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Nell'estate dell'anno
seguente don Riva morì.
Durante gli ultimi
due mesi, nei quali non poté più alzarsi, nessuno era venuto a trovarlo tranne
don Costantino, il parroco, e Giannino. La più squallida miseria rendeva freddo
quel pianterreno sempre un po' umido, colle finestre sopra un cortile stretto
come un pozzo, dal quale sorgevano esalazioni mefitiche. Nella casa non si
cucinava più, la vecchia sorella era sempre in giro dai vicini per accattare
qualche soccorso al morente, diventato in quella lunga insonnia prodottagli dal
vizio cardiaco di una asprezza ancora più insofferente. Talvolta nelle crisi
più acute di collera contro il vescovo e gli altri colleghi di chiesa, che lo
lasciavano morire così, pareva che perfino la sua fede vacillasse.
- Dio non è sempre
giusto! - gli era sfuggito una sera vedendo ritornare la sorella senza la
minestra, che una vicina le aveva promesso.
Queste sinistre
parole agghiacciarono l'anima di Giannino: se avesse avuto del danaro, lo
avrebbe dato nascostamente alla vecchia sorella, come aveva fatto l'ultima
domenica col franco della grande messa cantata in duomo dal vescovo, ma quella
sera non aveva un soldo in tasca: anzi si sentiva lui stesso ammalato.
Frequenti vertigini lo coglievano da qualche tempo, anche passeggiando; il
cuore gli batteva convulsamente nel fare le scale, non poteva dormire, e peggio
ancora quel pane di tutti i giorni non gli riusciva spesso di mandarlo giù.
Siccome dall'anno scorso si era allungato, sembrava anche più magro.
Quindi si alzò per
andarsene.
- Anche tu mi lasci…
- Alle nove chiudono
il portone e io non ho la chiave.
- Hai ragione: prendilo,
prendilo - soggiunse con nuova amarezza vedendolo sbirciare sul comodino un
libro.
Erano le Sette
giornate di Galileo.
- Un'altra vittima -
brontolò - del clero e non della chiesa. Come è ben vendicato oggi! Il padre
Secchi, la maggior gloria dei Gesuiti, non è che un piccolo continuatore di
Galileo.
Quando il ragazzo fu
nella strada, si accorse di piangere. Quella sera non gli era accaduto nulla di
speciale, eppure si sentiva invaso da un sentimento così scorato della morte
che ne singhiozzava, come se fosse imminente anche per lui. Tutto gli era
andato male: sul finire dell'altr'anno, essendosi ammalato, non aveva potuto
dare che la metà degli esami e con esito quasi infelice; era passato a stento
nella filosofia e nella fisica, ma per cadere miserevolmente nella matematica,
appunto la materia, nella quale si sentiva più forte. Quindi rabbuffi dai
professori, un'altra severa ammonizione dal vescovo, che vedeva in questo le
conseguenze di una vita troppo libera fuori del seminario, male parole a casa,
perché un anno perduto vi rappresentava un più lungo sacrificio di quei dieci
franchi al mese, scherni dai compagni per la sua incapacità a diventare prete,
il più facile fra tutti i mestieri. Ogni speranza di entrare nel seminario
svaniva per sempre. Egli resistette, studiò tutte le vacanze con maggiore
accanimento, ma negli esami di riparazione lo colse la solita timidezza, e per
poco non vi fallì daccapo. Allora non lottò più. L'inguaribile avvilimento dei
poveri, che si rassegnano anticipatamente a sopportare tutto, lo colse come una
malattia in quella giovinezza ancora così aperta a tutte le speranze della
vita; al pari di sua madre morta tisica a venticinque anni, e di don Riva, che
agonizzava a settanta nel più triste abbandono, egli sarebbe sempre una
vittima. Già fino a quel giorno non aveva mangiato una sola volta tanto da
cavarsi la fame; i suoi vestiti erano cenci di elemosina, nessuno lo amava
neppure nella propria casa, ove rappresentava una speculazione fallita.
