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6 - IDILLIO
Secondo un motto di Pindaro
«all’ingresso di ogni opera d’arte bisogna mettere una figura che brilli da
lontano». Quale l’aveva dunque egli collocata nell’atrio del proprio tempio, di
cui oggi non ci rimangono che poche ruine? Lo si ignora, ma se dagli scarsi
rottami si potè conchiudere all’edificio, la statua, che ne ornava il
vestibolo, dev’essere stata ben bella.
E questa legge di estetica, da
lui liricamente formulata, si verificò poi in tutte le grandi opere d’arte.
Forse la Grecia non ebbe sculture più belle del fregio del Partenone:
all’ingresso della Iliade, serena ed a un tempo sanguinante epopea di
battaglia, Omero aveva già collocato la patetica figura di Andromaca:
all’ingresso dell’Eneide Virgilio pose il tragico fantasma di Didone,
nelle prime bolgie dell’inferno Dante s’imbatte in Francesca, dalla soglia
stellata del Paradiso gli viene incontro Beatrice: Angelica passa
fuggendo nelle prime strofe dell’Orlando, il primo guerriero che arriva sulla
piazza di Gerusalemme è Clorinda, la prima vittima che si presenta nel palazzo
maledetto di Adelchi è Ermengarda: Margherita sta nel vestibolo del massimo
poema moderno, Ofelia sulla porta del gran teatro del mondo! Zola stesso,
l’implacabile pessimista, ha dovuto mettere davanti al proprio freddo ed enorme
edificio borghese l'agreste e pietosa sembianza di Miette, figurina idilliaca,
che nella storia dell’Idillio viene così a trovarsi fra la Simetha di Teocrito
e la Regina di Tennyson, ingenua come la prima, devota a morte come la seconda.
Ma fra queste due donne, fra Teocrito e Tennryson, non sono passati invano
circa duemila anni.
Certo non tutte le epoche, e
nemmeno forse tutti i popoli, possono produrre l’Idillio, quale apparve in
Grecia, e da quella apparizione è rimasto nel nostro spirito. I romani, che
derivarono dai greci tutte le arti e delle arti si applicarono tenacemente a
tutti i generi, nel presentimento di una difficoltà insuperabile parvero
affidare quest’ultima prova al loro poeta più dotto nella mano e squisito nel
temperamento. La dura fibra romana non si piegò, Virgilio fece miracoli di
artificio, ma la vittoria dell'arte rimase a Teocrito.
Nato in Sicilia, dentro il mare
più bello, sotto il cielo più puro, in una isola nella quale la casa può essere
un lusso e il vestito una decorazione: dove l’incanto della natura impone
l'ozio, e il canto come linguaggio naturale dell'ozio può facilmente diventarne
la sola preoccupazione, Teocrito si trovò sulla scena più adatta alla propria
poesia. Intorno a lui la pastorizia durava da secoli e dura ancora ai nostri
giorni, l'agricoltura non aveva maggior fatica del raccogliere, e la facilità
del clima vi produceva colla condiscendenza nella vita il suo oblio.
Una moltitudine di barche dalle
vele multicolori le facevano cintura: era libera come uno scoglio e potente
come un regno, ferace quanto una pianura e poetica come tutte le montagne.
Cornice, quadro, personaggi, tutto era pronto; l'epoca non poteva essere
migliore. La Grecia, che avendo aperto con Omero il proprio lungo periodo di
gloria doveva chiuderlo con Teocrito in una parentesi di grandezza e di grazia,
aveva già troppa storia, troppo lottato, vinto e perduto, su tutti i campi di
battaglia.
Il suo pensiero era esaurito, la
sua anima non aveva più la freschezza di sensazioni, quella stupefazione beata
del risveglio della vita, che le aveva fatto inventare Pane prima di Apollo, il
flauto innanzi alla lira. Ma nella Sicilia, sulla quale le tempeste politiche
erano passate come i venti d’Africa scrollando solamente le cime degli alberi,
la siringa era ancora l’istrumento più dolce, ancora durava l'accordo inalterato
fra spirito e natura, mondo e pensiero. Forse le prime parole cadute
nell'orecchio del poeta bambino furono un motivo di egloga modulato dalla
balia: più tardi, giovinetto, era stato probabilmente giudice in più di una
cantata, che riprodusse poi immortale nel verso. Partito da Siracusa per
studiare nell’isola di Cos sotto Sileta, celebre poeta, vi aveva conosciuto il
figlio di Tolomeo Lago; quindi, visitata Alessandria, allora centro
intellettuale del mondo era stato di ritorno in patria, accolto alla corte di
Gerone. Ma l’erudizione accumulata negli studi e nei viaggi non aveva indurito
la fibra del suo temperamento: schietto siciliano aveva voluto apprendere dai
greci i canti, non le canzoni. Così la loro decrepitezza non potè intristire la
sua gioventù, mentre l’abbondanza del getto riempendogli costantemente le forme
perfettissime da esse ricevute, gli tolse di cedere a quella vanità di
ricercatezze, che già viziavano i suoi maestri e dovevano poi guastare tutti i
suoi successori.
