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Nel quale è dimostrato a conforto
dei letterati come il conte Rinaldo scrivendo la sua famosa opera sul Commercio
dei Veneti si consolasse pienamente della sua miseria. Tristissima piega di mio
figlio Giulio e temperamento comico della piccola Pisana. I giovani d'adesso
valgono assai meglio dei giovani d'una volta; e sbagliando s'impara, quando si
sa ciò che si vuole e si vuole ciò che si deve. Fuga di Giulio e visita dei
vecchi amici. Feste e lutti pubblici e privati durante il 1848. Ritorno in
Friuli, dove alcuni anni dopo ricevo la notizia della morte di mio figlio.
Vi sarete accorti che di tutte le
professioni cui io mi dedicai, a nessuna mi avea condotto il mio libero
arbitrio; e che o la volontà degli altri, o la necessità del momento, o un
concorso straordinario di circostanze m'aveano dato in mano il partito bell'e
fatto senza ch'io potessi pur ragionarci sopra. Nella negoziatura poi io m'era
immischiato per puro riguardo a mio cognato; e se non me ne stolsi quando la
ditta Apostulos ebbe finito di liquidare i conti, fu solamente perché il
maneggio commerciale de' miei piccoli capitali mi serviva a parar innanzi la
famiglia. Intorno al quaranta peraltro essendo io divenuto vecchio e debole
ancora negli occhi, e sommando già la mia sostanza a tanto che anche impiegata
in fondi poteva darmi di che vivere, deliberai ritirarmi affatto dal commercio.
A ciò fare m'ingegnava da qualche tempo, quando l'Internunziatura di
Costantinopoli mi diede avviso che il governo ottomano avea finalmente
riconosciuto in parte il credito di mio padre; e che se non la più grossa somma
della quale si ritenevano debitori gli eredi del Gran Visir d'allora, almeno un
rilevante capitale mi sarebbe pagato.
Lucilio, tre quattr'anni prima m'avea
già avvertito che l'Ambasceria inglese non avea trascurato quest'affare e che
solamente lo rallentava il misero stato delle finanze della Porta, ma io non
avrei mai creduto che si dovesse giungere a qualche risultato: e perciò mi
parvero un grazioso presente le ottantamila piastre che mi furono contate, e
quanto agli eredi del Visir li lasciai in pace perché mio figlio Luciano,
incaricato di prenderne contezza, aveva risposto ch'erano tutta gente oscura e
miserabile. Tra le ottantamila piastre e i trentamila ducati che mi fruttò la
liquidazione finale dei miei conti, formai una bella somma, colla quale comperai
un grande e bel podere intorno alla casa Provedoni di Cordovado, nonché molti
fondi del patrimonio Frumier, dei quali il dottor Domenico Fulgenzio cercava
sbarazzarsi per adoperare più liberamente la propria sostanza nel circuire e
incorporarsi quella degli altri.
Tuttavia l'educazione di Giulio
consigliandoci la dimora in città, continuammo ad abitare la mia casa paterna
di Venezia: pei due mesi d'autunno si prendeva a pigione un casino sul Brenta e
là si godeva dell'aria libera e d'una compagnevole villeggiatura. A poco a poco
m'era avvezzato a Venezia, ch'era diventato anch'io come quel dabbenuomo che
non potea vivere un giorno senza vedere il campanile di San Marco. E non vi
dirò del campanile, ma certo la chiesa, le Procuratie, il Palazzo Ducale li rivedeva
sempre con un piacere misto di dolcissima melanconia quando il San Martino ci
faceva dar le spalle alla campagna. Bruto invece, che colla sua gamba di legno
si trovava meglio d'assai in terraferma, ci serviva volonterosamente da
fattore; e gran parte della buona stagione la passava in Friuli, dove anche la
sua presenza era utile per uno sciame di nipoti d'ogni sesso ed età che avevano
lasciato i suoi fratelli e ch'egli si studiava alla bell'e meglio di
beneficare. Io per me aveva provveduto a tutti i figliuoli di Donato e della
Bradamante. Due ragazze erano maritate assai decentemente una a Portogruaro
l'altra a San Vito; e dei giovani l'uno guadagnava il bisogno nella sua
professione di veterinario, l'altro attendeva alle cose sue, e dall'affitto della
spezieria e da uno dei miei poderi che gli aveva ceduto da amministrare,
ricavava abbastanza per ristorar la famiglia delle sofferte sciagure.
Quelli invece che andavano di male in
peggio erano i Conti di Fratta. Sarà stata una sciocchezza ma a me doleva
sempre e ne duol tuttavia di vedersi spegnere la famiglia della Pisana. Il
dissesto poi d'ogni loro fortuna non era pareggiato che dalla stoica felicità
colla quale lo sopportavano. Rinaldo con compere di libri e con neglette
esazioni; la Clara con improvvide beneficenze, ognuno dal canto suo avea dato
fondo ai rimasugli del proprio avere. Rimanevano ancora due o tre coloni con
un'ala cadente del castello e due torri sfiancate, ma gli affitti si
disperdevano a destra e a sinistra nelle mani rabbiose e litiganti dei
creditori: non un quattrino ne giungeva a Venezia, quando mai si avrebbe potuto
scrivere colà che ne mandassero. Ma bisogna rendere questa giustizia agli
ultimi rappresentanti dell'illustre prosapia dei Conti di Fratta, erano tanto
restii a pagare come noncuranti di riscuotere. Il conte Rinaldo adunque e la
reverenda Clara si trovavano ridotti all'entrata di un ducato al giorno, più le
tre lire venete che la signora riceveva dall'Erario pubblico come patrizia
bisognosa. Ma lo vedete bene che non c'era da gozzovigliare; e infatti l'anno
non era per loro che una lunga quaresima.
Fortuna che la signora per le sue
estasi serafiche ed il Conte per le continue distrazioni della scienza non
aveano tempo di badare allo stomaco. S'assottigliavano ogni giorno più, ma
senza accorgersene; e credo che si sarebbero avvezzati a viver d'aria come
l'asino d'Arlecchino. Certo mi ricordo che un giorno avendo io domandato alla
contessa Clara perché pigliasse tanti caffè, minacciata com'era da una
paralisi, mi rispose che il caffè a Venezia costava poco e ne beveva assai per
far senza brodo. Tra il caffè e l'aria, in punto di nutrizione credo che ci sia
pochissima differenza. Notate che qualunque donnicciuola si fosse presentata
alla loro porta piagnucolando e paternostrando era certa di non partire che
dopo aver ricevuto un soldo o un tozzo di pane. Son certo che la Clara al suo
peggior nemico, se lo avesse avuto, avrebbe fatto parte dell'ultimo caffè, e
datoglielo anche tutto, se si fosse imbronciato del poco.
Il conte Rinaldo intanto cercava per
mare e per terra un editore della sua opera; ma pur troppo non lo trovava. Le
ricchezze s'erano accresciute notevolmente in quella lunga pace, non tanto
forse quanto si voleva, ma certo cresciute erano; il senso pubblico e l'educazione
aveano migliorato assai benché a rilento e quasi a ritroso delle circostanze;
ma non si guardava tanto lontano e la carità patria cercava bisogni presenti da
soddisfare, piaghe da sanare, desiderii da adempiere, non glorie remote da
ravvivare, o vecchie eredità passive da raccogliere. Un inno manzoniano in
onore della strada ferrata che si progettava allora per congiungere Milano a
Venezia avrebbe trovato editori compratori e lodatori; ma un'opera voluminosa
sul commercio degli antichi Veneti non stuzzicava la curiosità del pubblico, e
non dava speranza ai librai di guadagnarci gran fatto. Perciò facevano tanto di
cappello al signor Conte, e dopo aver pesato colla mano il suo manoscritto
glielo restituivano garbatamente senza pur volerlo leggere. Indarno egli si
sfiatava a persuaderli di esaminare l'opera sua per conoscerne il valore e
l'estensione; essi rispondevano che la reputavano un capolavoro, ma che i
lettori non erano preparati a cose tanto sublimi e profonde, e che se lo
scrittore secondava le proprie idee, agli stampatori invece si conveniva di
soddisfare ai desideri della gente. Il conte Rinaldo aveva la modestia del vero
merito, ma insieme anche la dignità naturale di chi è sinceramente modesto.
Perciò non s'abbassava, come dice il
volgo, a leccar le scarpe di nessuno, e tornava nella sua solitudine a
vendicarsi nobilmente e a consolarsi dei sofferti rifiuti col limare correggere
ed emendare il proprio lavoro. Trent'anni di studi di ricerche di meditazioni
non gli sembravano sufficienti; ed ogni giorno gli saltava agli occhi qualche
passo dove una più larga critica avrebbe rischiarato le idee, o avviato meglio
il lettore a comprendere lo spirito dell'autore. Per poco non era grato agli
editori che gli aveano lasciato il tempo di lumeggiar meglio qualche parte del
quadro e ritoccare il disegno. Ma poi quando tornava a credere di aver finito,
e si rimetteva in giro per le botteghe dei librai col suo manoscritto sotto il
tabarro, gli toccavano sempre le uguali repulse condite da ultimo anche da
qualche motteggio e dalle sgrugnate dei meno cortesi. Consigliato a rivolgersi
agli editori più noti delle altre città, cominciò un ostinato carteggio con
Firenze con Milano con Torino con Napoli. I più neanche rispondevano;
qualcheduno che serbava rispetto al Galateo lo invitava a mandare saggi della
sua opera. Ed eccotelo il dabbenuomo, a scegliere a ripulire a trascrivere
ancora: ma in fin dei conti capitava una lettera che trovava o lo stile troppo
astruso o l'argomento troppo alieno dagli studi presenti; lo si invitava a
scrivere di statistica e d'economia, che sarebbe decentemente retribuito, ma in
quanto a quei lavori monumentali d'erudizione storica non s'affacevano al
nostro secolo.
Il povero Conte metteva anche quelle ultime
lusinghe nella cantera delle illusioni svanite; ma ne aveva una tal provvista
da frustar ancora, che corsero parecchi anni prima che si persuadesse
dell'assoluta impossibilità di trovare un editore per la Storia Critica del
Commercio Veneto. Gli capitò in mente che farsi raccomandare da qualche
uomo già noto nella letteratura e nelle scienze poteva giovargli assai; ma
siccome non conosceva alcuno si consultò intorno a questo partito col cavalier
Frumier. Figuratevi che bazza! Il Cavaliere dopo la morte della dama Dolfin non
aveva più racquistato l'uso dei sensi, e a parlare a lui di letterati e di
scienziati, era lo stesso come farsi narrare la storia letteraria del secolo
scorso. Egli non veniva più in qua dell'abate Cesarotti e del conte Gaspare Gozzi;
sicché diede assai scarso conforto al cugino. Il conte Rinaldo allora deliberò
di fare da sé, e cominciò a vendere tutto quello che aveva ancora di vendibile
per cominciare se non altro la stampa; dopo dati alla luce i primi fascicoli
confidava nel favore del pubblico che non poteva mancare ad un'opera di decoro
patrio e di alta importanza storica. La signora Clara bevette d'allora in poi
un più moderato numero di caffè, egli si tolse perfino il pane di bocca per
raggranellare più presto quelle cinquecento lire che abbisognavano alla stampa
dei quattro primi capitoli. Come poi le ebbe in tasca, andò dal tipografo, e
senza pur contrattare, le depose sul banco dicendo trionfalmente:
- Stampatemi più che potete del mio
manoscritto.
- In qual sesto lo comanda, quante
copie ne desidera, vuol distribuire schede d'associazione o farne senza? -
chiese lo stampatore.
