriti colla sua luce
profetica!
Spiro non si acquetava di cotali
conforti; egli mi tastava il polso, mi osservava ansiosamente negli occhi come
vi cercasse quell'intima cagione del mio male che ai medici era sfuggita.
Finalmente un giorno che eravamo soli
si diede animo e mi disse:
- Carlo, in coscienza, confessati a
me! Non puoi o non vuoi guarire?
- Non posso, no, non posso! - io
sclamai.
In quel momento l'Aglaura entrò
precipitosamente nella stanza, dicendomi che una persona, a me molto cara altre
volte, voleva vedermi ad ogni costo.
- Ch'ella entri, ch'ella entri! - io
mormorai sbigottito dalla consolazione che mi veniva tanto improvvisa. Io vedeva
attraverso le pareti, io leggeva nell'anima di colei che veniva a trovarmi;
credo che ebbi paura di quel lampo quasi sovrumano di chiaroveggenza e che
temetti di mancare al rifluir repentino di tanto impeto di vita.
La Pisana entrò senza vedere senza cercare
altri che me. Mi si gettò colle braccia al collo senza pianto senza voce; il
suo respiro affannoso, i suoi occhi impietrati e sporgenti fuori dalle orbite
mi dicevano tutto. Oh, vi sono momenti che la memoria sente ancora e sentirà
sempre quasiché fossero eterni, ma non può né esaminarli né descriverli. Se
poteste entrare nella lieve e aerea fiammolina d'un rogo che si spegne e
immaginare cos'ella prova al riversarsi sopra di lei d'una ondata di spirito
che la rianima, comprendereste forse il miracolo che si compié allora
nell'esser mio!... Fui come soffocato dalla felicità; indi la vita scoppiò
ribollente da quel momentaneo assopimento, e sentii un misto di calore e di
freschezza corrermi salutare e voluttuoso i nervi le vene.
La Pisana non volle più staccarsi dal
mio capezzale; fu questa la sua maniera di chieder perdono e di ottenerlo
pronto ed intero. Che dico mai ottenerlo? A ciò avea bastato uno sguardo. Capii
allora la vera cagione del mio male, la quale la superbia forse mi avea tenuto
nascosta. Mi sentii rivivere, diedi la berta ai medici, e rifiutai le loro
insulse pozioni. La Pisana non dormì più una notte, non uscì un istante dalla
mia stanza, non lasciò che altra mano fuori della sua toccasse le mie membra,
le mie vesti, il mio letto. In tre giorni divenne così pallida e scarna che
pareva più malata di me. Io credo che per non vederla soffrire a lungo
condensai tanto sforzo di volontà nell'adoperarmi a guarire, che accorciai la
malattia di qualche settimana, e mutai in perfetta salute la convalescenza.
Spiro e l'Aglaura guardavano meravigliati: la Pisana pareva che meno non si
aspettasse, tanto era la fede e la sincerità dell'amor suo. Che cosa non le
avrei perdonato!?... Fu di quella volta come delle altre. Le labbra tacquero,
ma parlarono i cuori: ella mi avea ridonato la vita e la possibilità di amarla
ancora. Me le professai debitore, e l'umiltà e la tenerezza d'un amore infinito
mi compensarono dello spensierato abbandono d'un giorno.
- Carlo - mi disse un giorno la
Pisana poich'io fui ristabilito tanto da poter uscire - l'aria di Venezia non
ti si affà molto, hai bisogno di campagna. Vuoi che facciamo una visita allo
zio monsignore di Fratta?
Non so come avrei potuto rispondere
ad un invito che sì bene interpretava i più ardenti voti del mio cuore.
Rivedere colla Pisana i luoghi della nostra prima felicità sarebbe stato per me
un vero paradiso. Mi avanzava qualche piccola somma di danaro accumulata dalle
pigioni della mia casa negli ultimi quattr'anni; il ritiro in campagna avrebbe
aiutato l'economia; tutto concorreva a rendere questo disegno oltreché bello,
utile e salutare. D'altra parte io sapeva che Raimondo Venchieredo stava ancora
in Venezia, sapeva omai delle arti basse e maligne da lui messe in opera per
accertar la Pisana de' miei amori colla contessa Migliana e per giovarsi a'
suoi intenti d'un momento di dispetto. Avea perdonato alla Pisana ma non a lui;
né era sicuro da un impeto di furore ove mi fosse intervenuto d'incontrarlo.
Per due giorni ancora la Pisana non mi parlò di partire, ma la vedeva
affaccendata in altri pensieri, e mi pareva che si disponesse ad una lunga
assenza. Finalmente venne a casa mia col suo baule e mi disse:
- Cugino, eccomi pronta. Mio marito
non è guarito; ma la sua malattia ha ripreso un andamento regolare; i medici
dicono che così può durare ancora molti anni. Mia sorella che domani esce di
convento...
- Come? - io sclamai. - La Clara si
sveste di monaca?
- Non lo sapete? Il suo convento fu
soppresso; le hanno dato una pensione, e uscirà appunto domani. Ben inteso
ch'ella non ha la benché minima idea di rompere i suoi voti; e che digiunerà
egualmente le sue tre quaresime all'anno. Ma intanto ella acconsente a far
l'infermiera a mio marito; io l'ho persuaso che lo zio monsignore abbisogna di
me, e mia madre poi, che avrà dalla mia partenza il suo tornaconto, asseconda
con tutte le forze questo progetto.
- Che tornaconto ha mai tua madre da
questo viaggio?
- Il tornaconto che le ho ceduto
definitivamente non solo il godimento ma la proprietà della dote!...
- Che pazzia! E per te dunque, cosa
ti rimane?
- Per me mi rimangono due lire al
giorno che mio marito vuol passarmi ad ogni costo malgrado la strettezza della
sua fortuna; e con quelle in campagna posso vivere da gran signora.
- Scusa, sai, Pisana; ma il sacrifizio
che hai fatto per tua madre mi sembra altrettanto imprudente che inutile. Qual
vantaggio recherà a lei l'avere la proprietà oltre il godimento della dote?
- Qual vantaggio? Non so; ma
probabilmente quello di potersela mangiare. E poi fare questi conti non si
stava a me. Mia madre mi ha mostrato le sue tristi condizioni, la sua vecchiaia
che vien domandando sempre nuovi commodi, nuove spese, i debiti da cui è
molestata; infine io ho veduto anche i bisogni delle sue passioncelle e non
voleva che per giuocare due partite di tresette ella fosse costretta a vendere
il pagliericcio. Le ho risposto dunque: «Volete così... Sia! Ma mi lascerete
partire perché ho bisogno d'una boccata d'aria libera e di rivedere le nostre
campagne.» «Va', va' pure, e che il cielo ti benedica, figliuola mia» soggiunse
mia madre. Io credo ch'ella si consolò tutta di vedermi in procinto
d'andarmene, perché le mie suggestioni non avrebbero più persuaso Rinaldo a
comperarsi ogni tanto o un cappello nuovo o un vestito meno indecente, e così a
lei sarebbe rimasto qualche zecchino di più. Andai dunque da un notaio, fu
stesa e firmata la scritta di cessione. Ma nel punto di consegnarla a mia
madre, non ti figuri mai più il favore ch'io le chiesi in contraccambio.
- Cosa mai? Le chiedesti il diritto
eventuale all'eredità Navagero, o la cessione de' suoi crediti verso la
sostanza di Fratta?
- Nulla di tutto questo, Carlo. Da un
pezzo era pizzicata da una indiscreta curiosità messami in capo, te ne ricordi,
da quella pettegola della Faustina. Domandai dunque a mia madre che proprio
sinceramente colla mano sul cuore mi confessasse se io non ero figliuola di
monsignore di Sant'Andrea!...
- Eh va' là! Pazzerella!... E cosa ti
rispose la Contessa?
- Mi rispose quello che tu. Mi diede della
sguaiata della pazzerella; e non volle dir nulla. Ah, Carlo! de' miei ottomila
ducati non ci ho proprio ritratto un bruscolo, nemmeno tanto da cavarmi una
curiosità!
Questo incidente può darvi un'idea
non solamente dell'indole e dell'educazione avuta dalla Pisana, ma anche fino
ad un certo punto dei costumi veneziani del secolo passato. Nel punto stesso
che una figliuola con sublime sacrificio si toglieva il pane di bocca, si
spogliava dell'ultimo suo avere per accontentare i vizietti della madre, chiedeva
in compenso di tanto benefizio una cinica confessione, e un gusterello di
curiosità altrettanto inutile che scandalosa. Non aggiungo di più. Ma basta un
finestrello aperto per lumeggiare un quadro.
- E a te dunque - soggiunsi io - non
restano ora che due grame lirette al giorno concesseti dalla misera munificenza
del nobiluomo Navagero, sicché una voltata d'umore di questo vecchio pazzo può
metterti addirittura all'ospizio dei poveri!!...
- Eh guà'! - disse la Pisana. - Son
giovine e robusta; posso lavorare, e poi io starò con te, e il mantenimento me
lo conterai per salario.
Un cotale accomodamento quadrava col
modo di pensare della Pisana; e non isconveniva punto a me: solamente mi
sarebbe abbisognata qualche professione per accrescere di qualche cosa le mie
meschinissime entrate, finché la sospirata morte del Navagero porgesse comodità
di pensare ad uno stabilimento definitivo. Per allora misi da banda questa
idea; l'importante era di partir subito, perché la mia salute terminasse di
raffermarsi. Io aveva in borsa un centinaio di ducati, la Pisana volle a tutti
i costi consegnarmene altri duecento ch'ella avea ricavato da certe gioie, e
con questa gran somma ci disposimo allegramente alla partenza.
