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Guido Nobili
Memorie lontane

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Anche nel piccolo mondo dei fanciulli questi avvenimenti, ormai storici, avevano portato una certa agitazione, e delle consuetudini nuove. Sulla piazza della Indipendenza ogni sera si era cominciato, come cosa nata da sé, un convegno di fanciulli delle migliori famiglie di Firenze, e la sede accidentalmente prescelta era il lato della piazza verso la cantonata di via Barbano, mentre dall'altra parte di via San Francesco si riunivano un numero grande di ragazzi degli umili abitanti di via delle Ruote e di San Zanobi, che anch'essi, fatti caldi dagli avvenimenti guerreschi, con tamburelli, sciabole di latta, e cappelli di foglio ornati di penne di pollo, simulavano fra di loro battaglie e fatti d'arme.

La nostra riunione era più contegnosa, perché si aveva tutti un'educazione migliore, e poi, alla lontana, la sorveglianza su noi non era affatto abbandonata. Non si raggiungeva il totale dei ragazzini dell'altro canto della piazza, ma eravamo abbastanza numerosi; molto più che anche varie signorine della nostra età prendevano parte a questo circolo improvvisato.

Per dir la verità, a me l'intervento delle signorine non andava molto a genio; le bambine le avevo in uggia, perché mi parevano esseri malati. Con loro non si poteva fare a chi più corre, né a chi saltasse più in alto; non avevano di ricreazione che degli sciapitissimi giuocherelli, dove non entrava mai né la sveltezza, né l'agilità, né la forza. A parlare con le bambine, al mio modo di vedere, non v'era costrutto nessuno; non mi sapevo in che discorsi intrattenerle; e poi, quel loro modo di fare o di stupide, o di canzonatrici insulse, mi rimaneva sinistro, molto più che non vi era la risorsa definitiva di venir con loro alle mani, come si poteva praticare fra maschi. E quello che più d'ogni altro mi rendeva repulsiva la compagnia delle bambine si era, che le avevo trovate, dal più al meno, tutte finte di carattere, e bugiarde. Se avessi potuto seguire il mio impulso dell'anima, e se l'educazione non mi avesse trattenuto, avrei tanto volentieri tolto loro di collo quella esosa bambola, per farle fare un volo a giri tondi per l'aria e mandargliela in frantumi.

Per me la bambola era una fobia, come lo è il drappo rosso per i tori; e tutti quei discorsini affettuosi, che le bambine buone soglion fare attorno a quella testa di stucco, mi sembravano tale una scemenza, da non arrivar mai a comprenderla; e poi, urli, strepiti per un grillo! mezzi svenimenti per un ranocchio! Ah le bambine! Ma ormai le piccole signorine si erano inoltrate nella nostra comitiva, e bisognava che io le subissi per dovere di cortesia. Fra i maschi frequentatori della piazza, fra quelli che io ricordo, vi era il marchese Emilio Pucci, il quale aveva frequenti dissapori col suo precettore; di tanto in tanto compariva il marchese Carlo Ginori, anche lui tenuto a catena da un precettore abbastanza severo; il comm. Edoardo Philipson, il quale, a quei tempi, non era anche commendatore, ma dimostrava sin d'allora tutte le buone qualità per diventarlo; c'interveniva pure un certo Pugi, che poi ho rivisto colonnello di cavalleria, e questi due abitavano sulla piazza dell'Indipendenza vicino a me; vi era Guglielmo Vestrini, e poi molti altri, che troppo lungo sarebbe se dovessi ricordarli tutti.

Fra le signorine venivano due figlie del Ministro di Stato del cessato governo, S. E. Landucci, la signorina Trollope, cognome di fama mondiale, ed altre, tutte di buonissime e rispettabili famiglie. Molti di questi frequentatori oggi venivano al convegno, poi stavano un po' di tempo senza farsi vedere, quindi ritornavano, mentre altri nuovi vi comparivano, e così senza presentazioni, senza cerimonie si imbastivano delle amicizie, che poi son durate a lungo.  Dopo dieci minuti che uno si era imbrancato, veniva trattato col tu, e nessuno si ribellava a questa confidenza. Mi perdonerà il lettore se mi son dilungato più del dovere in questa parte della narrazione, che può sembrargli un poco futile; ma questo era necessario conoscere, perché tra poco si leva il sole.

Come, si leva il sole? dirà qualcuno; che c'entra il sole con tutto questo?

Si pazienti un momento, e di ciò ben presto si avrà ampia spiegazione.

In quella riunione ognuno cercava di portare con sé qualche gingillo, che potesse interessare e divertire gli amici; questioni da risolvere, cioè quei nodi fatti con due ferri, che sapendo con pazienza districare, possono venire sciolti; ci fu un tale, di cui non ricordo il nome, un immaginoso di certo, che ci tenne in attenzione per farci vedere il fuoco rosso inventato da lui; aveva pestato del mattone, l'aveva involtato in un foglio, e dandogli fuoco pretendeva che dovesse dare la fiamma rossa. Chi sa quante altre disillusioni e più serie deve in seguito aver provato nel suo mondo, il poverino!

Una sera, poco prima che andasse sotto il sole, un ragazzetto della nostra compagnia aveva portato dei serpenti di Faraone, ai quali dava fuoco sopra una panchina. Non avevo mai visto nulla di simile, perché in casa mia, nonostante i tempi nuovi di libertà, fuochi artificiali, polvere da fucile, e tutto quello che avrebbe potuto recarmi danno personale, o provocare pericolo d'incendio, mi era rigorosamente proibito, quasi fossi tenuto sotto regime di stato d'assedio.

Fra un serpente e l'altro, uno degli amici mi accennò una signorina, che avrà avuta la mia età, dicendomi: - Guarda come ci ronza intorno quella bambina; ha curiosità di vedere anche lei. È bellina assai.

Questa uscita del bellina assai, m'indispose verso l'amico perché non sentivo ragioni in me di ammirare il bello e il brutto in fatto di forme umane; ritenevo bello, il buono; il brutto poi era il cattivo, e a me quella fanciulla sembrò che dovesse essere la bontà in persona perché mi pareva una di quelle soavi effigie di angioli o di serafini; era qualche cosa d'indefinito, che mi ricordava a un tempo Gesù, Madonna, paradiso, ghirlande di fiori, la levata del sole, soavi odori, l'arcobaleno, e sentii dispiacere che il cerchio delle persone che si stringeva attorno alla panchina non la lasciasse vedere, e perciò dissi al compagno:

- Facciamole posto; e tu va' ad invitarla che venga fra noi; deve essere persona gentile di certo, è molto ben vestita.

- Vacci tu; io voglio vedere quest'altro serpente, - rispose con poco garbo il giovanotto.

Avendo veduto che discorrevamo di lei, essa distolse i suoi immensi occhi da noi, e via di corsa roteando la corda che saltava, e andando attorno di qua e di , e coll'andamento capriccioso di un volo di libellula, si fermò presso ad una panchina, dove era un bambinetto, un musetto arcigno ma che la somigliava.

