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Guido Nobili
Memorie lontane

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Quando vi capita di passare di mezzo a Piazza della Indipendenza, voltate lo sguardo verso tramontana, vedrete quel palazzo, che rimane in linea proprio dietro le spalle di Bettino Ricasoli; quella era casa mia. Son nato al primo piano, in quella stanza ultima a destra di chi guarda. Forse un giorno nel davanzale della finestra, sotto quella persiana grigia, sarà messa un'iscrizione a mio onore; l'ho già preparata, per mettere in ogni caso i posteri sulla buona via. L'epigrafe dice così: «Qui nacque un illustre ignoto, che seppe apprezzare per quello che valeva l'uman genere».

Il 7 decembre 1850 comparvi al mondo, e da quel giorno molt'acqua è passata sotto i ponti dell'Arno, e tante cose da allora sono cambiate. I miei parenti della vecchia generazione, che con me convivevano in quella casa, sono tutti morti; la piazza, di bella, ampia che era, l'hanno borghesemente ristretta coll'averla ombreggiata di tigli. Su quella piazza poi, hanno messe due statue, una al Ricasoli, l'altra al Peruzzi, colle quali si vuol dimostrare ai posteri, che anche i grandi uomini non possono sottrarsi al ridicolo, neppure dopo morti.

Quel Bettino poi, pover'uomo, in giubba e cravatta bianca, arrampicato sopra quell'alto piuolo, in atto di porgere un cappello a scatto, è tutta la sintesi degli scherzi crudeli, che si possono fare al ricordo d'un galantuomo. Quando si sarà persa la memoria del gibus, chissà quanto almanaccheranno gli storici, gli archeologi dei tempi remoti dell'avvenire, per sapere che cosa possa essere quell'affare tondo, che il soggetto della statua tiene in mano.

Un cappello no, diranno, perché piatto a quel modo non gli può entrare in testa; chi potrà supporre le molle e lo scatto?...

Deve essere, sosterrà qualcuno, il simbolo della Corona di Toscana che Bettino Ricasoli Barone della Trappola offre alla Contessa Matilde. La storia antica si è sempre insegnata così.  Ma mancano le gemme, mancano le palle, osserverà il contraddittore; quello non è Bettino Ricasoli; di certo deve essere un prete gallo, che in quel vassoio fa la sua offerta delle rigaglie a Giove.  Ma qui si comincia subito a divagare, rileverà qualche lettore.

Sarà il mio un sistema sbagliato, ma quando racconto voglio esser libero di raccontare come mi pare e piace.  Se a chi legge, il mio modo di narrare non soddisfa, non gli sembra bene inquadrato nella tecnica del perfetto novelliere, smetta di leggere, che io non me ne adonterò; ma voglio divagare, essere prolisso, essere uggioso anche; ma voglio far come mi pare.

Se su questo siamo d'accordo, tiriamo avanti. Intanto io vi presento tutti i miei buoni vecchi, che la Inesorabile prima o dopo mi portò via. Parrà che faccia l'elenco di una compagnia drammatica; questo modo di esporre non sarà molto elegante, ma in fatto è il più breve.

Mio nonno, Lino, di ottant'anni, diritto e fresco nonostante l'età, tranquillo, buono di carattere, e che manda la casa con le forme corrette di vecchio gentiluomo. Una sorella di sua moglie, di anni ottantaquattro, di nome Luigia, che tutte le mattine all'alba va alla chiesa di San Marco e vi si trattiene fino alle undici. Ferdinando mio padre, buono sì, ma in apparenza severo, che ha l'idea acquisita di esperimentare su di me le più rigorose regole del razionale allevamento fisico e morale della prole. Elena mia madre, bellissima donna, sana, robusta, piena d'intelligenza e di cuore, di me più anziana soli sedici anni.

Poi, zio Guglielmo e sua moglie Maddalena; zio Cesare e zio Niccolò, il più giovane, fra loro fratelli; mio fratello Aldo minore di me cinque anni; mio cugino Carlo, che ha un anno meno di lui, ed un suo fratello lattante.

Servitori, serve, balie, cuoco, cocchiere, che fanno un paese a parte giù nel sottosuolo del palazzo, e nel caseggiato in fondo al giardino, dove sono le rimesse, con ingresso dalla via delle Officine.

L'epoca in cui si svolge l'azione, come sogliono dire i programmi teatrali, è ai primi del 1859.

La casa mia, nonostante la baraonda del servitorame, andava, almeno ai miei occhi, come un orologio. La mattina si faceva colazione tutti insieme; la carrozza poi accompagnava me, mio fratello e un cugino a scuola; e la sera ci si ritrovava tutti al pranzo.

Quei pranzi per me sono indimenticabili. I miei zii eran giovani e di buon umore, e anche mio padre in mezzo a loro lasciava andare il trucco del cipiglio, che si era imposto per tenermi a dovere, e fra tutti facevano una conversazione così amena, da ritenere che tavolata più gioconda di quella non sia mai più esistita al mondo.

Quando vi erano invitati a pranzo, i ragazzi passavano in un salotto a parte, e così per me, per mio fratello Aldo e per mio cugino Carlo, trovandoci cosi soli, e come senza cavezza, un pranzo con inviti voleva dire, il giorno di poi, un purgante da prendere, e una conseguente vacanza di scuola.

