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Come io cooperassi a risvegliare
in Venezia qualche attività commerciale, principio se non altro di vita, e come
il maggiore de' miei due figli partisse con lord Byron, per la Grecia. Un
duello a cinquant'anni per l'onore dei morti. Viaggio di nozze a Napoli di
Romania e funebre ritorno per Ancona nel marzo del 1831. La morte mi toglie il
mio secondogenito e fa man bassa sopra amici e nemici. Essa trova un potente
alleato nel cholera. Un collegiale di sessantacinque anni.
Si sanno le cagioni per cui è caduta
Venezia: e quelle cagioni stesse fecero sì, che neppur potesse rialzarsi
all'attività della vita materiale. Il destino vi ebbe la maggior colpa,
perocché il torpore medesimo del governo e l'infiacchimento del popolo
derivarono dalla chiusura di quelle vie, per le quali si esercitava con massimo
buon frutto l'attività sì dell'uno che dell'altro. Che colpa ci ebbero i Veneziani
se Colombo e Magellano crearono nuovi commerci a profitto d'altre nazioni, e se
Vasco di Gama aperse nuovi scali alle merci dell'Oriente? I Veneziani durarono
audaci e meravigliosi mercanti finché fu loro possibile vendere le merci dei
paesi lontani con benefizi maggiori degli altri concorrenti; serbarono
abitudini e forze guerresche finché quel vasto e ardito commercio abbisognò
d'una poderosa tutela. Cessato l'incentivo dell'utile, cessò il naturale
richiamo alle antiche e gloriose tradizioni; cessarono le spedizioni ormai
troppo costose e poco proficue al Mar Nero ed alla Siria, dove si scambiavano
le manifatture europee colle merci della Moscovia, dell'India e della China
portate dalle carovane; cessò lo spirito militare che in essi come negli Inglesi
altro non era che un difensore della prosperità commerciale.
Così fu tolta a Venezia ogni ragione
d'esistenza ed ogni azione nella civiltà. Continuò a vivere per consuetudine, per
accidente, come diceva il doge Renier; tuttavia tre secoli di decadenza lenta
onorata e quasi felice diedero un'altra e solenne prova dell'antica potenza di
Venezia e delle virtù immedesimate nel suo governo e nel suo popolo da tanto
tempo di glorioso esercizio. Se la Repubblica di San Marco fosse entrata a
parte vigorosamente e costantemente nella vita italiana durante il Medio Evo,
forse allo scadere de' suoi commerci avrebbe trovato nell'allargamento in
terraferma un nuovo fomite di prosperità. Invece nelle provincie italiane ella
comparve ancora più da commerciante che da governatrice; non erano membra
integranti del suo corpo, ma colonie destinate a nutrire il patriziato
regnante, spoglio dei soliti mezzi di alimentare la propria ricchezza. Furono
accorti politici e soldati non per assodare e dilatare oltre il Po ed il Mincio
l'influenza del governo, e prepararsi un futuro italiano, sibbene per difendere
le loro proprietà, come lo erano stati dapprima in Crimea e nell'Asia Minore
per proteggere gli empori mercantili. Da ciò, siccome per abitudine di
rispetto, o per necessità di equilibrio, o per merito delle prudenti
transazioni, gli altri governi li lasciarono godere in pace quei possedimenti
commerciali, cessò poco a poco ogni necessità di tutela armata, e contenti di
cancellare una partita sulla pagina del dare, i Veneziani affidarono unicamente
al proprio accorgimento e alla discrezione altrui la sicurezza del dominio.
Forse se al tramutarsi di mercatanti
in proprietari e di marittimi in continentali, un'arida fazione o un capo
fortunato dell'aristocrazia avesse cercato anche di cambiare l'indole del
governo di utilitaria in politica, la fortuna di Venezia avrebbe corso qualche
maggior rischio, ma racquistato insieme un argomento ed un titolo di futura
grandezza, ove le fosse venuto fatto di sormontare vittoriosamente quella nuova
esperienza. Si sarebbe rimediato con un nuovo congegnarsi delle forze nazionali
al vecchio difetto di scarsa partecipazione al movimento italiano. Mancò a ciò
l'opportunità, o la forza, o la mente. Venezia, come ebbi campo a dire in
addietro, rimase una città del Medio Evo colle apparenze d'uno Stato moderno.
Ma le apparenze non durano a lungo; e poiché non aveva voluto o potuto diventar
nazione, le convenne per forza scadere alla condizione di semplice città. Così
nell'economia politica come nella fisiologia medica. Bisogna deprimere e
ridurre un corpo invaso da umori corrotti a quella parsimonia naturale, onde
poi risorga ordinatamente alla piena salute.
Venezia in quei primi rivolgimenti
che le tolsero ogni appiglio in terraferma, chiudendole piucché mai le vie
insuete del mare, rimase a dir poco in fil di morte. Quando poi tornò la pace,
e il mare le fu sbloccato dinanzi, le forze erano sì misere da non poter
competere con quelle degli altri porti che s'erano anzi ringagliardite durante
la sua indolenza. «Rive opposte, animi contrari» dice un proverbio inglese.
Trieste entrava in lizza arditamente, spalleggiata dal commercio viennese e
cogli aiuti del governo che o disperava o non si curava di richiamare
l'attività veneta al campo primitivo de' suoi trionfi. Venezia si chiudeva
melanconica e dolorosa fra le moli marmoree, come il principe scaduto che si
rassegna a morire d'inedia per non tender la mano.
Infatti dopo essersi atteggiata fino
agli ultimi tempi come protettrice d'Europa contro i Turchi, dover chiedere
altrui armi e denaro per mandare quattro stambecchi a caricar fichi a Corfù,
l'era un gran boccone amaro da ingoiare. Si stette dunque, ma non si sapeva
bene se rimuginando il passato, o maturando un futuro. «Prima che la statistica
aprisse i suoi registri» disse un ottimo pubblicista «ciascun paese credeva
d'essere quello che avrebbe voluto essere.» I Veneziani anche nel
millesettecento ottanta si reputavano i naturali rintuzzatori della prepotenza
mussulmana, perché l'ammiraglio Emo con una dozzina di galee avea tentato
gloriosamente qualche rappresaglia contro Tunisi. Era omai l'unica scusa di
loro esistenza e si incaponivano a crederla vera. Quando poi la terribile
riprova statistica d'una guerra generale mise in mostra i duecento vascelli d'Inghilterra
e i quattordici eserciti di Francia; e la fine strozzata di quella lotta
titanica confermò se non altro la nullità politica di Venezia, e che l'Europa
non abbisognava omai di alcun freno contro i Turchi, e che se ancora ne
abbisognasse frenarli certamente non toccava a lei, allora essa cominciò a
stimarsi non quello che avrebbe voluto essere ma quello che era veramente. Se
questo primo esame di coscienza generò un frattempo di avvilimento fu indizio
di senno civile e di salutare vergogna. Non insultiamo a coloro che morti solo
da ieri già cominciarono a rivivere, mentre si onorano gli altri che con
grandissimo scalpore non son giunti a vivere che per la calcolata tolleranza di
tutti. Intanto io tornava a Venezia che quel torpore d'inerzia e di vergogna
era al suo colmo. Non commercio, non ricchezza fondiaria, non arti, non
scienze, non gloria, né attività di sorta alcuna: pareva morte, e certo era
sospensione di vita. Dovendo immischiarmi negli affari commerciali di Spiro mio
cognato, toccai con mano l'indolenza e l'infelicità di quelle funzioni sociali,
da cui la storia della Repubblica rilevava le sue più splendide pagine.
Mettermi a capo d'una riscossa, e ridestare una qualche operosità in quelle
forze irrugginite e stagnanti, fu mio primo pensiero. Poco si poteva tentare
perché quasi nulla si aveva; ma chi ben comincia è alla metà dell'opera.
Giudicai che Spiro non sarebbe stato alieno dal mio divisamento; né rifuggii
dall'arrischiare nel magnanimo tentativo il credito e le residue sostanze della
casa Apostulos. La guerra della Grecia l'avea spolpata del meglio, ma qualche
cosa rimaneva, e la fiducia dei corrispondenti avrebbe moltiplicato il valore
di quegli sparsi rimasugli. Ravvivare anzi creare lo spirito d'associazione
sarebbe stato il primo passo; e mi vi incuorava lo spettacolo della potenza
inglese di cui mi durava ancor fresca la maraviglia. Ma anche i giganti nascono
bambini. M'accorsi alle prime che m'avventurava in un sogno; e mi ritrassi a
tempo per non disperdere con un subito tracollo la buona volontà che già
s'accumulava in un tacito fermento.
Nostro errore, nostra disgrazia è di
misurare la vita d'un popolo da quella d'un individuo: lo dissi altre volte. Un
uomo solo può precedere il progresso nazionale non rimurchiarlo; perché l'esempio
suo sia utile conviene che sia facilmente imitabile e da molti, sicché si
allarghi e attecchisca nelle abitudini; allora il rimurchio vien da sé. Lo
spirito d'associazione, indizio di ravvicinamento e strumento di più vasta
concordia, va incoraggiato in ogni fatta d'intraprese; come educazione ad
analogo esercizio di altre operazioni, come fattore di confidenza e di
prosperità e d'altri mezzi generali di miglioria. Ma al suo perfetto sviluppo
si giunge per gradi: alla società di mille è proemio la fortunata società di
cento; e per insegnare a persuadere i cento, fa d'uopo che i venti i dieci o
cinque si uniscano, e coll'eloquenza dei fatti e delle cifre li convincano che
minore sarebbe stato l'utile comune e il singolo se cadauno avesse adoperato per
sé. Fermi in capo cotali principii, tornai al cimento, e li posi a regola dei
miei negozi, divisando di adoperarli alla vista di tutti non come argomenti di
prosperità pubblica ma di privata fortuna.
Infatti una prima società da me
instituita pel commercio di frutta secche, di vallonea, di olio, e d'altre
materie prime cogli scali del Levante e della Grecia, ebbe ottimo successo.
Aveva messo ogni mia cura nel non arrischiare e nell'allargarmi poco, perché
l'effetto corrispondesse più certo per quanto piccolo. Dopo il primo passo si
uscì se non altro da quella profonda sonnolenza. Altre società si formarono
simili alla nostra, e la concorrenza accrescendo l'attività dilatò le sue
intraprese e le arrischiò a maggiori pericoli colla lusinga di più grossi guadagni.
Infatti l'esperienza diede ragione il più delle volte a chi spingeva oltre;
dalla concorrenza fra noi, che cominciava a inceppare il proficuo sviluppo dei
singoli commerci, nacque la fusione di alcune piccole società in altre più
grandi. E queste rivaleggiarono coraggiosamente colle più forti e antiche
d'altri porti del Mediterraneo. I proventi erano certo minori, e perciò Venezia
non potea competere né con Marsiglia, né con Genova, né con Trieste: ma onesti
guadagni si ottenevano e la speranza succedeva all'avvilimento e l'operosità
all'inerzia. Sasso lanciato non si sa ove possa giungere: e se gli stranieri
non erano ancora adescati dalla prosperità di Venezia a stabilirvisi con i
propri capitali, almeno si aveva quanto bastava per muovere e fecondare le
forze paesane. Non era molto e sperava di più. Senza contare che cotali
intraprese fruttavano alla vecchia ditta Apostulos inusitati guadagni; e Spiro
non faceva altro che lodarmi pel grande aiuto che così recava a lui ed
all'indipendenza della Grecia.
