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Giuseppe Parini
Odi

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24 - A Silvia

 

Perché al bel petto e all'omero

Con subita vicenda

Perché, mia Silvia ingenua,

Togli l'Indica benda,

 

Che intorno al petto e all'omero,

Anzi a la gola e al mento

Sorgea pur or, qual tumida

Vela nel mare al vento?

 

Forse spirar di zefiro

Senti la tiepid'ora?

Ma nel giocondo ariete

Non venne il sole ancora.

 

Ecco di neve insolita

Bianco l'ispido verno

Par che, sebben decrepito,

Voglia serbarsi eterno.

 

M'inganno? O il docil animo

Già de' feminei riti

Cede al potente imperio:

E l'altre belle imiti?

 

Qual nome o il caso o il genio

Al novo culto impose,

Che sì dannosa copia

Svela di gigli e rose?

 

Che fia? Tu arrossi? E dubia,

Col guardo al suol dimesso,

Non so qual detto mormori

Mal da le labbra espresso?

 

Parla. Ma intesi. Oh barbaro!

Oh nato da le dure

Selci chiunque togliere

Da scellerata scure

 

Osò quel nome, infamia

Del secolo spietato;

E diè funesti augurii

Al femminile ornato;

 

E con le truci Eumenidi

Le care Grazie avvinse;

E di crudele immagine

La tua bellezza tinse!

 

Lascia, mia Silvia ingenua,

Lascia cotanto orrore

All'altre belle, stupide

E di mente e di core.

 

Ahi, da lontana origine,

Che occultamente noce,

Anco la molle giovane

Può divenir feroce.

 

Sai de le donne esimie,

Onde sì chiara ottenne

Gloria l'antico Tevere,

Silvia, sai tu che avvenne;

 

Poi che la spola e il Frigio

Ago e gli studj cari

Mal si recàro a tedio

E i pudibondi Lari;

 

E con baldanza improvvida,

Contro a gli esempi primi,

Ad ammirar convennero

I saltatori e i mimi?

 

Pria tolleraron facili

I nomi di Terèo

E de la maga Colchica

E del nefario Atrèo.

 

Ambìto poi spettacolo

A i loro immoti cigli

Fur ne le orrende favole

I trucidati figli.

 

Quindi, perversa l'indole,

E fatto il cor più fiero,

Dal finto duol, già sazie,

Corser sfrenate al vero.

 

E dove di Libia

Le belve in guerra oscena

Empièan d'urla e di fremito

E di sangue l'arena,

 

Potè all'alte patrizie

Come a la plebe oscura

Giocoso dar solletico

La soffrente natura.

 

Che più? Baccanti, e cupide

D'abbominando aspetto,

Sol dall'uman pericolo

Acuto ebber diletto:

 

E da i gradi e da i circoli

Co' moti e con le voci,

Di già maschili, applausero

A i duellanti atroci:

 

Creando a sé delizia

E de le membra sparte,

E de gli estremi aneliti,

E del morir con arte.

 

Copri, mia Silvia ingenua,

Copri le luci; et odi

Come tutti passarono

Licenzïose i modi.

 

Il gladiator, terribile

Nel guardo e nel sembiante,

Spesso fra i chiusi talami

Fu ricercato amante.

 

Così, poi che da gli animi

Ogni pudor disciolse,

Vigor da la libidine

La crudeltà raccolse.

 

Indi a i veleni taciti

Si preparò la mano:

Indi le madri ardirono

Di concepire in vano.

 

Tal da lene principio

In fatali rovine

Cadde il valor la gloria

De le donne Latine.

 

Fuggì, mia Silvia ingenua,

Quel nome e quelle forme,

Che petulante indizio

Son di misfatto enorme.

 

Non obliar le origini

De la licenza antica.

Pensaci: e serba il titolo

D'umana e di pudica.

 

 




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