La morte giovane,
prima di tutti quegli inutili sforzi in una carriera, dalla quale ognuno lo
respingeva, sarebbe stata la migliore fortuna. Quindi rilesse le poesie di
Leopardi, cullandosi nella loro immensa tristezza senza misurarne la
profondità, come talvolta errando la notte nelle tenebre aveva provato una
indefinibile compiacenza di smarrimento senza chiedersi il significato di tutta
quell'ombra, o che cosa potesse esservi al di là.
Ogni giorno, all'ora
una volta abituale del passeggio, veniva a trovare don Riva per leggergli l'Osservatore
Cattolico, unica lettura della quale ancora s'interessasse, poiché i libri,
diceva lui, lo avevano tradito.
- Non studiare, sai.
Bisogna essere ignoranti per fare carriera nella nostra classe, poi così si
comprendono forse meglio le miserie dei poveri.
- Voi vi siete
rovinato a fare il professore di seminario, ve l'ho sempre detto - interveniva
stizzosamente la vecchia sorella quasi calva, col capo coperto anche
nell'estate da un fazzolettone turchino e gli occhi quasi senza palpebre, rossi
fors'anche dalle troppe veglie.
Ella adorava quel
fratello, l'ultima persona che le restasse al mondo, col quale viveva da oltre
quarant'anni.
- Tacete, pettegola:
quella poteva anch'essere la strada per diventare vescovo, se non avessero
voluto rovinarmi per forza.
Adesso il maggior
tedio gli veniva dalle mosche, insistenti, ghiotte del suo sudore viscoso di
ammalato.
- Mi mangiano già
prima che sia morto!
Ma la cosa non poteva
durare molto. L'idropisia gli era salita dalle gambe al ventre, gonfiandoglielo
enorme sotto i lenzuoli; mentre le gote gli si scavavano in un color di cenere,
e negli occhi vitrei s'irrigidiva già la fissazione spaventata dell'invisibile.
Egli non aveva voluto
ancora i sacramenti, credendosi sempre in tempo per riceverli, ma una mattina alle
otto mandò egli stesso la sorella a chiamare il parroco don Costantino; si
confessò, si comunicò piamente, piangendo qualche lagrima silenziosa, l'ultima
ribellione della sua vita conculcata di professore, e si mise un crocifisso sul
lenzuolo. Quando Giannino arrivò colle Giornate in mano per chiedergli
il Sommario della storia d'Italia di Cesare Balbo, la fisonomia del
vecchio prete era quasi serena. L'uomo cessando di lottare aveva cessato di
soffrire. In quell'ombra della stanza, ammorbata dall'acre odore del decrepito
materasso e delle povere lenzuola, fra le quali moriva, la sua grossa testa
bianca pareva dentro un'aureola.
La sorella seduta
presso la finestra taceva.
Giannino si sentì
prendere da un sudore freddo, l'altro non mosse la testa, poi chiuse gli occhi.
Il suo respiro era affannoso, gorgogliante di catarro.
Il ragazzo attese nel
mezzo della stanza qualche minuto, quindi si accostò alla sorella, ma questa
gli fece capire tutto con un gesto. Anche la sua faccia pareva impietrita.
Era la morte nella
maestà senza nome del proprio mistero, senza lagrime, senza parole: nessuna
commedia umana vi si agitava intorno. Egli non pensò più, tutto quanto sapeva e
credeva gli dileguò improvvisamente dallo spirito, mentre i suoi occhi atoni
vedevano senza guardare, e il rantolo del malato si abbassava lentamente.
Questi ebbe ancora un
gemito.
Allora la sorella,
adagio, venne col grembiule a cacciargli le mosche dal volto: anche Giannino si
era appressato. Dopo qualche minuto l'altro lo riconobbe, poi chiese che gli
raddrizzassero i cuscini sudici sotto la schiena, e parve star meglio.
- Ero venuto… -
cominciò Giannino cercando di dare alla propria voce una intonazione disinvolta
per dissimulare il proprio terrore, - ho qui il libro da renderle.
- Tienilo… è il
legato che ti faccio - e ricadde nuovamente in quella specie di torpore.
Ma questa volta vi
durò qualche ora. Giannino e la sorella non parlavano, quegli per sfuggire
all'angoscia di tale tensione aveva preso dal comodino uno dei libri, L'uomo
sotto la legge del soprannaturale del cardinale Alimonda.