Ho detto che la somigliava, ma bisogna intenderci; erano fratello e sorella e questo si vedeva; ma era la somiglianza che un giorno può avere con un altro, perché tutti son giorni e figli dello stesso anno; con la differenza che può avere quello di bel tempo con la giornata di nebbia.

Nel momento che si era in attenzione ai fochetti del serpente di Faraone, dalla via San Carlo si sentì improvviso lo scalpitare di un cavallo e il rapido ruzzolare delle ruote di una carrozza; era un cavallo in fuga. La bestia, seguitando a diritto verso la piazza, nel suo cieco imbizzarrimento senza vedere le catene che sbarrano il passo, vi andò difilato a dare di cozzo, e abbattendosi , mandò in rovinio la vettura che trascinava. Noi piccini, agli urli della gente, a tutto quel sottosopra, ci riunimmo impulsivamente, pieni di terrore, in drappello serrato come se fossimo stati una motta di pesciolini, e per l'istinto della conservazione anche la bella creatura, abbandonata la corda da saltare, stringendosi premurosamente contro il petto il suo fratello, poco più piccolo di lei, venne a cacciarsi fra di noi atterrita.

Chi fu portato dal precettore a bevere di qua per rinfrancarsi il cuore, chi a bevere di dalla governante; e quelli che stavano di casa sulla piazza vennero subito mandati a prendere. L'amico, che aveva i focolini col serpente, non ritrovando la sua cameriera, che forse era più in a farsi dar coraggio da qualche sergente della prossima Fortezza, lo condussi a casa mia a ristorarsi, ed egli mi regalò, di nascosto, un serpente, che andai a rimpiattare nel più remoto angolo di camera mia.

Il giorno di poi non mi era concessa l'uscita in piazza, perché l'ordine di servizio, dirò così con espressione militare, stabiliva anche per me la passeggiata in carrozza alle Cascine.

Non vi era per me cosa più noiosa e antipatica della scarrozzata alle Cascine. Mia madre, il nonno e io, zitti e mogi, si andava alle Cascine, prima su e giù e poi giù e su per i viali; si salutava molti delle altre carrozze, e ci si faceva salutare; quindi la carrozza si fermava al Piazzale vicino alla banda, a quella banda, che io odiavo perché mi rintronava i visceri, e dopo avere ascoltata una sonata, la pariglia ci portava lungo l'Arno al Pegaseo, dove tutti e tre, con il cameriere Leopoldo che ci seguiva, e al quale la disciplina del momento m'impediva di prendermi la confidenza di confabulare, si facevano due o trecento metri a piedi verso la città, e di , rimontati in carrozza, finalmente ci si avviava a casa per andare a pranzo. L'unico ricordo piacevole di quelle passeggiate era l'episodio di qualche lepre che scappava per i prati, o che se ne stava ferma in mezzo alla via.  Allora, in quel caso, mi era permesso di rompere la compostezza di manichino, che mi si era insegnata, come contegno regolare di chi va in carrozza, e guardare fra il cocchiere e il servitore sul davanti della via, avendo essi premura di darmi notizia quando ci era in vista la lepre.

Quel giorno Basilio non era più al nostro servizio, era stato non solo mandato via di casa, ma il barone Ricasoli, che ne era stato il protettore, l'aveva sfrattato dalla Toscana, perché, come capo del Governo Provvisorio, aveva potuto avere la certezza, che egli era una spia dell'Austria.

Come mai Basilio non ci aveva fatto del male, vivendo in tanta confidenza delle pericolose cospirazioni di casa nostra?

- L'amore per la cameriera, - disse lo zio Nicola, - ci doveva aver salvato.  Per non andar lontano da lei, vuol dire che aveva mangiato, rubandolo, il premio dello spionaggio, lasciandoci tranquilli. La nostra famiglia ha, dunque, qualche debito con l'amore, non fosse altro quello della riconoscenza.

Andare in carrozza, oltre la noia per me di quelle ore d'immobilità, mi dava anche il tormento della toilette speciale che la cameriera, con un rituale che non mutava mai, mi faceva subire.  Quando si andava alle Cascine, oppure al teatro, bisognava che mi cambiassi tutta quanta la biancheria di dosso, e che mi lasciassi lavare, a gran saponata, collo ed orecchi.  E nascevano gravi dissidi con la Teresa perché, ora mi sentivo sgraffiato dalle sue unghie, ora avevo le orecchie piene d'acqua, oppure il sapone mi entrava in un occhio. Quando mi toccava a passare questo lavaggio, potevo essere il modello del bad boy, di quella graziosa statua, che ha fatto la fama a Londra dello scultore fiorentino Focardi.

Meno male che questa procedura di toilette a tutta oltranza non era quotidiana, perché al teatro mi conducevano raramente; e alle Cascine, un giorno andavo io con mia madre, quell'altro la zia Maddalena col mio cugino Carlo, e dopo, quando tornava il turno a mia madre, essa conduceva seco mio fratello Aldo. Intercalando i giorni di pioggia e di vento, la cosa del direzzolamento, come diceva in suo linguaggio pisano la Teresa, addiveniva tollerabile.

Quel giorno, quando si fu al cambio della camicia, si trovò che ad un polsino era rimasto un mezzo gemello di oro con un po' di catenina stretta dall'occhiello, ma la catena era rotta e la traversina non c'era più.

Ecco un dispiacere! ecco i rimproveri materni! si disse fra me e la Teresa; e l'ombra del frustino tornò a balenarmi nella memoria.

- Dove può avere perso questo pezzo del gemello? - mi domandava la Teresa. - Stamani ce l'aveva?

Non mi ricordavo di aver posto attenzione a questa cosa, ma mi venne in mente che il giorno avanti, quando era avvenuto il trambusto del cavallo che scappava, l'amico che mi era accanto, nell'impressione dello spavento mi aveva agguantato a forza la manica per trarmi a sé, e poteva benissimo avermi rotto la catena del gemello e il pezzetto essere caduto in terra, e forse poteva esserci ancora, se, nascosto fra la ghiaia, non avesse dato nell'occhio a nessuno.  Partecipai il sospetto alla Teresa, e la pregai di andare a vedere.

- Ci vada lei. Le pare che possa andare io in Piazza così con la scuffia e il grembiule, e senza cappello? bisognerebbe che ne domandassi licenza, e mi andassi a cambiare d'abito. Ci vada lei.

Dopo fissato con la Teresa che mi avrebbe scusato se ero uscito sulla piazza senza permesso, mi misi il cappello, infilai la porta e corsi alla panchina dei fochetti del giorno prima.

La ghiaia sulla piazza era stata messa da pochi giorni; perciò era ancora alta e mi conveniva raspare qua e per vedere se venisse fuori quel bastoncino d'oro del gemello. Mentre con premura stavo giù chinato a questa ricerca, con la coda dell'occhio vidi comparire dalla via Barbano quella bambina con suo fratello e sua madre, e tutti e tre si misero a sedere sopra una panchina poco distante da me.

- Ecco ora questi uggiosi! - dissi tra me. - Non si può mai fare il suo comodo senza esser disturbati da qualche contrattempo.

