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Giuseppe Parini
Odi

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25 - Alla Musa

 

Te il mercadante, che con ciglio asciutto

Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama

Dura avarizia, nel remoto flutto,

Musa, non ama.

 

Né quei, cui l'alma ambizïosa rode

Fulgida cura; onde salir più agogna;

E la molto fra il temuta frode

Torbido sogna.

 

giovane, che pari a tauro irrompa

Ove a la cieca più Venere piace:

donna, che d'amanti osi gran pompa

Spiegar procace.

 

Sai tu, vergine dea, chi la parola

Modulata da te gusta od imita;

Onde ingenuo piacer sgorga, e consola

L'umana vita?

 

Colui, cui diede il ciel placido senso

E puri affetti e semplice costume;

Che di sé pago e dell'avito censo

Più non presume.

 

Che spesso al faticoso ozio de' grandi

E all'urbano clamor s'invola, e vive

Ove spande natura influssi blandi

O in colli o in rive.

 

E in stuol d'amici numerato e casto,

Tra parco e delicato al desco asside;

E la splendida turba e il vano fasto

Lieto deride.

 

Che a i buoni, ovunque sia, dona favore;

E cerca il vero; e il bello ama innocente;

E passa l'età sua tranquilla, il core

Sano e la mente.

 

Dunque perché quella sì grata un giorno

Del Giovin, cui diè nome il dio di Delo,

Cetra si tace; e le fa lenta intorno

Polvere velo?

 

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,

Ei già scendendo a me giudice fea

Me de' suoi carmi: e a me chiedea consiglio:

E lode avea.

 

Ma or non più. Chi sa? Simile a rosa

Tutta fresca e vermiglia al sol, che nasce,

Tutto forse di lui l'eletta Sposa

L'animo pasce.

 

E di bellezza, di virtù, di raro

Amor, di grazie, di pudor natìo

L'occupa sì, ch'ei cede ogni già caro

Studio all'oblìo.

 

Musa, mentr'ella il vago crine annoda

A lei t'appressa; e con vezzoso dito

A lei premi l'orecchio; e dille: e t'oda.

Anco il marito.

 

Giovinetta crudel, perché mi togli

Tutto il mio d'Adda, e di mie cure il pregio,

E la speme concetta, e i dolci orgogli

D'alunno egregio?

 

Costui di me, de' genj miei si accese

Pria che di te. Codeste forme infanti

Erano ancor, quando vaghezza il prese

De' nostri canti.

 

Ei t'era ignoto ancor quando a me piacque.

Io di mia man per l'ombra, e per la lieve

Aura de' lauri l'avviai ver l'acque,

Che al par di neve

 

Bianche le spume, scaturir dall'alto

Fece Aganippe il bel destrier, che ha l'ale:

Onde chi beve io tra i celesti esalto

E fo immortale.

 

Io con le nostre il volsi arti divine

Al decente, al gentile, al raro, al bello:

Fin che tu stessa gli apparisti al fine

Caro modello.

 

E, se nobil per lui fiamma fu desta

Nel tuo petto non conscio: e s'ei nodrìa

Nobil fiamma per te, sol opra è questa

Del cielo e mia.

 

Ecco già l'ale il nono mese or scioglie

Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,

Te chiaramente in fra le madri accoglie

Il giovin alvo.

 

Lascia che a me solo un momento ei torni;

E novo entro al tuo cor sorgere affetto,

E novo sentirai da i versi adorni

Piover diletto.

 

Però ch'io stessa, il gomito posando

Di tua seggiola al dorso, a lui col suono

De la soave andrò tibia spirando

Facile tono.

 

Onde rapito, ei canterà che sposo

Già felice il rendesti, e amante amato;

E tosto il renderai dal grembo ascoso

Padre beato.

 

Scenderà in tanto dall'eterea mole

Giuno, che i preghi de le incinte ascolta.

E vergin io de la Memoria prole

Nel velo avvolta

 

Uscirò co' bei carmi; e andrò gentile

Dono a farne al Parini, Italo cigno,

Che a i buoni amico, alto disdegna il vile

Volgo maligno.

 

 




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