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7 - LA
NOTTE DI NATALE
Tutte le ragazze si
alzarono.
La Prudenza diede
ancora una occhiata in giro, accomodò un ciocco caduto da un alare, stette un
momento incerta se riportasse la pentola nella cucina, poi risolvendosi d'un
tratto disse:
- Andiamo.
Le ragazze già
impazienti si agitarono fra le sedie con un garrito di passere, vi furono
ancora delle risa, qualche scherzo di mano sugli abiti e sugli sciallini; Ghita,
la più vanitosa, andò un'altra volta a guardarsi nella specchiera. Prudenza la
richiamò sgridando con bonomia e tutte insieme sparvero collo stesso saluto
dalla porta.
Prudenza, rimasta
ultima, si rivolse col battente in mano ad osservare Gaspare.
Era un vecchietto con
una calotta nera sulla testa che gli teneva luogo di berretta, una veste di
percalle in dosso a fiorami diluiti dagli anni e dall'uso. Egli si alzò, tornò
a scrutare dentro la pentola nella quale avevano bollito le castagne, rimosse
il candeliere, lo smoccolò sebbene non ne avesse bisogno e si risedette sulla
poltrona. La pezzola turchina gli spenzolava dietro ad una colonnina dello
schienale.
Nella camera troppo
grande un muro, facendo arco a metà, formava una alcova senza tende: l'alcova
era riempita da un largo letto di noce colla cimasa coronata da una conchiglia,
e da due canterani di modello antico, coi piedi alti, a due soli cassetti.
Fuori dell'alcova a mano dritta biancheggiava un armadio di alberone; un altro
comò sormontato da una specchiera a quattro colonnette nere, che si acuminavano
in due testiere di ottone, era il mobile più bello della camera; nel mezzo un
tavolo rotondo vi faceva da altare, con una Madonna cilestrina tutta stellata
d'argento, e un presepio sotto una campana di vetro, dentro la quale una grande
macchia rosea era senza dubbio la culla del santo Bambino.
Due gatti di gesso
bianco, sul quale col fumo di candela si era tentato di imitare le zebrature
della pelle, si miravano dai lati del camino con una posa quasi altera nella
lunga immobilità.
Gaspare disteso sulla
vecchia poltrona guardava distrattamente il cerchio lasciato dalla pentola
nella cenere. L'ambiente era tiepido. Le grosse palle in ottone degli alari
riverberavano alle fiammelle delle brage, mentre nella camera mollemente
assopita il crepitìo delle faville sfuggenti su pel camino sembrava un'eco
delle ultime risa.
Fuori nella notte la
luna aumentava colla propria limpidezza il freddo del vento.
Gaspare pensò a
Prudenza, che non si era forse affagottata bene; ma la chiesa era vicina e
senza dubbio calda in quella notte per la molta folla. Perché Gaspare non era
stato anch'egli della comitiva accompagnando la vecchia moglie e tutte quelle
ragazze dei vicini alla prima messa del Natale? Forse egli stesso non avrebbe
saputo ben precisarlo, ma da oltre quarant'anni non aveva messo piede in una
chiesa.
Ed ecco come le cose
erano andate.
Una volta sotto
Gregorio XVI lo avevano arrestato innocente e tenuto sei mesi in prigione:
l'accusa era di politica e quindi gravissima, una relazione con alcuni
giovanotti, dei quali due furono poi fucilati e tre perirono dopo lunghi anni
nel bagno di Civitavecchia. L'impressione di questa tragedia, che si cacciava
violentemente fra le scene modeste e volgari della sua vita, e i patimenti del
carcere, l'orrore degli assassini, coi quali aveva dovuto ridere e scherzare
sei mesi, le torture degli interrogatorii, le minacce lungo il processo, poi la
sorveglianza oltraggiosa, che lo perseguitò anche dopo, e soprattutto il
raccapriccio indicibile, indimenticabile che provò la mattina della
fucilazione, quando tratto da una forza fatale volle assistervi malgrado tutte
le rimostranze di Prudenza, fu tale che ne ammalò nervosamente per qualche
anno. E d'allora ebbe una ripugnanza mista di odio e di spavento per tutti i
preti. Infatti smise ogni pratica religiosa, sebbene Prudenza vi scorgesse con
ragione il pericolo di un nuovo incarceramento.
