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9 -
TESTA O LETTERA?
Una volta era stato
un signore.
I vecchi del
villaggio si ricordavano ancora di suo padre, il cavaliere, che Gregorio XVI
nominò conte per quelle due tornature di campo offerte al paese, quando si
doveva costruire la grande chiesa parrocchiale. Ma il titolo di conte non aveva
attecchito, perché nelle fantasie montanare egli avrebbe dovuto essere molto
più ricco per meritarlo davvero; rimase quindi cavaliere.
Fece educare il
figlio, l'estremo e l'unico della sua vita, nel seminario della prossima città,
poi sentendosi troppo vecchio lo riprese a casa e se lo tenne costantemente
dappresso sino agli ultimi giorni. Il ragazzo diventato ormai giovanetto
sembrava intelligente ed era bello; quindi il cavaliere morì, e il giovanetto
fattosi quasi uomo volle subito essere un giovane alla moda secondo il costume
d'allora nel villaggio. Ma siccome la moda è identica in tutti i luoghi e in
tutti i tempi, si mise contemporaneamente a comprare cavalli, a giuocare, ad
amoreggiare. La sua vita era una festa. Fragorosamente allegro, stordendosi nel
proprio frastuono e colle adulazioni della poveraglia, che lo chiamava sempre
conte e cavaliere, egli era l'anima e l'invidia di tutto il villaggio. A notte
lo assordava di risa e di canto ubbriacando per tutte le bettole quanti ne
avevano voglia, ed erano molti: di giorno passava e ripassava sul selciato
roccioso dell'unica strada, alto sopra la propria sedia. Così allora si
chiamavano i biroccini; ma la sua sedia era dorata, dipinta di rosso, con un
gran tappeto, il primo che il villaggio avesse forse visto, e che egli lasciava
spenzolare fra il montatoio e una stanga a guisa di gualdrappa.
Le sedie di quel
tempo, primo e massimo sintomo di ricchezza in una famiglia, somigliavano agli
ultimi sedioli usati nelle corse al trotto, sostituiti poi dai sulki americani,
ma erano a due posti; e siccome non avevano molle sotto la grande cassa di
legno festosamente dipinta o intagliata, per ottenere una qualche elasticità
portavano due stanghe smisuratamente lunghe. Così gravitando e molleggiando
sulle reni del cavallo, massime nelle discese, permettevano di parlare senza
troppo pericolo di mangiarsi la lingua nell'assiduo trabalzare sui ciottoli
delle strade. Da alcuni paesetti montanari delle Romagne le ultime sedie hanno
forse portato alla città i voti del plebiscito nel 1859: oggi nella rapida
vicenda di tutte le forme nessuno le ricorda più.
La sedia del
cavaliere era dunque dorata come la sua vita, chiassosa come la sua gioia,
rapida come i suoi capricci, andava sovente nel fosso come la sua fortuna. Una
volta fortuna e sedia vi rimasero così sbriciolate che nessuna avarizia o pietà
tentò di risollevarle.
Ma prima il cavaliere
aveva preso in moglie una fanciulla di eccellente famiglia diventata poi quasi
illustre per due uomini politici saliti ad alte cariche nella rivoluzione. La
fanciulla sedotta dalle apparenze painesche del cavaliere lo aveva sposato,
regalandogli presto in quella allegra vita, senza troppo capirla, due figli.
Quindi nel crollo improvviso di tutta la casa restò più intontita che afflitta:
la sua natura bonaria, capace di vivere in ogni condizione quasi colla stessa
facilità, devota, fredda, di un appetito insaziato e di un cicalìo
inesauribile, la salvò dalle cupe malinconie dei decaduti.
