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10 -
L'OMNIBUS
La notte era fosca.
Il viale di
circonvallazione coperto dai vecchi platani sembrava alla scarsa luce
dell'unico fanale presso la barriera come un lungo andito che si perdesse
nell'ombra. L'aria era umida, la tenebra così fitta che le mura stesse della
città vi erano scomparse. Solo una stella laggiù, lontano, aveva un bagliore
misterioso di lucerna sospesa nell'infinito.
Egli proseguì
lentamente. Una tristezza vasta e silenziosa come quella tenebra era penetrata
nella sua anima, occupandone tutto il deserto. Nessun ricordo gli vigilava più
nella memoria, non una idea gli attraversava la coscienza. Era solo. Il suo
passo strideva sulla ghiaia minuta del viale come un lamento. L'ombra e il
silenzio si dilatavano nella notte.
Egli alzò
macchinalmente gli occhi ed incontrando lo sguardo morente di quella stella
trasalì.
Laggiù c'era dunque
un altro che naufragava nelle tenebre.
E d'improvviso
credette di udire un rotolare sordo ed insieme fragoroso che s'inoltrasse:
l'ombra rimaneva immobile, la terra tremava. Egli attese; in quella precipita
ruina s'intendeva già la cadenza di un ritmo che la precedeva e la guidava. Poi
due lampi forarono la tenebra, mentre le foglie degli alberi palpitavano
perdutamente, e lontano, al disopra dell'ombra che pareva precipitare giù nel
fossato, quei due lampi rossi tingevano di sangue i merli delle mura. D'un
tratto una fanfara di sonagli scoppiò come un riso di pazzia davanti a quel
terrore invisibile: quindi una ondulazione di ombre leggere e galoppanti
rimbalzò sulla strada, coi sonagli che tintinnivano disperatamente e i due
fanali rossi fiammeggianti come due occhi dinanzi ad una massa più nera delle
tenebre, più alta degli alberi. I platani tremavano, ma più in alto ancora, su
quella massa cubica, un'altra ombra, dritta come un camino sopra una casa, aveva
una luce pallidissima alla punta.
Era un omnibus a tre
cavalli, quella ombra in alto il cocchiere. I cavalli, coperti da un immenso
velo nero che svolazzava tratto tratto sui fanali con un battito di palpebre,
si riconoscevano appena.
Uno schiocco di frusta
squillò: i cavalli dettero un balzo e rimasero immobili.
- Vuoi salire? - gli
chiese con voce velata il cocchiere abbassando la frusta.
L'altro l'osservò. Il
cocchiere seduto in serpe sul cielo dell'omnibus aveva un balenìo bianco sulla
faccia. Erano gli occhi? non distingueva altro: il manico della frusta era
lungo come una lancia. I cavalli immoti sotto la gramaglia del loro velo non
sbruffarono nemmeno.
Il cocchiere mosse la
frusta.
- Vuoi salire? -
L'omnibus era
lunghissimo: qualche vetro dei suoi sportelli riverberava al raggio obliquo di
un fanale; l'interno non si discerneva, le ruote arrivavano ai vetri.
- Vuoi salire? -
ripeté per la terza volta. La sua faccia irriconoscibile nella ombra ebbe come
un bagliore di maiolica.
- No.
Uno schiocco di frusta
vibrò, i cavalli spiccarono un salto e l'omnibus rotolò fragorosamente. Egli si
rivolse e lo vide scomparire poco dopo a destra, per la seconda svolta, verso
la campagna.
La notte non si era
accorta di nulla. Egli proseguì, l'aria era sempre così tiepida, il buio così
profondo. Poi tutta quell'apparizione, i tre cavalli apocalittici, l'omnibus, i
fanali rossi che lucevano come una fiamma e guardavano come due occhi, il
cocchiere quasi invisibile, il suo invito strano, tutto gli sparve colla
medesima prontezza dallo sguardo e dal pensiero. In fondo al viale piegò a
sinistra verso il sobborgo San Sebastiano, il più ricco e popoloso della città.
I fanali erano ancora accesi, molta gente in giro. Un lungo fremito passava per
la notte, il murmure lontano del fiume pareva un gemito di ferito. D'improvviso
due colonne bianche balenarono sul margine della strada: la villa nascosta
dagli alberi non si distingueva, ma un filo di luce passava per l'ultima
finestra al primo piano.
Aperse la porta colla
chiave, salì le scale coperte da un tappeto così grosso che soffocava ogni
rumore di passi, e sempre al buio infilò l'appartamento. Un violento profumo di
fiori gli batté sul viso. L'appartamento era piccolo, dall'ultimo uscio socchiuso
sboccava un'onda di luce. Egli lo spinse insensibilmente e si arrestò.