Laonde, ingenuo d’occhi e collo
sguardo istrutto si trovò rapporto alle cose in quella condizione di mezza
verità, la più favorevole alla immaginazione, come ha scritto un grande
critico; la quale può egualmente insistere e sfuggire, stringere da presso la
realtà e allontanarsene, cogliere il particolare e la prospettiva.
Dopo lui e il suo tempo,
l’idillio scomparve, i romani n’ebbero uno degnissimo sebbene diverso nelle Georgiche,
essi che avevano sentito l’agricoltura con la stessa tenace serietà della
guerra e della politica.
Finalmente venne il cristianesimo
e l’idillio inadatto all’anima di Roma diventò impossibile nel pensiero umano.
Il concetto pessimista del mondo, che costituiva il fondo della nuova
religione, dava necessariamente un altro aspetto alla natura e un altro significato
alla vita; poi l’impero rovinante, il profondo avvilimento di una civiltà, che
si sentiva esaurita e si presentiva distrutta mentre i barbari ruggivano a
tutte le frontiere: l’esistenza ridotta un’orgia pei pagani fisi all’Olimpo e
un’espiazione pei cristiani intenti nel Golgota; la terra abbandonata dalle
antiche divinità e non ripopolata dalle nuove; il dubbio rimasto ultima
affermazione di quanti pensavano ancora, l’indifferenza suprema virtù di coloro
che resistevano tuttavia, il martirio estremo eroismo di quelli che
ricominciavano a credere. Poi i barbari irruppero, l’impero sprofondò, la
civiltà si spense, e sul suo cadavere morto di vecchiaia la natura non intese
per molto tempo che canti di salmi e singulti di pianto.
Un grande spostamento aveva avuto
luogo; nel mondo antico il tempio era all’aperto, di marmo bianco, giocondo
come una terma, mentre l’Eliso stava nel centro della terra, freddo e scuro
come un sepolcro. Nel mondo nuovo il primo tempio era stato sotto terra, e
l’Eliso in cielo.
Quando i poeti ritorneranno a
cantare, l’elegia avrà dunque la nostalgia del sepolcro e l’ode quella del
paradiso: quindi l’una canterà con voce più bassa, l’altra volerà con ali più
forti.
Poi l’idillio, sopravvissuto e
destinato a sopravvivere sempre nelle improvvisazioni popolari come prima ed
ultima forma dell’egloga, tentò di risorgere artisticamente fra le fole, le
ballate, le sirventi, ma la nuova fanciullezza del mondo, non era come
l’antica, e la purificazione esercitata dal cristianesimo sulla natura aveva
messo la diffidenza nell’uomo. La bellezza era stata dichiarata un pericolo,
l’amore un peccato. La coscienza atterrita dal problema religioso non poteva
più bearsi nell’eterna giovinezza dei campi: l’arte avendo tutto obliato
ricominciava bambinescamente sotto la ferula della religione, la vita ancora
sofferente delle proprie crisi non aveva più abbandoni, onde fra la vergine e
il cavaliere, i due tipi nuovi, l'idillio non fu possibile. Ma quando nella
civiltà progredita rifiorirono le lettere, e la bellezza ridivenuta plastica
restaurò il regno delle forme, l’idillio comparve nuovamente coll’imitazione di
Virgilio in Italia, più tardi coll’imitazione dell’Italia in Francia per finire
da noi in un'Arcadia di accademia, là in una Arcadia di corte colle pastorelle
vestite di seta e il verso trapunto come i loro abbigliamenti. La letteratura
aveva rinvenuto il modo, non il tempo dell’idillio. Poscia vennero il
romanticismo e la musica; il primo invece di abbigliare le pastorelle di seta
le ornò di sentimenti anche più fini, ed ebbe per la natura entusiasmi di
sacerdote, tenerezze di amante; la seconda, più intima e quindi anche più vera
della poesia, accennava già di riuscire quando il contatto del romanticismo e
le false abitudini del teatro la viziarono così che nello stesso capolavoro
immortale di Bellini, malgrado la freschezza dell’ispirazione e la grazia delle
movenze, manca troppo spesso la semplicità.
