-2-
Tutte le volte che
Lelio Fornari incontrava la principessa Irma riceveva il medesimo saluto. Ella
sembrava averlo già veduto da lontano e dava al proprio volto o alla propria
posa una seduzione più acuta: egli invece si irrigidiva traendosi seccamente il
cappello, ma si rivolgeva tosto a guardarla, e allora, qualunque distanza li
separasse, i loro sguardi s'incrociavano rapidi e sfavillanti.
Lelio fremeva
cupamente di collera.
Da quella
conversazione in maschera non era più riuscito ad averne altra colla
principessa partita poco dopo per Roma; ma vi era rimasta quasi tutta la
quaresima, e quindi al ritorno non aveva aperto che il salotto per i più
intimi. Lelio Fornari, conoscendo il marito solamente di vista, non avrebbe
potuto andarvi senza un invito speciale: aveva portato le due carte da visita
al palazzo il giorno dopo la presentazione, e tutto era rimasto lì. Chi era
stato dunque più audace in quella conversazione, egli dandole della gitana e
schizzandole un ritratto insolente quanto bizzarro, o ella lasciandolo dire e
rispondendo a quel grido col suo nome nell'atto di fuggire senza lasciarsi più
riprendere? Conosceva egli davvero quella donna, della quale si raccontavano
tanti scandali, mentre il marito, beone e cacciatore, sembrava non accorgersi
di nulla? Malgrado un indefinibile convincimento in quella intuizione, che
credeva aver avuto del suo carattere o piuttosto della sua figura, si era
dovuto confessare amaramente di aver trasceso nel fare con lei dello spirito
con una vanteria di romanziere sempre in agguato per sorprendere qualche
carattere eccezionale. La goffaggine di quest'ultima posa, resa ridicola da
troppi autori, aveva certamente fatto sorridere in lei la gran dama.
Generalmente le signore non hanno per l'arte, e più ancora per quella dello
scrittore, che una stima mediocrissima: la giudicano uno dei tanti passatempi
offerti alla superiorità della loro posizione, accordando appena qualche
importanza ai grandi nomi consacrati dalla fama. Tutti gli altri non sono che
della gente, la quale vive del proprio lavoro e cui si può giovare comprando il
libro.
Lelio Fornari era già
rimasto offeso da questo giudizio della grande classe mondana. Tale dispregio
della propria arte, nella quale sentiva di poter diventare qualche cosa, gli
pareva una ingiustizia più dolorosa di quante altre avvelenavano o
schiacciavano la vita degli altri poveri: quindi il suo primo sentimento era
stato di odio verso la principessa. La superbia di artista, aiutata
dall'orgoglio della giovinezza, gli faceva sentire di essere abbastanza bello
per contendere una donna a qualunque altro uomo sino alle conseguenze più
pericolose; ma i saluti e i sorrisi della principessa, appena tornata da Roma,
lo avevano daccapo imbrogliato. Perché civettava ella così pubblicamente con
lui? A teatro lo cercava insistentemente col binoccolo, gli sorrideva, una
volta aveva persino risposto al piccolo saluto, col quale egli provocantemente
aveva osato affettare verso di lei una ingiustificabile intimità. Poi
all'uscita, nell'atrio, passando a braccio del marito, gli aveva rivolto un
cenno confidenziale.
Egli fremente si era
slanciato per seguirla, ma non aveva potuto scorgere dal portico troppo gremito
di gente che allontanarsi la sua carrozza; poi l'indomani era ripassato almeno
dieci volte sotto le alte finestre del suo palazzo nella inutile speranza di
vederla. Oramai molti si erano accorti di questo maneggio, e colla facilità del
pubblico ad accrescere il numero degli amanti alle dame della grande galanteria
avevano fatto a Lelio Fornari i primi complimenti insidiosi sulla sua nuova
conquista. Invece egli credeva di sapere molto esattamente che la principessa
era ancora in relazione con un principino della città, bel giovane magro, di
un'antica famiglia rovinata, e che un matrimonio avrebbe un giorno o l'altro
rimesso a galla. Si erano narrati particolari su particolari di quell'amore.