Il gabinetto giallo,
poco più grande di una tenda, era illuminato da un lampadario di bronzo dorato
carico di candele trasparenti: un enorme specchio riluceva nel fondo, i mobili
erano dorati; nel mezzo, sdraiata sopra una pelle di orso nero, una donna
vestita di bianco fumava una sigaretta.
Ella si era passata
un braccio sotto la testa e guardava in alto colle spalle rivolte all'uscio. I
suoi capelli, neri, diffusi, si discernevano appena sulla pelle della belva;
mentre una delle sue pantofole dorate fuori della veste sembrava battere
nervosamente la musica di un sogno. In un angolo, sopra un plinto di marmo
giallo, un'onda di garofani traboccava da un vaso d'argento.
A un tratto il suo
piede si arrestò. Ella arrovesciò il capo, sorrise e con accento tranquillo
disse:
- Ti ho sentito.
E lo chiamò con un
gesto sulla pelle nera.
- Dimmelo subito, mi
ami? -
Egli non rispose.
- Rodolfo…
- Mi ami?! - esclamò
con più impeto, percotendogli quasi col volto sul volto silenzioso.
Poi lasciando la
presa con atto inesprimibile di disperazione e di amore:
- Che m'importa? -
gridò. - Ti amo io.
- Mi hai sempre amato
- egli rispose con voce quasi dolce mirandola negli occhi, e una luce lontana
di stella sembrava brillare in fondo al suo sguardo nero come la notte.
La bellissima donna
si confuse.
- Non ti ho sempre
conosciuto.
- Quindi non mi
riconoscerai sempre.
Ella si era fatta
malinconica, egli era rimasto tetro: il gabinetto pieno di luce e di profumi li
avvolgeva come in un'onda d'oro. Ella si levò, rimase un istante in piedi a
guardarlo così sprofondato in quella meditazione, poi andò a sedersi sopra una
poltrona nascondendovi il volto contro lo schienale. Passò del tempo: quando si
alzò aveva gli occhi rossi; tornò a sedergli vicino, lo prese per le spalle ed
arrovesciandosi la sua bella testa in grembo:
- Rodolfo… - esclamò
rabbrividendo alla fissazione del suo sguardo: - tu guardi nel vuoto.
Ma in quel momento un
impeto di vita le irruppe dal cuore, la sua fronte sfavillò.
- Povero Beniamino! -
proruppe cacciandogli le mani nei ricci dei capelli e squassandoli per
rompergli l'incanto di quella meditazione; - povero Beniamino, che sei triste
quando tutto ti sorride intorno. Non senti come sei bello? La tua fronte è
segnata dal dito della storia, un giorno il mondo ti riconoscerà per uno dei
suoi grandi. Napoleone I era pallido come te, i capelli di lord Byron erano
ricciuti come i tuoi: tu potrai vincere battaglie belle come una canzone e
scrivere canzoni sonore come una battaglia. Aspetta: la tua ora fatale passerà
anche troppo presto portandoti lontano dai miei occhi, e io non ti vedrò più
che in mezzo ad una aureola di gloria, sullo sfondo nero di una procella.
La fronte di lui
balenò.
- Aspetta… - ella
s'affrettò a ripetere: - la storia non saprebbe che farsi della tua giovinezza,
la primavera è dei fiori. Sei già celebre, il mondo ti osserva palpitando. Io
ti credo: la fede che s'inspira è pur sempre la migliore delle certezze.
Ascolta - proseguì anelando con una moina di terrore e di adorazione: - se ti
provassi che ti amo, se il tuo pensiero abituato a tutte le magnificenze
dell'infinito, se il tuo cuore pieno di tutte le pompe dell'immortalità
dovessero per forza arrestarsi davanti al mio amore…
- Fermarsi è morire.
- No, non ancora. Se
quando tu cerchi nelle tenebre dell'ignoto io avessi per te conforti di luce e
di rivelazioni; se quando tutto oscilla nel dubbio del tuo pensiero io restassi
salda nella fede del tuo cuore; se quando tu lotti io fossi sempre la vittoria;
se quando tu vinci io fossi sempre il premio… se io fossi nel tuo ieri eterno e
nel tuo dimani immortale?…
- La vita non è che
l'oggi.