Tutte cose delle quali Rinaldo non
s'intendeva un'acca. Ma fattosi dichiarare ogni cosa pel minuto, rimasero
d'accordo che si sarebbero sparse per tutta Italia quattromila schede di
associazione con quattro parole d'invito contenenti i sommi capi dell'opera, e
che si sarebbero stampate mille copie del primo fascicolo in ottavo grande. Il
Conte tornò a casa che non toccava coi piedi il selciato; e le tre settimane
che impiegò a correre dalla casa alla stamperia, rivedendo bozze, emendando
errori, cambiando vocaboli e aggiungendo postille furono per lui il tempo più
felice della vita, quello che sarebbe stato il primo amore ad un giovinetto
qualunque. Ma lo stampatore non partecipava gran fatto di questo eccesso di
giubilo; le schede non tornavano colle firme desiderate; e appena era se in
Venezia e nelle città vicine se n'erano raccolte un paio di dozzine. Queste poi
capitavano loro per mezzo dei commessi librari e si sa quanto stenti il denaro
a rifluire per questi incerti canali. Peraltro il Conte era sicuro di veder
stampato entro un mese il suo primo fascicolo e dormiva sulle rose. Ebbe sì a
litigare colla censura per qualche frase per qualche periodo, ma erano
correzioni che non intaccavano menomamente l'opera d'importanza, e le concesse
volentieri.
Così finalmente venne alla luce il
famoso frontespizio coi quattro capitoli che gli tenevano dietro, e il conte
Rinaldo ebbe la straordinaria consolazione di poter contemplare i cartoni della
sua opera nelle vetrine dei librai. A questa consolazione tenne dietro l'altra
non meno vitale di udirne strombettar il titolo sui giornali, e di vederne la
critica tirata giù a campane doppie in qualche appendice. Fu il primo un
giornale di Milano a lodare l'intento e la profonda erudizione del libro,
nonché il grande valor pratico che poteva acquistare anco per l'odierno
commercio, ove concorressero circostanze tali che lo avviassero a ritentare gli
scali d'una volta. Si parlava in quel cenno critico delle Indie, della China,
delle Molucche, dell'Inghilterra, della Russia, dell'oppio, del pepe e della
paglia di riso, di Mehemet Alì, dell'Impero birmano e del taglio dell'istmo di
Suez, di tutto insomma fuorché del lavoro di Rinaldo e della mercatura e degli
istituti commerciali veneziani durante il Medio Evo.
Tuttavia Rinaldo se ne accontentò
perché infatti l'intento patriottico e la critica vasta e profonda erano
designati come i pregi principali; il che era vero e l'autore sel sapeva, come
seppe buon grado al giornalista di aver letto e interpretato a dovere l'opera
sua. Un diario toscano copiò nella sostanza il giudizio del giornale milanese
aggiungendo qualche cosa del suo, e dando a divedere con queste aggiunte di aver
al più malamente sfogliazzato quel libro. Ma dopo cominciarono a comparire qua
e là cento critiche, cento giudizi gli uni più strambi degli altri, ricalcati
servilmente e variati a piacere da quelle prime relazioni. Si accorgeva alle
prime che gli scrittori conoscevano il libro appena nel titolo, e non aveano
forse neppur pensato due volte a questo, perché un dotto pubblicista di Torino
ebbe a raccomandare lo studio del Conte di Fratta come un ottimo manuale per
quei commercianti che vogliono aiutare la pratica dei loro negozi colle
speculazioni della moderna economia. Leggendo quest'ultimo giudizio il povero
autore si stropicciò gli occhi, e credette aver straveduto o che almeno non
parlassero di lui e della sua opera. Ma poi ci tornò sopra e se ne persuase pur
troppo.
- Razza di somari! - mormorò egli fra
i denti. - Pazienza non comperarlo, pazienza non leggerlo! Ma non intendere
nemmeno il titolo!... Giudicarlo a rompicollo prima di osservarne il
frontespizio!... Questa poi trascende ogni misura, e dico il vero che vorrei
piuttosto essere lacerato che lodato da simile genia di aristarchi.
Era vissuto fino allora nelle
biblioteche il conte Rinaldo e non sapeva che quelli non erano tempi da
perdersi in letture. E che si lodava e si biasimava senza leggere, appunto
perché si apprezzava più lo spirito e l'intento che il valore scientifico e la
forma delle opere. Ognuno diceva al vicino: «leggi quel libro che a primo
assaggio mi parve buono!». Ma le parole passavano e il libro restava in
bottega. Piuttosto si correva a divorare le recentissime di qualche giornale.
Io non voglio dire che non restassero studiosi di polso che avean tempo a
tutto; ma la gioventù, la gran consumatrice dei libri nuovi, era troppo
occupata. Volendo tener dietro ai chiassi ai trastulli agli amorazzi nei quali
era cresciuta e alle nuove passioni che fermentavano nelle combriccole, non era
bastevole un'anima per individuo. Allora appunto era morto Gregorio XVI, al
quale succedette nella sedia pontificale Giovanni Mastai Ferretti sotto il nome
di Pio IX. Chi al leggere questo nome non lo sente rimormorare sulle labbra,
come una nota melodia che ci ronza negli orecchi lungo tempo dopo averla
ascoltata?... Pio IX era anzitutto sacerdote e papa e lo si volle trasformare
in un Giulio II pontefice e soldato; fu come quando si travede in una nuvola un
simbolo una figura che chi l'ha in capo la ravvisa, ma invano si cercherebbe
farla vedere agli altri.
Allora il nuovo Papa o non capì o non
volle capire il significato di quegli applausi che lo portavano a cielo, e
tacendo diede ragione a chi sperava da lui più forse che non era disposto a
concedere. Non so se l'entusiasmo fosse di moda o la moda generasse
l'entusiasmo; so che entusiasmo e moda pervennero dal bisogno universalmente
sentito di ricoverare le proprie speranze dietro un vessillo santo ed
inviolabile: non v'avea né congiura, né impostura, era saviezza d'istinto.
Questi avvenimenti che rompevano la lunga sonnolenza d'Italia non secondarono
per nulla l'impresa tipografica del conte Rinaldo; certo anche in tempi soliti
non avrebbe guadagnato dal primo fascicolo di che aiutare almeno per metà la
stampa del secondo, ma allora poi non ci cavò uno scudo che l'è uno scudo. E
quello che è più curioso, toccò anche a lui dimenticarsi del proprio libro per
correre cogli altri in piazza a gridare: Viva Pio IX!
Sua sorella era fra le meglio
invasate pel nuovo Pontefice; ne parlava come d'un profeta, e tutta la sua
conversazione se n'era scandolezzata perché mai più s'immaginavano che la
vecchia bigotta, la badessa emerita di Santa Teresa plaudisse di gran cuore ad
una papa che tirava più al politico che al sacerdotale; almeno così credevano
allora. Ma ignoravano forse il perché la Clara si era fatta bigotta e monaca, e
a quali condizioni s'era obbligata verso Domeneddio all'osservanza dei voti. Io
non lo sapeva ancora di sicuro; ma da qualche mezza parola credeva già di
poterlo indovinare.
Intanto in mezzo a questi torbidi il
danaro si faceva più raro che mai; e fu allora che il conte Rinaldo mandò un
ordine urgente al suo castaldo di Fratta che gli si spedisse qualche soldo ad
ogni costo; e il povero contadino si tolse d'impiccio vendendo i materiali che
rimanevano del castello e anticipandone al padrone il prezzo. Il Conte con
quella sommetta voleva aiutare la fondazione d'un giornale patriottico in non
so qual città di terraferma; e così anche allora il danaro gli scappò dalle
dita, e Clara rimase senza caffè, ed egli con poco pane: ma l'una pregando,
l'altro leggendo e fantasticando si difendevano valorosamente contro la fame.
Qualche volta io ebbi la cristiana previdenza d'invitarlo a pranzo, ma era
tanto svagato che benché sovente avesse nello stomaco l'appetito vecchio d'un
paio di giorni, si smemorava dell'ora del pranzo e non veniva che alle frutta.
Peraltro rimesse che furono in movimento le mascelle mostravano assai buona
memoria del digiuno e una discreta previdenza di non volerlo patire per un buon
pezzettino di futuro.
Questo era il poco bene che poteva
operare a vantaggio de' miei cugini, dei fratelli della Pisana; del resto non
aveva il coraggio di esibirmi conoscendo la loro permalosa delicatezza; ed
anche qualche libbra di caffè di cui l'Aquilina regalava la Clara, la facevano
giungere a loro di soppiatto per mezzo della serva. Confesso la verità che
negli anni antecedenti quei due stampi singolari mi erano oltremodo antipatici,
e durava fatica a sopportarli pensando di qual sangue erano; ma mano a mano che
i tempi minacciavano scuri e temporaleschi mi riappaciava con loro, e serbava
la mia bile contro la gente che li circondava. Là si vide il doppio intento
d'una condotta e d'un modo di pensare che pareva uguale ed era tutt'altro:
l'Ormenta, i Cisterna e i loro satelliti pensavano all'utile proprio, alla
sicura comodità della vita sotto la scusa della gloria di Dio; Rinaldo e la
Clara operavano per la gloria di Dio in tutto e per tutto, e la sostanza i
commodi la vita avrebbero sacrificato allegramente per quel santissimo scopo.
Gli è vero forse che anche la gloria di Dio la intendevano assai diversamente
tra fratello e sorella, ma ad ogni modo nelle azioni e nell'opinion loro uno
scopo ideale c'era; e picchiavano anch'essi le mani e si univano al generale
entusiasmo, mentre il dottor Ormenta guardava sospettoso dalla finestra e
mandava il canchero nel cuore a quei maledetti gridatori. Tuttavia
all'occasione gridava quant'ogni altra buona gola; e non si faceva grattar la
pancia come le cicale.
Mio figlio intanto era andato
inzaccherandosi sempre più in sì trista compagnia: e per quanto mi studiassi di
sollevargli la mente dalle cose basse e materiali e di tenergli viva la
gioventù dello spirito, egli non mi badava più che tanto e mi pareva più
vecchio lui a ventidue anni che non fossi io a settanta. Più anche mi studiava
di volgerlo a sentimenti forti e generosi in quegli ultimi anni quando
m'accorgeva delle vicende che ci pendevano sopra, e sentendomi già poco meno
che decrepito, l'avrei dovuto lasciare senza guida nei momenti in cui più forse
ne avrebbe abbisognato. Ma il sozzo dolciume dei vizii gli aveva troppo guasto
il palato, e quei pervertitori della gioventù lo avevano persuaso che fuori
della tranquillità, della buona tavola e del buon letto, non sono altre cose
desiderabili al mondo; cotali opinioni le ostentava come segno di animo forte e
d'indipendenza filosofica, facendosi merito di sprezzare la puerilità di chi
metteva gran parte delle sue speranze nel contentamento di qualche desiderio
meno umile.
Era la reazione contro il
romanticismo, della quale quei volponi si giovavano per fuorviare i giovani
secondo il loro interesse. E siccome altri giovani di più matura esperienza o
più rettamente guidati si opponevano a quelli colla parola coll'esempio,
gridando che era un abbominio il negare così ogni idealità delle vita, e il
rendersi come porci in brago schiavi solo dei commodi e dei godimenti; quei
maestri di corruzione soffiavano che eran gridate d'invidia e che non bisognava
badarci, e che era tutto effetto d'ipocrisia, ma che ci voleva coraggio per
beffarsi delle predicazioni di quei farisei. Giulio che era di volontà forte e
ricisa non si buttava a mezzo in un partito: per lui quell'opporsi a visiera
alzata alle censure dei puritani, come li chiamavano, fu una prova di coraggio,
e tanto essi lo biasimavano, d'altrettanto egli esagerava la cinica
scapestratezza dei costumi. Gioco, beverie, donne, erano le sue tre virtù
principali; ne aveva molte altre di accessorie, e sopra tutte poi, quella
ch'essi rimproveravano agli avversari, una profonda e spontanea ipocrisia.
