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Lelio scrisse
parecchie volte alla principessa dalla campagna, seguendola un po' dappertutto
nelle sue peregrinazioni da Parigi alle stazioni balneari, poi alle due ville
grandiose di Vignola e di Bazzano.
Ella rispondeva a
bigliettini muschiati saltellando sui propri ricordi con quella disinvoltura
civettuola così accorante per la vanità dell'uomo, che vorrebbe sempre aver
lasciata la propria traccia nella donna.
In quella solitudine
verde e villana, ove nessuna eco di mondo spirituale gli giungeva mai
all'orecchio, Lelio dovette accorgersi anche troppo presto di soffrire
realmente per l'assenza di lei. La sua vita domestica tutt'altro che fortunata
col vecchio padre diventava anche più uggiosa per la rozzezza dei vicini
incapaci di comprendere il valore de' suoi libri e di gustare le sue maniere
signorili. Anzi molti fra essi, (e v'erano pure de' suoi parenti rimasti
semplici proprietari di campagna, alcuni dei quali molto più ricchi di lui), se
ne offendevano come di una affettazione. Era questo in fondo il dibattito fra
padre e figlio; l'uno rimproverava all'altro l'ozio letterario e di mantenersi
per giunta troppo costosamente mangiandosi la dote materna.
Infatti il padre non
gli aveva mai dato un soldo del proprio.
Quell'estate Lelio
non seppe trovare in sé stesso la solita energia di lavoro.
Aveva concepito un
grande romanzo di costumi provinciali, i soli che conoscesse davvero per
esservi vissuto nel mezzo, sebbene siano forse più difficili degli altri sotto
la loro omogenea apparenza. Ma un disgusto amaro di sé medesimo gli toglieva
colla prontezza d'intuizione la perseveranza necessaria a tutte le imprese.
Quella donna trattata
prima altezzosamente, quindi brutalmente conquistata, gli era sfuggita di mano
alle prime carezze nella medesima sera della conquista, colla stessa umiltà di
voluttuoso raccoglimento sotto il suo sguardo trionfatore.
Gli pareva di sentire
in tutti i suoi atti una sottile canzonatura, simile a quella dei servi verso i
padroni, quando arrivano a farsi imporre da questi un ordine lungamente
agognato, qualche cosa d'ipocrita e di prepotente, che sbertava tutte le sue
albagie di uomo e di artista.
Infatti non era ella
principessa con un milione di dote e due altri milioni del marito, mentre egli
non era per tutti che un piccolo borghese, così decaduto anche dal proprio
nome, che non avrebbe osato premettervi il titolo nobiliare conquistato dai
suoi lontani antenati?
Il suo contatto con
lei era un effimero risultato di quella democrazia male definibile, che rimescola
oggi tutte le vecchie classi sociali senza poterle rifondere in un tipo nuovo.
Se lo si accoglieva
nei palazzi più aristocratici, vi rimaneva pur sempre lo stesso estraneo senza
importanza, al quale si sarebbero potuti accordare tutti gli appoggi per la
migliore delle carriere, ma che nessuno avrebbe voluto per genero nemmeno nelle
case meno ricche. Quindi lo giudicavano uno di quei tanti provinciali, che
l'università pulisce e la gioventù sostiene qualche anno a galla, finché
ritornano nella lontananza delle provincie, o peggio ancora discendono la gamma
delle false posizioni, che la mancanza di una ricchezza o di un nome impone
agli spostati della grande vita mondana.
Lelio Fornari non
doveva finire in alcuna delle due categorie, ma allora nessuno avrebbe potuto
fargli il complimento di un diverso avvenire, mentre egli medesimo nelle ore
più cupe di scoraggiamento, dinanzi alla indifferenza del pubblico all'altezza
della meta, cessava spesso di meritarlo.
Quindi trascorreva i
giorni in una sorda irritazione, dalla quale scaturivano tristi litigi col
padre. Questi, avendo saputo dei pochi debiti contratti a Bologna, si era
affrettato a negare ogni soccorso; l'altro, già poco disposto a chiederlo aveva
potuto a stento frenarsi; poi la scena era peggiorata.