Prima di lasciar Venezia ebbi anche
la fortuna di rivedere per l'ultima volta il vecchio Apostulos reduce allora
dalla Grecia; egli era involto in quelle macchinazioni d'allora per la
liberazione della sua patria mediante il patrocinio dei così detti Fanarioti o
Greci di Costantinopoli; e faceva un gran correre qua e là col pretesto del
commercio. Spiro, che propendeva al partito più giovane, che poi soperchiò
tutti gli altri e fomentò l'ultima guerra dell'indipendenza, ubbidiva di
malincuore a suo padre in quelle congiure senza grandezza, dove pescava a suo profitto
l'avara ambizione di qualche principe semiturco: perciò si stavano fra loro con
qualche freddezza. Il vecchio Apostulos mi diede buone notizie del mio Gran
Visir: egli era stato strangolato, secondo il comodissimo sistema usato allora
dalla Porta invece di quell'altro europeo, a mille doppi più dispendioso, delle
giubilazioni. Ma il successore riconosceva la validità de' miei titoli;
soltanto, siccome il credito ammontava a sette milioni di piastre e il tesoro
di Sua Altezza non era a quel tempo molto ben fornito, voleva soprastare d'un
qualche anno al pagamento. Così milionari di speranze, e con trecento ducati in
tasca, io e la Pisana ci misimo in barca per Portogruaro, e giunsimo il secondo
giorno, dopo rotte molto alzane, e perduto assai tempo nello scambio dei
cavalli e negli arenamenti, sulle beate rive del Lemene.
Il viaggio fu lungo ma allegro. La
Pisana aveva, se non mi sbaglio, ventott'anni, ne mostrava venti, e nel cuore e
nel cervello non ne sentiva infatti più di quindici. Io, veterano della guerra
partenopea ed ex-Intendente di Bologna, mano a mano che mi
avvicinava al Friuli, mi rifaceva ragazzo. Credo che sbarcato a Portogruaro
ebbi volontà di far le capriuole, come ne avea fatte sovente nel giardino de'
Frumier, quando aveva ancora i denti di latte. La nostra allegria fu peraltro
mescolata tantosto da qualche mestizia. I nostri vecchi conoscenti erano quasi
tutti morti; de' giovani o coetanei, chi qua chi là, pochissimi in paese
n'erano rimasti. Fulgenzio decrepito e rimbambito aveva paura de' suoi figli,
ed era caduto in balía d'una fantesca astuta ed avara che lo tiranneggiava, e
sapeva mettere a profitto la sua spilorceria per raggranellarsi un capitale. Il
dottor Domenico sbuffava, ma con tutta la sua dottoreria non giungeva a liberar
suo padre dalle unghie di quella befana. Don Girolamo, professore in Seminario
e brillante campione del partito dei bassaruoli, pigliava le cose con
filosofia. Secondo lui bisognava aspettare pazientemente che il Signore
toccasse il cuore a suo padre; ma il dottore, che avea somma premura di
toccargli la borsa, non si stava cheto a questi conforti del fratello prete.
Fulgenzio passò di questo mondo pochi giorni dopo il nostro ritorno in Friuli;
la sua morte fu accompagnata da un delirio spaventevole, si sentiva strappata
l'anima di corpo dai demonii, e si stringeva tanto per paura alla mano della
massaia che costei fu lì lì per dar un calcio all'eredità e lasciarlo nelle
mani del becchino. Tuttavia l'avarizia la fece star salda, e tanto; che poiché
il padrone fu morto convenne liberarle a forza il braccio dalle unghie rabbiose
di lui. Apertosi il testamento, ella ebbe una bella somma di danaro in aggiunta
a quello che aveva rubato. Seguivano molti legati di messe e di dotazioni di
chiese e di conventi; da ultimo coronava l'opera una somma imponente erogata
dal testatore per la costruzione d'un suntuoso campanile vicino alla chiesa di
Fratta.
E con ciò egli credette di aver dato
l'ultima mano alla pulitura della propria coscienza e saldati i suoi conti
colla giustizia di Dio. Di restituzioni alla famiglia di Fratta non si parlava
punto; dovevano essere abbastanza felici i miserabili eredi degli antichi
castellani di deliziarsi nella contemplazione del nuovo campanile. Don Girolamo
si accontentava della sua quota che gli rimaneva non tanto piccola dell'eredità
anche dopo tanta dispersione di legati; ma il dottore saltò in mezzo con cause
e con cavilli. Il testamento fu inoppugnabile. Ognuno ebbe il suo, e si
cominciarono ad accumulare sassi e calcine sul piazzale di Fratta per dare la
richiesta forma di campanile alla postuma beneficenza del defunto sagrestano.
Un'altra notizia stranissima ci
diedero a Portogruaro del matrimonio poco tempo prima avvenuto del capitano
Sandracca colla vedova dello speziale di Fossalta ch'era passata a dimorare
presso di lui con una sua rendita di sette in ottocento lire. Il Capitano,
molestato dalla promessa di celibato fatta alla defunta signora Veronica, ma
più ancora dalla miseria che lo stringeva, aveva messo tutto d'accordo
componendo di suo capo una parlantina che si proponeva di spifferare alla prima
moglie, incontratisi che si fossero in qualche contrada dell'altro mondo. Le
dimostrava che non era valida e non obbligava per nulla un poveruomo quella promessa
estorta in momenti di vera disperazione, e che ad ogni modo la pietà del marito
doveva vincerla sopra un suo ghiribizzo di postuma gelosia. La assicurava che
il cuore di lui rimaneva sempre pieno di lei, e che della spezialessa
non amava in fondo altro che le settecento lire. E con ciò si lusingava che,
commosse le viscere della signora Veronica, e convinta la sua ragionevolezza,
non gli avrebbe tenuto il broncio per una infedeltà affatto apparente. Del
resto, sposando una zitella il guaio sarebbe stato irrimediabile, ma con una
vedova le cose si accomodavano assai facilmente. Costei tornava al primo
marito, egli alla prima moglie, e non avrebbero più avuto né un fastidio né una
noia per omnia saecula saeculorum. - Il signor Capitano pappava
saporitamente le settecento lire colla fondatissima speranza d'un grazioso
perdono.
Ma intanto noi avevamo già fatto il
nostro ingresso nella diroccata capitale dell'antica giurisdizione di Fratta.
Solo a vederla da lontano ci si strinse il cuore di compassione. Pareva un
castello saccheggiato allora allora da qualche banda indiavolata di Turchi e
abitato solamente dai venti e da qualche civetta malaugurata. Il capitano
Sandracca ci rivide con molta titubanza; non capiva bene se venissimo a
prenderne o a portarne. Monsignore Orlando invece ci accolse così tranquillo e
sereno come appunto tornassimo allora dalla passeggiata d'un'ora. La sua nobile
gorgiera si era stradoppiata, e camminava strascicandosi dietro le gambe, e
lodandosi molto della propria salute, se non fosse stato quel maledetto
scirocco che gli rompeva i ginocchi. Era lo scirocco degli ottant'anni, che ora
provo anch'io e che soffia da Natale a Pasqua e da Pasqua a Natale con una
insistenza che si fa beffa dei lunarii.
Mentre la Pisana buona e spensierata
faceva festa allo zio, e si divertiva di inquietarlo sulla durata del suo
scirocco, io riuscii pian piano a rappiccar conoscenza colle vecchie camere del
castello. Mi ricordo ancora che s'imbruniva la notte e che ad ogni porta ad
ogni svoltata di corritoio credeva di vedermi dinanzi la negra apparizione del
signor Conte e del Cancelliere o la faccia aperta e rubiconda di Martino.
Invece le rondini entravano ed uscivano per le finestre recando le prime
pagliuzze le prime imbeccate di poltiglia pei loro nidi; i pipistrelli mi
sventolavano colle loro ali grevi e malsicure; nella stanza matrimoniale dei
vecchi padroni cuculiava un gufo schernitore. Io andava vagando qua e là
lasciandomi guidare dalle gambe e le gambe fedeli all'antica abitudine mi
portarono al mio covacciolo vicino alla frateria. Non so come vi arrivassi sano
e salvo per quei solai malconci e rovinati, per mezzo a quei lunghi androni
dove le travature e i calcinacci caduti dal granaio impedivano ogni poco il
passo e avevano preparato comodissimi trabocchetti per precipitare ai piani
sottoposti. Una rondine aveva appostato il suo nido proprio a quel travicello
sotto il quale Martino usava appendere il ramicello d'oliva alla domenica delle
Palme. Alla pace era succeduta l'innocenza. Mi ricordai di quel libricciuolo
trovato anni prima in quella camera, e che nel mio cuore disperato avea rimessa
la rassegnazione della vita e la coscienza del dovere. Mi ricordai di quella
notte più lontana ancora quando la Pisana era salita a trovarmi e per la prima
volta avea sfidato per me le sgridate e le busse della Contessa. Oh quella
ciocca di capelli, io l'aveva sempre con me! Avea preveduto in essa quasi il
compendio simbolico dell'amor mio; né le previsioni m'avevano ingannato. La
voluttà mista di pianto, l'avvilimento avvicendato alla beatitudine, e la
servitù alla padronanza, le contraddizioni e gli estremi non avevano mancato
alla promessa: s'erano avvolti confusamente nel mio destino. Quanti dolori,
quante gioie, quante speranze, quanta vita da quel giorno!... E chi sa
quant'altri affanni, e quanta varietà di venture m'attendevano al varco prima
che tornassi a riporre il piede su quel pavimento crollante e polveroso!... Chi
sa se la mano degli uomini o il furore delle intemperie non avrebbero consumato
l'opera vandalica di Fulgenzio e degli altri devastatori rapaci di quell'antica
dimora!... Chi sa se un futuro padrone non avrebbe rialzato quelle mura
cadenti, rintonacato quelle pareti, e raspato loro di dosso quelle fattezze
della vecchiaia che parlavano con tanto affetto con tanta potenza al mio
cuore!! Tale il destino degli uomini, tale il destino delle cose: sotto
un'apparenza di giovialità e di salute si nasconde sovente l'aridità dell'anima
e la morte del cuore.
Tornai da basso che aveva gli occhi
rossi e la mente allucinata da strani fantasmi; ma le risate della Pisana e la
faccia serena e rotonda di Monsignore mi snebbiarono se non altro la fronte. Io
m'aspettava ad ogni momento di esser richiesto se aveva imparato la seconda
parte del Confiteor. Invece il buon canonico si lamentava che le
onoranze non erano più tanto abbondanti come una volta, e che quelle birbe di
coloni invece di recargli i più bei capponi, come sarebbe stata la scrittura,
non davano altro che pollastrelle e galletti sfiniti tanto che scappavano pei
fessi della stia.
- E dicono che son capponi -
soggiungeva sospirando - ma se mi sveglio la notte, li sento cantare che ne
disgradano l'accusatore di san Pietro!...
Indi a poco entrò il signor Sandracca
col Cappellano, invecchiati, mio Dio, che parevano ombre di quello ch'erano
stati; entrò anche la signora Veneranda, la madre di Donato, sposata di fresco
al Capitano. Poteva competere con Monsignore per la pinguedine, e non pareva
che le settecento lire portate in dote dovessero bastare a tenerla in carne.