Messo ch'egli aveva il piede oltre la soglia della casa, senza nemmeno pensarlo
la sua persona assumeva un contegno composto, la sfacciataggine e la
dissolutezza gli cadevano dagli occhi, e le labbra dimenticavano il solito
frasario di bordello. Vicino a sua madre pareva un angelino; e quando io, per
colpire il lato debole di quell'educazione cui l'aveva avviato, ripeteva quanto
de' suoi costumi mi riferivano le pubbliche voci, ella mi smaniava contro
gridando che le erano falsità, e che il suo Giulio bastava guardarlo per
conoscerlo fin nel fondo del cuore. Che se egli non perdeva il capo dietro le
fantasticaggini solite dei giovani, che se teneva invece al sodo e cogli uomini
posati, bisognava ringraziarne il cielo; e che già una tremenda lezione l'avea
già avuta nella fine di Donato. E lì rappiccava i soliti capi d'accusa; sui
quali a me conveniva scrollare le spalle ed andarmene per non udir predicare
tutta la giornata.
Peraltro non potei far a meno di
somministrar a Giulio una gran lavata di capo e minacciarlo di peggio pel
futuro quando alle solite voci che correvano sul suo conto se ne aggiunsero di
peggiori e quasi infami. Un amico del cavalier Frumier mi avvertì aver udito
raccontare d'una scena avvenuta in una bisca a proposito di alcuni tagli di
macao, eseguiti, a quanto dicevano, da mio figlio con soverchia destrezza. Egli
non avea risposto che coi pugni all'importuno osservatore, e questa maniera di
difendere la propria onestà non gli dava ragione presso il giudizio dei più.
Giulio, interpellato da me sopra questa circostanza, rispose per la prima volta
con qualche alterezza che egli voleva giocare a suo piacimento senza che altri
gliene prescrivesse il modo, che si beffava delle loro ciarle, ma che non
voleva ricevere mali atti, e che chi era malcontento de' suoi pugni se li facesse
levare. Quanto al delitto appostogli non disse né sì né no: e vi scivolò sopra
con qualche confusione lasciandomi quasi persuaso che non glielo apponessero a
torto. Peraltro aveva ancora una lontana lusinga che quei suoi mali
diportamenti provenissero da un amor proprio fuorviato, da una smania eccessiva
di contraddizione, e che se ne sarebbe forse allontanato prima che, batti e
ribatti, le petulanze diventassero abitudini, e quelle colpe vizii. Attendeva a
questa mia speranza, quando in mezzo all'entusiasmo propagatosi per tutta
Italia all'amnistia concessa da Pio IX, Giulio fu appunto il solo ch'ebbe il
coraggio di opporsi all'invasamento universale; di deridere quelle feste quelle
gridate in piazza, e di chiamar pazzi e femminette coloro che ci credevano. Non
parlava e non agiva forse così per antiveggenza politica, ma per mostra di
eccentricità e di cinismo; ad ogni modo, fosse anche stata profonda
convinzione, era più sfacciataggine che coraggio manifestarla a quel modo, in
quei momenti. Anche le illusioni meritano qualche volta rispetto, e così non
bisogna sfiorare la verginità d'animo d'un garzoncello, come non è lecito
infirmare la fiducia generosa d'un popolo, quando la fede è per sé una forza
rigeneratrice. Giulio invece motteggiava e beffeggiava senza riguardo; coloro
stessi che forse meglio di lui erano persuasi delle sue opinioni, e ai quali
tornava conto quell'opposizione, in pubblico facean le viste di non udire, o
tirati in mezzo, disertavano lesti lesti all'entusiasmo dei più. Giulio allora
s'ostinava sempre più e percotendo a due mani amici e nemici, smascherava la
doppiezza di quelli, scherniva la dabbenaggine di questi, e si godeva di esser
fuggito come il corvo dalle male nuove, e odiato come il paladino delle
anticaglie e dello statu quo.
Più l'odio era generale più si faceva
un vanto di resistere; e fors'anco cominciava a credere nella verità di alcune
fra le sue idee; ma raccolse il solito frutto della sua imprudenza. Gli uomini
troppo assoluti e sinceri sono caricati per solito delle colpe di tutto il loro
partito, e Giulio si ebbe addosso l'esecrazione generale. Senza sapere
appuntino tutte queste vicende, perché i parenti son gli ultimi ad aver
contezza della condotta dei figliuoli, ne subodorai abbastanza per metter
Giulio in avvertenza di tutto il male che gliene poteva intervenire. Egli mi
rispose che della vita faceva omai il conto ch'ella merita, e che nulla di male
poteva intervenirgli persuaso com'era che non fossero mali quelli che
affliggono solamente l'immaginazione.
- Bada, bada, Giulio! - io soggiunsi
con voce di preghiera e quasi colle lagrime agli occhi. - La vita non si
compone soltanto di quello che tu credi! L'anima tua potrebbe svegliarsi,
sentir bisogno d'amore di stima...
- Oh padre mio - m'interruppe
sogghignando il giovane - non parliamo di queste poesie! Transeat se gli
uomini fossero savi giusti e perfetti, ma così come sono tanto importa posseder
l'amore e la stima del proprio cane che quella di costoro. Io per me vi
rinunzio volontieri e per sempre!
- Non dir per sempre, Giulio, ché non
lo puoi! Sei troppo giovane! (Egli sorrise, come tutti i giovani, quando si
appunta loro mancanza d'esperienza). Quegli uomini che tu giudichi così pazzi
così tristi possono sollevarsi per uno slancio magnanimo da quella solita
abiezione e riavere momenti sublimi di giustizia e di generosità!... Ora se tu,
Giulio, in quei momenti dovessi sopportare il loro disprezzo, credilo, ti
spezzerebbe l'anima, a meno che tu non abbia perduto ogni pudore ogni dignità
umana. In quei momenti non è l'ostracismo della pazzia e della nequizia che
soffrirai, ma la sentenza della generosità e della giustizia!... E non potrai
illuderti, non potrai difenderti!... Contro uno contro due contro dieci potrai
insorgere, fremere, vendicarti; ma contro l'opinione d'un popolo non v'ha
riparo: gli è come un incendio che compresso da una parte divampa subitaneo e
maggiore dall'altra!... In tanta sciagura uno solo è il ricovero che la
Provvidenza permette all'onest'uomo; il ricovero della coscienza. Ma tu, Giulio,
come ti troverai di faccia alla coscienza?... quali conforti ti darà essa? A te
che ti sei fatto una gloria di calpestare quanto di più nobile di più etereo
racchiude l'umana speranza?... A te che professando un disprezzo profondo degli
uomini senza pur conoscerli, ti sei accostato ai peggiori, e hai con ciò dato
appiglio a credere che tu disprezzi te stesso più di ogni altro?... Via,
rispondi; non ti pare che fra i tuoi maestri, i tuoi amici, fra il dottor
Ormenta, fra Augusto Cisterna, i suoi figliuoli e il resto della gente non
corra alcun divario? Ma se la gente accusa, vitupera, perseguita le azioni di
quelli, non è segno che almeno la coscienza pubblica è migliore della loro, e
che v'è una vita possibile possibilissima, e se non felice e dignitosa in
tutto, certo più degna di quella cui essi ti hanno invitato?... Temi, temi,
Giulio, di esser confuso con simil razza di serpenti; temi che la
contraddizione non ti trascini più oltre di quanto non vuoi; e che per la tua
smania di distinguerti e di capitaneggiarti, non ti si faccia carico dei
delitti e dei vizii di coloro che stanno ora dietro a te, e che al maggior uopo
avranno la furberia di lasciarti solo.
- Ti sbagli di grosso sul mio conto -
rispose Giulio colla massima pacatezza e senza onorare la mia predica neppur
d'un istante di esame. - Io non ho adottato il credo di nessuno. Il dottor
Ormenta e il signor Augusto Cisterna sono vecchi furbi e scostumati non
migliori né peggiori degli altri; ho continuato a stare con loro per abitudine
e perché non ci vedea ragione di mutar compagnia, cascando dalla padella nelle
bragie, cioè dal vizio nell'impostura. I giovani coi quali costumo son quelli
che consentono meglio colle mie idee; e se hanno i loro difetti non posso
avermene a male. Quanto poi a farmi soggezione delle ciarle della gente, non
sono così sciocco. La mia coscienza mi dirà sempre ch'io la penso più
dirittamente di loro, e il mio buonsenso riformerà le sentenze appellabilissime
dell'altrui ignoranza.
Capii che a predicare tutta una
quaresima non ci avrei cavato alcun frutto; e lasciai che se n'andasse,
sperando e temendo insieme che l'esperienza avrebbe fatto quello che indarno io
aveva tentato. Ma cominciava a dubitare che la mia trascuranza e la soverchia
deferenza all'Aquilina dovessero essere gravemente punite, e che i figliuoli
preparassero i più fieri dolori della mia vecchiaia. Infatti non era solamente
Giulio che mi dava da pensare; anche la Pisana cominciava a sgarrare sul serio,
ed io m'accorgeva troppo tardi di aver perduto sopra di essi ogni paterna
autorità.
Quella ragazza, ve lo dissi, era la
più furba ed entrante che avessi mai conosciuto; ma mi confidava che l'esempio
di sua madre e la scrupolosa religione nella quale la educava l'avrebbero
preservata dai maggiori pericoli. Intanto andava tenendola d'occhio alla
lontana, e non mi pareva che traesse molto buon frutto dalle sue devozioni. Era
umile ed affettuosa con sua madre, con me del pari serbava un contegno modesto
e discreto, e quando si trovava in mezzo alla gente in nostra compagnia pareva
addirittura una santoccia. Ma coi servi colle cameriere si mostrava dura ed
altera; e a sbalzi poi l'udiva scherzare e ridacchiare insieme ad essi con modi
tali che dissomigliavano da quelli tenuti in nostra presenza. Così se sua madre
voltava l'occhio quando si trovavano in qualche brigata, subito mandava via
occhiate di fuoco a destra e a sinistra, e m'accorgeva che non si sbagliava nel
cernere i bei giovani dai brutti. Arrossiva anche talora e si storceva sulla
seggiola in modo che dimostrava la malizia maggiore della santità. Insomma io
non era quieto per nulla sul suo conto, e quando l'Aquilina, pur consentendo
che Giulio dava un po' nello scapato, si consolava della sua buona fortuna e
ringraziava il cielo di averci compensato a mille doppio in quella eccellente
figliuola, io non poteva stare che non torcessi un po' il grugno.
- Come? Che avresti a ribattere? -
saltava su mia moglie con una voce aspra e convulsa che le serviva
costantemente nei suoi colloqui col marito.
- Eh, nulla! - diceva io fregandomi
il mento.
- Nulla, nulla!... Credi che io non
capisca i tuoi attucci da censore malcontento?... Ma via mo, sentiamo che
avresti ad osservare sul conto della Pisana!... Non è bella e perfetta che pare
un angelo?... Non ha due occhi colore del lapislazzulo che dinotano un'anima
candida ed amorosa, e colorito e capelli e statura che a scegliere non si potea
fare di meglio?... Non è fornita di buon ingegno, e di modi riserbati e gentili
come si addicono ad una zitella? Non è divota come un santino, umile ed
ubbidiente poi che sembra un agnello?... Dove vorresti trovare una figliuola
più esemplare?... Io per me torrei di essere un giovine per poterla sposare; e
fortunato tre volte quello cui toccherà una tanta fortuna, ma ci guarderò tre
volte prima di dargliela.