Si era fatto tardi;
il medico, un signore vicino, non veniva che prima di mezzogiorno o assai tardi
la notte rincasando, ma aveva dichiarato che forse la cosa durerebbe ancora
qualche giorno. Don Costantino occupatissimo per la festa di San Saverio, nella
quale la sua chiesa avrebbe sfoggiato un ricco addobbo, era tornato sulle due
dopo pranzo, e rassicurato da quella frase del medico non verrebbe più nella
notte senza una chiamata. Giannino ne parlò sommessamente colla sorella, che
gli rispose con quella rassegnazione ormai vicina all'indifferenza,
nell'impossibilità di qualunque speranza.
- È tardi? - domandò
improvvisamente l'infermo agitando la testa, mentre il ragazzo stava per
ritirarsi inosservato.
- Sì, bisogna ch'io
vada: sono le otto e mezzo.
L'altro gli tese la
mano con uno sforzo così spossato che Giannino cadde in ginocchio per baciarla.
Un'ultima luce si
accese nei grandi occhi vitrei dell'agonizzante; la sorella seduta alla finestra
vide il ragazzo alzarsi quasi subito per fuggire dallo spasimo di quella
emozione: il libro gli era caduto, lo raccolse vergognoso che avesse potuto
sciuparsi davanti a lui, e vi soffiò sulle costole per cacciarne la polvere.
- Non studiare… -
ammonì ancora, spegnendosi, la voce del vecchio professore.
Due giorni dopo
Giannino verso le sette ritornava in città con la cotta bianca sotto il
braccio, per una stradicciuola che dal cimitero passava presso il convento dei
cappuccini, solo e triste dopo aver accompagnato il mortorio di don Riva. Anche
il funerale era stato miserabile; avevano coperta la bara col panno sbiadito
dei poveri, poi don Costantino l'aveva seguìta con altri quattro preti e poche
beghine del vicinato: egli portava dinanzi la croce fra due monelli in cotta.
Appena deposta la bara al cancello, don Costantino aveva mormorato in fretta le
solite preghiere, e il piccolo corteo si era disperso.
In quel vespero
luminoso di letizia, per la larga strada da porta Montanara al cimitero,
passavano molti gruppi di persone e qualche carrozza; quindi egli sfiancò per
quel viottolo fra gli orti e i due bracci del canale Naviglio. La sua anima
tutta piena della morte provava una strana dolcezza nella contraddizione di
quel crepuscolo estivo, vibrante di sussurri e di profumi, mentre nel cielo
limpido e tremulo grandi nuvole rosse sembravano isole in fiamme. Dagli orti
densi di verzura e lungamente inaffiati veniva un sito terroso. Egli camminava
a testa bassa rivedendo ancora nel pensiero gli ultimi istanti del morto:
dov'era egli adesso?
La terra, che
gettavano forse in quell'istante sulla sua cassa era tutto il premio de' suoi
giorni tribolati quaggiù, mentre il suo spirito salito sino a Dio aveva già
ricevuto la benedizione della felicità eterna? Eppure egli sentiva con una
specie di terrore che l'anima del vecchio aveva protestato amaramente sino
all'ultimo minuto, come se le consolazioni della vita futura non bastassero a
chiudere le cicatrici di tutta la sua vita umana. Si moriva, morivano i
credenti e gl'increduli dopo essere passati sotto le medesime verghe, sparendo
nel mistero: solo la religione aveva saputo accendere una lampada sul gran
varco per gittare nelle tenebre dell'infinito il bagliore di qualche raggio. E
in mezzo a questo trionfo continuo della morte, la vita si manteneva egualmente
lieta nella pompa spensierata della propria bellezza, come se la gente e la
natura non potessero mai ricordarsene.