Il commercio almeno per gli scambi
locali aveva ripreso un andamento naturale e ritrovato a poco a poco il suo
sfogo ragionevole nella gran valle del Po. Ma io non voglio farmi merito di
cotali successivi allargamenti: come il manovale che si gloriasse della bella
architettura d'un palazzo per averne egli gettato la prima pietra. Si generano
le grandi imprese come i grandi figliuoli, più per piacere proprio del momento
che per diretta intenzione. Io peraltro qualche intenzione ce l'ebbi, e perciò
mi do vanto di aver cooperato primo al qualunque siasi risorgimento del
commercio veneziano. Sibbene tutte queste magnificenze avvennero in seguito, e
mi tocca ora recedere ai primi mesi quando esse non mi vagolavano pel capo che
come lontane e forse infondate lusinghe.
Donato, il mio secondogenito, si
adattava facilmente ad aiutarmi nella nuova professione di commerciante; e
benché ragazzo affatto, per una sua acutezza mirabile d'ingegno mi giovava
assaissimo. Egli era un pazzerello così godibile, che quando mi si oscurava
l'anima di melanconia non aveva che a rivolgermi a lui per esser rischiarato.
Teneva ottima compagnia a sua madre; e frequentava molto con lei la casa del
conte Rinaldo di Fratta, ove dopo la morte del Navagero si era ridotta anche la
reverenda Clara. Il Conte era ancora registratore della Ragioneria del Governo
a un ducato al giorno, e non viveva che nell'ufficio e nelle biblioteche; ma la
Clara, avendo serbati i suoi vincoli d'amicizia colle sorelle smonacate di
Santa Teresa, gli avea tirato in casa buon numero di visitatrici. A poco a poco
intorno a quel primo nocciuolo s'erano appostati altri elementi di società:
patrizi di vecchio o nuovo conio, per la maggior parte persone che
rimpiangevano in fondo l'antico ordine di cose, e lodavano e facevano lor pro'
delle presenti per non esser costretti alle fatiche, e condannati all'inedia di
nuove rivoluzioni.
Donato osservava quegli stampi
originalissimi, e sapeva metterli in burla con qualche scontento di sua madre;
io invece me ne consolava vedendo che soltanto a ragione di lei si piegava a
trovarsi quasi tutti i giorni con quelle mummie, e che non ne avrebbe mai
imparato le sucide massime e la meschina ipocrisia. L'Aquilina dal canto suo
stringeva ogni giorno più le sue relazioni colla signora Clara, perché, diceva
ella, non si sapeva mai dove potesse condurci qualche mia ragazzata. Sopra
questa o simile parola nascevano per consueto i gran diverbi; ma io non vi
badava più che tanto, e sapendo che l'adoperava a fin di bene, lasciavala far a
suo modo. Altronde le antecedenze giustificavano abbastanza questa nostra
famigliarità coi Conti di Fratta; e non istava a me distoglierla da
un'osservanza che era imposta anche a me stesso dalla gratitudine. Maggiore
argomento di discordia ci era la condotta di Luciano, il quale anziché imitare
nell'arrendevolezza e nell'operosità il fratello minore, si buttava allo
scapato, non voleva sentire né ammonizioni né consigli, e quando lo si
rimproverava, massime sua madre, di non volersi occupare delle cose più utili alla
vita, rispondeva che, poiché non ci era vita, non capiva in che potessero
consistere quell'utile o quel disutile, e che egli vi trovava il suo conto o
bene o male a dimenticarsi di tutto.
- Bada, Luciano - lo ammoniva io -
bada che dimenticando tutto sopraggiunge poi il giorno che ci ricorda di
qualche cosa, e allora troppo tardi ci accorgiamo d'aver dimenticato di farci
uomini.
- A questo penso io - ripigliava egli
ricisamente. E non ismetteva nulla delle sue scapataggini, de' suoi stravizzi.
Sicché io più volte e con alquanta amarezza ebbi a beffarmi di sua madre che
avea preso una gran soggezione di quel suo ghiribizzo giovanile di andarsene in
Grecia. Altro che Grecia! Mi pareva che la conversazione delle bionde
veneziane, e il bicchierino di malvasia gli avessero cancellato dalla memoria
quei generosi poemi. Ma secondo l'Aquilina era questa pure mia colpa, ché,
lasciandolo padrone della fantasia, lo aveva avvezzato a non aver riguardo né
di padre né d'amici, e a formarsi una felicità a suo modo.
- Ieri era la Grecia - diceva ella -
oggi sono le scapestrataggini, domani sarà Dio sa che cosa! E tutto per avergli
detto bravo, per avergli lasciato le redini sul collo!
- Scusami - soggiungeva io - ma
quelle idee generose non bisognava soffocargliele come fossero vituperi. E tu
stessa ve lo avevi mirabilmente preparato col formargli un temperamento animoso
e robusto.
- Sì, sì, io m'era ingegnata di
allevarlo con buoni principii, ma non già perché tu ne abusassi col
lasciargliene tirare cotali conseguenze.
- Le conseguenze, ben mio, procedono
dritte dritte dalle cause.
- Massime peraltro quando trovano
aiuti che le indirizzino.
- Sai cosa ho da dire? Che se dalle
tre cause fossero venute quelle conseguenze che sperava io, ne avrei proprio
picchiato le mani dal gran gusto!
- Segno che hai sperato male, e che
malamente hai aiutato le tue speranze! Vedi a che belle conseguenze siamo
venuti! Tu ti ammazzi allo scrittoio, il nostro figliuolo più tenerello ci sta
anch'egli notte e giorno come un martire, il maggiore invece, l'eroe, batte i
bordelli e le taverne!
- Eh diavolo! Che ce ne ho colpa io?
Al postutto mi ricordo esser stato giovine.
- Ed io se avessi speso così
brutalmente la mia gioventù mi vergognerei di ricordarmene.
- Io ti dico che è un riscaldo e che si
ravvederà.
- Io ti torno a ripetere che è una
malattia, che si farà cronica se non attendi a rimediarvi presto.
Così si altercava fra di noi. Luciano
intanto stava fuori di casa le notti intere, e se lo si rimproverava faceva
peggio, e tirava calci come un puledro che non vuol essere domato. In mezzo a
cotali dissensioni una bella mattina quando non me lo sarei mai aspettato egli
mi capitò in camera pallido stralunato, a dirmi netto e schietto che la
settimana ventura sarebbe partito per la Grecia.
- A che farvi? - risposi io
beffardamente, ché non ci credeva più a quelle passeggiere tentazioni.
- A difendere Missolungi contro
Mustafà Bascià! - soggiunse egli.
- Ah ah! - ripresi coll'ugual tono di
scherno. - Mi congratulo vedere come tu sappia che vi sia nel Peloponneso un
Mustafà Bascià.
- Non lo sapeva - ripigliò coi denti
stretti Luciano - ma me lo disse lord Byron il quale anche lui è deliberato di
partir per la Grecia fra pochi giorni.
- E dove mai ti sei abbattuto in lord
Byron?
- Ti basti sapere che l'ho
conosciuto, ch'egli si è degnato parlarmi, e che mi prenderà per compagno della
sua andata in Grecia.
- Scherzi, Luciano, o sono sogni
codesti tuoi?...
- No, anzi, papà mio, parlo così
seriamente che nella prima lettera che scriverete agli zii, darete loro
contezza di questo mio divisamento.
- Or bene, se dici da senno, ripeterò
io stesso adesso quello che tua madre diceva or sono alcuni mesi. Hai proprio
una vera vocazione? Devi aver capito che in questo frattempo mi hai fornito
molti argomenti per dubitarne.
- Padre mio, son tanto sicuro che
questo mio proposito otterrà sanzione dalle opere di tutta la vita, che vi
chieggo fin d'ora perdono della mala stima che vi ho lasciato concepire di me,
e vi prego di esser generoso e confidente anticipandomi d'alcuni mesi la buona
opinione che mi darò poi cura di meritare. Perciò mi rivolgo tanto a voi come a
mia madre.
- Vi penseremo, Luciano. Intanto
impara a maturar bene le tue idee e a diffidare, massime quando ne hai non
poche ragioni.
Egli non rispose verbo, mostrandomi
col suo contegno che di tutto avrebbe diffidato fuorché della saldezza di quel
suo divisamento. E infatti io ne maravigliai; ma per quanto lo tentassi in una
maniera o nell'altra egli rispondeva queste sole parole: - Ho capito che a
questo mondo si ha il dovere di vivere a vantaggio di qualcuno; adunque vi
prego, lasciatemi vivere! - Sua madre strepitò di questo disegno sul quale
pochi mesi prima sembrava affatto indifferente; ma ne ottenne nulla del pari.
Luciano stette fermo nel voler partire; e non aspettava altro che un cenno di
lord Byron per imbarcarsi con esso lui. Io conosceva il famoso poeta di nome e
di fama; lo aveva anche veduto due o tre volte in qualche sua rara apparizione
sotto le Procuratie, giacché da molto tempo egli pareva aver adottato per
patria l'Italia ed in special modo Venezia. I poeti sono come le rondini che
volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine. Quell'accostarsi di Luciano
alla generosa disperazione del sublime misantropo non mi garbava gran fatto;
temeva che ne nascesse qualche somiglianza di passioni, che cioè la grandezza e
la nobiltà dell'impresa fosse il minor incentivo a tentarla, e che in lui
potesse l'ambizione come il fastidio dei piaceri nel torbido lord. Luciano era
assai giovinetto, facile perciò a rimaner abbagliato da quell'apparenze di
sublimità mefistofelica che in fin dei conti non servono ad altro che a
nascondere un'assoluta impotenza di comprendere la vita e di raggiungerne lo
scopo. Bensì era impossibile che così fanciullo agognasse sinceramente questa
sterile filosofia del disprezzo, e se ne imitava il corifeo, non poteva essere
che per vaghezza di rendersi singolare e di risplendere della luce altrui. Or
dunque temeva e non a torto, che, messo alla prova, la sua risolutezza non
sarebbe stata vigorosa l'un per cento di quello che sembrasse nelle parole.
Luciano rideva de' miei sospetti, soggiungendo che se io lo tacciava di
romanticismo, era ben più degno a scusabile l'esser romantici nei fatti, che
nei sospiri e nella capigliatura.
- Non frignerò romanze, né mi tingerò
le guance della preoccupazione del suicidio, come d'un cosmetico di moda -
rispondeva egli. - Diventerò invece l'eroe di qualche ballata, e le donne
d'Argo e d'Atene ricorderanno il mio nome insieme a quelli di Rigas e di Botzaris.