Ma Gaspare, che non
era mai stato patriota, non fu più oltre disturbato; anzi il suo parroco, a
quell'epoca uno dei sanfedisti più arrabbiati, ogni qualvolta lo incontrasse,
indovinando quel suo stato infermiccio di spirito lo salutava con un sorriso di
compassione. Gaspare si sentiva rimescolare, e, quando il curato morì,
quantunque di animo mite andò a veder passare il corteo funebre, perché
altrimenti non gli sarebbe parso di esserne sicuro. Intanto la sua vita aveva
ripreso la solita andatura: era impiegato nella amministrazione di un gran
signore, che facendogli pochi complimenti lo teneva carissimo per l'ordine
scrupoloso di ogni suo atto e la specchiata onestà del carattere. Così, senza
quel ricordo insanguinato, si sarebbe creduto un uomo perfettamente felice. Poi
i tempi erano migliorati. L'avvenimento di Pio IX malgrado la bufera del
quarantotto e i successivi rigori al ritorno del papa da Gaeta e dei Tedeschi
nelle Romagne, segnavano un'epoca più blanda di governo; i patrioti cospiravano
meno tenebrosamente e, scoperti, andavano in esilio, e i clericali si
divertivano in tutte le guise, più fermi che mai nella fede del proprio regno;
persino gli ufficiali tedeschi, una razza bellissima ed elegantissima,
sarebbero sembrati amabili se la loro qualità di nemici non l'avesse vietato.
In quel torno due
grandi gioie erano venute a ritemprarlo.
Quel signore lo aveva
messo a capo di tutta la propria amministrazione, raddoppiandogli d'un colpo
l'importanza del grado e la somma dello stipendio; Prudenza, la bella donnina
dal volto ovale di madonna, dagli occhi neri, dalla bocca soave che illuminava
di sorrisi tutte le sue ore casalinghe, era finalmente incinta dopo dieci anni.
Quest'ultimo trionfo maritale lo fece quasi impazzire, molto più che ella
stessa ne delirava. Quindi in casa non vi fu più requie; ella preparava il
corredo per il bambino; egli avrebbe voluto fare altrettanto, s'informava,
dirigeva, scompigliava, riordinava ogni cosa. Le vicine venivano su ad ogni ora
da Prudenza per discorrerle del bambino e ridere vantandosene quasi, come se
quella tarda gravidanza di una così bella donnina fosse una fortuna e un
orgoglio per tutti.
Adesso, passando
tutte le giornate lunga distesa sulla poltrona, ella aveva preso una vecchia
per le faccenduole di casa e mandava alla trattoria per il pranzo; egli nel
terrore di una sconciatura le proibiva continuamente ogni più piccolo moto, si
ringalluzziva alle allusioni delle comari, e appena rimanevano soli, covandola
collo sguardo sino a farla arrossire, finiva quasi sempre col domandare il
permesso di appressarle le orecchie al ventre e di ascoltare.
Poi tutte quelle
aspettazioni di silenzi e di discorsi si erano risolte entro una bella notte di
primavera in un vagito; il bambino era nato grande e bello, aveva già un
ciuffettino di capelli biondi, sembrava un fiore, un frutto, tutto ciò che la
natura ha di più squisito e la fantasia di più ideale. Il bambino piangeva
misteriosamente come piangono tutti i bambini, gli altri piangevano di gioia:
la madre nel pallore e per le sofferenze del parto sembrava una martire. Quindi
all'indomani un'altra festa per il battesimo.
Gaspare si era messo
un soprabito nero, magnifico come quello del suo padrone, tutta la casa era in
moto: lungo la strada la gente veniva sugli usci a guardare la fanciulletta
inghirlandata che portava il neonato; Gaspare si sentiva scoppiare, vedeva dei
baleni in cielo, ascoltava delle suonate dentro le case. In chiesa un altro
caso aveva concluso la sacra funzione facendo straripare l'entusiasmo. Nella
immensa cattedrale, deserta a quell'ora pomeridiana, un ufficiale austriaco di
cavalleria, tutto vestito di bianco, arrivato forse da poco nella città ed
entrato per ammirare il tempio, si era accostato curiosamente al corteo per
assistere al battesimo. Tutti lo guardavano; aveva un aspetto nobile, un'aria
di bontà che lo rendeva anche più bello. Sulla fine la comare, che scoppiava
dalla vanità nell'esercizio delle proprie funzioni, rispondendo al latino del
prete con un latino anche più disastroso del solito, appena detta l'ultima
giaculatoria, nel rimettere il bambino entro la coltricella merlettata non poté
rattenersi dal mostrarglielo con un gesto fra servile e civettuolo. Le altre
donne avevano fatto ala, e l’ufficiale, avanzatosi forse involontariamente di
un passo, si era trovato al fianco di Gaspare e del prete, che gli sorrideva
sotto il volto con quel sorriso dei preti di allora verso i tedeschi.