Gli è vero che i grassi mangiano alle volte più parcamente dei magri. Ella mise
sul tagliere una fetterella di lardo e sei uova, che dovevano convertirsi in
frittata e comporre una cena. Ci esibì poi anche, colla bocca un po' stretta,
di prepararci alla meglio due letti; ma noi eravamo già prevenuti delle
commodità che si avevano allora in castello, e sapevamo che restando noi
sarebbe toccato agli sposini irsene a dormire coi polli. Ebbimo perciò
compassione di loro e delle sei uova, e risalimmo in calesse per andarcene a
chieder ospitalità a Bruto Provedoni, come s'era stabilito fra noi prima di
partire da Portogruaro.
Non vi starò ora a dire né le festose
accoglienze di Bruto e dell'Aquilina, né la mirabile cordialità colla quale
quei due poveretti fecero nostra tutta la casa. Tutto era già combinato per
lettera; trovammo due camerette a nostra disposizione, delle quali e del
mantenimento che vollimo comune con essi, una modestissima dozzina ci
sdebitava. Non era una mercede; era un mettere in comune le nostre piccole
forze per difenderci contro le necessità che ci stringevano da ogni parte.
L'Aquilina saltellava di piacere come una pazzerella; per quanto la Pisana
volesse aiutarla ai primi giorni nelle faccenduole di casa, tutto era sempre pronto
ed in assetto. Bruto, uscito il mattino per le sue lezioni, tornava sull'ora
del pranzo e c'intrattenevamo insieme fino a notte lavorando, ridendo,
leggendo, passeggiando, che le ore volavano via come farfalle sulle ali d'un
zeffiro di primavera. M'era scordato di dirvi che a Padova durante la mia
intrinsichezza con Amilcare io aveva imparato a pestare la spinetta. Il mio
squisitissimo orecchio mi fece acquistare qualche abilità come accordatore, e
lì a Cordovado mi risovvenni in buon punto di quest'arte imparata, come dice il
proverbio, e messa provvidamente da parte. Bruto mi mise in voce nei dintorni
come il corista più intonato che si potesse trovare; qualche piovano mi chiamò
per l'organo; aiutato dal ferraio del paese e dalla mia sfacciataggine me la
cavai con discreto onore. Allora la mia fama spiccò un volo per tutto il
distretto, e non vi fu più organo né cembalo né chitarra che non dovesse esser
tormentata dalle mie mani per sonar a dovere. Il mio ministero di cancelliere
m'avea reso popolare un tempo, e il mio nome non era affatto dimenticato. In
campagna chi è buon cancelliere non ha difetto a farsi anche credere buon
accordatore, e in fin dei conti a forza di rompere stirare e torturar corde,
credo che riuscii a qualche cosa.
Finalmente diedi il colmo alla mia
gloria esponendomi come suonator d'organo in qualche sagra in qualche funzione.
Sul principio m'azzuffava sovente cogli inesorabili cantori del Kyrie o
del Gloria; ma imparai in seguito la manovra, ed ebbi il contento di
vederli cantare a piena gola senza volgersi ogni tanto pietosamente a
interrogare e a rimproverare cogli occhi il capriccioso organista. Anche questa
ve l'ho detta. Di maggiordomo mi feci organista; e tenetevelo bene a mente, ché
la genealogia de' miei mestieri non è delle più comuni. Bensì vi posso
assicurare che m'ingegnava a guadagnarmi il pane, e tra Bruto maestro di
calligrafia, la Pisana sarta e cucitrice, l'Aquilina cuoca, e il vostro Carlino
organista, vi giuro che alla sera si rappresentavano delle brillanti commediole
tutte da ridere. Ci mettevamo in canzone a vicenda: eravamo intanto felici, e
la felicità e la pace mi resero a tre tanti la salute che aveva prima.
Alle volte andava a Fratta e
conduceva fuori a caccia il signor Capitano e il suo cane. Il Capitano non
voleva uscire da quattro pertiche di palude che sembravano da lui prese in
affitto e nelle quali le anitre e le gallinelle si guardavano bene di porre il
piede. Il suo cane poi aveva il vizio di fiutar troppo in aria e di guardar le
piante; pareva andasse a caccia piuttosto di persici che di selvaggina; ma a
furia di gridare io gl'insegnai a guardar per terra, e se non colsi in una
mattina i ventiquattro beccaccini del nonno di Leopardo, mi venne fatto sovente
di metterne nella bisaccia una dozzina. Cinque ne cedeva al Capitano e a
Monsignore; gli altri li teneva per noi, e lo spiedo girava, ed io era tentato
molte volte di mettermi nelle veci del girarrosto; ma poi mi ricordava di
essere stato intendente e mi rimetteva in atto di maestà.
I nostri ospiti mi entravano nel
cuore ogni giorno più. Bruto era diventato si può dire mio fratello, e
l'Aquilina, non so se mia sorella o figliuola. La poverina mi voleva un bene
che nulla più; mi seguiva dovunque, non faceva cosa che non bramasse prima
sapere se mi riescirebbe gradita. Vedeva si può dire cogli occhi miei, udiva
colle mie orecchie, pensava colla mia mente. Io per me cercava di retribuirla
di tanto affetto coll'esserle utile; le veniva insegnando un poco di francese
nelle ore di ozio, e a scrivere correttamente in italiano. Fra maestro e
scolara succedevano alle volte le più buffe guerricciole nelle quali
s'intromettevano a scaramucciare col miglior garbo anche la Pisana e Bruto.
Avea preso tanto amore a quella ragazza che mi sentiva crescere per lei in capo
il bernoccolo della paternità, e nessun pensiero aveva meglio fitto in testa
che quello di accasarla bene, di trovarle un buono e bravo giovine che la
rendesse felice. Di ciò si discorreva a lungo tra noi quand'ella era occupata
nelle cose di famiglia; ma ella non pareva molto disposta a secondare le nostre
idee; bellina com'era con quelle sue fattezze un po' strane un po' riottose,
eppur buona e savia come un'agnelletta, non le mancavano adoratori. Pure se ne
mostrava affatto schiva; e alla fontana o sul piazzale della Madonna stava più
volentieri con noi che collo sciame delle zitelle e dei vagheggini.
La Pisana la incoraggiava a
divertirsi a prendersi spasso; ma poi dispiacente di vedersi ingrognare a
questi suoi eccitamenti il bel visino dell'Aquilina, se la prendeva fra le
braccia e la copriva di carezze e di baci. Erano più che due sorelle. La Pisana
la amava tanto che io ne ingelosiva; se l'Aquilina la chiamava, certo ch'ella
si stoglieva da me e correva da lei, capace anco di farmi il muso s'io osava
trattenerla. Cosa fosse questa nuova stranezza, io non capiva allora; ma forse
ci vidi entro in seguito, per quanto si può veder chiaro in un temperamento
così misterioso e confuso come quello della Pisana.
Dopo alcuni mesi di questa vita
semplice laboriosa tranquilla, gli affari della famiglia di Fratta mi
richiamarono a Venezia. Si trattava di ottenere dal conte Rinaldo la facoltà di
alienare alcune valli infruttifere affatto verso Caorle e le quali erano
richieste da un ricco signore di quelle parti che tentava una vasta
bonificazione. Ma il Conte, tanto trascurato ed andante per solito, si mostrava
molto restio a quella vendita e non voleva accondiscendere per quanto evidenti
fossero i vantaggi che gliene doveano derivare. Egli era di quegli animi indolenti
e fantastici che svampavano in sogni in progetti ogni loro attività; e
appoggiano le loro speranze ai castelli in aria per esimersi appunto di
fabbricare in terra qualche cosa di sodo. Nella futura coltivazione di quelle
fondure paludose egli sognava il ristoro della sua famiglia e non voleva per
oro al mondo frodare la propria immaginazione di quel larghissimo campo
d'esercizio. Arrivato a Venezia trovai le cose mutate d'assai.
Le straordinarie giubilazioni per
l'aggregazione al Regno Italico aveano dato luogo mano a mano ad un criterio
più riposato del bene che ne proveniva al paese. Francia pesava addosso come
qualunque altra dominazione; forse le forme erano meno assolute ma la sostanza
rimaneva la stessa. Leggi volontà movimento, tutto veniva da Parigi come oggidì
i cappellini e le mantiglie delle signore. Le coscrizioni eviravano
letteralmente il popolo; le tasse le imposizioni mungevano la ricchezza;
l'attività materiale non compensava il paese di quello stagnamento morale che
intorpidiva le menti. Gli antichi nobili governanti, o avviliti nell'inerzia, o
rincantucciati nei posti più meschini dell'amministrazione pubblica; i
cittadini, ceto nuovo e ancora scomposto, inetti per mancanza d'educazione al
trattamento degli affari. Il commercio languente, la nessuna cura degli
armamenti navali riducevano Venezia una cittaduzza di provincia. La miseria
l'umiliazione trapelavano dappertutto, per quanto il Viceré s'ingegnasse di
coprir tutto collo sfarzo glorioso del manto imperiale. Gli Ormenta, i Venchieredo
duravano ancora al governo; né cacciarli si poteva perché erano i soli che se
ne intendessero; ponendo poi sopra loro altri dignitari francesi e forestieri,
s'avea ferito l'orgoglio municipale senza raddrizzare l'andamento obbliquo ed
oscuro della cosa pubblica. A Milano, dove o bene o male erano sgusciati da una
repubblica, lo spirito pubblico fermentava ancora. A Venezia la conquista
succedeva alla conquista, i servitori succedevano ai servitori colla venale
indifferenza di chi cerca l'interesse del padrone che paga.
Io rimasi un po' sfiduciato di quei
segni d'indolenza e di trascuratezza: vidi che Lucilio non avea poi tutto il
torto di esser fuggito a Londra, anzi che il buonsenso pubblico stava per lui.
