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| Guido Nobili Memorie lontane IntraText CT - Lettura del testo |
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Quando mia madre la mattina si faceva pettinare, qualche volta mi sedevo sopra un piccolo panchetto presso di lei, e prendendole i lunghi capelli neri che toccavano terra, mi divertivo a scoscendere la forca che suol fare il capello lungo; ed in questo tempo, mentre Teresa passava il pettine alla sua capigliatura, facevo conversazione con mia madre, ponendola bene spesso in gravi imbarazzi per rispondere agli argomenti che le proponevo. Quella mattina aspettai di proposito che la Teresa se ne fosse andata, e poi buttai là questa domanda: - Se Dio voleva che non ci fossero altre Religioni, perché fa nascere i figli anche dai matrimoni contratti con le false Religioni? - Senti, stamani ho poca voglia di discorrere, - rispose mia madre un poco imbarazzata. - Una volta che i figliuoli nascono anche a quel modo, è segno che questa è la volontà di Dio. Non ti par chiara la cosa? - O senza punti matrimoni i figliuoli possono nascere? - Senti, Micio, se non ti levi d'attorno, peggio per te, - mi rispose un po' contrariata. - Questi sono argomenti che non ti devono interessare. È una noia avere un ragazzo verboso ed entrante come te. - Domandavo questo, perché avevo curiosità di sapere come aveva potuto fare la balia, che ha preso la zia Maddalena, a fare un bambino senza aver marito? - Dunque sei maligno? Chi ti ha detto questo? - C'ero presente quando la procaccina di balie diceva alla zia: prenda questa che è ragazza. È un buon carattere, e così non avrà la seccatura del balio per casa, e spenderà meno. Fu messa in mezzo da un birbante con la promessa di sposarla, e poi fu scoperto che aveva già moglie; ma creda è una buona figliuola. - Tante volte la gente discorre senza badare ai ragazzi! Ma tutto questo discorso che ti riguarda? Micio, che t'interessa? - È perché volevo sapere come si fa per fare i figliuoli. Una volta che anche te li hai fatti, dev'essere una cosa da persone per bene. Ormai nell'argomento ero entrato sotto misura, come si dice in linguaggio schermistico, ed era un po' difficile a mia madre cavarsela con prudenza, e senza destarmi sospetti, e le convenne torto collo continuare il tema di conversazione da me proposto. - Questo lo saprai meglio quando prenderai moglie. C'è tempo! Ma poi, se ti preme saperlo, purché tu non lo racconti a nessuno, te lo dico in confidenza, perché ai ragazzi fa torto sapere certe cose. Quando un uomo ed una donna sono innamorati, e si baciano, molte volte, non sempre però, un figliuolo è di conseguenza. Con questa trovata mia madre credeva finalmente di essere arrivata al punto fermo della conversazione; ma s'ingannava, non sapendo quale fosse lo scopo della mia inquisizione. E continuai: - E allora, perché vuoi ch'io dia un bacio alle mie cugine quando vengono a farci visita? - Perché né te né loro di certo siete innamorati. Ma ora basta; delle stupidaggini ne hai dette abbastanza, e me ne hai fatte dire più che a sufficienza. Vattene! Voglio finire di vestirmi. Mi prese per mano, mi accompagnò alla porta e mi mise fuori di camera. «Dunque, - rimuginavo fra me, - non sbagliavo nell'esser prudente con Filli. Guardate un po' a che rischio si era messa con me quella povera creatura per la sua innocenza! Fortuna che io sono riflessivo, e qualche cosa sapevo, sebbene in confusione, altrimenti chissà a quali conseguenze esponevo lei e me. V'era il caso di vedere qualche giorno il padre di lei venire infuriato a cercare di mio padre, e allora altro che Volterra! Solamente a pensarci mi si accappona la pelle. Ci si può immaginare lo scandalo che sarebbe successo, il diavolerio e le canzonature degli zii, se avessi messo un figliuolo al mondo! Meno male che fui prudente, e lo sarò. Però sarebbe stato per me un bel balocco avere un figliuolo proprio vero di carne e ossa; l'avrei condotto alla villa dell'Impruneta, gli avrei insegnato come si fa nei ruscelli a cavare i granchi dalle buche senza