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5 - IL
CANARINO
Il magnifico gatto d’Angora tornò
a sdraiarsi sullo sgabello.
Ella riprese il libro dal tavolo,
e abbandonando il capo sulla spalliera con un morbido atto di civetteria, che
contrastava colla dura marmorea bellezza del suo volto, riprese:
- Bonghi ha ragione:
naturalmente, voi, suo avversario politico e filosofico, non potrete
convenirne, troverete forse questa sua prefazione al Fedone fiacca e
pesante, ma chi potrebbe oggi scriverne una degna? Forse noi non lo possiamo
più.
- Perché?
- Non me lo domandate, giacché lo
sapete fin troppo. Io, una signora, che ha letto poco e capito meno, non posso
spiegarvelo, ma noi sentiamo oggi diversamente dai greci, giudichiamo con altri
criteri, amiamo un'altra bellezza. Nessun oratore parlando alla Camera si fa
accompagnare da un flauto, nessun avvocato come Iperide sveste oggi la propria
accusata davanti alle Assise: il nostro abbigliamento troppo complicato darebbe
tempo ai carabinieri d’intervenire, mentre la stessa accusata non sentirebbe
forse più la forza di tale argomento.
- Siete ben sicura che l’aneddoto
d'Iperide non sia una favola? - egli ribattè cercando evidentemente
d'irritarla.
- In questo caso non sarebbe che
più vera: credete che se ne potrebbe inventare una simile sui nostri giurati?
Bonghi ha tradotto Platone…
- Perché?
- Se mi aveste domandato per chi,
vi avrei risposto: per noi, per tutti coloro, che ignorano il greco; vedete
bene che dedica la prefazione alla principessa di Teano, la più bella signora
d'Italia. Certo una traduzione dovrebbe essere come un ritratto, ma Bonghi non
è un artista, non sarà forse nemmeno un filosofo, come voi sostenete, però è un
ingegno. Come quegli scienziati, che vanno a studiare le flore dei paesi
lontani e ritornano con una cassetta di fiori secchi, egli ci reca un Platone
vizzo, senza colore e senza profumo. Non importa, io ringrazio Bonghi.
- Ma egli - proseguì l’illustre
critico, rattenendo un moto di dispetto ed ammirando involontariamente la
superba bellezza della duchessa - pretende di tradurre davvero. Non è il
gentiluomo, che tenta l’impossibile per una signora affrontando magari il
ridicolo e trionfandone con un sorriso. Voi siete troppo buona con lui, e vi
dimenticate che il nostro secolo possiede ancora un uomo capace di tradurre
Platone: perché non lo ha voluto? Indovinate il suo nome?
- E chi non indovinerebbe? Vi
sono forse due scrittori come lui? Come mi dispiacque di vederlo a Firenze per
il congresso degli orientalisti! Io, che me lo ero immaginato con una bella
testa di filosofo antico ammorbidita da una eleganza femminile, non vidi che un
fattore volgare ed atticciato, cui l'essere stato quasi prete dava ancora un
impaccio indefinibile, e due occhi troppo belli facevano una fisonomia
inaccettabile. Evidentemente quegli occhi li aveva rubati.
- A chi?
- Ad una donna, che avrebbe
dovuto essere un poeta se Dio avesse consentito alle donne di esprimere la
poesia invece d'ispirarla. Avete ragione Renan solo poteva tradurre Platone. Vi
ricordate la sua preghiera sull'Acropoli di Atene? Avete ancora letto l’ultimo
capitolo del suo Ecclesiaste? È uscito ieri. La lingua francese può rendere la
greca? A giudicare da Cousin m’hanno detto di no: a leggere Renan io, che non
so il greco, affermo intrepidamente di sì.
- Forse Renan non ha mai ricevuto
complimento più bello. Invano Zola disperato d’imitarlo tenta d'impicciolirlo
paragonandolo a Gauthier: Renan scrive e Gauthier bulina, a Gauthier il
pensiero deriva quasi sempre dalla frase, Renan ha la frase del proprio
pensiero. La loro lingua è diversa: quella di Gauthier a girandole di fiori e
di fuochi, piena di ricercatezze recondite e profumate, di parole rare come le
gemme, scoppiettanti d’iridi e di baleni. I suoi periodi oscillano come
incensieri, in tutti i suoi disegni predomina il rabesco, la confusione prodiga
ed inesauribile dell’ornato, la ricchezza che impazza nella ricchezza, la
melodia che si perde nel labirinto delle variazioni.