Ma per quanto io avessi cercato di rappiccare corrispondenza con lui, egli non
si degnava più di rispondere alle mie lettere. Io mi stancai di picchiare dove
non mi si voleva aprire, e m'accontentai di ricevere sue novelle di rimbalzo o
da qualche conoscente di Portogruaro o dalle voci che correvano in piazza. Lo
si diceva medico in gran fama a Londra, e accreditatissimo presso le principali
famiglie di quell'aristocrazia. Sperava molto nell'Inghilterra per la cacciata
del tiranno Bonaparte dalla Francia e pel riordinamento dell'Italia: le idee
giuste e moderate non gli aveano durato a lungo; la smania del fare e del
disfare lo aveva tratto fuori di strada un'altra volta. Comunque la sia io non
mi fermai a Venezia che circa un mese sperando sempre di ottenere dal conte
Rinaldo la sospirata procura; ma non altro mi venne fatto d'estorcergli che il
permesso di vendere alcune pezze staccate di quei paduli; il resto lo volea
proprio serbare per la futura redenzione della famiglia. Così si cavarono da
quelle vendite poche migliaia di lire che servirono soltanto a fornire di
qualche posta più grossa il tavoliere da gioco della vecchia Contessa. È
proprio vero che la morte ruba i migliori, e lascia gli altri; costei ch'era la
rovina della casa non facea mostra di volersene andare; e così pure
quell'incommodo marito Navagero s'ostinava a non voler lasciar vedova la
moglie.
Io sperava di condur meco in Friuli
l'Aglaura e alcuno de' suoi ragazzini; ma la morte della suocera la trattenne
in famiglia: vera disgrazia, anche perché l'aria campagnuola le avrebbe giovato
per certi incommoducci che la cominciava a soffrire. Spiro, robusto come un
tanghero, non voleva credere alla gracilità della moglie; ma il fatto sta che a
non curarsi dapprincipio con qualche distrazione con qualche viaggio, la sua
salute divenne sempre più cagionevole e Spiro se ne persuase quando non v'avea
più tempo da rimediarci. Egli le andava dicendo che, se voleva, poteva andarne
in Grecia con suo padre alla prima occasione; ma la tenera madre non voleva
arrischiare i ragazzini piuttosto gracili anch'essi a viaggi lunghi e
pericolosi. Rispondeva sorridendo che starebbe a Venezia, e che già, se l'aria
nativa non la rimetteva in salute, nessun'altra avrebbe avuto una tale virtù.
Io rimproverava Spiro di farsi troppo mercante, di non badar altro che alle
provvisioni delle cambiali e ai prezzi del caffè che crescevano sempre per le
crociere inglesi. Ma egli scrollava la testa, senza risponder nulla, ed io non
capiva cosa volesse dirmi con questo atto misterioso.
Il fatto sta che mi toccò ripartir
solo pel Friuli, e i divertimenti, e le gite, e i bei giorni di pace di moto di
campagna idoleggiati insieme coll'Aglaura e i suoi fanciulletti, rimasero una
delle tante speranze che mi affretterò di avverare nell'altro mondo.
Trovai a Cordovado cresciuta
piucchemai l'amicizia l'intrinsichezza e direi più se vi fosse una parola più
espressiva, fra la Pisana e l'Aquilina. Omai l'amore della prima non giungeva a
me che pel canale di questa. A questa toccava dire: - Guarda il signor
Carlo!... il signor Carlo ti domanda!... Il signor Carlo ha bisogno di questo e
di quello! - Allora solamente la Pisana si prendeva cura di me; altrimenti gli
era come se io non ci fossi; un'eclisse completa. L'Aquilina mi stava dinanzi,
e l'anima della Pisana non vedeva che lei. Fino in certi momenti, nei quali per
solito il pensiero non ispazia molto lontano, io sorprendeva la mente della
Pisana occupata dell'Aquilina. Se fossimo stati ai tempi di Saffo avrei creduto
a qualche mostruoso stregamento. Che so io?... Non poteva raccapezzarci nulla:
l'Aquilina mi diventava alle volte perfino odiosa, e il minor male ch'io
dicessi in cuor mio della Pisana si era di chiamarla pazza.
Eccomi arrivato ad un punto della mia
vita che mi riuscirà molto difficile dichiarare agli altri, per non averlo
potuto mai chiarir bene bene nemmeno a me: voglio dire al mio matrimonio. Un
giorno la Pisana mi chiamò di sopra nella nostra stanza e senza tanti preamboli
mi disse:
- Carlo, io m'accorgo di esserti
venuta a noia; tu non mi puoi voler più l'un per cento del bene che mi volevi.
Tu hai bisogno d'un affetto sicuro che ti ridoni la pace e la contentezza della
famiglia. Ti rendo la tua libertà e voglio farti felice.
- Che parole, che stranezze son
queste? - io sclamai.
- Sono parole che mi vengono dal cuore,
e le medito da un pezzo. Lo dico e lo ripeto; tu non puoi volermi bene. Seguiti
ad amarmi o per abitudine o per generosità; ma io non posso sacrificarti più a
lungo, e devo per ricompensa metterti sulla vera strada della felicità.
- La strada della felicità, Pisana?
Ma noi l'abbiamo battuta lunga pezza insieme quella strada fiorita di rose
senza spine! Basterà unire ancora braccio a braccio, perché le rose ci
germoglino sotto i piedi, e la contentezza ci sorrida di bel nuovo in qualunque
parte di mondo!
- Ecco che tu non mi capisci, o anzi
non capisci te stesso. Questo è il mio delirio. Carlo, tu non sei più un
giovinotto sventato e senza esperienza, e non puoi accontentarti d'una felicità
che ti può mancare dall'oggi al dimani. Tu devi prender moglie!
- Dio lo volesse, anima mia! No, il
cielo mi perdoni questo sconsiderato movimento di desiderii, ma quando tuo
marito avesse lasciato il mondo delle infermità per quello della salute eterna,
il primo mio voto sarebbe di unire la tua sorte alla mia colla santità
religiosa del giuramento.
- Carlo, non perderti ora in cotali
sogni. Né mio marito vuol morire per ora, né tu devi consumare inutilmente gli
anni più belli della virilità. Io ti sarei una moglie assai manchevole; vedi
che non son fatta per la fortuna di aver prole!... e così cosa rimane una
moglie?... No, no, Carlo, non illuderti; per esser felice devi appigliarti al
matrimonio.
- Basta, Pisana!... Vuoi dirmi che
non mi ami più?
- Voglio dirti che ti amo più di me
stessa; e per questo m'ascolterai e farai quello che ti consiglio...
- Non farò null'altro che quello che
il cuore mi comanda.
- Ebbene, il tuo cuore ha parlato. E
tu la sposerai.
- Io la sposerò?... Ma tu vaneggi! ma
tu non sai quello che dici!
- Sì! ti dico... tu sposerai...
sposerai l'Aquilina!...
- L'Aquilina!... Basta!... Torna in
te, te ne scongiuro.
- Parlo del mio miglior senno.
L'Aquilina è innamorata di te, ella ti piace, ti conviene per tutti i versi. La
sposerai!
- Pisana, Pisana! oh, non vedi il
male che mi fai!
- Vedo il bene che ti procuro; e se
avessi anche voglia di sacrificare me stessa al tuo meglio, nessuno potrebbe
impedirmelo.
- Te lo impedisco io!... Ho sopra di
te diritti tali che tu non devi, che tu non puoi dimenticare!
- Carlo, senza di te io avrò il
coraggio di vivere... Misura la mia forza dalla sfrontatezza di questa
confessione. L'Aquilina invece ne morrebbe. Ora scegli tu stesso. Per me ho
bell'e scelto.
- Ma no, Pisana, ravvediti!... Tu
stravedi, tu ti immagini quello che non è. L'Aquilina nutre per me un tenero ma
calmo affetto di sorella: ella gioirà sempre della nostra felicità.
- Taci, Carlo: credi all'onniveggenza
d'una donna. Lo spettacolo della nostra felicità avvelena la sua giovinezza...
- Dunque fuggiamo, torniamo a
Venezia.
- Tu, se ne hai il cuore: io no. Io
amo l'Aquilina. Io voglio farla felice: credi che tu pure sarai felice di
sposarti a lei: e io unirò le vostre mani, e benedirò le vostre nozze.
- Oh ma io ne morrei!... Io dovrei
odiarla: sentirei tutte le mie viscere sollevarsi contro di essa, e il mio
peggior nemico non mi sarebbe tanto abbominevole a dovermelo stringer fra le
braccia.
- Abbominevole l'Aquilina!... Scusa,
Carlo; ma se ripeti simili infamie, io fuggo da te, io non vorrò più
vederti!... Gli angeli comandano l'amore: tu non sei tanto perverso da
abborrire quello che ci scende dal cielo, come la più bella incarnazione d'un
pensiero divino. Guarda, guarda, apri gli occhi, Carlo!... guarda l'assassinio
che commetti. Fosti cieco finora e non t'accorgesti né del suo martirio né de'
miei rimorsi. Fui tua complice finora ma giuro di non volerlo esser più; io non
assassinerò colle mie mani una creatura innocente che mi ama come una
figliuola, benché... Oh ma sai, Carlo, che il suo eroismo è di quelli che
oltrepassano la stessa immaginazione!... Mai un movimento di rabbia, mai uno
sguardo d'invidia, una rassegnazione stanca, un amore invece che cava le
lagrime!... No, no ti ripeto, io non pagherò coll'assassinio l'ospitalità che
ebbimo in questa casa; e tu pure mi seconderai nella mia opera di carità!...
Carlo, Carlo, eri generoso una volta!... Una volta mi amavi, e se io t'avessi
incitato ad un'impresa coraggiosa e sublime non avresti aspettato tante parole!
Che volete?... Io ammutolii
dapprincipio, indi piansi, supplicai, mi strappai i capelli. Inutile! Rimase
incrollabile, dovessimo morirne ambidue; mi ripeteva di guardare, di guardare,
e che se non mi fossi convinto di quanto ella affermava, e se non avessi
accondisceso a quanto mi proponeva sarei stato un essere spregevole, indegno al
pari d'amore che incapace d'ogn'altro sentimento. D'allora in poi mi negò ogni
sguardo ogni sorriso d'amore; mi proibì l'accesso alla sua stanza; fu tutta per
l'Aquilina, e nulla per me.