farsi mordere, lo avrei istruito a salire sulle piante per cogliere le frutta, e poiché sarebbe mio, quando fosse stato cattivo, l'avrei frustato. Ma non ci facciamo prendere da fantasie, è meglio, molto meglio non trovarsi a queste cose». Si mise in quel tempo una insistente stagione, piovosa e temporalesca, che impediva a me e a Filli di incontrarci in Piazza. Mi studiavo di vederla in giardino; ma le vetrate delle sue finestre erano chiuse, e le tende m'impedivano di spingere l'occhio dentro le sue stanze; correvo alla finestra del terrazzo nella speranza che passasse di là, ma conveniva che aprissi la vetrata, e allora gli usci, a causa del vento, sbattevano e tutti correvano a vedere chi fosse stato il disordinato che apriva la finestra a quei temporali. E quanto più stavo senza vedere Filli, e tanto più nasceva in me l'agitazione e il pensiero di lei. Ero molto contento perché mi avevano fatto un vestito nuovo dal sarto, coi calzoni lunghi. Fino allora ero stato vestito dalla sarta, e feci molta festa ai calzoni lunghi, perché, con quell'indumento più virile, sembravami più scusabile e proporzionata l'accidentalità d'innamorato, che ormai, anche davanti a me stesso, avevo accettata. Il vestito l'aveva scelto mio padre, e la forma pure, e tutto andava bene; ma il cappello l'aveva comprato mia madre, che in fatto di vestiario mascolino fu sempre arcaica. Era un cappello che, alla lontana, sebbene spianato di tesa, ricordava quello dei preti francesi. Quando fu fatta la prova generale di questo vestito e del cappello, lo zio Cesare, che mi vide, subito mi disse: - Oh! ecco pinferi in calzoni. Con codesto cappello sembri un dispensatore di Bibbie. Mi andai da solo a guardare allo specchio, e trovai che tutto l'insieme mi dava un'aria distinta; solamente il cappello mi procurava dell'imbarazzo per dargli una posa conveniente ed estetica; e gira, rigira, trovai che il miglior modo era di tenerlo un po' inclinato sulle orecchie, sulle ventitré, come si diceva allora. Quando mia madre mi vide, la prima cosa che mi disse fu: - Guarda come si è accomodato il cappello! Pare un giornalista! A quei tempi, per quanto nuovi e di libertà, ancora la fama dei giornalisti non era stata messa in tutto il meritato onore. Non volendo che anche Filli, quando mi avesse veduto, mi prendesse per un giornalista, misi il cappello in capo facendolo pendere davanti sugli occhi. - Come porti il cappello? - esclamò mio padre quando mi vide. - Coi calzoni lunghi e col cappello sul naso ti prenderanno per il Signor Caterina. Non so chi fosse questo Signor Caterina; doveva essere un ridicolo dell'epoca. A me il ridicolo metteva terrore, e per evitarlo tirai il cappello in su, lasciandomi la fronte quasi scoperta. - Guarda, c'è Cipistione! - disse lo zio Guglielmo quando mi vide col cappello all'indietro. Cipistione era il soprannome di un tale di buona famiglia, conosciutissimo in Firenze, ma che aveva il vizio di ubriacarsi, e quando si trovava in quelle condizioni portava il cappello sulla nuca. Mi ricordo che una volta questo Cipistione si giustificava per la via con mio padre di questo suo difetto d'ubriacarsi, sostenendo che non era il vino che pregiudicava, ma i latticini. Egli diceva: «Se vo a un pranzo, basta che ci sia un po' di crema, un dolce colla panna, mi fa subito male, e tanto, da dovermi riportare a casa come se fossi ubriaco». - Bevi meno crema e meno panna, allora, - gli consigliò mio padre. - Che vuoi?! Se non si gradisse quello che viene offerto ad un pranzo, è atto di scortesia. Dunque neppure il cappello all'indietro, per non essere confuso con Cipistione. E allora come si mette? Andai da mia madre perché, come artista, trovasse lei il punto più estetico per tenere questo cappello. Me lo mise in piano sulla testa, si tirò due o tre passi indietro come se guardasse gli effetti delle ultime pennellate di un quadro, e poi disse: - Va'! Puoi andare, così stai bene; sembri un inglese. Incontrai lo zio Niccolò che tornava di fuori, e appena mi vide il cappello in capo si mise in silenzio a fissarlo; e