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Nel quale si contiene il giornale
di mio figlio Giulio, dalla sua fuga da Venezia nel 1848, fino alla sua morte
in America nel 1855. Dopo tanti errori, tante gioie, tante disgrazie, la pace
della coscienza mi rende dolce la vecchiaia; e fra i miei figli e i miei nipotini,
benedico l'eterna giustizia che m'ha fatto testimone ed attore d'un bel
capitolo di storia, e mi conduce lentamente alla morte come ad un riposo ad una
speranza. Il mio spirito, che si sente immortale, si solleva oltre il sepolcro
all'eternità dell'amore. Chiudo queste Confessioni nel nome della Pisana come
le ho cominciate; e ringrazio fin d'ora i lettori della loro pazienza.
Tonale, giugno 1848
«La superbia fu giudicata il capitale
dei peccati capitali. Chi diede questa sentenza conobbe per certo l'umana
natura. Ma vi sono castighi che sorpassano in terribilità qualunque gravezza di
colpa. Quello che soffersi io non ha paragone in qualunque genere di pena: i
tiranni della Sicilia non ne seppero inventare di più atroci. È vero; fui
orgoglioso. Disprezzai chi non era forse né meno veggente né meno coraggioso di
me; m'aggirai fra essi colla testa ritta e colla frusta in mano come fra uno
sciame di conigli; diedi ragione se non al diritto certo alla forza dei
padroni, e risi di vederli calpestati perché non li credeva possibili ad una
riscossa. Povero vanerello, che pretendeva conoscere il vigore dei muscoli
dalla morbidezza della pelle, e giudicava di cavalli nella stalla! Sorse il
giorno che il derisore fu lo scherno dei derisi; e dovette chinar il capo sotto
la punizione più tremenda che possa affliggere il cuore d'un uomo, sotto un
oltraggio immeritato, ma giusto.
«È assurdo, lo veggo; ma lo toccai
con mano, e bisogna rassegnarsi. Felice me che non m'ingroppai nei legami
insolubili dell'orgoglio, ma rispettai la giustizia nella stessa ingiustizia,
preferendo di nutrirmi col pane del pentimento piuttostoché col sangue dei
fratelli!... Traditore e spia! Queste orrende parole mi rintronano ancora le
orecchie!... Oh era allora il momento di sollevare ai numi il voto infernale di
Nerone. Che tutto il genere umano avesse un sol capo per reciderlo: che un
silenzio pieno di rovine di tenebre di strage succedesse a quell'accusa
nefanda; che io potessi sorgere Nemesi implacabile a cantar l'inno della
vendetta e dello sterminio! Ma i numi non ascoltano i voti del superbo; essi
versano l'ambrosia nei calici eterni per immortalare gli eroi, e stringono
nella destra il fulmine infallace, divorator dei Titani. Una voce divina, che
mi parlava in cuore ma non sorgeva certo dal cuore briaco d'ira e d'orgoglio,
mi riscosse le intime fibre dell'anima.
«Sì! io fui traditore che conculcai
la cervice degli oppressi, e uccisi la fede per mettere in suo luogo lo scherno
e il disprezzo! Fui traditore che risi della debolezza degli uomini, anziché
piangere con essi e aiutarli a francarsi! Fui lo spione codardo che denunzia
delitti immaginari, e viltà sognate, per non vergognar di se stesso dinanzi a
coloro ch'egli accusa!... Coraggio! Il capo nella polvere, superbo! Adora quelli
stessi che ieri hai vituperato!... Accetta umilmente il vitupero che si paga
oggi degli oltraggi ieri sofferti! Vendicati se puoi, imitandoli
grandemente!...
«Queste furono le parole che volsi
fremendo a me stesso; e mentre tumultuavano sitibondi di sangue i consigli
dell'ira, l'umiltà del pentimento volse i miei passi alla fuga. Oh io ti
benedico e ti ringrazio, santa divina improvvisa umiltà! Io non dispero più
dell'umanità che sa armarsi di un così subito valore contro le proprie
passioni. Ti benedico, o soave dolore dell'espiazione, o sublime sacrifizio che
mi abbassasti la fronte per risollevare l'animo mio!... Non ho più famiglia, né
nome. Sono uno schiavo della penitenza che ricomprerà i proprii diritti d'uomo
di cittadino di figlio a prezzo della sua vita. E quando i fratelli leggeranno
in lettere di sangue le virtù del fratello, allora s'apriranno le braccia, e
sorgeranno mille voci a festeggiare il ritorno dell'uomo redento. Nessuno qui
mi conosce; mi chiamano Aurelio Gianni, un trovatello dell'umanità, un
guerriero della giustizia, e nulla più. Cerco i posti più arrischiati, combatto
le scaramucce più audaci; ma il cielo mi vede e mi protegge, il cielo che mi
darà vita bastevole a rigenerare il mio nome.»
Tonale, luglio 1848
«Suonano tristissime voci; il nostro
esercito è in volta; noi sentinelle perdute fra le gole dei monti, difendiamo
il confine che ci fu affidato, né chiediamo oltre. Battaglie continue ma senza
gloria, patimenti lunghi e ignorati, veglie di mesi interi interrotte da sonni
sospesi e da brevi avvisaglie. Cotale era il tirocinio che mi conveniva. Dove
la speranza della gloria e l'emozione acuta del pericolo compensano ad usura il
sacrifizio della vita, non è il luogo di chi cerca penitenza e perdono. Ma qui
sopra queste erte montagne che si avvicinano al cielo, in mezzo ai burroni
profondi e ai fragorosi torrenti, qui vengono i peccatori a cercar Iddio nella
solitudine, qui salgono i soldati della libertà alla redenzione del martirio.
«Dopo aver combattuto nelle prime
file d'una giornata campale, dopo aver piantato uno stendardo sul bastione
nemico, dopo aver ributtato la carica dei lancieri, e gridato l'urlo della
vittoria sui cannoni inchiodati, chi sarà tanto prosuntuoso da dire: io ho ben
meritato dalla patria, datemi la corona di quercia?
«La ricompensa è nella grandezza,
nella fama dell'impresa. Ringraziate, o vincitori, la patria che vi diede
occasione di mostrarvi valorosi, e di pregustare la gioia del trionfo. Non
chiedetele corone, ma porgete riverenti i vostri trofei. Le corone sono per
coloro che senza l'applauso degli spettatori, senza la speranza della gloria,
senza l'avidità del trionfo combattono pazienti e ignorati. Posterità servile
ed ingrata che da tanti secoli t'imbratti i ginocchi dinanzi alle statue di
Cesare e d'Augusto, sorgi una volta, e incurvati ad adorare le larve sanguinose
dei Galli e dei compagni d'Arminio. Non la fama ma la virtù comanda gli
ossequi; la magnanimità che s'asconde sotto le ombre pugnaci delle selve
eclissa col suo splendore quella che passeggia tronfia e baldanzosa le strade
di Roma. Anco una volta gli uomini sono ingiusti: ma Dio, signore del premio e
del castigo, siede nella coscienza.»
Lugano, agosto 1848
«Pur troppo era vero. Eccoci ora
fuggiaschi senza sconfitta, come fummo prima vincitori senza trionfo. Ci
avevano annunziato una guerra di disperazione e di sterminio; invece un passo
dietro l'altro, oggi valicando un fiume domani una montagna, il volere dei capi
ci ritrasse a questi alpestri ripari. Suonarono al solito voci di tradimento:
tradimenti involontari come il mio, di uomini che non disprezzarono, ma
stimarono troppo. Ma è questo il consueto conforto dell'umana debolezza di
scaricarsi delle proprie colpe sulle spalle altrui. Intanto io che aveva
sperato un assalto disperato e glorioso, una morte o un trionfo che compissero
la redenzione del mio nome, eccomi riconfitto alla pazienza dei taciti
sacrifizi e delle lunghe aspettazioni. Deggio attendere da un dolore senza fine
quello che sperava da una sùbita vittoria. Espiazione anche questa. Lo ripeto;
il sacrifizio, fosse pur quello della vita, non ricompera nulla senza la prova
della costanza. Finire non è redimere; fra compassione e gratitudine corre
l'ugual tratto che tra colpa perdonata e perdono meritato. Soffrirò dunque
ancora colla ferma coscienza che la Provvidenza mi apre la miglior via a
provare con argomenti invincibili se non la giustizia certo la purezza del mio
passato. Nei patimenti, vivaddio, io non ho bisogno di ritemprarmi; ma avrò la
forza di tacere, finché mi venga incontro spontanea la stima dei miei
fratelli.»