- Vi è del Talberg in lui.
- Forse… Renan è semplice, non si
può essere bello altrimenti. Guardate Zola, che combatte Gauthier e Victor
Hugo: ebbene, il suo stile è una fusione dei loro due, talvolta nelle qualità
più spesso nei difetti, mentre la sua arte discende da Balzac, che confessa, e
dai romanzieri inglesi, che nega. La sua originalità di artista e di pensatore
sta nei soggetti prescelti; Zola oggi è il più grande perché è il più moderno.
Un passo ancora e le finezze linguistiche e sensistiche di Gauthier si
cambieranno pei Goncourt in vanità di astruserie, che annebbieranno loro
sovente la verità dei quadri. Il fino diventerà impalpabile, l’indicibile sarà
detto, ma l’incompreso sarà aumentato.
La duchessa ebbe un sorriso.
- E Renan? Parlatemi di Renan, di
questo uomo, che discutendo è sempre della opinione del proprio avversario.
- Vi piace questa ultima formula
del suo scetticismo?
- Se tutti gli uomini fossero
scettici con noi alla sua maniera, e se Renan fosse bello!
- Lo è. A chi paragonarlo per
farvelo meglio sentire? Egli non è un pensatore nel senso altissimo della
parola, non ha il genio, che apre o chiude una epoca. Tutte le creazioni sono
informi, tutte le sintesi incompiute: nelle prime la forma recalcitra, nelle
seconde la materia sfugge. Egli non ha inventato nulla, ma sa quasi tutto, ha
percorso la storia e la geografia del mondo: l'Oriente gli ha ceduto coi propri
colori le sorgenti della poesia e della pittura, la Grecia gli ha dato la
bellezza, Roma antica il senno dell'equità, la Germania moderna la critica per
tutte le dottrine. Scettico vero, egli concilia in sé stesso le contraddizioni
di tutti i sistemi, come la vita risolve nel proprio fatto l’antagonismo di
tutte le forze. Michelet ha detto che la storia è una resurrezione, ma
scrivendola non ha sempre potuto trionfare della morte; Renan ha giudicato la
vita un romanzo, e ha scritto quello di un uomo oggi ancora creduto da quasi
tutti un Dio. Il romanzo è per lo più una tragedia indebolita, nella quale la
disperazione diventa malinconia e il singhiozzo sorriso. Renan sorride. Egli
credente solo nella vita, non ne accetta che la formula più alta, impossibile a
tutti i sistemi, la bellezza. La vita è un fatto che la scienza cerca di
decomporre, la storia di raccontare, l'arte di ripetere: l'arte è ancora la più
fortunata. Forse Schelling aveva ragione affermando in essa l'ultimo momento
del pensiero, se la creazione fu il primo momento della vita.
- Oh!
- Non mi credete? Ritorniamo
dunque a Renan. Che direbbe oggi di lui Balzac morto nell'ammirazione di
Gauthier? Uno scrittore per diventare veramente bello non deve essere novatore
né del pensiero, né della forma; forse questa affermazione scritta susciterebbe
polemiche e spropositi, ma io mi vi ostino perché ogni individuo non può essere
perfetto che adulto. La Grecia rappresenta la perfezione del pensiero moderno,
quella del nostro secolo non so dove o quando avverrà. Uno scrittore per
sperare di essere perfetto deve trovare tutto fatto attorno a sé, nel meriggio
di un sistema, il quale abbia felicemente maturato tutto lo spirito di un
popolo. Vedete, Renan giunge dopo che i romantici hanno rinnovellato la vecchia
lingua classica e prima che i nuovi naturalisti la rimettano nel crogiuolo:
ecco forse perché egli scrive meglio di tutti. Però Renan è ancora più
scrittore che artista, non rappresenta ma dice; solamente per questo non basta
la sapienza della lingua, giacché Littré sapendo la storia intima di ogni
parola gli rimane incalcolabilmente inferiore. Filologia e chimica formano le
parole e i colori, la natura e i pittori inventano i toni.
E si fermò.
- Renan, Renan! – tornò a
provocarlo la duchessa senza lasciargli nemmeno il tempo di respirare – fatemi
il suo ritratto. Avete cominciato e vi siete ancora distratto: volete Bonghi in
compenso? Ve lo cedo, sebbene incominci a diventarmi simpatico, oggi, che tutti
si vantano d’insultarlo.