poi: - Va' piano sai, se no versi ogni cosa. - Che cosa verso? - Pari un manovale che porti su per la scala a piuoli un vassoio di calcina. Come si fa a non sapersi mettere un cappello? Bisognò che mi adattassi a mettere il cappello come andava andava, per farla finita, non essendo possibile dargli altre inclinazioni, né altri piani. Mi rincresceva di non poter esser sicuro di questa posizione del cappello, perché volevo comparire davanti a Filli in modo che tutto le facesse impressione, e io me ne potessi compiacere; ma fu necessità accettare la cosa come era, sperando che il caso avesse da supplire all'insuccesso di tante esperienze. Tornò il tempo buono, ed insieme le speranze d'incontrarmi con Filli; ed un giorno, che dalla finestra terrena l'avevo vista in piazza, ottenni il permesso d'uscire. Vestii l'abito nuovo, misi il famoso cappello, e scesi in giardino per cogliere una cardenia, che nascosi in tasca, per metterla all'occhiello quando avessi tirato dietro a me il cancello, e dopo speculato bene avanti d'uscire che non fossi per incontrarmi con nessuno di casa. Comparvi sulla piazza colla cardenia all'occhiello. Camminavo un poco impacciato perché i calzoni lunghi, ai quali non ero abituato, allegavano colle mutande, e un po' perché ero in emozione per rivedere Filli. Filli, che saltava la corda secondo il solito, mi veniva incontro senza riconoscermi; perciò mi fermai, e quando mi fu dappresso, piena di sorpresa, lasciò andare la corda in terra e corse per abbracciarmi. Specialmente perché chiuso in quel nuovo astuccio di vestito, ricordo che al primo incontro fuor d'ogni mia volontà, fui molto freddo verso di lei; e più specialmente perché dubitai che le pigliasse di nuovo la fantasia di darmi un bacio. Ormai sapevo quali paurose conseguenze poteva avere il fatto. Le presi tutt'e due le mani in silenzio, glie le strinsi forte, e bevvi dagli occhi suoi la dolcezza che ne fluiva. - Come stai bene vestito da uomo! sei ammirabile. Guarda! Mi hai anche portato un fiore e questo mi fa piacere, perché questa notte ti ho sognato, e mi pareva che tu mi empissi il grembo di rose. Mi rincrebbe che fosse un solo fiore quello che le offrivo. Avrei voluto avere tante rose, ma di quella stagione le rose nel nostro giardino non fiorivano; del resto, sarei andato a saccheggiarlo per portargliene. - Fai bella figura, vestito da uomo, - riprese, dopo essersi appuntata la cardenia sul petto. - Mi sembri Byron. Non sapevo chi fosse questo Byron. Avevo paura che si trattasse di un Cipistione o d'un Signor Caterina dei suoi paesi, perciò pieno di diffidenza le domandai: - E chi è questo Byron? - Un bellissimo uomo, un poeta inglese, che tanto ha fatto per la patria mia. A casa ne abbiamo il ritratto; ti farò vedere come ti somiglia. «Meno male, - pensai. - Vuol dire che ho il cappello in piano, perché mia madre lo ha detto quando si facevano le prove, che sembravo un inglese». - Mi hai portato un fiore; sapevi allora che era la mia festa? Stasera alle sei finisco nove anni. - Non lo sapevo, e mi rincresce di non averlo saputo; ti avrei portati molti fiori -. «Li avrei rubati in giardino come la cardenia», pensavo fra me. - Ma vieni con me... - disse Filli prendendomi per mano. - Vedi là? a sedere sulla panchina vi è la madre mia con Giacomo, essa ti vuol dire una cosa. Si stava qui a farti la posta. «Che mi vorrà dire? - riflettevo fra me. - Con questi padri, con queste madri sempre per i mezzi, i momenti di gioia, che godo della presenza di Filli, restan sempre brevi e oscurati dall'ansia». La madre di Filli mi salutò con un grazioso sorriso, e volle che sedessi accanto a lei, mentre Filli stava in piedi davanti a noi. - Stasera Filli finisce l'anno alle sei, e in quell'ora noi beviamo alla sua salute un bicchiere di champagne e mangiamo dei dolci; e siccome essa mi dice che tu le sei grande amico, ti invitiamo a venire a casa nostra. Possiamo contare sulla tua presenza? - Grazie, signora; farò di tutto per esserci; ma occorre che ottenga il permesso dei miei, - risposi un poco timidamente. - Va', se