Genova, ottobre 1848
«Era impaziente di combattere, non
per giovanile baldanza ma perché temeva che mi fosse apposto a infingardaggine
il forzato riposo. Ma qui pure si va per le lunghe, e forse non hanno torto. Si
ricordino che chi presume troppo è chiamato poi traditore, al pari di chi fugge
nel momento del pericolo. Grande stupidità è la nostra di misurare la vita dei
popoli da quella degli individui; i popoli devono, perché possono, aspettare;
lo possono perché hanno dinanzi non venti trenta o cinquant'anni, ma
l'eternità. Io stesso fin'ora avrei voluto sacrificare la sorte della nazione
alla mia smania di menar le mani; ma non ricadrò in questo errore che par
generoso ed è pazzo disperato vile. Finché i nostri desiderii non concorderanno
appunto colla moderazione e coll'opportunità della vera sapienza le imprese
cadranno o in eccesso o in difetto. Impariamo ad aspettare pazientemente per
non aspettar lungamente. Così negli avvenimenti che consentono la
deliberazione; ma quando il dado è gittato, quando l'onore è in ballo, si
gettino allora peritanze scrupoli timori. Allora è concesso anzi imposto di
mutarsi da soldati in vittime; allora son proibiti i postumi rincrescimenti, le
scambievoli rampogne; allora il sacrifizio è una necessità non una speranza.
Dove si accenda la prima miccia io volerò colla mia carabina: non affretterò
mai lo scoppio, ma farò mio il pericolo.
«Qui alcuni esuli delle provincie
venete, compagni di scuola o di stravizzo, credettero riconoscermi. Ghignarono
fra loro senza peraltro affrontarmi; ma al giorno dopo li rividi, e diedero
segnali piuttosto di stupore d'ammirazione che di sprezzo. Pareva che avessero
indovinato il mio disegno, e lo rispettassero. Seppi dappoi che aveano chiesto
di me ad alcuni commilitoni, i quali avevano detto loro il nome col quale mi
conoscevano, e fatta ampia testimonianza del valore dimostrato nelle fazioni
montane del Tirolo e del Varesotto. Lì fra quei profughi era sorto un diverbio;
ché alcuni affermavano ch'io era Giulio Altoviti ed altri no; e taluno dei
primi mormorava della dubbiezza della mia fede, e dell'obliqua condotta, ma i
miei compagni d'arme sorsero fieramente a difendermi, dicendo che Altoviti o
Gianni, io era per fermo un valoroso soldato, un uomo integro e leale.
«Giuseppe Minotto, uno di quei
veneziani, approvò le parole di questi e persuase i suoi che se io aveva scelto
quella via per rintegrarmi nella stima de' miei concittadini bisognava
sapermene grado, e che l'aver io risposto all'insulto con imprese forti e
magnanime era già validissimo indizio a ritenermi innocente. Io ringrazio
questo generoso a me appena noto per figura, di aver innalzato la voce a
difendermi fra molti che pochi mesi fa mi si professavano amici. Infatti le sue
parole poterono assai, e ad esse devo il guardingo ma nobile rispetto di cui
son ora circondato. Cercherò di rendermene degno e saprò grado alla Provvidenza
di questi primi conforti ch'ella mi porge a proseguire animoso il mio intento.
«Due giovani Partistagno che hanno
combattuto valorosamente a Vicenza nell'aprile decorso, erano il primo giorno i
miei più accaniti detrattori; ma in seguito mi spiavano più vogliosamente degli
altri, e pareva quasi bramassero di rappiccare la vecchia amicizia. A me non
istava correr loro incontro; li aspettai. Ma oggi sento che partirono per
Torino, ove si stanno ordinando alcuni reggimenti lombardi. Anch'io ebbi il
ticchio di accorrer colà, e d'inscrivermi in quelle schiere; ma la modestia
m'impose nuovamente di non far pompa del mio valore; fors'anco fui consigliato
da un resticciuolo d'orgoglio a non esporre la mia penitenza agli sguardi dei
conoscenti e degli amici. Parrebbe ch'io chiedessi il perdono delle colpe che non
ho; mentre voglio meritarlo di quelle che ho, e pretendo insieme riparazione
delle altre iniquamente imputatemi.»
In mare, dicembre 1848
«Per te, padre mio, per te soltanto
io mi tolsi di scrivere questi cenni della mia vita. Acciocché se morissi lontano,
tu abbia in quelli una prova che al tutto non fui indegno del nome che porti, e
ch'io riprenderò nel sepolcro, o tornando ribenedetto fra le tue braccia. Oh
come nei primi giorni d'esiglio mi pesò grave sul capo il sospetto della tua
maledizione! Ma tu hai creduto alla veracità delle parole che ti scrissi da
Padova; non badando alla mia vita dissoluta e superba t'affidasti alla costanza
dei nuovi proponimenti, e appena puoi conoscere il luogo di mia dimora ecco che
mi giungono da te parole di lode, di conforto, di benedizione! Oh come ho
baciato riverente e commosso quel foglio che mi recava la certezza dell'amor
tuo, della tua stima! Ti ringrazio, o padre mio, perché ti sei fatto solidale e
rivendicatore dell'onor mio presso i nostri concittadini. Certo che le tue
parole meglio che le mie opere varranno a redimermi dal loro disprezzo; ma
lascia tuttavia ch'io combatta e vinca da me solo, finché possa non
ricompensare ma esser degno della tua tenerezza. Ho baciato e ribaciato la tua
lettera, ho accolto con dovuta gratitudine la tua benedizione, e ieri
nell'imbarcarmi ne rileggeva il tenore e mi piovevano dagli occhi le lagrime.
«- Eh, eh! giovinotto - disse un
vecchio marinaio nel darmi braccio a salire sul cassero. - Consolatevi,
passerà. Lontan dagli occhi, lontan dal cuore; così è l'amore!
«Egli credeva che una lettera
dell'amante mi facesse piangere a quel modo; credeva che avessi lasciato nella
mia patria qualche mesta donzella che sospirasse al mio ritorno forse
coll'anello della promessa nel dito!... Felici illusioni!... Che altro ho io
lasciato a Venezia se non il disprezzo del mio nome, e, Dio lo volesse appieno,
dimenticanza? Voi solo, padre mio, e mia madre, e mia sorella, serberete
memoria non disdegnosa del povero Giulio, e l'anima mia, non beata d'altro che
d'amar voi, si consacra fin d'ora a rendere non iniqua la vostra bontà!»
Roma, 9 febbraio 1849
«Città eterna! Spettro immenso e
terribile! Gloria, castigo, speranza d'Italia! Innanzi a te tacciono le ire
fraterne, come dinanzi alla giustizia onnipresente. Tu sollevi la voce, e
tacciono intenti i popoli dalle nevi dell'Alpi alle marine dell'Ionio. Arbitra
sei del passato e del futuro. Il presente s'interpone come un punto, nel quale
tu non puoi capire con tanta mole di memorie e di speranze. Oggi, oggi stesso
un grande nome risorse dall'obblio dei secoli; e l'Europa miscredente e
contraria non avrà coraggio di ripeterlo col solito ghigno: lo spirito trabocca
dalle parole, sia rispetto o paura egli vi costringerà, tutti quanti siete, a
pronunciarla con labbra tremanti. Ma ogni respiro di Roma è espiato con qualche
vittima sanguinosa. Nacque dal fratricidio, la liberò il sangue di Lucrezia, e
Virginia scannata e le recise teste dei Gracchi bruttarono le più belle pagine
della sua storia. Il pugnale di Bruto atterrò un gigante, e aperse la strada ai
nipoti, striscianti nel fango. Ed anche ora proviene da un assassinio l'audacia
del grande conato. Ne giudichi Iddio. Certo anche la coscienza ha i suoi
momenti d'ebbrezza che non offuscano per altro l'immutabile santità delle leggi
morali. Ma rifiuteremo noi gli effetti per la turpitudine della causa? E chi
avrà il diritto di chieder conto ad un'intera nazione del delitto d'un uomo? Le
storie vanno piene di simili esempi, e forse nell'ordine immenso della
Provvidenza le grandi colpe sono compensate da più grandi e generali virtù. Se
fossimo anco destinati a nuove disgrazie, a funeste cadute, non accuserò il
coltello d'un assassino della rovina d'un popolo. Dio punisce ma non vendica.
Altre colpe non ancora scontate vorranno altre lagrime; e l'assassino
nasconderà nelle tenebre i suoi rimorsi, e noi mostreremo alteramente alla
faccia del sole il capo coperto di cenere e gli occhi splendenti di speranza.»
Roma, giugno 1849
«Aveva giurato di non aggiungere una
parola, se non avessi a scrivere la mia redenzione. Eccomi finalmente... Ho
ripreso il mio nome, l'onor mio! La mia famiglia la mia patria saranno contente
di me, ed io godo nel vergar queste righe di sentir il dolore della ferita, e
di veder la pagina imbrattarsi di sangue.