Ella imprudente talvolta sino alla sfrontatezza si era mostrata con lui
dappertutto, ad ogni ora, di notte e di giorno, per le stradicciuole remote e
sotto i portici del Pavaglione: aveva persino viaggiato sola con lui da Bologna
a Milano, mentre il marito stava a Roma. L'altro, geloso di quanti le facevano
la corte, avrebbe voluto abbandonarla cento volte, ma ritornava sempre ai suoi
piedi, piangendo, vinto da una malìa impudica, alla quale tutti non avrebbero
domandato che di soccombere. Poi erano altre novelle di corteggiatori
trascinati fino all'orlo della felicità e beffardamente respinti, o accettati
con un capriccio da sultana per rigettarli poco dopo ancora più ammalati di
quel sogno di amore, e vanamente indiscreti nelle rivelazioni di un segreto, che
la gente fingeva per invidia di non voler credere. Ella passava dovunque
altera, soventi un po' sciatta nelle vesti e nei modi, col suo portamento
inimitabile, accendendo tratto tratto nei propri occhi verdi delle fiamme
fatue, colla larga bocca socchiusa sui grandi denti bianchi, e il nasino corto,
rialzato leggermente, che le faceva un musetto adorabile di perversità. Ma non
era robusta. Malgrado l'ampiezza del petto e la snella elasticità di tutta la
persona, ogni tanto compariva pallida, di un giallore ambrato sotto il bruno
della pelle cogli occhi languidi un sorriso indolorito sulle labbra: allora i
suoi capelli pettinati quasi sempre a madonna le davano un'aria anche più
strana: pareva una graziosa bestiolina ammalata uno di quegli animali sacri ed
infelici che le antiche religioni prodigavano nelle decorazioni dei templi.
Era quella la sua
grande originalità, l'agguato, nel quale prendeva anche i più scettici,
lasciandosi sfuggire parole amare di melanconia, tutto un rimpianto di vita
ideale, che nessuna ebbrezza d'amore o di vanità avrebbe mai potuto consolare.
Quindi molti combattevano per lei attribuendo gli scandali delle sue relazioni
alla sincerità temeraria del suo carattere, giacché si era sempre mostrata più
che tenera del marito. Le sue stesse abitudini religiose sembravano contraddire
all'immoralità dei suoi capricci.
La si vedeva spesso
di buon mattino, modestamente vestita, col viso ancora gonfio di sonno, andare
alla chiesa parrocchiale per restarvi lunghe ore sola, ginocchioni, nel fervore
della preghiera come le più umili donnicciuole.
Poi aveva osato
mantenere da moglie l'uso impostole da ragazza di seguire vestita di nero, con
un immenso velo nero sulla testa e un cero in mano, la processione della
Madonna di San Luca; mentre tutte le altre giovani signore non lo ardivano più
tra la beffarda incredulità della maggioranza e la brutta superstizione dei
villani, rimasti ormai soli in quella passeggiata decorativa.
Ma Lelio Fornari,
abbastanza perspicace per conciliare in lei tutte queste apparenti
contraddizioni, non aveva ancora saputo indovinare il perché di quella
affettazione quasi amorosa verso di lui. Pretendeva ella di arrolarlo nel
manipolo dei giovanetti, prime speranze dell'aristocrazia bolognese, che la
seguivano per le strade o s'affollavano nel suo palchetto in una vanità di
mostra, abbarbagliati dai suoi sorrisi od ingannati dalla più semplice delle
sue pose? Allora tutta l'amara, precoce esperienza del romanziere si destava in
lui per renderlo anche più cinico: il suo disprezzo per la donna egualmente
incapace di grandi pensieri e di grandi passioni diventava odio di battaglia,
una voglia gelida ed acuta di misurarsi con questa principessa, che dominava
già tutta Bologna senza altri mezzi che una eleganza e una civetteria un po'
meno volgari.
Un caso gli aperse i
saloni della contessa Ghigi: egli vi andò e vi ottenne molto successo velando
la propria superiorità intellettuale. Sulle prime erano rimasti freddi verso
questo romanziere, già denunciato alla pubblica indignazione per lo scandalo
del suo ultimo libro; ma presto il suo riserbo, le maniere squisite e una
suprema insospettabile ironia nel lusingare i difetti più personali, e quindi
più inconsci, di ognuno gli valsero la simpatia degli uomini. La sua stessa
cortese freddezza colle signore calmò ogni apprensione.
La contessa Ghigi,
bellissima, dal viso e dal corpo di statua, ma del pari massiccia nello
spirito, finì di compiacersi di lui come di un ornamento acquistato al proprio
salone.
Egli invece vi
attendeva la principessa.
La prima sera,
incontrandosi, rimasero egualmente in guardia: si cantò al piano, si cenò dopo
mezzanotte sui piccoli tavoli, e i cavalieri servivano le dame; non si poté
fare molto spirito, si ballò, ma Lelio rimase abilmente sopra un divano col principe
Giulio a parlare di caccia e del Papa. Il principe, clericale militante,
riportò di lui una eccellente impressione.
