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1 - ORO
-1-
- Mostratemi dunque
un piedino.
Ella lo allungò
subito fuori dalla corta sottana nera.
- Grazie,
principessa.
- Mi avete
riconosciuta? - domandò con un tremito nella voce sottile, abbassando
vezzosamente il volto sotto il mascherino per guardare la scarpetta scollata,
in pelle bronzina, a bottoncini rotondi sopra un fianco, che teneva ancora
alzata.
- Talento di
calzolaio! - l'altro replicò, mentre il gruppo delle maschere si scioglieva
come per incanto a quel nome di principessa.
Infatti Lelio
Fornari, non ancora celebre, ma già abbastanza noto per un romanzo crudele di
satira contro le signore della città, aveva pronunciato quel titolo con una
inflessione di voce ben diversa dal tono mordace, col quale da mezz'ora teneva
testa agli attacchi di tutte quelle mascherine borghesi. In fondo il suo
spirito, bizzarro ed altero, si compiaceva di tale minimo trionfo al veglione
del grande club cittadino, ove capitavano talvolta anche le dame
dell'aristocrazia clericale.
La principessa era
allora fra esse quella più in voga.
Quindi Lelio Fornari
inchinandosi elegantemente le offerse il braccio senza parlare; ella accettò.
Ma una delle prime
maschere tornò indietro sbarrando loro il passo.
- Guardatene - si
rivolse alla principessa col tono confidenziale da maschera a maschera: - è un
uomo cattivo.
Lelio, che la
conosceva, sdegnò di rispondere.
- Non amerà che i
tuoi piedi.
- Sarebbero mai più
piccoli del suo cuore? - ribatté con accento canzonatorio la principessa.
- Un uomo, che
insulta le signore nei propri libri!
- Vi lagnate dunque
per qualche amica?
- Vi avrebbe
riconosciuta! - esclamò la principessa, aggravando quella ironia.
La mascherina, moglie
di un maggiore di fanteria, una brunetta piccante, che non mancava mai ad una
festa del club e si lasciava corteggiare troppo palesemente da tutti, trasalì
sotto la maschera.
- Da che cosa
credereste di avermi indovinata? -
La principessa si
volse aspettando.
- Dai piedi - rispose
insolentemente Lelio: - voi siete molto più piccola, eppure li avete più grandi
della principessa.
La folla delle
maschere si pigiava in due immensi saloni, rumorosamente, sotto la luce cruda
dei lampadari a gas, che gli enormi specchi incastrati nella parete ripetevano
all'infinito per una infilata luminosa, come un altro corso di maschere
silenziose nel baccanale dei propri vestiti.
La principessa
sospesa al braccio di Lelio, che glielo premeva insensibilmente profittando di
tutte le spinte, disse:
- Siete stato
brutale.
- Vi piacerei per
questo difetto?
- No.
- Ne ho altri.
- Sentiamo: ditemi
prima i migliori.
- Vi amo.
- Così presto?
- Perché così presto?
Vi siete pure accorta che vi seguo per strada da sei mesi.
- Davvero! -
Egli non rispose.
- Allora ditemi anche
perché mi amate.
- Non lo so.
- Ditemi come.
- Nemmeno.
- Non sapete proprio
altro?
- Altro… cioè…
- Ebbene?
- Questo rientra ne'
miei difetti peggiori.
- Sentiamo
egualmente.
- So che un giorno mi
permetterete di amarvi.
Una franca risata le
agitò dinanzi alle labbra la blonda di merletto nero.
- Ma chi può averlo
detto?
- Voi stessa.
- Oh! diventate
enigmatico.
- Tutti gli enigmi
non sono tali se non perché debbono venire sciolti. Io vi seguo da sei mesi, ve
l'ho detto quantunque lo sapeste già; ve ne accorgeste subito, la prima volta,
all'angolo del Pavaglione, allorché, urtandovi quasi, io mi arrestai, sorpreso
dalla strana espressione del vostro volto.
- Strana! - ella
ripeté quasi irritata di non ricevere un complimento migliore.
- Oh! non siete
bella, ecco la vostra superiorità. Se aveste le forme statuarie e il viso
classico della contessa Ghigi, non vi avrei nemmeno guardata: la bellezza che
si può misurare al compasso non serve più che negli esemplari d'accademia e pei
romanzieri della vecchia scuola. Allora una modella dovrebbe essere la donna
più adorata e più adorabile, mentre invece la si paga ad ore, e nessuno pensa a
lei se non per paragonarla a qualche altra meno difettosa, perché nella sua
classe la vera bellezza è la statua.