credi, a chiedere subito questa licenza; anche il padre di Filli ha tanta simpatia per te; sarebbe per lui una contentezza che tu ci fossi. Mi alzai un po' soprapensiero, salutai la signora, e a passi lenti, con Filli accanto, mi avviai verso casa. - Tu verrai? dimmi che verrai; sii compiacente con me, che ti voglio tanto bene. A questo punto buttai da parte ogni retropensiero e con l'energia d'un uomo, di cui non mi credevo capace, le risposi: - Ma ancora io ti voglio tanto bene, e tanto più di quello che tu possa supporre. Non ho altro pensiero che di te; tu mi hai presa l'anima intiera; ma penso con dolore che mentre tanti, che son più grandi di noi, hanno delle speranze nei loro affetti, la nostra minuscola età non ce ne consente alcuna. A questo mio discorso, o presso a poco di discorso, che per la prima volta apriva l'animo mio a Filli senza veli e senza reticenze, essa si mise a piangere. Io mi fermai, la guardai e mi avvidi che non dalla cantonata dell'occhio scendevano le lacrime, ma in assidua fonticina sgorgavano dalla metà della palpebra, e pensai che quella diversa scaturigine del pianto, dovesse essere una caratteristica speciale greca. - Ma Filli, Filli mia, non piangere; mi par di non averti detto cose, che ti dovessero portare fino a codesto. Non piangere, perché se fai piangere anche me, nel dolore non so essere garbato e carino come te; quando piango io bercio più forte d'un asino che raglia, e allora correrà tua madre, correranno quelli di casa mia; come si giustificherebbe poi questo tumulto? Entrò Filli nell'atrio di casa mia, le asciugai le lacrime colla pezzuola; non la baciai, benché mi ci sentissi spinto; però la strinsi al petto un secondo minuto, e poi le dissi: - Vedrai che stasera verrò da te. - Giuramelo. In vita mia promettere è stato sempre come giurare, ma in quella circostanza, fuori di me dall'emozione, non rifuggii dalla solennità del giuramento, e quando ci lasciammo le ripetei: - Ho giurato che verrò, e puoi contare che qualunque cosa mi possa accadere, prima delle sei sarò a casa tua; ma tu mi devi promettere di non piangere più, perché le tue lacrime mi fanno pena quanto e più se vedessi un poverello morire di fame. Io non ritorno in piazza; aspettami a casa tua alle sei; fin d'ora puoi dire a tua madre, che ho ottenuto il permesso. Il bel gesto l'avevo fatto, con Filli. Alla volata mi ero slanciato; ma ora il momento serio era quello di chiedere e anche di ottenere questo permesso. Vi era l'abitudine in casa che, se le persone non si conoscevano per relazione, la prevenzione era contro, e non si dovevano frequentare. Le famiglie senza eccezione dovevano essere del primo cerchio delle mura di Firenze, oppure che avessero avuto un antenato alla prima crociata; la seconda crociata cominciava ad esser sospetta; figuriamoci poi la famiglia di Filli, che erano degli stranieri di chi sa dove, e non si poteva sapere a far che venuti a Firenze. E poi, è un'abitudine ormai inveterata nella disciplina di tutte le famiglie, il negare tutto ai ragazzi, anche le cose più futili e innocenti, per solo sfoggio di autorità. Domandai se mio padre era in casa, e mi fu risposto che era fuori. Chiesi a Teresa dove fosse mia madre, e mi disse che dipingeva. - A quest'ora? - Sono le quattro e tre quarti, che ora crede che sia? Un'ora e un quarto alle sei; mi restava ancora del tempo per riflettere. Ma il guaio si era che se andavo da me, e mia madre mi avesse negato di uscire, mi sarebbe mancato dopo l'animo a risoluzioni energiche; perciò misi a parte mio fratello Aldo e mio cugino Carlo dell'invito avuto, e incaricai loro di andare a domandare per me questo permesso a mia madre. Essi, pieni di buona volontà, andarono, ed io li attendevo col cuore in palpitazione, giù al pian terreno. Stettero tanto a ritornare, che mi parve un secolo; finalmente eccoli di ritorno, e mio fratello Aldo mi riportò la risposta, che non mi dava molto da sperare. - Ha detto mamma che tu salga su da te, perché non ha capito niente. Li avrei presi tutt e due a scappellotti. - Che cosa gli avete