Ma ai primi del 1859 qualche cosa serpeggiava per casa, che anche alla mia mente inesperta dava sospetto. Pareva che ci fosse un quid, che si volesse fare ignorare al nonno. Veniva molta gente con grande precauzione in casa, passando più che altro dalla via delle Officine. Se si era a pranzo, Leopoldo, il cameriere, andava a parlare in un orecchio allo zio Nicola, e lui, interrompendo il pasto, si alzava e correva in un salottino, che era all'estremo limite della casa. Se il nonno domandava chi fosse l'importuno, gli zii gli rispondevano dicendogli un nome qualunque, e poi a uno per volta, più presto che potevano, se la sgattaiolavano anche loro.

Ero curioso di sapere, ma non venivo a capo di nulla; perché mio padre, se cercavo in questi momenti di lasciare la stanza da pranzo, mi inchiodava con un'occhiataccia sulla seggiola, e non mi lasciava andare finché non fossero tornati gli zii.  E allora, qualcuno di loro, in modo che potesse sfuggire al nonno, con parole brevi e quasi senza muovere la bocca, ragguagliava mio padre di qualche cosa che io non capivo.

Una sera, sfuggendo alla sorveglianza, vidi due di questi misteriosi visitatori che se ne andavano. Uno passò dalla parte di scuderia; era un uomo grasso, che pareva un fattore di campagna, con un cappellone a cencio; l'altro, che passò dalla porta principale, aveva la carrozza che l'aspettava, ed era vestito di nero, cappello a cilindro, aria signorile, ma un muso secco e dispettoso con due baffetti lunghi e sottili insegati ed il pizzo.

Ma che volevano quella gente a me sospetta?  Che razzolavano per casa nostra queste figure strane?

Eppure, pensavo, i miei son persone per bene! Ma questi trafugamenti, questi sotterfugi, questi convegni, non mi ispiravano fiducia, tanto che, dopo un rigirio di parole inutili e confuse, domandai a mia madre a quattr'occhi, chi fossero quelle tante e diverse persone, che avevo notate in questo circospetto andirivieni.

- Studiano, - mi rispose, quasi sospirando, mia madre, - la macchina per volare. Vogliono vedere se si rompono il collo per loro, e lo fanno rompere anche a noi.

Ero un ragazzo in buona fede, e la risposta mi convinse. Mi pareva un bel ritrovato quello che stavano cercando, ed ero certo che sarebbero riusciti, tanta era la fiducia nel sapere e nell'intelligenza dei miei; per altro, l'idea di andar tanto per aria non mi persuadeva; ne avevo anche di più paura, specialmente dopo un esperimento, che a forza di ragionamenti mi venne fatto sopra a questo argomento. Se si deve volare, avevo detto fra me, sotto si deve avere l'abisso; ora, a guardare in una pozza dove si riflette il cielo, è come essere speloncati nell'abisso; traversando a salto la pozza, l'effetto deve essere compagno, se non peggio che essere su nella macchina per volare, perché laggiù nella pozza si vede l'infinito. Mi provai a saltare una pozza quando mi capitò, ma mentre prima non ci avrei pensato a sorpassarla, coll'impressione studiata dell'abisso, non fui da tanto di saltarla e questo mi rincresceva perché se mi fossi rifiutato di volare avrei avuto rimproveri ed anche beffe dagli zii, che erano gente di coraggio; tanto coraggio, che lo zio Niccolò era stato alla guerra nel 1848, e lo zio Cesare ci sarebbe stato anche lui, se ad Aulla non si fosse rotto una gamba partendo coi volontari Toscani.

In quel piccolo mondo della servitù di casa si agitavano passioni ardenti di amori, di odi, e di gelosie, che riflettevano le loro conseguenze fin su nelle stanze padronali. Il cocchiere era geloso del cuoco, a causa di una delle cameriere, e, per metterlo in mala vista coi padroni, un giorno, di nascosto, trinciò nella trippa a cacio e burro una pelle camoscia.  Si aveva voglia di masticare, non si poteva di certo arrivare a ingoiare il boccone!

Poco dopo ci furono servite bracioline fritte col burro ed impanate con polvere di vetro; finalmente un giorno nella minestra di farro capitò di trovare a me nella scodella un che d'indefinibile, che mostrai a tutti con aria trionfale. Era un dente molare, che il nonno si era fatto levare il giorno avanti!

Di fronte a tanta enormità, il nonno dette ordine che il cocchiere Basilio fosse licenziato. Ma gli zii tergiversarono, se proprio non si opposero. Basilio era di Trento; era un fuoruscito raccomandato da persona altolocata; pareva quasi che costui avesse in mano segreti tali, da non potersene liberare così su due piedi; e invece di mandarlo via, a modo di transazione col nonno, si incaricò lo zio Guglielmo di fare a questo cocchiere una parte a dovere; e perciò quella sera scese in tinello dove tutta la servitù era a desinare.

Nonostante che gli usci fossero chiusi, tenendo l'orecchio alla scaletta di servizio, sentii giù la voce sonora dello zio, che faceva una racanata contro tutti, e quando tornò su, disse al nonno che stesse tranquillo, e rimaneva garante che fatti consimili non si sarebbero mai più rinnovati.

- Già, - disse il nonno poco persuaso, - sorprese dei miei denti non ne avremo più; quello era l'ultimo. A custodire la dentiera ci penserò da me.