- Conosco questa
vostra teoria, l'avete già sviluppata nell'ultimo romanzo.
- Aspettate: ecco
quello che non vi ho messo. Voi sorrideste all'urto, col quale vi respinsi quasi
allo svoltar di quell'angolo: eravate vestita di una lana azzurra listata di
bianco, cogli stivalini alti, un piccolo cappello da uomo, una bizzarria di
acconciatura, che vi attirava tutti gli sguardi e che voi sola potevate
arrischiare in provincia.
- Avete buona
memoria.
- Io mi volsi, tornai
indietro per seguirvi: non vi avevo ancora veduta. La vostra figurina snella mi
ondulava dinanzi con passo quasi saltellato piegando appena la testa per
ricevere un saluto fra la gente, che si rivolgeva a guardarvi, e che avevate
quasi l'aria di allontanare colla graziosa alterigia del portamento. Mi erano
rimasti impressi i vostri occhi: dovevano essere glauchi, di un
verde-mare inesplicabile nella mobilità del suo colore fra
le iridi improvvise degli sguardi. Vi sorpassai; mi vedeste, mi fermai in fondo
al portico per studiarvi meglio, poi vi seguii dappertutto, sino al vostro
palazzo. Vi avevo veduta.
- Non ero bella.
- Per fortuna.
- Altrimenti non mi
avreste amata?
- Ve l'ho pur detto.
- Ma davvero non vi
piacciono le belle signore?
- Né signore, né
belle.
- Cosicché…?
- Voi non siete né
l'una né l'altra.
Ella non s'irritò,
presa in quella bizzarra conversazione, che il luogo e l'abito potevano
permettere; tornò a ridere.
- Perché mi amate dunque?
- Non lo so, vi dirò
invece perché mi piacete. Questo lo so bene. Vi conosco come voi stessa forse
non vi conoscete, benché sentiate che la vostra forza di donna non sta nella
bellezza e nel vostro titolo di principessa.
Erano passati nel
secondo salone, più vasto, parato di una carta gialla, e un po' meno affollato.
Molti avevano già notato la nuova maschera di Lelio e la studiavano acutamente,
indovinando dall'aria altera di lui che dovesse essere qualche gran dama. Lelio
Fornari non era simpatico. Sebbene fosse quasi bello e le brillanti qualità del
suo spirito lo rendessero prezioso in tutte le conversazioni, si temeva troppo
la mordacità improvvisa dei suoi frizzi, spesso anche troppo veri, e si
seguitava a negargli l'importanza dell'ingegno, meno per l'arditezza della sua
originalità che per l'immodestia battagliera, colla quale egli l'adoperava.
Si trovò quindi
serrato nuovamente in un gruppo di maschere, cui si aggiunsero alcuni eleganti,
in marsina, colle camicie lucenti come la porcellana, gli occhi vividi della
curiosità leggermente sguaiata di tutti i veglioni.
La principessa era
tutt'altro che una maschera signorile: non aveva che uno scialle bianco,
antico, a ricami finissimi e frangiato sopra un abito di seta nera a sottana
corta; nessuna altra traccia di ricchezza. Portava lo scialle sulla testa come
le donne del popolo, con un mascherino nero, volgarissimo, i guanti a due soli
bottoni.
Nullameno l'eleganza
del portamento, e quella indefinibile disinvoltura delle grandi dame,
lasciavano trapelare da tale borghese acconciatura un sentore aristocratico con
qualche acredine di mistero, che attirava la gente.
- Finirai in un suo
romanzo, mascherina.
- Oh! i romanzi
scritti! - ella ghignò sotto la blonda.
- Ti ha letto! -
esclamò il conte Turolla, uno dei più eleganti.
- Sarei allora al suo
braccio? - replicò in falsetto la principessa.
Tutti scoppiarono a
ridere. Lelio tacque: evidentemente quell'intoppo l'irritava.
- Hai dunque perduto
il tuo spirito? - lo aggredì una mascherina afferrandogli l'altro braccio. -
Mascherina, voi dovete averlo già innamorato: vedete, non è più riconoscibile!
- Non m'innamoro mai.
