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Giuseppe Parini
Odi

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22 - La gratitudine per Angelo Maria Durini Cardinale

 

Parco di versi tessitor ben fia

Che me l'Italia chiami;

Ma non sarà che infami

Taccia d'ingrato la memoria mia.

Vieni o Cetra al mio seno;

E canto illustre al buon durini sciogli,

Cui di fortuna dispettosi orgogli

Duro non stringon freno;

Sì che il corso non volga ovunque ei sente

Non ignobil favilla arder di mente.

 

Me pur dall'ombra de' volgari ingegni

Tolse nel suo pensiero;

E con benigno impero

Collocò repugnante in fra i più degni.

Me fatto idolo a lui

Guatò la invidia con turbate ciglia;

Mentre in tanto splendor gran meraviglia

A me medesmo io fui:

E sdegnoso pudore il cor mi punse,

Che all'alta cortesìa stimoli aggiunse.

 

Solenne offrir d'ambizïose cene,

Onde frequente schiera

Sazia si parta e altera,

Non è il favor di che a bearmi ei viene.

Mortale, a cui la sorte

Cieco diede versar d'enormi censi,

Sol di tai fasti celebrarpensi

E la turba consorte.

Chi sovra l'alta mente il cor sublima

Meglio sé stesso e i sacri ingegni estima.

 

Cetra il dirai; poi che a mostrarsi grato,

Fuor che fidar nell'ali

De la fama immortali,

Non altro mezzo all'impotente è dato.

Quei, che al fianco de' regi

Tanto sparse di luce e tanto accolse

Fin che le chiome de la benda involse

Premio di fatti egregi,

A me, che l'orma umìl tra il popol segno,

Scender dall'alto suo non ebbe a sdegno.

 

E spesso i Lari miei, novo stupore!

Vider l'ostro romano

Riverberar nel vano

Dell'angusta parete almo fulgore:

E di quell'ostro avvolti

Vider natìa bontà, clemente affetto,

Ingenui sensi nel vivace aspetto

Alteramente scolti,

E quanti alma gentil modi ha più rari,

Onde fortuna ad esser grande impari.

 

Qual nel mio petto ancor siede costante

Di quel rimembranza,

Quando in povera stanza

L'alta forma di lui m'apparve innante!

Sirio feroce ardea:

Ed io, fra l'acque in rustic' urna immerso,

E a le Naiadi belle umil converso,

Oro non già chiedea

Che a me portasser dall'alpestre vena,

Ma te cara salute al fin serena.

 

Ed ecco, i passi a quello dio conforme

Cui finse antico grido

Verso il materno lido

Dal Xanto ritornar con splendid'orme,

Ei venne; e al capo mio

Vicin si assise; e da gli ardenti lumi

E da i novi spargendo atti e costumi

Sovra i miei mali oblìo,

A me di me tali degnò dir cose;

Che tenerle fia meglio al vulgo ascose.

 

Io del rapido tempo in vece a scorno

Custodirò il momento,

Ch'ei con nobil portento

Ruppe lo stuol, che a lui venìa dintorno;

E solo accorse; e ratto,

Me, nel sublime impazïente cocchio

Per la negata ohimè forza al ginocchio

Male ad ascender atto,

Con la man sopportò lucidi dardi

Di sacre gemme sparpagliante a i guardi.

 

Come la Grecia un gl'incliti figli

Di Tindaro credette

Agili su le vette

De le navi apparir pronti a i perigli;

E di felice raggio

Sfavillando il bel crin biondo e le vesti,

Curvare i rosei dorsi; e le celesti

Porger braccia, coraggio

Dando fra l'alte minaccianti spume

Al trepido nocchier caro al lor nume:

 

Tale in sembianti ei parve oltra il mortale

Uso benigni allora;

Onde quell'atto ancora

Di giocondo tumulto il cor m'assale:

Ché la man, ch'io mirai

Dianzi guidar l'amata genitrice,

Ahi prima del morir tolta infelice

Del sole a i vaghi rai,

E tolta dal veder per lei dal ciglio

Sparger lagrime illustri il caro figlio:

 

Quella man, che gran tempo a lato a i troni

Onde frenato è il mondo,

Di consiglio profondo

Carte seppe notar propizie a i buoni:

Quella che, mentre ei presse

De le chiare provincie i sommi seggi,

Grate al popol donò salubri leggi;

Quella il mio fianco resse

Insigne aprendo a la fastosa etade

Spettacol di modestia e di pietade.