«V'hanno nella mia legione alcuni
giovani padovani che altre volte conobbi. Costoro mi sopportavano assai
malvolontieri, e credo mi designassero alla diffidenza dei compagni; ma io
fingeva non m'accorgere di nulla, aspettando che i fatti parlassero per me. Era
tempo, giacché temeva che a lungo andare avrei perduto ogni pazienza.
«Da dieci giorni i Francesi hanno
aperta la trincea contro San Pancrazio. Gli assalitori ingrossavano sempre più;
ma iersera s'interpose una specie di tregua e i nostri ne approfittarono per
dar riposo ai soldati. Soltanto una mezza coorte custodiva disposta in catena
quel tratto minacciato dei bastioni; io stava in guardia dietro una gabbionata
costrutta pochi giorni innanzi e già ridotta a mucchi dal tempestar delle
bombe. La notte era profonda; e si vedevano da lontano i fuochi del campo
d'Oudinot. Tutto ad un tratto io sentii giù nel fosso uno scalpitar di pedate;
pareva che le scolte sonnecchiassero, giacché non diedero alcun segno; io
gridai «all'armi!», e prima che mi venisse intorno una dozzina di legionari,
già una colonna di cacciatori francesi guadagnava per la breccia il sommo del
bastione. Mi ricordai di Manlio e solo colla mia baionetta ributtai i primi;
l'altura della posizione mi favoriva e fors'anco il comando che avevano gli
assalitori di non sparare se non si fossero prima stabiliti sul bastione.
«Infatti essi non potevano offendermi
di punta dal sotto in su, e indietreggiando misero qualche scompiglio nella prima
fila che disordinò del pari la seconda. Credevano forse che un maggior numero
di difensori guernisse il muro e vi fu un istante ch'io credetti d'aver bastato
da solo a sgominare l'assalto. Ma in quella l'officiale che comandava la
fazione, come spazientito del timore de' suoi, balzò innanzi e giunse sul
bastione gridando e incoraggiandoli colla spada sguainata; gli altri ripresero
animo e lo seguirono tosto.
«Io non sapeva che fare; tornai a
urlare: «all'armi! all'armi!», con quanto fiato aveva in corpo, e mentre alcuni
legionari accorsi al grido si opponevano all'irruzione della colonna, io mi
slanciai sull'officiale e prima che avesse tempo di adoperare la sciabola lo
disarmai; egli aveva alla cintola una pistola, me ne scaricò un colpo a
bruciapelo che non mi portò via fortunatamente altro che la falange d'un dito.
«Ma intanto i difensori
spesseggiavano; il bastione rimbombava di fucilate, gli uomini accorrevano ai
cannoni, e i cacciatori, divisi dal loro capo ch'io aveva fatto prigioniero,
furono respinti nel fosso. In pari tempo un altro assalto minacciava l'altra
estremità della cortina, ma parte dei nostri ebbe tempo di accorrere colà,
finché arrivarono gli aiuti delle caserme; e si seppe poi da alcuni prigionieri
che tutto in quella notte era disposto per una sorpresa; ma che non era
riescita per esser stata respinta la ricognizione dei cacciatori.
«Debbo render giustizia ai miei
compagni i quali tutti attribuirono a me l'onore di quel fatto d'armi, e
chiesero unanimi ai capi che ne fossi ricompensato. Il giorno appresso, alla
rassegna generale alla quale comparvi colla mano bendata, fu letto un ordine
del giorno nel quale si rendevano pubbliche grazie al gregario Aurelio Gianni
per aver bene meritato della patria, e lo si innalzava al grado di alfiere.
Tutti gli occhi si volsero verso di me: io chiesi licenza di parlare. «Dite
pure» soggiunse il capitano: giacché nelle nostre schiere la disciplina non era
né tanto muta né così severa come negli altri eserciti.
«Io buttai uno sguardo verso quei
giovinotti padovani che stavano in fila poco lunge da me, e alzando
tranquillamente la voce: «Chieggo» soggiunsi «come unica grazia di rimanere
gregario, ma di essere onorato d'una pubblica lode sotto il mio vero nome. Una
di quelle solite tacce di spionaggio e di tradimento che disonorano le nostre
rivoluzioni mi costrinse momentaneamente a lasciarlo; ora che spero aver
persuaso del loro torto i miei calunniatori, lo riprendo con orgoglio. Mi
chiamo Giulio Altoviti; sono di Venezia!».
«Un applauso generale scoppiò da
tutte le file; credo che se gli ufficiali non li trattenevano avrebbero rotte
le ordinanze per abbracciarmi, e vidi dentro a molti occhi avvezzi a sostenere
fieramente il fuoco delle archibugiate luccicar qualche lagrima. Ricompostosi
l'ordine e fatto silenzio, il capitano, dopo essersi consultato col generale,
riprese con voce commossa che la patria si gloriava d'un figliuolo che si
vendicava degli insulti tanto nobilmente; che mi additava per esempio onde le
discordie nostre ricadessero a peggior danno dei nemici, e che in premio della
mia generosa costanza mi creava aiutante di campo del generale Garibaldi col
titolo di capitano.
«Un nuovo applauso dei miei
commilitoni approvò pienamente questa ricompensa; e poi fu sciolta la rassegna,
e marciando verso la caserma io seguitai a piangere come un fanciullo e
parecchi di quei prodi piansero con me. Indi a poco sopraggiunsero a
intenerirmi piucchemai le proteste e le preghiere di quei giovani padovani che
si disperavano di non avermi conosciuto prima e supplicavano di esser perdonati
della loro diffidenza. Questo fu il premio più dolce che mi ebbi; e lo palesai
loro abbracciandoli uno per uno. La festa di tutta la legione, l'ammirazione
dei compagni, l'affetto dei superiori, le lodi d'una città intera mi provarono
che non è mai chiuso il varco a riconquistare la pubblica stima colla costanza
dei sacrifizi, e che le imprese veramente nobili e generose non ispirate né da
furore né da superbia ammutoliscono l'invidia e trovano ossequio nel mondo. Oh
sarebbe così dunque, se questa calunniata umanità fosse così vile così perversa
come taluni ce la descrivono e come io la credeva? Costretto ad accettar la sua
stima come ricompensa, io vergognai fra me di averla disprezzata senza
cognizione di causa, e conobbi che la mia penitenza non era stata soverchia per
un sì grave peccato.»
Roma, 4 luglio 1849
«Oh a che giovò mai la nostra
perseveranza? Eccoci raminghi in un esiglio che non finirà forse mai più! La
legione è partita per le Romagne e per la Toscana, sperando di colà
riguadagnare Venezia o il Piemonte e la Svizzera; ma la ferita che mi si
riaperse nelle fatiche di questi ultimi giorni m'impedisce di camminare. Il
generale mi fornì di alcune lettere per l'America, ove guarito che fossi mi
permettessero d'imbarcarmi e mi volgessi colà. Sì! io mi volgerò oltre
l'Atlantico! Colombo vi cercava un nuovo mondo: io non domanderò altro che
pazienza. Ma sento che l'onore della nostra nazione è affidato a noi poveretti,
sbalestrati dalla sventura ai quattro capi della terra. Attività dunque e
coraggio! Un popolo non consta altro che di anime; e finché la virtù affoca
l'anima mia, la scintilla non è morta. Sempre sarò degno del nome che
riconquistai e del paese dove son nato. Tu, padre mio, che ai giorni passati mi
lusingava di rivedere e che oggi dispero di abbracciare mai più, abbiti
l'ultimo sospiro del tuo figliuolo proscritto. L'amor mio d'or innanzi sarà
senza sospiri e senza lagrime, come quello che si riposa solamente nelle eterne
speranze. Penserò a mia madre e a mia sorella come a due angeli, che mi
raddoppieranno quandochessia la beatitudine del cielo.»
In mare, settembre 1849
«La fortuna mi diede compagna
d'esiglio una famiglia romana; un padre ancora giovine, di quarant'anni al più,
che sostenne cariche importantissime nelle provincie, il dottor Ciampoli di
Spoleto, e due suoi figliuoli, la Gemma, credo di diciannove anni, e il
Fabietto di dodici o quattordici. Al primo vederli mi risovvenne di
un'incisione veduta alcuni anni sono, rappresentante una famigliuola di
contadini raccolta ad aspettare e a pregare sotto una quercia, mentre infuria
un gran temporale; tanto sono alieni dalla rabbia consueta dei profughi
politici. Si consolano amandosi a vicenda, e, meno Roma, la loro vita è quella
d'una volta. Avessi anch'io meco i miei genitori o i miei fratelli! Mi
sembrerebbe di portar via una gran parte di patria. Ma sono illeciti questi
desiderii di far comuni appunto ai nostri più cari le peggiori disgrazie. Come
sopporterebbero mai due poveri vecchi una vita varia stentata angosciosa, senza
nessuna certezza né di riposo né di sepolcro? Meglio così; e che il destino mi
condanni a patir solo. D'altronde la lontananza della patria stringe i
compaesani quasi con legami di famiglia; e m'accorgo già di amare il dottor Ciampoli
quasi come padre, e la Gemma e il Fabietto come fratelli. Quella giovinetta è
la più soave creatura che m'abbia mai conosciuto; non romana punto; ma donna in
tutto, nella grazia nella gracilità nella compassione.