Sarà un romanticismo utile a qualche cosa. S'aggiunga poi ch'io ho diciott'anni
e che una volta o l'altra, lo sapete bene, converrebbe che me ne andassi. Colla
mia indole non consentirò mai a farmi soldato né a comperare un altr'uomo che
paghi il mio debito all'infelicità dei tempi.
Che volete ch'io soggiungessi?... Lo
lasciai dunque partire; e lo raccomandai caldamente a Spiro che si trovava
allora a Missolungi, dichiarandogli anche il giudizio ch'io faceva del
temperamento di Luciano e l'instabilità e gli altri pericoli che ne temeva. Mia
moglie non pianse né si disperò punto; solamente mi rimbrottò per tre o quattro
mesi della poca padronanza ch'io sapeva conservare sull'animo dei figli; ma
intanto venivano dalla Grecia ottime notizie; essendosi rifiutato di comune
consenso la divisione della Grecia in tre ospodariati, proposta dallo czar
Alessandro, la guerra era scoppiata più feroce ed accanita che mai. Il quarto
esercito mussulmano si squaglia come neve al sole sul suolo ardente del
Peloponneso. Luciano coi suoi cugini Demetrio e Teodoro ha l'onore d'esser
ricordato in un bollettino pel suo maraviglioso coraggio. Spiro me ne scrisse
mirabilia, e Niceta, quello che fu cognominato il
Mangia-Turchi, lo propose come modello alla sua legione
nella quale ebbe grado di capitano.
Tutta Europa applaudiva all'eroiche
vittorie della Grecia: come gli spettatori del circo che sicuri dai loro scanni
battevano le mani al bestiario che usciva vincitore dal contemporaneo assalto
d'un leone e di due tigri. Pochi aiuti d'armi e di uomini, pochissimi di danaro
davan mano a quegli sforzi sovrumani: i governi d'Europa cominciavano a
sogguardarsi l'un l'altro e a tremare di non poter rimettere le catene turche
ai ribelli cristiani. Intanto si seguitava a combattere: i Bascià non si
mostravano più tanto ligi ai pronostici del sultano Mahmud, né ubbidienti ai
suoi comandi, i Giannizzeri stessi rifiutavano d'avventurarsi sopra una terra
che inghiottiva i nemici. Cresceva per la Grecia il favore e l'entusiasmo dei
generosi. Byron offerse le sue fortune, negoziò un imprestito, ma in quel
frattempo ammalò, e alla notizia della malattia tenne dietro ben presto quella
della morte. La Grecia accorse ai suoi funerali, tutta l'Europa pianse sopra la
tomba santificata dall'ultimo anno di sua vita, e s'impose il suo nome ad uno
dei bastioni di Missolungi. Luciano mi partecipò con commoventissime parole una
tale disgrazia: egli si diceva desolatissimo che il suo illustre amico e
protettore non avesse potuto colle imprese dell'eroe oscurare la fama del
poeta. «Il tempo è nemico dei grandi» soggiungeva egli. Ma si sbagliava, perché
Byron non sarà mai tanto grande pel suo generoso sacrifizio, come quando alcuni
secoli si saranno accumulati sulla sua memoria.
Intanto anche a me a Venezia,
comportabilmente col sito, erano intervenute abbastanza gravi vicende. Raimondo
Venchieredo che s'avea sposato la figliuola maggiore di Agostino Frumier, e per
le strettezze economiche nelle quali era, e il talento capriccioso della giovine
moglie, la faceva assai magra, si divertiva a sparlare di me e della Pisana,
narrando massime di costei cose affatto nefande ed incredibili. Mi fu detto che
al caffè Suttil egli teneva crocchio, e che non mancava sera che non dicesse
qualche ignominia a carico nostro, forse per l'invidia che gli dava il continuo
prosperare de' miei negozi commerciali. Per me forse avrei portato pazienza,
non per la Pisana la quale io avrei difeso a costo anche della vita, beato di
poterla in qualche modo ricompensare di tanti suoi sacrifizi. Perciò mi diedi
io pure a frequentar quel caffè, e siccome pochissimi omai mi ravvisavano, me
ne stava soletto in un cantuccio della camera posteriore, leggendo in apparenza
la Gazzetta, ma in sostanza porgendo l'orecchio alla conversazione della prima
stanza nella quale si mesceva sempre Raimondo colla sua solita spavalderia.
La seconda o terza sera ch'io mi
metteva in quell'agguato (e già gli avventori e i garzoni mi adocchiavano di
traverso sospettandomi forse una spia), udii nel caffè un romore insolito di
sciabola e di sproni, e un gran chiasso di saluti e congratulazioni, e il
rimbombo d'una vociaccia aspra e gutturale che mi parve di dover conoscere. Sì,
perbacco; doveva proprio essere il Partistagno; infatti udii bisbigliare il suo
nome da qualcheduno che rispondeva a chi gliene avea chiesto, e Raimondo poco
dopo, gridando evviva al signor generale, congratulandosi della sua grassezza,
e domandandogli se veniva per tentare la reverenda badessa, non mi lasciò più
alcun dubbio che non fosse lui.
- No, caro mio, non vengo più a
tentare la badessa: - rispose il Partistagno - mia moglie mi ha favorito un
dopo l'altro sette maschiotti che mi danno da fare più d'un reggimento, e le
monache mi sono uscite del capo. Peccato! perché suppongo non mi vedrebbe
malvolentieri, benché l'età debba aver cooperato molto a finire di farla santa.
Voi piuttosto, caro Raimondo, come ve la siete cavata colla sua sorellina che
non avea, mi pare, la minima disposizione di farsi monaca? Se vi ricordate, l'ultima
volta che fui a Venezia ne eravate ancora infervorato!... Giuggiole! Credo che
ci sian corsi sopra vent'anni!...
- Eh, eh! Ci son corsi sopra altro
che anni! - soggiunse Raimondo - ne avrò delle belle da raccontarvi giacché
siete tanto in addietro. Prima di tutto sapete la conclusione: la bella Pisana
è morta.
- Morta! - sclamò il Partistagno. -
Non lo avrei mai creduto; le donne non muoiono così facilmente.
- Infatti la Pisana vi ha durato una grandissima
fatica - continuò Raimondo. - Figuratevi che ha fatto la serva per due anni al
suo amante; ve ne ricordate?... A quel Carlino Altoviti!...
- Sì, sì, me ne ricordo!... Quello
che girava lo spiedo a Fratta e che poi è stato segretario della Municipalità.
- Per l'appunto. Or dunque la Pisana
sembra che alla sua maniera gli volesse un gran bene a quel Carlino. Del
novantanove furono insieme a Napoli e a Genova, sempre col consenso di
quell'ottimo Navagero che l'avea sposata: in seguito vissero fra loro come
marito e moglie a varie riprese finché, non si sa come, essa incastrò nei
fianchi all'amante una ragazza di campagna e gliela fece sposare. Sapete che fu
una bella scena! Ognuno volle farvi sopra i suoi commenti, ma non si venne in
chiaro di nulla! Voi, caro generale, che avete una sì fervida immaginazione,
dovreste sciogliere il problema. Via, udiamo: cosa ne direste?...
- Eh!... secondo!... distinguo!...
scommetto che ella era stufa di lui, e che per liberarsene per sempre gli ha
cacciato alle coste una moglie!...
- Bravo generale! Ma cosa
rispondereste se io vi dicessi ch'ella tornò allora a Venezia, e che si diede
corpo ed anima a curar le piaghe di suo marito e a biascicar paternostri e
deprofundis colla vostra badessa?...
- Cosa direi... Giurabbacco!... Direi
ch'ella voleva far pace con Domeneddio, e che per questo appunto si è liberata
dell'amante.
- Benone! Voi avete una fantasia
feconda, caro generale, e un ingegno che accomoda tutto. Aveva un gran naso chi
vi ha fatto generale!... Ma cosa direste se vi si raccontasse che nell'ultima
rivoluzione di Napoli il bel Carlino, benché avesse i suoi quarantacinqu'anni
sonati, spiccò il volo un'altra volta, e si lasciò mettere in gattabuia, e che
andava a rischio di perdervi la testa, se la Pisana non piantava lì marito e
genuflessorio per correre a intercedergli grazia, e a fargli tramutare la
condanna in una relegazione?... Cosa direste se vi raccontassi che essendo
rimasto cieco e al verde di quattrini l'amante, essa per due anni fu con lui in
Inghilterra sostentandogli la vita colle peggiori fatiche?
- Eh via! Matta matta! - brontolò col
suo accento oltramontano il Partistagno. - O matto io a credervi, e voi a
contare simili fole!
- Sono tanto vangelo! - ripigliò
calorosamente Raimondo. - E già v'immaginerete qual era il mestiero da cui la
Pisana ritraeva i suoi guadagni... Una donzella veneziana non ne sa molti, me
lo consentirete. Or dunque bisogna fare di necessità virtù... Ad onta de' suoi
quarant'anni l'era così bella così fresca, che ve lo giuro io, molti anche non
inglesi sarebbero rimasti accalappiati... L'amico Carlino poi sapeva tutto e
pappava in pace... Eh, che ne dite? eh! che buon stomaco!... Peraltro, lo
ripeto, bisogna fare di necessità virtù!...
Più anche delle indecenti menzogne di
Raimondo mi scaldavano la bile i sogghigni e le risate della brigata che
tennero dietro alle sue parole.
Perdetti ogni ritegno e
precipitandomi nella stanza ove sedeva quella combriccola, m'avventai addosso a
Raimondo stampandogli in viso lo schiaffo più sonoro che abbia mai castigato
l'impudenza d'un calunniatore.
- Anch'io faccio di necessità virtù!
- gridai in mezzo alla confusione di tutti quei conigli che o fuggivano dal
caffè o si riparavano tramortiti dietro i tavolini e le seggiole. - Questo
ch'io ti diedi fu caparra di giustizia e se chiedi riparazione sai dove sto di
casa. I calunniatori sono anche di solito vigliacchi.
Raimondo tremava e fremeva, ma non
sapeva in qual modo difendersi. La sua vigoria naturale, sebbene affranta dalle
molli abitudini di tanti anni, gli riscaldava ancora il sangue; ma né la voce
gli ubbidiva, né, avvezzo com'era a vedersi passate buone le sue smargiassate,
poteva riaversi dalla sorpresa di quel subito assalto. Era come il cane che,
dopo aver abbaiato un pezzo e inseguito accanitamente il ladro che fugge, si
ritira ben tosto e ripara al pagliaio se quegli ha il coraggio di ripiombargli
addosso. Io intanto, già uscito dalla bottega, me ne andai a casa, e non ne
udii parlare per tre giorni. La mattina del quarto venne certo Marcolini che
aveva voce del miglior schermidore di Venezia a parteciparmi che ritenendosi il
signor Raimondo di Venchieredo offeso profondamente dalla maniera con cui
l'aveva trattato al caffè Suttil, e chiedendo di ciò una riparazione, lasciava
a me, come ne aveva il diritto, la scelta delle armi: perciò scegliessi pure e
mandassi i miei testimoni coi quali regolare le condizioni del duello. Io gli
risposi che avendo avuto il diritto di sfidare il signor Raimondo fin dal primo
momento che lo udii denigrare la fama d'una persona rispettabile e a me
carissima, e non avendolo fatto solamente per alcune mie speciali opinioni
sopra il duello, riteneva essere stato io il provocatore; facesse lui per la
scelta delle armi, e i testimoni li avrei mandati quello stesso giorno.