Infatti, per quanto volessi
illudermi, mi fu forza riconoscere che in quanto all'amore della giovinetta per
me i suoi sospetti non andavano lontani dal vero. Per qual incantesimo non me
ne fossi accorto non ve lo saprei dire: e arrabbiai della mia sciocchezza della
mia ingenuità. Mi provai anche a volgere contro l'Aquilina qualche parte di
questa rabbia, ma non ne fui capace. Dopoché ella indovinò quanto fra me e la
Pisana era avvenuto, ella assunse verso di me un contegno così supplice
vergognoso che mi tolse ogni coraggio. Pareva mi chiedesse perdono del male
involontariamente commesso; e la vidi talvolta adoperarsi presso la Pisana per
rabbonirmela. Si studiava perfino di sfuggirmi, di fare con me la stizzosa
perché non si avvedessero di quanto succedeva nel suo cuore, e la concordia
rinascesse in mezzo a noi. Bruto, che fin'allora era andato in solluchero per
l'allegra vita che si menava, scoperse con rammarico quei primi segni di
dissapore e di trasordine, non ne capiva gran fatto ma gliene doleva all'animo.
Ne mosse anche parola a me, ma io mi ritraeva burbanzoso, stringendomi nelle
spalle; altro motivo di disgusto e di sospetto. L'Aquilina intanto ci perdeva
nella salute; il fratello se ne inquietò; furono chiamati medici che
fantasticarono molto, e non indovinarono nulla. La Pisana mi stringeva sempre;
io mi rammoliva. Alla fine, non so come, mi lasciai sfuggire dalla bocca un sì.
Bruto fu meravigliatissimo della
proposta fattagli dalla Pisana, ma dietro reiterate assicurazioni di questa e
che tutto fra me e lei era terminato di spontaneo accordo e che l'Aquilina
moriva per me, egli se ne persuase. Se ne fece parola alla giovinetta, che non
volle credere dapprincipio, e poi ne smarrì i sentimenti per la consolazione.
Ma poi all'abboccarsi con me rimase senza fiato e senza parola; la poverina
presentiva che io me le offeriva trascinato a forza e non aveva coraggio di
chiedermi un tal sacrifizio. Lo credereste che la sua attitudine finì di
commovermi affatto, e che sentii d'un subito nel cuore l'annegazione stessa
della Pisana?... Mi parve di salvare la vita d'una creatura angelica a prezzo
della mia, e la coscienza di questa valorosa azione diede al mio aspetto la
serena contentezza della virtù. All'Aquilina non parve vero: in prima stentava
a credere quello che la Pisana le aveva dato ad intendere, che cioè noi due non
ci eravamo amati mai altro che come buoni parenti, ma poi vedendomi presso di
lei calmo affettuoso e alle volte perfino felice, se ne capacitò. Allora non
pose più freno agli slanci di gioia dell'anima sua, e mi convenne esserlene
grato se non altro per compassione.
Vedere quell'ingenua creatura
rifiorir allora come una rosa inaffiata dalla rugiada, e risorgere sempre più
bella e ridente ad un mio sguardo ad una parola, fu lo spettacolo che mi
innamorò non forse di lei, ma di quell'opera miracolosa di carità. La Pisana
non capiva in sé pel contento di questi felici effetti, e la sua gioia talvolta
m'incaloriva in una virtuosa emulazione, tal'altra mi cacciava nel cuore la
fitta della gelosia. Oh qual tumultuoso vortice d'affetti s'ingroppa e si
sprofonda fra le piccole pareti d'un cuore! Anche allora io diedi prova di
quell'estrema pieghevolezza che impresse molte azioni della mia vita d'un
colore strano e bizzarro, per quanto la mia indole tranquilla e riflessiva mi
allontanasse dalla stranezza e dalla bizzarria. Ma la stravaganza era di chi mi
conduceva pel naso; benché poi non possa dire se in quell'occasione adoperai
male lasciandomi condurre, o se meglio avrei fatto di inspirarmi da me e di
prendere qualche deliberazione contraria. Certo i miei sentimenti, lo dico
senza adulazione, toccarono allora l'ultimo segno della generosità; e me ne
maraviglio senza pentirmene. Pentirsi d'una azione buona e sublime, per quanto
danno ce ne incolga, è sempre atto di gran codardia.
Meglio è contarvela in poche parole.
Per la Pasqua del milleottocentosette si stabilirono le nozze. La Pisana fu
tanto accorta da farsi invitare dallo zio monsignore a starne presso di lui
come governante. Io rimasi con Bruto e l'Aquilina e lo sposalizio fu celebrato
mio malgrado e a richiesta della Pisana con grande solennità. L'Aquilina,
poveretta, gongolava tutta e non toccava terra pel gran piacere, io mi sforzava
di godere della sua gioia, e posso credere di non averla almeno guastata. Alle
volte mi guardava indietro sorprendendomi di esser arrivato fin là, e non
comprendendo né il perché né il come; ma la corrente mi trascinava; se fu tempo
in cui credessi alla fatalità fu certamente allora.
Io sposai l'Aquilina. Monsignore di
Fratta benedisse il matrimonio; la Pisana fu matrina della sposa. Io mi sentiva
entro una gran voglia di piangere, ma non era senza qualche dolcezza quella
melanconia. Al pranzo di nozze non ci fu grande allegria; ma anco non rimasero
sui piatti molti avanzi. Monsignore mangiava come avesse vent'anni; io, vicino
a lui e un po' sbalordito dagli inopinati accidenti che m'intervenivano, lo
domandai non so quante volte della sua salute durante il pranzo. Mi rispondeva
fra un boccone e l'altro:
- La salute andrebbe a meraviglia se non
ci fosse questo benedetto scirocco! Una volta non era così. Te ne ricordi,
Carlo?...
Peraltro non pioveva da un mese; e
fra tutti i popoli d'Italia Monsignore era il solo che sentisse lo scirocco.
Alle mie nozze intervennero, ci s'intende, Donato colla moglie e i figliuoli,
il Capitano colla signora Veneranda, e il cappellano di Fratta. Un altro
commensale di cui forse vi sarete dimenticati fu lo Spaccafumo; il quale in
tanta confusione di governi e di avvenimenti che s'era succeduta, avea sempre
continuato ad amministrare la giustizia a suo modo; ma ad ogni anno passava
qualche mesetto in prigione e allora s'era fatto vecchio e ubbriacone. Le sue
prodezze erano omai più di parole che di opere; e i monelli si trastullavano di
stuzzicarlo e di fargli dire sui mercati le più strambe corbellerie. Egli
viveva si può dire di elemosina, e per quanto Bruto lo invitasse a sedere alla
mensa comune non ci fu verso di poterlo stanare dalla cucina, ove godette delle
nozze coi gatti coi cani e colle guattere. La sera gran festa da ballo: allora
si pensò più che agli sposi a darsi bel tempo, e la giocondità fu piena e
spontanea. Marchetto, sagrestano che pareva il diavolo vestito da prete,
grattava il contrabbasso, e in onta all'età con una tal furia da cavallante che
le gambe duravano fatica a tenergli dietro. La Pisana cercò di scomparir quella
sera alla muta; ma io m'accorsi del momento di sua partenza: i nostri occhi
s'incontrarono, e si scambiarono, credo, un ultimo bacio. L'Aquilina parlava
allora colla Bradamante ma rimase un momento svagata.
- Cos'hai? - le chiese la sorella.
- Nulla, nulla - rispose tramortita
la novella sposa. - Non ti pare che qua dentro si affoghi dal caldo?...
Io udii quelle parole benché
pronunciate a bassissima voce; e non pensai più che a compiere i nuovi doveri
che mi era imposto. Fui gentile, amoroso coll'Aquilina fino al finir della
festa. E poi?... E poi m'accorsi che in certi sacrifizi la Provvidenza, forse
per retribuirne il merito, sa mettere qualche discreta dose di piacere. L'innocenza,
la leggiadria di mia moglie vinsero affatto la causa; e feci assoluto
proponimento di mostrarmele sempre buon marito. «Quello che è fatto è fatto»
pensai «il da farsi facciamolo bene…».
Non credo che l'Aquilina s'accorgesse
nemmeno durante i primi giorni dello sforzo indurato per dimostrarle
quell'ardenza d'amore che infatti io non sentiva. Ma a poco a poco m'abituai a
volerle bene in quel nuovo modo che doveva; non durai più tanti sforzi; e se
sospirava ripensando al passato, trovava che anche senza molta filosofia si
poteva accontentarsi del presente. Le opere buone sono una gran distrazione.
Quella di far felice mia moglie mi occupò tutto, e mi vidi dopo un solo mese
più buon marito di quanto non avrei mai osato sperare.
La Pisana fu testimone di questo mio
interno mutamento. Persuaso che quel suo grande ma troppo facile sacrifizio a
favore della Aquilina non potesse spiegarsi che con un sensibile raffreddamento
del suo amore per me, non mi diedi briga per nasconderle l'agevolezza ch'io
trovava maggiore d'ogni speranza nel rassegnarmi a portare la mia parte di
sacrifizio. Sperava che vedendomi meno malcontento avrebbe avuto minor rimorso
della tirannia con cui aveva fatto violenza alla mia volontà. Sulle prime ella
la capì per questo verso; ma i giorni passavano e nelle frequenti visite che ne
faceva andava sempre più oscurandosi in viso; e quelle congratulazioni che
recava negli occhi della mia bravura si cambiarono a poco a poco in sospetti ed
in stizza. Io credeva non mi trovasse abbastanza premuroso presso l'Aquilina e
raddoppiava di zelo e di buona volontà; ella invece s'ostinava nel suo broncio,
ed anche con mia moglie non si mostrava più tanto affettuosa come dapprincipio.
Un mattino capitò a casa nostra tutta scalmanata che Bruto e l'Aquilina erano
fuori per non so qual motivo. Senza aspettare neppure ch'io la salutassi mi
chiuse la bocca con un gesto.
- Tacete - mi disse - ho fretta di
sbrigarmi. Voi adesso vi amate: non avete più bisogno di me. Torno a Venezia.
Io non voleva rispondere, ma ella non
me ne lasciò il tempo. Mi gridò nell'uscire che salutassi mia moglie e il
cognato: indi rimontò nel calessino col quale era venuta accompagnata dal
cappellano di Fratta, e per correre che facessi non mi venne fatto di
raggiungerla. Un'ora dopo, quand'io capitai al castello era già partita né si
sapeva se per la strada di Portogruaro o di Pordenone colla carrettella
dell'ortolano. Fui imbrogliatissimo di dar ragione all'Aquilina e a Bruto d'una
sì precipitosa partenza, ma ebbi la felice idea d'inventar la favola d'una
malattia improvvisa della signora Contessa; e fui creduto senza fatica. Allora
non felice né immemore ma tranquillo e rassegnato mi rimisi alla mia vita di
organista e di marito. L'Aglaura e Spiro scrivevano sempre più maravigliati di
quella mia improvvisa conversione; io rispondeva celiando che Dio m'avea
toccato il cuore: ma sovente si scrive quello che non si sente.