Poi morì abbandonando
il giovane dissoluto con due bambini, solo e povero. Il giuoco gli aveva già
fatto perdere quasi tutte le masserizie, senza che il suo temperamento ne fosse
domo: lasciò i figli crescere nel rigagnolo e iniziò per sé stesso un sistema
di scroccherie basato sulle antiche relazioni di famiglia. L'arguzia dei primi
espedienti aiutata dalla sfacciataggine delle maniere gli diede per qualche
anno un abbondante ricolto; in seguito slargò le operazioni, come soleva egli
stesso dire ironicamente, circuì ogni forestiere signorile capitasse nel paese,
fece da scrivano e da segretario, fu sensale e mezzano, visse di tutto e di
tutti. Avendo una eccellente calligrafia, qualche studio grammaticale e potendo
firmare «conte» e «cavaliere», due titoli che davano una grande rispettabilità
alla sua volontaria sventura, poté spillare quattrini al vescovo, poi a quanti
gli successero, finché giunto il '59 ed eletti i deputati si credette quasi
ricco. Per molti anni gabbò tutti quelli della provincia col darsi a credere a
volta un Giobbe e a volta un grande elettore, o partendo talora cogli abiti più
sdruciti a fare il giro della diocesi si presentava ovunque e sempre col
migliore italiano, mentre nel villaggio per dispregio della gente non
discorreva mai che nel più sordido dialetto, ma ritornando invariabilmente
senza un soldo dopo averli tutti perduti in qualche bettola.
Però non sentiva
rimorsi. E oltre il giuoco aveva ancora un vizio ed una passione: era goloso,
nauseantemente goloso di dolciumi, e pazzo per la caccia alle reti. Nei giorni
migliori, quando colla vendita di qualche uccello poteva comprarsi delle paste,
veniva subito nel caffè per mangiarle dinanzi alla gente con ogni sorta di
lazzi e d'ingiurie contro i signori del paese, che facevano la più miserabile
vita e non erano nemmeno da tanto che sapessero come lui cavarsi un capriccio.
- Perché non le dai
piuttosto ai tuoi bambini? - gli fu chiesto un giorno.
- Il bambino sono io.
Ma poi ci pensò e gli
parve con un certo senso di umiliazione che la risposta fosse più vera di
quanto volesse. Infatti era stata accolta da una risata significativa.
Alcuni parenti
umiliati da quella sua vita di mendicante si offersero più di una volta a
trovargli un impiego, ma egli rifiutava ostinatamente.
- Se lavorassi
nessuno mi crederebbe più conte.
- Allora mandate
almeno a bottega i ragazzi.
- Prima di tutto sono
conti anche loro se lo sono io: però se ci vogliono andare, non mi oppongo.
Naturalmente i
ragazzi se ne guardavano bene.
Poi venne il '66 ed
essendo allora quasi due giovanotti diventarono due garibaldini. Alla partenza,
siccome in paese si era fatta una colletta per i volontari e ad essi n'era già
toccata una parte, il padre li chiamò. Erano presso un'osteria.
- I tedeschi sono
sempre stati nostri nemici, ma questa volta dev'essere finita per sempre:
battetevi tutti da bravi - concluse dopo un lungo discorso alla presenza di
molta plebaglia, che gli batté fragorosamente le mani. - E adesso beviamo.
- Vorreste mangiarci
quei due soldi che abbiamo - rispose il maggiore dei due figli, il più lacero.
- Ti ho detto di bere
- ribatté il conte rattenendosi.
- Dove avete i
quattrini voi? -
Il vecchio, che si
vide penetrato, gli lanciò una occhiata sinistra; la plebaglia rideva e fermava
quanti passassero per farli assistere alla scena.
- Il conte, il conte!
- vociavano i bambini.
Il conte era
diventato livido.
- Tu dunque vai a
batterti per la patria? - replicò con voce stridula. - Sai che cosa ti darà la
patria, dopo?
- Non voglio niente
io.
- Te lo darà
ugualmente: ti darà la galera.
Il figlio alzò la
mano, ma la gente s'interpose.
Nullameno il conte
trovò modo di farsi ubbriacare da un altro volontario, e prima di sera
incontrandosi coi figli:
- Ohé! - gridò loro
barcollando - io ho fatto bene la mia prima tappa.
Questo scherzo li rappattumò.
Ma come il vecchio
aveva predetto accadde: dopo cinque o sei anni ambo i figli quantunque non
malvagi finirono in galera. Egli proseguiva la solita vita, solamente era stato
nominato organista della parrocchia con cento lire annue di stipendio e, ciò
che maggiormente importava, con una nuova facilità a scroccare buoni pranzi.