- E sia pure. Hai
ragione, noi donne siamo caduche, siamo un fiore ed un frutto, un profumo che
accarezza, un sapore che corrobora. Sali, sii grande; io non posso nulla per
te; sii infinitamente infelice, la tua felicità è forse in questo. Vivi lassù,
al disopra dell'aria, dove le stelle guardano nel vuoto e le comete cercano
Dio: io non ho né il diritto, né la forza di seguirti. Ma quando discenderai
dal zodiaco fiammeggiante della tua idea al comando della storia, che avrà
drizzato sopra un Golgota la tua croce nera, io sarò ad aspettarti lungo la
strada e avrò lagrime che laveranno tutte le tue piaghe, parole che copriranno
tutti gli insulti. Ma prima, fra l'apoteosi e il martirio, sovvèngati qualche
volta di me, che ti avrò amato colla stessa costanza della terra che gira
intorno al sole, sovvèngati della mia vita, che sarà sboccata nella tua come
una fontana nell'oceano. La fontana è piccola, ma la sua acqua si può bere.
Poi guardandolo
improvvisamente come in atto di sfida proruppe:
- Ebbene, senti: che
cosa daresti tu, ambizioso, per essere il maggiore fra quanti uomini furono e
saranno?
- Il sembrarlo a
tutti.
Ella chinò
scoraggiata la fronte, mormorando:
- Mi soffochi.
Egli era ancora nella
stessa posa, sdraiato colla testa nel suo grembo guardandola cogli occhi
immobili. La sua fronte altissima era pallida come una lapide.
Ma un lampo passò
ancora nelle pupille tremolanti della donna.
- Credi tu almeno nel
tuo genio?
- Sei tu sicura di
Dio? -
Quindi egli si
rialzò, le tese la mano: i suoi occhi brillavano come due stelle.
- Rodolfo, Rodolfo… -
ella gemé soffocatamente - tu mi abbandoni, te lo leggo negli occhi.
L'altro non rispose.
Ma ella non si
arrendeva, gli serrava le mani, gli si avviticchiava col sorriso, collo
sguardo; poi alzando le braccia per gettargliele al collo con atto stanco,
febbrile d'amore, mormorò:
- Vieni, dunque,
dormiamo….
Egli le rattenne quel
gesto.
- È già l'alba -
rispose freddamente.
Fuori la notte era
sempre così tenebrosa, il sobborgo aveva spento tutti i fanali, non s'udiva una
voce: ma laggiù, lontano, quella piccola stella non era ancora sommersa.
Quando fu presso la
città, egli piegò macchinalmente a dritta lungo lo stesso viale. Le mura non si
discernevano ancora, i platani facevano sempre sul suo capo una volta anche più
nera dell'ombra. D'improvviso quel medesimo fracasso rotolò lontanamente: poi
quegli occhi rossi riavvamparono, i sonagli tintinnirono, gli alberi tornarono
a tremare e l'ombra indietreggiò fuggendo giù nel fossato, mentre una macchia
di sangue lambiva sinistramente le mura e l'ondulazione di un galoppo leggero e
cadenzato rimbalzava sulla strada.
L'omnibus sembrava
illuminato anche di dentro. Lo schiocco della frusta imitava la battuta delle
nacchere.
Egli era venuto sul
ciglio della strada.
Questa volta il
balenìo bianco sulla faccia del cocchiere era come il riverbero di una vetriata.
- Ferma! - egli gridò
stendendo la mano.
I cavalli si
arrestarono stecchiti. L'omnibus illuminato internamente da un fanale bianco
sopra lo sportello superiore appariva stipato nel fondo e sui sedili di casse
bianche, segnate sul coperchio da una croce nera; una, la più piccina, forse di
un bimbo nato e morto nel medesimo giorno, sembrava un cofanetto.
Il cocchiere
attendeva colla frusta bassa.
- Salgo?
- Pieno! - l'altro
rispose battendo colla frusta sui fianchi dell'omnibus.
- Salgo?
- In serpe? -
Egli vi si arrampicò,
ma non si era ancora assettato che il cocchiere gli domandò:
- Pronti?
- Sì.
Lo schiocco della
frusta squillò e i cavalli si slanciarono. Allora esaminando il cocchiere egli
s'accorse che era uno scheletro vestito di una livrea nera, con un largo
cappello piatto sulla testa. Il balenìo bianco della faccia gli veniva dai
denti.
Andavano colla
rapidità di un sogno.
- Donde vieni? - egli
domandò nel piegarsi sopra di lui ad una voltata vorticosa.
- Dall'ospedale di
San Lorenzo.
- Quanti morti hai
caricato?
- Non li conto io.
Vi fu una pausa.
L'omnibus rotolava furiosamente, la città si era già perduta in lontananza, un
gran viale fiancheggiato di lunghi cipressi appariva.
- Dove vai?
- Scarico al
cimitero.
- Ci fermiamo lì? -
chiese guardando laggiù quella stella oramai vicina ad affondarsi.
Un lampo più bianco
passò sulla faccia del cocchiere, che ripeté:
- Scarico al
cimitero.
Nello stesso momento
la testa dell'altro gli cadeva morta sulla spalla.
Lassù, lontano, la
stella si era affondata.
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