 

Uomo, a cui la natura e il ciel diffuse

Voglie nel cor benigne,

Qualor desìo lo spigne

L'arti a seguir de le innocenti Muse,

Il germe in lui nativo

Con lo aggiunto vigor molce ed affina,

Pari a nobile fior, cui cittadina

Mano in tiepido clivo

Educa e nutre, e da più ricche foglie

Cara copia d'odori all'aria scioglie.

 

Costui, se poi dintorno a sé conteste

D'onori e di fortuna

Fulgide pompe aduna,

Pregiate allor che a la virtù son veste,

Costui de' proprj tetti

Suo ritroso favor già non circonda;

Ma con pubblica luce esce e ridonda

Sopra gl'ingegni eletti,

Destando ardor per le lodevol' opre,

Che le genti e l'età di gloria copre.

 

Non va la mente mia lungi smarrita

Co' versi lusinghieri;

Ma per varj sentieri

Dell'inclito durin l'indole addita:

E, come falco ordisce

Larghi giri nel ciel volto a la preda;

Tal, benché vagabondo altri lo creda,

Me il mio canto rapisce

A dir com'egli a me davanti egregio

Uditor tacque; ed al Licèo diè pregio.

 

Quando dall'alto disprezzando i rudi

Tempi a cui tutto è vile

Fuor che lucro servile;

Solo de' grandi entrar fu visto; e i nudi

Scanni repente cinse

De' lucidi spiegati ostri sedendo;

E al giovane drappel, che a lui sorgendo

Di bel pudor si tinse,

Lene compagno ad ammirardiede;

E grande a i detti miei acquistò fede.

 

Onde osai seguitar del miserando

Di Làbdaco nipote

Le terribili note

E il duro fato e i casi atroci e il bando;

Quale all'Attiche genti

Già il finse di colui l'altero carme,

Che la patria onorò trattando l'arme

E le tibie piagnenti;

E de le regie dal destin converse

Sorti, e dell'arte inclito esempio offerse.

 

Simuli quei, che più sé stesso ammira,

fuggir l'aura odorosa

Che da i labbri di rosa

La bellissima lode a i petti inspira;

Lode figlia del cielo,

Che mentre a la virtù terge i sudori,

E soave origlier spande d'allori

A la fatica e al zelo,

Nuove in alma gentil forze compone;

E gran premio dell'opre al meglio è sprone.

 

Io non per certo i sensi miei scortese

Di stoïco superbo

Manto celati serbo,

Se propizia giammai voce a me scese.

asconderò che grata

Ei da le labbra melodìa mi porse,

Quando facil per me grazia gli scorse

Da me non lusingata;

Poi che tropp'alto al cor voto s'imprime

D'uom che ingegno e virtudi alzan sublime.

 

Pur, se lice che intero il ver si scopra,

Dirò che più mi piacque

Allor che di me tacque,

E del prisco cantor fe' plauso all'opra.

Sorser le giovanili

Menti da tanta autorità commosse:

Subita fiamma inusitata scosse

Gli spiriti gentili,

Che con novo stupor dietro a gl'inviti

De la greca beltà corser rapiti.

 

Onde come il cultor, che sopra il grembo

De' lavorati campi

Mira con fausti lampi

Stendersi repentino estivo nembo;

E tremolar per molta

Pioggia con fresco mormorìo le frondi;

E di novi al suo piè verdi giocondi

Rider la biada folta,

Tal io fui lieto, e nel pensier descrissi

Belle speranze a la mia Insubria, e dissi:

 

Vedrò vedrò da le mal nate fonti,

Che di zolfo e d'impura

Fiamma e di nebbia oscura

Scendon l'Italia ad infettar da i monti;

Vedrò la gioventude

I labbri torcer disdegnosi e schivi;

E a i limpidi tornar di Grecia rivi,

Onde natura schiude

Almo sapor, che a sé contrario il folle

Secol non gusta, e pur con laudi estolle.

 

Questi è il Genio dell'arti. Il chiaro foco

Onde tutt'arde e splende

Irrequieto ei stende

Simile all'alto sol di loco in loco.