- Vanteria! - esclamò
la mascherina.
- Abilità, altrimenti
non si è mai amati.
La principessa lo
guardò involontariamente.
- Adesso
improvviserai una teorica - intervenne daccapo il conte Turolla; - l'amore vero
è contagioso.
- Non vi sono più
amori veri; voi stesso, conte, ne siete una prova. Sareste così elegante se
credeste alla possibilità di essere amato per voi stesso? -
L'altro non seppe
rispondere subito.
- Toccato! conte! -
gli si rivolse la principessa.
- Toqué - egli
ribatté con un mediocre gioco di parole.
- E di me, senza
dubbio - ella rispose tirando il proprio cavaliere fuori del gruppo, e gittando
al conte sotto la maschera con voce di scherno:
- Ma, e Cornelia?
- Sarà coi Gracchi.
- A gracidare.
- Ih! ih! oh! -
Allora Lelio profittò del chiasso
provocato da quelle scempiaggini per fare due altri salti e perdersi nella
folla.
- Idioti! - mormorò
la principessa.
- Sono i vostri
cortigiani.
- Infatti mi dicono
talvolta che sono bella - replicò appoggiandoglisi al braccio; e tradendo così
il desiderio di riprendere con lui l'interrotta conversazione.
- Hanno ragione
perché non vi conoscono. Infatti che cosa siete per loro? La principessa
Montalto di origine vecchia, con un gran patrimonio, un gran nome e un
magnifico palazzo, nel quale li ricevete quando non siete o a Roma o in villa.
Avete dei cavalli, date delle feste, invitando, benché la vostra sia una
famiglia clericale, quasi tutte le persone eleganti di ogni classe e di ogni
partito. Vi debbono ben dire che siete bella, poi lo credono. Siete alta,
sottile, avete un portamento inimitabile, una freschezza di gran fiore. Le
vostre eleganze parigine disorientano i loro gusti e i loro giudizi
provinciali; qualche volta, in teatro o in carrozza, vi obliate in pose da
sognatrice.
Lelio, che la
guardava negli occhi, glieli vide battere improvvisamente: le loro ciglia
troppo lunghe passavano dai fori del mascherino come una peluria di seta.
- Per voi non sono
così?
- Io vi conosco.
- Senza avermi mai
parlato prima d'ora.
- Mai.
- Siete stravagante.
- Confessate che da
quattro anni, i quattro anni del vostro matrimonio, non siete mai stata come vi
credono i vostri cortigiani.
- Vorreste il mio
segreto.
- Sono io che ve lo
dirò.
Ella ebbe un gesto.
- Bisogna amarvi per
averlo indovinato. Voi non siete la principessa di Montalto nata contessa
Malavolti; eravate come straniera nella casa fredda di vostra madre, siete
appena un'ospite in quella di vostro marito. Dovunque siate nata e comunque
viviate, in voi è qualche cosa di diverso dalla famiglia e dalla razza, cui
appartenete. Il vostro mondo non è questo, l'ignorate voi stessa, e nemmeno io
saprei dirvelo; ma deve essere lontano, in una di quelle regioni e di quelle
epoche nelle quali il disordine era la poesia della vita, e ogni passione
alzava la bandiera della propria libertà. Adesso invece vi manca tutto, siete
malcontenta, annoiata: la vostra eleganza non è che un omaggio reso alla folla,
e che essa vi restituisce col suo gusto infantile delle cose rare.
- Per farmi il
ritratto, ecco che disegnate una testa di fantasia.
- La vostra è appunto
una testa fantastica. I vostri capelli troppo crespi per una signora sembrano
aver conservato l'arsura dei grandi soli, ma non sono veramente belli che
spettinati, mentre invece li bipartite a madonna con una violenza di contrasto,
che dà al vostro volto una espressione beffarda di idealità. Avete gli occhi
verdi, la bocca larga ed ardente, la pelle bruna, ombrata di peluria; il vostro
sorriso è quasi sempre violento, la vostra voce invece è sottile e dolce come
quella di un bambino. Nessuna delle altre signore è così: esse non sono più che
piccole borghesi, di una educazione più corretta, ma di un gusto raramente
fino. La loro bellezza, quando sono belle, è nota anticipatamente: è una
riproduzione più o meno castigata dei modelli, che servirono così bene ai
nostri grandi vecchi pittori di razza latina.