- Non crediate così di chiedermi
poco e di offrirmi troppo – rispose con certa amarezza.– voi, duchessa, che
sapete tanto bene il latino, vi ricordate senza dubbio la definizione della
bellezza data da Cicerone: la bellezza si può esprimere talvolta, più raramente
raffigurarla, analizzarla mai. Non vi è spesso sembrato che una pagina di Renan
rassomigli a una pagina di Mozart, ne abbia la stessa malinconia latente, lo
stile puro quantunque capriccioso, l’inimitabilità dell’espressione precisa
nella parola e illimitata nel sentimento? Balzac ha detto che la prima qualità
di un libro è di far pensare; per un libro di filosofia, forse, ma per un libro
d’arte ne dubito. Renan ottiene di meglio: la sua prosa è una musica che vi fa
sognare; ecco il prestigio, il fine ultimo dell’arte, dare all’anima una
seconda vita, sostituire alla creazione della natura quella dello spirito.
L’arte non può avere sistemi. Vedete come Zola, che sarebbe benissimo dotato,
sia costretto ad esagerare le scene per sostenere l’esagerazione delle proprie
polemiche. In tutte le opere di Renan non vi è forse una sola vera negazione;
egli sa che un’idea ne vale un’altra, e che per un’idea come per un individuo
il fatto di esistere ne implica il diritto e ne contiene la ragione. La
negazione, che pretende distruggere, è al tempo stesso un’impotenza ed una
assurdità; essa deve semplicemente essere il limite di ogni individuo attorno a
sé medesimo, l’orbita della sua attività. Quindi, se Cousin disse impropriamente
che l’errore è la forma della verità nella storia, Renan più fortunato comprese
che la verità non può risultare se non da tutte le contraddizioni, ed affermò
che solo nel contraddirsi sempre e sinceramente stava la speranza di avere
qualche volta ragione. Volete un libro, che contenga la verità?
- C’è?
- Sì.
- Datemelo.
- Ma non avrete né il tempo né la
pazienza di leggerlo. Pigliate il catalogo di una biblioteca, e se la
biblioteca ha qualche milione di libri quel catalogo contiene la verità.
- Non si potrebbe farne un
estratto?
- Si è tentato, si tenterà ancora
inutilmente. Nessun ingegno sarà mai così vasto da abbracciare tutto, nessuna
vita così lunga da concederne il tempo; l’arte sola, essendo come la vita una
creazione, può talvolta essere vera mantenendosi inconscia. Intervenga la
coscienza, e subito una sensazione o un’idea facendosi dell’arte un baluardo
per difendersi o un monumento per glorificarsi, l’opera d’arte sarà un’opera
morta. Vi siete mai domandata se Renan creda in Dio con una fede più forte che
in qualunque altro principio? Domandate a voi stessa, dopo averlo letto, se ci
credete: non ne saprete nulla. Vi parrà di essere in alto, nell’azzurro, che le
stelle vi guardino con sorrisi di bontà, che la terra vi richiami col sospiro
dei fiori, che le nubi si aprano per accogliervi, che il vento si rattenga per
sostenervi; vi sentirete l’anima più pura, il pensiero più vivido, il cuore più
caldo. E Dio? Forse quella non è che la sua presenza: domandatelo a Renan,
domandatelo a voi stessa, e non otterrete risposta. L’arte vi avrà barattate
l’estasi della natura, una strofa avrà avuto lo sfondo di una prospettiva, una
pagina vi sarà parsa un panorama; le due creazioni si saranno valse, ma se
vorrete analizzarle, la scienza non vi darà che dei misteri e dei cadaveri, la
critica che delle contraddizioni e delle parole. Si può forse, esprimere in
altro modo ciò che la musica dice? Sarebbe essa ancora l’ultimo sforzo del
linguaggio, il verbo dei pensieri muti altrimenti? Ebbene, anche la bellezza è
una musica ineffabile come la vita stessa.
- Triste musica, allora!
- Siete pessimista?
- Sì.
Egli sorrise.
La duchessa si alzò per offrirgli
da un tavolino prezioso d’intarsi l’astuccio delle sigarette, e rimase qualche
istante in piedi guardandolo. La sua bella testa pallida aveva sempre la stessa
espressione di freddezza quasi crudele.