Il Marcolini mi ringraziò di sì
cavalleresca compitezza e andossene pei fatti suoi. Seppi in seguito che, dopo
la mia partenza dal caffè, Raimondo aveva strepitato assai, e giurato e
spergiurato che mi avrebbe stracciato il cuore coi denti, e simili altre cose
degne in tutto della sua nota spavalderia; ma poi il sonno lo avea ricondotto a
più miti consigli, e il giorno appresso si limitava a ripetere che tutti i suoi
giuramenti egli avrebbe mantenuto e più assai, se non avesse avuto moglie e figliuoli.
Quest'ultima clausola mosse le grandi risate e ne andò per Venezia un
grandissimo scalpore. Tantoché Raimondo, avendo infilato il suo braccio in
quello del general Partistagno per far secolui un giretto sotto le Procuratie,
questi colle belle e colle buone se n'era liberato soggiungendo beffardamente
che sarebbe ito con lui quando non avesse avuto né moglie né figliuoli.
Raimondo capì, fu spinto all'estremo, e dopo molte considerazioni venne nella
deliberazione di sfidarmi per mezzo del Marcolini, come avete veduto. Il
Partistagno, che era l'altro testimonio, o non volle impicciarsi di venire a
casa mia, o Raimondo credette spaventarmi presentandomi quel cotale che aveva
una sì gran fama di valente spadaccino. Io poi di ciò non mi curava punto: e come
non avrei commesso mai la pazzia di sfidare alcuno, così non mi sarei rifiutato
dall'accettare una sfida, anco se mi fosse venuta dal primo ammazzatore
d'Europa.
Il duello avvenne la settimana
seguente in un giardino vicino a Mestre. Io mi vi avviai come ad una
passeggiata; avea l'occhio limpido, il polso sicuro, e perfino nell'anima m'era
svampata ogni rabbia contro il Venchieredo; ne sentiva piuttosto compassione al
vederlo pallido e tremante come una foglia. Egli mi cedette sempre terreno,
benché spingessi assai debolmente l'assalto finché si trovò col piede destro
proprio sulla sponda d'un fosso che cadeva parecchie braccia. Mi fermai con
troppa generosità avvertendolo che un passo di più in addietro e sarebbe
precipitato; i suoi testimoni gli ripetevano questa ammonizione, quand'egli,
approfittando della mia distrazione, mi avventò al petto una stoccata, che guai
se non fossi balzato indietro d'un salto! Mi avrebbe passato da banda a banda.
Tuttavia mi sfiorò una mammella e ne fece zampillare il sangue: né il ghigno
che gli vidi sul volto in allora cooperò poco a rinfiammarmi di furore. Mi
slanciai innanzi con due rapide finte e mentre egli sorpreso atterrito
armeggiava a destra e a sinistra, e pensava, credo, di gettar via la spada e di
fuggire, gli cacciai mezza la lama in un fianco e lo mandai a rotolare nel
fosso.
Non ebbi a soffrire verun fastidio
per questo duello, benché il codice di quel tempo lo punisse assai severamente.
Quanto a Raimondo guarì della ferita, ma nel cadere si era fratturato il femore,
e ne rimase sconciamente sciancato. Credo che d'allora in poi egli si lodò
sempre di me e della Pisana come de' suoi migliori amici; o le sue mormorazioni
furono così guardinghe e segrete che non mi obbligarono a nessun atto
spiacevole. L'Aquilina venne a cognizione di quella mia scappata giovanile, e
non vi dirò i rimbrotti e le lavate di capo che mi toccò subire. In onta
peraltro alle continue dissensioni, la nascita d'un terzo figliuolo, cui tenne
dietro due anni dopo quella d'una bambina, provarono abbastanza che in qualche
momento andavamo anche troppo d'accordo. Dico troppo; perché dopo tanto tempo
di tregua io non desiderava certamente questa crescenza di famiglia; ma poiché
la natura aveva voluto operare per noi un mezzo miracolo, io ebbi il buonsenso
di esserlene grato e di rassegnarmi. Il fanciullo ebbe nome di Giulio e la
bambina Pisana, in memoria di due cari che ci avevano preceduto nel regno
dell'eternità.
A quel tempo tutti i capitali della
casa Apostulos erano passati in Grecia, ove Spiro molti ne aveva erogati a
sussidio della nazione, e alcuni anche impiegatine nell'acquisto di fondi nelle
vicinanze di Corinto. La guerra dell'indipendenza era scaduta a contesa
diplomatica. Dopo la distruzione della flotta turca a Navarino, Ibrahim Bascià
co' suoi Egiziani teneva debolmente qualche posizione della Morea: la Turchia
non aveva né armi né cannoni onde aiutarlo, e la guerra santa promulgata con
tanta enfasi dava ai Greci pochissima paura, e minor fastidio. Il conte
Capodistria stringeva nelle sue mani le sorti del paese, e benché avesse voce
di essere un turcimanno della Russia, pure la necessità gli rendeva ubbidienti
gli animi del popolo. Spiro lasciava travedere nelle sue lettere di sperarne
ben poco; mi diceva anche che il suo figlio maggiore e il mio Luciano erano tra
i prediletti del Conte con pochissimo suo aggradimento; ma che i giovani
corrono dietro alla gloria ed al potere, e bisognava scusarli. Teodoro invece
stava coi liberali, coi vecchi caporioni dell'insurrezione tenuti d'occhio
allora peggio dei Turchi, e non era ben veduto dal Conte presidente; bensì egli
suo padre lo lodava assai di quella indipendenza veramente degna d'un greco.
Merito delle circostanze, di
Capodistria, dei Francesi o dei Russi, il fatto sta che la Morea fu libera in
breve da' suoi oppressori, e che con qualche respiro di pace essa poté
attendere dai congressi europei la decisione de' suoi destini. Toccava
all'esercito della Russia menar l'ultimo colpo. Il passaggio vittorioso dei
Balcani, cui tenne dietro il trattato di Adrianopoli, sforzarono il Divano a
consentire la redenzione della Grecia, e ben più avrebbe ottenuto fin d'allora
lo czar Nicolò, se la gelosa diplomazia di Francia e d'Inghilterra non lo
avesse arrestato. Spiro mi diede notizia di quel fausto avvenimento con parole
veramente bibliche ed inspirate; molto egli avea rimesso della sua antipatia
per la Russia e per Capodistria, e nell'annunziarmi il probabile matrimonio di
mio figlio Luciano con una nipote del Conte, aggiungeva: «Così la tua famiglia
sarà congiunta col sangue ad una nobile prosapia che inscriverà il suo nome
sull'atto d'indipendenza della Grecia moderna.» Lessi dappoi alcune righe di
mio figlio nelle quali mi domandava di consentire a quel matrimonio; e
s'aggiungeva in fondo una affettuosa noterella dell'Aglaura, dove interpretando
ella i più timidi desiderii del marito e di suo nipote, mi pregava di voler
assistere in persona allo sposalizio. «Se lo spettacolo d'un popolo libero pel
proprio eroismo può aggiunger forza all'affetto di padre e di fratello»
conchiudeva ella «io ti esorto a venire, e vedrai cosa unica al mondo, e che ti
darà animo se non altro a vivere e a morire sperando.»
Il commercio della mia ditta colla
quale avea continuato le relazioni e gli affari della casa Apostolus mi metteva
in grado di intraprendere questo viaggio senza disagio: tanto più che mio
cognato Bruto e Donato erano piucché capaci di supplire alla mia mancanza.
Avrei anche desiderato che l'Aquilina mi fosse compagna, ma lo impedirono i due
piccoli. Così mi partii solo, sopra la nave d'una casa corrispondente, al
principiare d'agosto del milleottocentotrenta, quando appunto la rivoluzione di
Francia metteva in subbuglio o per un verso o per l'altro tutte le teste
d'Europa. Giunsi a Napoli di Romania tre settimane dopo; e come diceva
l'Aglaura, fu veramente un graditissimo spettacolo quello di vedere la baldanza
e la sicurezza di un popolo che si avea tolto dal collo un giogo di quattro
secoli, e portava impressi ancora sulla fronte la gioia e l'orgoglio del
trionfo. Solamente continuava qualche malcontento per l'ingratitudine che il
governo dimostrava ai vecchi capitani della guerra. Erano sì cervelli un po'
caldi, più atti a infervorarsi sul campo di battaglia che ad assottigliare
disquisizioni legali; ma non bisognava dimenticare i loro immensi servigi, e
punirli di sì scusabili difetti colla prigione e coll'esiglio.
Io faceva eco ai lamenti che movevano
Spiro e Teodoro di cotali ingiustizie, ma Luciano me ne rimproverava come d'una
inescusabile debolezza. Ogni arte, secondo lui, doveva tendere a' suoi fini
senza piegare, senza patteggiare. Come durante la guerra si avea menato dei
Turchi una strage inesorabile, né si badava alle delicature e ai mezzi termini
dei Fanarioti; così, conquistata coll'indipendenza la pace, per assicurare al
popolo quella vita calma ed ordinata che sola può render utile l'acquisto della
libertà ed assicurarne per sempre l'esercizio, bisognava rintuzzare ogni causa
d'inquietudine, e ridurre all'obbedienza quei poteri secondari che avevano
cooperato validamente al buon esito della guerra, ma che allora inceppavano con
assai danno l'azione del governo. Avevano arrischiato la vita sul campo per la
salute della patria? Per l'egual ragione dovevano accontentarsi di perderla
anche sul patibolo, se non si sentivano in grado di correggersi dalle loro
turbolente abitudini. Logica più inesorabile di questa non si potrà trovare
così facilmente; ma i ragionamenti senza pietà non possono vantarsi di esser
perfetti secondo la logica umana, ed io li ascoltava con raccapriccio.
Del resto Luciano era così affettuoso
così compito con me, che quelle sue ciarle le attribuiva a vaghezza di
contraddizione. Un giovane di ventiquattr'anni non poteva aver fitta in capo la
logica di Cromwell e di Richelieu. Quanto al conte Capodistria mi parve un uomo
contento discretamente di sé e più furbo che cattivo: non credo, come dice il
suo manifesto, che soltanto per la gloria di Dio e pel vantaggio dei Greci egli
avesse fatto violenza a se stesso per accettare la presidenza del governo, ma
non credo del pari ch'egli aspirasse a farsi tiranno come Pisistrato. Serviva
forse gli interessi della Russia, perché la Russia piucché ogni altra potenza
aveva mire grandiose riguardo alla Grecia, e dalla comunanza di religione e di
odio era portata a favorirla. Se egli avversò l'assunzione al trono di Leopoldo
di Coburgo, candidato dell'Inghilterra, io non vi veggo delitto di sorta. Se
tra l'Inghilterra e la Russia prediligeva quest'ultima poteva avere cento
ragioni più che buone che cattive; e in ogni occasione io son disposto a
diffidare dell'Inghilterra e ad approvare chi ne diffida, benché degli Inglesi
uno per uno non possa dire che bene. La sposa di mio figlio, la quale dimorava
allora presso il Conte con pompa quasi principesca, non poteva certo pretendere
a gran vanto di bellezza. Io che ebbi sempre, e l'ho ancora malgrado lo
scirocco della vecchiaia, una maledetta propensione per le belle donne, non ne
fui alle prime gran fatto contento. Ma poi guardandola meglio, intravvidi quel
calmo trasparire nel sorriso e negli occhi della bontà dell'animo che tien
luogo perfin di bellezza. Non sarebbe stata una donna greca, ma una buona
moglie; e così mi rappacificai con mio figlio perché s'avesse scelto per isposa
la parente d'un mezzo principe. Ma bisogna convenire che l'Argenide era più
impicciata che superba dal fasto che la circondava; e anche da questo rilevai
un buon pronostico per la sua indole e per la felicità di Luciano.