Finalmente l’idillio passò in
Inghilterra, e là, dentro una letteratura, nella quale si era sempre notato il
predominio di quanto oggi chiamasi con brutta parola realismo, si disse che
Tennyson era risorto. Infatti a prima vista tutte le condizioni vi sembravano
riunite. Un popolo coltissimo e non ancora in decadimento, abbastanza ricco per
avere il gusto e l'abitudine della campagna, con un sentimento schietto della
vita e una predisposizione alla malinconia corretta dalla fortezza della
tempra. La sua campagna era feracissima, la sua religione quasi ragionevole, la
sua filosofia poco teoretica, la sua poesia semplice per indole per tradizione.
Tennyson stesso non poteva essere
meglio dotato dalla natura ed esercitato nello studio.
Ma il ferreo carattere inglese
diventato di acciaio al fuoco della grande rivoluzione puritana, si era ancora
più indurito nel lungo e fortunato esercizio commerciale: la religione
agghiacciatasi dopo il trionfo aveva come coagulato il sentimento del popolo,
il classicismo rimasto nelle lettere e nei costumi malgrado l’influenza di
Byron e di Shelley irrigidiva ancora il gusto dell'aristocrazia. In Inghilterra
più che altrove il concetto della vita e dell’amore erano in antitesi
coll’idillio, L’agricoltura vi ha ridotto il podere come una fabbrica cogli
stessi operai, le stesse macchine, la stessa speculazione crudele e trionfante:
la bigotteria protestante, molto peggiore della cattolica, aiutata dall’indole
del popolo e dalla sua storia vi ha costretto l'arte ad un ufficio puramente
morale; quindi negate tutte le passioni, contati i generi e i tipi. Da molto
tempo il teatro inglese è chiuso, per molti anni non si aprirà se la vita non
vi ritorni coll'arte, quella vita, che oggi non si vuole nel romanzo perché si
condanna il romanzo nella vita. Così la ragazza inglese, ammirabile per la sua
superbia d’individuo capace di bastare a sé medesimo, è forse meno di ogni
altra incline all’idillio, mentre nella dignità del proprio carattere deve
giudicare sconveniente ogni più ingenua confessione dell'amore.
Nella Grecia non era così.
La Simetha di Teocrito non è
cortigiana, ma una piccola borghese come la Margherita di Goethe, camuffata
così miseramente dal Gounod in angelo. Innamorata e tradita dall'amante ricorre
agli scongiuri. La scena è la stessa che ai nostri giorni, solamente il rito
n’è cambiato. Invece dei lauri oggi si usa il mazzo delle carte. È notte, il
luogo deserto, un cortile o un giardino. La luna sogguarda dalle nubi. Simetha
accompagna lo scongiuro cantando, e il suo canto esalato a voce bassa è di un
effetto terribile. Si direbbe quasi un canto calmo se il ritornello indirizzato
al fuso, che girando sopra sé stesso deve attirare l'assente, non avesse uno
stridore di arma omicida. I cani salutano dai boschi la luna, poi il mare si
queta, il vento tace, ma non le tace nel petto la passione per colui, che
doveva sposarla e invece ha fatto di lei una miserabile disonorata. Questo
lamento di una bellezza funebre nei versi greci è tutto di amore. Simetha non
piange la verginità perduta, ma l'amante involatosi dietro un altro amore,
mentre ella mostrata a dito dalle compagne più fortunate dovrà subire le baie
dei giovanotti più depravati del paese.
Allora il ricordo delle passate
voluttà torna a fermentarle nel sangue e, levando verso la luna, che le
confonde il proprio pallore sul volto, ella invoca la pianta famosa dell’Isyomane,
che fa delirare cavalli e puledre lungo le valli di Arcadia.
- Ah! ah! odioso amore, perché
attaccandoti al mio petto come una mignatta di palude hai bevuto tutto il
sangue nero del mio corpo? - esclama cacciando un grido quasi per un morso
improvviso.