Io non rispondeva nulla e lasciava
che si sbizzarrisse nel suo panegirico; soltanto accennandole di parlar piano
quando sospettava che la ragazza fosse nella camera vicina, e stesse anche
origliando come qualche volta io l'aveva scoperta.
- Orsù, dunque! - continuava
l'Aquilina - non istarti lì ingrognato che pari una statua!... Sei forse padre
per nulla?... Dacché non hai più negozi in piazza, e mio fratello sgobba per te
in campagna, sei diventato il più gran disutile che si possa immaginare!... Non
sei buono ad altro che ad impancarti in un caffè, a legger le gazzette e
fors'anco, Dio non voglia, a chiacchierare senza prudenza con qualch'altro
vecchio matto e a comprometterti.
- Aquilina, se si potesse, ti giuro
che parlerei sovente, ma...
- E cosa faccio ora dunque?... Non ti
dico di parlare? Non ti esorto da un'ora palesare le tue osservazioni? Non son
qui anche con troppa pazienza ad ascoltarti?...
- Allora ti dirò che la Pisana non mi
sembra cogli altri la stessa che si mostra con noi: e che quando non la si tien
d'occhio cambia subito maniere che è una meraviglia, sicché ho gran paura che
tutte le sue belle doti non sian altro che fintaggini, e...
- Anche questa mi toccava sentire!...
Oh povera me!... Povera figliuola! Tu sì che hai proprio il diritto di
accusarla!... Tu che infatti la curi molto! Non ti trovi con noi in mezzo alla
gente due volte l'anno, e vuoi insegnare a me che sto con essa da mattina a
sera, che non l'abbandono mai né col pensiero né cogli occhi!...
- Ti dirò, Aquilina!... Tu stai
sempre con lei; ma ti piace molto il conversare, e non l'abbandonerai forse col
pensiero, ma cogli occhi ti assicuro che la abbandoni sovente. Io certo non
vengo con voi tutti i giorni perché la conversazione di casa Fratta né quella
di casa Cisterna si affanno al mio gusto, ma quando ci vengo, siccome con
quelle persone non ho voglia d'intrattenermi, ho tutto il tempo di osservarla.
Fidati di me; e credi che hai voluto farne una santa ma che se la continua a
quel modo ne avrai fatto invece una civetta sopraffina!
- Oh Madonna santissima! Ti prego,
vammi fuori dei piedi e non bestemmiare!... La mia Pisana una civetta!...
- Zitto, zitto, per carità, Aquilina,
che non la ti senta.
- Eh che non importa nulla!... E non
c'è pericolo che ella c'intenda nulla di tali nefandità!... Ho capito già; tu
non le vuoi alcun bene a quella ragazza: vorresti degli omacci duri e
sconoscenti come Luciano, o qualche pazzerello come quel povero Donato, che tu
solo hai condotto al precipizio. Ma i giovani discreti e affettuosi, le
fanciulle oneste e dabbene non ti si convengono per nulla... Hai proprio
ragione di dire che sei un giacobino incorreggibile... Infatti tu non ti ci
trovi bene in casa Fratta quando ci siamo noi: ma se si tratta poi di
gironzolare le ore colle ore fabbricando castelli in aria e impasticciando
bestemmie ed eresie col conte Rinaldo, allora non ti ritraggi punto, allora la
casa Fratta ti conviene!...
- Non confondere una cosa coll'altra,
Aquilina. Il conte Rinaldo non ci ha nulla a che fare con quei volponi che la
fiduciosa santocchieria di sua sorella gli ha tirato in casa.
- Ecco, ecco, sempre insulti sempre
motteggi a tutto quello che v'è di santo, di venerabile al mondo!...
- Ti ripeto quello che ti ho detto le
mille volte. Io venero e rispetto la santità della signora badessa: ma la mi sa
un po' troppo d'ingenua: e non me ne fiderei per conoscer gli uomini. Infatto
ora che si trovano in tanta strettezza, cosa hanno fatto per essi quei loro ottimi
parenti, quei loro amici sfegatati?...
- Han fatto, han fatto poco meno di
quello che facciamo noi. E farebbero di più se la signora badessa non fosse
tanto permalosa.
- Infatti è l'esser dessa permalosa
che li fa scappare come le mosche dalla tavola poiché si levano le portate!
- Se ora stanno ritirati ce n'hanno
delle ottime ragioni, e tu adopreresti saggiamente imitandoli. Non son tempi
questi da ciarle e da conversazioni, massime pei vecchi.
- Secondo te bisognerebbe risparmiar
al becchino la noia di seppellirci: e nascondersi appunto allora che un barlume
di speranza torna a luccicare, e un po' di vita a fermentare nelle nostre
anime.
- Belle speranze! Bella vita!... Ride
bene chi ride l'ultimo.
La discussione cominciava a dare nel
politico e me la svignai: non dimenticando peraltro il punto principale del
diverbio e proponendomi di osservar la Pisana più che non avessi fatto per
l'addietro. Negli ultimi giorni principalmente la mi sembrava così preoccupata
così facile a cambiar di colore e confondersi che se gatta ci covava non me ne
sarei meravigliato. Mia moglie invece affermava che quelli erano gli indizi
soliti di quel certo passaggio dall'adolescenza alla giovinezza, che turba
inconsapevolmente l'innocenza delle ragazze. Io che d'innocenza me n'intendeva,
e più forse ancora di malizia, non sapeva star contento a quell'opinione, e
guardava e spiava sempre con ogni accorgimento di prudenza, persuaso che alla
lunga la paziente furberia del vecchio l'avrebbe spuntata contro l'accortezza
della fanciulla. Le cure ch'ella si dava di comparir tranquilla e disinvolta
ogniqualvolta s'accorgesse di esser osservata, mi confermavano nel sospetto che
non si trattasse né punto né poco di quell'inconsapevole turbamento messo
innanzi da sua madre; ma i giorni passavano e non veniva a capo di scoprir
nulla.
Finalmente una sera che l'Aquilina
era uscita con suo fratello giunto allor allora dal Friuli, ed io pure doveva
rimaner assente fino ad ora tarda, tornandomene non so per qual cagione a casa,
ed entrato nella stanza ove lavoravano di solito le donne, non ci trovai la
Pisana. Ne chiesi alla cameriera e mi rispose che la era nella stanza da letto.
Allora avvicinatomi pian piano mi parve udire lo scricchiolio d'una penna
d'acciaio, e tutto ad un tratto facendo per aprir l'uscio, non lo potei perché
era chiuso a chiave.
- Chi è? - disse con voce un po'
paurosa la fanciulla.
- Eh, nulla!... Son io che veniva a
vedere di te.
- Subito, subito, papà: mi son
cambiata tutta perché a finir quel ricamo sudai tanto questa sera, ch'era
bagnata come un pulcino. Ma ora vengo ad aprirti.
Infatti aperse e m'accolse con un sì
bel sorriso sulle labbra che dovetti baciarla, e rimettere anche non poco dei
miei sospetti. Vidi alcuni capi di vestiario gettati qua e là come tolti appena
di dosso; ma avvicinandomi al tavolino osservai che la penna era ancora intinta
d'inchiostro. Certo dunque aveva scritto e non voleva farmelo sapere: il che
bastava per farmi sospettare piucchemai, e la lasciai indi a poco augurandole
la buona notte se non l'avessi più veduta. Il giorno appresso, quand'ella uscì
per la messa insieme a sua madre, entrai nella sua stanza e feci di tutti i
cassetti di tutti gli armadi un diligentissimo esame. Ma tutto era aperto, e
niente trovai che potesse dar ragione ai sospetti concepiti la sera prima.
Guardai nella cantera del buffetto vicino alla lettiera, e ci vidi, fra molti
libricciuoli devoti, una specie di sacchettino ricamato nel quale ella
costumava riporre medaglie, reliquie, immagini e altre simili cianfrusaglie. Mi
parve che colle dita non si potesse giungere ben in fondo di quel sacchetto; e
sentiva come alcune cartoline che non poteva carpire: allora lo rovesciai e
scopersi una cucitura fatta, pareva, in gran fretta e con refe bianco. La
disfeci e trovai tre letterine graziosette profumate ch'era una delizia a
vederle.
- Ah ti ho colta, birbona! - diss'io,
e non ebbi più rimorso di aver messo la mano ne' suoi segreti; l'autorità
paterna è forse, anzi certo, la sola che dia cotali diritti, perché è obbligata
a procurare il bene dei figli anche contro la loro volontà. Quelle tre
letterine portavano la firma di Enrico il quale era appunto il nome dell'ultimo
figliuolo di Augusto Cisterna; vi si parlava oltre il bisogno di tenerezze di
baci di abbracciamenti; ed io non cercava di saperne di più. Le misi in tasca e
aspettai che le signore tornassero dalla chiesa. Infatti di lì a mezz'ora la
Pisana venne alla sua stanza per levarsi il cappello e riporre la mantiglia, e
fu meravigliata assai d'incontrarsi in suo padre.
- Pisana - le dissi io senza andare
tanto per le lunghe, ché di avere fatto l'inquisitore ero già piucché stanco -
qui ti bisogna esser sincera, ed espiare con una pronta confessione le colpe
che per mera fanciullaggine hai commesse: dimmi subito dove e con qual mezzo ti
trovi da sola a solo con quel signor Enrico che ti scrive tanto teneramente?
La fanciulla traballò sulle gambe e
tramortì in viso a segno ch'ebbi compassione di lei; ma poi ricominciò a
balbettare che non sapeva nulla, che non era vero, in modo ch'io perdetti la
pazienza e ripetei con voce più autorevole il comando di esser ubbidiente e
sincera. Contuttociò ella rimase imperterrita a rispondermi che non ci capiva
un ette e a far l'indiana con tanta buona grazia, che mi sentii il solletico di
schiaffeggiarla.
- Senti, figliuola - ripresi io un
po' sbuffando un po' trattenendomi. - Se io ti dicessi che tu ricevi e scrivi
lettere a Enrico Cisterna, e che discorri con lui dopo che noi siamo a letto,
alla finestra della Riva, non andrei un dito lontano dal vero. Ma non voleva
dirlo per lasciarti il merito della sincerità. Ora che tocchi con mano ch'io so
tutto, e vedi cionnostante che mi dispongo ad usar di tutta la mia bontà, spero
che vorrai mostrartene degna, con dirmi come sei venuta in tanta confidenza con
quel giovine, cosa ti piace tanto in lui, e perché, se credevi onesta la tua
condotta, hai creduto bene di celarla ai tuoi genitori. So che sei ben avveduta
quando ne hai voglia, e adesso dovresti accorgerti che il partito più saggio
più onesto più furbo è di aprirti a me come ad un amico, perché si veda di
metter ordine a tutto, accordando le nostre convenienze anche col tuo talento
se vuoi!...
A queste parole la Pisana dimise
affatto quel suo contegno di figliuola modesta e paurosa per diventare lesta
sicura sfacciatella quale io l'avea veduta più volte colle cameriere, o in
qualche crocchio durante le lunghe distrazioni di sua madre.
- Padre mio - mi rispose col piglio
disinvolto d'una prima amorosa che recitasse la sua parte - vi chieggo perdono
di una mancanza che non finirò mai di rimproverarmi; ma non vi conosceva e
aveva più paura della vostra autorità che confidenza nel vostro affetto. Sì, è
vero; gli sguardi le preghiere di Enrico Cisterna mi hanno commossa, e per non
vederlo patire, ho voluto concedergli quanto mi domandava.
