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Guido Nobili
Memorie lontane

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- Guardi, guardi, signorino, lì in piazza vi è il suo amico con la sua bella sorellina che guardano il cielo con un canocchiale.

Così mi disse un dopo pranzo la Teresa, che era andata a chiudere la persiana di sala.

Corsi a vedere, era vero. Ora una ora l'altro, passandosi un canocchiale, guardavano in su e rimanevano estatici.  Guardai in qua e là nel cielo, non vidi niente d'insolito che meritasse l'uso speciale del canocchiale, per cui la curiosità viva mi punse di sapere cosa fosse lo scopo di tanta attenzione verso il cielo e, ottenuto il permesso da mia madre, corsi in piazza a raggiungerli.

- Guarda, - mi disse Filli, con la sua voce d'argento, - metti questo tubo all'occhio e vedrai che cosa ha regalato babbo a Giacomo. A me ha comprato una scatola di tinte a tubetti perché dipingo i fiori.

Il canocchiale era un bel caleidoscopio, ed assai voluminoso. Avevo avuti in mia vita molti gingilli e balocchi in regalo; ma una cosa come quella non l'avevo mai veduta, e tutta quella festa di colori, che cambia ad ogni istante dentro quel tubo, mi piacque molto, e se non fossi stato bene educato mi sarei goduto per me solo quell'attraente spettacolo.

Quando restituii il tubo a Giacomo, Filli mi domandò che ora fosse.

- Senti, battono le ore in questo momento a Palazzo Vecchio.

Filli ascoltò con premura il numero dei tócchi dell'orologio e quindi voltasi a Giacomo gli disse:

- Va' a casa; tu devi prendere la medicina; tu vai e torni subito. Lascia a noi il balocco, ti aspettiamo qui.

Presi il tubo dalla mano di Giacomo che si allontanò a passo lento verso casa sua, e io e Filli ci sedemmo sopra una panchina.

- Sai, - mi disse Filli rompendo il silenzio, - babbo e mamma hanno detto che sei molto bello, e che hai una faccia molto intelligente.

Questo discorso, che non mi aspettavo affatto, mi turbò assai. Avrei voluto rispondere come aveva risposto a me quando le narrai l'opinione di mia madre a suo riguardo, ma a dirle: «A te che pare?» era lo stesso che spianare la via a dichiarazioni che non volevo, e non le volevo perché erano per me l'ignoto, del quale avevo paura più che del buio, e credei di cavarmela rispondendole con una frase banale.

- Tutti gli uomini son belli, così almeno ho sentito dire.

- Ma non belli come te, - rispose a colpo Filli.

La cosa si complicava.  Mi sentivo come un pulcino nella stoppa, non sapevo scegliere un contegno, mi ci sarebbe voluto un'ora di concentramento per trovare la parola giusta e corretta per il caso in cui mi trovavo, e non seppi far altro che portare il caleidoscopio all'occhio con mossa rapida, che mi serviva ad ombrare il viso di imbecille, che sentivo di avere.

Filli taceva, io pure.  Ma non si poteva durare all'infinito, specialmente per me, che stavo guardando senza vedere nel foro dello strumento.

«Come si fa a tornare nel mondo? - dicevo a me stesso, mentre giravo il caleidoscopio. - Come si può finire degnamente questa conversazione con Filli?» - Tu vedessi, Filli, ora che bellezza di combinazione di colori!  Avrei piacere tu potessi vedere. Come si può fare?

- Tieni fermo fermo il tubo, e lo passi piano piano a me.

- Allora vieni da sinistra.

Io tenevo fermo il tubo all'occhio, mentre Filli cautamente si avvicinava; quando fu presso alla mia guancia, e ne sentivo l'alito, mi dette un bacio!

Stolzai come se fossi stato toccato da un bottone di fuoco.

Se fossi stato un cane, tanta fu per me la sorpresa lì sul momento, son certo mi sarebbe inconscientemente scappato di dare un morso a Filli. Di lampo la guardai con occhio torvo come se si fosse presa con me una confidenza sguaiata; ma vedendola sorridente, tranquilla, che mi guardava con quelle sue stelle saettanti, abborracciai ancora io un sogghigno sghimbescio, e per arrivare più presto in fondo ad una situazione per me disorientata, tornai in fretta a guardare nel foro del caleidoscopio.

