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Guido Nobili
Memorie lontane

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La mattina, molto per tempo, venne la Teresa a svegliarmi e posandomi la colazione sul cassettone mi disse:

- Oggi bisogna che si vesta subito e faccia colazione in camera, perché alle nove parte tutta la baracca per la villa dell'Impruneta.

- Anche gli zii?  Anche Nonno?  Vengono in villa anche loro?

- Nonno rimane a Firenze, e cosi pure tutti gli zii; verranno fra qualche giorno; intanto ci avviamo noi. Ma che fa? si sbrighi, perché alle nove ci si arriva presto. Intanto prenderò i pantaloni strappati; ora li metterò da parte, li raccomoderò in villa. Ma lei è proprio birba. Come si fa a far quel che ha fatto, e mettere una famiglia in convulsioni come ieri sera?  Siamo stati a cercarlo per tutta la piazza, per le strade. Mah! se ero io suo padre, che vestito di rigatino le avrei fatto!

- Che c'entri te? che t'importa?

- Cosa m'importa?  Altro se m'importa!  Si figuri che avevo mezza voglia di dargliene io un paio, quando era a letto...

Mi vestii come un automa; ingozzai la colazione come fosse stata una medicina; l'amaro interno mi serrava la gola; si doveva partire; non mi rimaneva tempo neppure di dire addio a Filli. Avevo presenti le sue lacrime del giorno avanti; ed ora mi toccava a partire come un maleducato, senza rivederla, senza salutarla.

«Qual pena è l'amore, e poi questo amore! - pensavo. - Almeno gli altri innamorati si scrivono, mentre noi saremo separati, e fino a novembre quando si riaprono le scuole, non ci potremo rivedere. Quella poverina avrà voglia di saltare la corda attorno casa mia! Cercherà di vedermi, ed io non ci sarò. Mi crederà ammalato, e non avrà coraggio di cercare mie nuove, e piangerà; piangerà come ieri, ed io sarò lontano e non potrò asciugarle le lacrime. Dio mio, abbiate pietà di lei».

Tornò la Teresa in questo momento, aveva già il cappello in capo.

- Via, signorino, la carrozza è pronta; è già alla porta.

Avevo il dovere di dare il buon giorno a mio padre, a mia madre ed al nonno. Andai in camera di loro; ma i miei genitori erano già scesi a salutare il nonno e prendere congedo, e ve li raggiunsi; seppi che mio padre sarebbe venuto la sera alla villa, e questo, a dir vero, mi fece piacere, perché per la strada temevo ritornasse sulle storie della sera avanti.

Compiuto il cerimoniale del buon giorno e del congedo, ritornai in camera mia per dare una guardata alle finestre di Filli. Erano chiuse, né ci vedevo nessuno. Ormai l'amaro calice della separazione era pronto, né si poteva evitare di portarlo alle labbra, e per abbreviarmi ogni agonia, andai a sedermi in carrozza, dove erano già la Teresa e mio fratello Aldo, e per partire non si aspettava altro se non che mia madre scendesse. In questo piccolo intervallo venne lo zio Cesare allo sportello della carrozza, fece molti scherzi a mio fratello ed a me, e poi aiutò mia madre a salire.  Quando chiuse lo sportello, per burlare mi disse: - Vedi, Micio; tu vai a divertirti; mentre al povero zio tocca rimanere a Firenze a fare le cose di scuola.

La carrozza si mosse, ed io allungavo il collo per guardare la piazza, nella insulsa speranza di vedere Filli. Quando si voltò in via Sant'Apollonia e che la piazza si andava perdendo di vista, mi sentii un groppo alla gola, la bocca mi si storse in un garbaccio, e cominciai a piangere a dirotto.

Mia madre sorpresa mi domandò:

- Che c'è ora da piangere?

- Mi rincresce che lo zio non venga a divertirsi con noi, - le risposi fra un singhiozzo e l'altro; e ricominciai un pianto convulso che mi strozzava.

- Già, già, ho inteso, è lo zio!? Vien qui, viemmi accanto, poggia la testa su me e dammi la mano; non pensare a nulla. Con cotesto carattere avrai, poverino, a passare le tue nel mondo!

Si crederà che io abbia trascorsa la villeggiatura in malinconia e in cupi pensieri. Mentirei se dicessi questo.

Pensavo a Filli, questo è vero; ci pensavo sempre, mi doleva di non avere sue nuove; ma mi ero adattato e mi andavo consolando nel considerare come il tempo passi presto, e come il tre di novembre saremmo tornati a Firenze, dovendo verso quel torno di tempo essere a scuola, almeno secondo quanto aveva detto mio padre. Frattanto saltavo e scavallavo pei boschi e pei prati.

Ogni tanto praticavo un cerimoniale occulto dedicato al mio amore. Mia madre, per andare a dipingere, aveva fatto portare nel punto più ombroso un masso giù per il viale che conduce alla villa; i contadini nostri, anche ora che la povera madre mia è morta, chiamano questo masso il siedere della padronaSu quel masso, a furia di fiorellini colti nei prati, scrivevo in maiuscolo: Filli ah!