- Tu somigli tutto a
tua madre! - aveva esclamato il vecchio.
E per questo la
trattaste sempre così male?
La risposta era
troppo vera e fulminea.
- Lo sai tu se questa
ragione non poteva essere sufficiente? - replicò l'altro dopo una pausa
guardandolo pesantemente.
Lelio, che malgrado
il suo pessimismo amava la memoria della madre, ebbe paura di aver troppo
compreso.
Per quel giorno non
osarono dirsi altro, ma il loro dissidio diventò un divorzio; si parlarono più
di rado, quasi a forza. Il vecchio affettava una superba indifferenza,
sapendosi ricco in faccia al figlio, cui i 50 mila franchi della dote materna
non potevano bastare, e che mangiandoseli inevitabilmente avrebbe dovuto presto
o tardi cadere o sotto di lui o sotto un impiego; Lelio invece nella coscienza
orgogliosa del proprio ingegno non considerava più quel padre che come un
padrone, del quale aveva già sorpassato l'autorità.
Ma per tornare a
Bologna gli occorrevano parecchie migliaia di lire, e non sapeva dove trovarle.
Allora si rimise violentemente
al lavoro.
Un bigliettino della
principessa venne daccapo a turbarlo.
«Mio caro grand'uomo, avete
finito il capolavoro? Quando verrete a leggermelo? IRMA»
Le rispose con
un'ode.
Finalmente la fortuna
gli sorrise; un suo vicino di campagna, vecchio senza figli, che gli aveva
sempre mostrato una certa deferenza pel fatto dei libri stampati, gli si
offerse spontaneamente in quell'imbarazzo di quattrini. Naturalmente Lelio lo
avviluppò in un racconto fantastico sulle ladrerie degli editori e le spese
necessarie in certi studi di ambiente moderno; l'altro incantato della
confidenza si riconfermò nella fede del suo avvenire.
Però volle una
cambiale: erano quattromila lire, che Lelio sperava pazzamente di potergli
rendere col primo libro.
Quell'anno rimasto
celebre nelle cronache teatrali bolognesi doveva darsi per la prima volta il Vascello
fantasma di Wagner; ma Lelio, caso strano in un giovane di quel tempo e
pieno d'intenzioni rivoluzionarie in arte, non era un wagneriano.
La principessa stava
ancora in villa; poi si videro la prima volta ad una rappresentazione di prosa
nel teatro del Corso: ella gli fece un cenno, Lelio salì subito a farle visita
e la trovò più deliziosa. La Campagna le aveva dorato le carni, il sole le era
rimasto negli occhi verdi pieni di baleni, pareva persino diventata più
semplice.
La sua toeletta di
quella sera, in casimiro grigio, era di una modestia adorabile.
Parlarono subito vivacemente,
egli tentò qualche allusione, cui l'altra rispose con un sorriso discreto senza
un accenno alla ripresa della loro relazione. Egli s'irritava: sentiva mancarsi
il terreno ad ogni parola, incapace di trovare uno scatto per impadronirsi di
quella donna, che avendolo dimenticato non sembrava disposta a cercarlo
nuovamente. Poi dovette ritirarsi perché tutti gli amici, anche i meno
confidenziali, si affollavano nel palchetto per farle i primi complimenti del
ritorno.
Egli rimase ferito,
cupo di una umiliazione, dinanzi alla quale tutti i ragionamenti per rinunziare
a quella avventura, degna solo di riempire la giovinezza di qualche sfaccendato
elegante, diventavano inutili ora che un desiderio lo aveva ripreso vicino a
lei, improvviso e famelico, di possederla ancora come la prima volta per
lasciarle in qualche punto una traccia incancellabile.
La secreta inimicizia
dei sessi, raramente sopita per qualche istante dall'amore vero, gli
riaccendeva dentro il sangue le tentazioni della lotta in una smania anche più
iraconda di sentirsi mordere da' suoi baci, e di soffocarla in una di quelle
strette, sotto le quali la voluttà stessa urla di spasimo. Poi rinvenendo come
da un sogno vedeva nettamente la serie delle volgarità inevitabili a tale
passione, forse la più pericolosa per gli uomini d'ingegno, perché contro di
essa non valgono appunto né forza di pensiero né finezza di sentimento; ma
capiva pure che l'unico modo di salvezza sarebbe stato nel cangiar paese per
qualche tempo, mentre tale muta confessione di sconfitta faceva sanguinare il
suo orgoglio più di qualunque umiliante abbandono.