- E se io ti dicessi che Enrico
Cisterna è un tristo, un giovinastro senza decoro e senza probità, al quale
l'abbandonarti sarebbe il peggior castigo che potessimo infliggerti?
- Oh non andate in collera!... No,
per carità, che non ce n'è il motivo! È vero, ebbi compassione di Enrico; ma
non ci sono tanto ostinata, e se non è di vostro piacimento, meglio qualunque
altro che lui!...
- Così tu rispondevi alle sue
lettere, tu ti abboccavi tutte le sere con esso lui alla finestra...
- Non tutte le sere, padre mio.
Appena quella in cui la mamma spegneva il lume prima di mezzanotte. E siccome
ella ha molte divozioni distribuite per varii giorni della settimana, così questo
non avveniva che il lunedì il mercoledì e la domenica.
- Ciò non monta affatto. Voleva dire
che quanto facevi lo facevi per mera compassione.
- Te lo giuro, papà: proprio per
compassione.
- Sicché se domani venisse un
gondoliere, un cenciaiolo a domandarti per compassione di far all'amore con
lui, gli risponderesti di sì!
- No certo, papà. Il caso sarebbe
molto differente.
- Ah dunque convieni che ci vedi dei
meriti particolari in Enrico, per sentir piuttosto compassione di lui che di un
altro?... Ora favorirai dirmi quali sono questi meriti.
- In vero, papà, sarei molto
imbrogliata a dichiararveli, ma giacché siete tanto buono, voglio farmi forza
per accontentarvi. Prima di tutto quando s'andava a teatro, io vedeva Enrico
accarezzato e festeggiato dalle più belle signore. Non vorrai già negare
ch'egli non sia almeno almeno molto simpatico!...
Io non sapeva più in qual mondo mi
fossi udendo la santoccia parlare a quel modo; ma volendo pur vedere fin dove
sarebbe arrivata:
- Avanti - soggiunsi. - E poi?...
- E poi ha una foggia di vestire
molto elegante, un bel modo di presentarsi, una loquela sciolta e brillante.
Insomma per una ragazza senza esperienza c'era, mi pare, quanto bastava per
rimaner abbagliata. Quanto ai suoi costumi al suo temperamento io non me ne
intendo, padre mio; credo che tutti siano buoni, e non sarei mai tanto
sfacciata da chiedere cosa voglia dire un giovane scostumato!
Era però abbastanza imprudente per
farmi capire che lo sapeva; laonde io le risposi che senza cercar tanto addentro
le doti morali di Enrico, ella doveva capire che quei pregi esterni e affatto
d'apparenza non dovevano bastare per meritargli l'affetto d'una donzella
bennata.
- E chi dice ch'egli abbia il mio
affetto? - riprese ella. - Vi giuro, padre mio, che gli corrispondeva
unicamente per compassione, e che adesso giacché vedo ch'egli non ha la fortuna
di piacervi, lo dimenticherò senza fatica, e accetterò di buon grado quello
sposo che avrete la bontà di procurarmi.
- Eh, sporchetta! - io sclamai - chi
vi parla ora di sposo?... Che premura avete?... Chi vi ha insegnato a tirar in
mezzo voi simili discorsi?
- Nulla! - balbettò essa alquanto
confusa - non ho parlato così che per dimostrarvi meglio la mia docilità.
- Capisco - risposi io - fin dove
giunge la vostra docilità. Ma ti esorto a moderare la tua indole, a educare i
tuoi sentimenti, perché fino che tu non sia in grado di apprezzare i veri
meriti d'un onest'uomo, oh no, perbacco, che non ti lascerò andare a marito!...
Non voglio fare né la tua né l'altrui rovina.
- Ti prometto, papà, che d'ora in poi
tutte le mie cure saranno rivolte a moderare la mia indole e ad educare i miei
sentimenti. Ma mi prometti almeno che la mamma non saprà nulla?
- Perché vorresti che tua mamma non
ne sapesse nulla?
- Perché mi vergognerei troppo di
comparirle dinanzi!
- Eh via, che un po' di vergogna non
ti starà male: vorrei anzi che la sentissi molto, per cercare di non averla a
soffrire altre volte. Intanto ti avverto che non posso lasciar ignorare a tua
madre una cosa che le darà la giusta misura della tua santità.
- Oh per carità, padre mio!
- No, non affannarti e non
piangere!... Pensa a correggerti, ad esser sincera d'ora in avanti, a non
invaghirti di frascherie e a non distribuire il tuo affetto con tanta
leggerezza.
- Oh ti giuro, padre mio...
- Non tanti giuramenti; a ora di
pranzo ti dirà tua madre quello che avremo disposto a tuo riguardo. Non v'è
male che non abbia il suo rimedio: sei giovinetta ancora e spero che tornerai
una buona figliuola, capace di fare la felicità nostra, e dell'uomo cui il
cielo ti ha destinato, se la sorte vuole che ti accasi. Intanto pensa ai casi
tuoi; e medita sulla sconvenienza di quelle azioni che costringono una
figliuola ad arrossire dinanzi ai suoi genitori.
Così la lasciai; ma era tanto sbalordito
che nulla più. E quelle lusinghe di ravvedimento le avea buttate lì per vezzo;
del resto non sapeva da qual banda cominciare per ridurre a donna di garbo una
tale fraschetta. Confesso che m'immaginava di scoprire un giorno o l'altro
delle assai brutte cose sotto quella vernice di santità, non mai peraltro
quella sfrontata e ingenua frivolezza che ci aveva trovato.
L'Aquilina fu per diventar pazza alla
contezza ch'io le diedi per lungo e per largo di tutto il marrone. Non volea
credere sulle prime, ma aveva le tre letterine in tasca e se ne persuase;
allora prese a gridare e a graffiarsi il viso colle unghie, che guai per la
Pisana se le capitava fra le mani! - Ma io la trattenni, e giunsi appoco appoco
a calmarla, sicché pensammo anche al modo di troncare senza chiasso
quell'amoruzzo e di assicurarci meglio dei costumi della ragazza con un metodo
diverso d'educazione. Quanto al licenziare quell'Enrico, che era in verità un
capo da galera, si decise che era meglio lasciare l'incarico a lei come quella risoluzione
venisse spontanea dalla sua volontà, e noi né ci entrassimo né sapessimo nulla.
Poi si pensò di cambiar tutte le donne di servizio, alla compagnia delle quali
io attribuiva non senza ragione la strana leggerezza con cui quella mattina mi
aveva parlato. Conducendola meno a teatro e in mezzo alla gente, invogliandola
a letture piacevoli e salutari, io mi lusingava di ottener qualche cosa; non
nascondeva peraltro all'Aquilina che il guasto era più profondo di quanto non
mi sarei mai immaginato, e che ogni rimedio avrebbe potuto essere inutile. Mia
moglie mi dava sulla voce per questo mio scoramento soggiungendo che alla fine
poi era una scappata più che di cattiveria d'inesperienza, e ch'ella
scommetteva senz'altro di rendere la Pisana così ragionevole e posata che in un
mese avrei stentato a riconoscerla.
- L'ha un tal fondo di religione -
diceva ella - che soltanto a richiamarle alla memoria i suoi doveri, si pentirà
del fallo commesso, e farà fermo proponimento di non ricadervi mai più.
- Fidati della sua religione! - le
risposi io. - Ti dico che è tutta apparenza, ed ora tocchi con mano lo sbaglio
gravissimo di non armare la sua coscienza con altri motivi di ben fare che non
sono i Comandamenti puri e semplici!...
L'Aquilina cominciò ad inalberarsi,
io a tempestare; e perdemmo di vista la Pisana per litigare fra noi due; ma io
me ne risovvenni per raccomandarle di adoperarsi intorno alla fanciulla con
molta prudenza, e poi me n'andai sperando che l'istinto materno l'avrebbe
condotta assai meglio del suo accorgimento di bigotta. Come infatti mi parve
essere sulle prime; ché trovai giorno per giorno la ragazza migliorata d'assai;
e benché continuasse sempre un po' frivola e scapata, pure non usava più arte
veruna per comparire diversa. La vergogna le avea fruttato bene, ma anco io
aveva adoperato destramente di non ribadirle l'impostura mostrandomi troppo
scandolezzato della sua naturale leggerezza. Così sperava che se non una donna
forte ed esemplare, una sposina discreta e come tutte le altre ci verrebbe
fatto di cavarne. Peraltro mi ficcava sempre più in capo che bisognava
allettarla con quello che le piaceva; e se ci fosse capitato un giovine bennato
che allo splendore dell'apparenza unisse la bontà della sostanza, io avrei
ceduto l'educazione a lui, quasi sicuro che sarebbe riuscito a buon fine e che
di lì a qualche anno avrebbe avuto una moglie secondo i suoi desiderii. Nessun
miglior maestro dell'amore; egli insegna anche quello che non sa.
Mentre la strana condotta di Giulio e
la dubbia conversione della Pisana mi tenevano col cuore sospeso, le
dimostrazioni in piazza prendevano per tutta Italia un tenore più fiero e
guerresco; dalla Francia mutata improvvisamente in Repubblica soffiava un vento
pieno di speranza; la rivoluzione minacciò a Vienna, proruppe a Milano, e fu
compiuta anche a Venezia nel modo che tutti sanno. In quei momenti, per quanto
fossi vecchio, mezzo cieco e padre di famiglia, certo non ebbi tempo di pensare
a' miei affaruzzi di casa. Uscii in piazza cogli altri, buttai via i miei
settant'anni, e mi sentii più forte più allegro più giovane che non lo fossi
mezzo secolo prima, quando avea fatto la mia prima comparsa politica come
segretario della Municipalità.
Si armava allora la Guardia Nazionale,
e mi vollero far colonnello della seconda legione; senza consultare né gli
occhi né le gambe io accettai con tutto il cuore; richiamai alla memoria tutto
il mio antiquato sapere di tattica militare, misi in fila e feci voltare a
destra ed a sinistra alcune centinaia di giovani buoni e volonterosi, indi me
n'andai a casa col cervello nelle nuvole, e l'Aquilina al vedermi incamuffato
in una certa assisa che mi dava figura più di brigante che di colonnello, fu
per cadere in terra per un repentino travaso di bile. Checché ne mormorasse la
moglie, mangiai all'infretta un boccone, e tornai fuori ai miei esercizi; vi
giuro che non mi sentiva indosso più di vent'anni. Soltanto la sera, quando mi
ridussi a casa verso la mezzanotte, dopo aver subíto le più gran rampogne che
possa soffrire una buona pasta di marito da una moglie bisbetica, chiesi che ne
fosse di Giulio, il quale io lo aveva cercato indarno qua e là per tutto quel
giorno. Non lo avevano veduto, non ne sapevano nulla; e fu un nuovo appiglio all'Aquilina
per tornar daccapo cogli strapazzi. Peraltro io era troppo inquieto sul conto
di quel giovine per badare a lei: la condotta tenuta in fino allora, l'indole
superba e violenta lo esponevano ai più gravi pericoli, e dopo molte
considerazioni e un'altra mezz'ora di aspettativa, non potei trattenermi, ed
uscii in cerca di lui. Non mi sarei immaginato mai più il colpo terribile che
mi aspettava!...