Dopo quindici giorni
Lelio accettava dal principe l'invito per una caccia nelle valli comasche, e al
ritorno trovava modo destramente di causarne un altro a pranzo.
- Avete dunque mutato
teorica? - gli chiese quella sera medesima la principessa Irma nel salone della
contessa Ghigi, credendo di sorprenderlo nella contemplazione estatica di
quest'ultima.
Egli finse di non
comprendere.
- Adesso amate la
bellezza.
- La studio: la
contessa è una delle donne più belle che io abbia visto. Osservate quanta
finezza di disegno nell'attacco delle gote col collo, e come la sua fronte è
serena; poche statue greche sono più classicamente belle, ma la contessa
avrebbe sempre, anche su queste, l'incalcolabile vantaggio della pelle sul
marmo. La sua ha un candore di camelia più puro ancora che nel bellissimo fiore
inanime.
- Non è che una
statua.
- Alludete forse alla
freddezza del suo spirito?
Questo prudente
riserbo la irritò.
- Via… siete troppo
artista per aver potuto resistere al fascino della sua bellezza.
Lelio le rispose con
un sorriso di provocazione.
- Non ballate?
- No, sono troppo
lungo: voi invece, principessa, avete nel ballo una posa adorabile tenendo la
faccia volta come quella del cavaliere, e arrovesciandovi sul suo braccio. È
una trovata che poche donne potranno imitare, perché ci vuole la vostra figura
e soprattutto la vostra testa.
- Brutta. Che cosa
scrivete ora?
- Nulla.
- Chi amate?
- Voi.
- Sempre
enigmaticamente?
- Sempre.
- Sempre colla
sicurezza che un giorno ve lo permetterò?
- Sempre.
Lelio pareva
tranquillo.
- Sapete che questa
potrebbe essere una insolenza?
- Per voi no, perché
vi credete sicura del contrario.
Ella fece per
voltargli le spalle, ma si ostinò; quella provocazione calma cominciava a
dominarla.
- Ah! dunque, un
giorno dovrò permettervelo?
- Perché no?
L'accento di queste
ultime parole era così insolentemente pieno di tutte le ciarle, che si facevano
sul suo conto per la città, che ella sobbalzò come sotto una ferita. I suoi
occhi verdi sfavillarono, mentre il sorriso le si irrigidiva sulla larga bocca
sensuale.
- In questo momento i
vostri occhi hanno avuto una di quelle ondulazioni luminose, che dal mare sembrano
perdersi nella luce del cielo.
- Tornate poeta.
- Con voi lo si
diventa.
- Non avete voluto
venire a pranzo? - lo interruppe bruscamente.
- Troppo poco.
- Perché vi aveva
invitato solamente mio marito?
- Fors'anche.
- Se vi invitassi io?
- Provate.
- Non proverò.
- Proverete.
- Testardo!
La contessa Ghigi li
separò; ella si avanzava verso di loro vestita di un cupo abito rosso scollato,
che lasciava vedere tutta la prestigiosa bellezza delle sue spalle. I suoi
grandi occhi neri lucevano senza ardere.
- Parlate d'arte? -
ella disse col suo sorriso sempre un po' ingenuo e cortese d'intenzione.
- La principessa non
ama né l'arte né gli artisti.
- Che ne sapete? -
questa proruppe.
- Tutto quello, che
voi stessa mi avete detto: detestate i romanzi scritti, come ne amereste gli
autori?
- Oh! alcuni possono
essere amabili - ribatté la contessa senza accorgersi del loro imbarazzo.
- Non saranno amati
per questo.
Altre signore
interruppero il dialogo: Lelio notò che la principessa allontanandosi al braccio
dell'amica lo sorvegliava in uno dei grandi specchi della parete, e allora
finse abilmente di ammirare la superba figura della contessa. Poco dopo vennero
a cercarlo per una sciarada: ma nell'andarsene la principessa gli disse che
tutti i giovedì restava in casa per ricevere gli amici. Egli vi andò una volta,
vi trovò un mondo di signore, e non si fece più vedere.
Ella gliene chiese il
perché.
- Come potete
ricordarvi di me in un giorno, nel quale dovete rispondere ai complimenti di
tutta Bologna?
- Appunto perché non
me ne fate mai: li aspetto sempre.
- Ne volete domani?
Verrò a trovarvi sulle tre.
Ella ebbe un
delizioso sorriso di accettazione, gli tese la mano e la lasciò per qualche
secondo nella sua; a Lelio parve che la sottile manina si schiacciasse sotto la
sua stretta con una mollezza di seta, ma erano sotto il portico del Pavaglione
e dovettero separarsi per non attirare troppo l'attenzione della gente. Ella si
rivolse due volte a guardarlo.