Ma perché non licenziare Basilio?  Forse è partecipe del segreto della macchina per volare, dissi fra me; infatti è lui, che fa passare tutta quella gente sospetta.

In un'intervista con zia Luigia, esperta specialista in cose di religione, facendo con prudente abilità cadere il discorso in argomento, potei rilevare che la macchina per volare era in contrasto colla Religione, non che colle regole di buon Governo. Alla Religione era contro, perché l'uomo da Dio è stato costruito in modo da dover camminare e non volare, ed era peccato di competenza del Santo Uffizio, e degno del rogo, l'andare così a disprezzo della volontà di Dio, tentando di volare. Quanto allo Stato, poi, esso lo considerava come un delitto, perché, volando, tutti i delinquenti con un frullo in aria si sarebbero potuti sottrarre alla pena meritata, e anche i contrabbandieri avrebbero potuto mandar fallite le dogane. Per persuadermi, mi pare ce ne fosse d'avanzo, e mi convinsi esser cosa prudente non fare trapelare con nessuno questo mistero, che poteva compromettere tante persone a me care. Nel mentre attendevo con fiducia che venisse fuori questa ingegnosa macchina per volare, una sera dopo pranzo, lo zio Cesare aiutato dal cameriere portò su dal giardino un lungo palo di castagno nella sala a primo piano, passando dalla scala grande per non incontrarsi col nonno. Bisognò che facessero con precauzione per non urtare vasi e lumiere, tanto questo palo era lungo: tirarono in disparte i mobili e sdraiarono nel mezzo della sala del terrazzo questo palo.

Stasera volano! dissi fra me.  Si comincia a veder qualche cosa. Devono esser saliti al primo piano per prender meglio lo slancio; e volano di notte per non esser visti dalle guardie: io non voglio volare, ma vedrei volentieri.  Ma mi ci faranno stare?

- Cosa fa qui Micio? - disse lo zio un po' severo rivolgendosi a me.

Bisogna sapere che gli zii mi chiamavano vezzeggiativamente «Micio bianco», a causa dei miei occhi cerulei, e questo nomignolo di famiglia mi è durato un pezzo.

- Cosa fa?  Vada via, vada giù, altrimenti ordine e straordine di andare subito a letto.

Scesi sconfortato per la scaletta di servizio, e tornai a pianterreno in sala da pranzo. A uno per uno tutti andarono via, compresa mia madre, ed io rimasi col nonno e sua cognata, la zia Luigia. Un poco giuocarono fra loro a dominò, un poco i due vecchi fecero conversazione; poi si ritirarono ciascuno nelle loro camere, ed io mi addormentai colle braccia tese e col capo sulla tavola.

La nostra cameriera, la buona Teresa, della quale serbo affettuosa memoria, mi scosse, mi fece alzare, e mezzo ringrullito dal sonno m'incamminai per andare a letto difilato. Ma essa, richiamandomi ai doveri e al protocollo familiare, mi scosse dicendomi:

- Oh! che fa! va a letto come un ciuco, senza dare la buona notte a nessuno?

Nessuna occasione migliore si presentava per avere un giustificato motivo di entrare in sala dove erano tutti i miei, e cosi dare una sbirciata alla macchinaSalii al primo piano; tentai la gruccia della porta di sala per aprirla; ma vi era la stanghetta, e subito un coro di «chi è» al mio leggero rumore, rispose di dentro.  Venne mia madre ad aprirmi ed uscì fuori, richiudendo l'uscio dietro di sé con precauzione; ma io saettando con l'occhio dallo spiraglio che essa aveva fatto all'uscio per venir fuori, vidi cosa che mi fece gelare il sangue nelle vene dallo sgomento, dandomi paura e raccapriccio.

Perché si possa meglio apprezzare l'impressione da me provata in quel momento, occorre che faccia conoscere quello che io mi fossi all'età di otto anni, quanti ne avevo allora.

Fisicamente ero un po' magrolino, ma ben fatto, e svelto come uno scoiattolo; e se devo dire il vero, quella soggezione che mi dava mio padre mi era necessaria per farmi stare a freno, perché diversamente le mie sbarazzinate non avrebbero avuto limiti. Era tanta la deferenza che avevo per mio padre, che quando ne avevo fatta una delle mie, mi mandava ed io andavo dallo zio Guglielmo, che soleva montare a cavallo, a prendere il frustino, e lo portavo a mio padre; questi mi frustava, dopo mi rendeva il frustino perché lo riportassi allo zio, coll'obbligo di ringraziarloPrendendo le frustate sulle polpe nude saltavo, mi rotolavo per terra, ma era difficile che mi sfuggisse un gemito, perché mio padre mi aveva avvertito come le grida sarebbero state una vigliaccheria, una cosa volgare.

Non usa più ora correggere la gioventù colle busse, ma non so se questa soppressione avvantaggi il carattere della gente. Il gastigo severo importanza alla legge; la legge di famiglia vuole l'ordine; allora il disordine conduceva alla frusta; soppressa la frusta, rimane la legge inconseguente, e così fino da ragazzi s'impara che le leggi vi sono nel mondo, ma che si possono il più delle volte impunemente violare.  Ho voluto molto bene a mio padre, e anche quelle frustate importune non hanno mai neppur velata la cara memoria, che ho di lui.