- Mi hai data, - le dissi gorgogliando la frase,– una piccola scossa al braccio e la bella figura si è disciolta.  Ancora vedo bello, ma non come or ora.

- O fai vedere anche a me se vedi bello.

Non sapevo come fare a riguardarla ancora in faccia, dentro di me formicolava un brivido come occorre di provare a quell'età, quando si è avuto spavento, o si è corso un pericolo, e nel punto, sullo zigomo della gota sinistra, me lo ricordo ancora, dove Filli mi aveva baciato, sentivo quella impressione che dà l'esser toccati da una medusa marina.  Arrivò Giacomo a togliermi d'imbarazzo, molto più che portava l'ordine di sua madre: che Filli andasse a casa perché doveva rivestirsi per una visita.

Sebbene sempre un po' impacciato, avevo ripreso lena, e mi accompagnai con loro fìno alla cantonata. Pareva che Filli non ricordasse nemmeno quello che tra noi era accaduto. Quando fummo al momento di separarci, mentre rendevo il caleidoscopio a Giacomo e lo ringraziavo del piacere che con quel balocco mi aveva procurato, Filli mi domandò:

- Non vuoi punto bene a Giacomo? egli te ne vuole molto.

- Sicuro che gli voglio bene a Giacomo, - e in così dire gli strinsi la mano.

- E a me non vuoi punto bene?

- Tanto, - risposi, - tanto.

E le gambe mi trinquellarono sotto per l'emozione; feci una riverenza a tutt'e due; mi levai il cappello per salutare e quindi presi la via quasi barcollando, e tutto stralunato entrai in casa mia.

Mia madre e mio fratello erano al terrazzo, e mi pareva che avessero dovuto vedere di lassù tutto quello che mi era occorso; ma quando fui presso di loro su ciò mi tranquillizzai, poiché nessuno di essi si occupò di me in modo sospetto.

Andai a guardarmi allo specchio, perché mi si era fitta in mente l'idea che si dovesse vedere l'impronta del bacio di Filli. Non si vedeva niente, ma pure ripensando a quel bacio sentivo in me una piacevolezza, che mi ricordava alla lontana quella dolce impressione già provata qualche volta, quando tutto infreddolito avevo cominciato a riavermi in un letto ben riscaldato.

- O che sia questo? - mi domandavo. - O che il bacio di una bambina bella è come il morso di un can guasto, che si risente dopo?  Che io sia innamorato!? Ma i ragazzi, che sappia, non s'innamorano.

Caso volle che la sera la conversazione cadesse su Dante Alighieri. Lo zio Cesare diceva:

- Non ho trovato una cosa più noiosa della Divina Commedia. Che seccatura! E, sapete? me la sono per punto d'impegno ingozzata per due volte in vita mia, e tutta intiera; ma al terzo esperimento ho dovuto rinunziare perché dopo l'ultima lettura mi si sparse il fiele, ed ebbi da fare una cura per rimettermi.

Lo zio Niccolò, invece, faceva di Dante grandi elogi.

- Capisco, - diceva, - che la Divina Commedia non è cosa che si possa leggere giù giù, via via, come un giornale, ma facendoci uno studio speciale, e consultando i commentatori si arriva ad apprezzarne il merito.

- Pensala come vuoi, - ripeteva lo zio Cesare, ma Dante, anche come persona, doveva essere stato un tipo poco simpatico. È un fatto che lo mandarono in esilio, ed alla corte di Can Grande della Scala, per levarselo d'attorno, presero a fargli le burlette forandogli il vaso da notte, e a tavola, sotto i suoi piedi, gli ammucchiarono le ossa di tutto il pranzo per dargli rinfaccio di quel che mangiava.

- Ma la sgarberia di un ospite, - faceva osservare lo zio Niccolò, - l'apponi a lui?

- A me ne basta una per rappresentarmelo come un legno torto, - insiste lo zio Cesare, - ed è quella, che a nove anni s'innamorò di Beatrice.

- Mamma mia! - dissi dentro di me con il cuore in grinze. - Che tutto questo rigiro su Dante sia stato messo su per dare di traverso una bottata a me? Questi zii li conosco!

