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| Giuseppe Parini Odi IntraText CT - Lettura del testo |
Parco di versi tessitor ben fia
Ma non sarà che infami
Taccia d'ingrato la memoria mia.
E canto illustre al buon durini sciogli,
Cui di fortuna dispettosi orgogli
Sì che il corso non volga ovunque ei sente
Non ignobil favilla arder di mente.
Me pur dall'ombra de' volgari ingegni
Collocò repugnante in fra i più degni.
Guatò la invidia con turbate ciglia;
Mentre in tanto splendor gran meraviglia
A me medesmo io fui:
E sdegnoso pudore il cor mi punse,
Che all'alta cortesìa stimoli aggiunse.
Solenne offrir d'ambizïose cene,
Non è il favor di che a bearmi ei viene.
Cieco diede versar d'enormi censi,
Sol di tai fasti celebrar sé pensi
Chi sovra l'alta mente il cor sublima
Meglio sé stesso e i sacri ingegni estima.
Cetra il dirai; poi che a mostrarsi grato,
Non altro mezzo all'impotente è dato.
Tanto sparse di luce e tanto accolse
Fin che le chiome de la benda involse
A me, che l'orma umìl tra il popol segno,
Scender dall'alto suo non ebbe a sdegno.
E spesso i Lari miei, novo stupore!
Riverberar nel vano
Dell'angusta parete almo fulgore:
Vider natìa bontà, clemente affetto,
Ingenui sensi nel vivace aspetto
E quanti alma gentil modi ha più rari,
Onde fortuna ad esser grande impari.
Qual nel mio petto ancor siede costante
Di quel dì rimembranza,
L'alta forma di lui m'apparve innante!
Ed io, fra l'acque in rustic' urna immerso,
E a le Naiadi belle umil converso,
Che a me portasser dall'alpestre vena,
Ma te cara salute al fin serena.
Ed ecco, i passi a quello dio conforme
Dal Xanto ritornar con splendid'orme,
Ei venne; e al capo mio
Vicin si assise; e da gli ardenti lumi
E da i novi spargendo atti e costumi
A me di me tali degnò dir cose;
Che tenerle fia meglio al vulgo ascose.
Io del rapido tempo in vece a scorno
Ruppe lo stuol, che a lui venìa dintorno;
Me, nel sublime impazïente cocchio
Per la negata ohimè forza al ginocchio
Con la man sopportò lucidi dardi
Di sacre gemme sparpagliante a i guardi.
Come la Grecia un dì gl'incliti figli
De le navi apparir pronti a i perigli;
Sfavillando il bel crin biondo e le vesti,
Curvare i rosei dorsi; e le celesti
Dando fra l'alte minaccianti spume
Al trepido nocchier caro al lor nume:
Tale in sembianti ei parve oltra il mortale
Onde quell'atto ancora
Di giocondo tumulto il cor m'assale:
Dianzi guidar l'amata genitrice,
Ahi prima del morir tolta infelice
E tolta dal veder per lei dal ciglio
Sparger lagrime illustri il caro figlio:
Quella man, che gran tempo a lato a i troni
Carte seppe notar propizie a i buoni:
Quella che, mentre ei presse
De le chiare provincie i sommi seggi,
Grate al popol donò salubri leggi;
Insigne aprendo a la fastosa etade
Spettacol di modestia e di pietade.
Uomo, a cui la natura e il ciel diffuse
L'arti a seguir de le innocenti Muse,
Con lo aggiunto vigor molce ed affina,
Pari a nobile fior, cui cittadina
Educa e nutre, e da più ricche foglie
Cara copia d'odori all'aria scioglie.
Costui, se poi dintorno a sé conteste
Pregiate allor che a la virtù son veste,
Suo ritroso favor già non circonda;
Ma con pubblica luce esce e ridonda
Destando ardor per le lodevol' opre,
Che le genti e l'età di gloria copre.
Non va la mente mia lungi smarrita
Dell'inclito durin l'indole addita:
Larghi giri nel ciel volto a la preda;
Tal, benché vagabondo altri lo creda,
A dir com'egli a me davanti egregio
Uditor tacque; ed al Licèo diè pregio.
Quando dall'alto disprezzando i rudi
Solo de' grandi entrar fu visto; e i nudi
De' lucidi spiegati ostri sedendo;
E al giovane drappel, che a lui sorgendo
Lene compagno ad ammirar sé diede;
E grande a i detti miei acquistò fede.
Onde osai seguitar del miserando
E il duro fato e i casi atroci e il bando;
Già il finse di colui l'altero carme,
Che la patria onorò trattando l'arme
E de le regie dal destin converse
Sorti, e dell'arte inclito esempio offerse.