«Forse che delle donne io non ho cercato
finora che le più abbiette, ma costei mi sembra un esemplare più sublime, un
tipo quale forse lo avrei sognato se fossi pittore o poeta, ma non avrei
creduto mai d'incontrarlo vivo nel mondo. Non è certo di quelle che innamorano;
io almeno non oserei; ma hanno in sé quanto può assicurare la felicità d'una
famiglia, e spose e madri passano per la vita come apparimenti celesti, tutte
per gli altri nulla per sé. Il mal di mare non è guari né piacevole a vedersi
né facile a sopportare; pure con quanta premura la buona fanciulla si ricordava
del Fabietto anche durante gli sforzi più dolorosi! Si vedeva che non avea
tempo di badare a sé; ed è la stessa che piangeva questa mattina perché un
gatto che avevamo a bordo annegò in mare. Omai peraltro tutti ci siamo
assuefatti alla vita marinaresca; e a non vedere altro che cielo ed acqua. Si
ciarla, si gioca, si legge e di tratto in tratto anche si ride. La natura fu
clemente di averci concesso il riso che se non rasserena l'anima, ristora
almeno le forze: nelle ore che rimango solo, io salgo sul cassero e cerco
nell'immensità che ne circonda il pensiero e l'immagine di Dio. Mi ricorda
d'una nostra canzonetta popolare la quale benedice Iddio vestito di azzurro:
infatti quella espressione non la riconosco vera che adesso. Nulla di meglio
addita la nascosta presenza d'un Dio che questa immensità azzurra di cielo e di
mare che par tutt'una e innalza la mente alla comprensione dell'eterno.
Scommetto che quella canzone fu composta da un pescatore chiozzotto, mentre la
bonaccia d'estate arrestava il suo burchio in mezzo all'Adriatico ed egli non
vedeva altro che il mare, sua vita, e il cielo, sua speranza.
«Ho insegnato quella canzone alla
Gemma; essa la canta sì perfettamente colla sua nobile pronuncia romana, che
questi inarmonici marinai inglesi sospendono la manovra per ascoltarla. Credeva
che il viaggio mi annoiasse, ma comincio appunto ora a pigliarci gusto. Spero
che a terra non sarò meno fortunato; purché trovi da impiegarmi a Nuova York,
ove sembra che il dottor Ciampoli voglia accasarsi. Sono ben fornito di danaro,
e non mi lasceranno sprovvisto; ma né l'ozio né la monotonia della mercatura
son fatti per me; e le commendatizie che porto per gli Stati Uniti sono tutte
per negozianti. Nell'America meridionale è una cosa diversa: là s'incomincia a
vivere ora ed il nome italiano vi è altamente benemerito ed onorato. Sarei pur
felice che vi s'andasse colà! La stessa natura vergine rigogliosa tropicale
m'invita. Qui invece, a Nuova York, m'aspetto di vedere un mercato d'Europei
bastardi, e casse di zucchero e balle di cotone e numeri e numeri e numeri!
Pare impossibile che chi ha traversato l'Atlantico possa ridursi a fare una
somma!.. »
Nuova York, gennaio 1850
«Quanto era stanco di pencolare col
mio sigaro in bocca in mezzo a botteghieri e a sensali! Saranno ottima gente,
ma mi par impossibile che siano pronipoti di Washington e di Franklin; non so,
ma credo che questi grandi uomini morissero senza posterità. Ho fatto anche
qualche gita nei dintorni, ma questa potente natura mi dà figura d'un leone in
gabbia. È trattenuta spartita tagliuzzata; bisogna vederla da lontano assai, o
nelle nebbie quasi britanniche che abbondano in questo paese, per aver un'idea
dell'America raccontata dai viaggiatori. Per me stento a credere che la nebbia
ci fosse ai tempi di Colombo. L'avranno portata le macchine a vapore, come si
dice ora della crittogama da qualche pazzo giornalista europeo. Ad ogni modo
son contento di partire, e si partirà perché l'ingegnere Carlo Martelli, che
doveva giungere a Nuova York e al quale è raccomandato il dottor Ciampoli, non
può muoversi da Rio Janeiro. Il Brasile è lontano, e il dottore non è per nulla
contento d'imprendere un nuovo viaggio e lunghissimo. Io invece non vedo l'ora
che si faccia vela, e la Gemma sembra piuttosto propendere per la mia opinione
che per quella di suo padre. Quanto al fanciullo egli non parla che del
Brasile, ed è ubbriaco di felicità! Ho buone notizie dei miei; godo ottima
salute, le persone colle quali vivo mi amano e mi stimano; se trovassi un paese
da sfogarmi la smania d'attività che mi divora, potrei star contento alla mia
sorte. Che altro è mai la vita se non un lungo esiglio?... »
Rio Janeiro, marzo 1850
«Qui almeno siamo in America. Si fiuta
ancora l'Europa qua e là, ma l'Europa meridionale di Lisbona, non la nordica di
Londra. L'ingegner Claudio Morelli è un uomo severo, abbronzato dal sole, e a
quanto dicono, onesto e intraprendente: all'udire il mio nome egli dié un
guizzo di sorpresa, e domandò se fossi parente di quel Carlo Altoviti che avea
preso parte alle rivoluzioni di Napoli del novantanove e del ventuno. Saputo
che era suo figlio, si sciolse dalla rigidezza per gettarmi le braccia al
collo, e allora sperai che il suo cuore non fosse tutto matematico; imperocché
a dirla schietta io ho dei matematici l'egual paura che dei mercanti. Guai se
mi metton al gran cimento d'una regola del tre! Mi perderebbero la stima.
«Egli mi domandò se mio padre
m'avesse mai parlato di lui, ed io gli risposi che sì; perché infatti mi
risovvenne allora come un barlume di qualche storia narratami nel quale
figurava il nome di Martelli; ma io per disgrazia ho badato sempre poco alle
parole di mio padre, e memoria precisa non me n'era rimasta. Mi significò
allora che da poco aveva ricevuto lettere di suo fratello il quale sarebbe
venuto in America e dimorava allora a Genova con mia sorella e mio cognato:
profferendomisi poi in quanto mi poteva abbisognare, giacché si professava
debitore a mio padre di grandi beneficii e ringraziava il cielo di poterglisi
mostrar grato nell'aiutare i figliuoli. Seppi allora da lui quello che già
sospettava, cioè che il dottor Ciampoli, privato dalla rivoluzione di ogni suo
avere e già allo stremo di danaro, cercava in America un mezzo da accumulare
alle spicce una piccola fortuna e ridursi poi a viver d'essa o a Genova o a
Nizza o in qualche altra città del Piemonte. Se io avessi saputo prima di
salpare da Civitavecchia la proscrizione di mio cognato, e la dimora di lui e
di mia sorella a Genova, certo mi sarei volto colà. Ma allora, oltreché
m'adescavano quelle imprese grandi e lontane, mi doleva anche l'anima di
abbandonar il buon dottore e la sua famigliuola. La compagnia d'un giovane può
esser loro di grande aiuto e beato me se potessi accelerare d'un giorno solo
l'avveramento delle sue speranze! Rimasi dunque, fermo di partecipare alla sua
sorte ed al ritorno.
«Il Brasile è uno Stato nuovo ed
ordinato. L'ingegnere non disperava di procurare al dottor Ciampoli un posto
assai lucroso; ma ci voleva tempo. Aspettammo dunque; e al dottore si provvide
intanto con un discreto impiego nell'ufficio delle Statistiche Imperiali,
mentre io esponendo i miei titoli di capitano ottenni un grado di maggiore
nella fanteria di confine. Nell'esercito trovai viva la memoria d'un altro
amico di mio padre, del maresciallo Alessandro Giorgi, che partì due anni fa
per Venezia al primo annunzio della rivoluzione, e lo dicono morto colà di
ferite. Se deggio credere a quanto mi si narra, fu uomo veramente
straordinario: non di sublime ingegno ma di quella virtù tenace confidente
incrollabile che bene spesso tien vece anco d'ingegno. Egli solo, in poco
tempo, con ottocento uomini di truppa regolare ridusse a soggezione, ordinò, e
stabilì uniformità di leggi e d'imposte in quell'immensa provincia centrale di
Mato-Grosso che vince la Francia in grandezza. A udir
minutamente tutte le imprese da lui condotte a termine in trent'anni su quei
confini ignorati della civiltà, c'è da credere che non sia passata ancora l'età
dei portenti. Se sapessi di prosodia vorrei far vedere che i poemi non sono
rancidumi; e si può benissimo scriverne finché cotali eroi ne porgono materia.