Quella notte Lelio
non dormì. Nel suo appartamentino di due stanze appena, una da letto e l'altra
da studio, che gli costavano una sessantina di franchi al mese, fece ad occhi
aperti i sogni più strani, trovando sempre nel fondo di ognuno la medesima
amarezza.
La principessa era
troppo ricca per poterla solamente invitare in quelle due camerette
ammobigliate, delle quali il tappeto mostrava la corda e i mobili scompagnati
raccontavano troppo chiaramente le loro ultime vicende nei magazzeni dei
rigattieri.
Poi quella nuova
avventura finirebbe forse per costargli al di là delle proprie risorse, giacché
le signore molto ricche nella loro ignoranza del denaro non s'immaginano mai
quali difficoltà possa incontrare un amante, povero o quasi, nel seguire il
loro meno signorile capriccio. Ma una voglia sensuale gli mordeva tutti i
muscoli di stringersi finalmente sul petto, in un delirio di prepotenza, quella
duttile donnina dalle movenze così voluttuose e l'espressione così multipla
della fisonomia. Se non era una gitana, come le aveva detto temerariamente al
veglione, aveva però qualche cosa della razza zingaresca; non era nemmeno molto
pulita nella pelle e nella biancheria, si pettinava colle dita attorcigliandosi
i capelli sulla nuca e fermandoli quasi sempre con un fiore. Poi a certe
ondulazioni del suo passo o nell'abbandono di alcune pose balenava una
lubricità, che turbava persino le fanciulle ancora condannate alla modestia di
educande sotto l'occhio vigile della madre.
Domani lo riceverebbe
sola? In questo caso egli aveva già deciso, sebbene gli tremasse ancora qualche
dubbio nel cuore, di arrischiare tutto per tutto, giacché con una donna simile
le misure ordinarie della galanteria non dovevano valere; ella avrebbe forse
ceduto ad un assalto subitaneo, o magari resistendovi, lo stimerebbe
doppiamente per quell'audacia.
Quindi l'indomani, in
soprabito e cilindro, un po' pallido per la notte d'insonnia, salì lo scalone
del palazzo Montalto: la principessa era uscita.
- Da poco? - chiese
imprudentemente.
- Or ora - rispose il
cameriere gallonato che gli aveva aperto la grossa porta dell'appartamento:
nell'anticamera si vedevano quattro enormi casse intagliate del quattrocento.
Egli ridiscese verde
di sdegno per tentare d'incontrarla: infatti sulle cinque la vide sotto al
Pavaglione, dentro la pasticceria di moda, fra un circolo di eleganti e di
signore, che ridevano. Egli passò e ripassò davanti alla vetrina tutta piena di
scatoline in raso a dolci colori, quasi aspettando un richiamo; finalmente
spinse la porta.
La sua faccia pallida
colpì tutti.
- Guardati! - gli si
rivolse il conte Turolla accennandogli uno dei grandi specchi, sotto il quale
la principessa seguitava a ridere senza aspettare il suo saluto.
Lelio s'accorse di
essere vicino a commettere una odiosa sciocchezza: con uno sforzo supremo di
volontà costrinse la propria collera ad abbassarsi e mirandosi nello specchio
rispose:
- Hai ragione, ho
lavorato tutta la notte.
La principessa si
alzò gaiamente per contemplarlo nello specchio invece di guardarlo in faccia:
un'altra risata accolse questo scherzo, ma Lelio rimesso del tutto si era già
tratto il cappello e le tendeva la mano. Ella la strinse come al solito.
Poi si levò
proponendo a tutti quei giovani di accompagnarla in un giro lungo tutto il
Pavaglione; Lelio si era rivolto a proposito verso il banco per ordinare un
vermouth chinato.
- Non viene lei,
signor Fornari? - gli domandò con accento vibrante di sottile ironia la
principessa.
- Mille grazie, ma ho
un altro appuntamento.
- Con chi era il
primo?
- Potrei forse dirlo
se fosse andato a vuoto.
- Altrettanta fortuna
pel secondo - rispose dall'uscio salutandolo con un gesto amichevole.
Egli si morse le
labbra per rattenere una ingiuria plebea.