Quell'ah! figurava un sospiro. Nell'insieme non era una grande espressione poetica; si poteva far di meglio, ma a me bastava; stavo un pezzo a considerare il mio lavoro floreale, poi con una mano scancellavo tutto, e me ne andavo col cuore in pena.

Qualche volta mi arrampicavo sopra un monte presso, dal quale si scorge Firenze, ed orientandomi colla cupola del Duomo che vedevo, arrivavo a raccapezzare dove poteva presso a poco rimanere la via di Barbano, e, più preciso che potessi, mandavo baci in quella direzione, perché il vento li portasse a Filli.

Gli altri anni, quando si chiudeva la villeggiatura, era sempre un giorno di sgomento per noi ragazzi. Sorgeva subito dinanzi inesorabile lo spettro della scuola, e ci si profilavano le angustie della città, nella quale l'aria, la luce e la libertà ci venivano ripartite a misura molto contata e limitata.

Quasi sempre l'esodo verso Firenze per la chiusura della villeggiatura era il giorno dei Morti. Di solito si aveva una giornata rigida e piovigginosa, e le strade piene di fango; veniva attaccata una carrozza scomoda, antipatica, che il cocchiere chiamava la vitraggine, perché era un legno aperto con una copertura a vetri posticcia; il rintronio dei vetri assordava, e tanto, che dentro non ci si intendeva a discorrere, specialmente quando la carrozza passava sull'inghiarato della via.

Si partiva di villa come un gran carico di malinconia, coll'ineffabile sconforto che la vista di un trasporto funebre con un carro di terza classe.

Quando si arrivava alla Porta Romana il batter di mazza dei magnani ci rintronava le orecchie disusate ai forti rumori; un odore di castagne arrostite si spandeva nell'aria, e il lamentoso grido del venditore di stoie e quello degli spazzacamini, che s'incontravano per le vie della città, facevano piombare l'animo in un mare di tristezza, tetro ed ampio, quanto il pensiero della morte.

Quella volta, per quanto il tempo fosse perfido, e la vitraggine noiosa come al solito, nella gita di ritorno in città l'animo mio esultava. Il pensiero di Filli era assorbente; rigettava lontano la importuna reminiscenza della scuola, e quasi ridevo del muso acerbo che facevano Aldo e Carlo, per i quali il dolore del ritorno in città non aveva compenso, come lo aveva per me.

Appena scesi a casa nostra, siamo andati a fare i convenevoli al nonno e a salutare gli zii, che erano tornati già da due giorni in Firenze; ma io, come prima mi fu possibile, corsi in camera mia, aprii la finestra, cercando di far sapere a Filli che ero tornato, e per tentare di vederla.

Le persiane di Filli erano aperte, ma con le finestre chiuse. Vedevo la stessa tenda della stanza dalla vetrata lunga, tutto come era prima; ma Filli non si vedeva. Imprecai alla cattiva stagione, perché se il tempo non fosse stato cosi cattivo l'avrei di certo prima o poi scorta, ed essa avrebbe dovuto accorgersi che ero tornato.

Le scuole si aprivano dopo San Martino; perciò avevo ancora davanti a me dei giorni, prima che mi venisse meno il tempo per cercarla; ma io ero impaziente, e qualche momento mi sentivo spinto, se non mi fosse rimasto presente il finimondo dell'altra volta, a rifare la via degli alberi e dei giardini, per andare a battere a quella inesorabile finestra, che non si apriva, per quanto pietosamente la mirassi.

Studia, progetta, combina fra me stesso per potermi riavvicinare a Filli, una mattina, finalmente, con la scusa di portar fuori un cane da caccia, comprato in quei giorni dallo zio Cesare, potei uscire, e, non importa dirlo, andai subito a dare una passata sotto le fìnestre di Filli. Anche da quella parte tutto come prima; ma né Filli, né Giacomo, né sua madre, né suo padre, si facevano vivi. Mentre stavo melenso a guardare porta e finestra, uscì la loro donna di servizio.  Mi si allargò il cuore.

Mi salutò, ed io mi feci ardito di fermarla per domandarle:

- I vostri padroni stanno bene?

- Stanno bene; ma io non sto più con loro; sono rimasta colla nuova affittuaria del quartiere ammobiliato, che è una vecchia signora inglese; loro fino dal primo del mese sono andati a stabilirsi a Prato.

Bumh!!! Un'archibugiata carica a veccioni, che tirata dappresso investisse in pieno un miserello scricciolo saltellante nella macchia, avrebbe fatto meno strazio del suo corpo di quello, che fece dell'anima mia la inaspettata notizia.

La capinera, che trovi il suo nido disertato dalla serpe; una madre, che d'un subito si veda spirare la sua creatura sana e vegeta fra le braccia, possono aver provato quanto provai io in quel momento. Sentivo come un artiglio di ferro, che nel petto cercasse di strapparmi i visceri.

Corsi via come pazzo, andai a rimpiattarmi nel luogo più appartato di tutta la casa mia... e piansi; piansi tanto!

 

 




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