I mesi correvano via semplici,
laboriosi; sereni come quei cieli d'autunno nei quali il sole abbellisce la
natura senza scaldarla.
L'Aquilina, tutta mia, si rivestiva
ogni giorno di nuove grazie di nuovi pregi per piacermi; la riconoscenza per un
amore così nobilmente dimostrato m'inchinava sempre più verso di lei, e rendeva
sempre più rari i rimpianti del passato. Il cuore volava ancora talvolta; ma
quando la mente instituiva confronti le conveniva confessare che l'Aquilina era
la più amabile e la più perfetta fra quante donne io m'avessi mai conosciuto. A
lungo andare i giudizi della mente hanno qualche influenza sugli affetti d'un
uomo di trentaquattr'anni. Quando poi m'avvidi ch'ella era incinta, quando mi
strinsi fra le braccia il fantolino più robusto e più roseo che m'avessi mai
veduto e sentii commoversi le mie viscere di padre, e di questa consolazione
dovetti confessarmi debitore a lei, allora non seppi più chi mi fossi;
ringraziai quasi la Pisana di avermi sforzato a quello strambo spropositato
matrimonio. Peraltro la mia memoria non era né morta né ingrata. Io voleva
avere sovente notizie da Venezia, e sapendo che la Pisana accasata colla Clara
presso suo marito non d'altro si occupava che di curare le infermità di questo,
mi uscirono da capo certi giudizi temerari che aveva fatto sulla sua fuga dal
Friuli. S'ella fosse stata arrabbiata contro di me, non ne avrebbe dato segno a
quel modo. Io conosceva per pratica le vendette della Pisana. Intanto anche
lontano non cessava di esserle utile. Avea rimesso in buon sesto
l'amministrazione di quei pochi coloni che dipendevano ancora dal castello di
Fratta, e regolato l'esazione di molti livelli. Le entrate crebbero del trenta
per cento. Monsignore poté mangiare qualche cappone che non era gallo, e il
conte Rinaldo, malgrado la sua selvatichezza, m'ebbe a ringraziare dell'essermi
adoperato a loro pro' senz'essere richiesto, e con tanta efficacia.
Vi prenderà stupore e noia che la mia
vita per qualche tempo così capricciosa e disordinata riprendesse allora un
tenore sì quieto e monotono. Ma io racconto e non invento: d'altra parte è
questo un fenomeno comunissimo e naturale nella vita degli Italiani, che
somiglia spesso al corso d'un gran fiume calmo lento paludoso interrotto a
tratti da sonanti e precipitose cascate. Dove il popolo non ha parte del
governo continuamente, ma se la prende a forza di tanto in tanto, questi sbalzi
queste metamorfosi devono succedere di necessità, perché altro non è la vita
del popolo se non la somma delle vite individuali. Per questo io girai alcuni
anni lo spiedo, fui studente e un po' anche cospiratore; indi tranquillo
cancelliere, poi patrizio veneto nel Maggior Consiglio e segretario della
Municipalità: da amante spensierato di tutto mi mutai di colpo in soldato: di
soldato in ozioso un'altra volta, poi in intendente e in maggiordomo: finii a
maritarmi e a sonar l'organo.
In questo perpetuo su e giù, se salii
o scesi lo direte voi: io per me so che ci consumai trentaquattr'anni, quegli
anni nei quali vissi tutto per me. Dopo, la famiglia i legami i doveri precisi
e materiali s'impadronirono de' miei sentimenti. Non fui più il puledro che
scorazza pei paludi saltando fossati e sforacchiando fratte, ma il cavallo
bardato che tira gravemente o la carrozza d'un cardinale o il carretto della
ghiaia. Ma non vi spaventate; non mancheranno terremoti e rovesciate per
tornare in libertà il cavallo e fargli riprendere una matta corsa attraverso il
mondo. Solamente ora sono sicuro di non correr più; ma ho, vi ripeto, come
Monsignore, lo scirocco degli ottant'anni nelle gambe.
Mentre io mi faceva dì per dì sempre
più casalingo e campagnuolo, e al mio piccolo Luciano che già trottolava nel
cortile aggiungeva un secondo fanciulletto cui misimo nome Donato in onore
dello zio che gli fu padrino, nel mondo strepitavano le glorie guerresche di
Napoleone. Vinceva la Prussia a Jena, l'Austria a Wagram; s'imparentava colle vecchie
dinastie, e signore dell'Europa chiudeva il continente all'Inghilterra e
minacciava il mezzo asiatico impero degli Czar. L'Italia, tutta in suo pugno
sbocconcellata a capriccio, aveva tuttavia ritto a Milano lo stendardo
dell'unità. Si avvezzavano a guardar quello, e Napoleone piuttosto nemico che
protettore, per la sua ambizione smisurata e noncurante di storia o di popoli.
Ma quando la spada dataci da lui fosse caduta a terra chi avrebbe osato
impugnarla? A questo non pensavano. Si credevano forti, non sapendo che la
forza riposava sopra il colosso e con lui si sarebbe fiaccata. Di cento che
armeggiavano uno solo pensava, e agli altri novantanove sarebber cadute le armi
e le braccia nel maggior cimento. Io non era spettatore, ma indovinava. Spiro frattanto
scriveva lettere sempre più animate e misteriose; e ben m'accorgeva che qualche
sublime idea fermentava nell'anima del greco mercante. Rigas il poeta aveva
fondato la prima Eteria; e ottenutone per ricompensa il tradimento dai
cristiani naturali alleati e il palo dai Turchi. Una seconda congiura si ordiva
in Italia a profitto dei Greci, protetta da Napoleone. Sognavano di
contrapporre al nuovo Carlomagno un nuovo impero di Bisanzio. Ed erano sogni,
ma raccendevano le ceneri non mai spente dei greci vulcani e si cantava fra le
montagne dei Mainotti:
«Un fucile una sciabola e s'altro
manca una fionda, ecco l'armi nostre.
«Io vidi gli agà prosternati a' miei
piedi; mi chiamavano loro signore e padrone.
«Io avea rapito loro il fucile, la
sciabola, le pistole.
«O Greci, alto le fronti umiliate!
Prendete il fucile la sciabola la fionda. E i nostri oppressori ci nomeranno
ben presto loro signori e padroni.»
Fra le orde selvagge degli Albanesi e
le tribù pastorecce del Montenegro, ove è un insulto dire: - I tuoi son morti a
lor letto! - serpeggiava il fuoco dell'entusiasmo. Alì Tebelen trionfava colla
crudeltà e colla perfidia ma gli esuli dell'Ellade inspiravano a tutta Grecia
il disegno di terribili rappresaglie. Quella non si manifestava ancora ma era
forza verace; forza invincibile d'una nazione che ha meditato da lungo la
propria sventura, ha accumulato gli insulti e aspetta paziente il momento della
vendetta. Il vecchio Apostulos partì un'ultima volta per la Morea; la speranza
di rigenerare la Grecia colla politica dei Fanarioti era svanita; egli si
volgeva a speranze di guerra e di sangue coll'avidità del leone che si vede
strappata la preda quando appunto credeva di addentarla. La morte lo colse a
Scio, e Spiro me ne diede il tristo annunzio colle forti parole che gli ultimi
desiderii di suo padre sarebbero stati lo spirito d'ogni sua impresa. Egli
m'invitava sempre a trasferirmi colla famiglia a Venezia, ove diceva non mi
sarebbe mancato né decoroso sostentamento né occasione di esser utile a me ed
agli altri. Ma contento di quello che aveva, non arrischiava d'avventurar me e
soprattutto i miei in malcerti tentennamenti. Bruto leggendo qualche brano
delle lettere di mio cognato si mordeva le labbra, e pestava rabbiosamente la
sua gamba di legno. Io guardava l'Aquilina e il piccolo Donato che le pendeva
alla mammella: non poteva distogliermi da quella pace.
Successe la gran guerra dei moderni
giganti. Napoleone entrò in Germania con cinquecentomila uomini, diede la posta
a Dresda a imperatori e re più vassalli che alleati; e quando alcuni fra essi
gli erano annunciati, diceva: - Aspettino. - Voleva chieder conto allo Czar
della tiepida amicizia. Il mistico Alessandro chiamò all'armi la santa Russia,
oppose alla guerra dell'ambizione la guerra del popolo; e quella miserabile
cavalleria dei Cosacchi, come la chiamava Napoleone, fu il flagello e lo
sgomento dell'invincibile esercito. Giunse a Mosca, vincitore sempre: ne fuggì
vinto dal fuoco, dal gelo, dagli elementi insomma, ma non dagli uomini.
Quarantamila italiani insanguinarono delle proprie vene le nevi della Russia
per assicurare la ritirata agli avanzi dispersi della grande armata. Ma il
bollettino che annunziava l'immenso disastro conchiudeva: «La salute di Sua
Maestà non fu mai migliore.» Conforto bastevole alle vedove, agli orfani, alle
madri orbate della prole! Egli è a Parigi a levar nuovi eserciti a rincalorire
la devozione colla presenza, e il coraggio con nuove bugie. Ma la Francia non
gli crede, la Germania insorge, gli alleati tradiscono. Egli ricade a Lipsia;
abdica all'Impero di Francia al Regno d'Italia e si ritira all'isola d'Elba.
Allora si vide cosa fosse il Regno
d'Italia senza Napoleone, e a che i popoli sieno menati da istituzioni anche
maschie senza libertà. Fu uno sgomento una confusione universale: un
risollevarsi un combattersi di speranze diverse mostruose, tutte vane. A Milano
si trucida un ministro, si abbattono le insegne dell'antico potere, si gavazza
nella presente licenza non pensando al futuro. E il futuro fu come lo volevano
gli altri; in onta alle rispettose e sensate domande della Reggenza
provvisoria, in onta alle belle parole degli ambasciatori esteri. Il popolo non
aveva vissuto; non viveva.