Quindi sotto
l'attrazione del bambino tutti si erano inteneriti: l'ufficiale aveva esclamato
in bonissimo italiano:
- Come è bello! -
E volgendosi al
padre, che si riconosceva necessariamente fra tutti all'aspetto impacciato ed
insieme orgoglioso, gli aveva detto con una irresistibile gentilezza di
maniere:
- Questo angelo
ignora ancora i nostri odii politici: mi permettete di dargli un bacio? Egli è
bello come l'Italia, speriamo che sia più fortunato.
Gaspare strozzato
dall'emozione non aveva saputo che dire, ma il bambino al soffio leggero di
quel bacio aveva risposto con un vagito. Tutti avevano le lagrime agli occhi,
poi l'ufficiale fece un saluto militare cortesissimo e, per non compromettere
più oltre quella buona gente colla propria presenza, uscì.
Gaspare era
raggiante: in casa lo raccontò subito a Prudenza, che ne pianse.
Così erano passati
due anni, quindi il bambino si era ammalato improvvisamente ed era morto. Lo
spavento prima, il dolore poscia di quella perdita non si descrivono; per
qualche tempo ne rimasero come inebetiti, Gaspare invecchiò, Prudenza divenne
quasi brutta. Invano la rivoluzione cacciando i Tedeschi e rintuzzando i preti
venne ad offrir loro delle distrazioni; e le entrate trionfali dei nostri
eserciti, i bersaglieri bruni e piumati, i garibaldini colle camicie rosse, le
bande, le luminarie, i discorsi, gli entusiasmi, che scoppiavano in grida di
pianto e in lacrime di follìa, il mutamento profondo in ogni ordine, l'affaccendarsi
vertiginoso del nuovo assetto strepitarono, vampeggiarono intorno a loro.
Gaspare costretto a far parte della guardia nazionale vi raggiunse il grado di
sergente, partecipò a molte dimostrazioni, fu membro in più di un comitato, ma
di ritorno a casa, rivedendo Prudenza che non ne usciva quasi più, lo sguardo
gli correva fatalmente a quella cuna vuota.
Ah! se Fernando fosse
stato vivo, come lo avrebbe vestito da bersaglierino.
E anche questo dolore
passò. Prudenza stessa, che era stata sul punto di morirne e, forse per un
istinto della vita, si rifugiava in una più intensa predilezione di Gaspare,
parve obliarlo: la loro esistenza solitaria avvallò lentamente nella vecchiaia
come nell'ombra di una sera umida e pacifica. Egli era stato pensionato, ella
non aveva avuto altri avvenimenti: adesso si sorreggevano affettuosamente l'un
l'altro dimenticando nella inalterabile intimità della loro concordia che la
morte potesse mai separarli.
Seduto sulla
poltrona, coi piedi sugli alari e la testa sull'orlo dello schienale, chiuse
gli occhi. La pace tiepida dell'ambiente penetrava nella quiete della sua
coscienza onesta di vecchio, il quale non si sentiva ancora decaduto: egli
poteva guardarsi intorno e dietro senza un rimprovero. Prudenza era arzilla, si
amavano come al primo giorno; mai nella loro lunga vita di sposi una cattiva
parola era caduta nel mezzo di un discorso e li aveva momentaneamente divisi. E
allora fra quelle ultime fiamme delle bragie che gli lambivano tiepidamente le
piante dei piedi, la testa affondata nell'imbottitura dello schienale, si
ricordò Prudenza fanciulla, poi sua sposina di vent'anni, non sapeva neppure
egli come o perché, tanto era bella, persino troppo bella! La sua figura
bianca, colle trecce nere e il sorriso roseo, gli ondulò un istante dinanzi a
tutte le memorie del cuore.
Aperse gli occhi.