Le nozze furono celebrate con gran
pompa; e siccome Luciano aveva buon nome fra i soldati, il conte Capodistria ne
racquistò qualche popolarità. Credo anzi che nel concederla egli avesse in
mente questo buon fine politico; ma Luciano aveva anche lui in mente i suoi
fini, e non guardò pel sottile se ai proprii meriti o ad altre considerazioni
del Presidente dovesse ascrivere quella fortuna. Io rimasi qualche tempo in
Grecia visitando il paese e ammirando del pari e gli avanzi dell'antica
grandezza, e i segni delle ultime devastazioni, monumenti di genere diverso ma
che onoravano del pari quel poetico paese. Luciano non avrebbe voluto che
partissi mai più, l'Argenide mi dimostrava una vera tenerezza figliale, il
conte Capodistria accennava a voler far di me qualche cosa di grosso, un
ministro delle Finanze o che so io. Ricordai allora sorridendo i sogni dorati
dell'intendente Soffia, ma non beccai all'amo, e le lettere dell'Aquilina erano
troppo pressanti perch'io non pensassi di tornare al più presto.
Un crudele avvenimento fu che mi
tolse di accondiscendere quando avrei voluto a questo mio desiderio. La salute
dell'Aglaura, che anche in Grecia non si era mai raffermata, peggiorò in
qualche settimana di sorte che si disperò della guarigione. La disperazione di
Spiro, l'accoramento dei suoi figliuoli potevano essere intesi solamente da me,
che perdeva in lei l'unica sorella, e la sola creatura che mi ricordasse la mia
povera madre. Né cure né medicine né tridui valsero nulla. Ella spirò l'anima
fra le mie braccia, mentre tre soldati tre eroi che avevano perigliato cento
volte la vita contro le scimitarre degli Ottomani, si scioglievano in lagrime
intorno al suo letto. Non era ancora assodata la terra che copriva il feretro
di mia sorella, quando mi venne da Venezia un altro colpo terribile. Mio
cognato scriveva che Donato era scomparso improvvisamente senza lasciar detto
nulla, e senza che si sospettasse alcun motivo a quell'improvvisa partenza,
sicché con ragione si temevano le peggiori disgrazie. L'Aquilina sembrava
impazzita pel dolore e la mia presenza a Venezia era necessaria in quei
terribili frangenti. Senza potersene far ragione egli conghietturava che Donato
potesse essere involto nei torbidi che agitavano allora la Romagna, ma
raccomandava di darmi fretta che forse prima del mio arrivo avrebbero saputo qualche
cosa. Gli altri miei figliuoletti godevano ottima salute, e s'impazientivano di
non veder più il loro papà, e di aver malata la mamma. Vi figurerete che non
misi più tempo in mezzo. Accennai confusamente tanto a Luciano che agli altri
ad un affare che mi chiamava tosto a Venezia, e m'imbarcai quel giorno stesso
sopra un piroscafo francese che salpava per Ancona.
Ma se fu angoscioso il viaggio pei
tristi presentimenti che mi agitavano, fu ben peggiore l'arrivo. Giunsi ad
Ancona proprio il ventisette marzo quando il general Armandi abbassava dinanzi
agli Imperiali vinto ma non macchiato il vessillo della rivoluzione romagnuola.
Dietro i vaghi sospetti di Bruto mi affrettai a chiedere a qualche ufficiale se
conoscessero un certo Donato Altoviti, e se egli avesse preso parte a quei
rivolgimenti. Alcuni dicevano di non conoscerlo, altri di sì; ma non potevano
guarentire del nome: finalmente al Quartier generale fui accertato che un
giovine veneziano di quel nome erasi inscritto nella Legione imolese, che aveva
combattuto come un leone nello scontro di Rimini, e che colà era rimasto ferito
due giorni prima. Corsi alla posta, e non v'erano cavalli perché tutti
requisiti in servizio dell'esercito austriaco; uscii allora a piedi dalla
porta, e fuori quattro miglia trovata la carretta d'un ortolano feci suo quanto
danaro aveva indosso purché mi conducesse a Rimini in quel giorno stesso.
Infatti vi giunsi che per tutto il
viaggio avea tirato la carretta col fiato, e non ne poteva più. Cercai
dell'Ospitale ma Donato non v'era e non ne avevano mai udito parlare; con
quello struggimento d'animo che potete immaginarvi, mi rimisi in traccia di lui
per quella brutta città che dallo spavento della guerra e dall'imbrunire della
notte era fatta più scura e deserta che mai. Domandare d'un volontario ferito
era lo stesso che farsi chiudere la porta in faccia: alla fine tornai allo
Spedale divisando chiederne conto ai medici, uno dei quali doveva pur essere
chiamato a curarlo in qualunque luogo egli si trovasse, se pur non lo lasciavano
morire come un cane. Benché mi sconfidasse il pensiero che non tutti i medici
di Rimini frequentavano certo l'Ospitale, pure non trovando di meglio
m'appigliai a questo partito, ed ebbi a lodarmene perché un giovine chirurgo
intenerito alle mie preghiere mi tirò prudentemente da un lato, e, dettomi che
lo aspettassi in istrada, soggiunse che avrei trovato di lì ad una mezz'ora
quello di cui cercava.
- Oh per carità, in che stato si
trova egli? - sclamai. - Per carità, mi dica il vero, signor dottore; e non
voglia ingannare un misero padre!
- State quieto: - soggiunse egli - la
ferita è profonda ma non dispero di guarirlo. Egli è in buone mani e miglior
assistenza non avrebbe se avesse al capezzale una sorella e una madre. Di meno
egli non meritava: intanto, vi prego, aspettatemi, e in pochi minuti sono con
voi. Prudenza sopratutto, perché son cose dilicate, e viviamo in tempi
difficili.
Io non fiatai; scesi pian piano le
scale, e quando fui in istrada ne andai su e giù, finché vidi uscire il
dottore. Allora egli mi condusse in una casa di modesta apparenza, ove poiché
ebbe preparato l'animo di mio figlio, mi introdusse nella camera ov'egli
giaceva. Vi dica chi può la dolcezza di quei primi abbracciamenti! certo chi
non fu padre non potrà nemmeno immaginarsela. Allora mi toccò confermare quello
che sempre aveva creduto, cioè che se le donne non fossero al mondo per
generarci, Dio le avrebbe dovute regalare agli uomini per infermiere. Una
zitella piuttosto attempata, maestra di cucire che appena arrivava a tempo di
campare la vita, aveva raccolto sulla via il mio Donato, e prestatogli tali
cure che non mentiva il dottore dicendo che migliori né più affettuose non le
avrebbero prestate una sorella o una madre.
Io ringraziai più a lagrime che a
parole la buona giovine, e Donato si univa con me nel manifestarle la sua
riconoscenza; ma ella si schermiva rispondendo che non aveva fatto più di
quanto era debito di cristiana carità, e raccomandava al ferito di pensare a sé
e di non agitarsi, perché gliene poteva derivare qualche grave nocumento. Il
dottore esaminò la piaga, a trovatala in via di miglioramento si partì
raccomandando anch'esso che non tenessimo troppo occupato l'infermo in parole;
ma lo si lasciasse riposare che aveva buonissime speranze. Non tardai a partecipare
queste buone novelle all'Aquilina e pochi giorni dopo ne ebbi in risposta che
avevano bastato per guarirla affatto e che ci aspettavano a braccia aperte non
appena Donato fosse in grado d'imprendere il viaggio. Intanto io aveva saputo
da lui il motivo principale della sua repentina deliberazione. Ed erano state
le esageratissime calunnie da lui udite in casa Fratta a danno dei repubblicani
delle Romagne.
- Tante parolacce - soggiunse egli - mi
rivoltarono lo stomaco, e perché non mi avea dato il cuore di rintuzzarle, mi
decisi di far meglio e di mostrare col fatto in qual conto le tenessi!...
- Oh, figliuolo mio! - sclamai - che
tu sia benedetto.
L'uomo vecchio risorgeva
completamente in me. I giorni precedenti, assistendo alla penosa malattia di
mio figlio, di gran cuore maladiceva fra me e me tutte le rivoluzioni: e
solamente mi pentiva di queste maledizioni pensando che mia moglie avrebbe
gridato anco lei per lo stesso verso; e siccome io l'aveva tacciata alcune
volte di dappocaggine, non voleva darmi la zappa sui piedi. Ad ogni modo
toccava al malato rianimare il sano; e così infatti m'intervenne. La guarigione
andò per le lunghe più di quanto il medico si immaginava: e solamente in maggio
potemmo metterci in viaggio a piccole giornate verso Bologna. La buona maestra
ebbe una ricompensa, non adeguata al suo merito ma alle nostre condizioni, ed
essendovi un giovine che l'amava e che l'avrebbe sposata senza la loro estrema
povertà, io mi confido averle procurato maggior bene che per solito non si
ottenga col danaro.
A Bologna si fece sosta parecchi
giorni, e vi rappiccai amicizia con molte vecchie conoscenze; trovai molti
morti, molti padri di famiglia che al tempo della mia intendenza pendevano
dalla mammella, e molte belle mammine che io avea fatto saltare sulle
ginocchia. Ahimè! le belle che avea corteggiato durai fatica a riconoscerle; e
per molti giorni non fui capace di guardarmi nello specchio. Bologna non era a
quei giorni né affollata né allegra, ma trovai gli stessi cuori, l'ugual
gentilezza, e cresciute a mille tanti la sodezza e la concordia. Non si viveva
più nella confusione e nell'ansietà d'un tempo; tutto era chiaro e lampante e
solamente aveano mancato le forze; ma la speranza perdurava. E non dico se a
torto o a ragione, ma mi pregio di raccontare questa prova di costanza ch'ebbi
sotto gli occhi.