Erano le cinque,
l'ora del passeggio elegante sotto il portico del Pavaglione prima di rincasare
per il pranzo; i negozi erano affollati, la giornata splendida, il sole di
marzo aveva messo nell'aria una mollezza tiepida e profumata. Lelio sperando
che la principessa sarebbe tornata a casa forse sola, a piedi, andò verso il
suo palazzo per tagliarle la strada; in quel momento avrebbe voluto con lei una
spiegazione a qualunque costo, anche a quello di uno scontro col marito o di
sembrare grottesco a tutta la città. Ma anche quel fanciullesco proposito gli
andò a vuoto, perché la principessa rientrò nel proprio palazzo dentro la
carrozza della contessa Ghigi e col marito di questa. Lelio dovette rispondere
al loro cortese saluto, quantunque gli sembrasse di leggere negli occhi verdi
della principessa una bravata di canzonatura.
Ormai quel duello lo
preoccupava tutti i momenti.
I compagni lo
tentavano malignamente su quell'avventura, che lo aveva tanto mutato: si
notavano le sue frequenti distrazioni, il suo imbarazzo nei discorsi offensivi
che si tenevano su lei, si erano osservate le loro occhiate a teatro, certi
fremiti in lui, quel minuscolo dramma di silenzi, di parole, di bugie pressoché
uguale in tutti gli amori. Egli per difendersi affettava un cinismo anche più
volgare verso tutte le donne, e si era lasciato trascinare a più di una cena
con ballerine di ultima fila.
Intanto il tempo
passava.
Una sera sui primi di
maggio la contessa Ghigi invitò la principessa ad una gita sulle colline di
Ozzano ad un suo podere, ove era solita recarsi tutti gli anni, almeno una
volta, a pranzo dalla propria balia. Ella v'andava in confidenza entro un
vecchio calesse, senza livree, col cavallo di un fattore: il principe Giulio
presente all'invito domandò di esservi compreso, perché sarebbe stata per lui
una eccellente occasione per apprendere se in quelle colline vi fossero delle
quaglie. Lelio Fornari sopravvenne in quel punto. Ma la contessa Ghigi sembrava
poco disposta ad accettare il marito dell'amica per non turbare il carattere di
quella visita: i contadini avrebbero avuta troppa soggezione, e la piccola
festa sarebbe diventata un'ordinaria gozzoviglia di signore in campagna.
- Io sono cacciatore,
trattatemi a pane di granturco: non sarà la prima volta che ne mangio -
insisteva il principe.
- Niente, poi nella
calesse non ci si cape in più di due signore.
- Ebbene, un'altra
idea: vi raggiungeremo lungo la strada, magari solo al podere, io e il signor
Fornari. Ella accetta, non è vero, signor Lelio? sul mio biroccino da caccia.
Oh! vi attacco sempre delle rozze, io vesto male anche in città, quei contadini
non mi riconosceranno.
- Ma il signor
Fornari - intervenne la principessa - consentirà a non essere elegante? Io -
aggiunse ironicamente - mi farò prestare un abito dalla cameriera.
- Io invece verrò in
maniche di camicia - ribatté Fornari sul medesimo tono.
La contessa rise, la
partita era vinta: Lelio e la principessa si guardarono negli occhi, quindi si
separarono senz'altro.
L'indomani sul
mezzogiorno, perché le signore malgrado tutte le vanterie della sera innanzi si
erano alzate tardi, la contessa Ghigi e la principessa Irma arrivavano al
podere Cà de' Varchi al disopra della vecchia badia, precedute dal principe
Giulio e da Lelio Fornari montati sopra un rozzo biroccino e vestiti da caccia.
Lelio conservava un certo aspetto signorile, il principe invece pareva davvero
uno di quei fattori da buoi, arrossati dal sole dei mercati e dal vino delle
bettole.
Secondo il solito,
credendo tutti quattro di andare incontro ad una grande gioia, rimasero seccati
sino dal primo momento: i contadini, tranne il reggitore e i due vecchi, erano
scappati per la soggezione, la casa era sporca, l'aia piccola, la buca pel
letame si apriva presso la porta della cucina, unica porta di tutta la casa.
Due gelsi brulli, già sfogliati pei bachi, dei quali si vedevano le stuoie
dalle piccole finestre del piano superiore, battevano coi rami sui tetti.
Si dovettero porre i
due cavalli nella stalla dei buoi, chiamando a grandi grida uno dei ragazzi
fuggiaschi pei campi, perché venisse a cavarne prima un paio di vitelli; la
calesse e il biroccino rimasero sull'aia, momentaneamente all'ombra di due
grossi fienili.
Siccome la contessa
aveva mandato avanti il cuoco con molte provviste, il pranzo era quasi pronto
in una camera attigua alla cucina, e dalla quale con grave incomodo dei
contadini si erano dovuti sgombrare un letto e due cassettoni.