Questa contrarietà dell'esser veduto alla ricerca di un oggetto, più specialmente derivava dall'idea che avevo in materia di convenienze; mi pareva umiliante che ci si facesse vedere alla gente ricercare, come uno spazzaturaio, la roba perduta, sia pure d'oro, in mezzo di una piazza. Un signore, pensavo, è degradato di certo a mostrarsi giù piegato a fare quest'umile figura, perché un signore perde la roba, ma non la ricerca; tutt'al più mette gli avvisi alle cantonate, perché gliela riportino, mentre io grufolo fra la terra.

E per sfuggire agli sguardi dei tre seduti sulla panchina, senza raddrizzarmi, voltai loro le spalle e continuai le mie investigazioni.

Sentivo lo scalpiccìo cadenzato della bimba, che aveva cominciato a saltare la corda; la sentii allontanare, e poi avvicinare, per fermarsi vicino a me. Era a due passi dietro a me, che mi osservava.

Non potendo io stare eternamente in quella posizione curvilinea, molto contrariato, mi rialzai, e mi voltai per guardare. Essa con un sorriso, che era un incanto, mi domandò in francese, se avessi perduto qualche cosa.

Non ho mai in tutta la vita mia ascoltata armonia più bella di quella voce; ne sentii in me un'impressione carezzosa, che poteva assomigliare, mutate le cose, alla voce di mio padre quando mi faceva la sorpresa di dirmi:

- Stasera si va a Stenterello.

E tutto questo provai in me, nonostante che la parola mi fosse rivolta in francese.

Io studiavo il francese, ma quanto al parlarlo era un altro paio di maniche, mancandone l'esercizio; e per di più, questa benedetta lingua francese ha tale una scioltezza che mal si adatta alla carnosa lingua di noi figli d'etruschi. Io ho sempre sentito come andrebbe pronunziata la lingua francese; ma quel benedetto u, prima di dargli la via vestito alla francese, bisogna far le prove in precedenza per socchiudere a giusta misura il forame della bocca. Sono arrivato, soggiornando in Francia, a pensare, perfino a sognare in francese; ma quando ho dovuto parlare è stata sempre una pena, e tale che il tirar l'alzaia, a paragone, mi si presentava come fatica lieve e quasi piacevole. Molti Toscani, anzi quasi tutti, parlano francese, ma non è quello il francese che io sento dentro di me; abbiamo una lingua che s'impasta e s'intontisce quando deve buttar fuori il francese. Tutte le volte quando sono rientrato in patria, anche il doganiere, lo sgarbato doganiere, mi diventava simpatico perché con lui lasciavo il pendaglio che mi aveva tenuta obbligata la lingua fuori via, che snella e libera tornava a parlare senza calcoli, senza reticenze, l'italiano, lingua tanto difficile a bene scriverla, ma tanto fluente a parlarsi.

Preso alle strette e all'improvviso a quel modo dalla bella creatura, bisognò, per non fare una figuraccia, che mi buttassi a capofitto nel francese, e alla meno peggio le risposi che avevo perduto un piccolo gemello d'oro. Per dire gemello non fidandomi del vocabolo che mi veniva alla mente, dissi che era un bottone d'oro la cosa che avevo smarrita.

Essa chiamò suo fratello, che sentii allora come avesse nome Giacomo, perché venisse in mio aiuto, e tutti e tre con pazienza ci demmo a rovistare; dopo un po' anche la madre si alzò dalla panchina, e venne da noi.

E ora, pensavo fra me, speriamo che il gemello non si ritrovi, perché farei chi sa quale trucia figura se ricomparisse questo minuscolo pezzettino d'oro, che sto cercando, come se fosse una gemma delle più preziose.

In questo tempo la madre accennando col dito in terra sotto la panchina parlò alla figlia in un'altra lingua che non era affatto quella francese, e la figlia, seguendo la indicazione della madre, di sotto alla panchina trasse fuori il bastoncino d'oro, che si stava cercando.

Ringraziai, un po' goffamente, tutti, e mi avviavo a casa, quando la carrozza di famiglia si fermò alla porta, nel tempo stesso che il nonno e mia madre venivano fuori dall'ingresso.

Non detti tempo che essi mi cercassero, e prima di essere interrogato, mostrai a mia madre la parte del gemello ritrovato, che fu consegnato dal servitore alla Teresa, la quale se ne stava alla finestra del piano terreno, forse trepidante, per vedere che piega avesse preso il mio imbarazzo per il gemello smarrito...

Montai l'ultimo in carrozza, e vidi tutti e tre miei nuovi conoscenti fermi presso a vederci partire; la bambinetta, prima che i cavalli prendessero la mossa in partenza, mi salutò con la mano, e con i folgoranti suoi occhi, ed io mi levai il cappello per salutare. Mia madre si voltò verso di loro, e non poté trattenersi dallo esclamare:

- Che bellezza di figliuola!  È un miracolo di bellezza! Non ho mai visto nulla di simile! Chi sono? - domandò a me, che li avevo salutati.

Con un fare un po' sornione, risposi: - Non li conosco, però sono quelli che mi hanno aiutato a ritrovare il gemello.  Non è mica poi tanto bella quella fanciulla, come tu dici: ha il naso e la fronte che le fa una sola linea.  Mi l'idea che quando era ancor tenera le abbiano fatta battere la faccia nel muro per spianarle il profilo a quel modo.

- Povero figliuolo, non sarai mai un artista! Quello è un profilo greco e dei più puri, dei più classici, di quei profili che avevo veduto finora nelle statue di scavo, ma mai e poi mai in persona vivente.

Mia madre era artista, dipingeva quadri di figura a olio; dunque di linee se ne intendeva, e molto; ma io, non proprio per la verità avevo fatta quella osservazione, sì più che altro per allontanare da me il sospetto che quella fanciulla mi piacesse.

Confesso il vero che quel profilo di volto era per me una cosa nuova, e mi ricordava un po' alla lontana la faccia di una maschera di carta pesta, che avevo posseduto, e perciò mi era parsa un difetto.

Occorre spiegare che quel che più mi imbarazzava in fatto di simpatie femminili, e che mi spingeva quasi con l'astuzia delinquente a nasconderle, era la paura di essere canzonato dagli zii, che in tutto trovavano occasione e pretesto per divertirsi con me. Se avessero detto: - Guarda! Guarda! Micio è innamorato! - sarei morto di vergogna.

Innamorato, per il concetto che mi ero fatto, voleva dire: uno che fosse andato storto di cervello; che si rendesse ridicolo per le stranezze di sospirare, di far poesie, per sonare di notte la chitarra sotto la finestra dell'innamorata, ricevendo catinelle d'acqua sulla testa.

L'innamorato mi pareva che, se avesse perso il limite della misura nella sua fantasia, e avesse fatta palese la sua stramberia, dovesse trovarsi per la strada ludibrio dei monelli, come lo erano a quei tempi il So' Cesare bombò e il Monchino, un certo Orlandini che si affogò nel Giardino dei Semplici. Per cui, io mai mi ero lasciato cogliere in ammirazione delle grazie femminili, per non rischiare, anche per equivoco, le beffe di nessuno.

Il tributo alla vanità umana con la gita alle Cascine per il momento era stato pagato, ed il giorno dipoi, d'un bellissimo sereno, ero libero per andare a trovare i compagni sulla piazza; e vi giunsi il primo.