La stanza era ancora
la stessa della prima notte di matrimonio, solamente quel magnifico comò di
noce colla specchiera invece di essere dentro l'alcova dal canto di lei era
presso il camino. Gaspare aveva allora voluto rompere appositamente la
simmetria coll'altro canterano dell'alcova per esprimere così i diritti della
bellezza. Prudenza doveva avere un comò più bello per le proprie camicie più
fine e una specchiera per abbigliarsi. Ella aveva sorriso della spiegazione.
Poi il comò era uscito un giorno dall'alcova e il canterano vi era rientrato.
- Perché? - chiese
Gaspare tornato a casa.
- Non sono più bella.
Non era vero, ma egli
lasciò che Prudenza facesse il voler suo.
Gaspare si alzò;
fossero quelle memorie o il riverbero del camino, aveva il volto acceso:
cominciò a passeggiare fermandosi tratto tratto in un pensiero col volto sempre
più animato da una gaiezza giovanile.
- Che cosa dirà mai!
- esclamò improvvisamente.
Aveva una grande
idea. Intanto che Prudenza assisteva alle tre messe del Natale egli
rimetterebbe il comò al posto del canterano e stenderebbe sul letto la coperta
di seta gialla che c'era stata solamente la prima notte di matrimonio e il
giorno del battesimo. La coperta doveva essere nell'ultimo cassetto del comò.
Chissà che cosa Prudenza direbbe di questa sorpresa: era l'ultimo scherzo, egli
ne rideva e ne sorrideva. Colla mano già leggermente tremula tirò il cassetto e
cercò la coperta: era ravvoltolata in quattro fazzoletti rossi di cotone ancora
tutti di un pezzo.
Ma s'interruppe,
perché quella doveva essere l'ultima cosa: prima bisognava portare il canterano
in mezzo alla camera e sostituirlo col comò. Vi si accinse. Siccome tutte le
biancherie grevi da tavola e da letto erano nell'armadione, il canterano non
pesava troppo. Lo scostò d'ambo i lati, e lo piegava già verso la colonna ai
piedi del letto, quando intese cadere qualche cosa lungo il muro con un suono
secco di carta. Nel timore di aver commesso qualche malanno corse a prendere la
candela e, curvandosi sino ad inginocchiarsi, cercò: era un piccolo pacco. Per
istinto, prima ancora di formare un pensiero, ricollocò con due spintoni il
canterano a posto e tornò al camino: quindi cercò gli occhiali.
La prima era una
lettera indirizzata a Prudenza; disciolse il plico, lo aperse a ventaglio:
tutte le lettere andavano a Prudenza. Che cosa erano? Egli non ne sapeva
niente; sulle prime si vergognò, erano forse lettere di famiglia, pettegolezzi
che essa gli aveva nascosti con bontà di sposa, forse di gente già morta.
Istantaneamente gli venne quasi fatto di gettarle sul fuoco per ritornare al
canterano, ma la curiosità aguzzata dalla solitudine lo punse più
profondamente, e ne aperse una. Alla prima parola impallidì, la lettera
incominciava:
«Angelo mio!
Il nostro bambino sta
dunque bene…».
Ma egli non
comprendeva ancora. Tremante, ansante, portandosi istintivamente la mano agli
occhiali, quasi dubitasse di leggere bene, proseguì; non v'era dubbio, quelle
lettere venivano a Prudenza. A un certo punto era scritto: «perché il nostro
bambino non potrà mai chiamarsi Fernando di Steinmetz?».
Gaspare ricadde sulla
poltrona. La camera aveva sempre lo stesso aspetto calmo, le bragie del camino
sorridevano ancora: si sentiva strozzare. Il significato di quelle lettere era
così assurdo, il racconto di quel fallo sino allora ignorato così
incomprensibile, che in sulle prime non arrivava ad orizzontarsi. Sussulti
nervosi gli scrollavano il cuore, convulsioni indefinibili gli capovolgevano il
cervello: poi gli si fece come una pace morta nell'anima; e si rammentò
l'aneddoto dell'ufficiale al battesimo. Sicuramente era lui. Nullameno era
strano. Tutta quella vita di Prudenza che egli conosceva non dava presa al
minimo sospetto; le maniere di lei erano sempre state le stesse, i suoi occhi
sempre calmi, sempre quieti, il suo sorriso sempre casto. Una simile avventura
era dunque impossibile.