Lelio aveva appena
ventiquattro anni. Il suo disprezzo per le ordinarie passioni dei suoi compagni
era dunque piuttosto una posa che una vera virtù di combattimento; giacché solo
più innanzi negli anni, e seguitando nello studio assiderante dell'anatomia
sopra tutti i sentimenti umani, avrebbe poi attinto l'orgoglio impassibile dei
grandi artisti così simile a quello dei grandi navigatori.
L'indomani scrisse
invece alla principessa scioccamente:
«Il capolavoro è
appena cominciato; aiutatemi a finirlo».
Per due giorni attese
indarno la risposta.
Allora tornò dalla
contessa Ghigi e negli altri due o tre saloni dove poteva incontrare la
principessa: infatti ella vi era già, corteggiata da tutti, in uno sfolgorio di
grazia e di spirito, che eccitava nuove ammirazioni. Egli sospettò subito di un
altro amante, ma non scorse che il principino tornato a Bologna per introdurre
la moglie nell'alta società. Invece era stato per entrambi un vero disastro.
La baronessa tedesca,
alta, con una faccia quasi di uomo, malgrado la sceltissima educazione, era
riuscita a tutti insoffribile: le donne l'odiavano per i suoi milioni
compiangendo il principino, che gli uomini e la principessa, questa volta
passata dal loro canto, giudicavano spregevole per la stessa ragione.
Ella era inesauribile
di frizzi sulla canonichessa, come aveva subito battezzata la rivale, ed
inventava i più perfidi aneddoti sulle sue esigenze di moglie.
Solo la contessa
Ghigi dall'alto della propria bellezza difendeva la straniera.
- Essa sarà una
virtù: il principe aveva bisogno di trovare una donna simile.
- Badate, contessa,
che la frase non sia troppo esatta - insinuò malignamente il conte Turolla.
Ella comprese allora
il doppio senso delle proprie parole.
- Le virtù sono belle
- disse la principessa Irma.
- Per questo vi è un
piacere così irresistibile a farle perdere.
- Ah! ma tacete,
siete orribili voi altri uomini colle vostre massime.
- Credete che anche
il principe diventerà un grande virtuoso? - chiese Lelio.
- Perché no?
- Infatti gli basterà
per questo rimanerle fedele.
Il motto era così
mordace che la principessa Irma gli si volse sorridendo. La loro amicizia
tornava quindi a riscaldarsi, ma l'altra, accecata da una inesplicabile
rivalità contro la cultura forse troppo vantata della canonichessa, seguitava a
tradirsi.
- È già annunziato un
suo articolo sul Vascello fantasma: badate, signor Fornari, voi che non
siete un wagneriano.
- Come! - gli gridarono tutti,
benché lo sapessero già, ma in quell'anno l'entusiasmo per Wagner arrivava alle
esagerazioni di un'ultima moda nella buona società.
- Appunto perché
tutta la musica di Wagner è una musica di fantasmi: gettatele dentro un raggio
di sole e non rimarranno di quelle nebbie che poche gocce di rugiada.
- Perle! - ribatté la
principessa Irma.
- Anzi lagrime,
questa grande parola di tutti i romanticismi, perché anche Wagner è un
romantico.
E la discussione
deviò, ma Lelio vi aveva ottenuto di attirare sopra di sé l'attenzione
generale.
- Il vostro libro? -
ella gli chiese poco dopo.
Si parlavano in
piedi: ella era scollacciata colle braccia nude, brune di una peluria
finissima, e un grande occhio di tigre brillantato nei capelli. Il lungo
strascico dell'abito nero pareva farla più grande. Egli corretto dentro la
marsina la fissava con occhi febbricitanti; per un attimo fu il più forte,
quindi nel farle un complimento le si chinò sul seno quasi a respirarne il
profumo, ma allora un sorriso sfiorò le labbra della dama.