Poco dopo arrivò la signorina forestiera con suo fratello Giacomo. Io mi tenni un po' sulle mie, ma quando vidi che si avvicinavano nella mia direzione, mi feci loro incontro per salutarli, sbirciando le finestre di casa mia pel timore che qualcuno mi vedesse in convenevoli con la bella bambina.

Ci siamo stretti la mano proprio come se fossimo persone di età, e poi, passo passo, ci siamo allontanati da quella cantonata della piazza per andare a quella più a mezzogiorno e sottrarci cosi dal raggio visivo dei miei, dei quali temevo la satira e lo scherzo.

Le amicizie fra ragazzi corrono leste; dopo un quarto d'ora si era in confidenza come se ci fossimo conosciuti da anni; e ne ebbi subito una contentezza, perché mentre suo fratello Giacomo era chiuso e di poche parole, lei con una piacevole festività mi disse che avrebbe volentieri parlato in italiano per impratichirsi in questa lingua.

Ognuno può immaginare la contentezza per me di metter da parte quel tormento della lingua francese. Allora solamente mi sentii io, ed anche padrone della conversazione, nella quale avrei potuto spiegare e sfoggiare i miei mezzi abituali.

- Voi non siete italiani.  Di che paese siete? - domandai.

- Siamo greci, - mi rispose garbata.

Ammirai in quel momento la perspicacia di mia madre, e quel profilo della faccia della mia nuova amica mi si rivelò divino.

- Come vi chiamate?

- Lui si chiama Giacomo, io Matilde Elisabetta; ma più spesso i miei mi chiamano Filli.  E tu come ti chiami?

- Io mi chiamo Guido, ma in famiglia mi chiamano col soprannome di Micio.

- MiccioCosa vuol dire Miccio in italiano?

- Miccio in italiano vorrebbe dire somaro; ma si dice micio, il che vuol dire, presso a poco, piccolo gatto.

E cambiando discorso aggiunsi:

- Mia madre ieri, quando ti vide, disse che tu eri molto bella.

- A te non sembro?

Ahi, ahi! ero subito in un imbarazzo. Come si fa a cavarsela? Se dico di sì, che è bella, dicevo tra me, questa può credere ch'io sia innamorato di lei, ed io innamorato in vita mia non sarò mai; a dire di no, sarebbe uno sgarbo, una grossolanità che non voglio fare, e che ella non merita; e per avere tempo di meditare una risposta che mi togliesse d'impaccio, mi misi a guardarla per un momento negli occhi.

Che cosa ci vedessi in fondo a quegli occhi violetti non so; mi parve che, guardandoli, il collo mi si allungasse, la gola mi si piegasse all'indietro, provai quel non so che, che mi sono figurato debba provare l'usignolo allo sguardo della serpe; e per rompere l'incantesimo mi scossi, e non seppi dirle altro:

- Non sei bella, sei bellissima!

E poi con una giravolta, un salto, una stupida risata, me ne andai via di corsa al largo, girandole attorno. Lei sciorinò la corda e saltandola mi fu appresso, e Giacomo pure, e tutt'e tre poi correndo, arrivammo alla cantonata di via Barbano, dove già era cominciato l'abituale crocchietto.

Trovai che fra gli arrivati vi era una certa agitazione. Il giorno avanti, nella mia assenza, era nato un incidente di confine, fra loro e la comitiva dei ragazzacci dell'altra cantonata. Perché uno dei nostri si era per caso spinto fin , l'avevano fermato e gli avevano detto che noi ci consideravano come tedeschi e che ci davano tempo tutto il domani per sloggiare dalla nostra abituale cantonata della piazza, concedendoci, per ora, di ritirarci dalla parte di mezzogiorno da mezza piazza in giù.

- Ma questa è una prepotenza, - diceva uno; - i tedeschi saranno loro, noi siamo italiani.

- Aspettiamoli, - diceva un altro, - e prendiamoli a botte.

- Già!? Un'altra ancora! Se facciamo una piazzata, non ci mandano più al nostro convegno.

- Diciamo la cosa alle guardie, - proposi io.

Questa proposta fu accettata come la più pratica.

Quando vedemmo due guardie municipali, che col passo del bighellone giravano intorno alla piazza, andammo in comitiva a fermarle ed esponemmo loro il nostro caso; ma esse con quel fare sfiaccolato che è, fu e sarà la caratteristica di tutte le guardie municipali, sentenziosamente ci risposero: - La piazza è di tutti; nessuno ha diritto di mandarvi via -. Poi ripresero come tardigradi il loro cammino.

E cosi, si rimaneva come prima.

Quel giorno non vi era in famiglia la gita alle Cascine perché Pascià, uno dei cavalli della famiglia, si era fitto un chiodo dello zoccolo, e il nonno perciò faceva la sua passeggiata regolamentare da solo attorno alla piazza.  Lo vidi, lo fermai, gli raccontai di che cosa si era minacciati.

- Va' a casa, sarà tanto meglio per te, - mi rispose.

Figurai di rimanere persuaso, ma mi sarebbe parsa un'enorme vigliaccheria l'abbandono, nel pericolo, degli amici; perciò lo lasciai continuare per la sua strada, figurai d'avviarmi a casa, e poi tornai a mescolarmi agli altri, che frattanto erano cresciuti di numero. In questo tempo dalla via San Francesco si sentiva un crescente rumore di tamburelli battuti, di latte sbatacchiate, il che ci fece avvertiti come i nemici fossero per comparire in campo, ed in pieno assetto di guerra. Finalmente la turba degli sbracati monelli comparve ordinata a due a due sulla piazza e andò a mettersi attorno a un'antenna, che non so per quale festa pubblica futura era stata piantata in terra proprio di contro a casa mia. Al piede di cotesta antenna era ancora un cumulo di sassi e calcinacci levati fuori di sotto terra per lo scavo occorso.

Noi, a dir la verità, ci sentivamo molto trepidanti; stavamo guardando senza programma il pericolo, avendo ormai abbandonato ogni speranza di difesa legale.

Mi pareva enorme quella prepotenza, di cui eravamo minacciati, tanto che ritenevo impossibile di essere investiti da quei ragazzi, ai quali non si era fatta offesa nessuna; ma le grida e le ingiurie, che ci lanciavano, mi fecero persuaso come il caso fosse serio, e consigliai Filli e suo fratello di andarsene a casa; ma non fui ascoltato.

Senza un perché preciso, senza un determinato scopo, ma per improvviso impulso, uscii dal gruppo dei miei amici, e calmo mi avviai verso il drappello armato di fucili di legno e di sciabole di latta; presi coraggio anche maggiore, perché al terrazzo di casa mia v'erano diverse persone. Volevo parlare col capo di quelli energumeni per far loro capire con buona maniera la ragione. Vedendomi andare verso di loro cessarono il clamore; poi, quando fui loro vicino, d'un tratto si dettero a fuggire, e solo tre o quattro dei più grandicelli rimasero e insieme presero a bersagliarmi di sassi e di calcinacci. Nel voltarmi verso il balcone dov'erano i miei di casa, un sasso mi colpi ad una tempia, e senza perdere affatto la conoscenza, con la vista annebbiata, con gran ronzìo d'orecchi, caddi a terra.