Ma allora la sua
lunga esperienza del mondo gli ricordò centomila casi egualmente impossibili e
veri, e rammentandosi la sua antica inferiorità di omino brutto ed insipido
vicino a quella donna bella come una divinità, e che aveva sempre vissuto nella
modestia della sua vita d'impiegato con una rassegnazione inalterabile quasi da
essere strana per lui stesso, allibì. Quindi interpretandola più esattamente
gli parve come una rassegnazione di prigioniero; ma tutti i prigionieri non
erano colpevoli. Egli lo sapeva, sulle prime non osò condannare. Prudenza aveva
dunque amato un altro? Quell'ufficiale, egli ricordava, aveva tutto quanto
mancava a lui; era bello, nobile, ricco: naturalmente doveva esserle piaciuto
più di un povero impiegato mal vestito, senza spirito, che aveva appena un buon
cuore, e non sapeva che amare e rispettare. Quindi una malinconia dolce, piena
di generosi rimpianti per se stesso, gli strinse l'anima. Poi si ribellò
ancora. Infine egli non ci aveva colpa di essere stato così: perché ella dunque
lo aveva sposato? Che cosa poteva rinfacciargli? Non l'aveva sempre tenuta
sopra un altare? Non era sempre stato un uomo onesto? Tutti non lo
rispettavano? E riandando agli ultimi cinquant'anni della sua vita, così
morigerata ed attiva, si disse che valeva bene quella di un altro, giacché egli
non aveva d'arrossire in faccia a nessun gran signore. Ma una voce sorda ed
ostinata gli gridava nullameno dal fondo della coscienza che il torto era suo:
la primavera è dei fiori, e nella stagione dei fiori un buon frutto è senza
pregio. Egli non era mai stato altro.
Prudenza infatti lo
aveva sempre apprezzato, ma un fiore misterioso le aveva fatto un giorno girare
la testa. Povera donna! Mentre tutte le altre fanno scontare al marito la
propria colpa di sensi o di cuore, ella invece lo aveva egualmente prediletto.
Allora l'immagine di Prudenza ai bei giorni gli riapparve, quando il suo volto
puro come quello di una madonna imponeva quasi silenzio alle voglie brutali
dell'amore; o lungo i passeggi nella domenica quando tutti la guardavano, ed
egli sentiva in quella ammirazione di tutti come dei rimproveri per se stesso.
Egli non era degno di Prudenza; se non avesse profittato della sua inesperienza
per sposarla, forse Prudenza sarebbe diventata una gran signora.
Ed ella non se n'era
mai lagnata.
Ma con tutte queste
ragioni il suo cuore soffriva sempre. Sciaguratamente per tutti la vita era
fatta così, la bellezza aveva anch'essa i propri diritti e la gioventù era
piena di passioni. A settant'anni egli doveva saperlo quanto un altro. Perché
dunque se ne lamentava? La sua vita, legata con quella di Prudenza a una
profondità prima d'ora nemmeno sospettata, si era sempre pasciuta di una
illusione, illusione l'amore delle prime notti, illusione l'amore del primo ed
unico bambino!
Adesso gli sembrava
di non avere più passato. La sua vita, semplice impiego nell'amministrazione di
un gran signore, serie di conti e di conteggi, perdeva ogni significato: che
cosa era dunque venuto a fare nel mondo? E ora tutto era fatto! Persino questa
suprema e totale disgrazia era così lontana che non si poteva più parlarne.
Nell'oppressione di
quest'ultima idea gli parve che una mano di ferro stringendogli lo stomaco gli
ricacciasse tutte le castagne mangiate nella sera su per la gola con
un'amaritudine di purgante. Per reazione si alzò. La sonnolenza tiepida ed
onesta della camera gli fece male, forse la camera conosceva tutto quel triste
secreto. Girò due o tre volte per l'alcova sempre colle lettere in mano, e si
fermò dinanzi al ritratto di Fernando, alto nella parete sopra quello stesso
canterano cui voleva mutare posto. Quell'idea di ricordare a Prudenza la prima
notte di matrimonio gli morse allora il cuore. Chissà quante volte ella
sopportando le sue carezze aveva pensato con un sospiro al bel ufficiale! Ma
Fernando era proprio loro? Si appressò al canterano, lo assettò con un altro
spintone al solito posto ed allungandovisi sopra con uno sforzo staccò il
ritratto dalla parete.
Fernando era miniato,
nudo nello splendore della innocenza sopra un cuscino.