Dei tanti casi alle mie infrazioni dell'ordine familiare, ne ricorderò uno solo. Vi era in casa, nella stanza accanto dove mia madre era in quei giorni in letto ammalata di tifo, una cassapanca antica, che aveva il coperchio diviso in due parti.  Nella circostanza che uno dei coperchi era caduto accidentalmente, avevo avuto l'impressione di quel rumore come di una fucilata, e quel tonfo mi aveva ricordato i bei boschi della nostra villa all'Impruneta, il cielo sereno, il canto delle lodole, e trascinato da questo sogno, proprio in una giornata piovosa e piena d'uggia, dimenticando che mia madre era dolente del capo, per rievocarmi i ricordi della villa, alzai i due sportelli della cassapanca, e ad uno per volta, colla distanza giusta, li richiusi sbattendoli con forza, pensando d'imitare la coppiola d'un fucile a due canne.

Venne fuori mio padre! Si passò sopra in quella circostanza anche al cerimoniale di andare a prendere la frusta dallo zio, e mi pagò subito. Non aveva ragione?

Vi era la zia Luigia, la buona vecchierella, colla quale passavo qualche ora di sera; e allora non si ragionava d'altro che di bambini buoni, che diventavano santi; di miracoli; di sant'Antonino che aveva vista passare sotto la sua finestra una cavalcata di diavoli che andavano per l'anima di un peccatore, e di san Francesco. Ma io ero un ragionatore, anzi, un argomentatore terribile e stringente, e la povera donna ogni tanto si trovava in grandi imbarazzi per risolvere ragionevolmente i quesiti, che le andavo sottoponendo in questa delicatissima materia della Religione.  In conclusione ero credente; volevo molto bene a Gesù, perché mi ero fatto un concetto che coi ragazzi se la dicesse; ma le mie simpatie particolari erano per la Madonna. Per me la Madonna era quello che di più delicato e gentile si potesse immaginare, mentre con Dio le cose non andavano tanto piane; ne avevo soggezione, ed anche molta paura.  Mi pareva un Essere da non raccapezzare mai come la potesse pensare; sempre pieno di sdegni e di gastighi; ora, infuriato, mandava tuoni, saette e grandine; ora con pestilenze, malattie e accidenti ammazzava un mondo di persone, e, quello che più mi toccava da vicino era, che non risparmiava neppure i fanciulliDio è in ogni luogo: anche questo mi dava noia, non me lo metteva in simpatia. Un'occhiata ogni tanto a quello che facevo, come praticava mio padre, poteva passare, ma sempre averlo d'intorno rimpiattato a spiare, diventava una seccatura insopportabile; e poi, dicevo fra me, se sta proprio in ogni luogo, qualche volta bisognerà che si scansi se no sarà peggio per lui quando battono i panni. Le definizioni della Dottrina Cristiana mi deviavano ancor più dal ragionevole concetto di Dio. «Dio ha corpo, mani, piedi? No» risponde il libretto del catechismo. Ed allora, Dio mi si presentava all'immaginazione fatto come un gomitolo. Ma la risposta del catechismo continuava: «Esso è un purissimo spirit»Ed allora, nella mia immaginazione, Dio diventava un liquido incolore, in una bottiglia trasparente, sopra un palchetto. Non c'era male!  La dottrina cristiana la intendevo a verso!

Ma infine, quando avevo dei dispiaceri, dei desideri da soddisfare, mi rivolgevo alla Madonna, perché guardasse di accomodare le cose per me con suo Figlio, e quell'Altro, il purissimo Spirito, lo lasciavo da parte, anche per la tema che, se gli davo nell'occhio, non gli venisse in mente di farmene qualcuna delle sue imponenti.

Una volta, nel baloccarmi in giardino, mi cadde fra l'erba del prato un piccolo Crocifisso d'oro, che mia madre mi aveva messo al collo. Cercai e ricercai con assidua cura, ma non fui da tanto di ritrovarlo. Corsi dalla zia Luigia a raccontarle la mia angoscia, ed essa, con una sicurezza invidiabile, mi disse: - Se tu dici un Rosario di dodici poste a sant'Antonio da Padova, il tuo Crocifisso lo ritrovi subito.

Non intesi a sordo: mi feci dare la corona, mi misi in ginocchio in terra, dissi quelle orazioni prescrittemi con un fervore da non potersi superare; e, finito il cómpito, andai di corsa dove avevo perso questo Crocifisso per ritrovarlo, con la stessa sicurezza che una persona conosciuta alla Posta va a riscuotere un vaglia. Non ritrovai niente!  Rimasi male, molto male; non me lo sarei mai supposto, data la mia sincera devozione, di rimaner così frustrato nella certezza del rinvenimento. Me ne andai zitto e mogio, pensando che ci fosse venuto attraverso quell'Altro che è in ogni luogo; con Lui cominciavo ad avercela grossa, e vivevo in trepidazione che prima o poi si avvedesse di questa mia ruggine.

Quando la zia Luigia mi portò la prima volta a confessare, mi capitò un prete che aveva l'intercalare del dunque.  Cominciai quasi involontariamente a contare questi dunque; ero salito ad un numero imponente, ed assorto nella numerazione mi dimenticavo della confessione, ma il confessore bonariamente mi richiamò alla realtà delle cose. per , mi ero scordato di tutta la specializzata collezione di peccati, che tra me e la zia Luigia si era fatta nel preventivo esame di coscienza, e preso così ormai alla sprovvista, per salvare la posizione, mi balenò un peccato fuori programma, che buttai a casaccio attraverso la graticola, come per riscattarmi della negligenza in cui ero incorso.