L'Imperatore gli avea donato la duchea di Rio-Vedras; ma
egli abbandonò tutto per volare a Venezia. Così vorrei vivere, così morire
anch'io. Né pretendo diventar duca; mi basterebbe che fossi annoverato fra i
benemeriti della civiltà.
«Ora si ha la speranza che il dottor
Ciampoli possa esser mandato come sopraintendente delle miniere in quella
stessa provincia che fu campo di tanta gloria al maresciallo Giorgi. Io lo
seguirei con una scorta di bersaglieri a piedi ed a cavallo. Ma questo non
avverrà che nell'autunno. »
Rio Ferreires, novembre 1850
«Non so oggimai perché vado
continuando ogni cinque o sei mesi questa mia storia affatto inconcludente.
Quello ch'io scrivo, la mia famiglia lo seppe già per lettere; e io non sono un
letterato ch'abbia in animo di stampar la sua vita: tuttavia l'abitudine mi padroneggia;
ho cominciato a imbrattar carta parlando di me, e ci ho pigliato gusto, e di
tanto in tanto debbo obbedire ad un ghiribizzo. Fortuna che è discreto; perché
dal principio dell'anno non ho empito che due carte, e prima che riprenda la
penna dopo averla lasciata questa volta, Dio sa quanto tempo vorrà passare!...
Convengo peraltro col mio capriccio, che questi paesi sforzano a scrivere.
Partiti una volta, bisognerà ricorrere ai segni scritti della nostra
ammirazione per non credere che la memoria ci inganni, e che il prisma della
lontananza ci cangi i minuzzoli in montagne e in diamanti i sassi. Tutto qui è
grandioso intatto sublime. Montagne, torrenti, selve, pianure, tutto serba
l'impronta dell'ultima rivoluzione che ha sconvolto il creato, e tràttone
l'ordine meraviglioso della vita presente. Ma la vita della natura somiglia qui
tanto all'europea, come la cadente esistenza d'un vecchio alla robusta e piena
salute del giovine. Accavallamenti e serragli di montagne che s'aggruppano,
s'addentrano, s'addossano le une alle altre circondate da boschi misteriosi, e
vomitanti, frammezzo alle nevi, eterni vortici di fiamme. Piante secolari,
ognuna delle quali sarebbe una selva sui fianchi scarnati dell'Appennino;
vallate dove l'erba nasconde tutta una persona, e i tori selvatici fuggono
cornando l'aspetto d'un uomo; torrenti abbandonati in cascate di cui l'occhio
misura appena l'altezza; e le acque si disperdono in una lieve atmosfera
nebbiosa che occupa tutta la valle e la immerge in un'iride incantevole; le viscere
della terra chiudono l'oro e l'argento; i macigni si spaccano e ne escono
diamanti; il gran fiume si volve immenso e tortuoso come un gran serpente
addormentato, fra rive ombrose di banani e di catalpe. La terra lussureggiante,
il sole infocato, il cielo quasi sempre sereno, ma la fresca brezza delle Ande
consola ogni giornata di qualche ora di primavera.
«Oh se si avessero qui le grandi
ferrovie delle valli dell'Ohio e del Mississippì! Se questa provincia non fosse
lontana tre mesi di cammino da Rio Janeiro! È inutile: la distanza aumenta la
mestizia della separazione; e per quanto sia irragionevole, due anni nel
Mato-Grosso devono sembrar più lunghi di dieci e di venti
in Francia od in Svizzera. Pure Venezia è tanto in Francia ed in Svizzera come
nel Mato-Grosso, ma sembra che l'aria ci porti più
facilmente qualche sospiro dei nostri cari.
«Noi siamo alloggiati da principi, ma
la natura ci fa le spese e la mano dell'uomo ci ha poco merito. Una casa
costrutta di pietra viva ma che somiglia una tenda, tanto è aperta per ogni
lato da logge, da atrii, da gallerie; dietro un gran giardino che finisce alla
sponda del fiume, dinanzi un cortile dove s'affaccendano gli schiavi e
nitriscono i puledri quando sulla sera li raccolgono nelle stalle. La città si
stende nella pianura sopposta, e giunge anch'essa fino al fiume che dietro il
nostro giardino s'incurva rapidamente: un po' a sinistra sono le caserme dove
io vado due volte al giorno a comandar gli esercizi e a fare l'appello della
notte. Costoro sono ubbidientissimi soldati a Rio Janeiro, ma lungo la strada
perdono mano a mano le loro virtù, si tramutano in scorridori, in briganti, e
qui poi di poco dissomigliano dagli Indiani che ci molestano di continui
assalti.
«Sono brevi guerre, ma sanguinose e
piene di rischi. Si tratta di superare, col vitto di parecchie giornate in
ispalla, rupi quasi inaccessibili, di passare precipizi orribili sopra alberi
tagliati al momento e buttati a cavalcioni da una sponda all'altra, di cercare
i nemici come le fiere in antri profondi e tenebrosi, in boscaglie cupe
paludose piene di agguati e di serpenti. Si ode un fischio rasente l'orecchio,
e sono frecce scagliate da mani invisibili; non sono né feriti né prigionieri;
le armi sono avvelenate e se fanno sangue uccidono; chi cade nelle mani del
nemico è scannato senza remissione; dicono che qualche buongustaio si diverta
anche a mangiarli. Del resto fuori di questi passeggeri trattenimenti la nostra
vita è quella dei ricchi villeggianti sulle rive della Brenta; più questo
cielo, e questa magica natura che tramuta la terra in paradiso. Il dottor
Ciampoli, ispettore delle miniere, rimase assente due o tre giornate nei suoi
giri di sorveglianza: egli ha avviato un commercio di diamanti con Bahja, che
frutterà assai in poco tempo. Di solito gli serve di scorta un sergente con
dieci uomini, ma qualche volta l'accompagno io. Scegliamo allora le gite più
pittoresche e poetiche, e l'ultima volta che fummo in una miniera nuovamente
scoperta, si vollero condurre anche la Gemma e il Fabietto. Il chiasso che si
fece in quel piccolo viaggio non è a descriversi; mi parve esser tornato alle
asinate di Recoaro e di Abano. Quando si aveva a varcare un torrente la Gemma
tremava e rideva dalla paura ma pur si fidava di me; e metteva i suoi piedini
sul passatoio l'un dopo l'altro, così daccosto, così leggieri, che era cosa da
baciarla. Davvero non potrei volerle maggior bene se fosse mia sorella.
«Più spesso quando suo padre è
assente, ed io rimango per badare alla soldatesca che ha bisogno di esser
curata perché non diventi il flagello del territorio, noi passiamo insieme le
più simpatiche giornate che si possano immaginare. Studiamo insieme un tantino
di storia, ed io le insegno quel poco che so di Atene e di Roma; ella m'insegna
di ricambio a strimpellar qualche arietta sul cembalo, e così in due mesi si
suona già a quattro mani, che in Europa sarebbe un martirio l'udirci; ma qui ne
sono incantati, e due ragazze mulatte, che sono le sue cameriere, non tralasciano
mai di ballare alla nostra musica una indiavolata sarabanda. Davvero che
codeste signore schiave hanno bel tempo, e se qui stessero tutti i danni della
servitù, sarebbe da sottoscriversi subito; ma ho già veduto le fattorie le
piantagioni di zucchero, e non ho coraggio di parlare.