Se io fossi costernato di questi
avvenimenti che mi scotevano dal mio torpore di padre di famiglia, e avveravano
quelle paure che da lunga pezza aveva concepito, non è d'uomo il dirlo. Dal
racconto di questa vita dovete già avermi conosciuto abbastanza. Sospirai per
me, piansi di disperazione per la patria, indi guardando alle sembianze
tenerelle dei figliuoli mi consolai e rividi un barlume di speranza. Eravamo
nati, si può dire, diciott'anni prima; ci voleva la scuola delle sventure per
educarci, e la vita dei popoli non si misura da quella degli individui; se noi
figliuoli s'aveva scontato la viltà dei padri, i figliuoli nostri forse
avrebbero raccolto la messe fecondata dal nostro sangue e dalle lagrime. Padri
e figliuoli sono un'anima sola, sono la nazione che non perisce mai. Così mi
affidava alla rigenerazione morale, non al viceré Beauharnais, né allo czar
Alessandro, né a lord Bentink, né al general Bellegarde.
A questo modo passano rapidi gli anni
come i mesi della giovinezza; ma non crediate che in effetto fossero tanto
veloci come sembra a raccontarli. Più il tempo è lungo a narrarlo e più forse
fugge rapidamente in realtà. A Cordovado i giorni erano tranquilli, sereni,
dolci anche se volete, ma la soverchia brevità non era il loro difetto. Le
lettere della Pisana assai rare dapprincipio diventarono mano a mano più
frequenti all'infuriare delle tempeste politiche; pareva che, immaginandosi
quanto ne doveva soffrire, ella s'affrettasse a porgermi il conforto della sua
parola. Mi diceva dei grandi schiamazzi che aveano fatto i Venchieredo
l'Ormenta e il padre Pendola coi suoi proseliti; delle belle cariche date ai
suoi cugini Cisterna, massime ad Augusto ch'era diventato di botto, credo,
segretario di governo; e d'Agostino Frumier che volendo ritirarsi dagli affari
ed essendo ricchissimo non avea sdegnato di domandare il quarto o il quinto di
pensione che gli competeva.
Molte, come vedete, furono le
porcherie; e non poteva essere altrimenti perché l'astinenza era la virtù dei
migliori, né si giungeva a fare di meglio. Peraltro il vecchio Venchieredo
osteggiato pel soverchio zelo avea perduto assai della sua influenza ed era
scaduto dai primissimi gradi fino a quello di direttore della Pulizia. Egli ne
sbuffava; ma non c'era rimedio. Servir troppo è servir male. Non era stato
furbo abbastanza. - Il Partistagno invece rimise il piede in Venezia colonnello
degli ulani; aveva sposato una baronessa morava, diceva, perché
somigliantissima ad una sua cavalla prediletta. Egli serbava ancora il suo
astio contro la famiglia di Fratta; e saputo che la Clara uscita di convento
abitava il Palazzo Navagero, si pavoneggiava sovente in grande assisa sotto le
finestre di quello sperando di darle nell'occhio e persuaderla a dire: «Gran
peccato quello di non averlo voluto ad ogni costo!». - Ma la Clara, diventata
miope a forza di aguzzar gli occhi nell'Uffizio della Madonna, non ci vedeva
più fin nella calle e non distingueva uno di que' pezzenti che fermano le
gondole, dal magnifico e spettacoloso colonnel Partistagno.
Fuvvi chi disse che anche Alessandro
Giorgi fosse passato dall'esercito italiano all'austriaco serbandosi il grado
di generale guadagnato alla Moskova, ma io non ci credeva. Infatti alcuni mesi
dopo mi giunsero notizie dal Brasile dove si era rifugiato e aveva trovato un
buon posto. Non si dimenticava di offrirmi la sua protezione presso l'imperatore
don Pedro; e mi diceva di aver trovato a Rio Janeiro parecchie contesse
Migliane che mi potrebbero fare ben altro che maggiordomo. Probabilmente egli
si dimenticava che ero organista ammogliato e con figli; pure mi aveva veduto
me e la mia famigliuola nel passare col principe Eugenio quando marciavano nel
milleottocentonove verso l'Ungheria. Ma in onta ai suoi quarant'anni il bel
generale si conservava alquanto libertino e smemorato.
Gli smorti anni seguenti non furono
che un melanconico cimitero. Il primo a traboccare fu il cappellano di Fratta,
indi toccò allo Spaccafumo; poi a Marchetto il cavallante, sagrestano e
sonatore di contrabbasso che morì colpito dal fulmine mentre scampanava durante
un temporale. Gli abitanti della parrocchia lo venerano anche adesso come un
martire. Durante l'anno della carestia e nel susseguente la morte fece man
bassa sulla povera gente; fu un sonare a morto continuo, e così se n'andò ma
non per colpa della carestia anche la signora Veneranda, lasciando il Capitano
vedovo per la seconda volta ma con settecento lire di usufrutto, il che lo
liberò dal pensiero di torsi una terza moglie. Ed anche noi in quell'anno
ebbimo a stringerci non poco; perché non si trovavano più né famiglie che
pagassero il ripetitore ai loro ragazzi né pievani che racconciassero organi.
Anzi le spese fatte in quell'anno furono il principio del nostro sbilancio che
poi s'aggravò sempre e mi condusse ai nuovi rivolgimenti che udrete in
appresso.
Non mi ricordo precisamente quando,
ma certo in quel torno il conte Rinaldo fece una gita nel Friuli: veniva per
denari e siccome non ne trovò, vendette ad un imprenditore i materiali della
parte più diroccata del castello. Io assistetti alla demolizione e mi parve al
funerale d'un amico; così pure il Conte non poté reggere allo spettacolo di
quella rovina, e toccati quei pochi quattrini se ne tornò a Venezia. Ve lo
richiamava anche la malattia di sua madre che cominciava a dar gravi timori.
Appena sgomberi i cortili delle pietre spaccate a forza di piccone e delle
macerie ragunatevi a montagne durante la demolizione, cominciò Monsignore a
sentir più molesto che mai lo scilocco. Una mattina ebbe uno svenimento durante
la messa, e dopo d'allora non uscì più della sua camera. Io fui a trovarlo il
penultimo giorno di sua vita, gli domandai del suo stato e mi rispose colla
solita solfa. Sempre quello scirocco ostinato!!... Tuttavia mangiava anche a
letto a doppie ganasce, e all'ultima ora aveva il breviario da un lato e
dall'altro mezzo pollastrello arrostito. La Giustina gli veniva domandando: -
Non mangia, Monsignore?... - Non ho più fame! - rispose egli con voce più fioca
del solito.
Così morì monsignor Orlando di
Fratta, sorridendo e mangiando com'era vissuto; ma almeno si avea cavata la
fame. Invece sua cognata, che gli andò dietro qualche mese dopo, farneticò fino
agli estremi di carte e di trionfi; morì sognando vincite favolose, collo
scrigno asciutto e con ogni sua roba al Monte di Pietà. I Cisterna dovettero
prestare qualche ducato al conte Rinaldo per farla seppellire, giacché né la
Clara né la Pisana avevano un ducato in tasca, e Sua Eccellenza Navagero si
commiserava sempre della propria povertà. Tutti se n'andavano, ma costui
batteva duro; segno che i miei ardentissimi voti di qualche anno addietro non avevano
ottenuto grazia presso Domeneddio. La Pisana mi partecipò con assai dolenti
parole la morte della madre; e in segreto mi raccontò anche una visita assai
impreveduta che avevano ricevuto. Una sera mentr'essa e la Clara recitavano il
rosario nella cappella di casa (questa poi dalla Pisana non me la sarei
aspettata), s'era annunziato un forestiero che chiedeva premurosamente di loro.
Un signore piccolo, magro, dicevano, folto di barba, cogli occhi lucentissimi
ad onta dell'età che sembrava di cinquant'anni e più, colla fronte molto alta e
nuda affatto di capelli. Chi può essere? chi non può essere?... Vanno in sala e
la Pisana riconosce più alla voce che alla figura il dottor Lucilio Vianello.
Era giunto sopra una nave inglese, sapeva della Clara tornata al secolo, e
veniva a chiederle per l'ultima volta l'adempimento delle sue promesse. La
Pisana diceva di aver avuto paura del dottore tanto era cupo e minaccioso; ma
la Clara gli rispose netto netto che non lo conosceva più, che si era sposata a
Dio e che avrebbe continuato a pregarlo per l'anima sua.
«Vi assicuro» così scriveva la Pisana
«che in quel momento lo sdegno il furore lo ringiovanirono di trent'anni; indi
si fece pallido pallido e prese un colore terreo di morte e l'aspetto d'un
ottuagenario. Partì curvo, barcollante, mormorando strane parole. La Clara si
fece il segno della croce, e m'invitò con voce posatissima a riprendere il
nostro rosario. Io soggiunsi che doveva riscaldar il brodo per mio marito, e me
ne dispensai; perché proprio quella scena mi avea fatto male. Non avrei mai
creduto che tanta passione covasse sotto quelle apparenze di ghiaccio, durando
invitta attraverso le vicende gli strabalzi i rivolgimenti d'una vita poco meno
che favolosa. Ve lo ricordate a Napoli e a Genova? Non pareva che si fosse
dimenticato affatto della Clara? Ce ne chiedeva egli mai novella? Mai! Certo mi
son convinta che a giudicar nettamente gli uomini bisogna aspettare che siano
morti. E voi pure, Carlo, soprastate a giudicar me finch'io non abbia raggiunto
la mia povera madre!».
Seguivano poi i soliti saluti e più
affettuosi del solito per l'Aquilina Bruto e i miei figliuoli, già grandicelli,
poverini, e pieni di cuore e di buona volontà. Mi si raccomandava inoltre di porre
una piccola pietra di commemorazione nel cimitero di Fratta per monsignor
Orlando; ma a ciò io aveva già pensato mesi addietro, e don Girolamo, a
dispetto del fratello notaio, mi avea prevenuto in questa pia opera. Quella
lapide portava un'iscrizione di cui si potevano perdonare le eleganti bugie,
perché già nessuno ci capiva nulla in paese. Peraltro un certo compare che
sapeva di lettere era giunto ad interpretarla fino ad un certo punto, dove si
diceva che il reverendo canonico era morto octuagenarius: il che
significava agli otto di gennaio, secondo lui. Ma molti si ribellavano,
soggiungendo che non agli otto di gennaio era morto ma ai quindici.
- Eh? cosa mai! - rispondeva il
valentuomo - vorreste che gli scalpellini badassero a queste minuzie? Giorno
più giorno meno, l'importante è che sia morto per incastrargli addosso la
lapide.