- Sono dunque una
gitana?
- Nel corpo, ma avete
tutto il mare negli occhi e…
- E?
- Ve lo dirò più
tardi: voi non avete mai amato, non amerete mai.
- Nemmeno mia madre,
nemmeno i miei figli, se ne avrò?
- Nemmeno.
- Mi concedete poco -
ribatté sardonicamente.
- Nullameno vorreste
amare - egli seguitò scrutandola con acutezza negli occhi. - I vostri capricci,
costretti a storpiarsi per passare attraverso il piccolo mondo elegante delle
vostre relazioni, vi rendono cattiva: lo sentite voi stessa, talvolta al punto
di insuperbirne.
Ella abbassò la testa
come colpita dalla verità di questa analisi.
- Avete finito?
- Quello che volevo
dirvi adesso? Sì.
- E voi solo mi
amate?
- Sì.
- Perché?
- Ve l'ho pur detto:
non siete né signora, né bella; avete qualche cosa della donna fuori della
nostra civiltà, la quale non ha saputo farne che una dama o una serva.
- Siete un romantico.
- Può essere, ma vi
ho indovinata.
- Chi sa!
- Perché siete venuta
a parlarmi?
- Per sentirvi
rispondere.
- E adesso?
- Fatevi presentare.
- Quando?
- Appena mi sarò
tratta la maschera per il cotillon.
La sua voce breve
sembrava dare un ordine.
Alla sua volta Lelio
Fornari s'imbarazzò: dopo tutta quell'arditezza di fraseologia la semplicità
della conclusione lo sorprendeva.
- Irma! - esclamò
improvvisamente come in un impeto di passione.
- Lelio - ella
ribatté quasi col medesimo accento sfuggendogli dal braccio, e perdendosi fra
la folla prima che egli riuscisse a riafferrarla.
- Battuto al primo
capitolo! - gli sussurrò una voce all'orecchio, mentre altre maschere lo
riassalivano senza lasciargli il tempo di riprendere il solito tono di braveria
spirituale.
Il veglione non era
che a mezzo, e malgrado l'ampiezza di quei due saloni, si poteva appena
ballare.
Nel meno vasto, tutto
a stucchi e a specchi, un suonatore noleggiato, bel vecchio dal colorito rosso
e dalla testa calva, suonava quasi sempre dei valtzer appena la piccola
orchestra taceva nell'altro; ma la ressa delle maschere era tale che solo nel
mezzo si era potuto aprire un circolo per le coppie più ballerine.
Gli ispettori del club, col
nastrino azzurro all'occhiello della marsina, s'affannavano indarno a
conservare l'ordine del ballo, presi anch'essi nello stordimento di tutta
quella confusione educata, fra l'abbarbaglio dei colori, la stravaganza dei
costumi, lo scintillìo, l'addensarsi subitaneo dei gruppi, che una parola
bastava a sciogliere talvolta, mentre spesso ingrossavano come nella violenza
di un tumulto. Era tutta la borghesia di Bologna, ricca, avida di piacere in
quegli ultimi giorni di carnevale, e che la confidente promiscuità della
maschera liberava amabilmente dalla fatica di fingere come nelle altre feste
una eleganza di modi superiori alla sua vita.
Le signore più note per sfarzo
erano già state riconosciute e girellavano con dietro un crocchio di
ammiratori; altre, fanciulle o mogli di piccoli impiegati, camuffate alla
meglio, andavano sole o s'arrestavano agli angoli, respinte da quella folla più
felice, allineandosi involontariamente alle pareti come quei rimasugli
ributtati dalle acque del mare senza cessa alla riva, e che vi rimangono come
una indefinibile orlatura.
Poi l'onda delle
maschere sboccando dalle porte dei due saloni dilagava per tutte le altre sale
del club, ove alcuni vecchi solitari giuocavano ostinatamente la partita di
tutte le sere, o qua e là sui divani qualche coppia dalla posa impacciata
sembrava attendere sempre un momento più opportuno per restringere ancora il
proprio duetto.
Nella sala del camino un giovane
deputato della città, grassoccio e bonario come un curato di campagna,
discuteva di politica fra l'attenzione di pochi, paghi di affettare così per
l'allegria di quel veglione una trascuranza di gente superiore.