Improvvisamente ad un
gomito della stradicciuola si vide venire incontro due signore, ricche negli
abiti, con un servo gallonato di dietro a pochi passi. Erano madre e figlia, ma
questa, forse quindicenne, camminava con una lentezza impressionante. Il suo
viso piccino, rotondo, sebbene le gote fossero già un po' scavate, era di un
pallore simile a quello dei vecchi ceri sugli altari; una immensa capellatura
bionda, di un oro ardente, le scendeva sulle spalle, mentre coi grandi occhi
azzurri, bistrati, guardava tristamente la mamma, che le parlava con tenerezza.
Egli si tirò
vergognoso verso il fosso per non urtarle, con uno spasimo nuovo per quella
sottana così lagrimevole, dai bottoni sfilacciati e quasi sordida malgrado
tutto il suo studio di tenerla pulita, ma la fanciulla accorgendosi forse della
sua confusione deviò gli occhi. Quei pochi passi diventavano una immensa
distanza, s'imbrogliava a camminare, colla testa bassa, guardando con
inconsapevole ardimento il viso della fanciulla. Anch'essa era pallida, più di
lui, irremissibilmente ammalata. Una indefinibile dolcezza le spirava intorno
come se non camminasse nemmeno, così sospesa al braccio della madre, una donna
alta e bella, cogli occhi neri e un battito nelle palpebre, che tradiva la
dolorosa fatica per reprimere una troppo lunga emozione.
Infatti quella
passeggiata, a piedi, fuori dalla città, se vi ritornavano così lentamente,
doveva essere per la madre la più orribile delle torture. Chi erano? Egli non
le aveva mai vedute e non avrebbe saputo a chi chiederlo, ma il suo cuore si
era aperto impetuosamente dinanzi all'aspetto moribondo di quella fanciulla.
Nessun'altra bellezza di giovinetta o di angelo dipinto gli era mai sembrata
più eterea: la sua esile ed alta figurina si disegnava appena sotto le vesti
accanto al corpo così splendido e vigoroso della mamma, mentre in quell'ombra
della sera le sue labbra violette lasciavano ancora vedere i denti bianchi.
Quando le ebbe
oltrepassate si voltò, ed arrossì vivamente, vedendo che anche la fanciulla
aveva girato la testa per guardargli dietro.
Che cosa pensava ella
di lui? Aveva indovinato colla chiaroveggenza misteriosa degli infermi, pei
quali la vita non è più che un velo, la sua profonda tristezza in quel momento,
dopo aver accompagnato al cimitero il cadavere dell'unico amico? Aveva sentito
che povero, abbandonato, infermo desiderava anche egli di morire? Senza
rendersene conto, giacché in questo caso gliene sarebbe mancato il coraggio,
ritornò sui propri passi dietro di loro: camminava adagio attardandosi nello
svellere qualche germoglio dalle siepi per mantenere la distanza; il suo
sguardo si attaccava ad ogni passo di quell'effimera creatura con una
inesprimibile emozione, ma non vedeva che il suo abito chiaro e tutto quell'oro
sulle spalle sotto un cappellino di una eleganza incomprensibile per lui, che
non aveva mai osservato una donna.
Ella teneva penzoloni
nella mano sinistra, stancamente, un grande merletto bianco per avvolgersene il
volto al primo soffio fresco. La mano era sguantata.
Ci vollero venti
minuti per ritornare sulla strada, che dalla porta della città conduce al
cimitero: allo sbocco aspettava una magnifica carrozza con due grandi cavalli
bai. Allora egli affrettò il passo inconsideratamente, e poté essere visto
dalla fanciulla nel momento che i cavalli partivano al gran trotto; ma nel
farla salire sul predellino con quale delicatezza la mamma aveva saputo
aiutarla per nascondere agli occhi della gente la sua estrema prostrazione!
Alcuni passanti
avevano salutato rispettosamente.
Egli tornò in fretta
da quella porta entro la città, e sull'altra porta di un gran palazzo barocco
sorprese fra due donnicciuole questo dialogo:
- La contessina non
arriverà in fondo al mese.
- È tisica marcia:
quasi tutti i signori sono così.
- Allora la famiglia
Naldi è finita.
- Bel male! non hanno
da morire anche i signori? La contessa vedova tornerà a maritarsi; come ama
però la sua creatura!…
- Poveretta! -
replicò l'altra, addolcendo la voce a questa osservazione, che la toccava nelle
fibre di madre.