Ho rivisto in seguito la scena nel celebre terzetto dei LombardiQuando fui rialzato da terra mio nonno da una parte mi sorreggeva; dall'altro la buona Filli, che piangeva disperatamente, mi comprimeva colla pezzuola la ferita alla tempia, da dove sgorgava sangue in abbondanza. Fui condotto a casa, dove prima che arrivassi tutti erano in agitazione per l'accaduto.

Fui medicato; dopo due ore non sentivo dolore alcuno, ero tornato come prima, ma avevo incappato nei rigori paterni, e la sentenza era stata: due giorni chiuso in camera a pane e acqua per avere disobbedito al nonno, che mi aveva imposto di ritornare a casa, con l'aggravante di condotta deplorevole, perché piazzaiuola.

Il carcere m'importunava fino ad un certo segno; restava controbilanciato dalla felicità di non andare a scuola; ma era il pane e acqua, che mi impensieriva.

Fui chiuso, e mio fratello Aldo e mio cugino Carlo, che con un sorriso sardonico sulle labbra, avevano presenziato l'inizio della esecuzione della condanna, venivano di tanto in tanto, per canzonarmi, a graffiarmi all'uscio o a farmi dei versacci.  In un momento, che si faceva la Pulizia della mia stanza, potei acchiappare uno di loro e gli appiccicai degli scappellotti; alle cui grida accorse mio padre e , tamburo battente, come recidivo, la clausura mi fu portata a tre giorni.

Ma il pane e acqua non fu di stretto rigore, perché la Teresa, forse d'accordo con mia madre, forse d'accordo anche con mio padre, mi portava di nascosto (così diceva lei) tutto quello che veniva servito in tavola.

Per dir la verità, anche col benefizio di non andare a scuola, lo stare rinchiuso era una grande tribolazione, e l'unico conforto l'avevo dal bel canarino maschio, che stava in camera mia, e che cantava tutto il giorno, e per il quale avevo serbati come regalo semi di popone.

Al secondo giorno, che mi stavo prigione, venne mia madre a farmi una predica. Per prima cosa mi raccontò che mio padre, vista la mia eccessiva vivacità, e lo scandalo dato di maleducazione in pubblico, con rischio della vita, aveva stabilito di rinchiudermi a Volterra.

- In galera?! - domandai con premura.

- No, non già in galera; ma in collegio, dove ti vestiranno da prete.

Mi misi a sorridere perché mi pareva una cosa curiosa l'esser vestito da prete; chi sa Aldo e Carlo, pensai in un subito fra me, gli scherzi e le tirate di tonaca che mi faranno.

- Ma dunque tu sei proprio un ragazzaccio, un'anima perduta?  Non ti commuovi, anzi sghignazzi alla minaccia di lasciare tuo padre, tua madre, la famiglia?!

- Guà, - dissi storcendo la bocca e con i lucciconi agli occhi, - se babbo mi vuol mandare a Volterra, che ci posso fare io? è lui che comanda. Ho avuto una sassata nella testa da della gente, alla quale non avevo fatto proprio nulla di male; prendo le punizioni, che mi vengon date, remissivamente; e che colpa ho io se poi mi si vuol mandare anche a Volterra?

Mia madre tagliò corto, le venivano anche a lei gli occhi lustri; si alzò e se ne andò, senza aggiungere altro; solamente, al momento di chiudere l'uscio, come per suo disimpegno, lanciò verso di me questa frase, che a me parve, in quel momento, fuori di luogo:

- Mi rincresce, figlio mio, che tu abbia tanto poco cuore.

Era una leggenda, che su di me si era formata in famiglia, che avessi poco cuore.  Essa aveva la sua storia. Una volta, negli anni avanti, ero stato condotto al Teatro della Pergola, dove si rappresentava l'opera del Verdi, il Trovatore. Io, a quell'età, più che della musica, mi interessavo del fatto dell'opera; e anzi deploravo che gli artisti, invece di recitare, cantassero, il che m'impediva di raccapezzarmi nello svolgimento del dramma.

Era costume delle persone di condizione di non stare al teatro fino in fondo allo spettacolo. Molto prima della fine dell'ultimo atto, si lasciava il palco, per ritirarsi nel foyer, in attesa che il chiamatore avvisasse che la carrozza di tale o tal'altra famiglia era alla porta. Il trattenersi fino alla fine dello spettacolo era da contadini, e non di buon genere; ma a me interessava di sapere come la rappresentazione andasse a finire quella sera, e mentre mi rinfagottavano nella cappa, domandai con premura a mio padre come andasse a finire per quel Trovatore.

Mi rispose:

- Ora lo ammazzano, ed è finita.

- Ecco, ho capito! - dissi fra me. - Si va via prima dello spettacolo per non mi far presenziare a questo strazio. - Ma dimmi, - gli domandai ancora, - che ne ammazzano uno tutte le sere dei Trovatori?

Mia madre, che sentì questa interrogazione, ne rimase trasecolata. «Come?, - diceva. - Con tanta tranquillità, con questa serenità, lui che ha creduto che veramente quell'uomo debba venire ammazzato, se ne va a casa senza preoccupazione della cosa?!  Ma questo è un mostro di ragazzo, è un piccolo Nerone, non ha cuore

La cosa fu raccontata in famiglia e la sera, sul menu del pranzo uno degli zii, all'arrosto, invece di rondoni, aveva fatto scrivere: arrosto di trovatori.

Ero cattivo di cuore? non si sapeva valutare la condizione mia; ecco tutto. Avevo creduto, perché non potevo ammettere neppure lontanamente che mio padre fosse per dire una cosa non vera, avevo creduto che quel Trovatore dovesse venire ammazzato; ma lui era tranquillo e cantava; tutti stavano senza commozione a vederlo appressarsi all'eccidio; mio padre e mia madre non se ne preoccupavano affatto; perché io solo, fra tutti del teatro, dovevo insorgere; mentre tante volte avevo avuto una sensazione penosa quando in villa avevo sentito da mia madre, coll'imperio d'un tiranno, ordinare che fosse tirato il collo a un cappone?

Ma un altro fatto, e ben più grave, era scritto per me nel libro nero di casa.  Avevo sparso sangue, e purtroppo sangue innocente, come più tardi ho potuto conoscere.

Avevo avuto dallo zio Cesare in regalo una bella gallina bianca padovana, con un ciuffo magnifico, che le cuopriva gli occhi.  Appena arrivato alla villa all'Impruneta, dètti la via alla gallina perché godesse della libertà; venne subito un gallaccio nero di fattoria, le agguantò il bel ciuffo, e strappandoglielo, se la mise sotto i piedi.  Lo scacciai, ma poco dopo tornò daccapo a quella violenza. Per difendere la mia povera gallina, presi un sasso, lo tirai a quella disgraziata bestia, che per accidentalità colpita alla testa, andò a ruzzoloni, e agitando le zampe in aria, come se facesse la calza, esalò l'ultimo anelito.