- Come siete!… - egli
esclamò volgarmente con quella sincerità di bramosia alla quale le donne sono
quasi sempre sensibili.
- Avete bisogno di me
per un capitolo?
- Vi trascinerò fino
in fondo al libro.
- Ah! sapete già
anticipatamente la fine? quale orrore! - sogghignò malignamente.
- Irma, se non scappi
ti do un bacio qui.
- Scemo!
- Te lo do.
- Me ne vado.
Egli la seguì; nel
secondo gabinetto, pei fumatori, non v'era alcuno; allora improvvisamente,
violentemente le si attaccò colla bocca sopra una spalla. Ella acconsentì tutto
colla bella testa arrovesciata, muta, rivolgendosi già per tornare nel salone,
mentre la coda lunga dell'abito le strisciava dietro sul tappeto con un fruscìo
sommesso.
Fin dal primo
appuntamento la battaglia era scoppiata con una veemenza d'incendio. Quei
cinque mesi di assenza parevano aver accumulato dentro di loro le energie di
una nuova giovinezza, ma ella risorgeva sempre più provocante da ogni
prostrazione di un minuto, con quell'appagamento insaziato della donna, che per
seguitare a volere non ha nemmeno bisogno di seguitare a sentire.
Infatti certe sue dissolutezze
avevano l'acredine di una sfida, cui l'altro rispondeva nell'orgasmo dei propri
ventiquattro anni. Eppure non si amavano; egli non era geloso, ella non
s'inquietava di nulla, ma uguali nella tempra della giovinezza potevano
abbastanza contendere nella disparità dell'ingegno e della posizione perché
quella lotta sensuale durasse ancora qualche tempo.
Nullameno una
medesima dolente passione di non sapere amare li spingeva così freneticamente
l'uno nelle braccia dell'altro quasi a frugarsi dentro l'anima, attraverso le
carni, nella folle speranza di trovarvi finalmente il secreto di quell'amore,
senza cui il piacere rimane sempre così al disotto della felicità.
Intanto per un tacito
accordo, suggerito da una stessa condizione di spirito, non s'interrogavano mai
al di là del presente, divorandolo più festosamente nella coscienza secreta
della sua brevità.
Lelio però aveva una
pretensione, che durante quel periodo ella non potesse accettare la corte di
nessun altro: doveva essere questo il suo trionfo, la originalità del ricordo,
che ne resterebbe ad entrambi, perché Lelio medesimo avrebbe dovuto serbarle
per forza quella specie di fedeltà; poi un bel giorno o in una notte anche più
bella, prima che l'amabile ingannatrice si fosse decisa a tradirlo, egli
l'abbandonerebbe bruscamente.
Ma certi sintomi gli
davano a pensare: ella non gli aveva ancora offerto alcun regalo, nemmeno di
quelle quisquiglie che le donne prodigano sempre. Voleva essa così risparmiare
delicatamente il suo orgoglio di gentiluomo povero? O in quella inimicizia,
risorgente fra loro da tutti gli abbandoni più voluttuosi, cercava piuttosto di
avere con lui meno addentellati per balzare più agile in una improvvisa
rottura? Lelio aveva creduto di riconoscere fra i suoi piccoli gioielli abituali,
a certe preferenze o a certe frasi, parecchi regali di altri amanti conservati
poi per gradevolezza di ricordi o di uso.
A lui solo non aveva
mai chiesto nulla: valeva egli meno per lei? Forse anche meno di un vestito,
come si era vantato di provarle in quella scommessa?
Allora lo riprendeva
più dolorosa la collera di non poterla amare malgrado tutta la frenesia dei
trasporti, nei quali perdeva naturalmente più di quanto ricevesse.
Questa micidiale
superiorità della donna lo irritava talvolta sino all'odio di sé medesimo.
Perché cedere così il sangue più puro della propria giovinezza? Quella donna
non l'avrebbe abbandonato forse in quel medesimo carnevale, dimenticandolo per
sempre, fra la turba volgare degli altri amanti? Non era lei la vincitrice, che
poteva passare la vita nei piaceri senza perdervi nulla di più importante?