Ne chiesi a casa Fratta a casa
Cisterna, e non seppero dirmene nulla; tentai a casa Partistagno, ove usava
molto in quell'ultimo tempo, ma mi risposero che il signor generale era partito
da due giorni bestemmiando contro i suoi sette figliuoli che tutti avean voluto
rimanere a Venezia, e che il signor Giulio non lo aveano veduto da una
settimana. Mi venne in capo di cercarne contezza al Corpo di Guardia del nostro
sestiere, e là mi toccò strappare dalla bocca di un giovine studente la triste
verità. Il mattino Giulio era accorso insieme a loro all'Arsenale, dove si
distribuivano le armi, e già s'aveva cinta la sciabola, quando uno sconsigliato
(diceva lo studente) s'era messo ad insultarlo; lì Giulio s'era volto contro di
lui, quando dieci e cento altri avevano preso le parti dell'insolente, e fra
gli urli gli oltraggi gli schiamazzi, mio figlio avea dovuto ceder al numero,
abbastanza fortunato di salvar la vita. Ma alcuni dabbene che non volevano che
quel giorno fosse macchiato di sangue fraterno lo avevano difeso colle loro
armi.
- Spero - continuò lo studente - che
il suo signor figlio otterrà giustizia e che messe in chiaro le cose egli
otterrà nella Guardia Nazionale quel posto che gli si compete come cittadino.
E queste parole furono pronunciate in
modo che significavano più compassione al padre che rispetto e confidenza alla
causa del figlio. Io avea capito anche troppo, anche quello che la pietà di
quel giovane avea creduto opportuno di sottacere: fui tanto padrone di me da
ritirarmi rasente il muro, rifiutando il soccorso di chi voleva porgermi il
braccio. Ma giunto che fui a casa mi sopraggiunse un violento assalto di
convulsione, prima ancora che potessi porgere quella notizia all'Aquilina,
accomodando come avrei saputo meglio. Con un salasso, con qualche cordiale mi
calmarono in modo che verso l'alba riebbi l'uso della parola; e allora, con
quell'indifferenza che seppi maggiore, accagionai del mio male le fatiche
esorbitanti del giorno prima, e aggiunsi che avea ricevuto notizie di Giulio e
ch'egli era partito da Venezia per affari di qualche momento. Mia moglie mi
credette, o finse credermi: ma verso mezzogiorno essendo capitata una lettera
da Padova coi caratteri di Giulio essa l'aperse a mia insaputa, la lesse, e
capitò poi nella mia camera con quel foglio in mano, gridando come una
forsennata che le avevano ammazzato un altro figlio, ché certo lo avrebbero
ammazzato!... La Pisana che in quei frangenti dimostrò assai maggior cuore che
io non m'aspettassi, si mise intorno a sua madre, e poiché s'accorse che
vaneggiava chiamò la cameriera, e la posero a letto anche lei. Poi dal
capezzale di sua madre a quello del padre la vispa fanciulla fu per due buone
settimane la più assidua e affettuosa infermiera che si potesse immaginare.
Aveva torto a dire che l'amore è maestro di tutto; anche le disgrazie insegnano
assai.
La lettera di Giulio era del seguente
tenore:
«Padre mio! Tu avevi ragione: contro
dieci contro venti si può ribattere un insulto, non contro una moltitudine; e
vi sono certi momenti nella vita d'un popolo che ne rendon terribili i decreti.
Io portai la pena della mia albagia e del mio sconsiderato disprezzo. Non potrò
più vivere in quella patria che tanto amava, benché disperassi di vederla
risorgere; essa si vendica del mio codardo abbattimento respingendomi dal suo
seno appunto nell'istante che si raccoglie d'intorno tutti i suoi figliuoli a trionfo
e a difesa. Padre mio, tu approverai, credo, la deliberazione d'un infelice che
vuol ricompensare col proprio sangue la stima de' suoi fratelli. Vado a
combattere, a morire forse, certo ad espiar fortemente un errore di cui pur
troppo mi confesso colpevole. Conforta mia madre, dille che il rispetto al
vostro nome come al mio m'imponeva di partire. Io non poteva rimanere in un
paese dove pubblicamente fui chiamato traditore, spia! E dovetti ingoiar
l'insulto e fuggire. Oh padre mio! la colpa fu grave; ma ben tremendo il
castigo!... Ringrazio il cielo e la memoria delle tue parole, che mi
preservarono dal ribellarmi al sopportar quella pena, consigliandomi di cercar
la pace della coscienza in un glorioso pentimento, non il contentamento
dell'orgoglio in una vendetta fratricida. Di rado avrete mie novelle perché
voglio che il mio nome resti morto, finché non risuoni benedetto ed onorato
sulle labbra di tutti. Addio addio; e mi consolo nella certezza dell'amor
vostro del vostro perdono!».
Volete che ve lo dica? La lettura di
questa lettera mi rimise l'anima in corpo; temeva assai peggio, e mi
maravigliai meco stesso che un animo superbo e impetuoso come quello di Giulio
si fosse piegato a confessare i proprii torti e a cercarne una sì degna
espiazione. Ebbi il conforto di compianger mio figlio in vece di maledirlo, e
mi rassegnai del resto a quell'imperscrutabile giustizia che m'imponeva sì
fieri dolori. Guarito che fui, sebbene lo stato di mia moglie fosse ancora
tutt'altro che rassicurante, e la desse di quando in quando segni palesi di
pazzia, ripresi il mio servizio come colonnello della Guardia; e poiché fu
sparsa la novella della partenza di mio figlio e della lettera che egli m'aveva
scritta, ebbi la soddisfazione di veder pietosi e riverenti verso la mia
canizie forse coloro stessi che l'avevano vituperato. Tuttavia non ebbi di lui
ulterior contezza fino al maggio seguente, quando ci capitarono da Brescia
alcune sue righe. Argomentai dal sito che si fosse arruolato nei corpi franchi
che difendevano da quel lato i confini alpestri del Tirolo e si vedrà in
seguito come mi apponessi alla verità. Io lo benedissi dal fondo del cuore e
sperai che il cielo avrebbe secondato le generose speranze del figlio e i
supplichevoli voti del padre.
Due giorni dopo che furono entrati in
Venezia i sussidii napoletani sotto il comando del general Pepe, mio vecchio
conoscente, due uffiziali di quelle truppe vennero a chieder di me. L'uno era
Arrigo Martelli che, fino dal 1832 reduce dalla Grecia, s'era immischiato nel
susseguente anno a Napoli nella congiura di Rossaroll, e d'allora in poi era
sempre stato in prigione nel Castel Sant'Elmo. Mi presentava il suo valoroso
amico, il maggiore Rossaroll stesso che dalla lunghissima prigionia aveva sì
affievolita la vista, ma non affranta per nulla l'invitta forza d'animo. Fummo
amici d'un tratto, e mi sfogai con essoloro de' miei vecchi e nuovi dolori. E
così riandando poi le vecchie storie mi cascò per caso dalle labbra il nome di
Amilcare Dossi, ch'era rimasto nel Regno e più non avea dato sentore di sé. Il
Martelli allora rispose che pur troppo egli ne sapeva la fine miseranda; che
immischiato nella guerra abruzzese del ventuno, e carcerato, era giunto a
fuggire, ma che poi passato in Sicilia, dopo una vita piena di sventure e di delitti,
avea terminato sul patibolo arringando fieramente il popolo, e imprecando sui
suoi carnefici la giustizia di Dio. Queste cose avvenivano nel
milleottocentotrentasei, e furono incentivo alle turbolenze che agitarono
l'isola, e scoppiarono l'anno dopo in violente sommosse all'occasione del
cholera.
- Povero Amilcare! - io sclamai.
Ma già di meglio non isperava del suo
destino; e mi rammaricai colla mia sorte perversa che perfino da amici da lungo
tempo sepolti mi suscitava nuovi dolori.
Cara del pari e non amareggiata da sì
tristi evocazioni, mi fu indi a qualche mese la visita di Alessandro Giorgi,
che tornava dall'America meridionale, vecchio, abbrustolito, storpio,
maresciallo, e duca di Rio-Vedras. Col suo gran corpaccione
insaccato in una sfarzosa giornea scarlatta, piena d'ori e di fiocchi, egli
sembrava a dir poco un qualche grottesco antenato della regina Pomaré. Ma il
cuore che batteva sotto quell'assisa indescrivibile era sempre il suo; un cuore
di fanciullo insieme e di soldato. Vedendolo, non potei far a meno di
instituire in cuor mio un confronto fra lui e il Partistagno: ambidue presso a
poco della stessa indole, avviati alla stessa carriera; ma ohimè quanto diversi
nella fine! Tanto possono su quei temperamenti ingenui e pieghevoli i consigli,
gli esempi, le compagnie, le circostanze: se ne foggiano a capriccio sgherri od
eroi.
- Carlino dilettissimo - mi diss'egli
dopo avermi abbracciato sì strettamente che alcune delle sue croci mi si
uncinarono negli occhielli del vestito - come vedi ho piantato lì tutto, il
ducato l'esercito e l'America per tornare alla mia Venezia!
- Oh non dubitava: - soggiunsi io -
quante volte udendo salire per la scala una pedata insolita ho pensato fra me:
che sia Alessandro?
- Ora contami un poco; qual fu la tua
vita di tutti questi anni, Carlino?
Gli narrai così di sfuggita tutte le
mie vicende e la conclusione fu di presentargli la mia figliuola che allora
appunto entrava nella stanza.
- Non lo nego; hai sofferto delle
grandi sciagure, amico mio; ma ci hai qui delle consolazioni massicce - (e
stringeva fra le nocca dell'indice e del medio le guance rotondette della
Pisana). - Con tutta la mia duchea non son arrivato a fare altrettanto: eppure
ti giuro che tutte le belle brasiliane mi volevano per marito. Amico mio, se
hai figliuoli in istato di prender moglie, affidali a me: guarentisco loro
delle belle cicciotte e qualche milioncino di reali.
- Grazie, grazie; ma come vedi si
pensa ad altro ora che a maritarsi.
- Eh! ti pigli soggezione di queste
frottole? son cose finite subito, credilo a me!... Noi in America si fa due
rivoluzioni all'anno, e ci resta anco il tempo di goder la villeggiatura e di
curar la gotta alla stagione dei bagni.
La Pisana stava lì con tanto d'occhi
ammirando quello stampo singolarissimo di duca e di maresciallo; ond'egli la
prese ancora soldatescamente per un braccio soggiungendo che si compiaceva
molto di fermar ancora l'attenzione delle signorine veneziane.
- Eh! ai tempi nostri, eh,
Carlino?... Ti ricordi la contessa Migliana?...
- Me ne ricordo sì, Alessandro; ma la
contessa è morta da dieci o dodici anni in odore di santità, e noi strasciniamo
assai malamente pel mondo i nostri peccati.
- Oh quanto a me poi, se non avessi
quest'arpia di gotta che mi assassina le gambe, vorrei ballare la tarantella...
Oh Bruto, fratello mio!... eccone qui un altro dei ballerini!... Capperi, come
ti sei fatto nero... Giuro e sacramento che se non fosse per la tua gamba di
legno non ti avrei riconosciuto.
Queste esclamazioni furono provocate
dalla comparsa di Bruto che nel suo arnese di cannoniere civico faceva un'assai
strana figura, degna da contrapporsi alla macchietta americana del Duca
Maresciallo. Egli dal canto suo non risparmiò né braccia né polmoni e la
Pisana, vedendo quei due così abbracciati e bofonchianti, crepava dalle grandi
risate. Peraltro se furono buffi in camera, si diportarono assai gravemente
fuori; e porsero un bell'esempio di obbedienza militare a parecchi giovani che
volevano esser nati ammiragli e generali. Alessandro in onta al ducato e al
maresciallato si accontentò del grado di colonnello; e Bruto tornò al suo
cannone come appunto lo avesse abbandonato il giorno prima. La sua andatura
zoppicante, e l'umore sempre allegro e burliero anche fra i razzi e le bombe tenevano
in susta il coraggio dei giovani commilitoni. Tutti a quel tempo si facevano
soldati, perfino il conte Rinaldo che molte volte, e lo vidi io, montò la
guardia dinanzi al Palazzo con tanta serietà che pareva proprio una di quelle
sentinelle mute che adornano il fondo scenico di qualche ballo spettacoloso.