Giunti a Venezia, lascio pensare a
voi la consolazione dell'Aquilina, e la gioia di Donato! Ma la salute di
questo, che si sperava dovesse ristabilirsi affatto nell'aria natale, decadde
anzi prontamente. La ferita diede prima sentore di volersi riaprire, indi di
far sacca internamente: dei medici chi opinava che fosse leso l'osso e chi
d'una scheggia di mitraglia rimasta in qualche cavità. Tutti eravamo inquieti,
afflitti, agitati. Il solo malato allegro sereno ci confortava tutti ridendo
assaissimo della burla da lui accoccata ai frequentatori di casa Fratta, e
godendo di udir narrare da Bruto le grandi boccacce ch'essi ne avevano fatte. Il
dottor Ormenta, reduce da poco da Roma con non so quante pensioni ed
onorificenze, avea sciolto la quistione sentenziando: tale il padre tale il
figlio. Io per me era più disposto a insuperbire che ad offendermi d'un cotal
raffronto; e certamente non chiesi conto al sanfedista di cotali parole che
forse egli credette ingiuriose all'ultimo segno. D'altra parte pur troppo era
occupato di più gravi dolori. Donato andò peggiorando sempre e alla fine si
morì sullo scorcio dell'autunno. Fra tutte le sciagure ch'ebbi a sopportare
durante la mia vita, questa, dopo la morte della Pisana, fu la più atroce ed
inconsolabile.
Tuttavia il mio dolore fu un nulla
appetto alla disperazione di sua madre; la quale non mi perdonò più la morte di
Donato come se appunto io ne fossi stato il carnefice. E sì che ella piuttosto
ne era stata la causa innocente, esponendolo a dover tollerare una
contraddizione, alla quale contraddisse egli poi generosamente versando il suo
sangue alla battaglia di Rimini. Invece ella continuò a praticare in casa
Fratta e a menarvi gli altri due nostri figliuoletti; e quando io ne la
biasimava ricordandole sommessamente il caso di Donato, ella mi rimbeccava
stizzosamente che quel tristo caso non avrebbe amareggiato la sua vita, se io
colle mie tirate liberalesche non avessi guastato il buon frutto che il giovine
traeva dalla conversazione di casa Fratta. Come vedete, o per influenza
dell'età, o delle amicizie, o per tenerezza materna, si faceva codina ogni
giorno più quella buona donna. Ma io confidava nel proverbio che sangue non è
acqua, e che i miei figli non avrebbero partecipato di quella curiosa malattia.
Bensì non era d'una tal'indole da oppormi a mano armata ai suoi desiderii, e
lasciavala fare a suo modo; rampognandola con molta soavità solamente allora
quando la piccola Pisana era colta in flagranti di bugia, o il Giulietto
imbizzarriva di essere corretto, e piuttosto che confessare un mancamento si
sarebbe lasciato pestar nel mortaio. Io le chiedeva se l'impostura la superbia
e l'ostinazione fossero per caso i frutti di quel suo nuovo metodo di
educazione. Ella mi rispondeva che si accontentava meglio d'aver figliuoli
orgogliosi e bugiardi, che di assassinarli colle sue proprie mani, e che
badassi a me, e che pensassi al male ch'io le aveva già fatto, senza
avvelenarle la vita coi miei rimproveri. Io la compativa pel tanto che aveva
sofferto, e cercava di tacere, benché forse pensassi che meglio era la morte
d'una vita disonorata dall'impostura, e gonfia di vanagloria. Peraltro non
guardava quei difettucci coll'occhio del bue, e sperava che i miei figliuoletti
se ne sarebbero corretti a tempo.
Tuttavia un giorno che non so a qual
proposito ella mi citava il dottor Ormenta come il vero esemplare del cristiano
e dell'onesto cittadino, io non potei ristare dall'opporle come mai quel
perfetto cristiano e quell'onesto cittadino lasciasse morire suo padre si
poteva dire d'inedia.
- È una nefanda falsità! - si mise a
gridar l'Aquilina - il vecchio Ormenta ha dal governo una grassa pensione e
potrebbe camparsela molto agiatamente senza viziacci che lo dissanguano.
- E se io vi dicessi - soggiunsi -
che gli interessi dei debiti contratti per assecondare l'ambizione del figlio
gli divorano d'anno in anno buona parte del suo soldo, e che il dottore sel sa
e non si dà il benché minimo pensiero di soccorrerlo?
- Oh fosse anche! - sclamò l'Aquilina
- e non gli darei torto! Suo padre fu un tal birbaccione che merita una
punizione esemplare, e tal sia di tutti i tristi, come di lui.
- Brava! - ripresi io. - Tu sei scrupolosa
cristiana e deferisci agli uomini quel supremo ministero di giustizia che Dio
ha riserbato a se stesso!... I figliuoli poi non so da qual legge di carità
sieno messi in grado di giudicare e punire le colpe dei padri!
- Non dico questo, - mormorò
l'Aquilina - ma Dio può ben permettere che il dottor Ormenta ignori le
strettezze di suo padre, perché questi sia castigato anche durante il
pellegrinaggio terreno delle sue ribalderie!...
- Benissimo! - ripigliai - ma io
certo non vorrei avere sulla coscienza quest'ignoranza! - Infatti il vecchio
Ormenta morì pochi giorni dopo accompagnato dalla generale esecrazione; ma se
vi fu sentimento che vincesse in veemenza e in universalità quell'odio postumo
contro di lui, esso fu certamente quello che sorse nel cuore di tutti contro
l'ingratitudine e l'empietà di suo figlio che contrattò egli stesso le spese
del funerale, adì l'eredità col benefizio dell'inventario, e rifiutò la mercede
al medico perché il passivo fu trovato maggiore dell'attivo.
Nonostante i diverbi fra me e mia
moglie su questo od altri argomenti consimili si ripetevano sempre più spessi e
finirono col guastare d'assai la nostra pace. Se io non m'avessi ridotto a
mente le ultime raccomandazioni della Pisana, forse saremmo venuti a qualche
grosso guaio; ma tirava innanzi con pazienza e forse con maggior indulgenza che
non convenisse alla mia qualità di padre, perché della soverchia balía lasciata
in allora all'Aquilina sopra i figliuoli, dovetti pentirmi in appresso e
indurarne rimorsi tanto più acuti quanto più vani e tardivi. La piccola Pisana
pigliava su quelle maniere solite dei torcicolli che rendono sospette e
spiacevoli perfino le virtù, e Giulio accarezzato e vezzeggiato dai maestri
cresceva sempre in superbia, ed era oggimai tanto presuntuoso da non si sapere
come persuaderlo ch'egli avesse fallato.
Io capiva benissimo dove lo potevano
condurre quei difettacci; ché adulandolo e lusingandolo un pochino ognuno lo
avrebbe piegato a qualunque porcheria, ed egli avrebbe sempre creduto di essere
dalla parte della ragione. Ma quanto al correggere queste male pieghe io la
mandava dall'oggi in domane; anche perché non voleva angustiare la loro madre,
e sperava che da un giorno all'altro ella avrebbe aperto gli occhi sul loro
conto. Per esempio a me non sapeva bene che ogni loro moralità si appoggiasse
ciecamente all'autorità, dicendo che a quel modo dovevano fare perché così era
comandato. Avrei voluto aggiungere che così era comandato, perché appunto la
ragione l'ordine sociale e la coscienza inducevano la necessità di quei
comandamenti; desiderava insomma che la volontà di Dio fosse loro dimostrata,
oltreché nella parola della rivelazione, anche nelle leggi e nelle necessità
morali che regolano la coscienza degli individui e la pubblica giustizia.
Così, se anche una contraria
educazione li privava dei sostegni della fede, essi restavano sempre uomini
soggetti ad una legge ragionevole ed umana; mentre una volta che fossero alieni
dalla religione, così com'erano sudditi a' suoi precetti unicamente per paura,
la loro coscienza rimaneva senza alcun lume, e nullo affatto il valor morale
dell'animo. L'Aquilina non voleva sentire da quest'orecchio. Secondo lei era un
sacrilegio solo il supporre che i suoi figliuoli potessero apostatar col
pensiero dalla religione in cui li educava; e se erano tanto tristi e
sfortunati da cadere nell'abisso dell'incredulità, non valeva la pena di
arrestarli a metà strada. Perdute le loro anime, non le importava nulla che la
società avesse dalle loro azioni giovamento o danno. Era egoista non solamente
in sé, ma anche a nome loro.
A mio credere invece, anche nel
giusto giudizio dei credenti, questo era un cattivo sistema e alieno affatto
dai divini precetti. Prima di tutto la natura, interprete di Dio, ci pose
nell'animo di preferire il minor male al più grande, e poi l'istinto della
compassione ci obbliga ad ogni accorgimento perché la felicità dei nostri
simili sia tutelata piucché è possibile contro le soperchierie dei malvagi. Ora
il nuocere insieme all'anima propria colla miscredenza, e alla sorte altrui
colle azioni, è certo cosa assai peggiore e dannosa all'ordine sociale che non
il mantenersi ligi colle opere alle leggi morali e solamente peccare in difetto
d'opinioni religiose. Preparar dunque gli animi dei fanciulli in modo che,
anche provvisti di queste credenze, debbano ubbidire per intimo sentimento alla
regola universale di giustizia che illumina le coscienze, sarà non solamente
opera di prudente educator sociale, ma anche cura lodevole e consentanea alla
natura pietosa di Dio! Quanto al poter supporre questo pervertimento nelle
opinioni di color che si istituiscono, gli uomini son sempre uomini, perciò
mutabili sempre, né ci veggo né ci vedrò mai sacrilegio di sorta. Bensì è un
tradimento del proprio ministero la trascuranza di quei maestri che pur vedendo
rinnovarsi tutto giorno migliaia di questi casi in cui esseri umani forniti di
qualità pregevolissime cessando di esser devoti diventano bestie, tuttavia si
ostinano ad appoggiare soltanto al precetto religioso la moralità dei discepoli
mettendo così a grave repentaglio l'economia morale della società. Non dite che
viviamo in tempi di tiepidezza religiosa e di miscredenza? Adunque adoperatevi
per difender almeno la felicità dei terzi e l'ordine sociale con miglior riparo
che non sia l'adempimento dei doveri appoggiato unicamente a quella fede di cui
lamentate l'insufficienza. Non vi dico che cessiate dall'inculcare e dal
predicar questa, se lo portano le vostre convinzioni; dico soltanto che
aggiungiate un'altra caparra, perché la società possa fidarsi della vostra
educazione, che così come la intendete voi e nei secoli di sùbite conversioni e
di scarsi sacrifizi in cui viviamo, è affatto manchevole di sicurezza.
Io, vedete, se avessi rilevato ogni
mia regola morale dalla Dottrina, sarei rimasto un gran birbaccione; e se cito
me non è né per ammenda né per orgoglio; è per recare in mezzo un fatto del
quale non possiate dubitare. Letta poi che abbiate questa vita, e qualunque
sieno le vostre opinioni, dovete confessare che se non ho fatto molto bene,
poteva certo operare molto maggior male. Ora del male che non operai, tutto il
merito ne viene a quel freno invincibile della coscienza che mi trattenne anche
dopoché cessai di credermi obbligato a certe formule. Il fatto era che non
credeva più ma sentiva sempre di dover fare a quel modo; e poco cristiano alle
parole, lo era poi scrupolosamente nei fatti in tutte quelle infinite
circostanze nelle quali la moralità cristiana concorda colla naturale. Se voi
mi proverete che diventando usuraio, spergiuro, venale, assassino, io sarei
stato più utile alla società, consentirò allora con voi che sia perfettamente
inutile dare un appoggio filosofico ed assoluto anche ai precetti morali della
religione. Senzaché colla lettura del testo si può schermeggiare e stabilire
contr'esso la battaglia ordinata della casuistica; ma coi sentimenti, eh,
maestri miei non v'ha scherma o casuistica che tenga! Se si opera a ritroso ne
siam tosto puniti dai rimorsi che son forse meno formidabili ma più presenti
dell'inferno.