La balia, vecchia e
secca, affettava molta servilità verso la contessa, che credeva ingenuamente di
essere adorata da lei e da tutta la famiglia, mentre invece quella gita non
riusciva loro grata se non pei cinquanta franchi, che ella lasciava sempre per
regalo nelle manine sporche del ragazzo più piccolo. Né la contessa né i suoi
invitati, quando per caso ne accompagnava qualcuno, avevano il senso o il gusto
della campagna: volevano mostrarsi indulgenti verso le maniere o la povertà dei
contadini, ed invece li umiliavano doppiamente senza trovare mai un solo
accento, che destasse un'eco della loro vita.
Lelio Fornari invece
entrò nella cucina e coll'acuta sensibilità dell'artista si mise subito
all'unissono con tutti: il cuoco già brillo vi si affaccendava col reggitore ed
il nonno, intanto che la balia vestita cogli abiti della domenica doveva
accompagnare la contessa, che le aveva passato il braccio sotto il braccio per
mostrarsi buona in faccia agli altri invitati.
Poco dopo capitò
nella cucina una ragazza alta, scalza, bruna, cogli occhi ancora tutti pieni di
sole, chiamata improvvisamente dal campo per girare l'arrosto.
Le due signore e il
principe seduti nell'aia all'ombra dei fienili si volgevano spesso verso la
cucina, dalla quale venivano sino a loro risa, fumi e profumi, colla voce del
cuoco e quella di Lelio, che scherzavano colla ragazza. Questa, passata
sull'aia a testa bassa per la presenza dei signori, si era tosto rimessa; il
cuoco diceva qualche barzelletta in bolognese, Lelio le acuminava e la ragazza
imporporata dalle fiamme del focolare, sul quale girava il lungo spiedo carico
di polli e di piccioni, sembrava anche più bella. Il busto rozzo, da cui la
rozza camicia bianca emergeva vivamente, le dava una apparenza fantastica, coi
capelli così scarduffati, più neri nell'ombra densa del camino, e le braccia
nude e gagliarde, che avrebbero potuto brandire subitamente quello spiedo come
un'arma.
Lelio non aveva
ancora pronunciata una sola parola d'italiano in quella cucina, movendovisi
come se vi fosse sempre stato: anzi la sua disinvoltura, solleticata dalla loro
famigliarità, lo aveva fatto trascendere sino a sturare una bottiglia
dell'eccellente vino bianco, mandato su dalla contessa per berla tutta insieme
nei bicchieri piccoli.
- Signor Fornari -
chiamò con voce secca la principessa dalla finestra, sorprendendolo, mentre
pizzicava scherzosamente il collo alla ragazza.
Egli invece di uscire
corse all'inferriata.
- Che cos'è,
principessa? - e mise le mani presso le sue nel medesimo ferro.
Egli stesso aveva il
volto rosso, caldo; il principe Giulio e la contessa Ghigi volgevano loro in
quel momento le spalle. La principessa sentì la voluttà di quel bel viso
giovane.
- Perché non esce
sull'aia? - gli domandò con sussiego forzato dandogli del lei per la prima
volta, mentre si erano trattati sino allora col voi francese.
- Siete voi che lo
desiderate? - l'altro replicò appressandole maggiormente il volto al volto.
Nella cucina si era
fatto un silenzio improvviso; la ragazza si volse di sbieco.
- Vedete,
principessa, avete fatto loro paura: venite dentro.
Ella ebbe una smorfia
di ripugnanza, Lelio si staccò dalla finestra freddamente.
- Se voi amate le
serve, a me non piacciono i servitori.
Un lampo di collera
si accese negli occhi neri di Lelio, ma seppe frenarsi, e senza nemmeno
rispondere tornò al focolare presso la ragazza.
Il pranzo parve anche
più squisito in quella cameruccia dalle pareti scalcinate, a travi sudice, su
quella tavola un po' zoppa, che la balia aveva coperta colla propria migliore
biancheria; ma le posate erano rugginose, perché il cuoco aveva dimenticata a
casa la sporta delle argenterie.
Il principe avvezzo
ai contrattempi della caccia ne rise, ma le due signore dovettero fare qualche
sforzo per vincersi, mentre la vecchia balia a fianco della contessa ne restava
umiliata, e suo figlio, il reggitore, bel pezzo di contadino già sui cinquanta,
che serviva a tavola, cercava di scusarsi offrendo di forbirle subito un'altra
volta colla sabbia. Poi l'allegria ricominciò.
Lelio sentendosi in vena seppe
divertire le signore con una girandola di motti fini ed originali, che finirono
di guadagnargli il cuore dei contadini: nella cucina si udiva ridere, giacché tutti
i ragazzi vi erano tornati dai campi.