E la lunga fila delle
mamme e delle zie venute sino lì a rimorchio da tutte le case, anche le più
lontane della città, passavano in una processione lenta, come di ombre nere e
silenziose fra gli scoppi irrefrenabili delle voci e i passi, le piccole corse
saltellanti delle coppie più giovani, che sfuggivano pazzamente per ritornare
subito indietro cogli occhi ardenti, il volto roseo, lasciando quasi sempre una
traccia acuta di profumo.
Lelio Fornari appena
poté rompere la folla uscì dalla porticina del salone giallo a sinistra, presso
il palcoscenico, e pel corridoio a specchi, fra due file di sofà gremiti di
maschere e di marsine, venne sino alla sala del caminetto.
Il giovane deputato
gli rivolse la parola.
- Già stanco lei!
- Si soffoca.
E gettandosi sulla
poltrona accese una sigaretta.
Ma anche lì
seguitarono per lui i saluti e i frizzi delle maschere. Realmente era seccato:
una noia improvvisa di quel grande gaudio volgare gli era entrata nell'animo
dopo quel colloquio così facile e insieme temerario colla principessa. Adesso
scrutava nella memoria i suoi più effimeri atteggiamenti, meravigliandosi di
quanto aveva potuto dirle senza che ella se ne mostrasse minimamente offesa.
Come mai si era tanto inoltrato? Perché l'altra glielo aveva permesso? Lelio
Fornari non era ricco. Malgrado la facilità di essere accolto per la sua
nascita e per la sua educazione anche nei migliori saloni del piccolo olimpo
bolognese, egli non aveva davvero molte relazioni: sdegnava la piccola
borghesia, quantunque affollata di belle ragazze, e temeva d'ingolfarsi in
spese maggiori delle proprie risorse frequentando troppo l'alta società. Le
sere, quando non lavorava, o qualche cagione improvvisa non lo traeva solitario
per le vie più remote della vecchia città, le passava tutte al «Caffè delle Scienze»
fra un gruppo di amici, già invidiosi della sua piccola gloria, ma con tutto
l'ardore delle più nuove idee nel cervello e la gioconda virulenza della
giovinezza nel sangue. Naturalmente egli li dominava.
Lo conoscevano, o
almeno credevano di conoscerlo ancora più orgoglioso che ambizioso, di un
pessimismo affettato in quella sua posa di non innamorarsi e di non credere
all'amore delle donne.
Egli invece ne
soffriva segretamente.
Un piccolo ventaglio
lo percosse sulla spalla. Egli balzò in piedi, ma la maschera dallo scialle
bianco, frangiato a bellissimi ricami, passò oltre al braccio del prefetto, un
omiciattolo sulla quarantina già calvo, con due fedine bionde e due gambe
grottescamente arcate, che gli davano malgrado la solennità della fisonomia un'aria
bizzarra di pagliaccio.
Poi la mascherina
ripassò gettandogli dagli occhi verdi un rapido sguardo abbagliante.
Il circolo si era
diradato intorno al caminetto.
- La conosce quella
mascherina? - chiese il giovane deputato a Lelio Fornari.
- Ho appena qualche
sospetto.
- Io credo di averla
riconosciuta.
Lelio già ricomposto
aspettò la rivelazione, ma l'altro, che voleva essere pregato, tacque.
- Vuoi fare un giro
con me, cattivo? - arrivò saltellando quella mascherina, la brunetta del
maggiore, che aveva tentato di turbargli il primo incontro colla principessa.
Allora Lelio
ridiventò amabile.
- Temo di attirarmi
troppi odi.
- Vieni egualmente,
sono io che ti difenderò.
- Avresti il coraggio
di comprometterti per così poco? -
Ella ebbe un grazioso
movimento di testa, prendendogli il braccio per trascinarlo dietro la
principessa, della quale si vedeva lo scialle bianco riflesso nell'ultimo
specchio in fondo all'appartamento.
- Tu ami la
principessa.
- No.
- Provamelo.
- Non vi è che un
modo.
- Quale?
- Provare invece che
ti amo, lo accetteresti?
- Prima che mi sia
offerto? È vero che non sono una signora, me lo hai detto dianzi: tratti così
con tutte le altre donne?
- Senti, mascherina,
in questo momento tu mi abbomini: vorresti vendicarti di tutto il male che non
ti ho fatto.
La principessa
tornava indietro; Lelio ebbe un fremito, sul suo viso apparve come uno sdegno
di noia.