Dopo questo eccidio, tanta fu l'impressione che ne ebbi, da non sapere se fosse il caso per me di darmi alla macchia; ma ormai il delitto era stato scoperto; troppi testimoni deponevano contro di me. Subii il castigo che mi ero meritato, e la fama di ragazzo di cattivo cuore mi rimase.

Quando mia madre se ne fu andata dalla mia prigione, aprii la finestra.  La mia camera era al primo piano, e mi misi a guardare i passerotti, che a stormi andavano e venivano sopra un maggiociondolo di faccia alla scuderia e sul quale avevo inutilmente nei giorni passati tentata loro la caccia con degli spaghi impaniati. Volsi gli occhi poi verso il giardino del Philipson; al di di quel giardino prospettavano le case di via Barbano, che vedevo benissimo fino al pian terreno e anche un poco dei giardinetti addetti a quelli. Sopra una larga gradinata di marmo in uno di quei villini, una signora, seduta sopra una poltroncina di vimini, stava ricamando al tombolo. Mentre la stavo osservando per spiegarmi se fosse un giuoco o un lavoro quel turbinare furioso delle sue mani attorno a quel manicotto verde che vedevo, comparve una bambinetta sulla soglia di casa. Era Filli: la riconobbi subito.

Non sapevo come fare perché mi vedesse.  Prima battei le mani più volte; ma seguitò a parlare con sua madre senza accorgersi di me; provai allora a fischiare, ma anche il fischio rimase inutile; e allora, persa la pazienza, cominciai a chiamarla con quanta voce avevo in canna, facendo delle mani portavoce.

Si voltò, mi vide, mi riconobbe, m'insegnò a sua madre, mi salutarono; ma dovetti ritirarmi subito, perché qualcuno si avvicinava alla mia prigione.  La porta si aprì, era mio padre.

- Che cosa avevi da urlare? - mi domandò con fare benigno.

- Salutavo un mio amico che sta , - e gli accennai dove; ma egli non se ne occupò; mi fece sedere per poi dirmi:

- Tu avresti ancora un altro giorno di chiusa, ma, grazie all'intercessione di tua madre, ti lascio libero; però, intendiamoci bene, se si rinnovano le scene avvenute, si va a Volterra. Marche!

E mi aprì l'uscio, che io infilai con la furia di un filunguello, che veda una stecca rotta alla gabbia. Mio fratello e mio cugino mi accolsero con quello stesso sorriso canzonatorio, col quale mi avevano salutato quando mi videro rinchiudere; ma senza rancori andammo tutti insieme in scuderia a vedere Pascià, che stava molto male della gamba, e che appunto in quel momento era visitato dal veterinario.

Prima di pranzo volli risalire in camera per vedere se scorgessi Filli; ma il giardino era deserto, e la vetrata chiusa. Pensando che ella fosse sulla piazza, andai alle finestre sul davanti; nemmeno di mi fu dato scorgerla, come pure non vidi che ci fosseamicinemici.

Ebbi modo di sapere da mio fratello e da mio cugino come vi fosse stata una piccola questione fra gli zii e mio padre per causa mia; come gli zii mi avessero data ragione per aver affrontato quelle piccole canaglie, e come la piazza fosse tornata tranquilla perché lo stesso Capo del Governo, informato del fatto, aveva ordinata una grande sorveglianza di gendarmi, e fatti allontanare i fanciulli turbolenti; ma come disgraziatamente anche i nostri buoni amici avessero diradato, per timore che non si rinnovassero quelle violenze.

Avevo ancora il cerotto sulla ferita alla tempia, e mi vergognavo a farmi vedere fuori con quella pecetta sul viso; ma bisognava andare a scuola, e mi necessitò espormi alla vista, con la noia relativa del racconto del fatto, dove a mio modo di vedere d'allora, non mi pareva di fare una brillante figura, perché raccattato per terra, come un cencio, dal nonno e da una bambina.

Quando mi incontrai nuovamente con Filli, ero affatto guarito; mi si vedeva solamente rosseggiare la ferita rimarginata; Filli era in compagnia di sua madre e di suo fratello; e tutti e tre mi fecero molta festa, come se avessi scampato un gran pericolo, del quale non mi fossi accorto. Andavano verso casa loro, ed io, scantonando un po' dalla piazza, li accompagnai alla porta. Quando fummo , la madre mi invitò a passare, e Filli, facendomi dolce violenza, insiste perché suo padre aveva desiderio di conoscermi.

A dir la verità, un poco m'impaurii di questa insistenza, e primieramente perché l'andare in casa terza, senza l'autorizzazione dei miei, mi pareva cosa che potesse far tornare in campo l'idea di Volterra; in secondo luogo perché un padre, fosse pure quello di Filli, mi dava soggezione come tutti i padri, rifacendosi dal Padre Eterno.  Ma non riuscii a difendermi, e passai.

Questo padre di Filli era ad un banco e scriveva.  Non parlavaitaliano, né francese; aveva in capo un fez con lunga nappa di seta nera, gli mancava un occhio ed era di viso rosso scuro, con baffi e capelli neri peciati, e con un collo taurino. Quando si entrò nella stanza e gli fu detto chi io mi era, egli fece un gran discorsone in greco e tiratomi a sé, mi carezzò sulla testa. Filli mi fu d'interprete e mi tradusse quanto aveva detto suo padre e cioè: che egli era contento di conoscere degno della patria di Garibaldi un ragazzino, il quale da solo aveva saputo affrontare una masnada di piccoli aggressori.

Più presto che potei, per evitar guai, corsi a riparare in casa mia; ma non ero tranquillo nell'animo, perché, a prendermi quegli elogi di quasi eroe, mi pareva di rubare. Ma dove è la mia bravura? dicevo a me stesso; dove è stato il mio coraggio in quel fatto? Ho presa una sassata nella testa; ma, se avessi saputo avanti che quei monelli mi avrebbero tirati i sassi, sento in cuor mio che non sarei andato loro incontro. Se mi mossi verso di essi, non fu per affrontarli, ma perché stimavo che non fossero tanto perfidi da aggredirmi. Chi sa quanti eroi saranno stati come ero stato io! Quando venivo via di casa di Filli, nell'accompagnarmi alla porta, mi aveva sussurrato: - Siamo stati a fare spese in città, ma ora io e Giacomo torniamo un poco in piazza; fa' d'esserci; sto tanto volentieri in tua compagnia.

Girai tutte le stanze di casa mia, perché i miei mi vedessero, e nessuno potesse sospettare che d'arbitrio ero andato in casa terza, come si usava dire, e poi tornai sulla piazza; Filli era che saltava la corda.

Sedutici su di una panchina, le domandai perché il giorno di poi, che era domenica, non venisse alla messa delle undici alla Chiesa di San Marco, dove mi conduceva mia madre; e a quale chiesa andasse.

- Ma io, - rispose Filli, - non vado alla tua chiesa; io sono ortodossa.

Se mi avessero in quel momento strizzato con una mano il cuore, non avrei sentito tanta penosa impressione quanta ne ebbi a quella notizia; e premurosamente mi diedi ad indagare in che differisse la mia dalla sua Religione; perché si trattava di sapere se Filli fosse dovuta andare o non andare all'inferno, per non essere regolarmente cristiana.