Colla abitudine critica di ogni vero artista egli aveva già analizzato
abbastanza bene la propria passione; era una frenesia di sensi e di vanità, una
forza composta di due debolezze, e profezia forse di una debolezza peggiore.
Altri illustri erano caduti in quella stessa passione brutale della femmina, e
vi erano morti.
Da Shakspeare a
Byron, da Molière a Goethe, da Heine a Garibaldi, quale triste odissea di
grandi teste singhiozzanti sopra ginocchia aperte a tutto il volgo! Era sempre
la stessa tragedia provocata da misteriose ed irresistibili affinità, un vizio
che cresceva in un corpo e ne guastava l'anima, distruggendo quasi sempre la
vita di entrambi.
Forse tutti quei
grandi avevano cominciato come lui, con una sensualità o una galanteria, poi
l'abitudine si era fatta forte, ed era scoppiata la frenesia di amare nello
sforzo impossibile di voler essere amato; e mentre la donna, forse incolpevole
a forza di essere inintelligente, seguitava a discendere nelle bassure degli
amori senza nome, essi le si attaccavano alle gonne piangendo di adorazione e
di vergogna.
Intanto
quell'avventura diventata pubblica cominciava a nuocergli seriamente, alcuni
amici insinuavano con delicata malignità ch'egli non avrebbe potuto durarvi per
mancanza di danaro, altri più apertamente dicevano già che la principessa
doveva avergliene dato: lo si sorvegliava nelle spese, si valutavano
minuziosamente tutte le sue nuove eleganze. Al club pareva una intesa per
comprometterlo con ogni sorta d'inviti.
Una volta per una
partita di caccia alla volpe nella tenuta di un ricco conte, e alla quale la
principessa Irma doveva partecipare con quasi tutti gli eleganti del suo
circolo e molti ufficiali di cavalleria, egli cercò invano una scusa onorevole
per rimanerne fuori: non aveva cavallo.
Un ufficiale con
gentilezza insidiosa gliene offerse uno dei propri.
- Come! le fanno
dunque paura i cavalli? -
Lelio ebbe la
debolezza di arrossire.
- No - rispose
alteramente.
- Ma dunque, signor
Fornari, lei non sa montare? - intervenne la principessa.
- Una cosa che sanno
fare anche i marinai.
- Lo sapessi pure,
non monterei che un cavallo mio.
- Siete così puritano
in fatto di bestie? -
Tutti sorrisero. Egli
le serbò rancore, ma per quanto si fosse giurato di non entrare più in quel
salone, vi andò la sera stessa del ritorno dalla caccia; ella sfolgorante di
brio e di felicità parve non accorgersi di lui. Lelio invece non l'aveva mai
veduta così tentatrice: cercò di affettare l'indifferenza, ma il suo orgoglio
soffriva troppo di non potersene nemmeno andare senza una specie di
abdicazione, perché vi riuscisse. Quella sera il principe Giulio, cacciatore
solamente da uccelli, quindi un po' trascurato fra tutti quei racconti di galoppi
e di salti, gli venne incontro.
La loro conversazione
durò troppo: la canonichessa ne fece l'osservazione in francese come della più
bizzarra avventura nel carnevale, l'amante che perdendo la moglie si metteva
per consolazione a corteggiare il marito, e Lelio l'apprese poco dopo dal conte
Turolla.
In quel momento il
principino scherzava colla principessa Irma. La canonichessa gelosa impallidì:
allora Lelio, che le si era già avvicinato per pungerla con qualche motto
crudele, colto da un senso improvviso di pietà verso quella brutta donna,
colpita come lui al cuore da una stessa ingiustizia, uscì dal salone.
Questa volta era ben
deciso a ritornare in campagna, subito, per riguadagnarvi, lavorando, il tempo
perduto.
Nullameno passarono
ancora alcuni giorni, poi la rivide ad un concerto, e la sera medesima
sedendole accanto nel palchetto ella si mise a premergli un piede.