- Me ne vado, me ne
vado, non voglio rendere altri geloso - gli urlò sul viso la mascherina
piantandolo improvvisamente in mezzo alla stanza così che la principessa
udisse; e fuggì con un grande svolazzo di sottane tutta contenta di aver potuto
compiere quella piccola malignità.
Allora Lelio
scioccamente si mise dietro alla principessa rimproverandosi di fare una così
magra figura, e pensando a quale degli amici avrebbe chiesto il favore di
quella presentazione.
Ma il cotillon
tardava. Nell'allegria crescente delle sale passavano dei soffi di follia e di
passione; l'aria troppo riscaldata da quell'eccesso d'illuminazione a gas si
era riempita di profumi e di una polvere sollevata dallo scalpiccio di tutti
quei piedi, che turbinava sulle larghe fiamme dei becchi dorati; tutti i visi
si erano animati, i gesti parevano febbrili, le voci salivano sino alle urla più
squarrate per ridiscendere ad un murmure sommesso nella stretta dei colloqui
ostinati, fra lo stridore vitreo delle malignità e le tentazioni di tutte
quelle carezze arrischiate o sopportate. Persino molti vecchi si erano lasciati
vincere dall'orgasmo generale, e passavano a braccetto di qualche maschera
affettando di satireggiare sé medesimi nell'esagerazione del portamento, ma in
fondo trepidanti di una tale ripresa di giovinezza, che li rituffava nell'onda
inebriante della vita dopo tanti anni trascorsi in secco sull'ultimo lido. Solo
la processione delle mamme e delle zie, ammantellate di nero, seguitava colla
stessa lentezza annoiata, riposandosi a grandi distanze da un divano all'altro,
o nel passare davanti ad una pendola la consultavano con lunghe occhiate,
mentre la ressa fuggente delle mascherine le urtava momentaneamente, e qualcuna
affannata, saltellante, nell'iride dei propri colori, stringeva all'improvviso
una di esse al collo, le sussurrava fra il nero del cappuccio qualche parola, e
scappava furbescamente prima di ricevere la risposta.
Quindi le ombre
proseguivano crollando il capo con una rassegnazione contenta della gioia
altrui.
I più annoiati erano
i pochi provinciali, perché anche Bologna come tutte le capitali per quanto
piccole ha questa categoria alle proprie feste, e i giovanetti di primo
carnevale, cui la confidente facilità degli altri eleganti faceva soffrire
nell'amor proprio; quindi si raggruppavano qua e là per riunire tutte le loro
debolezze in un assalto di maldicenza, o isolati sopra una poltrona tentavano
tratto tratto di ostentare la noia.
Alcuni bevevano.
Lelio Fornari si
riconobbe ridicolo. Tutto il suo orgoglio era prostrato da quelle poche
scherzose parole della principessa, che dicendogli di farsi presentare aveva
risposto così repentinamente al suo urlo inconsapevole.
- Irma!
Girellò ancora pel
vasto appartamento seguendola da lontano per attendere almeno qualche gesto, ma
ella sembrava averlo dimenticato. Benché riconosciuta già da tutti, seguitava a
tenere la maschera per divertirsi di quel frastuono senza prendervi troppa
parte, barattando qualche stretta di mano colle più intime conoscenze, che le
si inchinavano ossequiosamente come se fosse già smascherata. E a poco a poco
il suo codazzo si era ingrossato, molte signore in toeletta da ballo venivano a
complimentarla, altre l'avevano invitata a cena.
- E Giulio, tuo
marito?
- È a Roma.
Le sale per la cena
erano al pianterreno, ma un piccolo gruppo di signore con quella prepotenza
aristocratica, cui i circoli borghesi non sanno mai resistere, si era fatta
apparecchiare una tavola nell'ultimo gabinetto presso il botteghino del caffè,
malgrado il tintinnìo dei bacili e dei bicchieri, che ne usciva come da uno
sbocco di officina.
Lelio a poca distanza
dalla principessa in quel momento, avrebbe dato un anno della propria superba
giovinezza per essere fra quegli invitati, ma tutto il suo ingegno e la sua
educazione non potevano meritargli simile onore. Il conte Turolla invece,
capitando in quel punto, offrì il braccio alla principessa, che lo pregò di
trarle il mascherino. Egli levò prima delicatamente i due lunghi spilloni, che
le fissavano lo scialle sul mazzo dei capelli, quindi tirando al disopra di
questo la fettuccia elastica le liberò il viso. La principessa apparve rossa,
cogli occhi gonfi, tutta in sudore: la sottile peluria delle sue gote pareva
brinata.