D'allora non fu festa di campagna alla quale si suonasse o no l'organo senza di
lui. Arrivava primo, nel tempo della caccia, colle reti e i richiami, per
cacciare in qualche campo vicino ove in mancanza d'uccelli s'ingegnava colla
frutta o altro; d'inverno col solito mantello bucherellato di panno turchino,
un residuo dell'antica eleganza, e il caldanino sotto. Partiva ultimo non senza
qualche cartoccio nelle tasche, giacché a tavola domandava quasi per ogni
pietanza il permesso di conservarne un ricordo, esagerando questo uso già
troppo sfacciato di molti preti. Nella primavera, a caccia proibita, invescava
le cingallegre, d'estate arretiva gli ortolani, nel settembre le passere,
d'ottobre trovava qualche paretaio disusato per i fringuelli; e d'inverno
tornava colla pania ai tordi, o saliva malgrado la neve al paretaio, ne
spazzava la platea, e lì nel casotto, semivestito, gelato, con una pignattina
di caffè, nella quale intingeva un pezzo di pane, aspettava tutto il giorno che
un fringuello più affamato di lui venisse a beccare l'erba presso il boschetto.
Era una caccia rabbiosa e desolata. Spesso il vento alzando turbini di neve
glieli sbatteva sul volto incorniciato dal finestrino, immobile come un
ritratto: aveva i diacciuoli nella barba, il naso pavonazzo, le lagrime agli
occhi, e nullameno raggomitolato nel vecchio mantello, il caldanino sulla
pancia e le mani sul caldanino, i piedi dentro una vecchia sporta piena di paglia,
aspettava sempre. L'uccello arrivava pigolando: allora i suoi occhi
scintillavano, un brivido più freddo lo faceva tremare sulla panca, afferrava
colla mano dritta la ciambella del tiratoio e attendeva senza respirare. Ma se
l'uccello saltarellando per la platea s'involava prima di essere entrato fra le
reti, la sua passione scoppiava in un delirio di collera. Poneva il caldanino
sul parapetto e alzando le corna al cielo chiamava Dio ad alte grida come un
nemico personale, che si compiacesse a torturarlo vigliaccamente.
- Nemmeno un uccello…
To'! - e un gesto intraducibile conchiudeva la bestemmia.
La sera giù nel
villaggio, vedendolo arrivare mezzo morto dal freddo senza nemmeno un
passerotto, gli davano la berta: egli tornava ad inviperirsi. Poi il governo
mise una forte tassa di trentacinque lire sui paretai, di quaranta sulle reti a
mano, di dieci per le panie, e proibì i lacciuoli. La nuova legge, soggetto,
prima e dopo la promulgazione, di tutti i discorsi del villaggio, fu pel conte
causa di nuove tragedie. Egli aveva giurato di cacciare senza nessuna licenza,
ma nonostante tutti i riguardi dei carabinieri, che fingevano di non vederlo,
cadde più volte in contravvenzione, e dovette scontarla con la perdita degli
attrezzi e parecchi giorni di carcere. Le sue bravate al caffè, dove parlava
dei carabinieri col più insultante disprezzo, li aveva costretti a catturarlo.
Allora fu eroico: colle cento lire dell'organo, la sua unica rendita, comprò
tutte le licenze e venne trionfante al caffè ad inveire contro quei signori che
per paura della nuova tassa avevano dismessi i paretai.
- E quest'inverno? -
gli chiese un bracciante che giuocava a scopa.
- Sai leggere tu?
- No.
- Io so scrivere -
rispose sardonicamente, e una risata in coro gli diede ragione.
Infatti le lettere
restavano sempre la sua migliore risorsa, anche quando giuocava.
Ma questa frenetica
passione del giuoco, che gli aveva fatto perdere i lenzuoli, le sedie e una
volta persino i tortellini di Pasqua, prima di cuocerli, a un centesimo l'uno,
non riusciva oramai più a soddisfarla. I due o i cinque franchi spillati ai
gonzi sfumavano tosto in dolciumi, se il gioco non era pronto: nullameno se ne
rifaceva alla meglio.
Talora nel paretaio,
mentre passava un branco di passeri e dava loro lo zimbello, aveva scommesso:
- Cinque soldi che
piglio almeno tre passere? -
Intanto gli uccelli
giungevano al tiro.