Quello, poveretto, che non arrivò a
tempo di montar la guardia, fu il cavalier Alfonso Frumier. Cascato di cielo in
terra dopo la morte della sua dama, non avea più rappiccato il filo delle idee,
e cercava cercava senza potervi mai riescire, quando un giorno entra il
cameriere a raccontargli che in Piazza si grida: - Viva San Marco! - e che c'è
la repubblica, e altre mille cose l'una più strana dell'altra. Il vecchio
gentiluomo si diede una gran palmata nella fronte. «Ci sono!» parve ch'ei
dicesse; indi cogli occhi fuori della testa, e le membra convulse e tremolanti:
- Orsù, presto! - balbettò. - Portami
la toga... dammi la parrucca... Viva San Marco!... La toga... la parrucca, ti
dico! Presto!... che si faccia a tempo!
Al cameriere sembrò che il padrone
stentasse a proferire queste ultime parole, e che vacillasse sulle gambe; stese
le braccia per sostenerlo; ed egli stramazzò al suolo, morto per un eccesso di
consolazione. Mi ricordo ancora ch'io piansi all'udir raccontare quella scena
commoventissima, la quale spiegava nobilmente il torpore semisecolare del buon
cavaliere.
Intanto anche noi, senza essere così
felici da morire, pure ebbimo le nostre consolazioni. La concordia d'ogni
classe di cittadini, la serena pazienza di quell'ottimo popolo veneziano in
ogni fatta di disgrazie, la cieca confidenza nel futuro, l'educazione militare
che dietro i forti ripari della laguna aveva tempo di assodarsi, tutto dava a
sperare che quello era il fine, o come diceva Talleyrand, il principio della
fine. L'attività pubblica, occupando le menti d'ogni fatta di persone, impediva
l'ozio, migliorando grandemente la moralità del paese, e non ultimo conforto
era l'abbassamento dei tristi, i quali, a quel ridestarsi vittorioso della
coscienza popolare, s'erano rimpiattati nelle loro tane, come ranocchi nel
fango. Il dottor Ormenta era fuggito in terraferma, e morì, come seppi in
appresso, per uno spavento fattogli da una scorreria di Corpi franchi. Non gli
giovò per nulla lo aver portato nell'infanzia l'abitino di sant'Antonio, ed
ebbe di grazia che lo accettassero in camposanto. Augusto Cisterna dimenticato
e disprezzato da tutti rimase a Venezia; ma perfino i figliuoli vergognavano di
portare il suo nome; ed Enrico, quello scapestrato, riconquistò qualche parte
della mia stima col riportare uno sfregio traverso la faccia nella sortita di
Mestre.
Un giorno ch'io tornava da una visita
al general Pepe, il quale sopportava volentieri le mie chiacchiere, la Pisana
mi si fece innanzi con cera più grave del solito, dicendo che aveva cose di
qualche rilevanza da comunicarmi. Io risposi che parlasse pure, ed ella
soggiunse che, siccome io le aveva promesso per marito un giovine di proposito
e che valesse più per la sostanza che per l'apparenza, credeva di aver trovato
chi facesse all'uopo.
- Chi mai? - le chiesi un po'
trasecolato perché la furbetta non si staccava mai dal letto di sua madre che
allora appena cominciava a guarire.
- Enrico Cisterna! - sclamò ella gettandomi
le braccia al collo.
- Come?... quello...
- No, non dite male di lui, padre
mio!... dite quel giovine bravo e generoso, quel giovine che ad onta d'una
educazione trasandata e d'una vita floscia e pettegola, ha saputo farsi tagliar
il viso dalle sciabolate, e tornar una settimana dopo al suo posto come fosse
nulla!... Oh io gli voglio bene piucché a me stessa, padre mio!... Adesso sì
conosco cosa voglia dire il volersi bene!... Diceva di amarlo per compassione,
quando di compassione non aveva certamente bisogno; ma ora che forse la
meriterebbe, io l'amo per istima, l'amo per amore.
- Sì, tutto va bene, benissimo; ma
tua madre...
- Mia madre sa tutto da questa
mattina; ella unisce le sue preghiere alle mie...
In quel momento si spalancò
sgangheratamente la porta, ed Enrico stesso che stava in agguato nella stanza
vicina mi si precipitò di là, supplicandomi di non volerlo allontanare prima
che non avessi pronunciato la sua sentenza di vita o di morte. Egli mi
stringeva le gambe, quell'altra furiosetta mi attorcigliava il collo colle
mani, chi sospirava chi piangeva... fu un vero colpo da commedia.
- Sposatevi, sposatevi nel nome di
Dio! - sclamai raccogliendoli ambidue fra le braccia; e mai lagrime più dolci
non isgorgarono dagli occhi miei sopra esseri più felici.
Allora volli anche sapere se e come
il loro amore avesse continuato a mia insaputa e dopo quella licenza formale
intimata al giovine da Pisana per ordine nostro. Ma la fanciulla mi confessò
arrossendo di aver scritto quel giorno due lettere invece di una, nella seconda
delle quali raddolciva d'assai il crudo tenore della prima.
- Ah traditorella! - le dissi - e
così m'ingannavi!... così quella faccenda delle lettere continuò poi sotto il
mio naso infino ad ora.
- Oh no, padre mio - rispose la Pisana
- non avevamo più bisogno di scriverci.
- E perché mo non avevate bisogno di
scrivervi?
- Perché... perché ci vedevamo quasi
ogni sera.
- Ogni sera vi vedevate?... Ma se
fuori dell'inferriata io ho fatto inchiodare le imposte di quella maledetta finestra?...
- Papà mio, scusatemi; ma poiché la
mamma s'era addormentata, io scendeva pian piano ad aprirgli la porta della
riva...
- Ah sciagurati!... ah sfacciata!...
in casa lo tiravi!... tiravi l'amante in casa!... Ma se di chiavi di quella
porta non ce n'ha che una e l'aveva sempre io, vicino al letto!...
- Appunto... papà mio; non andate in
collera, ma tutte le sere quella chiave io ve la portava via, e la riponeva poi
la mattina quando portava il brodo alla mamma.
- Scommetto io che mi giocavi questo
bel tiro nel darmi il bacio della buona notte e quello della sveglia!
- Oh papà, papà!... siete tanto
buono!... perdonateci!
- Cosa volete?... Vi perdonerò, ma
col patto che nessuno ne sappia nulla; non vorrei che ne cavassero un libretto
per qualche opera buffa.
Enrico si stava tutto vergognoso,
mentre la sfacciatella mi confessava tra supplichevole e burlesca i suoi
tradimenti; ma io gli diedi del pugno sotto il mento.
- Va' là, va' là, non farmi
l'impostore! - gli dissi - e prenditi la tua sposa, giacché te l'hai guadagnata
a Mestre.
Infatti egli non fu zoppo ad
abbracciarla, e andammo a terminar l'allegria nella camera dell'Aquilina. Tre
settimane dopo Enrico era mio genero, ma gli imposi il sacrifizio di rimanere
in casa nostra, perché non voleva essere burlato e pagarne anche le spese. I
miei vecchi amici onorarono tutti il pranzo di nozze, e fu provato anche una
volta che lo stomaco non conta gli anni quando la coscienza è tranquilla.
Quello, credo, fu il colmo delle nostre gioie. Successero poi i brutti giorni,
i disastri di Lombardia, gli interni sgomenti, le lungherie ubbriache ancora di
speranze ma volgenti sempre al peggio. Eh! ai vecchi non la si dà ad intendere
tanto facilmente! Quell'inverno fra il quarantotto e il quarantanove fu pregno
di lugubri meditazioni: non credeva più alla Francia, non credeva
all'Inghilterra, e la rotta di Novara più che un improvviso scompiglio fu la
dolorosa conferma di lunghi timori. Si combatteva omai più per l'onore che per
la vittoria; sebbene nessuno lo diceva per non scemar agli altri coraggio.
Dopo le pubbliche sciagure
cominciarono per noi i lutti privati. Un giorno vennero a raccontarmi che il
colonnello Giorgi e il caporal Provedoni, feriti sul ponte da una bomba, erano
stati trasportati allo Spedale militare, donde per la gravità della ferita non
era possibile traslocarli. Accorsi più morto che vivo; li trovai giacere su due
lettucci l'uno accanto all'altro, e parlavano dei loro anni giovanili, delle
loro guerre d'una volta, delle comuni speranze come due amici in procinto di
addormentarsi. E sì che respiravano a fatica, perché avevano il petto
squarciato da due orribili piaghe.
- La è curiosa! - bisbigliava
Alessandro. - Mi par d'essere nel Brasile!
- E a me a Cordovado sul piazzale
della Madonna! - rispose Bruto.
Era il delirio dell'agonia che li
prendeva; un dolcissimo delirio quale la natura non ne concede che alle anime
elette per render loro facile e soave il passaggio da questa vita.
- Consolatevi! - diss'io trattenendo
a stento le lagrime. - Siete fra le braccia d'un amico.
- Oh, Carlino! - mormorò Alessandro.
- Addio, Carlino! Se vuoi che faccia qualche cosa per te, non hai che a
parlare. L'Imperatore del Brasile è mio amico.
Bruto mi strinse la mano perché non
era affatto fuori di sé; ma indi a poco tornò a svariare anch'esso, e ambidue
svelavano in quelle ultime fantasticaggini dell'anima tanta bontà di cuore e
tanta altezza di sentimenti, che io piangeva a cald'occhi e mi disperava di non
poter trattenere i loro spiriti che si alzavano al cielo. Tornarono in sé un
momento per salutarmi, per salutarsi a vicenda, per sorridere e per morire. La
Pisana, l'Aquilina ed Enrico, che vennero indi a poco, mi trovarono piangente e
genuflesso fra due cadaveri. Il giorno stesso moriva nel campo dell'assedio
sotto Mestre il general Partistagno. Aveva, lontani di là poche miglia,
numerosi figliuoli de' quali nessuno poté consolare i suoi ultimi momenti.
Dopo aver chiuso gli occhi a due tali
amici mi parve che non era un peccato desiderare la morte; e mi levai col pensiero
alla mia Pisana che forse mi contemplava dall'alto dei cieli, domandandole se
non era tempo ch'io pure passassi a raggiungerla. Un'intima voce del cuore mi
rispose che no: infatti altri tristissimi uffici mi restavano da compiere.
Pochi giorni appresso il conte Rinaldo fu colto dal cholera che già cominciava
la sua strage massime nel popolo affamato. Le bombe avevano accalcato la gente
nei sestieri più lontani da terraferma, ed era uno spettacolo doloroso e
solenne quella mesta pazienza sotto a tanti e così mortiferi flagelli. Il
povero Conte era già agli estremi quand'io giunsi al suo capezzale; sua
sorella, incurvata dagli anni e dai patimenti, lo vegliava con
quell'impassibile coraggio che non abbandona mai coloro che credono davvero.
- Carlino - mi disse il moribondo -
ti ho fatto chiamare perché nei frangenti in cui mi trovo mi risovvenne della
mia opera che corre pericolo di rimaner imperfetta. Or dunque l'affido a te; e
voglio che tu mi prometta di stamparla in quaranta fascicoli nell'egual carta e
formato del primo!...