- Oh! - esclamò
scherzosamente - chissà come sono!
E si avviò la prima
senza degnare Lelio Fornari nemmeno di uno sguardo.
Questa indifferenza,
che qualunque altro di quel piccolo mondo aristocratico avrebbe preso per una
necessità dell'etichetta, ferì profondamente l'amor proprio del giovane
romanziere. Tutti gli odi malati della sua vanità proruppero come una muta di
cani al primo allentare dei guinzagli dietro le orme fuggenti di una volpe.
Nessuno degli eleganti invitati a quella breve cena olimpica valeva quanto lui,
che senza titoli sapeva di discendere da un'antica famiglia feudale, forse con
poco lustro nelle cronache, ma di un sangue più puro, se mai sangue puro poté
conservarsi nelle famiglie, che quello medesimo dei Montalto. Sciaguratamente
una stessa decadenza economica aveva forzato tutti i suoi parenti a
destreggiarsi nelle professioni: alcuni erano rimasti in campagna, mutati in
piccoli proprietari, economi ed incolti senza più alcun orgoglio di tradizione.
Suo padre era fra questi. Egli invece aveva studiato legge, ma non ne avrebbe
mai esercitato il mestiere subdolo e proficuo, meno ancora per una ripugnanza
dell'ingegno che per la nativa alterezza del carattere. Viveva quindi
parcamente colla pensione assegnatagli dal vecchio padre sulla dote materna la
prima metà dell'anno a Bologna, e nella estate si ritirava sui monti ad una
villa assai malandata col nobile pretesto di comporvi qualche libro. Tutto ciò
gli sembrava ancora di un grande tono aristocratico, sebbene quella vita a
Bologna gl'infliggesse tratto tratto dolorose umiliazioni. Infatti dal grosso
club cittadino avendo voluto passare all'altro dei nobili frammezzato anch'esso
di borghesi importanti, benché un qualche arricchito troppo presto venisse
periodicamente escluso, si era urtato a parecchie difficoltà di antipatie. Non
vi si giuocava e non vi si faceva grande lusso, ma la poca pensione ve lo
esponeva egualmente ad amari riserbi nell'evitare certe partite di piacere o
nell'accettare certi inviti.
Infatti egli
rimproverava sovente a se medesimo questa debolezza. La sua larga cultura
filosofica, gli istinti ribelli, che nella prima giovinezza, quando in Italia
il socialismo non era ancora partito, lo avevano tratto passionatamente nel
campo dei novatori più rivoluzionari, e un buon senso sicuro, cui doveva le
migliori osservazioni ne' suoi romanzi ancora saturi di vecchio romanticismo,
gli mettevano facilmente a nudo l'inane vanità di tale pretensione. E non
pertanto l'alterigia inguaribile dello spirito, esagerata ancora dalla finezza
del suo gusto, lo condannava inesorabilmente a cercare l'eletta compagnia
mondana fra gente, alla quale gli sarebbe stato impossibile comunicare le
proprie idee, e che giudicava i suoi libri un semplice dilettantismo.
Quindi tale
noncuranza della principessa lo sferzò a sangue sul cuore.
«Una civetta come
tutte le altre!» mormorò poco dopo mentalmente rituffandosi nel veglione.
Ma lo spettacolo gli
parve allora anche più volgare. Nessuna maschera era elegante, nessun costume
rivelava un'idea o almeno una sufficiente cultura nell'imitazione: poco lusso e
non molta grazia. Oramai tutte le signore erano discese a cena; rimanevano le
figlie e le mogli degli impiegati, che profittando dell'intervallo cominciavano
a ballare senza più soggezione degli altri, in un allegro oblio della propria
meschinità. Qualche coppia vagava a braccetto, assorta, beata momentaneamente
di una intimità chissà da quanto tempo sospirata. Egli non volle ballare:
alcune fra quelle ragazze senza maschera lo ammirarono sinceramente.
«Che buffonata!»
pensò all'improvviso insolentendo tristamente contro quel sollazzo di una
piccola gente curvata tutto l'anno sotto il peso della economia domestica.