detto? - Questo, questo e questo. - E allora come ha fatto a non capire? Infilai la scala, e pieno di ardire mi presentai a mia madre, lasciando che essa parlasse per la prima. - Ci sono stati qui Aldo e Carlo a dire che stasera sei invitato a cena fuori. - Ma non ho detto a cena! Ho detto che sono stato invitato a mangiare dei dolci qui in via Barbano alle sei, per il compleanno di uno dei miei piccoli amici. - Sia pure come tu dici; ma l'ora è tarda, e poi senza il consenso di tuo padre io non mi sento l'autorità di mandarti in case che non conosciamo. Va' a spogliarti, caro, sarà meglio. Rimasi di ghiaccio. Guardai l'orologio sul caminetto; segnava le cinque e venticinque; ero lì muto e senza decisioni, quando mia madre, leggendomi in volto lo sconforto, seguitò: - Se tornasse tuo padre, perorerei io per farti ottenere quello che chiedi; ma per l'appunto ha detto che stasera non si aspettasse a pranzo, perché avrebbe tardato. Vedevo che a mia madre doleva di darmi quel rifiuto; ma questo non era quello che mi premesse; onde, repentino girai sul tacco e me ne venni; ed essa, dubitando dal mio contegno di un atto di ribellione, chiamò Teresa, perché, senza che apparisse, sorvegliasse l'uscita di casa; ed io di questa sorveglianza mi accorsi. Guardai ancora un orologio; segnava venti minuti alle sei! A questo punto chiamai mio fratello e mio cugino; li condussi in giardino e dissi loro: - Ho detto di andare e vado. Dalla porta di strada non si passa perché vi è la Teresa a far la ronda; alla scuderia su via delle Officine, ho visto, la porta è chiusa a chiave; ma io voglio andare, anche se dovessi passare su delle sbarre arroventate. Ho immaginata una via, che nessuno poteva supporre; in mia assenza voi fate per me quello che potete, mi raccomando, e vi sarò riconoscente. E così dicendo, lasciandoli tutt'e due a bocca aperta a guardarmi, mi arrampicai sopra un leccio del giardino dalla parte del Philipson, montai sul muro, e agguantato un altro albero dalla parte di là, mi lasciai scivolare nel giardino, che, senza esser visto, traversai di corsa. Con la stessa manovra arrivai ad arrampicarmi sul muro del giardino di Filli, e di li, non essendoci alberi, con un salto fui a terra, andando subito a battere ai vetri di quella finestra lunga, che tante volte avevo mirato dalla camera mia. Fu una festa il mio arrivo; mancavano soli cinque minuti alle sei. Anche il padre di Filli disse in sua favella un monte di cose per congratularsi con me, e capivo come desiderasse che il suo Giacomo fosse svelto come lo ero io. Quando ci fummo accomodati in circolo, la bottiglia di champagne fu stappata, e allo scocco delle sei toccammo i bicchieri, e bevemmo alla salute di Filli, facendole ognuno i più festosi auguri. Quei brevi momenti per me furono una felicità tale, che non li ho mai dimenticati, e, socchiudendo gli occhi, rivedo la stanza, il colore cilestrino delle pareti, la tavola tonda, i cristallami, e tutto mi risorge come mi si trovasse davanti. E quei brevi momenti li godetti da vero filosofo; perché se, invece della burrasca che mi si preparava a casa, fosse stato lì fuori dell'uscio il boia pronto a mozzarmi la testa, non sarebbe riuscito a fare ombra al gaudio dell'animo mio per aver mantenuta la promessa fatta a Filli, e per trovarmi con lei, in casa sua, in mezzo ai suoi, che tanto mi festeggiavano. Volevo sollecitare la mia partenza e ritornare per le vie d'onde ero venuto, sperando di fare in tempo, e rientrare in giardino prima dell'ora di pranzo; ma un poco Filli, un po' quell'altro, fatto si fu che, non sapendomi schermire, attardai, e tanto, che era già scuro. Vi era di più, che lo champagne mi aveva messo un certo arzillo dentro di me, da non aver paura in quel momento di tener testa a mio padre se avesse avuto, ora che avevo i pantaloni lunghi, l'idea di frustarmi. Un guaio serio era avvenuto e serio davvero; nel saltare il muro di Filli avevo sentito certo che, il quale mi aveva leggermente trattenuto nello slancio, e doveva essere un arpione confitto nel muro che, agganciando i calzoni, me