- Ho desiderata la donna d'altri, - dissi così a mezza voce, e con gran compunzione.

- Bambino mio, - rispose amorevolmente il confessore, - che ne volevi fare della donna d'altri?

- Senta!  Un mio compagno di scuola ha una mamma che gli compra per la via i necci di farina dolce ogni volta che lui vuole e la mia non me li ha mai voluti fare assaggiare.  Ho desiderato quella mamma .

Per quanto nel suo insieme la mia Religione fosse molto eterodossa, pure una Religione l'avevo, e questa si annodava con i miei sentimenti civili molto armoniosamente.

- Il Sovrano è il padre del popolo, - mi diceva il nonno nelle nostre conversazioni serali, - egli è per sorte da Dio chiamato a regolare i destini della nazione. Nessuno più di lui ha grandi responsabilità di fronte all'Altissimo, come di fronte alla sua coscienza. Un Sovrano è in una condizione, che può fare molto bene, come molto male. Leopoldo Il nostro sovrano è un buon uomo, un esemplare di virtù come padre di famiglia, ed il nostro paese è felice e ricco per ragione della sua paterna amministrazione come capo dello Stato.

E questo pare fosse vero.

- Vi è della gente nel mondo, - mi diceva sempre mio nonno, - che non può viver tranquilla; oggi vuole una cosa, domani ne vuole due, poi tre; infine, siccome questa gente è pigiata dietro da chi ha necessità di pescare nel torbido, essa vuole ancora, senza capir bene cosa pretendere, e allora si va alle rivoluzioni, dove la schiuma sociale irrompe, vince la mano, sparge sangue, e dopo ci vogliono anni ed anni per riprendere il cammino normale della società umana, che ha le sue leggi di natura. La Patria è tutto; tutto si deve fare per lei; ma son tempi brutti, Micio caro, - sospirava il nonno, - le rivoluzioni.  Quando decapitarono Luigi XVI, ero un giovanetto; ma, me lo ricordo come se fosse ora, a Firenze si rimase tutti senza fiato quando ne giunse la nuova.

Converrete che è un bel fatto, quasi da vantarsene, l'aver sentito dalla viva voce del nonno narrare l'impressione della decapitazione di Luigi XVI.  Eppure è così!  Pur troppo è così!

- Anche ora, - seguitava il nonno, - avrebbero dei sogni da realizzare, vorrebbero fare un'unità d'Italia; ma che vantaggio se ne avrebbe? Sarebbe una conquista geografica, e niente altro, perché bisogna non conoscere né la Sicilia, né il Napoletano, per accarezzare coteste fantasie. Fino a Chiusi e alla Nunziatella, col resto dell'Italia settentrionale, le cose potrebbero andare in buona armonia, ma da in giù, con quella gente non siamo davvero nemmeno cugini, invece che fratelli.  Non siamo nemmeno della stessa razza - noi razza giapetica e loro semitica -; lo portano scritto in faccia il loro albero genealogico.  E poi, sarebbe una bella cosa mettersi a rischio di rivedere qua i Tedeschi, che, si può dire, sono andati via ieri; oppure, trovarsi i Russi attendati alle Cascine?

- Perché i Russi?

- Perché ce li ho visti io, nell'epoca napoleonica, i cosacchi attendati alle Cascine. Mangiavano la carne macerata sotto la sella del cavallo.

Ed io allora mi facevo odiatore dello straniero e conservatore rispettoso del buon Sovrano, che Dio ci aveva concesso, e al quale ero legato da vincoli di personale riconoscenza.  E per spiegare il perché mi sembrasse di trovarmi personalmente in buoni termini colla famiglia regnante d'allora, occorre sapere come, nel 1858, nel giardino Franchetti, che comprendeva i locali occupati ora dal Politeama Nazionale, vi fu un'esposizione di giardinaggio e frutta, che doveva esser l'inizio della Società Toscana d'Orticoltura. Lo zio Niccolò era uno del comitato, Presidente del quale era il Prof. Parlatore; quel bruttissimo uomo, il quale tanto era nelle buone grazie della Corte, che per Firenze si arrivò a mormorare fino all'assurdo, cioè, che egli fosse anche troppo simpatico alla Granduchessa.

Alla inaugurazione di questa esposizione ebbe l'invito anche mia madre, ed io tanto mi strusciai a lei, che ottenni di esserci condotto. Avevo veduto qualche volta il Granduca alla passeggiata delle Cascine, e anche quando con gran solennità in quelle carrozze tremolanti, che tanto mi ricordavano la galantina della quale ero ghiotto, se ne andava per la Madonna di Settembre alla chiesa dell'Annunziata; ma a piedi non l'avevo mai visto, ed era per me d'una grande curiosità il vedere dei Sovrani a piedi, per sapere se camminavano a scatti come avevo veduto camminare i falsi Sovrani delle opere in musica. Alla Granduchessa poi volevo bene particolare più specialmente perché ogni tanto partoriva. Quel giorno sparavano cannonate dalla Fortezza da Basso, e non si andava a scuola.