Egli lo strinse nella
mano tornando con passi febbrili verso la poltrona: si mise a guardarlo. La
delicata e superba bellezza del bambino finì di atterrarlo, gli si smarrirono i
sentimenti, gli si confusero le idee: Fernando non poteva essere suo. Quindi
tutte le gioie e i dolori provati per lui gli ripassarono lentamente nella
memoria come un corteo di funerale per un cimitero.
Gli sembrò di averlo
ancora in braccio, mentre la mamma col seno slacciato li guardava tutti e due
sorridendo; gli sembrò di insegnargli a camminare, di mettersi carponi perché
il piccino potesse movere i primi passi reggendoglisi con una mano ai capelli;
si ricordò tutti gl'incidenti per strada, a pranzo, a letto, poi, quando il
bimbo ammalò, il terrore delle notti insonni, i lamenti della creaturina che
soffriva, il medico intenerito che piangeva quasi, le vicine che venivano in
punta di piedi e se ne andavano singhiozzando; poi la morte, il vestitino
bianco, la bara coll'angioletto, i fiori, i pianti, Prudenza che ebbe a
morirne, lui mezzo morto che doveva consolare tutti e bastare a tutto. Si ricordò
che di notte era andato diverse volte solo a piangere lungo le mura della
città, si ricordò di tutto e in mezzo a tanto squallore di memorie, fra gli
echi di questi lamenti, la figura ilare di Fernando sorrideva ancora ai suoi
occhi incantati, mentre la sua vocina gli batteva a strilli sul cuore.
Perché dunque
Fernando non era suo?
Non avrebbe potuto
anche esserlo?
Che cosa aveva avuto
quell'uomo per soverchiarlo così in tutto?
Forse in quelle carte
c'era più di una spiegazione. Si pose il ritratto sulle ginocchia e
riaccostando il mazzo delle lettere agli occhiali si mise a cercare nei bolli
l'ordine delle loro date. Voleva leggerle in fila per capire meglio, ma
all'improvviso un insulto di sdegno, di tristezza, di dignità amareggiata e
nullameno trionfante gli fece gettare il pacco sulle bragie respingendo
dispettosamente la poltrona da un lato. Le lettere arsero subito, si contorsero
sotto le lingue curiose delle fiamme: qualcuna si aperse, s'involarono su pel
camino per ricadere in tanti cenci minimi ed aerei. Egli aveva già ripreso il
ritratto e se lo teneva dinanzi gli occhi per non vedere le fiamme: forse non
vedeva nemmeno cogli occhi il ritratto, ma la sua anima non lo ammirava che
meglio.
Oramai non sapeva più
di avere settant'anni, né quando avesse perduto il bambino; invece gli contava
i ricci sulla fronte e mettendogli un mignolo in bocca gli diceva:
- Mordi, Nando,
mordi, Nando! -
E Nando, grosso e
biondo come un vitellino, era lì, c'era sempre stato, ci sarebbe sempre, gli
saltava sopra un ginocchio ed allungandogli le manine cogli occhi strizzati, i
labbruzzi protesi, si metteva a battergli coi talloni gli stinchi strillando:
- Cavallone,
cavallone! -
Egli rideva,
ritornava bambino, poi sollevandolo a tutta l'altezza delle proprie braccia gli
domandava:
- Nandino, vuoi più
bene a me o alla mamma? -
Una mano lo percosse
sulla spalla.
Gaspare si voltò di
soprassalto rimanendo col ritratto alzato sopra la testa.
- Che cosa fai,
Gaspare? - chiese Prudenza con voce intenerita, indovinando quella contemplazione.
Gaspare ebbe una
scossa violenta, si scrollò, la guardò un istante cogli occhi sbarrati, parve
che un lampo gli schizzasse dalle pupille, che la bocca gli si contraesse ad
una parola: tremava, aveva la faccia smarrita, le mani vibranti.
Prudenza affagottata
ancora nello sciallone, col viso calmo, un po' giallo, un viso di buona vecchia
che ha pregato ed è contenta di se stessa, lo guardava con amorevole
rimprovero.
- Gaspare….
A quella voce egli si
arrese, abbassò la testa, una lagrima, che l'altra non vide, gl'inumidì gli
occhi, e baciò il ritratto.
Ella più commossa
fece un gesto carezzevole per toglierglielo, ma Gaspare sollevò il capo, le
prese una mano e stringendogliela esclamò finalmente:
Ah! se fosse vivo….
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