- Te lo prometto - risposi quasi con
un singhiozzo.
- Ti raccomando la correzione -
mormorò il morente - e... se giudicassi opportuno... qualche cambiamento...
Non poté continuare, e morì
guardandomi fiso, e raccomandandomi di bel nuovo coll'ultima occhiata
quell'unico frutto della sua vita. Io m'adoperai perché gli fossero resi onori
funebri convenienti al suo merito; e raccolsi in casa mia la signora Clara che
afflitta piucchemai dalla sua paralisi, era quasi impotente a muoversi da sola.
Ma assai breve ci durò il contento di prestarle le cure più assidue ed
affettuose che si potessero. Spirò anch'ella il giorno della Madonna d'agosto,
ringraziando la Madre di Dio che la chiamava a sé nella festa della sua
assunzione al cielo, e benedicendo Iddio perché i voti ch'ella avea pronunciati
cinquant'anni prima per la salute della Repubblica di Venezia, e che le aveano
costato tanti sacrifizi, avessero ricevuto un bel premio sul tramonto della sua
vita. Io pensai allora a Lucilio; e forse vi pensava anch'ella con un sorriso
di speranza; perché assai confidava nelle proprie preghiere, e più a mille
doppi nella clemenza di Dio.
Ai ventidue d'agosto fu firmata la
capitolazione. Venezia si ritrasse ultima dal campo delle battaglie italiane, e
come disse Dante: «A guisa di leon quando si posa». Ma un ultimo dolore mi
rimaneva; quello di vedere il nome di Enrico Cisterna sulla lista dei
proscritti. Luciano ch'io aveva lungamente aspettato durante quei due anni
s'era dimenticato affatto di noi; di Giulio aveva ricevuto una lettera da Roma
nel luglio decorso, ma i disastri successivi mi lasciavano molto dubbioso sulla
sua sorte; la Pisana avanzata nella gravidanza s'avviava col marito ai martirii
dell'esiglio; partì con loro, sopra un bastimento che salpava per Genova,
Arrigo Martelli che avea seppellito a Venezia il povero Rossaroll... Quanti
sepolcri e quanti dolori viventi e lagrimosi sopra i sepolcri!...
Restammo soli io e l'Aquilina
oppressi costernati taciturni; simili a due tronchi fulminati in mezzo a un
deserto. Ma la dimora di Venezia ci diventava ogni giorno più odiosa e
insopportabile, finché di comune accordo ci trapiantammo in Friuli, nel
paesello di Cordovado, in quella vecchia casa Provedoni, piena per noi di tante
memorie. Là vissimo un paio d'anni nella religione dei nostri dolori; infine
anch'essa la povera donna fu visitata pietosamente dalla morte. E rimasi io.
Rimasi a meditare, e a comprendere appieno il terribile significato di questa
orrenda parola: - Solo!...
Solo?... ah no, io non era solo!...
Lo credetti un istante; ma subito mi ravvidi; e benedissi fra le mie angosce
quella santa Provvidenza che a chi ha cercato il bene e fuggito il male concede
ancora, supremo conforto, la pace della coscienza e la melanconica ma soave compagnia
delle memorie.
Un anno dopo la morte di mia moglie
ebbi la visita tanto lungamente sperata di Luciano e di tutta la sua famiglia:
aveva due ragazzetti che parlavano meglio assai il greco che l'italiano, ma
tanto essi che la loro madre mi presero a volere un gran bene, e fu per tutti
assai doloroso il momento della separazione la quale Luciano avea fissato al
sesto mese dopo il loro arrivo, e non fu possibile ottenere la protrazione d'un
giorno. Egli era cosifatto; ma per quanti difetti abbia, gli è pur sempre mio
figliuolo, e lo ringrazio di essersi ricordato di me, e penso con profondo
dolore che non devo mai più rivederlo. Spero che la mia famiglia prospererà
sempre nella sua nuova patria; ma nel ricordarmi quei due vezzosi nipotini non
posso fare a meno di sclamare: perché non son essi Italiani! La Grecia non ha
certo bisogno di cuori giovani e valorosi che la amino!...
Giulio dopo la caduta di Roma mi avea
dato novella di sé da molte stazioni del suo esiglio: da Civitavecchia, da
Nuova York, da Rio Janeiro. Egli era esule pel mondo, senza tetto, senza
speranza, ma superbo di aver lavato col sangue la macchia dell'onor suo, e di
portar degnamente un nome glorioso ed amato. Ma poi tutto ad un tratto
cessarono le lettere e soltanto ne ebbi contezza dai giornali, i quali lo
nominavano fra i direttori di una nuova Colonia Militare Italiana che si
formava nella Repubblica Argentina, nella provincia di Buenos Aires. Ascrissi
adunque a infedeltà postali la mancanza de' suoi scritti, e attesi
pazientemente che il cielo tornasse a concedermi quella consolazione. Ma
un'altra non meno desiderata me ne fu concessa a quel tempo; voglio dire il
ritorno in patria della Pisana e d'Enrico, con una vaga bamboletta che portava
il mio nome e dicevano somigliasse a un ritratto fattomi a Venezia quand'era
segretario della Municipalità. Allora solamente, coi miei figliuoli al fianco e
colla Carolina sui ginocchi, mi sentii rivivere. Fu come una tiepida primavera
per una pianta secolare che ha superato un rigidissimo inverno. Allora
solamente, dopo quattr'anni ch'era tornato a Cordovado, ebbi il coraggio di
visitar Fratta, e là passai coi nipoti del vecchio Andreini, già padri essi
pure di numerosa figliuolanza, l'ottantesimo anniversario del mio ingresso in
castello, quando vi era giunto da Venezia, chiuso in un paniere.
Dopo il pranzo uscii soletto per
rivedere almeno il sito dove già era stato il famoso castello. Non ne rimaneva
più traccia; solamente qua e là alcuni ruderi fra i quali pascolavano due
capre, e una fanciulla canterellava lì presso spiandomi curiosamente e
sospendendo di filare. Ravvisai lo spazio del cortile e in mezzo ad esso la
pietra sotto la quale avea fatto seppellire il cane da caccia del Capitano.
Forse era l'unico monumento delle mie memorie che restasse intatto; ma no,
m'inganno; tutto ancora in quei luoghi diletti mi ricordava i cari anni
dell'infanzia e della giovinezza. Le piante la peschiera i prati l'aria ed il
cielo mi menavano a rivivere in quel lontano passato. Sull'angolo della fossa
sorgeva ancora alla mia fantasia il negro torrione, dove tante volte aveva
ammirato Germano che caricava l'orologio; rivedeva i lunghi corritoi pei quali
Martino mi conduceva per mano all'ora di coricarsi, e la sua romita cameretta
dove le rondini non avrebbero più sospeso il loro nido. Mi sembrava veder
passare sullo sterrato o Monsignore col breviario sotto l'ascella, o il
grandioso carrozzone di famiglia con entro il Conte la Contessa e il signor
Cancelliere, o il cavalluccio di Marchetto sul quale soleva arrampicarmi.
Vedeva capitare ad una ad una le visite del dopopranzo, monsignore di
Sant'Andrea, Giulio Del Ponte, il Cappellano, il Piovano, il bel Partistagno,
Lucilio; udiva le loro voci tumultuare nel tinello intorno ai tavolini da
gioco, e la Clara leggicchiare a mezza bocca qualche ottava dell'Ariosto sotto
i salici dell'ortaglia. Succedevano poi gli inviti clamorosi de' miei compagni
di trastulli; ma io non rispondeva loro, e ritraevami invece soletto e beato a
giocolare colla Pisana sul margine della peschiera.
Oh con qual religiosa mestizia, con
quanto dilicato tremore mi accostava a questa memoria che pur palpitava in
tutte le altre, e cresceva ad esse soavità e melanconia!... Oh Pisana, Pisana!
quanto piansi quel giorno; e benedico te, e benedico Iddio che le lagrime
dell'ottuagenario non furono tutte di dolore. Mi ritrassi a notte fatta da
quelle rovine; le passerette sui pioppi vicini cinguettavano ancora prima di
addormentarsi come nelle sere della mia infanzia. Cinguettavano ancora; ma
quante generazioni si erano succedute da allora anche in quella semplice
famiglia di augelli!... Gli uomini vedono la natura sempre uguale, perché non
si degnano di guardarla minutamente; ma tutto cangia insieme a noi; e mentre i
nostri capelli di neri si fanno canuti, milioni e milioni d'esistenze hanno
compiuto il loro giro. Uscii dal mondo vecchio per tornare nel nuovo; e vi
rimisi il piede sospirando; ma il bocchino sorridente e le mani carezzevoli
della Carolina mi pacificarono anche con esso. Il passato è dolce per me; ma il
presente è più grande per me e per tutti.
L'anno dopo fu triste assai per la
notizia che ricevetti della morte di Giulio; ma a quel dolore ineffabile veniva
compagno un conforto, in due figliuoletti ch'egli mi lasciava. Sua moglie era
morta anch'essa prima ch'io sapessi d'averla per nuora. Il general Urquiza,
nell'adempiere alla volontà del defunto col mandare a me i due orfanelli e
tutte le sue carte, mi scrisse una bella lettera nella quale testimoniava la
gran perdita che la Repubblica Argentina avea fatto per la morte del colonnello
Altoviti.
La Pisana diventò madre amorosa de'
suoi due nipotini, a' quali un dilicato pensiero di Giulio aveva imposto i nomi
di Luciano e di Donato: i miei due figliuoli uno assente e l'altro morto,
rivivevano in quelle due care creaturine e la Pisana stessa s'incaricò di
risuscitare il terzo, generando un fratello alla Carolina che fu chiamato
Giulio. Allora io compresi appieno quanta cagione di dolcezza e di speranza sia
in quel rigoglio di vita nuova e giovanile che circonda gli anni cadenti della
vecchiaia. Non è tutta immaginazione quella somiglianza di piaceri tra la
gioventù vissuta per sé e amata e protetta negli altri. La famiglia forma di
tutte le anime che la compongono quasi un'anima collettiva; e che altro infatti
son mai le anime nostre se non memoria, affetto, pensiero e speranza? - E
quando cotali sentimenti sono comuni in tutto od in parte, non si può dir
veramente che si vive l'uno nell'altro?
Così l'umanità s'eterna e si dilata
come un solo spirito in quei principii immutabili che la fanno pietosa,
socievole e pensante. La Pisana avea dato ragione al mio pronostico, e s'era
fatta una così buona ed amorosa madre, che invero mi pareva un sogno quel
colloquio avuto con lei dieci anni prima a proposito delle letterine profumate.
Il merito di cotal conversione era in gran parte suo; ma le dure circostanze
per le quali eravamo passati, e l'indole robusta ed assennata del marito non ci
furono per nulla. Guardate se io dovea rendere un omaggio sì giusto a quell'Enrico
che mi sembrava proprio per l'addietro un capo da galera! Non malediciamo a
nulla, figliuoli miei, neppure alle disgrazie. Dicono i Francesi che a qualche
cosa sono buone anch'esse, e piucché a tutto, a procurare quella felicità certa
e duratura che s'insalda sulla fortezza dell'animo.
Fra le carte di Giulio mandatemi
dall'America era anche il suo giornale indirizzato a me, e che può essere una
prova di quanto ora vi ho detto. Io ci piansi sopra assai su quelle pagine; ma
figuratevi! sono suo padre. Per voi basterà che impariate ad amarlo e lo
rimeritiate con un postumo suffragio dell'ingiustizia che vivo egli ha saputo
così nobilmente sopportare. Eccovelo trascritto, che non vi tolgo né vi
aggiungo sillaba.
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