li aveva strappati per la lunghezza di un palmo in sul di dietro. «Vai per uno, vai per cento, - dissi a me, - lo strappo si rammenda. Altro che di questo ci sarà da discutere a casa». Quando potei venir via, mi obbligarono a passare dall'uscio di strada, e alla svolta della cantonata, come ebbi in vista casa mia, le cose di già le vedevo con meno arroganza di poco prima; la realtà s'imponeva, e la paura tornò in me a far capolino. Alla porta vi erano tre somare che tutte le sere venivano a portare il latte alla zia Luigia. «Dunque, pensai, - trovo aperto», e subito infilai il portone. Il ciucaio, all'uscio di servizio, riscuoteva dal servitore il prezzo del latte e io, fuggiasco come una talpa, sgusciai in casa per di mezzo a loro. - Eccolo, eccolo è tornato il signorino! - si mise a urlare Leopoldo. - Teresa, lo dica alla Signora, che non stia in pena, il signorino è rientrato in casa. Invece di andare al primo piano, mi rifugiai nei sottosuoli per aver notizia di come si mettevano le cose, ma il cuoco non sapeva nulla; il tinello era vuoto, sebbene il lume vi fosse sempre acceso. Allora volai alla scaletta segreta che di giù metteva al quartiere del nonno; ma, anche lì, silenzio. Vidi però, che nel salotto rifletteva il lume di camera sua e ne arguii che il nonno vi fosse. In punta di piedi, senza fare il menomo rumore, dal buio guardai nella stanza e vidi il nonno in poltrona che scriveva, tenendo grossi mucchi d'argento davanti a sé. Stavo per tornarmene indietro, quando sentii aprire in distanza un uscio, e la voce di mio padre che tutto infuriato mi cercava. - Dove è questa canaglia? Dove s'è cacciato? Più presto ha da cominciare con le donne! Se l'agguanto, lo castro come un gatto. Non avevo ben chiara l'idea della castratura, ma mi bastava quella che conoscevo fatta ai marroni da farne bruciate, per mettermi in sgomento; e siccome mi pareva, dal tono della voce, che mio padre fosse in grande furia davvero, non sapendo come scampare al pericolo, mi misi carponi e, strusciando come un serpe, dietro alla poltrona del nonno che era un po' sordo, infilai sotto il suo letto, senza che mi vedesse, e lì, rannicchiato, attesi palpitante gli eventi. Ma tutto era tornato in silenzio pel momento; quando dopo un po' l'uscio lontano si riapri e riconobbi la voce dello zio Cesare che celiando chiamava Micio, proprio come se chiamasse il gatto. - Vieni fuori, piccino, c'è la trippa per te. Ma io non ero in vena di celie, non mi fidavo, avendo sentito mio padre insatanassato a quel modo; per cui stetti fermo e rannicchiato sotto il letto. Ecco che mio padre e lo zio Cesare vennero in camera del nonno. - Ha visto lei Micio? - domandò lo zio Cesare. - No, non l'ho visto, perché? cosa è successo? - È nascosto in casa, - rispose mio padre, - o è scappato fuori, non riusciamo a trovarlo. Ne ha fatta una delle sue. - O che ha fatto? - Ha visto che a tavola non c'era questo briccone? Bene, egli è andato a far merenda da una bambina sua coetanea, ma una bambina che è una bellezza portentosa. È passato dal muro del giardino come un gatto innamorato. - È proprio vero che i figliuoli dei gatti prendono i topi, - disse il nonno rivolgendosi a mio padre. - Ma poi, per una sciocchezza simile, non bisogna impaurire quel povero figliuolo come avete fatto. - Ma si fa più per scherzo che per altro! - E questo lo diceva mio padre. - Ci premeva trovarlo, - aggiunse lo zio Cesare, per sapere se aveva o non aveva bisogno di mangiare. Abbiamo mandato Leopoldo a vedere se fosse tornato fuori per la piazza. Ma ora penso, sai, Ferdinando, dove si deve essere rimpiattato? in rimessa! deve essere di certo in scuderia. - Dici bene, andiamo a vedere. E, in così dire, si allontanarono, promettendo al nonno che non mi avrebbero fatto nulla di male. Non potevo stare eternamente sotto il letto del nonno, ma non sapevo a quale partito attenermi per ricomparire nel mondo e bisognava che ci ricomparissi e al più presto possibile, sia per non fare stare in pensiero mia madre, sia per non invelenire mio padre, e farlo deviare da quei