Questo urlo la esaurisce, ha
bisogno di restare sola.
La stessa presenza della vecchia
Testili le diviene insopportabile, quindi la manda ad ungere la porta di Delfi
con una atroce mistura di veleni. Qui la scena muta, e comincia la seconda
parte dell’idillio. Simetha si sdraia per terra come una bestia, in tormento e
singhiozzando, cantando, racconta a sé medesima colla passione di tutti gli
infelici il proprio male. Il racconto è un capolavoro di verità e di poesia. Il
ritornello della invocazione a Diana, che lo riannoda interrompendolo,
invariabile nelle parole muta significato ad ogni strofa coll'accento della
voce languida o minacciosa, famelica o supplichevole. Un giorno, non è molto,
la sua amica, Anasso, venne ad invitarla per la festa di Diana; vi si recarono
coi canestri e videro molte fiere, fra le altre una leonessa, della quale le è
rimasto il ricordo. Simetha aveva fatto la più accurata toeletta, perché la
giornata era splendida ed avrebbero incontrati molti giovanotti.
Infatti a mezza strada
s'imbatterono in due dei più belli, Delfi e Eudamippo, che uscivano dalla
palestra rossi, sudanti.
Vederlo, amarlo, fu un punto
solo, un colpo di vento, uno scoppio di fulmine. Forse l’amore covava da lungo
tempo nel suo cuore: l’atmosfera era favorevole, la stagione di primavera, il
cielo quasi bianco a forza di essere puro, Simetha innamorata di Delfi oblia la
festa e scappa a casa; se fosse rimasta, e Delfi le avesse rivolta la parola,
sarebbe scoppiato uno scandalo. Così Shakespeare molti secoli dopo ha fatto
innamorare Giulietta e Romeo: la prima qualità dell’amore semplice è la
prontezza. Appena in casa Simetha si caccia in letto e si ammala. Per dieci
giorni, dieci secoli, non mangiò né bevve: un pensiero le tendeva il cervello,
uno spasimo le bruciava il cuore, Delfi. La fisonomia le si emaciò, la pelle le
divenne gialla come il topazio; allora pensò agli scongiuri, risorsa di tutte
le immaginazioni deboli, ma gli scongiuri furono insufficienti. Ad ogni
invocazione le crebbe la smania, quantunque volte pronuncia il nome di Delfi le
labbra le scottano ancora. Non rimane più che un rimedio, mandare Testili da
Delfi; la passione l’aveva trovato subito, ma la ragione esitava. Testili va e
torna con Delfi. Qui è il punto culminante del poemetto. Parla Simetha: con un
solo tratto Teocrito si rivela poeta ed osservatore di primo ordine, giacché
rivedendo con gli occhi della fantasia Delfi entrare dall’uscio ella interrompe
il racconto per gettare il grido del ritornello come se la stessa emozione le
si ripetesse nell’anima, e il medesimo strido della prima volta le rompesse
dalle labbra.
Poi un freddo le tocca tutte le
carni, un sudore abbondante come una rugiada la bagna, e non può parlare
nemmeno come i bambini balbettano nel sonno vagendo verso la madre.
Quest’ultima nota è di un patetico profondamente femminino, giacché l’amore
sveglia sempre la maternità nella donna. Delfi entra bello e fatuo
conquistatore, anche adesso le pare di rivederlo; le siede con famigliarità
quasi protettrice sul letto e per farle un complimento comincia a parlarle di
sé stesso, dicendo che il suo invito lo ha prevenuto come l’altro giorno egli
sorpassò il bel Filino alla corsa. Naturalmente cita il più bello fra i propri
amici per provarle che non teme confronti. E Simetha gli dà ragione. Per le
Delfi non è l’elegante antipatico di tutte le decadenze, ma il Delfi bello, dal
petto largo, dalle membra agili, il vincitore della palestra. Simetha non ha
torto. Oggi ancora le donne, che si avvicinano al suo modo di sentire, sono forse
anche meno esigenti, non pretendono neppure che Delfi sia bello. Ma come tutte
le persone troppo amate, Delfi non ama; in pochi giorni si stanca di Simetha e
la trascura; ella trema, piange, finché apprende da un’amica che Delfi è
innamorato altrove, s’ignora se di un uomo o di una donna. Simetha stessa non
lo ricerca: che le importa il nome? Ella non è gelosa, giacché la gelosia
discende quasi sempre dalla testa mentre ella ama coi sensi: esige Delfi, ma
trova forse naturale che altri lo desideri, solamente non vorrebbe perderlo. In
questo ultimo caso giura piuttosto di ucciderlo, ma anche allora non si
preoccupa della rivale. Simetha ama troppo Delfi per odiare un altro.