Mi ero ingannato; l'argomento continuò ancora, poi adagio adagio si spense senza che nessuno, neppur una volta, guardasse dalla mia parte. Una cosa sola di questa discussione dantesca mi contristò; e fu la notizia da me appresa che a nove anni i ragazzi si possono innamorare, ed io per l'appunto sentivo per Filli un tale non so che, da me in tutta la vita fin allora trascorsa non mai provato.

A pranzo non mangiai quasi niente, cosa insolita, e per di più, cosa ancora più grave e fino allora mai vista, non avevo finito la mia porzione di panna coi cialdoni. Questo fatto concentrò su di me l'attenzione di mio padre, che rivolgendosi a mia madre al lato della quale sedevo a mensa, le disse con preoccupazione:

- Quel ragazzo semina i frasconi; non ha mangiato quasi nulla e poi ha il viso di susina acerba. Guardagli un po' la lingua. Deve aver fatta una strippata di giuggiole.

- Dopo che uno ha mangiato, la lingua non dà nessun segnale per l'indigestione, - intervenne a dire lo zio Niccolò, che era il quasi medico fra noi.

- E allora, senz'altro indagare, - riprese mio padre, - domattina gli si dia un'oncia d'olio di ricino.

La discussione non mi era concessa, e l'olio di ricino la sera stessa fu subito pronto, per andare in uso la mattina di poi.

Quando andai a letto avevo fame, non mi riusciva di addormentarmi, e andavo perdendomi in fantasie e riflessioni.

«Sono innamorato davvero! - pensavo, - sento che vorrei poter dare anche io un bacio sulla gota di Filli, come l'ha dato a me.  Non c'è che dire, lo riconosco, sono innamorato!»

E lì, dando una sbrigliata alla fantasia, vedevo la notte alta, un bel lume di luna, mi figuravo di essere in mezzo alla strada in via Barbano sotto la finestra di Filli, ma nel mezzo per evitare la catinellata d'acqua, e di cantarle con una bella voce bianca una romanza d'amore, accompagnandomi con la chitarra.

«Sento desiderio della chitarra, - riassumevo in me, - dunque ci siamo!  Non c'è più dubbio, queste dissennatezze non si pensano altro che dagli innamorati. Ma che potrei dire a Filli con la voce bianca accompagnata dalla chitarra? Ci vorrebbe una romanza, e fatta in poesia. E come si fanno le poesie? mi manca il metodo, non ho la ricetta per fare le poesie; bisognerebbe che me la facessi insegnare dallo zio Níccolò, che le sa fare; ma chi si attenta a ciò, col rischio di fare scuoprire il mio malanno? Se fosse una cosa facile, tutti farebbero poesie, mentre un poeta è portato alle stelle.  Se fosse poesia a scrivere, sotto, un verso più corto o più lungo dell'altro sopra, non ne farebbero tanto caso di questo; ci deve essere qualche segreto che ho in me, ma che non arrivo ad afferrare a modo. O mia Filli, o mio bel foco.  Questo deve essere un verso, lo sento, ma non so il perché».

E in questi vaneggiamenti mi addormentai con le budella vuote in borborismo.

La mattina ci fu battaglia con la Teresa, perché volevo da mangiare, e rifiutai l'olio di ricino.  Mi difendevo dicendo che chi ha fame non ha imbarazzo di stomaco, né bisogno di purgarsi, e quasi l'avevo convinta alla mia tesi; ma essa, prima di assumersi una responsabilità, essendo assente mio padre, volle andare dallo zio Niccolò a chiedere consiglio.  La Teresa tornò accompagnata dallo zio, il quale decise che dovessi prender l'olio, perché era cosa notoria che l'indigestione il più delle volte è caratterizzata, diceva lui, da una falsa fame. Ed il sacrifizio dové compiersi, il primo e serio sacrifìzio all'amore; ebbi ad ingoiare l'olio.

Mi ardeva il desiderio di restituire il bacio a Filli, ma un dubbio, un atroce dubbio mi teneva agitato. Avevo sentito dire, mi era ronzato agli orecchi, che ci sono degli uomini che mettono in mezzo le donne, ed io non conoscendo i particolari di questi inganni, temevo che seguendo questo impulso, mi andassi avviando proprio sulla cattiva via, ed avrei piuttosto incontrato qualunque sacrifizio, di quello che rendermi colpevole a riguardo di quella povera Filli, ormai diventata il mio pensiero fisso ed intenso.

 

 




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