A lui sembrò di aver
saputo tutto. Ma da quel giorno la sua vita interiore parve aver trovato finalmente
la tenerezza consolatrice, che le era mancata sino dall'infanzia. Quella
morente fra tutti gli splendori della ricchezza era una derelitta come lui:
glielo aveva letto nei grandi occhi cilestri, pallidi di uno smarrimento, che
si sentiva anch'egli nel cuore così spesso. Prima di coricarsi pregò anche per
lei, perché la madonna la guarisse, lasciandola quaggiù come una immagine degli
angeli adoranti intorno al suo trono. E a poco a poco quella tenerezza si fece
più intensa: non era l'amore inevitabile a' suoi diciotto anni, quel primo
fervore di tutto l'essere verso di un altro in uno slancio d'ispirazioni
infinite, entusiasta e vivace come tutte le illuminazioni della fantasia; ma
una passione delicata e profonda, che lo faceva vivere collo spirito di quella
sconosciuta, in una confidenza fraterna e nullameno trepidante di riserve.
Nessuna immagine impura, nessun volgare sottinteso turbava la serenità ardente
del suo affetto. Egli non sapeva nemmeno abbastanza chiaramente che cosa fosse
la donna, benché avesse dovuto studiare sui libri la torbida epopea di peccato
e di espiazione per la quale essa aveva traversato il cristianesimo fino
all'apoteosi di Maria.
Poi la sua stessa
miseria di seminarista, costretto a vivere con dieci franchi al mese, perdeva
ogni dolore dinanzi alla miseria mortale di quell'altra, vacillante come
un'ombra fra tutti i riverberi della ricchezza, e già vicina a sparire
improvvisamente nel chiarore di un'alba.
L'indomani ripassò
sotto le finestre del palazzo, avventurandosi per tutta la città sino nello
Stradone, un largo viale fiancheggiato di platani, all'ombra dei quali nel
pomeriggio le signore uscivano a farsi vedere. Tutto fu indarno, dovettero
trascorrere delle settimane prima che la rivedesse in carrozza, poi la incontrò
ancora a piedi sempre così lenta, vestita di chiaro, col viso bianco dentro
l'aureola dorata dei capelli. Avrebbe voluto conoscere il suo nome, ma quando
lo seppe gli parve volgare, Tecla, perché sentì dolorosamente l'impossibilità
di aggiungervi un diminutivo; quindi ascoltando, talvolta chiedendo
imprudentemente, seppe il resto. Era l'unica figlia del conte Naldi morto
tisico dopo pochi mesi di matrimonio colla contessa Crivelli. Tutta la città
s'interessava del caso pietoso, perché i più illustri professori avevano già
dichiarata perduta ogni speranza.
Solo la madre colla
sublime assurdità dell'amore confidava sempre.
Ma gli esami gli
caddero addosso nella prostrazione fantasiosa di quel sogno, dentro il quale
oramai rimaneva chiuso, senza avere ancora potuto rendersene un conto
abbastanza chiaro. Egli sapeva solo di amarla con tutta la forza dell'anima dal
momento che il suo pensiero si perdeva affascinato dietro di lei. La notte ed
il giorno, nel silenzio delle scuole o nelle solitudini del proprio granaio,
vedendo sempre la sua esile figura di fanciulla passare lentamente cogli occhi
cilestri, pallidi di quello stesso smarrimento, che si sentiva nel cuore.
- Merlini, che cosa
avete dunque da essere sempre così intontito?
Lo sgridava talora la
voce aspra del professore, mentre gli altri ridevano intorno. Egli si turbava,
ma nella purezza della propria coscienza non credette nemmeno di aprirsene col
confessore.
Quell'anno gli esami
andarono meglio, poi restò ancora due giorni in città per tentare di vederla, e
la terza mattina ripartì a piedi per il villaggio. Là si ammalò. Un tifo, forse
dovuto all'insalubrità del pozzo di casa, lo tenne due mesi tra la vita e la
morte: il medico lo aveva spacciato, il parroco volle amministrargli i
sacramenti, egli invece era quasi contento pensando che forse anch'ella stava
per morire. Il loro breve viaggio, così dissimile eppure egualmente triste,
finiva allo stesso modo; avevano appena traversato un lembo della terra, che
Dio già impietosito della loro stanchezza li richiamava.
