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3.
L'Università Cattolica nella Chiesa
27. Affermandosi come
Università, ogni Università cattolica mantiene con la Chiesa un
rapporto che è essenziale alla sua identità istituzionale. Come
tale, essa partecipa più direttamente alla vita della Chiesa particolare
in cui ha sede; ma, nello stesso tempo - essendo inserita, come istituzione
accademica, nella comunità internazionale del sapere e della ricerca -
partecipa e contribuisce alla vita della Chiesa universale, assumendo pertanto
uno speciale legame con la Santa Sede in ragione del servizio di unità,
che è chiamata a compiere per l'intera Chiesa. Da questo suo essenziale
rapporto con la Chiesa derivano quali conseguenze la fedeltà
dell'Università, come istituzione, al messaggio cristiano, il
riconoscimento e l'adesione all'autorità magisteriale della Chiesa in
materia di fede e morale. I membri cattolici della comunità
universitaria, a loro volta, sono anch'essi chiamati a una fedeltà
personale alla Chiesa, con tutto quanto questo comporta. Dai membri non
cattolici, infine, ci si attende il rispetto del carattere cattolico
dell'istituzione in cui prestano la loro opera, mentre l'Università, a
sua volta, rispetterà la loro libertà religiosa (cfr. «Dignitatis Humanae», 2).
28. I vescovi hanno la particolare
responsabilità di promuovere le Università cattoliche e
specialmente di seguirle e assisterle nel mantenimento e nel rafforzamento
della loro identità cattolica anche nei confronti delle autorità
civili. Ciò sarà più adeguatamente ottenuto creando e
mantenendo rapporti stretti, personali e pastorali tra l'Università e le
autorità ecclesiastiche, caratterizzati da fiducia reciproca, coerente
collaborazione e continuo dialogo. Anche se non entrano direttamente nel
governo interno dell'Università, i vescovi «non devono essere
considerati agenti esterni, bensì partecipi della vita
dell'Università cattolica» (Discorso ai Direttori di scuole superiori,
12 settembre 1987, n. 4).
29. La Chiesa, accettando «la
legittima autonomia della cultura umana e specialmente delle scienze»,
riconosce anche la libertà accademica dei singoli studiosi nella
disciplina di propria competenza, in accordo con i principi e i metodi della
scienza, a cui essa si riferisce («Gaudium et Spes», 59), ed entro le
esigenze della verità e del bene comune.
Anche la
teologia, come scienza, ha un suo legittimo posto nell'Università
accanto alle altre discipline. Essa, come le compete, ha principi e metodi
propri che la definiscono appunto come scienza. Purché aderiscano a tali
principi e ne applichino il rispettivo metodo, i teologi godono anch'essi della
medesima libertà accademica.
I vescovi
incoraggino il lavoro creativo dei teologi. Essi servono la Chiesa mediante la
ricerca condotta in modo rispettoso del metodo teologico. Essi cercano di
comprender meglio, di sviluppare ulteriormente e di comunicare più
efficacemente il senso della rivelazione cristiana come è trasmessa
dalla Sacra Scrittura, dalla tradizione e dal magistero della Chiesa. Essi
studiano anche le vie, mediante le quali la teologia può portare luce
sulle questioni specifiche, poste dalla cultura odierna. Nello stesso tempo,
poiché la teologia cerca la comprensione della verità rivelata,
la cui autentica interpretazione è affidata ai vescovi della Chiesa
(cfr. «Dei Verbum», 8-10), è elemento
intrinseco ai principi e al metodo propri della ricerca e dell'insegnamento
della loro disciplina accademica, che i teologi debbano rispettare
l'autorità dei vescovi e aderire alla dottrina cattolica secondo il
grado di autorità con cui essa è insegnata (cfr. «Lumen Gentium», 25). In ragione dei
rispettivi ruoli collegati tra loro, il dialogo tra i vescovi e i teologi
è essenziale; e ciò è vero specialmente oggi, quando i
risultati della ricerca sono tanto rapidamente e ampiamente diffusi attraverso
i mezzi di comunicazione sociale (cfr. Sacra Congregazione per la dottrina
della fede, «Instructio de ecclesiali theologi vocatione Donum Veritatis», 24
maggio 1990).
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