Tuttavia una vanità
anche più piccola lo attirava irresistibilmente verso quell'ultimo gabinetto,
nel quale cenava la principessa. Resistette, poi colla solita sofistica di
tutte le passioni si persuase di vincere una falsa paura coll'andarvi, e
traversò il vasto appartamento fino allo stanzino del caffè per chiedere delle
sigarette.
Nel passare per
quell'ultimo gabinetto, ove non sedevano a tavola che quattro uomini e quattro
donne, nessuno gli badò; egli ripassò altero, senza guardare, avendo già
rinunciato internamente a quella presentazione.
- To'! non ceni? -
gli chiese gaiamente un maestro di pianoforte, allegro giullare torinese non
senza qualche piccola qualità di artista, che divertiva tutte le signore di
Bologna.
- Non ho fame.
- Sei innamorato? Ah!
tu no, me lo ero scordato.
- E tu dove ceni?
- Dalla contessa
Ghigi, la divina; dev'essere laggiù nell'ultima saletta colla principessa
Montalto, la marchesa Ruffoni e la signorina Antici. Me lo hanno detto. Tu non
conosci alcuna di loro?
- Alcuna.
- Vuoi che ti
presenti?… fra noi artisti….
Lelio Fornari frenò a
stento un sorriso di albagia.
- Come vorrai.
- Allora vieni con
me.
- Alla loro tavola?
- C'inviteranno: ci
vado a posta.
- Tu puoi farlo, io
no; non le conosco.
L'altro s'ingannò sul
tono sardonico delle parole.
- Dopo, non mancherà
tempo. Quale ti piace di più?
- Nessuna veramente.
- Io preferirei la
principessa come donna.
E il giullare
commentò questa preferenza con un gesto lubrico.
- Allora presentami a
lei.
- Ciao.
Lelio Fornari tornò
nella sala del caminetto. Il giovane deputato, in colloquio grave col prefetto,
parlava dell'ultima crisi ministeriale così incostituzionalmente risolta dal
presidente Agostino Depretis; il prefetto andava guardingo, mentre l'altro
ripeteva con una certa enfasi i soliti luoghi comuni dei giornali.
Egli si mescolò alla
conversazione. Più colto e perspicace d'entrambi si mise a difendere Depretis,
disegnando un po' confusamente la sua complessa figura di vecchio parlamentare.
Naturalmente la discussione si rinfocolò, ma egli otteneva così di trattenerli
finché ripassasse tutto quel gruppo di signore colla principessa, e allora il
prefetto le avrebbe indubbiamente fermate fornendo al maestro Armandi un
momento opportuno per la presentazione. Poi non gli spiaceva di farsi vedere da
lei in tale compagnia semi-diplomatica. Quindi il suo
spirito aizzato trovò qualche paradosso originale: Agostino Depretis, così
profondamente scettico dopo essere stato così caldo rivoluzionario, era la più
viva espressione del momento politico in Italia.
- Chi può credere
adesso fra l'epopea, che si dissolve, e la commedia, che riannoda la vita
suscitata dall'epopea? È l'ora dei volteggiatori politici: la sinistra arrivata
al potere ne impara le difficoltà tradendo tutto il proprio programma. Agostino
Depretis è forse ancora il solo fra tutti quelli che gli mutano intorno, il
quale conservi alto il sentimento della grandezza nazionale.
- Egli inizia una
nuova êra di corruzione - proruppe il deputato.
- L'avrà dominata.
- È certamente un
uomo superiore - replicò il prefetto contento dell'aiuto imprevedibile, che gli
veniva dal giovane romanziere. - Ah! ecco un gruppo di signore.
Infatti la
principessa si avanzava prima fra il conte Turolla ed Armandi; questi affettava
grottescamente delle arie da domestico.
Il prefetto e il
deputato s'inoltrarono per salutarle, si formò crocchio: Lelio rimaneva un po'
dietro al prefetto. Allora Armandi lo presentò: la principessa ricevette il suo
inchino, gli tese la mano colla solita cortesia, e passò oltre senza parlare.
Lelio e il deputato
rimasero addietro, soli.
- La più bella è
sempre la contessa Ghigi: la principessa non è che piccante.
Lelio Fornari sollevò
bruscamente la testa come sotto la puntura di una ironia, ma quando tornò nel
salone gli dissero che la contessa Ghigi e la principessa Montalto se n'erano
già andate.
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