Solo la principessa
ridiventava tratto tratto accigliata. Lelio la punse scherzosamente più volte,
e allora ella si atteggiò nella sua bella posa di sognatrice; mangiava poco,
abbandonandosi sulla sedia rustica, mentre la contessa sempre così serena le
diceva dolcemente:
- Ecco che ti annoi!
te lo avevo predetto.
- No, mia cara, sono
anzi contentissima, è una giornata deliziosa.
In quel momento Lelio
le premé sotto la tavola un piede, ella si volse, ma non lo ritirò. Allora il
dialogo si fece più scintillante; il principe, gran mangiatore, ratteneva
sempre il reggitore in quella sua intensa preoccupazione di mutare i piatti per
parlargli di quaglie; i prati sui colli vicini dovevano esserne pieni, perché
le quaglie vi nidificano in gran numero, e l'inverno era quasi stato senza
neve. Lelio corteggiava amabilmente la vecchia balia tenendo sempre fra i
propri piedi un piedino della principessa, della quale il volto si velava
sempre più di una fantasticheria poetica. Fuori il sole incendiava tutta l'aia
di una gloria di luce, mentre da lontano gli alberi verdi sussurravano
mollemente.
Ogni tanto,
all'aprirsi dell'uscio, si vedeva la cucina piena di gente, che mangiava in
piedi, seduta, in tutte le pose; la bella ragazza scalza era sempre nell'angolo
del focolare con un piatto sulle ginocchia.
- Lasciate aperto -
disse Lelio; - è più bello così! Ci vediamo tutti.
- Sì - ripeté il
principe; - democrazia almeno in campagna.
Ma la principessa
sorprendendo una occhiata di Lelio alla ragazza ritirò bruscamente il piedino.
Lelio si sentì nel
cuore un grido di trionfo; temerariamente allungò daccapo un piede sotto le sue
sottane, e lasciandosi cadere il tovagliolo, le sfiorò un'anca.
- Vi piacciono le
contadine, signor Fornari? - domandò la principessa.
- Non osereste la
stessa domanda col principe.
- Lo so, lo so, a lui
piacciono, e a voi?
- Perché negarlo? Sì.
- Così sudicie - ella
soggiunse a bassa voce con una moina di ripugnanza.
- Come la frutta: chi
lava le ciliegie in campagna?
- Ben detto! -
esclamò il principe.
- Ah! voi dovreste
tacere - gli si rivolse minacciandolo col dito la contessa: - vi si conosce
anche troppo. Siete tutti così voialtri!
- Che cosa trovate
dunque voialtri uomini di meglio nelle contadine? - insisté la principessa.
- Chi ha detto
meglio? - ribatté il principe.
Ma la domanda era
rivolta a Lelio.
- La sincerità.
- O la facilità?
- Spesso sono la
medesima cosa -, e il suo sguardo la dominò dall'alto.
Erano alle frutta. Lelio
andò in cucina con una bottiglia sturata e un gran piatto di dolci per far bere
i ragazzi, il principe lo seguì mettendo mano al portasigari; la confidenza
tornava in tutti, ridevano fra un tintinnire di bicchieri e di piatti, perfino
il vecchio cane pastore bianco era riuscito ad introdursi. Volevano scacciarlo,
ma Lelio protestò gettandogli un gran pezzo di pagnotta, che l'altro scappò
subito a mangiare dietro i fienili.
Le due signore
rimaste sole attendevano il caffè. Il cuoco brillo lo preparava in un pentolino
sul focolare, ma avrebbero dovuto berlo nei bicchierini, perché si era scordato
egualmente delle chicchere e del caffè, e la balia aveva dovuto andarne a
cercare un cartoccino nella propria cassa. Ella sola ne prendeva qualche volta
in famiglia.
- Signor Fornari -
chiamò la contessa - ci lasciate sole, tutti.
- Usciamo piuttosto,
qui si soffoca: prenderemo il caffè all'ombra del gran susino dietro la casa.
Infatti uscirono
tutti, anche la balia: furono portate delle sedie, si formò il crocchio.
Giù da quella
eminenza la valle si stendeva incantevole sino a Bologna restringendosi dietro
verso i colli, che la chiudevano come un immenso muraglione giallastro.
Potevano essere le due: si parlò ancora, si rise, poi la conversazione venne
languendo in quella fatica della prima digestione. A poco a poco anche la
cucina si era vuotata, il reggitore dopo aver condotto i cavalli a bere in una
pozza non era più uscito dalla stalla, si udivano da lungi cantarellare voci
fresche sui gelsi che i ragazzi sfogliavano per i bachi, e una pace dolce,
voluttuosa, veniva da tutta quella campagna in fiore, colle grandi erbe
ondeggianti e i grani, che si doravano lentamente alle prime intensità del
sole.