«Anche la schiavitù ha la sua
aristocrazia spensierata felice e dura ma odiata dagli inferiori più forse
degli stessi padroni. Fra me e la Gemma si fa anche un po' di scuola al
Fabietto; egli sgrammatica già nel francese con inimitabile audacia, e tutti
insieme poi prendiamo lezione di portoghese da un vecchio prete che è
cappellano, vescovo, e direi quasi papa del paese. V'ha, sì nella provincia un
vescovo, ma è miracolo se una volta in sua vita si cimenta fin quassù. Sono fatiche
da bestie, e i nostri prelati suderebbero a figurarsele: non si trovano qui né
parrochi ospitali, né canoniche spaziose e parate a festa, né mense ben fornite
ad ogni due miglia. Bisogna serenare dieci notti prima di trovare una capanna
dove un povero e coraggioso missionario arrischia la vita per insegnare ai
selvaggi quell'abbicì della civiltà che è il cristianesimo. Il maresciallo
Giorgi, l'invincibile duca di Rio-Vedras, ha fatto assai
colle carabine; ma più faranno, credo, questi preti ignorati pazienti. Qui
Voltaire ha ancora torto. Insomma se non fosse la lontananza, l'incertezza
delle corrispondenze, e quella smania di novità che accresce sempre mano a mano
che si veggono cose più nuove e stupende, torrei volentieri di finir qui la mia
vita. Ma Venezia?... Oh non pensiamoci!... Papà e mamma, vi rivedrò io mai
più?... In cielo, è certo. »
Rio Ferreires, giugno 1851
«Quanti mesi che non aggiungo nulla a
queste poche note del mio esiglio; ma converrebbe appunto o scrivere un volume
al mese o restarsi. Qui tutto nuovo strano inopinato; ma dopo le lontane
escursioni fra le tribù selvagge, si torna sempre alla pace e alla giocondità
della famiglia. Il dottore è contentissimo de' suoi negozi. - Ancora un anno -
mi dice - e rivedremo Genova!... Ma voi perché non prendete parte al nostro
commercio?... perché non vi arricchite? - Egli crede che la mia famiglia sia
povera, né suppone giammai che la loro compagnia fosse grandissimo motivo di
trapiantarmi nel Mato-Grosso; perciò rispondo che non ho
grandi bisogni, che son giovine, ed è mia sola ambizione lo avvezzarmi alle
rischiose fazioni militari e tornar in Italia scarso di denari ma ricco
d'esperienza. La Gemma sorride di queste mie parole, e il Fabietto strepita ch'egli
pure vuol esser soldato e comandare l'esercizio. Il diavolino si fa robusto ed
animoso; cavalca vicino a me le mezze giornate, e se usciamo a caccia mi vince
nell'aggiustatezza del tiro. Ma io ho compassione di uccidere uccelli di sì
vaghe piume, che ci guardano passare con tutta confidenza appollaiati sul loro
ramo. La mano del fanciullo è meno pietosa e non trema come la mia; egli è
intrepido, forte, quasi brasiliano; non serba di Venezia che il colore degli
occhi e i bei capelli castano dorati; parla il portoghese come lo avesse
imparato a balia, e fa vergogna a noi che zoppichiamo ancora nella pronuncia.
«Ieri ho ricevuto lettera da casa; ma
il papà mi dice di averne scritte otto o dieci, e questa è la prima che mi
giunge. Chi sa qual sorte avranno corso le mie! Anche l'ingegner Martelli mi
scrive che è giunto suo fratello e che andranno insieme a Buenos Aires,
chiamati da quel governo per affari coloniali e militari. Colà gli Italiani
hanno buon nome; il general Garibaldi ha lasciato gran desiderio di sé, e si
diceva che ne sperassero il ritorno. Se fosse prima di tornar in Europa, vorrei
passarvi per salutarlo, e con lui anche i Martelli che mi son cari come fossero
del mio sangue. O patria patria, come allarghi i tuoi legami per tutto il
mondo! Due nati sotto il tuo cielo si riconoscono senza palesar il proprio nome
sulla terra straniera, e una forza irresistibile li spinge l'uno all'altro fra
le braccia!... »
Villabella, aprile 1852
«Che orribili giorni! Son due mesi
che ci penso e non mi sono ancora indotto a scriver sillaba. Oh mi sarei
strappato l'anima coi denti se avessi saputo l'anno scorso quali cose tremende
e funeste doveva accogliere questa pagina! - Ella è là che dorme; la sua mente
si è rischiarata, la salute si rinfranca ogni giorno meglio, tornando le rose
sul suo bel volto, e gli occhi risplendono fra le lagrime. Qual doloroso
spettacolo il freddo letargo e i sùbiti delirii dei giorni addietro! Ma adesso
la tempesta ricade in calma; vince la buona natura, e sento di qui il suo respiro
tranquillo ed uguale come d'un bambino addormentato. Scriviamo prima che le
scene spaventose di quella tragedia non si confondano affatto nella memoria che
raccapriccia tuttora.
«Sul principio d'agosto dell'anno
scorso erasi notata qualche inquietudine nelle tribù indiane che scendono a
svernare sulle rive del fiume, anzi io avea fatto chiedere di soccorso il
governatore di Villabella, ma per la lontananza non ci avea lusinga di averne
prima della primavera susseguente; bensì avea fatto munire intanto con fuciliere
e cannoni le nostre caserme, di modo che quel fortino improvvisato difendesse
anche gli approcci della nostra residenza. Ma la cosa si contenne nei limiti
delle avvisaglie fino al gennaio passato, quando essendo scoppiato un tumulto
più pericoloso intorno alla miniera dell'ovest, io dovetti accorrere in fretta
colà con gran parte della guarnigione a dar un esempio. Quella fazione mi tenne
lontano più ch'io non credessi; i selvaggi combattevano con un'astuzia
particolare, e soltanto dopo tre settimane giungemmo a ricacciarli di là dal
fiume e a bruciar loro le barche.
«Sicuri che non ci darebbero noia per
un pezzo ci rivolsimo verso Rio Ferreires, quando a mezzo cammino si trovò un
corriere che ci dava molta fretta per esser la città minacciata dagli Indiani.
Ad onta che i soldati fossero stanchissimi, sforzammo disperatamente le marce
perché molti aveano lasciato nelle caserme le loro mogli e si viveva in
grandissima ansietà. Io temeva assai del dottor Ciampoli, il quale per essere
molto fiero e risoluto poteva arrischiare sé ed i suoi a qualche tristo
cimento. La prima cosa che mi colpì gli occhi quando giunsimo in vista di Rio
Ferreires, fu la Sopraintendenza tutta quanta in fiamme. Il furore, la rabbia
ci raddoppiarono le forze e per tutte quelle cinque miglia che restavano fu una
corsa sfrenata. Gli Indiani, in fatto, avevano assaltato di nottetempo le
caserme, inchiodato i cannoni, e scannato per sorpresa gran parte degli uomini,
facendo prigioniere le donne.
«I pochi superstiti si erano rifugiati
alla residenza; ma colà appunto si era rovesciata proprio nel momento del
nostro ritorno la rabbia dei selvaggi. Gridavano di voler uccidere i capi
bianchi ch'erano venuti a spodestarli della pianura e della riva del Gran
Fiume; e lanciavano contro le mura frecce e macigni. Il dottore coi suoi pochi
soldati si difendeva gagliardamente, e dava tempo ai coloni del paese di
armarsi e di correre in aiuto; fors'anco noi potevamo capitar a tempo e tutto
era salvo. Ma a quelle fiere rabbiose capitò in mente il ripiego dell'incendio;
grandi ammassi di canne delle vicine fattorie furono cacciati intorno alla
Sopraintendenza, e per opposizione che facessero i rinchiusi, in breve un
immenso vortice di fuoco invase i fabbricati. Allora furono veduti prodigi di
valore e di disperazione; donne che si precipitavano nelle fiamme, uomini che
si gettavano dalle finestre e usciti semivivi dall'incendio si facevano strada
col pugnale traverso i selvaggi, schiavi e schiave che facevano schermo del
proprio petto ai padroni, soldati che si piantavano le spade nel cuore
piuttostoché correre il pericolo di esser arrostiti vivi.
«Il dottor Ciampoli uscì dalla porta
laterale dinanzi alla quale le fiamme erano meno dense; aveva intorno una
scorta di sei uomini disperati e fedeli, dietro il Fabietto che con coraggio
maggiore dell'età sua si trascinava per mano e quasi portava la Gemma; egli
procedeva innanzi colla spada in una mano e il pugnale nell'altra. Sperava
aprirsi un varco fra i nemici, ma usciti tutti a salvamento dall'incendio,
tosto fu loro addosso una frotta tumultuosa di pelli-rosse.
Parevano demonii guizzanti a tafferuglio nelle fiamme dell'inferno, e noi
scendendo dal monte lontano un miglio appena, ne vedevamo allora le sinistre
apparizioni. Il dottore cadde in ginocchio colpito da una freccia, ed ebbe il
coraggio di volgersi ad attirare a sé il garzoncello che stringeva la Gemma fra
le braccia, e continuava a difender sé e loro roteando la spada. Ma la ferita
zampillava sangue come una fontana, e cadde riverso mentre cresceva intorno la
rabbia degli assalitori. Allora il Fabietto, fanciullo miracoloso, brandì la
spada del padre, e abbandonando la sorella svenuta sul cadaver di lui, sostenne
per qualche minuto una battaglia terribile e senza speranza. Oh perché il
corriere non ci avea incontrati un'ora prima!... Il fanciullo, colpito da molte
frecce, stramazzò mormorando il nome di Maria, e i selvaggi si precipitarono
sopra quei corpi benedetti per adornare il loro mostruoso trionfo; ma in quella
il vecchio prete portoghese che avea saputo dell'eccidio della Sopraintendenza,
accorse in camice e stola col crocefisso in mano. L'aspetto di quell'uomo
disarmato che parlava loro di pace nel linguaggio nativo, e che si esponeva
senza paura ai loro strazii per salvar i fratelli, arrestò un momento i
selvaggi. Intanto ci si dié tempo di giungere.