Giammai vi fu idillio più povero
e più bello; oggi dopo tanto mutamento di età noi lo sentiamo ancora, noi che
non possiamo più scriverlo e, quello che è peggio, rifarlo. Teocrito ha messo
l’elegia, fors’anche la tragedia, in fondo all’idillio giacché Simetha può bene
ammazzare Delfi in un incontro, a certe ore, in date circostanze. Tennyson ha
fatto altrettanto, ma invece di Delfi è la regina che morirà: idillio, elegia e
tragedia si seguono formando un solo componimento. Là un fatto che rivive in un
racconto, qua un soliloquio nel quale si perde un fatto; Teocrito ha scolpito
un gruppo, Tennyson fuso una statua; il gruppo è molto nudo, la statua molto
panneggiata, il primo prorompe dalla vita, la seconda rientra nel sogno.
Siamo alla vigilia della festa di
Maggio. La futura regina è nella propria casetta, sola con la madre, alla quale
raccomanda di svegliarla presto l’indomani per avere il tempo di abbigliarsi:
domani è la gran festa, si dà il premio della bellezza, la più bella sarà
nominata regina. Essa ha già contato i voti, sono tutti suoi. Nella ingenua
vanteria dei primi trionfi la regina non sa frenarsi e come Delfi
particolareggia alla madre piangente di gioia le proprie bellezze. L’apertura
della scena è vera, il ritornello, che come un’eco delle ovazioni imminenti
interrompe quel soliloquio, ha una grazia e una leggerezza inimitabili. Come le
frasi leggermente retoriche tornano e vibrano nelle sue spezzature!
Ma ecco che dalla ragazza
prorompe la vergine. Ella non ha mai amato e non ama: la hanno detto che ha un
cuore selvaggio, ma non ha risposto perché non avevano colpito nel segno. Molti
giovani, dei quali non ricorda più il nome l’amarono.
Uno solo, Rubino l’ha colpita.
Ella lo vide sempre solo, raccolto in sé stesso, schivo della gente: Rubino
l’ama senza averglielo mai detto. Questo riserbo è la sua superiorità sugli
altri giovani, l’unica ragione per la quale ella talvolta pensa a lui; anche
Rubino deve essere vergine, ma ha una fisonomia pura e malinconica, il riflesso
dei lunghi sogni sulla fronte. Ma la ragazza ripiglia il sopravvento, e
perdendosi già con la fantasia nel tumulto glorioso dell’indomani, con versi
esultanti e sapienti, forse troppo sapienti, dipinge alla madre il quadro della
festa entro il paesaggio calmo della valle che somiglia alle valli di tutte le
descrizioni. Vi è persino il rivolo, che mormora tra i sassi, il sole, che al
tramonto indora le cime delle colline.
All’ultimo scoppio del ritornello
si sente lo scoppio del bacio, che la futura regina dà alla mamma intenta a
rimboccarle le coperte.
Passò un anno.
La regina è ammalata di tisi, la
malattia delle vergini e delle sante: quando l’anima sola vive il corpo non ha
che morire. Si è levata sentoni sul letto e prega la madre di svegliarla
all’alba per vedere l’aurora del nuovo anno. Il soliloquio prosegue lento e
stentato: un lumicino rischiara la camera, nell’aria pesa la nausea di un alito
viziato, ma l'inferma perdendosi nei ricordi della propria incoronazione
vorrebbe vivere fino alla prossima primavera. Perché? È un rimorso, che le sale
dal corpo disfatto come un bisogno supremo di sentire la natura prima di
abbandonarla? O il desiderio di avere molti fiori al proprio funerale? Chi lo
sa? Quindi coll’intenerimento contagioso dei malati parla della chiesetta
parrocchiale, rammenta il piccolo camposanto, finché ripresa improvvisamente dalla
vanità della ragazza, con un irresistibile impeto d’affetto espresso in versi
mirabili, scongiura la mamma a seppellirla sotto la spinalba, che nel mattino
trionfale di maggio le fece da baldacchino al trono. La vanità è dunque la sua
unica passione, come la tisi doveva essere la sua unica malattia, s’ella non
vuole che corone e non sogna che di mostrarsi dall’alto, sui gradini di un
altare o di un trono? Forse, ma i sermoni del buon pastore le sovvengono a
tempo e, soffocando tutte le voci dell’orgoglio, le sgorgano dalle labbra
scolorite in tante consolazioni per la mamma.