Invece guarì. Allora
provò tutte le amarezze della malattia, le prostrazioni, gli scoramenti, e
soprattutto l'umiliazione della miseria, che gli contendeva di rimettersi in
forza coi cibi sostanziosi prescritti dal medico. Intorno a lui il padre e le
sorelle erano freddi: oramai credendolo svogliato degli studi e così poco in
gambe si erano rassegnati a perderlo, quindi le querimonie scoppiarono alle
spese provocate dalla malattia. Egli si sentì discusso, valutato coll'atroce
discernimento dei poveri, pei quali tutto deve soggiacere alla misura del
danaro.
Quando ripartì ai
Santi per la città pareva uno scheletro, ma l'appetito gli era tornato in un
rigoglio improvviso di giovinezza. Sciaguratamente i dieci franchi al mese non
gli avrebbero permesso di mangiare di più, se qualche buona fortuna di chiesa
non venisse ad aggiungere loro un altro guadagno. I primi mesi furono
terribili, il freddo e la fame gli attanagliarono spesso lo stomaco. Rivide la
giovinetta sempre così diafana, coi capelli d'oro sulle spalle, e le guance di
un pallore cinereo: forse questo poteva essere un effetto del freddo, ma i suoi
occhi incontrandola gli rivelarono subito, come la prima volta, che nulla era
migliorato nella sua vita di fantasma.
Come la prima volta
ella rivolse la testa a guardarlo, ed egli arrossì nuovamente. Essa pure
cominciava ad alzarsi solo con quei primi freddi a rovescio di tutte le
previsioni, che non le avevano concesso altri giorni dopo la caduta delle
foglie. Naturalmente si era ingiallita in un colore d'ambra sottilmente venato:
solo l'oro dei suoi capelli regali scintillava agli ultimi soli.
Egli la rivide
ancora, e non trascorse più giorno che almeno cinque o sei volte non passasse e
ripassasse sotto le sue finestre, dacché una mattina aveva creduto di scorgerla
fra due tende, altrettanto bianca, col viso ai vetri, immobile. I cristalli di
un pezzo solo, purissimi, lasciavano apparire la sua figura sino alle
ginocchia. Egli si arrestò di botto come dinanzi ad una di quelle sante dipinte
nelle alte vetriate: i capelli d'oro le facevano sul capo un nimbo di gloria
attraverso la luminosità dei cristalli, che rendeva quasi trasparenti anche i
suoi abiti. Per fortuna in quel momento la strada era deserta, ma quando poté finalmente
sottrarsi all'incanto di quella apparizione senza che ella lo avesse ancor
veduto, per rattenere uno scoppio di pianto lì nel mezzo del Corso si disse di
aver fatto una grande scoperta.
Quella era dunque la
sua camera?
Una voce segreta,
inconfutabile, glielo affermava. Infatti tornandovi tutte le sere vi scorse
sempre il lume; l'indizio era tutt'altro che sicuro, ma nullameno egli si
sentiva certo di non ingannarsi.
Quell'anno l'inverno
rigido cominciò a San Martino. Egli tormentato sempre più dalla fame aveva
finalmente potuto trovare un condiscepolo, al quale ripetere le lezioni di ogni
giorno, nel figlio di un calzolaio, che impietosito dalla miseria di questo
nuovo maestro lo invitava tutte le sere a cena. Non era un vitto molto fine, ma
abbondante come in vita sua non gli era mai capitato: poi il calzolaio gli
risuolò le scarpe e sua moglie gli fece un paio di calze in grossa lana nera.