Simuli quei, che più sé stesso ammira,
La bellissima lode a i petti inspira;
Che mentre a la virtù terge i sudori,
E soave origlier spande d'allori
Nuove in alma gentil forze compone;
E gran premio dell'opre al meglio è sprone.
Io non per certo i sensi miei scortese
Se propizia giammai voce a me scese.
Ei da le labbra melodìa mi porse,
Quando facil per me grazia gli scorse
Da me non lusingata;
Poi che tropp'alto al cor voto s'imprime
D'uom che ingegno e virtudi alzan sublime.
Pur, se lice che intero il ver si scopra,
Allor che di me tacque,
E del prisco cantor fe' plauso all'opra.
Menti da tanta autorità commosse:
Subita fiamma inusitata scosse
Che con novo stupor dietro a gl'inviti
De la greca beltà corser rapiti.
Onde come il cultor, che sopra il grembo
Stendersi repentino estivo nembo;
E tremolar per molta
Pioggia con fresco mormorìo le frondi;
E di novi al suo piè verdi giocondi
Tal io fui lieto, e nel pensier descrissi
Belle speranze a la mia Insubria, e dissi:
Vedrò vedrò da le mal nate fonti,
Scendon l'Italia ad infettar da i monti;
Vedrò la gioventude
I labbri torcer disdegnosi e schivi;
E a i limpidi tornar di Grecia rivi,
Almo sapor, che a sé contrario il folle
Secol non gusta, e pur con laudi estolle.
Questi è il Genio dell'arti. Il chiaro foco
Irrequieto ei stende
Simile all'alto sol di loco in loco.
Il Campidoglio e Roma
Lui ancor biondo il crine ammirar vide
I supremi del bello esempi e guide,
E il concetto fervore e i novi auspicj
Largo versar di Pallade a gli amici.
Né già, benché per rapida le penne
Le prime cure onde fu vago ei tenne:
D'integra fede e cor di zelo accenso
Osò l'ardua tentar fra nuvol denso
O se nel popol poi con miti e pure
Man le date spiegò verghe e la scure.
Però che dove o fra le reggie eccelse
O in case ignote la fortuna scelse,
E saggia meraviglia al merto desta
Venne guidando, e largità modesta,
Co' festevoli applausi ora discinti
Or de' bei nodi de le Muse avvinti.
Anzi, come d'Alcide e di Tesèo
L'ardente cortesìa scender potèo;
Ed ei così la notte
Ruppe dove l'oblìo profondo giace;
E al lieto de la fama aere vivace
E l'opre lor, dopo molt'anni e lustri,
Di sue vigilie allo splendor fe' illustri.
Tal che onorato ancor sul mobil etra
Dell'arbitro vicino al fren s'arretra;
Novi a sé fati oggi prepara, e dove
L'ombra pur anco del gran Tosco move
Del saper discoperse, e fèo la chiusa
Valle sonar di così nobil Musa.
È ver che, quali entro al lor fondo avito
Pronti sempre del Tebro al sacro invito:
Tal di sé solo ei pago
Lungi dall'aura popolar s'invola;
E mentre il ciel più glorïosa stola
Tra le ville natali e l'aere puro
Da i flutti or sta d'ambizïon securo.
Ma i cari studj a lui compagni annosi,
Son del suo corso splendidi riposi.
Di moli aspetto ed orti ed agri ameni,
Onde quei che al suo merto accesser beni
Versa; e dovunque divertir gli piaccia,
L'ozio da i campi e l'atra inopia caccia.
Vedi i portici e gli atrj ov'ei conduce
Pareti, che del vero apron la luce:
O ch'ei di sé maestro
Nell'alto de le cose ami recesso
Gir meditando, o il plettro a lui concesso
E in carmi, onde la bella alma si spande,
Soavi all'amistà tesser ghirlande.
Ed ecco il tempio ove, negati altronde,
E fiamme acri d'onore altrui diffonde.
Quei che del nome lor la patria ornaro,
Onde sol generoso erge all'avaro
E quelle glorie a la città rivela,
Ch'ella a sé stessa ingiuriosa cela.
Dove o Cetra? Non più. Rari i discreti
I facili del labbro a uscir segreti.
Di lui questa all'orecchio
Parte de' sensi miei salgane occulta,
Sì che del cor, che al beneficio esulta,
Non sia che fiato invidïoso appanni,
Che me di vanti e lui d'error condanni.
Lungi o profani! Io d'importuna lode
Al giudizio volgar so tesser frode.
Sono al mio canto: e dove splenda il merto
Là di fiore immortal ponendo serto
Né me stesso né altrui allor lusingo
Che poetica luce al vero io cingo.