- Scommettiamo,
tiravia: cinque soldi…
- Ma come vuoi fare?
Potresti prendere anche tutto il branco.
- Ebbene in questo
caso avrò perduto - rispondeva il giuocatore indiavolato.
Un'altra volta gli
dettero tre lettere da portare a tre parrocchie: erano inviti per un funerale.
Egli partì sollecitamente; cinque soldi per lettera e senza dubbio una pagnotta
e un bicchiere di vino dal prete che la riceveva. A un miglio dal paese si
incontrò in un altro giuocatore, vecchio contadino, già possidente andato a
male. Si fermarono a chiacchierare presso il parapetto di un ponte: ambedue non
avevano sciaguratamente giuocato da un pezzo, quindi il conte mostrò le tre
lettere e gli espose l'incarico.
- Eh! - mormorò
l'altro invidiosamente - quindici soldi con poca fatica.
- Vogliamo giuocarli?
- Non ho le carte -
ribatté il contadino con tono amaro.
Il conte ebbe un
sorriso umiliante di superiorità.
- Ecco, sono tre
lettere a cinque soldi l'una, vanno a tre parrocchie: scommettiamo. Se indovini
la parrocchia hai vinto tu, se non la indovini ho vinto io.
- Ma se non ho un
soldo! - replicò l'altro solleticato dal giuoco e forse anche dalla sua
stranezza.
Poi una idea lo
illuminò.
- Facciamo così: se
vinco, tu mi cedi l'incarico e le porto io; così tu non metti fuori niente.
- E se perdi? -
L'altro si grattò la
testa.
- Va là, imbecille,
l'ho trovata io: se perdi mi accompagnerai nel giro senza guadagnare nulla.
Invece perdette il
conte.
Così erano passati
molti anni, poi i figli uno alla volta tornarono dalla galera: il maggiore
ripartì dal villaggio e andò a fare il manovale a Roma, l'altro si acconciò nel
paese da stalliere presso un oste. Il conte viveva solo. Stava lassù in un
solaio screpolato, quasi senza porta, col tetto troppo incline, attraverso il
quale si vedevano le stelle: d'inverno la neve gli cadeva intorno al letto alta
sino al ginocchio senza che egli pensasse a spazzarla, non aveva camino, e
d'altronde gli sarebbe mancata la legna. Il fornaio gli riempiva gratis
il caldanino di carbonella: del letto non aveva rimasto che il pagliericcio,
entro il quale si cacciava tutto vestito, poi col mantello si faceva una
coperta e col vecchio cappellaccio una specie di berrettone. Nei giorni di gran
freddo non si alzava più; passava le lunghe ore a guardare i propri uccelli
chiusi dentro un abbaino sporgente sul tetto e difeso da una rete di ferro,
rifacendo forse per la milionesima volta gli stessi sogni di giuoco, di caccia
o di dolciumi. Aveva pochi bisogni e meno rimorsi; se fosse ridivenuto ricco si
sarebbe nuovamente rovinato.
Oramai in paese la
sua miseria e le sue stravaganze si erano talmente invecchiate nell'abitudine
di tutti che nessuno gli badava più. Egli tirava dritto.
Finalmente si ammalò.
Un giorno la ruota di un biroccino pigliandogli il mantello lo fece cadere;
parve cosa da nulla, ma non si rimise più. Gli vennero meno le gambe, si mise a
letto. Il figlio per rispetto mondano, fors'anche per un rimasuglio di pietà,
venne ad usargli qualche cura, a portargli qualche zuppa.
Egli non si lagnava.
Era d'inverno. Nel solaio aperto a tutti i venti sarebbe gelato il vino: le
pareti scrostate e sudicie annebbiavano la poca luce, il pavimento era tutto
rotto, la porta sgangherata metteva certi urli ai buffi del vento, che parevano
umani. Solo gli uccelli nell'abbaino saltellavano o canticchiavano di quando in
quando. Nessun altro mobile o soprammobile occupava un poco di quella nudità
desolata, tranne un fiasco spagliato, sospeso per un chiodo a capo del letto.
Una volta, quando lo poteva ancora, vi faceva il caffè attaccandolo alla catena
del focolare; adesso era vuoto, impolverato, e per coperchio aveva un guscio
d'uovo.
