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Giuseppe Parini
Odi

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13 - La tempesta

 

Odi Alcone il muggito

Nell'alto mar de la crudel tempesta

E la folgor funesta,

Che con tuono infinito

Scoppia da lungi, e rimbombar fa il lito.

 

Ahimè miseri legni,

Che cupidigia e ambizïon sospinse;

E facil' aura vinse

Per li mobili regni

Lor speme a sciorre oltre gli Erculei segni!

 

Altro sperò giocondo

Tornar da ignote prezïose cave;

E d'oro e gemme grave

Opprimer col suo pondo

De la spiaggia nativa il basso fondo.

 

Credeva altro d'immani

Mostri oleosi preda far nell'alto;

Altro feroce assalto

Dare a gli abeti estrani,

E dell'altrui tesoro empier suoi vani.

 

Ma il tuono e il vento e l'onda

Terribilmente agita tutti e batte;

Né le vele contratte

Né da la doppia sponda

Il forte remigar, l'urto che abbonda

 

Vincefrena. E in tanto

Serpendo incendïoso il fulmin fischia:

E fra l'orribil mischia

De' venti e il buio manto

Del cielo, ognun paventa essere infranto.

 

E già più l'un non puote

L'alto durar tormento: uno al destino

Fa contrario cammino;

Un contro all'aspra cote

Di cieco scoglio il fianco urta e percote:

 

E quale il flutto avverso

Beve già rotto: e qual del multiforme

Monte dell'acque enorme

Sopra di lui riverso

Cede al gran peso; e alfin piomba sommerso.

 

Alcon, non ti rammenti

Quel che superbo per ornata prora

Veleggiava finora,

Di purpurei lucenti

Segni ingombrando gli alberi potenti?

 

A quello d'ambo i lati

Ignivome s'aprìan di bronzo bocche;

Onde pari a le rocche

Forza sprezzava e agguati

D'abete o pin contro al suo corso armati.

 

E l'onde allettatrici

Stendeansi piane a lui davanti: e ai grembi

Fregiati d'aurei lembi

De' canapi felici

Spiravan ostinati i venti amici:

 

Mentre Glauco e i Tritoni

Pur con le braccia lo spingean più forte;

E da le conche torte

Lusingavano i buoni

Augurj intorno a lui con alti suoni.

 

E lungo i pinti banchi

Le Dee del mar sparse le chiome bionde

Carolavan per l'onde,

Che lucide su i bianchi

Dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi.

 

Fra tanto, senza alcuno

Il beato nocchier timor che il roda,

Dall'alto de la proda

Al mattin primo e al bruno

Vespro così cantava inni a Nettuno:

 

A te sia lode o nume,

Di cui son l'opre ognor potenti e grandi,

O se nel suol ti spandi

Con le fuggenti spume

O di Cinzia t'innalzi al chiaro lume.

 

Tu col tridente altero

Al tuo piacer la terra ampia dividi;

Tu fra gli opposti lidi

Del duplice emispero

Scorrevole a i mortali apri sentiero.

 

Rota per te le nuove

Con subitaneo piè veci Fortuna:

E quello, che con una

Occhiata il tutto move,

Non è di te maggior superno Giove.

 

Tale adulava. Or mira

Or mira, Alcon, come del porto in faccia,

Lungi dal porto il caccia

Nettuno stesso; e a dira

Sorte con gli altri lo trasporta e aggira!

 

E la ricchezza imposta

Indi con la tornante onda ritoglie;

E le lacere spoglie

Ne gitta, e la scomposta

Mole a traverso dell'arida costa.

 

Ahi qual furore il mena

Pur contra noi d'ogni avarizia schivi,

Che sotto a i sacri ulivi

Radendo quest'arena

Peschiam canuti con duo remi a pena!

 

Alcon, che più s'aspetta?

Ecco il turbine rio, che omai n'è sopra.

Lascia che il flutto copra

La sdrucita barchetta;

E noi nudi salvianci al sasso in vetta.

 

O giovanetti, piante

Ponete in terra; quì pomi inserite;

Quì gli armenti nodrite

Sotto a le leggi sante

De la natura in suo voler costante.

 

Quì semplici a regnare;

Quì gli utili prendete a ordir consigli;

fidate de' figli

La sorte, o de le care

Spose a l'arbitrio del volubil mare.

 

 




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