Povera mamma! Come dev’essere
dolorosa la morale evangelica in bocca di una figlia morente, come consolerebbe
di più il sentirla piangere nel dolore dell’abbandono che il vederla rassegnata
alla necessità della partenza!
Il desiderio dell’ammalata fu
esaudito: la primavera è tornata battendo con le foglie delle pianticelle
rampicanti ai vetri della sua finestra. Perché mai questa vergine, che non ha
amato il mondo, questa tisica che sta per abbandonarlo con gioia, si perde ad
analizzarne con arte sì fina e talvolta con particolari così dotti tutte le
loro bellezze alla madre? O fu un capriccio d’inferma, o è stato un difetto nel
poeta. L’agonia si avvicina: il prete è uscito dopo aver benedetto la morente,
mamma e figlia sono sole. Il canto del finale incomincia con un canto sacro;
gli angeli sono passati a volo pel cielo suonando le arpe; Regina le ha sentite
due volte, alla terza morirà. Un angelo librato nel vano della finestra, lontano,
nell’azzurro, la chiama.
- Addio sorella, addio mamma!
La ragazza spirando rivela il
proprio segreto di vergine, quindi il sogno di paradiso le ricomincia
nell’anima, e in quel sogno s’addormenta.
Ecco la figura messa da Tennyson
dinanzi ai propri idilli come quella che più altamente esprime la sua poesia
idilliaca. Il paesaggio è inglese, colori freddi, aria umida, vegetazione
rigogliosa. Una agricoltura sapiente ha migliorato ogni pianta: case, mulini,
castelli, tutto a posto, il quadro pare il paese, ma il paese pare un quadro.
La regina muore: che cosa farebbe nella vita? Diventerebbe prima sposa, poi
madre, poi massaia: addio quindi poesia, perché tutta la poesia consiste nella
verginità, primo grado dell’angelo. Invano parla sempre di fiori e li conosce,
ne sa persino i nomi difficili: forse li imparò adornando l’altare della
chiesetta, ma i fiori non le dissero una parola della loro vita così simile
alla nostra, vita di amore e di generazione.
L’idillio di Tennyson è dunque
un’elegia ancora più romantica che cristiana, alla quale Lamartine non è
estraneo, giacché nel canto o nell’accompagnamento, nella voce o nell’accento,
qualche cosa di suo vi si intende. Che cosa pensa Tennyson della Simetha di
Teocrito? Non lo so, ma si potrebbe forse saperlo, e forse ne pensa
diversamente da noi, ma che cosa penserebbe Teocrito della Regina di Tennyson?
Adesso l’Inghilterra è per
Tennyson, poeta laureato della regina, i lords lo accettano tra di loro, i
borghesi lo venerano, i pastori lo citano, il pubblico lo paga come non ha mai
pagato nessun poeta, i critici lo dichiarano superiore a Byron e si sono
lagnati solo una volta, quando volle imitarlo dopo aver imitato tutti; ma il
mondo è per Teocrito, il poeta della natura, che nessun periodo di civiltà ha
ancora invecchiato, che forse nessun altro poeta sorpasserà. Teocrito vive in
fondo a tutti i cuori: è laggiù nei nostri primi ricordi, nei nostri primi
sogni d’amore, nel nostro primo risveglio alla vita e alla verità.
Tutti noi avemmo qualche Simetha
e qualche Regina, vivemmo nell’elegia e aspirammo alla sana giocondità
dell’idillio antico. Così la letteratura inglese, che ha avuto Shakespeare e
avrà Tennyson ancora per poco, pare accenni anch’essa di ritornare all’antico
per interrogare la natura con nuove intenzioni.
La Francia ha ritrovato Zola e
Zola ha ritrovato la Miette; l’Inghilterra non può quindi tardare molto a
rinvenire un altro poeta, che alzi nell’atrio del proprio monumento un’altra
maggiore statua, perché secondo il motto di Pindaro «all’ingresso di ogni opera
d’arte bisogna mettere una figura che brilli da lontano».
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