Così col mantellone dell'arciprete e lo stomaco pieno non aveva più freddo, ma
in quella casa lo trovarono presto svogliato. Durante le ripetizioni, cui
l'altro si prestava di mala voglia, frequenti distrazioni gli facevano spesso
sbagliare i temi esponendolo alle berte dello scolaro contento di potersi a
quel modo mostrare superiore in faccia ai propri parenti. Era una nuova tortura
più aspra della fame; poi in quella famiglia il padre ateo e la madre villana
non avviavano il figlio al sacerdozio che come ad un mestiere, calcolandone
anticipatamente i guadagni senza un riguardo né a se stessi né a lui. I loro discorsi
osceni lo facevano soffrire nelle fibre più delicate dell'anima; nullameno
resistette per quella necessità di dovere pur mangiare, e soprattutto perché le
ripetizioni gli avevano fornito la scusa per ottenere dal padrone di casa la
chiave della porta. La libertà gli parve immensa. Tutte le sere sulle dieci
ripassava due o tre volte sotto il palazzo Naldi fermandosi a considerare
lungamente quella finestra illuminata. La sua sottile ombra nera si disegnava
sinistramente sulla bianchezza della neve; talvolta i passanti si voltavano
meravigliati a considerarlo, e allora egli riprendeva il passo nascondendo il
viso magro nell'alto bavero del mantellone, colto da un senso pauroso di
vergogna al pensiero che qualcuno potesse parlarne col vescovo. Perché un seminarista
giovane come lui era ancora fuori ad ora così tarda?
Ma siccome all'angolo
della casa di contro, prima di arrivare al palazzo, v'era una piccola Madonna
di maiolica rischiarata da un lampione, tutte le sere si fermava devotamente a
dirle tre Salve Regina per lei. Certamente quella neve avrebbe preso prima di
sciogliersi la tenue fanciulla nella propria bianchezza per nasconderla agli
occhi di tutti, lieve e pura dentro l'ombra di un'altra notte più profonda.
Egli lo sapeva già con una certezza che talvolta lo faceva rabbrividire.
Infatti imparò presto
dalla voce di tutti che la giovinetta, da quindici giorni sdraiata sopra una
poltrona nella camera della mamma prospiciente sull'ampio giardino perché non
poteva stare a letto, era in fin di vita.
Egli ebbe uno
schianto al cuore: che cosa vi era dunque in quell'altra camera perennemente
illuminata? Poi la notte degli otto dicembre, festa della Immacolata
Concezione, nel passare alla solita ora vide dentro l'atrio del palazzo una
carrozza bruna con due immensi fanali accesi, che lo rischiaravano come di una
luce d'incendio. Nevicava fittamente, silenziosamente, a larghe falde. La neve
turbinava ai vetri dei fanali con un battito di piccole ale bianche crescendo
pura e fredda sulla strada: nessuno passava. Egli già tutto bianco, colle
scarpe sepolte nella neve e il mantellone che vi strideva dietro ad ogni passo,
si diresse verso la Madonna. Dentro quella opacità la fiamma del lampione gli
parve come di lampada sepolcrale.
Improvvisamente sentì
un soffio più freddo negli occhi e un bisogno irresistibile d'inginocchiarsi
dinanzi alla Madonna singhiozzando sotto il mantello perché nessuno potesse
vederlo.
Appoggiò la testa al
muro e si prostrò col mantello sulla testa congiungendo disperatamente le mani:
le sue orazioni salirono a quella piccola immagine quasi invisibile come una
fiamma fra il pianto dirotto che gli inondava il viso. La fanciulla moriva:
egli se ne accorgeva come la madre ginocchioni anche essa accanto alla
poltrona.
Era allucinazione?
Era una di quelle misteriose visioni, che la scienza nega ancora, e che lo
spirito ebbe sempre?
Egli mormorava
sommessamente le parole del salmista ai moribondi con lo stesso accento
monotono dei preti in tali istanti, simile ad un murmure di acque, che
avvallino per un fondo senza fine.
Quando i ginocchi
intirizziti dalla umidità della neve lo fecero rinvenire, si sentì tutto
bagnato: tentò di rialzarsi colle mani al muro, ma l'impressione del freddo fu
così acuta che gli fece quasi gettare un urlo.
Una carrozza passò
rotolando sulla neve, mentre il portone si chiudeva strepitosamente.
Egli intontito di
quanto aveva fatto si avviò rabbrividendo per tornare a casa; nella notte lo
colse la febbre.
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