Lelio era caduto in
una contemplazione di artista accanto alla principessa, coll'occhio vagante
sulla vallata; improvvisamente si sentì addosso il suo sguardo.
Si levò, anch'ella
fece altrettanto; il principe discorreva tranquillamente di agricoltura colla
balia e colla contessa, ma vedendoli alzarsi, tutti domandarono ad una voce:
- Dove si va?
- Bisogna pur
muoversi.
- Con questo sole! -
esclamò la contessa, cui l'aria aperta metteva una bianchezza più fulgida sulle
carni.
- Appunto nel sole.
Ah! contessa, non vi diventereste più bella perché è impossibile, ma vi mutereste
per qualche giorno di bellezza.
- Sì, davvero! A
Rimini nel tempo dei bagni divento di un bruno orribile.
- Confessate però che
nessun uomo ve lo ha ancora detto.
Anche la contessa, il
principe e la balia si erano levati; entrarono tutti nell'aia cacciandosi nella
poca ombra fra il calesse e i fienili. Il sole era ardente, la balia propose di
salire nelle stanze superiori a vedere i bachi, e infatti ogni tanto si
scorgeva dalla finestra il busto rosso della ragazza che li mutava di stuoia.
- Ah! sei tu… -
esclamò Lelio, che aveva girato il pagliaio, scorgendo il cane accosciato con
un osso fra le zampe.
Il cane agitò la coda
come ad un saluto, ma si scostò appena di qualche passo per riaccovacciarsi
subito.
- La brutta
bestiaccia! - disse la principessa arrivando dall'altra parte.
- È un povero….
Ella era ancora così
melanconica, ma negli occhi verdi le tremava una luce insolita; il sole
dardeggiando sul fieno l'aveva arroventato e faceva intorno ad essi come
un'aureola d'incendio. Ella alzò una mano per ripararsi la fronte.
- Irma! - egli
proruppe piegandosele sul volto col viso pallido e gli occhi ardenti. Erano
soli; dietro il fienile un altro terrapieno si curvava quasi in una svolta,
nessuno poteva vederli, ma udivano sempre dall'altro lato la vecchia balia
vantare i bachi, che dormivano della seconda.
- Se vogliamo andare
a vederli…
- Aspettiamo che
abbiano finito di dar loro la foglia, si veggono meglio - rispose la contessa.
- Irma! - ripeté
Lelio, ma questa volta con voce così strozzata che l'altra ribatté come
sfidandolo improvvisamente:
- Che cosa vi prende?
-
Egli si guardò
attorno, l'altra ebbe un moto di spavento, ma era tardi: l'aveva già afferrata
alla cintura, premendola nella parete del fienile. Ella si sentì raschiare il
collo, ardere la schiena, mentre il sole le batteva sugli occhi accecante,
trionfale.
- No, no…
- Gridate dunque! -
Ella fece ancora uno
sforzo, ma l'altro la soverchiò con una demenza sùbita ed irresistibile. Fu un
attimo. Ella dovette abbassargli il capo sulla spalla sotto la furia dei baci
che le mangiavano il collo, presa dentro una stretta delirante, nella quale
tutte le sue resistenze di donna svanivano, mentre una paura orribile, inutile
le cresceva dalle voci parlottanti sempre all'altro lato.
- No! - rantolò
ancora sentendosi ardere improvvisamente i ginocchi da un raggio di sole, poi
credette di svenire nella sensazione delle punte, che le foravano gli abiti
sottili e le mani.
Non era forse stato
più di un minuto.
Ella si ricompose per
la prima, vinta, offesa, guardando istintivamente il cane, che non si era
mosso; Lelio più sbalordito non riusciva a parlare, poi delicatamente, con due
dita, le trasse una festuca dai capelli.
- Questa la
conserverò - disse finalmente.
- Oh! - ella esclamò
con accento tremulo e guardandosi intorno - se…
- Io arrischiavo la
vita, voi no - rispose l'altro superbamente.
- Bestiaccia!
- Perché dunque vi
pare così brutto questo povero cane? - ribatté Lelio ad alta voce per farsi
udire dall'altra parte. - Non gli guastate l'unica festa dell'anno: vedete bene
che anche in questa gli toccano solamente le ossa.
Questa disinvoltura
finì di vincerla: Lelio calmo non si affrettava a ritornare dall'altro lato.
- Andate, andate -
ella diceva affannosa.
- Perché? - rispose
gettando un sorriso trionfante d'ironia attraverso il fienile.
- Oh! Lelio! vai.
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