- Ma tu credi in Dio? - le domandai con ansia.

- Altro se ci credo.

- E in Gesù tu credi?

- Voglio tanto bene a Gesù.

- E nella Madonna non credi?

- Come si farebbe a non credere nella buona madre di Gesù?

Dello Spirito Santo me ne ero dimenticato; ma in questo ero scusabile, perché non avevo mai occasione d'interessarlo dei fatti miei.

- E allora in che differiscono le nostre Religioni?

- Non lo capisco, - diceva Filli, guardandomi penosamente in viso. - Forse perché i nostri preti non dipendono dal Papa come i tuoi.

- Già, dev'essere così.

Quando ci lasciammo, ero di umore melanconico; l'idea che la buona, la bella amica mia avesse dovuto andare all'inferno mi tormentava l'anima. Avrei voluto esser bene edotto in cose di Religione per illuminarla, salvarle l'anima, e poi ritrovarsi insieme in Paradiso.

Lassù in Paradiso, io e Filli, che corse! senza paure di Volterra, senza frustino, e tutto il giorno insieme!

Andai dalla zia Luigia, che era la specialista di casa in materia di religione, e con tutta la più circospetta diplomazia la interrogai circa l'argomento, che tanto mi stava a cuore.

- Dica, zia, - incominciai, - in che differisce la nostra Religione da quella ortodossa?

- Differisce: che la nostra è vera e quella è falsa.

- Come si fa a riconoscere le Religioni vere da quelle false?

- Che discorsacci son codesti? delle Religioni vere non c'è che la nostra, e tutte le altre sono false.

Vidi che per questa via non si sfondava; forse nemmeno la zia sapeva di queste differenze, e cercava di cavarsela alla meno peggio; e allora la strinsi con gli argomenti un poco più da vicino.

- Ecco, stia a sentire: io ho un amico, al quale voglio molto bene; ma è ortodosso di Religione, perché suo padre e sua madre sono di quella Religione. Che colpa ha lui di essere di quella Religione? Anche se tutta la vita si conducesse come un santo da altare dovrà andare all'inferno?

- Non c'è remissione, bisogna che vada all'inferno!

Questa tagliente sentenza mi si ripercosse nell'anima come un colpo mortale.

Troncai ogni discussione con la zia, e me ne andai tutto addolorato.

Diventava per me un'idea fissa questa della salvazione dell'anima di Filli; avrei voluto essere un predicatore: avrei voluto un miracolo, pur di strapparla alle pene dell'inferno.

Quando, una di quelle sere, ero entrato a letto, e stavo ripensando ai dolorosi casi dell'anima di Filli, mi balenò una idea, una risoluzione. Spensi il lumino da notte perché Quello che vede tutto ed è in ogni luogo, al buio non raccapezzasse quello che fossi per fare, staccai il quadretto della Madonna che avevo a capo del letto, mi misi in ginocchio ed accostando l'immagine alla bocca, come per parlarle all'orecchio, le tenni presso a poco questo discorso:

«Madonnina mia!  Voi, che siete la più ragionevole fra tutti i Santi, ascoltate benignamente la preghiera che vi faccio. Non è la mia una preghiera come tutte le altre in latino, è una mia particolare, ma che vi scongiuro di ascoltare per levarmi una gran pena dal cuore. Io conosco una fanciulla, della quale non sono innamorato, ma per la quale ho un fraterno affetto; ma, poverina, essa, incolpevolmente, essendo di Religione ortodossa, dovrà andare all'inferno; vorrei che dal vostro Figlio, che tanto vi vuol bene, otteneste che questa pena fosse risparmiata a quella innocente; o, se non si potesse fare diversamente, ottenete almeno che, se io tutta la vita mi fossi portato bene, potessi cederle il mio posto in Paradiso, ed io andare in sua vece all'inferno».

Tremavo quando facevo questa invocazione; mi pareva di vedere il diavolo che si fregasse le mani di contentezza, nella certezza di poter aggravare prima o poi l'anima mia; ma ero risoluto a questo sacrifizio, e mi pareva che non dovesse esser veduto di malocchio dalla Beatissima Vergine, perché Filli tanto bella e aggraziata sarebbe stata un più bell'ornamento in Paradiso di quello che avessi potuto esser io, tutto salti e capriole, e che avrei bene spesso pesticciate le aiuole fiorite di lassù, come di sovente m'era accaduto quaggiù, nel nostro giardino.

- Dica, zia Luigia, - le domandai la mattina dipoi, - cosa ne penserebbe Dio se uno si offrisse di andare all'inferno per un altro?

- Li manderebbe all'inferno tutti e due.

- Come?  Neppure se questo cambio glielo chiedesse la Madonna o Gesù?

- Che contano a confronto della volontà di Dio?

Questa sconcertante risposta mi ripiombò nello sgomento, e tanto mi perturbò, che, lasciata la zia, riparai in camera mia, e voltandomi verso il quadretto dell'immagine della Madonna, amorevolmente la guardai senza poterle dir niente.

Con questo frastorno di pensieri intimi, le cose a scuola andavano male, anzi, malissimo addirittura.

Nonostante la mia avversione alla scuola, fino allora non ero stato fra gli scolari più scadenti; ma il guaio grave era che il maestro fosse quasi somaro quanto me! Quella scuola aveva un programma ampolloso; vi si insegnava, fra le altre cose, la filosofia e la fisica.  La filosofia era la biascicatura che a tastoni faceva il maestro del trattato di logica del Tarino; quanto alla fisica, poi, era un ammasso di spropositi, che a noi alunni toccava di trangugiare.

- I corpi, - ci diceva il maestro in una delle prime lezioni di fisica, - sono aderenti alla terra unicamente per la pressione che esercita l'atmosfera sopra di essi.  Se da una stanza colla macchina pneumatica si togliesse l'aria, la forza centrifuga, che nasce dalla rotazione della terra, mancando la pressione atmosferica che le fa equilibrio, tutti i mobili verrebbero spinti al soffitto.

«Che burletta, - pensavo, - da farsi a qualche ospite della villa all'Impruneta, se possedessi quella macchina pneumatica

- L'uomo, - diceva un'altra volta il maestro trattando dell'ottica, - percepisce, per la costruzione speciale dell'occhio, le immagini alla rovescia; è con l'abitudine, che egli vede queste immagini alla diritta; tanto vero che i selvaggi che non hanno mai visto un pallone volante la prima volta lo scorgono capovolto.

E queste massime eterodosse delle leggi fisiche mi veniva fatto di ripeterle in casa. Bene spesso non mi si prestava attenzione; ma una sera mio padre ascoltò, e mi fece ripetere quel che avevo detto; poi mi guardò con sogghigno esclamando:

- Ma chi ti ha dato a bere codesto otre di bubbole?

- Il maestro!

- Il maestroVa' via; ci passerò da me a chiarire le cose. Chi sa che cosa avrai frainteso!

- Ti dico, che l'ha detto il maestro.

- Basta, dico, bastaSentiremo.