Il non andare a scuola era per me una felicità grande. A che scopo, dicevo a me stesso, perdere il tempo richiudendosi in una stanza fetida, ad occuparsi di cose che poco, anzi punto, m'interessavano? Poco m'importava di sapere se Dio, invece di una settimana, a fare la creazione universale ci avesse messo un mese o un anno. Mi pareva tempo sprecato l'andare a ricercare dei litigi fra Romolo e Remo, o se Giosuè avesse fermato il Sole. Erano cose passate; con questa gente non ci si sarebbe ma' più incontrati, giacché erano morti da tanto mai tempo; e vedevo una fatica inutile quella di occuparsi dei fatti loro. Il Sole era bello, il colore del cielo bello pur esso; i boschi, le fonti, quelle erano le cose che si prendevano l'anima mia; lo scavallare per i prati mi seduceva; ma quell'uggia di una stanza con altri fanciulli rinchiusi come tanti uccellini in uno spazio ristretto, a sentire in gran suggezione raccontate cose per me futili e noiose, era un martirio.  Ed inoltre riflettevo: a imparar tutto ci vuole del tempo, e, quando si è imparato tutto? si muore! Povere giornate di bel sereno, pensavo, sprecate così male! Se pioveva o tirava vento, l'animo mio era più docile, e si piegava a quelle nenie della scuola; ma in certi giorni splendenti di luce avrei spezzati i ferri di quella gabbia, e volentieri preso un gran volo. Ma c'era mio padre col frustino, e quel pensiero calmava alquanto l'irruenza dei sentimenti della libertà: e allora avanti... tre via sette fa ventuno, sei via dieci sessanta; oppure: sette sono i sette peccati mortali, cioè: battesimo, cresima... via lesto in penitenza! E così di seguito per giorni, mesi ed anni. Gesù Cristo era nato, la Granduchessa aveva partorito; volevo bene a tutti e due, perché erano un'occasione di interrompere quel quotidiano tormento, con la vacanza di scuola.

Quando si montò in carrozza per andare all'inaugurazione di quella Esposizione ero felice; vedevo mia madre ben vestita, ornata di gioielli e di fiori, era uno splendore. Mio zio Niccolò, col cappello a cilindro e con la cravatta bianca, mi pareva uno sposo; mi sentivo commosso. Ci fu assegnato posto proprio in prima fila, dove il Professor Parlatore avrebbe letto un discorso. Sonarono le bande, e benché non avessi gran passione per le bande, perché le botte della gran cassa, i piatti e il tamburo mi facevano allora sussultare come se ricevessi un colpo nello stomaco, pure quel giorno tutto passava, perché ero in emozione. Un corri corri nella folla, un’agitazione fra quelli vestiti a calabrone nero, ci fece accorti che la Corte era arrivata. Ci alzammo tutti in piedi; vidi entrare nel cerchio dei calabroni quella faccia di bonomo di sua Altezza Leopoldo II, che a me parve vecchio decrepito, molto più che nel salutare a destra e a sinistra dondolava la testa in modo, che il suo collo mi ricordava quello dei fichi verdini passi.  La Granduchessa mi parve bella, e ben vestita: anche se fosse stata brutta come un cane l'avrei trovata, per lo meno, simpatica; era quella che ci aveva dato tante vacanze, e sulle quali speravo ancora, nonostante che all'occhio mi si presentasse smilza.

Fu letto il discorso, il quale, lodato Dio, fu abbastanza breve. Di questo discorso non intesi altro: che alla Toscana era riserbato un grande avvenire nell'onore dei campi e degli orti, e che il cuore di tutti i sudditi palpitava all'unisono con quello dei Sovrani.  Dopo che i Sovrani ebbero fatto un grande inchino, al quale con altro inchino tutti risposero, io compreso, essi, accompagnati dai componenti il comitato, gentiluomini e dame di corte, cominciarono il giro dell'esposizione.

- Guarda, - dissi a mia madre tirandole la gonnella, - guarda lo zio Niccolò discorre col Granduca -. La vanità mi prese di botto, in quel momento; non so cosa avrei pagato che i miei compagni di scuola, i ragazzi dei nostri contadini, quelli del pecoraio, avessero potuto vedere come io avessi uno zio, che discorreva nientemeno che con sua Altezza il Granduca.

In gruppo con altre nostre conoscenze, anche noi andammo in giro per l'esposizione.

Mi veniva la bocca salivante a vedere quei grandiosi grappoli di uva salamanna, le belle pesche, e quelle mostre di fichi di tutti i colori; e domandai a mia madre: - Non ci offron nulla di queste frutta, dopo che il Granduca ha visto tutto? - Micio mio, levati l'idea, perché non si tocca nulla:       si guarda, e basta.

Ingoiai la saliva, e seguitammo il giro delle sale.  All'uscire nuovamente all'aperto, vidi lo zio che parlava con la Granduchessa. Mi pareva che sua Altezza ci guardasse; ed infatti ci guardava, e voltandosi ci guardò anche lo zio; poi ricominciò a parlare con Lei, e come se discorressero di noi, facendole molti sorrisini. Ad un tratto lo zio s'inchinò alla Granduchessa e ci venne incontro, e facendo due occhi quasi feroci, rivoltosi a mia madre, le disse:

- Non facciamo gesti; vieni subito con me, Sua Altezza ti vuol conoscere.