E, sintomo di morte
vicina, egli aveva venduto quasi tutti gli attrezzi di caccia, meno un sacco di
reti che gli servivano da guanciale.
- È morto? -
domandava talvolta la gente al figlio.
Questi si stringeva
indifferentemente nelle spalle.
Ma un giorno l'arciprete
si credette in dovere di visitare il suo organista, che da sei mesi non suonava
più e si faceva sostituire dal capobanda del villaggio, un giovane di carattere
dolcissimo.
Quando il conte
scorse l'arciprete:
- È venuto per darmi
il buon viaggio? - esclamò. - Mi dispiace che dovrà accompagnarmi gratis al
cimitero, ma io non ce ne ho colpa; l'uso l'hanno inventato loro. Per me ne
farei anche a meno.
- Non volete dunque i
conforti della religione? -
Il conte ebbe un
sorriso spavaldo. Egli si era sempre vantato d'empietà pur bazzicando nelle
chiese, ma la sua fisonomia era così disfatta che il prete credette di non
essere venuto inutilmente. Il medico aveva già dichiarato da tempo che il conte
oltre la paralisi alle gambe soffriva di un aneurisma. Nullameno l'occhio
dell'infermo era sicuro.
Allora s'impegnò una
lunga discussione fra il prete, che voleva convertire il conte, e questi che,
rabbrividendo a qualche sua ragione, non voleva mostrarlo per un'ultima bravata
di morire senza sacramento. Erano le tre dopo mezzogiorno; il figlio uscito da
un'ora non sarebbe ritornato che a notte. Il vecchio colla testa appoggiata
sulle reti, nascosto dentro il pagliericcio, col vecchio mantello sopra il
cappellaccio che gli si rialzava come una sporta sulla fronte, non mostrava che
la faccia bianca sotto la barba bianca cresciutagli nell'ultimo mese.
Ad un tratto si sentì
male.
Il prete gli si chinò
sopra premurosamente:
- Aspettate, vado a
prendere i sacramenti - mormorò vedendolo mutare fisonomia.
Ma l'altro mise fuori
una mano e lo rattenne.
- È tardi.
- Raccomandatevi a
Dio.
- Ma c'è?
- Ne dubitereste
proprio? -
Il vecchio dubitava
davvero.
Ma il prete
richiamato a tutta la serietà del proprio ufficio da quella agonia improvvisa,
si trasse di tasca una grossa medaglia e presentandogliela perché la baciasse:
- È la Madonna delle
Grazie, vi sono due mesi di indulgenza a dirle un'avemaria.
Il vecchio tese la
mano.
- Baciatela dunque.
- Ma c'è?
- Chi?
- Dio - e tacque; poi
facendo uno sforzo per voltarsi a guardare in faccia l'arciprete, gli mostrò la
medaglia.
- Scommettiamo: io
prendo testa, voi lettera.
- Disgraziato! -
gridò il prete, offeso nella propria fede da quello che egli prendeva per uno
scherzo brutale.
- Avete paura di
perdere; scommettiamo: non c'è.
- Dio?!
- Testa… - chiamò
l'infermo gettando la medaglia in mezzo alla stanza, e piegò subitamente il
capo.
Rantolava: il prete
si voltò al tintinnìo della medaglia, ma attratto dal rantolo del morente non
poté raccoglierla. Il conte moriva, aveva gli occhi vitrei, un filo di bava
sulla bocca. A un tratto, mentre il prete suo malgrado agitato da quella
suprema scommessa stentava a trovare le parole rituali per raccomandargli
l'anima, il vecchio sbarrò gli occhi: parve voler parlare.
- Raccomandatevi a
Dio! -
La testa ricadde, era
morto. Il prete si chinò atterrito per vedere se respirava ancora, ma
sentendolo già freddo provò un brivido alla schiena. Allora confuso, quasi
palpitante in un dubbio che non avrebbe voluto sentire, andò a raccogliere la
medaglia: era dentro un crepaccio del pavimento. Così al buio non si discerneva
da che parte fosse voltata. Si abbassò.
- Testa! -
Il conte aveva vinto
l'ultima scommessa.
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