La mutevole creatura
rideva pazzamente di un ufficiale, il più brutto del reggimento, che le faceva
dalla barcaccia una corte troppo palese.
- Giulio, lo vedi? -
si volse al marito.
- Oh! sono tranquillo
sul conto suo.
Infatti il principe
doveva andare a Roma l'indomani per restarvi una settimana.
- Bada, è troppo
bello.
La volgarità di
questi scherzi ripugnava a Lelio, che ritirò il piede sotto il divano: ella
bruscamente si volse a guardare altrove, ma l'indomani si videro per strada.
Egli l'accompagnò un tratto.
- Venite alla festa
della canonichessa?
- Non sono invitato.
Ella ne fece le
meraviglie.
- Ah! non siete
wagneriano.
- Voi andrete
certamente.
- Sì, da sola… Sono
sola sola in casa.
Il suo sorriso aveva
la solita lubricità, poi si passò rapidamente la punta della lingua sulle
labbra.
- Invitatemi a pranzo
- l'altro proruppe.
- Perché sono sola? -
Egli capì tosto che
acconsentiva.
- Trovate un
pretesto.
- Se non è che
questo! Siccome è la prima festa della canonichessa, e vi sarà tutta Bologna,
avrete certamente un abito nuovo per eclissare tutte le signore. Verrò a
vederlo.
Ma si pentì subito
dopo di averlo trovato sentendo come fosse volgare.
- Sì, è veramente
bello! - esclamò la donnina con uno scoppio di orgoglio infantile.
Alle cinque e mezzo
Lelio in marsina e cravatta bianca entrava trionfalmente nel salotto della
principessa, perché a casa aveva trovato un invito per la festa da ballo.
La principessa si
turbò.
- Allora il pretesto
non serve più. Se lo sapessero!
- Fammi vedere
l'abito.
- Non vi mostro
niente.
Il dibattito durò
dieci minuti, ma siccome il cameriere entrava nel gabinetto per avvisare che la
signora era servita, Lelio troncò ogni difficoltà col chiederle sfacciatamente
d'essere invitato a pranzo, e le offerse il braccio.
Il pranzo
modestissimo era mal servito: ella stava contegnosa, egli disinvolto faceva
dello spirito accorgendosi di riuscirle sempre più seccante.
Perché? Aveva ella
calcolato sulla sua assenza in quella festa, o si pentiva già di compromettersi
troppo con quel pranzo, sola con lui, in faccia a tutti i domestici? Allora
Lelio si fece vile: conoscendo la sua debolezza per i complimenti si profuse in
frasi dolci, piene di scurrili allusioni, e finì per raccontare scherzosamente
tutta la storia di un amante, che la contessa Ghigi, la divina impeccabile,
avrebbe finalmente trovato in un ufficiale di artiglieria. Ella non lo credeva,
ma i particolari erano così minuti e scabrosi che dovette riderne per forza.
Poi tornarono un
momento nel gabinetto a prendere il caffè.
Pareva ridivenuta
allegra. Improvvisamente Lelio, inginocchiandosele innanzi per baciarla sulla
cintura, le chiese il permesso di assistere alla sua toeletta con Clelia, la
cameriera di confidenza, che, al corrente di tutto da un pezzo, non ne avrebbe
fatto alcuna meraviglia.
Ella gli pose per
risposta la mano sulla bocca.
- Se invece della
festa rimanessimo qui insieme fino alle undici? Poi tu vai a letto ed io faccio
altrettanto: lo faresti per me un simile sacrificio? -
La proposta era così
stravagante che l'altra non la comprese nemmeno.
- Vattene, è già
tardi.
- No, ti aspetterò
qui. Voglio vederti prima di tutti gli altri.
Ella non badò al tono
freddo di quelle parole.
Appena rimasto solo,
Lelio si voltò verso lo specchio e vi si scorse livido di collera: il gabinetto
poco illuminato da una lampada sopra un alto piede dorato, coperta di trine,
pareva più piccolo; egli le sollevò dalla grossa palla di vetro appannato
gettandole sopra una poltroncina, e in quella luce più viva tornò a guardarsi.