Lo zio Niccolò prese mia madre a braccio, togliendola dal cerchietto delle conoscenze, ed io, dimenticato da lei, non sapendo che dovessi fare di me, se andare o restare, le corsi inconsciamente dietro come un cagnolino sperso.

- Ho domandato al signor De Nobili, - disse la Granduchessa sorridendo a mia madre, - chi fosse quella bellezza che avevo ammirata al mio ingresso all'esposizione, ed avendomi egli detto che è sua cognata, ho desiderato di conoscerla, per farle le mie congratulazioni come vessillifera della bellezza toscana.

Che facesse, che rispondesse mia madre a questo complimento non so, perché io ero rimpiattato dietro le sue spalle e non sentii una sua parola; non vidi che riverenze e dopo un po' di tempo che mi parve un secolo, ce ne siamo andati, poco essendo mancato che mia madre, nel tirarsi indietro per una più sentita riverenza, non mi montasse addosso.

Dunque col Granduca e la Granduchessa si era quasi amici; li avevo visti camminare, avevo sentito perfino la voce della Granduchessa, poco era mancato che non ci avessi discorso anch'io; perciò mi ci ero affezionato, tanto più che non avevo mai sentito dir male dei Sovrani, da nessuno. Qualche volta è vero che a tavola, in famiglia, avevano discorso facendo trapelare che il Granduca era un po' bue; ma di questo non gli facevo addebito; dicevano in casa che ero tanto somaro anch'io, di modo che fra noi bestie ci si poteva compatire; ma tutti ad un coro ripetevano che era un gran buon uomo.

E, allora, perché mia madre cuciva quella sera una bandiera tricolore per attaccarla al palo con tanta precauzione fatto portare in sala dallo zio Cesare? L'avevo ben vista questa bandiera attraverso la porta appena dischiusaSapevo bene di che cosa essa fosse l'emblema. Erano dunque i miei, che tanto stimavo, delle doppie facce colla Corte? Dove erano andati quei cuori, che battevano all'unisono? Ero con dei rivoluzionari? dei cospiratori? dei carbonari?... In quale famiglia mi aveva mai il buon Dio fatto nascere? pensavo con orrore.

Quando entrai a letto, per lo sconforto avuto, il sonno abituale non veniva.  Pensavo a Luigi XVI che, come il nonno mi aveva raccontato, con la sua morte era riuscito a far rimanere i Fiorentini senza fiato.

Rivedevo quella faccia d'innocente del Granduca, e mi sembrava un'infamia il macchinare cose, che avessero potuto mettere in pericolo la sua testa; sentivo ancora negli orecchi l'armoniosa voce della Granduchessa, e soffrivo al pensiero che potesse correre un pericolo insieme ai suoi tanti bambini, ragazzi come me, che di certo volevano molto bene a suo padre e a sua madre. Ma perché, pensavo, mio padre e gli zii partecipano a questa cattiveria?  Non hanno più cuore? Non pensano più al pericolo che corrono loro, e fanno correre ai Sovrani?  Altro che volare!  Qui si vola, ma in carcere, se sono scoperti.  E allora mi tornava in mente il discorso del nonno sulla unità d'Italia, e sulla Patria.

«La Patria?» Che cosa vuol dire la Patria? mi domandavo. La Patria per me è, con Firenze nel mezzo, Monte Morello come confine da una parte, i poderi e i boschi dell'Impruneta da quell'altra, e Vallombrosa dalla parte che si leva il Sole; la Patria, come la vedo io, finisce qui; al di , ci sia quello che ci vuole essere, poco me ne importa; se ci fosse una buca tanto profonda quanto è alto il cielo meglio così, in questo caso nessuno ci verrebbe a disturbare; nemmeno i tedeschi! Saremmo noi cittadini tutti quasi di conoscenza l'un coll'altro; ci si vorrebbe un gran bene; ci si aiuterebbe reciprocamente come in una grande famiglia; senza andare a commuoversi per gente, che non si è mai vista, né conosciuta, e che bisogna credere che ci sia perché così ci viene assicurato, ma con la quale nulla abbiamo di comune.

Andare alla guerra, rimuginavo sempre io, in lotta col sonno che si faceva gigante, battersi per questa mia Patria, cospirare per lei contro un re cattivo per cacciarlo, perdere la vita per la Patria, la trovo cosa d'onore e di merito; ma se mi fanno una Patria tanto grande, non intendo perché dovrei compromettermi per chi non conosco, per chi non vedrò mai, per chi non amo.

E non si fermeranno qui, se riescono; perché, oltre i confini di questa Patria più grande, troveranno altra gente, e bisognerà bene allargare ancora questa Patria fino a rinchiudervi anche i selvaggi, e allora?... Allora io vorrò sempre più bene a Firenze, a Monte Morello, all'Impruneta e a Vallombrosa, che a tutto il resto.

In queste considerazioni sempre più confuse, mi addormentai di quel sonno placido e tranquillo, che si gode a quell'età, che neppure lo spettro della bandiera tricolore poté riuscire a turbare.

La mattina venne la Teresa a svegliarmi, aprì la finestra e, con quel fare compassato da governante inglese, mi disse:

- Chi dorme non piglia pesci. Intanto oggi non si va a scuola.

- Ha forse partorito la Granduchessa?

- Altro che nasciteOggi vi è qui, proprio sotto le finestre, qui in piazza, la rivoluzione.