Io non credo d'aver mai avuto il
coraggio di schiccherare all'Aquilina una così lunga predica, ché allora non
dubito che l'avrei persuasa; anzi colgo l'occasione di dichiararvi che per
quanto parolaio e quaresimalista possa sembrarvi nel racconto della mia vita,
all'atto pratico poi sono sempre stato assai parco di parole, e tre persone che
avessi dinanzi più del solito bastavano per impegolarmi lo scilinguagnolo. Pure
qualche volta bel bello venni con mia moglie su quel discorso; e battuto da una
parte ci tornai dall'altra, sempre coll'ugual risultato di buscarmi nelle
orecchie una solenne gridata. La lasciai dunque in balía di disporre ogni cosa
a suo modo, anche perché tra padre e madre in verità era imbrogliato a decidere
quale avesse maggiori diritti dell'altro. A far pesare la bilancia dal suo lato
contribuì anche non poco la circostanza del cholera, il quale, penetrato allora
per la prima volta in Italia collo spavento che accompagna le malattie
contagiose ed insolite, mise tutta Venezia in grandissima costernazione.
Il nostro Giulio fu colpito da quel
morbo terribile, e la costanza e il coraggio col quale sua madre lo assisté le
diedero quasi un'altra volta i diritti di madre. Io dovetti metter la piva nel
sacco coi miei; e se serbai qualche pretesa fu sulla Pisana, la quale più del
fanciullo abbisognava d'un indirizzo certo e morale per essere a tre doppi di
lui accorta e maligna. Sembrava che col nome ella avesse ereditato qualche cosa
del temperamento della mia Pisana, e quando prima di improvvisare una
filastrocca di bugie, con un leggiadro movimento del capo si liberava la fronte
dalle diffuse anella dei bei capelli castani che la inondavano, la mia mente
correva tosto alla piccola maga di Fratta; e così io mi lasciava corbellare
colla massima dabbenaggine. Senonché la mia figliuolina non aveva la
spensieratezza e la petulanza della Pisana; anzi sapeva calcolar molto bene i
fatti suoi, e piegarsi e torcer il collo oggi per drizzar il capo e impennarsi
meglio domani. Io la teneva d'occhio e vedeva crescere in lei ogni giorno
quello studio di piacere che è la fortuna e la rovina delle donne.
Cercava con bella maniera di
indirizzarla convenevolmente, di renderle pregevole il suffragio dei buoni e di
farle avere in poco conto l'ammirazione dei tristi, dimostrandole come bontà e
tristizia non si conoscano dalle apparenze più o meno splendide ma dalle
qualità delle azioni; ma mi accorgeva di far poco frutto. Le avevano troppo
inculcato che chi comanda ha ragione di comandare, e non può desiderare altro
che il meglio di chi ubbidisce, perch'ella credesse e potesse amare la virtù
povera dispregiata ed oppressa; per lei merito, virtù, onori, ricchezza,
potenza erano una sola cosa, e la sua capricciosa testolina s'empiva di
fantasmi e di corbellerie. Correva dietro al lume come la farfalla. Ma le ali,
poverina, le ali?... Come farai, leggiera farfalletta, a spiccare il volo
quando il fuoco della candela t'avrà incenerito le ali?...
Quest'era la mia paura; che qualche
triste disinganno le togliesse ogni poesia dall'anima, e che restasse come quei
sciagurati che si credono esseri spregiudicati, positivi, perfetti, e non sono
altro che mostruosi bastardumi dell'umana progenie, corpi senza spirito
destinati a corrompere per alcuni anni una certa quantità d'aria pura e a
popolare di vermi la cavità d'un sepolcro. Io lottava pertinacemente, come le
mie occupazioni me lo consentivano, contro i dubbiosi istinti di quell'indole
femminile; ma non altro faceva che arrestar il male senza poterlo togliere, anche
perché le parole dell'Aquilina contrastavano alle mie, e le compagnie ch'essa
le faceva frequentare le offrivano esempi totalmente opposti a quelli che si
affacevano per confermare le mie belle teorie.
Il cholera se non altro fu benemerito
di spazzare il mondo da molte persone che non si sapeva il perché ci fossero
capitate. Uno dei primi ad andarsene fu Agostino Frumier che lasciò numerosa
figliolanza, e fu accoratissimo di scender sotterra senza la chiave di
ciambellano così lungamente ambita. Suo fratello ci perdette nella moria la
vecchia Correggitrice che morì credo più di paura che di vero male; ed egli
allora tornò così nuovo al mondo che credo si maravigliasse di non trovarsi in
capo la perrucca e di non veder il Doge e le cappe magne degli Eccellentissimi
Procuratori. Dicevano per Venezia: - Ecco il cavalier Alfonso Frumier che è
uscito or ora di collegio. - Aveva all'incirca sessantacinque anni, e la
signora Correggitrice passavi settanta quando s'era decisa a morire. Per
trovare una costanza simile a questa bisognerebbe risalire ai primordi del
genere umano quando non c'era che un uomo ed una donna sola. In quel contagio
credo che morisse anche la Doretta che dopo una vita piena di vitupero e di
pellegrinaggi era tornata in Venezia ad infamare la propria vecchiaia. Certo
seppi dalla signora Clara ch'ella mancò nell'estate di quell'anno
nell'Ospitale. Io l'avea incontrata parecchie volte, ma finto di non conoscerla
perché la sua sozza figura mi moveva proprio ribrezzo; e mi sapeva di
sacrilegio l'unire la memoria di Leopardo a quella svergognata creatura.
Peraltro anche la sua fine contribuì a persuadermi che una suprema giustizia
domina le vicende di questo mondo; e che vi sono sì molte e dolorose eccezioni,
ma in generale ne resta confermata la regola che il male raccoglie male.
Durante la giovinezza, quando l'animo bollente ed impetuoso non ha tempo di
considerare le pienezze delle cose, ma s'arresta più facilmente ai particolari,
è possibile il prender abbaglio. Di mano in mano poi che il giudizio si
raffredda e che la memoria fa maggior tesoro di fatti e di osservazioni, cresce
la confidenza nella ragione collettiva che regola l'umanità, e s'intravvede la
sua salita verso migliori stazioni. Così non accorgiamo il pendio d'un torrente
nello spazio di pochi piedi ma bensì a specularlo da un'altura in buona parte
del suo corso.
Ci eravamo appena riavuti dallo
sgomento di quella pestilenza, quando una sera, mi pare a mezzo novembre, mi fu
annunciata la visita del dottor Vianello. Io era sempre stato in qualche
corrispondenza con Lucilio, ma dopo il trent'uno quand'egli pure era venuto in
Italia per ripartirne tantosto, le nostre lettere s'erano sempre fatte più
rare. Allora poi non ne aveva notizia da più d'un anno. Lo trovai curvo,
pallido e bianco affatto di quei pochi capelli rimastigli; ma negli occhi era
sempre lui; l'anima forte e integerrima scaldava ancora le sue parole, quando
alzava un gesto s'indovinava la vigoria dello spirito che covava in quel
corpicciuolo asciutto e sparuto.
- T'ho detto che verrò a morire fra
voi! - mi disse egli. - Or bene, vengo a mantenere la mia parola. Ho
settantadue anni, ma sarebbero nulla senza un noioso mal di petto regalatomi
dal clima di Londra. Abbiamo un bel difenderci noi, figliuoli del sole; le
nebbie ci rovinano.
- Spero bene che scherzi - gli
risposi io - e che come hai guarito me nella vista, così guarirai te nel petto.
- Ti ripeto che vengo a mantenere la
mia parola. Del resto noi ci conosciamo, e non si abbisognano né scambievoli
cerimonie, né bugie. Sappiamo cosa si può sperare della vita, e qual bene o
qual male è la morte. Se io ti recitassi ora la commedia con questa mia
indifferenza, avresti ragione di piagnucolare; ma sai che parlo come penso, e
che se dico di morire in pace, in pace anche morrò. Soltanto ti confesso che mi
duole all'anima di non vedere la fine; ma è un malanno che è toccato a dieci
generazioni prima della mia e non giova lamentarsene. Le mie azioni, le mie
idee, il mio spirito che con grande studio e con qualche fatica ho educato ad
amare ed a volere il bene, soffocando anche le passioni che lo dominavano,
tutto io credo seguiterà a servire quella meravigliosa provvidenza che va
perfezionando l'ordine morale. Ti ricordi dei mondi concentrici di Goethe? Non
saranno una verità; ma una profonda e filosofica allegoria. I nostri sospiri le
nostre parole si ripercotono lontano lontano affievoliti sempre annullati mai,
come quei cerchi che s'allargano intorno a quel punto del lago che fu percosso
da un sasso. La vita nasce da contrazione, la morte da espansione; ma la
vitalità universale assorbe in sé questi varii movimenti che sono per lei quasi
funzioni di visceri diversi.
Io ascoltava devotamente le parole di
Lucilio, perché rarissimi sono coloro che sanno volgere a vero conforto le alte
speculazioni della filosofia, e questo è privilegio concesso ai pochissimi che
ebbero da natura o si procacciarono coll'educazione e colla forza della volontà
la concordia intima dei sentimenti coi pensieri. Certo io non era in grado di
batter l'ali dietro a quell'aquila, ma ne ammirava da terra il volo luminoso,
consolandomi di vedere che altri saliva col ragionamento ov'io di sbalzo m'era
stabilito colla coscienza.
- Lucilio - gli risposi
abbracciandolo nuovamente - parlando con voi mi sento proprio rinvigorire;
questo è segno che le vostre sono idee vere e salutari. Ma per questo appunto
non mi proibirete di sperare che la vostra compagnia ci durerà più lungo di
quello che volete darci da intendere...
- Ti prometto che ci faremo buona e allegra
compagnia; nulla di più. Potrei anche dirti il tempo, ma non voglio farmi
scornare come medico. Insomma son contento di me e tanto deve bastare.
- Desiderereste riveder la Clara? -
gli chiesi io. - O ve ne è passata affatto la voglia?
- No, no! - egli mi rispose. - Anzi
intendo vederla per contemplare ancora una volta il fine diverso di un'istessa
passione in due temperamenti diversi, e diversamente educati. Imparare più che
si può, dev'essere la legge suprema delle anime. Questa sete inestinguibile che
abbiamo di sapere e che ci tormenta fino all'istante supremo non dipende da
motivo alcuno apparente alla ragione individuale. Essa può benissimo rilevare
dalla necessità d'un ordine più vasto che si dilata oltre la morte. Impariamo
dunque, impariamo!... La natura sembra disperdere la pioggia a capriccio; ma
ogni goccia per quanto minuta per quanto infinitesima è bevuta dalla terra, e
trascorre poi per meati invisibili dove la richiama la soverchia aridità.