«Quello ch'io vidi, quello che
soffersi e operai nel resto di quella notte, lo sa Iddio; io non me ne ricordo più.
Al mattino trecento cadaveri indiani s'ammucchiavano qua e là sullo sterrato
dei forti; ma il povero dottore, suo figlio e duecento dei nostri, tra soldati
e coloni, ci avean lasciato la vita. La Gemma non era tornata in sé che per
cadere nella pazzia e d'allora in poi il suo delirio durò quasi due mesi. Le
caserme rovinate, gli stabilimenti incesi, le tribù indiane che s'ingrossavano
intorno sempre più mentre noi eravamo assottigliati di numero e di forze, ci
persuasero di ritirarci a Villabella. Qui la guarigione della Gemma sembra
quasi assicurata; e mi riprometto entro l'estate di giungere a Buenos Aires,
ove essendosi stabiliti Martelli, io la consegnerò a loro od anche dietro loro
consiglio la condurrò io stesso in Europa. Dio secondi le mie buone
intenzioni!... »
Buenos Aires,
ottobre 1852
«Tre mesi di viaggio, ma sempre vago,
pittoresco, in paesi di bellezze quasi favolose. La distrazione guarì affatto
la Gemma; ella mi sorrideva quasi per ringraziarmi delle molte brighe ch'io mi
assumeva per lei. Giunti a Buenos Aires i Martelli n'erano partiti per una
città dell'interno a stabilirvi i rudimenti d'una colonia; ma un capitano
amicissimo dell'ingegnere, che salpava per Marsiglia, avrebbe fatto il piacere
di condurre la Gemma a Genova presso una sua zia; egli aveva moglie a bordo, e
il partito era per ogni verso convenientissimo. Quanto a me voleva tornare a
Rio Janeiro per prendere di là la mia rivincita su quegli Indiani maledetti.
Senonché, quand'io scopersi queste mie idee alla Gemma, ella chinò il mento sul
petto e due fiumi di lagrime le sgorgarono dagli occhi.
«- Cosa avete? - le chiesi - forse vi
dispiace lasciar l'America?
«- Oh tanto! - mi rispose ella
singhiozzando e guardandomi con occhi pieni di preghiera.
«Il resultato si fu che ci sposammo
quattro settimane dopo e si pensò a partire in compagnia per l'Europa; allora
non le dispiacque più abbandonar l'America, e quanto a me rinunciai per amor
suo alla vendetta sugli Indiani.
«Oh qual creatura adorabile è la
Gemma! Dio mi dia bene, ma da due mesi che siamo marito e moglie non ho pensato
ad altro che ad amarla. Ci fermammo qui, sperando di salutare i Martelli ed
anche un Partistagno che ci si dice esser con loro; ma siccome pare che
tarderanno, penso d'intraprendere una gita nell'interno per salutarli. Intanto
fui utile al governo col disegnare i piani d'una nuova colonia sulla spiaggia
oltre il Rio, la quale sarà composta tutta d'Italiani, e pel luogo più
opportuno riescirà certo assai meglio dell'altra, alla quale invano attendono
da un anno i Martelli. Anche vorrei abboccarmi con loro prima di partire per
dar loro qualche ragguaglio in proposito; e soltanto mi spiace che essendosi
sollevate le provincie del Mezzogiorno mi toccherà allungare d'assai il viaggio
per trovarli.»
Saladilla, febbraio 1855
«Son prigioniero da ventotto mesi
nelle mani di questi insorgenti che mi trascinano dietro al loro campo come un
misero schiavo. Ho due bambini, figliuoli della schiavitù e della sventura; la
loro povera madre mi accompagna sempre, e sconta amaramente l'audacia di aver
voluto unire il suo destino al mio. Pur troppo, dopo aver lasciato il padre e
il fratello sopra questa terra vorace di America, ci lascerà anche il
marito!... La febbre mi consuma e domani forse sarò cadavere.
«O padre, o madre mia! o miei dolci
fratelli, quanto sarebbe lieto il mio spirito di spiccar d'infra voi il suo
volo pel cielo!... Benedetto peraltro Iddio che anche sugli ultimi confini del
mondo seppe circondar la mia morte di affetti soavi. Tre angeli intorno al
letto mi fanno fede, notte e giorno, della eterna beatitudine!...
«O padre mio, sento che la morte si
avvicina, e che i miei patimenti terreni sono al loro termine! Tu, verso del
quale io ebbi sì gran torti, perdona al mio spirito fuggitivo la sua
ingratitudine, consola di qualche compianto la penitenza ch'egli si è imposta,
rendi pura e onorata la mia memoria se non all'ossequio, alla compassion della
patria, e raccogli fra le braccia questa vedova infelice questi innocenti
orfanelli che la mano di Dio proteggerà guidandoli per mari e per terre fino
alla soglia della tua casa!... Quand'essi picchieranno umilmente alla tua porta
tremino di commozione i vostri cuori!... Che non ci sia neppur bisogno di
pronunciare i vostri nomi!... Io vi farò conoscenti l'uno dell'altro, io vi
spingerò l'uno all'altro fra le braccia! Ma il pensiero di Giulio aggiunga e
non tolga dolcezza alle vostre lagrime!..».
Così finiva di scrivere il mio
sventurato figliuolo, e morì il giorno appresso fra le braccia della moglie.
Costei non sapeva decidersi a partire da quel continente malaugurato nel quale
riposavano i suoi più cari. S'attardò a Saladilla per quanto gli insorgenti le
permettessero di tornare a Buenos Aires per imbarcarsi: vi tornò finalmente nel
giugno, ma la sua vitalità era già corrosa da un cancro immedicabile. I
Martelli scrivevano di averla veduta piegarsi sulla tomba ogni giorno più colla
rassegnazione d'una martire; soltanto piangeva di abbandonar i suoi figliuoli
ma consolavasi col pensiero che affidati a tali amici essi sarebbero giunti a
salvamento nella famiglia del padre loro. Le parole ch'ella aggiunse di suo
proprio pugno sotto il giornale di Giulio furono e saranno sempre inondate
dalle mie lagrime ogniqualvolta le leggerò.
«Padre - diceva ella - mi rivolgo a
voi, perché altro padre, né fratello, né parente io ho più sulla terra;
soltanto due figliuoletti mi siedono ora sulle ginocchia, che domani
giocheranno su una tomba. Padre mio, divisi da tanto mondo, pure l'affetto, o
morti o vivi, ne congiungerà sempre. Io ho amato il vostro Giulio come lo
amaste voi; ora egli mi chiama dall'alto dei cieli ed io per volontà di Dio son
la prima a seguirlo. Oh perché non ho potuto bearmi almeno una volta delle
vostre venerabili sembianze? Sconosciuti l'uno all'altra passammo per questa
terra, ed eravamo tanto uniti quanto lo può essere a padre figliuola. Ma anche
questa è un'arra che ci vedremo nel cielo. Dio non può dividere per sempre
l'amore dall'amore; e gli spiriti traverso gli spazii dell'universo si trovano
più facilmente che due amici in un piccolo paese. Oh padre mio, voi tarderete a
seguirci, tarderete pel bene dei figli nostri. Lo so; c'invidierete, e il
tardare vi sarà un tormento, ma, per carità, non abbandonateli orfani affatto
sopra la terra! Io son donna, io son debole, eppur prego e scongiuro Iddio
ch'essi imparino dal vostro esempio e dalla vostra bocca ad imitare il padre
mio. A rivederci, a rivederci in cielo!...».
Così si volgeva a me quell'anima
celeste dal suo letto di morte e posava la penna per posar insieme i dolori
della sua vita mortale. Oh io mi ricordava suo padre, mi ricordava la
fanciulletta che gli dava mano e attirava gli sguardi in piazza per la sua
angelica bellezza! Cotale doveva trovarla!... figlia, fantasma e dolore!...
Doveva perderla prima di sapere d'averla avuta!... Doveva cominciare ad amarla
per piangere sopra due tombe invece che sopra a una! Doveva sollevare le mie
speranze al cielo perché là mi si concedesse di rimeritarla presto dell'amore
ch'ella aveva portato a mio figlio!... Il mio cuore ebbro di speranza, i miei
occhi sono pieni di lagrime!...