Eppure gli pareva
d'essere bello, almeno più che il principe Giulio e quell'altro della
canonichessa, dalla quale aveva così tardi e forse a stento ricevuto l'invito
alla festa.
Perché dunque la
principessa Irma non lo amava? La puerilità di questa dimanda, che non avrebbe
osato rivolgere a nessun altro, in quel momento lo fece soffrire.
La sua anima degna di
più alte passioni si trovò daccapo in quel gabinetto minuscolo, di un lusso
raffinato ed insignificante come la vita della donna, dietro la quale egli si
perdeva da un anno; si rammentò tutto, il primo incontro, la gita a Cà de'
Varchi, la scena violenta dietro al fienile, tutta la serie dei minimi drammi,
i ripicchi, le carezze, i delirii della carne nella più torrida arsura della
passione, quando si abbracciavano così strettamente che avrebbero potuto
credere per un istante di non lasciarsi più.
Poi tutto finiva un
istante dopo per ricominciare ancora in una alternativa di luci e di ombre,
mentre un gran vuoto gli si allargava in cuore e il cervello spossato gli si
intorpidiva sotto una nebbia pesante.
Perché durava ancora
quella meschina novella, buona tutto al più per raccontarsi in poche pagine?
Intanto egli era ancora lì ad attendere fanciullescamente la principessa
trionfante nell'abito nuovo, che le avrebbe attirato gli omaggi di nuove
passioni.
Se ella invece lo
avesse amato, quale deliziosa circostanza quella assenza del marito, e come si
sarebbero sentiti entrambi felici di rinunziare alla festa per trascorrere
insieme la sera, fors'anche la notte, arrischiando per questa beatitudine di
poche ore magari tutta la vita! Ella intenta ad abbigliarsi non pensava invece
più a lui in tal momento, perché appena incomincia per una signora la toeletta
da ballo, questo solo diventa l'amante, e ogni altro scompare.
Lelio aveva acceso
una sigaretta quantunque sapesse che la principessa non permetteva mai di
fumare nel proprio gabinetto; quindi si era gettato sopra un divano.
Poi consultò
l'orologio, non erano che le otto e mezzo.
Quanto impiegherebbe
ella a vestirsi? Per un momento ebbe quasi voglia di andarsene. Che cosa faceva
lì? Non gli sarebbe toccato di uscire peggio, solo, a piedi, mentre l'altra
monterebbe nella propria carrozza, giacché per nulla al mondo ella avrebbe
consentito a farsi accompagnare da lui al ballo?
Per così segnalato
favore Lelio avrebbe dovuto essere per lo meno il principino; allora il mondo
non vi avrebbe trovato nulla a ridire, ma un borghese come lui l'avrebbe resa
ridicola.
Il mondo riconosce
parecchie categorie negli amanti come in ogni altra classe di funzionari. E
l'idea di un amore profondo, tenace, con una dama bella ed elegante, che avesse
potuto comprendere almeno in parte i bisogni della sua anima e la grandezza dei
suoi ideali d'artista, gli appariva dentro la magia di un quadro dalle tinte
delicate sopra un fondo misterioso; egli vi si sarebbe sentito più uomo nella
forte calma della fede inspirata ad un'altra anima, colla soavità di un
abbandono, che lo avrebbe riposato dalle virili fatiche del pensiero.
Che cosa direbbe suo
padre vedendolo in tal momento ad aspettare come un valletto che la principessa
fosse vestita?
Gettò la sigaretta e
tornò a camminare. Era stanco, irritato di quella attesa troppo lunga anche per
un vero amante, e nullameno senza gran cosa di anormale, dacché la festa
cominciava alle dieci, e la toeletta di una signora non può in simili casi
durare meno di qualche ora. Istintivamente si cercò un libro intorno, fuori
nevicava. Egli aveva lasciato la pelliccia in anticamera, ma andando alla festa
avrebbe avuto bisogno di trovare subito un fiacre per non sporcarsi le scarpe.
Questa preoccupazione gli suggerì di chiamare un servo, che glielo andasse a
cercare, poi improvvisamente diventò timido e non l'osò. Che avrebbe pensato
costui?