«La rivoluzione?» - Non mi rimase fiato, come se mi fossi trovato alla nuova della decapitazione di Luigi XVI; la bandiera tricolore mi tornò subito in memoriaRimasi trasecolato.

- Via, si vesta subito, se vuol vedere! Non sente le grida della folla?

In un baleno fui pronto, e corsi subito in sala, dove trovai tutta la famiglia, meno i due vecchi. Mia madre e la zia Maddalena erano molto serie. In un canto era la bandiera tricolore.

- Buon giorno, Micio, - mi disse piano mia madre, carezzandomi e facendomi sedere accanto a lei; ma io riscesi subito dal divano e andai a dare un'occhiata alla piazza. Era un mare di popolo, che ogni tanto urlava a squarciagola.  Si sentiva prima un silenzio, quindi una voce rauca faceva un discorso lungo una cinquantina di parole; e poi battimani ed un urlìo, che arrivava in cielo.

- Dunque si mette o non si mette fuori questa bandiera? - diceva lo zio Niccolò un po' eccitato.

- Tu stesso hai detto, - rispondeva lo zio Guglielmo, - che l'ordine del barone Ricasoli era di attendere un capitano, che avrebbe mandato lui, per poter incoraggiare maggiormente il popolo, che lo vedesse al terrazzo, insieme alla bandiera.

- Ma qui si fa tardi, - saltò su a dire mio padre. - Pare quasi che si abbia paura.  Se il capitano fosse stato arrestato, sarebbe inutile attenderlo.

- O capitano o non capitano, - replicò lo zio Niccolò risoluto, - la metto fuori io questa bandiera; sarà quel che sarà -. Infatti, presa la bandiera, la portò al terrazzo e la sventolò. Urli ed evviva giù dalla piazza accolsero il vessillo tricolore, che si spiegava al sole di una bella giornata di primaveraEra il vessillo della Unità d'Italia, che il 27 di aprile 1859 in tutta Firenze, e dalla casa mia, per il primo compariva alle acclamazioni del popolo. Poco dopo altre due bandiere sulla piazza sventolavano ai balconi. La storia non ha registrato questo fatto; anzi mi pare che ad altra famiglia sia stato attribuito questo merito del primo vessillo; ma chi desse differenti notizie di quello che io asserisco perché da me veduto coi miei propri occhi, o non c'era, o niente dice di proposito, chiunque egli si fosse o sia.

- Ecco, ecco i soldati! - esclamarono gli zii, guardando giù nella piazza, dove ancora più alte si levarono le grida.

Mi sentii la pelle accapponare; questa notizia faceva germogliare in me l'idea di darmi alla fuga.

- Guarda che viso ha fatto dalla paura questo citrullo di ragazzo, - disse lo zio Cesare, notando il mio pallore. - Prima d'impaurirti, vieni a vedere, bestiuola, - e, prendendomi amorevolmente per mano, mi condusse ad affacciarmi alla finestra accanto del terrazzo.

Dalla via San Paolo arrivavano frotte di soldati; che, mescolandosi alla turba, fraternizzavano col popolo in rivolta, e quindi dietro a una bandiera tricolore portata da borghesi e militari con una carrozza, che se ne andava al passo, tutta la moltitudine si avviò, sempre gridando a squarciagola, per la via Sant'Apollonia, ora via Ventisette Aprile, verso il centro della città, lasciando la piazza quasi deserta.

La rivoluzione aveva trionfato; il Granduca e la sua famiglia erano partiti per l'esilio. Ed io? Rivoltai subito la giubba, diventando il giorno stesso un giacobino da sgomentare la zia Luigia, la quale era rimasta scandalizzata del nuovo regime; e molto più lo era, avendo saputo la parte che in tutto quel trambusto avevano avuta quelli di casa nostra.

Ripensando a quei giorni, ho sempre riflettuto quanto mi fosse stato facile, in cosi breve ora, di capivoltare le mie opinioni politiche, le quali mi sembravano radicate nell'animo molto profondamente; tanto che a causa di quel ricordo, ho vissuto sempre in diffidenza di me stesso, e poca meraviglia mi ha fatto vedere diversi, anzi molti, che, da moderati in fatto di politica, si sono tanto rapidamente accesi, e trasformati, da lasciare il roccetto che avevo visto loro indossare con zelo per servire la messa alle Scuole Pie, per finire poi socialisti, sindacalisti e, come deputati al Parlamento, sedersi fra la sinistra la più sbraculata e piazzaiola.

Ma anche i costumi in qualche cosa cambiarono, dopo l'avvenimento della rivoluzione, a riguardo dei ragazzi.  Per l'avanti si viveva in modo disciplinato e formalistico, come se ognuno di noi fosse stato destinato a salire, prima o poi, sopra un piccolo trono. Si doveva amare il prossimo perché così prescrivevano i canoni della Religione, ma stare a distanza e in contegno con questo prossimo anche fra noi fanciulli della stessa condizione sociale. La disciplina fu addolcita; il frustino andò in disuso. In quel tempo si combattevano le sorti d'Italia sui campi di Lombardia; e ad ogni vittoria dell'esercito italiano tutto il popolo, dal giorno della rivoluzione, come ad un luogo consacrato dall'avvenimento ai fasti patriottici, si riuniva sulla piazza della Indipendenza per festeggiare con grida, inni e bandiere il lieto successo delle armi italiane, e di quelle degli alleati francesi.

 

 




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