Il Campidoglio e Roma

Lui ancor biondo il crine ammirar vide

I supremi del bello esempi e guide,

Che lunga età non doma;

E il concetto fervore e i novi auspicj

Largo versar di Pallade a gli amici.

 

Né già, benché per rapida le penne

Strada d'onor levasse,

Da sé rimote o basse

Le prime cure onde fu vago ei tenne:

O se con detti armati

D'integra fede e cor di zelo accenso

Osò l'ardua tentar fra nuvol denso

Mente de i re scettrati;

O se nel popol poi con miti e pure

Man le date spiegò verghe e la scure.

 

Però che dove o fra le reggie eccelse

Loco all'arti divine

O in umili officine

O in case ignote la fortuna scelse,

Ivi amabil decoro

E saggia meraviglia al merto desta

Venne guidando, e largità modesta,

E de le grazie il coro

Co' festevoli applausi ora discinti

Or de' bei nodi de le Muse avvinti.

 

Anzi, come d'Alcide e di Tesèo

Suona che da le vive

Genti a le inferne rive

L'ardente cortesìa scender potèo;

Ed ei così la notte

Ruppe dove l'oblìo profondo giace;

E al lieto de la fama aere vivace

Tornò le menti dotte;

E l'opre lor, dopo molt'anni e lustri,

Di sue vigilie allo splendor fe' illustri.

 

Tal che onorato ancor sul mobil etra

Va del suo nome il suono

Dove il chiaro Polono

Dell'arbitro vicino al fren s'arretra;

Dove il regal Parigi

Novi a sé fati oggi prepara, e dove

L'ombra pur anco del gran Tosco move

Che gli antiqui vestigi

Del saper discoperse, e fèo la chiusa

Valle sonar di così nobil Musa.

 

È ver che, quali entro al lor fondo avito

I Fabrizi e i Cammilli

Tornar godean tranquilli

Pronti sempre del Tebro al sacro invito:

Tal di sé solo ei pago

Lungi dall'aura popolar s'invola;

E mentre il ciel più glorïosa stola

Forse d'ordirgli è vago,

Tra le ville natali e l'aere puro

Da i flutti or sta d'ambizïon securo.

 

Ma i cari studj a lui compagni annosi,

E a i popoli ed all'arti

I beneficj sparti

Son del suo corso splendidi riposi.

Vedi amplïarsi alterno

Di moli aspetto ed orti ed agri ameni,

Onde quei che al suo merto accesser beni

E il tesoro paterno

Versa; e dovunque divertir gli piaccia,

L'ozio da i campi e l'atra inopia caccia.

 

Vedi i portici e gli atrj ov'ei conduce

Il fervido pensiere,

E le di libri altere

Pareti, che del vero apron la luce:

O ch'ei di sé maestro

Nell'alto de le cose ami recesso

Gir meditando, o il plettro a lui concesso

Tentar con facil estro;

E in carmi, onde la bella alma si spande,

Soavi all'amistà tesser ghirlande.

 

Ed ecco il tempio ove, negati altronde,

Qual da novo Elicona

Premj all'ingegno ei dona;

E fiamme acri d'onore altrui diffonde.

Ecco ne' segni sculti

Quei che del nome lor la patria ornaro,

Onde sol generoso erge all'avaro

Oblìo nobili insulti;

E quelle glorie a la città rivela,

Ch'ella a sé stessa ingiuriosa cela.

 

Dove o Cetra? Non più. Rari i discreti

Sono: e la turba è densa

Che già derider pensa

I facili del labbro a uscir segreti.

Di lui questa all'orecchio

Parte de' sensi miei salgane occulta,

Sì che del cor, che al beneficio esulta,

Troppo limpido specchio

Non sia che fiato invidïoso appanni,

Che me di vanti e lui d'error condanni.

 

Lungi o profani! Io d'importuna lode

Vile mai non apersi

Cambio; né in blandi versi

Al giudizio volgar so tesser frode.

Orogemme vani

Sono al mio canto: e dove splenda il merto

di fiore immortal ponendo serto

Vo con libere mani:

Né me stesso né altrui allor lusingo

Che poetica luce al vero io cingo.

 

 




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