Mio padre aveva detto di andare a chiedere spiegazioni; ma la cosa non mi piaceva tanto perché praticamente ormai sapevo quanto fosse giusto l'aforismo: quieta non movere. Chi sa mai cosa poteva nascere da questa intervista, molto più che cominciavo a dubitare di essere io che avessi potuto male intendere le lezioni, sebbene sentissi nel fondo all'orecchio ancora tali e quali le parole da lui adoperate per insegnarci queste piacevolissime accidentalità della fisica.

Venne per l'appunto in quel tempo a mio padre una lettera del maestro, che due reclami aveva da fare. Il primo: che ero divenuto trascurato nello studio, e il secondo, che il padre di un mio compagno di scuola era venuto a reclamare come io avessi fatto un commercio con suo figlio vendendogli una materia esplosiva in cambio di un piccolo giapponese di porcellana, che tentennandolo tirava fuori la lingua; e come, infine, con questa materia esplosiva il mio compagno di scuola avesse trovato modo di dar fuoco alla tenda di camera sua, con grave danno e spavento di tutta la famiglia.

A queste serie imputazioni mi sentii desolato, perché tutte erano vere, e vidi sorgermi di nuovo innanzi lo spettro di Volterra, e il relativo vestito da prete.

Quanto allo studio: non avevo fatto i compiti a casa, perché assorbito dalle questioni teologiche che riguardavano Filli; riguardo all'esplosivo le cose erano andate in questa maniera. Avevo raccontato ad un collega di scuola la bella cosa che erano i serpenti di Faraone, e gli avevo confidato come me ne fosse stato regalato uno, che custodivo gelosamente. Egli cominciò a domandarmi come si faceva a dar fuoco a questa portentosa composizione; poi, come era questo serpente che veniva fuori dalla fiammella, e, infine, mi chiese con insistenza che lo regalassi a lui; ma rifiutai.  Sempre tornava all'assalto per persuadermi a cederglielo, e un giorno, tirando fuori una piccolissima statuetta di porcellana colorita, grossa appena come un dito indice, che tentennandola tirava fuori la lingua, mi abbordò dicendomi: - Guarda, se mi prometti di portarmi il serpente di Faraone, ti regalo questo mio balocco.

Rimasi sedotto dall'offerta, e il cambio fu fatto.

Non avrei mai supposto che quello stolto avesse poi dato fuoco alla tenda.

- Voi, - mi diceva mio padre agitando la lettera del maestro, - voi, domani non anderete a scuola; starete in camera; a scuola anderò io per voi: intanto datemi questo gingillo di porcellana, perché questo ragazzo non aveva diritto come minorenne di disporre di nulla, dato e non concesso, che non abbia sottratto dal salotto di suo padre questa cosa, che non gli apparteneva.

- Non l'ho più.

- Come non l'avete più?  Cosa ne avete fatto?

A questo punto mi sentivo la voglia di dire una bugia, dicendo che il gingillo era rotto, che l'avrei cercato senza poi ritrovarlo; ma per natura le bugie mi erano repugnanti, e dichiarai che l'avevo regalato.

- A chi?

«Mio buon Gesù, Madonnina santa, soccorretemi, - dicevo dentro di me senza rispondere a mio padre, - aiutatemi voi, perché mi trovo a brutto partito; a me non pareva di aver fatto nulla di male; datemi uno di voi una mano, levatemi da questo tremendo imbarazzo».

- A chi l'avete regalato dunque quest'oggetto?

- Ad una bambina, - risposi tremante.

- E questo burattino tirava fuori la lingua?

- La tirava.

- Via a letto, - ordinò mio padre, nascondendo nella sua accigliatura un sorriso venutogli forse osservando il mio muso di scimmiotto impacciato; - domani vedrò il maestro, e decideremo per te il da farsi.

Il tu ed il voi erano in lui l'esponente barometrico dello stato d'animo benigno o severo a mio riguardo.

Se mio padre avesse insistito perché dessi a lui quel gingillo di porcellana, se avesse preteso che lo andassi a reclamare da Filli, di certo avrei preferito gettarmi giù dal balcone piuttosto che ubbidirlo.

È un fatto, che da ragazzi non si capisce gran cosa; ma anche è altrettanto vero che nessuno si pena speciale di farci capire.  Che ci era di men che corretto in quel barattuccio fatto fra due ragazzi? All'amico era piaciuto di avere il mio serpente di Faraone; a me era piaciuto di accettare in compenso quell'omino di terra cotta; che differenza potevo trovare fra noi e i lodati mercadanti fiorentini che tanto orrevole fama avevano acquistata per loro e per la patria?  Per l'appunto quello andò a dar fuoco alla tenda! Se questo non fosse accaduto, tutto questo sottosopra si sarebbe evitato.

Ero tanto contento di aver fatto a Filli quel presente del giapponesino che metteva fuori la lingua, ella ci aveva tanto riso a vederlo, mi aveva sfavillati gli occhi di gratitudine quando glielo offersi; era stato tutto questo per me un ineffabile piacere, che dovei poi pagare sgomentato a misura di carbone, per colpa di quel disadatto che fece il falò della tenda di camera sua.

E non mi mancarono le punzecchiature scherzevoli dello zio Cesare. A come si erano messe le cose in famiglia, sembrava che in quel cambio avessi fatta una strozzatura all'amico, e lo zio Cesare, parlandomi a naso stretto, mi diceva: «Ggioia bbella, vuoi fare un buon affare?» oppure: «Dimmi, Isacchino, ghinea ce ne hai?  Il passetto dove l'hai messo?», e così via.

Molte volte succede di vedere l'avvenire nero, di essere in grandi preoccupazioni per quello che ci sovrasta, e poi niente succede; tutto quello che ci angustiava si risolve in niente, come nebbia che si sia scambiata per temporale. Quella gita di mio padre dal maestro mi faceva palpitare sulle conseguenze, che non arrivavo neppure a prevedereSapevo che il torto sarebbe stato il mio, che dispiaceri non me ne sarebbero mancati, e mi consideravo ormai come una povera lepre, che tutte a lei riescono contrarie, sia che vada al monte, come al piano, all'orto come al bosco, stia ferma o corra; ma invece le cose si ebbero un esito benevolo quanto impreveduto.

- Sai? - mi disse la sera dopo mio padre, - a scuola non tornerai; quanto prima andiamo in villa, e a novembre andrai alle Scuole Pie; in questo frattempo ti farà lezione tua madre; così abbiamo combinato.

Hum! che sia successo? riflettevo, ma questa è la libertà, è la vita, almeno per un po' di tempo!

Andai a raccontare a mio fratello e a mio cugino l'avvenimento che io non andavo più a scuola, ed essi guardandomi con invidia, mi chiesero notizia sulla via che avevo tenuto per ottenere un così splendido resultato, volendo tentarne anche essi l'esperimento; ma siccome non avevo capito niente di questo miracolo, non potei metterli sulla buona strada, molto più che essi andavano ad un'altra scuola.

La Teresa mi confidò che a mia madre mio padre aveva raccontato di aver dato della bestia al maestro, e che per questo non mi poteva più mandare a quella scuola.

- Dunque avevo ragione io! - mi dissi; - non ero io la zucca dura che non capivo!  Meno male che, come premio, mi son piovuti questi dolci ozî come dal cielo.

 

 




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