Ed ora vivo coi miei figli e coi
figliuoli dei miei figli, contento di aver vissuto e contento di morire. Sono
anche felice di poter far qualche bene a vantaggio degli altri. Raimondo
Venchieredo, che è morto qui in campagna durante la rivoluzione, ha avuto
l'idea molto onorevole per me di raccomandarmi la sua prole. Io ho scordato
l'inimicizia d'un tempo, e allargo la mia paternità sopra quest'altra famiglia:
così potessi beneficare tutti gli uomini e che la potenza corrispondesse alla
buona volontà!... Luciano mi lusinga d'un'altra visita per questa primavera, e
i piccoli sono lieti di avere per compagno di viaggio il loro zio Teodoro, che
non si è mai ammogliato ed è la loro delizia. Demetrio, poveretto, datosi anima
e corpo alla Russia, s'arrolò per colonnello nella Legione Moldava, e morì sui
campi di Oltenizza, portando in cielo la speranza dell'impero greco di
Bisanzio. Ma la forza delle idee non si spegne; e le anime dai loro misteriosi
recessi seguitano a premere questo mondo riottoso e battagliero. Da ultimo ho
ripreso fra mano la famosa opera del conte Rinaldo; e fra un mese ne sarà
pubblicato il secondo fascicolo; la somma occorrente è già depositata presso il
tipografo, e la stampa non soffrirà interruzioni. Spero che se ne gioverà assai
la patria letteratura, e che gli studi critici sul commercio veneto e sulle
istituzioni commerciali dei Veneziani durante il Medio Evo serviranno di
splendido commento alla storia che va compilando con sì profonda dottrina il
nostro Romanin. Gli Italiani impareranno a conoscere un altro ingegno
sterminato e modesto che si consumò oscuramente nella polvere delle biblioteche
e fra le cifre d'una ragioneria; io sarò contento di aver eseguito appuntino gli
ultimi desiderii d'un uomo che meritava più assai di quanto non cercò mai di
ottenere.
Le domeniche quando colla carrozza
(ohimè! sento anch'io lo scirocco di Monsignore!) conduco la Pisana, mio genero
e i quattro nipotini o alla fontana di Venchieredo od a Fratta, mi passa sulla
fronte una nuvola di melanconia; ma la cancello tosto colla mano e riprendo la
solita ilarità. Enrico si maraviglia di trovarmi così sereno ed allegro dopo
tante disgrazie, nell'età non tanto allegra di ottantatré anni. Io gli rispondo:
- Figliuolo mio, i peccati affliggono più delle disgrazie; ma quei pochi che
aveva io, credo averli scontati abbastanza, e non me ne spauro. Quanto alle
disgrazie, non danno più gran fastidio sul limitare della tomba: e senza creder
nulla senza pretender nulla mi basta esser sicuro che al di là né mi attende
sorte peggiore né castigo veruno! Bada a procacciarti una tal sicurezza, e
morirai sorridendo!
Sì, morire sorridendo! Ecco non lo
scopo, ma la prova che la vita non fu spesa inutilmente, ch'essa non fu un male
né per noi né per gli altri. Ed ora che avete stretto dimestichezza con me, o
amici lettori, ora che avete ascoltato pazientemente le lunghe confessioni di
Carlo Altoviti, vorrete voi darmi l'assoluzione? Spero di sì. Certo presi a
scriverle con questa lusinga, e non vorrete negare qualche compassione ad un
povero vecchio, poiché gli foste cortesi di sì lunga ed indulgente compagnia.
Benedite, se non altro, al tempo nel quale ho vissuto. Voi vedeste come io
trovai i vecchi ed i giovani nella mia puerizia, e come li lascio ora. È un
mondo nuovo affatto, un rimescolio di sentimenti di affetti inusitati che si
agita sotto la vernice uniforme della moderna società; ci pèrdono forse la
caricatura e il romanzo, ma ci guadagna la storia. Oh, se come dissi un'altra
volta, noi non pretendessimo misurare col nostro tempo il tempo delle nazioni,
se ci accontentassimo di raccogliere il bene che si è potuto per noi, come il
mietitore che posa contento la sera sui covoni falciati nella giornata, se
fossimo umili e discreti di cedere la continuazione del lavoro ai figliuoli ed
ai nipoti, a queste anime nostre ringiovanite, che giorno per giorno si
arricchiscono di quello che si fiacca si perde si scolora nelle vecchie, se ci
educassero a confidare nella nostra bontà e nell'eterna giustizia, no, non
sarebbero più tanti dispareri intorno alla vita!
Io non sono né teologo né sapiente né
filosofo; pure voglio sputare la mia sentenza, come il viaggiatore che, per
quanto ignorante, può a buon dritto giudicare se il paese da lui percorso sia
povero o ricco, spiacevole o bello. Ho vissuto ottantatré anni, figliuoli;
posso dunque dire la mia.
La vita è quale ce la fa l'indole
nostra, vale a dire natura ed educazione; come fatto fisico è necessità; come
fatto morale, ministero di giustizia. Chi per temperamento e persuasion propria
sarà in tutto giusto verso se stesso verso gli altri verso l'umanità intera,
colui sarà l'uomo più innocente utile e generoso che sia mai passato pel mondo.
La sua vita sarà un bene per lui e per tutti, e lascerà un'orma onorata e
profonda nella storia della patria. Ecco l'archetipo dell'uomo vero ed intero.
Che importa se anche tutti gli altri vivessero addolorati ed infelici? Sono
degeneri, smarriti o colpevoli. S'inspirino a quell'esemplare dell'umanità
trionfante, e troveranno quella pace che la natura promette ad ogni sua
particella ben collocata. La felicità è nella coscienza; tenetevelo a mente. La
prova certa della spiritualità, qualunque ella si sia, risiede nella giustizia.
O luce eterna e divina io affido ai
tuoi raggi imperituri la mia vita tremolante e che sta per ispegnersi!... Tanto
sembra spento il lumicino al cospetto del sole, come la lucciola che si perde
nella nebbia. La tranquillità dell'anima mia è oggimai imperturbata, come la
calma d'un mare su cui non possono i venti; cammino alla morte come ad un
mistero oscuro imperscrutabile, ma spoglio per me di minacce e di paure. Oh se
fosse fallace questa mia sicurezza, la natura si piacerebbe a schernire a
contraddire se stessa! Non posso crederlo; perché in tutto l'universo non ho
trovato ancora né un principio che sfreddi e riscaldi né una verità che neghi
ed affermi. Un brivido mi avvisa della vicinanza del pericolo; sarebbero tanto
cieche le menti da non avere neppur l'involontario accorgimento dei nervi?...
Oh no! lo sento dentro di me; lo
dissi con fede incrollabile, e lo ripeto ora con ferma speranza. La pace della
vecchiaia è un placido golfo che apre a poco a poco il varco all'oceano immenso
infinito, e infinitamente calmo dell'eternità. Non veggo più i miei nemici
sulla faccia della terra, non veggo gli amici che mi hanno abbandonato ad uno
ad uno velandosi dietro le ombre della morte. De' miei figli chi se n'è andato
con generosa impazienza, chi si è scordato di me, e chi rimane al mio fianco
per non farmi disprezzare i beni sicuri di questa vita mentre aspiro agli
ignoti e misteriosi dell'altra. Ho misurato coi brevi miei giorni il passo d'un
gran popolo; e quella legge universale che conduce il frutto a maturanza, e
costringe il sole a compiere il suo giro, mi assicura che la mia speranza
sopravviverà per diventar certezza e trionfo. Che deggio chiedere di più?...
Nulla, o fratelli!... Io piego la fronte più contento che rassegnato sul
guanciale del sepolcro; e godo di vedersi allargar sempre più gli orizzonti
ideali mano a mano che scompaiono i terrestri dalle mie pupille affralite.
O anime, mie sorelle di sangue di
fede e d'amore, trapassate o viventi, sento che non è finita ogni mia parentela
con voi!... Sento che i vostri spiriti mi aleggiano carezzevoli d'intorno quasi
invitando il mio a ricongiungersi col loro aereo drappello... O primo ed unico
amore della mia vita, o mia Pisana, tu pensi ancora, tu palpiti, tu respiri in
me e d'intorno a me! Io ti veggo quando tramonta il sole, vestita del tuo
purpureo manto d'eroina, scomparir fra le fiamme dell'occidente, e una folgore
di luce della tua fronte purificata lascia un lungo solco per l'aria quasi a
disegnarmi il cammino. Ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente
della luna; ti parlo come a donna viva e spirante nelle ore meridiane del
giorno. Oh tu sei ancora con me, tu sarai sempre con me; perché la tua morte
ebbe affatto la sembianza d'un sublime ridestarsi a vita più alta e serena.
Sperammo ed amammo insieme; insieme dovremo trovarci là dove si raccolgono gli
amori dell'umanità passata e le speranze della futura. Senza di te che sarei io
mai?... Per te per te sola, o divina, il cuore dimentica ogni suo affanno, e
una dolce malinconia suscitata dalla speranza lo occupa soavemente.
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