Io diedi contezza alla Pisana di
questo suo pietoso desiderio già adempiuto da un pezzo, lodandone molto don
Girolamo, il quale, benché non fosse né un Vincenzo di Paola né un Francesco
d'Assisi, pur sapea farsi perdonare dai poverelli di Portogruaro la roba mal
acquistata dal padre. - Non son tutti come il padre Pendola! - diceva io. Ella
mi rispose che a proposito del padre Pendola se ne contavano di belle.
Dappoiché il Papa aveva reintegrato la Compagnia di Gesù, egli s'adoperava
molto per ottenerne lo stabilimento in Venezia. Siccome il novello istituto
delle convertite non prosperava, si voleva ottenere dal consenso delle poche
suore rimaste e colla debita licenza dei superiori di erogarne le entrate al
primo impianto d'una casa e d'un collegio di novizi. Peraltro il governo pareva
alieno dal favoreggiare quest'idea; anzi l'avvocato Ormenta, che la
caldeggiava, era in voce di dover essere giubilato.
Da questa notizia io capii tutto il
maneggio di quella faccenda e come quei dabben sacerdoti primi fondatori
dell'istituto fossero stati ubbidientissimi burattini nelle mani del padre
Pendola. Ma già anche per costui poco dovea durare la cuccagna; infatti morì
anch'esso senza vedere i reverendi Padri stabiliti in Venezia. Buoni e tristi,
tutti alla lunga dobbiamo andare. Al padre Pendola non mancarono né epitaffi né
satire né panegirici né libelli. Chi voleva canonizzarlo e chi seppellirne in
acqua il cadavere. Egli avea supplicato, morendo, quelli che lo assistevano di
essere dimenticato come un indegno servo del Signore; né credeva che lo
avrebbero ubbidito così appuntino. Dopo una settimana non se ne parlava già
più, e di tanta ambizione null'altro era rimasto che un vecchio e marcio
carcame ravvolto in una tonaca e inchiodato fra quattro assi d'abete. Nemmeno
gli avean lustrato la cassa come si usa ai morti di rilievo! Che
ingratitudine!... In fin dei conti poi credo che la Curia patriarcale fu
contenta di essere liberata dal pericoloso aiuto d'un sì furbo zelatore della
gloria di Dio e dei proprii interessi.
Uscivano i vecchi attori, entravano i
nuovi. Demetrio Apostulos, il primogenito di Spiro aveva vent'anni; Teodoro, il
secondo, toccava i diciotto. I miei due stavano fra i dieci ed i dodici. Donato
ne aveva tre, fra i sedici e i ventidue, tre robusti giovinotti davvero, che
guai se fossero stati in età al tempo delle ultime leve napoleoniche!... Allora
si continuava bensì anno per anno la coscrizione, in onta ai largheggianti
proclami della Santa Alleanza; ma facilmente si concedevano gli scambi, e colla
pace che si prevedeva lunghissima e profonda, molti infingardi concorrevano
volentieri ai ben pasciuti ozii della milizia. La giovine generazione accennava
all'antica di ritrarsi; poteva anche accennare superbamente, come poco contenta
di noi; non avrebbe avuto il torto. Ma al contrario ci ammirava come aiutatori
e testimoni di grandi imprese, di generosi tentativi, di incredibili portenti:
pareva ci dicesse: «Dirigetemi, acciocché non cada dove voi siete caduti!.. ».
Ci voleva altro che direzione; ci voleva nerbo e non ne avevamo più; ci
abbisognava la concordia, e avean saputo renderla impossibile.
Al milleottocentodiciannove durava in
Europa quell'inquietudine nervosa che dura in un corpo dopo la corsa sfrenata e
trafelante di alcune ore; idee chiare, sentimenti generosi e universali non
erano più, se non forse in qualche testa segregata dalla folla per indolenza,
per disdegno, per disperazione. Anche dove i popoli per sentimento nazionale
avevano cooperato alla reazione contro la Francia, la ingratitudine premeditata
dei grandi e la varia diffidenza dei piccoli mettevano ogni cosa a subbuglio.
Credevano di tirar innanzi una grande impresa di libertà; invece non avevano assicurato
che l'interesse di alcuni sommi a scapito di molte vere franchigie. E questo
avveniva specialmente in Germania. Da noi invece, malcontenti del passato,
perché passato senza lasciarci quella grassa eredità che s'aspettava,
malcontenti del presente, perché somigliava una crudele canzonatura, i più
s'adagiarono a vivacchiare, come si dice, a imbottirsi un guscio, a fornir la
cucina. L'esperienza aveva indotto una grandissima disparità d'opinioni; perciò
anche i pochi bene avveduti non ne speravano nulla o speravano troppo lontano.
Solamente coloro che si erano avvezzati a quella meravigliosa attività e non
potevano distogliersene a rischio anche di lavorare per nulla, guardavano
ansiosamente alla Spagna dove ferveva lo spirito liberalesco. Esclusi dal maneggio
degli affari, il talento di comandare, invincibile e legittimo negli operosi ed
assennati, li traeva, come dissi, alle società segrete. Dalle Calabrie i
Carbonari aprivano le loro vendite per tutta Italia e davano mano ai
democratici di Francia, ai progressisti di Spagna. La vecchia razza latina
ringiovanita dall'immaginazione e dal sentimento si gettava col suo impeto
naturale nella battaglia dei tempi. Di là dal mare rispondeva la Grecia, meno
avanzata in civiltà, ma più matura all'indipendenza per consentimento del
popolo e per armonia d'opinioni. Il grido disperato di libertà che la vendetta
di Alì Tebelen volse ai Greci, prima suoi nemici, risonò in tutti i cuori,
dalle fumanti rovine di Parga alle rive melodiose di Sciro. I congressi degli
alleati avevano posato un gran masso di ghiaccio sul cuore dell'Europa; ma il
fuoco sprizzava all'estremità; muggivano minacciose le viscere della terra.
Fu sullo scorcio del
milleottocentoventi che, essendosi immiserite d'assai le nostre condizioni, e
venendomi da Spiro buone speranze di aver pagamento del mio famoso credito di
Costantinopoli, deliberai andarne a Venezia per abboccarmi secolui. Già fino
dal luglio i Carbonari avevano improvvisato la rivoluzione di Napoli,
ricavandone pel paese una larghissima costituzione; ma il re Ferdinando era già
ito al Congresso degli Alleati in Troppau ove non istava più tanto in parola
colle libere note ad essi inviate da Napoli. Laggiù si armavano contro la
tempesta che s'addensava a settentrione. Una mia gita nel Regno era, secondo
Spiro, necessaria per cercar l'atto di morte di mio padre, senza del quale il
governo turco non intendeva saldare le sue cedole. Dovendo trovar testimoni, e
richiamar loro alla mente circostanze dimenticate forse per la lontananza, un
tal negozio non poteva trattarsi per lettera. Questo fu il motivo di ottenere
il passaporto; del resto era incaricato d'altre bisogne abbastanza delicate per
non poterlesi dire a voce alta. Appoggiai la famiglia a Spiro che sarebbe
andato a visitarla durante la mia assenza; e partii senza rincrescimento perché
la mia discreta conoscenza delle cose napoletane mi faceva obbligo di prestarmi
dove poteva; e questa circostanza avendo richiamato gli occhi sopra di me, non
volli demeritare dell'altrui fiducia per privati riguardi, benché forse io
vedessi più scuro di ogni altro nelle rosee lusinghe di quel tempo.
Del resto a Venezia vidi, come potete
credere, la Pisana. In verità che ne rimasi maravigliato. Io mi guardava
qualche volta allo specchio e sapeva come i quarantacinqu'anni mi si leggessero
comodamente sulla fisonomia; ella all'incontro mi parve essere più giovine di
quando l'avea lasciata; una maggiore rotondità di forme aggiungeva dolcezza
alla sua idea di bontà, ma erano sempre i suoi occhi languidi, infuocati,
voluttuosi, il suo bel volto fresco ed ovale, il suo collo morbido e bianco, il
suo andare saltellante e leggiero. Aveva un bel che fare ad accordarsi colla
monacale rigidezza della Clara, un bel dirmi che facevano vita santa insieme,
io la vedeva sempre la mia Pisana d'una volta; e basta!... ma se non avessi
avuto moglie!!... Tanto più mi maravigliai di questa sua ottima salute perché
bisognava loro, si può dire, guadagnarsi il vitto colle proprie mani; non
bastando a pagare i medici e le medicine i pochi quattrini che stillavano a
fatica dalle mani aggranchite del Navagero. Costui nella breve visita che gli
feci si lodò molto della moglie, ma non mi vide, credo, con molto piacere, per
la gran paura che gliela portassi via.
- Lo creda, signor Carlo - mi disse -
che se mi scappasse via la mia infermiera io ne morrei il giorno dopo!
- Eh, vecchio, lo sai pure che si
vuol maggior bene ai malati che agli amanti noi altre donne! - gli rispose la
Pisana.
Il malato strinse la mano a lei ed a
me; e li lasciai promettendo che presto nel ripassar da Venezia ci saremmo
riveduti. Ma la Pisana mi si dimostrò anche nei commiati assai fredda e
contegnosa come si conveniva ad una santa.
La sera prima di partire vidi in
Piazza il colonnello Partistagno colla moglie; in verità aveva proprio ragione:
quella sua baronessa somigliava proprio una cavalla; tanto aveva lunghe le
braccia le gambe il muso. Tuttavolta Raimondo Venchieredo le faceva la corte.
Costui mi vide appena che s'imbucò nella stanzuccia più scura del caffè Suttil
a leggere attentamente la Gazzetta. Era invecchiato, livido, brutto come un
vizioso marcio; né io credo che se la guazzasse molto largamente dappoiché suo
padre insieme coll'Ormenta aveva avuto la giubilazione a metà soldo. Questi due
decrepiti finivano assai male la loro vita subdola e ladronesca; ma l'avvocato
stava a miglior partito perché suo figlio era allora a Roma, dicevasi, in
missione diplomatica e ne aspettava grandissimo aiuto. Certo non piansi di
lasciar a Venezia una tal gentaglia; ma mi dolse che quando partii l'Aglaura
era piucchemai afflitta dal suo male di debolezza e di melanconia. Povera
donna! Chi avrebbe riconosciuto allora il bel marinaio che m'aveva accompagnato
da Padova a Milano al tempo della Cisalpina!
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