L'ozio è un trovato della imbecillità umana; nella natura non v'è ozio, né cosa
che sia inutile.
- Dunque guarderete la Clara come il
notomista che indaga un cadavere?
- No, Carlo, ma guarderò lei come
guardo me: per convincermi sempre più, anche nelle obiezioni apparenti dei
fatti, che una ragione solo sommove spinge ed acqueta quest'umanità varia ed
immensa; per provare ancora una volta colla costanza de' miei affetti, che essi
tendono ad un'esistenza più vasta, ad un contentamento più libero e pieno che
non si possa ottenere in questa fase umana dell'esser nostro. Perché se così
non fosse, Carlo, io sarei ben pazzo ad amare chi mi affligge e mi disprezza;
ma un'intima coscienza mi assicura che non sono pazzo per nulla, e che il mio
giudizio è tanto retto tanto imparziale come può esserlo quello d'altr'uomo al
mondo.
- Ascoltatemi, com'è che non vi udii
mai né stupirvi né sdegnarvi per l'incredibile cambiamento della Clara a vostro
riguardo? Gli è già un pezzo che voleva chiedervene: ma mi sembra caso anche
più maraviglioso della stessa pertinacia dell'amor vostro.
- Com'è che non me ne stupii, e non
ne ebbi sdegno? È piano il chiarirtelo. La Clara aveva l'anima disposta alle
sublimi illusioni; e non poteva maravigliare di vedermela sfuggire per quella
via; massime che io svagato da diversi pensieri m'era abbandonato ad una
stupida sicurezza. Le donne ci possono fuggire per di sotto; allora è facile
racquistarle ed è la disgrazia più comune, e il pericolo generalmente temuto.
Io che mi sentiva certo da quella parte, non pensai all'altra. Guai guai quand'elle
ci sfuggono per di sopra!... L'inseguirle è inutile, richiamarle è vano; nessun
piacere è più grande della voluttà dei sacrifizi, nessun ragionamento vince la
fede, nessuna pietà le distoglie dalla considerazione assoluta delle cose
eterne!... E le donne, vedete, hanno maggior facilità di noi a vivere, direi
quasi, oltre la vita. Come medico io ebbi occasione di convincermi che nessun
uomo per quanto forte e sventurato uguaglia una misera donnicciuola
nell'indifferenza della morte. Sembra ch'esse abbiano più chiaro di noi il
presentimento d'una vita futura. Quanto poi al non aver preso in ira la Clara,
prima di tutto, scusami, ma l'ira è sentimento da ragazzi; io poi non l'ebbi
contro di lei perché la sua non fu ingiustizia ma allucinazione: ella credeva
di amarmi meglio a quel modo, e di procurarmi non un piacer mondano e
passeggiero, ma una contentezza celeste ed eterna. Figurati! Doveva anzi
esserlene grato.
Io ammirai la facilità colla quale
Lucilio subordinava alla ragione i più fuggevoli e involontari movimenti
dell'animo. A forza di costanza e di esercizio egli governava se stesso come un
orologio; e passioni affetti pensieri si aggiravano in quel modo ch'egli avea
loro prefisso. Bensì non si poteva dire che egli sentisse fiaccamente; anzi a
conoscerlo bene bisognava confessare che soltanto con una pressura quasi
sovrannaturale di volontà egli potea giungere a tener regolate e compresse le
passioni che lo agitavano.
Lucilio e la Clara si videro quasi
tutte le sere durante quell'inverno, e la conversazione di casa Fratta ebbe più
volte a scandolezzarsi delle violente scappate del vecchio dottore. Augusto
Cisterna andava dicendo che si dovea perdonargli per la vecchiaia, ma la Clara
portava più oltre la tolleranza, affermando che era sempre stato pazzo a quel
modo e che Dio lo avrebbe scusato pei suoi buoni motivi. Ella aveva gran cura
di non porre gli occhi addosso al dottore, forse perché così s'era votata di
fare uscendo di convento; ma del resto tanta era la semplicità della sua fede e
la ingenuità delle maniere che Lucilio ne sorrideva più di ammirazione che di
scherno. Quello che si era mostrato contentissimo di rivedere il dottor
Vianello, fu, non ve lo immaginereste mai, il conte Rinaldo. Ma ve ne spiego
ora il motivo. Dalle sue diuturne incubazioni sui libri delle biblioteche era
in procinto di nascere qualche cosa; un operone colossale sul commercio di
Veneti da Attila a Carlo Quinto nel quale l'arditezza delle ipotesi, la copia
dei documenti e l'acume della critica si sussidiavano a vicenda mirabilmente,
come a quel tempo mi diceva Lucilio. Questi poi riuscì molto comodo all'autore
per l'esame di certi punti parziali sui quali lo sapeva profondamente erudito;
e infatti corressero insieme qualche proposta, ne ammendarono qualche altra.
Lucilio faceva le grandi maraviglie di scoprire tanto tesoro di sapienza e
tanto fervore d'amor patrio in quell'omiciattolo sucido e brontolone del conte
Rinaldo; ma insieme anche indovinava le cause del fenomeno.
- Ecco - diceva egli - ecco come si
sfruttano, in tempo di errori e di ozii nazionali, le menti che vedono giusto e
lontano, e le forze che non consentono di poltrire!... I loro affetti la loro
attività si sprecano a rianimare le mummie; non potendo migliorare le
istituzioni e studiare ed amar gli uomini, scavano antiche lapidi, macigni
frantumati, e studiano ed amano quelli. È il destino quasi comune dei nostri
letterati!
Ma Lucilio diceva troppo. Perché con
Alfieri con Foscolo con Manzoni con Pellico era già cresciuta una diversa
famiglia di letterati che onorava sì le rovine, ma chiamava i viventi a
concilio sovr'esse: e sfidava o benediva il dolore presente pel bene futuro.
Leopardi che insuperbì di quella ragione alla quale malediceva, Giusti che
flagellò i contemporanei eccitandoli ad un rinnovamento morale, sono rampolli
di quella famiglia sventurata ma viva, e vogliosa di vivere. Il disperato
cantore della Ginestra e di Bruto sapeva meglio degli altri che soltanto la
lunghezza della vita può sollevar l'anima a quella sublimità di scienza che
comprende d'uno sguardo tutto il mondo metafisico e non s'arresta ai gemiti
fanciulleschi d'un uomo che si spaura del buio.
Giulio, il mio figliuoletto, si
sarebbe assai vantaggiato della compagnia e della conversazione di Lucilio se
questi fosse rimasto più a lungo con noi. Ma pur troppo il suo male si aggravò
all'aprirsi della primavera, e giusta le sue previsioni lo condusse ben presto
a morire. Egli spirò guardandomi fieramente in volto quasi mi vietasse di
compiangerlo; la Clara era nell'altra camera che pregava per lui, e l'ultima
parola del moribondo fu questa: - Ringraziala! - Infatti io la ringraziai, ma
non sapeva bene di cosa. Per quanto l'avessi pregata non avea consentito a
consolare il morente della sua presenza; ma siccome ella faceva uno studio
peculiare di attraversare le proprie voglie, così mi è lecito il credere che ne
sentiva anzi desiderio; e che offerse anche quel sacrifizio per maggior bene
dell'anima di lui. Io rimasi più meditabondo che addolorato dopo la perdita di
Lucilio; ma mi diede molta stizza il piacere che ne dimostrò mia moglie senza
alcun riguardo. Secondo lei la frequenza del dottore in casa nostra metteva a
pericolo la moralità de' suoi figliuoli, e Dio le avea fatto una grazia
segnalata mandandolo all'ultima dimora che gli avea destinata.
Quel giorno appiccai coll'Aquilina
una furiosa battaglia, che non passò senza lagrime e senza strepiti; ma
pazientava anche troppo, e una tale ingiustizia mescolata a tutto potere di
riconoscenza, meritava le scopate. Confesso che io né ebbi né avrò mai la
serena pacatezza di Lucilio. Del resto la morte di questo come già quella della
Pisana mi persuase sempre più che ad esser forti e generosi c'è sempre da
guadagnare. Non foss'altro si muore allegramente: e questa, oltrecché ventura
desiderabilissima, è anche la pietra del paragone su cui si differenziano i
galantuomini dai tristi. Durante la vita c'è di mezzo l'ipocrisia; ma sul gran
punto!!... Eh, credetelo, amici miei, non si ha né tempo né voglia di far la
commedia. E il castigo più grande e più certo dei birbanti è quello di morire
tremando.
Nel riandare la mia storia io penso
sempre alla margheritina, a quel modesto fiorellino dal botton d'oro e dai
raggi bianchi, sul quale le zitelle traggono il pronostico d'amore. Una per una
le cavano tutte le foglie, finché resta solo l'ultima, e così siamo noi che dei
compagni coi quali venimmo camminando lungo i sentieri della vita, uno cade
oggi l'altro domani e ci troviamo poi soli, melanconici nel deserto della
vecchiaia. Alla morte di Lucilio tenne dietro quella di mio cognato, Spiro, la
quale ci fu annunciata da Luciano e raddoppiò il lutto del mio cuore. Quanto a
lui, egli non pensava più di abbandonare la Grecia ed io l'avea preveduto che
l'ambizione dovea soperchiare in quel giovane qualunque altro sentimento. S'era
un po' scoraggiato dopo l'assassinamento del conte Capodistria, ma poi
all'assunzione al trono di re Ottone aveva ottenuto un buon posto nel Ministero
della guerra, e di colà agognava i posti più alti coll'avida pazienza del cane
che mette il muso sul ginocchio del padrone per aver un tozzo del suo pane. Di
noi, di Venezia, dell'Italia egli non parlava più che come di altrettante
curiosità: più affettuosamente forse mi scriveva sua moglie, benché dai
figliuoli di Spiro sapessi che non la trattava molto bene. E già s'intende che
della trascuranza di Luciano mia moglie seguitava ad accagionar me come della
morte di Donato.
Peraltro nei due o tre anni che
seguirono, disgrazie che colpirono più direttamente lei me la resero un po' più
indulgente; e di ciò ebbi ed avrò sempre rimorso pei grandi malanni che
provennero dalla mia fiacca indulgenza. Le mancarono ad uno ad uno tutti i suoi
fratelli, e non restava più che Bruto il quale sopportava assai lietamente il
crescer degli anni, e solamente si lamentava che il destino gli prefiggesse per
dimora Venezia ove gli spessissimi ponti davano un soverchio incommodo alla sua
gamba di legno. Così noi andavamo pian piano scadendo verso la vecchiaia,
mentre il paese racquistava la sua gioventù, e quello che seguì poi prova
abbastanza che tutti quegli anni non furono né perduti né dormiti come
cianciano i pessimisti. Dal nulla nasce nulla: è assioma senza risposta.
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