- La prefazione di Bonghi
conclude per la vita – egli soggiunse con accento leggero di provocazione. Io
potrei ripetervi la sua frase: poiché siete tanto bella, tutto non è dunque
dolore quaggiù.
- Allora perché la bellezza non
basta alla felicità dell’amore e l’amore spesso non si cura nemmeno della
bellezza? Bonghi ha ragione quando afferma contro la falsa serenità dei nuovi
pagani che il mondo antico è stato infelice quanto il moderno, e che la
malinconia non è un male cristiano. Noi siamo tutti infelici!
- Voi! - egli esclamò con accento
duro, forse irritato seco medesimo dalle troppe idee sciupate in quel dialogo,
e che avrebbero potuto bastare a parecchi dei suoi articoli.
Ma ella non si degnò nemmeno di
notare l’interruzione.
- Lo so - proseguì vivamente –
ormai si è detto tutto sul dolore e sul piacere, si è preteso che siano l’uno
la cessazione dell’altro, poi due gradi di una stessa sensazione. Vundtz e
Lotze, vedete che sono bene informata, me lo diceva ieri il professore Tommasi-Crudeli,
presso a poco sostengono questa tesi: ma vi è una obbiezione. Se il dolore
deriva dalla vibrazione troppo violenta di un nervo, perché una parola fa
spesso più male di una pugnalata, e la frattura di una gamba è meno spasmodica
talvolta di una rottura galante? Il dolore morale è dunque diverso dal dolore
fisico? La fame crea l’accattonaggio, mentre la vergogna di aver fame produce
sovente il suicidio. Perché nella maggior parte dei casi noi affrontiamo il
dolore per arrivare al piacere? Perdonate se io, donna, oso gettare con le mie
mani lo scandaglio in certi abissi, ma la questione ci interessa tutti, grandi
e piccoli, uomini e donne.
- Non vi farò che una obbiezione
la più volgare ed insieme la più forte: se la vita è infelice, perché tutti
l’accettano?
- Perché dimenticate voi i
suicidi? Coloro che accettano, sperano, ecco tutto.
- La speranza deriva essa pure
dalla vita: ma volete davvero una ragione irresistibile? – seguitò con evidente
intenzione di sarcasmo guardandola negli occhi. – poiché ogni fenomeno è
doppio, pigliate i due estremi della gamma, la generazione e la morte: la
voluttà dell’una è più intensa del dolore dell’altra. Anzi, Leopardi, un pessimista
che non potete rinnegare, sosteneva con ragione che la morte sola è senza
dolore.
- Siete ben sicuri che in ogni
fenomeno della vita il piacere sia maggiore del dolore?
- Il fatto della vita è per me,
esaminatelo imparzialmente.
- Lo volete? – ribattè sollevando
il capo dalla spalliera della poltrona.
Egli tornò a sorridere.
Allora la duchessa si alzò
lentamente, andò alla finestra, dinanzi alla quale, fra le tende penzolava una
magnifica gabbia dorata; ne aperse lo sportello e ne trasse colla mano il
canarino. Il grazioso animaletto mise due o tre stridi lasciandosi prendere
dalla padrona.
- Alì - ella si volse chiamando
il magnifico gatto d’Angora, che sonnecchiava sopra uno sgabello.
La duchessa aveva appena avuto il
tempo di sedersi che Alì le era saltato sulle ginocchia e, percotendogliele con
la coda, le si strofinava con le orecchie nel seno. Poi si accovacciò nel suo
grembo guardando tranquillamente il canarino.
La duchessa gli passò una mano
sul capo e appressandogli sicuramente l’altra alla bocca gli presentò
l’uccellino per le zampe. Il canarino gettò un grido.
Alì lo teneva già addentato sino
al dosso.
- Che cosa fate? – esclamò
balzando in piedi l’illustre critico, che aveva atteso a tutta quella manovra
senza capirla.
- Vi confuto - rispose
mostrandogli freddamente il gatto, che sgretolava con pigra ghiottoneria quel
corpicino ancora vivo.
Entrambi erano diventati pallidi.
La duchessa scacciò Alì con un gesto, si alzò e tendendogli la mano ripeté con
indefinibile sorriso:
- Adesso ditemi ancora che nella
vita il piacere di mangiare vale il dolore di essere mangiato.
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