Daccapo si distrasse:
quindi un altro più meschino pensiero lo fece sorridere quasi con gioia nella
speranza che l'abito della principessa fosse brutto e non le attirasse che
l'ironia delle signore; sarebbe stata sempre una piccola rivincita per lui, che
a quella festa non avrebbe avuto alcuna importanza.
Ma gli ultimi quarti
d'ora furono addirittura convulsi.
Finalmente intese un
fruscìo.
Ella entrò sorridente
col viso in alto: aveva sulla testa un diadema e al collo una collana di oro
massiccio ad anella e piastrine, qualche cosa di barbaro e di elegante come il
diadema e la collana di Elena, che il dottore Schliemann aveva pochi mesi prima
scoperto in Grecia, e già diventati di moda a Parigi.
La sua bella testa di
gitana ne acquistava un'aria bizzarra d'impero. Rimase un istante sull'uscio
quasi incorniciata dalle sue modanature in legno pallido; aveva il busto di un
rosso cupo a ricami dorati e, sotto, una campana di merletti rugginosi
egualmente ricamati d'oro le copriva la sottana, della quale lo strascico si
perdeva al di fuori.
Ella s'avanzò
guardandolo negli occhi per cogliervi il primo lampo di ammirazione, ma appena
nel gabinetto si voltò allo specchio. Un odore acuto di sandalo era entrato con
lei.
Lelio taceva: allora
ella trionfante gli sorrise nello specchio.
Le sue spalle brune,
nude, parevano più delicate sotto quella pesante fornitura d'oro, senza una
gemma, e tutto quell'oro nel busto e nella gonna, che le accendeva intorno una
strana fosforescenza. Un'idea passò lampeggiando nel cervello di Lelio.
Ella sorrideva
ancora.
Lelio chinò
lievemente la testa al suo sorriso e, affettando la massima circospezione,
poiché lo strascico del vestito riempiva quasi tutto il gabinetto, le si
accostò per di dietro colle labbra tese per deporle un bacio sulla spalla
sinistra.
La sua testa spuntò
dallo sfondo lucente del cristallo, altrettanto bella, forse più pallida
nell'abito nero e sopra quella camicia bianca come la porcellana, mentre ella
si aggiustava un riccio sotto il diadema; ma Lelio nel piegarsi per darle il
bacio traballò improvvisamente incespicando nell'abito, così che per balzare
indietro ne sfondò con un piede la campana dei merletti.
Lo stridore della seta
lacerandosi anch'essa per oltre la metà della loro altezza fece voltare la
principessa, che urtò quasi colla testa in quella di Lelio; era diventata verde
come i propri occhi, cogli occhi sfolgoranti.
- Villano! - gridò
raccogliendo nella mano la strappatura.
Lelio attese che
rialzasse il capo; i suoi sguardi si urtarono allora in quelli della
principessa umidi di lagrime.
- Avete perduto la
scommessa.
Nell'ira di quel
dolore ella non comprese nemmeno.
- Clelia! - esclamò.
- Eppure ve lo aveva
detto che non avrei mai avuto per voi il valore di un abito! - soggiunse Lelio
tristamente.
Ma l'altra
l'interruppe con un gesto di disprezzo così violento che l'altro dovette
indietreggiare; ella rimaneva sempre così piegata colla strappatura fra le
mani.
Allora Lelio, che
nell'iracondo pentimento di quella vittoria stava per rispondere una ingiuria
grossolana, le si inchinò freddamente e, prima ancora che la cameriera
accorresse, uscì dal gabinetto.
Fuori la neve
seguitava a cadere.
- Dove vai? - lo
chiamò una voce amica all'angolo di via Farini. - sei di ballo?
- No. Ho mutato
pensiero - rispose abbottonando solamente allora la pelliccia, sotto la quale
l'altro aveva veduto il piastrone e la cravatta bianca.
- Allora vieni con
me, abbiamo una cena con cinque o sei sgualdrine del teatro Brunetti.
Staremo allegri. Almeno quelle sono donne che si conoscono prima; non c'è
pericolo di essere ingannati.
- Tanto peggio, mio
caro! - replicò l'altro. E si lasciò trascinare.
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