benigni sentimenti che poteva avere verso di me, e che avevo ascoltati coi miei orecchi di laggiù sotto il letto. Pensavo di rifare la strada, e sgusciare poi nel mio letto zitto zitto, lasciando andare per quella sera il desinare. Avevo ripreso il cappello nuovo, che tutto acquattato mi era rimasto sotto le spalle; mi ero in gran prudenza rigirato per portare la testa dove avevo le gambe e stavo già per uscir fuori, quando udii mio nonno che si alzava dalla poltrona. Passeggiò un po' intorno al tavolino e poi sentii che apri la cassaforte. Dal rumore delle monete capii che le metteva nei sacchetti per riportarle dentro la cassa, quando uno scudo gli cadde in terra. Vidi questo scudo guizzare sul pavimento e poi rotolando avviarsi diritto a me e fermarsi a un dito dal mio viso. «Ora mi trova di certo se viene a raccogliere la moneta», pensai; e per rimediare a ciò mi venne in testa una cosa assai balorda; presi subito la moneta per mandarla a ruzzolare nel mezzo della stanza, ma la posizione scomoda m'impedì il giuoco e la moneta tornò in là cadendo per piatto come se fosse venuta dal cielo. Il nonno, che io non vedevo, ma che di certo teneva d'occhio il letto, non potendosi piegare per non incontrare una lombaggine, vide lo scudo che, affrancato da tutte le leggi fisiche del mondo, girava per conto suo nella stanza; afferrò quindi il campanello per chiamare gente. Corse il servo Leopoldo. - Vedete un po', mi è caduto in terra uno scudo, raccoglietemelo. Mi è accaduta una cosa curiosa; la moneta mi era andata sotto il letto, e dopo un secondo è tornata in qua da sé, come se volasse. Leopoldo, come tutti i servitori fedeli e affezionato, intese le cose in modo del tutto diverso. Dal portamazze sfilò un bastone e cominciò a raspare sotto il letto per tirar fuori la moneta. - Ma no, - diceva il nonno, - non la vedete? la moneta è li, in terra accanto al tavolino. Ma Leopoldo, con quella zucconaggine di servo fedele e affezionato, seguitò a strusciare la mazza, colpendomi nel naso, e così forte, che mi sfuggi un lamento. - Per diavolo, c'è gente! E allora scappai fuori tutto polveroso, col naso che mi sanguinava, e col cappello in mano tanto allattato, che pareva raccattato sopra un monte di spazzatura. - Il signorino! - esclamò Leopoldo pieno di stupore. - Mi rincresce, ma devo avergli fatto del male. Il nonno sul principio rimase stupefatto; poi si mise a ridere, ed io pure. - V'è poco da ridere, signorino, v'è poco da ridere!, ho dei brutti rapporti sul conto vostro. Quando siete entrato sotto il letto? Leopoldo, andate ad avvertire che il bambino è in camera mia; è tanto che lo cercano. Il nonno voleva seguitare la paternale; ma aveva riso, e non gli riusciva più di ritrovare l'intonazione che gli abbisognava; per cui bonariamente mi disse: - Guarda in che stato ti sei ridotto. Pare che sotto il letto Leopoldo si dia poca cura di spazzare. Tutti corsero in camera del nonno, anche Aldo e Carlo, a cui dal ridere la bocca arrivava agli orecchi; gli zii e mio padre, mia madre, la servitù; tutti c'erano! Perfino il cuoco! Mi pareva d'essere Gesù della canna mostrato alle turbe; molto più che neppure il sangue mancava, e me lo stavo soffiando dal naso con la pezzuola, per la botta ricevuta dalla mazza di Leopoldo. Ognuno mi volle dir la sua; i rimproveri non mi mancarono; il cappello spiaccicato passò da una mano all'altra, seguito da un coro di deplorazioni; né alla Teresa sfuggì lo strappo ai pantaloni. Io tacevo guardando il suolo;... ma pensavo a Filli. Lo zio Cesare fu commosso dalla mia penosa condizione, e fece come sogliono fare i carabinieri per salvare qualcuno dalla furia popolare, che lo arrestano; mi prese con ghigno severo per un braccio, mi fece far largo, e mi portò con sé giù per la scaletta segreta, che metteva alla cucina; nel tinello mi fece approntare qualche cosa da mangiare; poi, mi accompagnò a letto dove caddi subito in letargo per lo champagne bevuto, e anche per il consumo nervoso sofferto da tante e cosi diverse emozioni.
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