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12 - IL
RITRATTO
Il palazzo era del
quattrocento, bruno e solenne. Aveva i finestroni a grandi vetri riparati da
tendine bianche e il portone fiancheggiato da pilastri colla catena: pareva
quasi nuovo nella facciata, quasi vecchio nel cortile e nell'andito su per
tutto lo scalone. La statua che ne coronava il primo plinto, mancava del
braccio dritto, il sole del lucernario orlato di uno zodiaco dorato si era
spento chissà da quanti anni, e i suoi ultimi raggi caduti per lo scalone erano
stati forse spazzati in qualche mattina fra i calcinacci dalla scopa del
portiere.
Il sarto che adesso
ne disimpegnava la funzione, senza livrea e senza spada, senza mazza e senza
cappellone, ignorava egli pure la storia della famiglia, dalla quale quattro
secoli or sono era stato costrutto questo magnifico edifizio, ancora fortezza
al pianterreno, ma avendo già del palazzo al primo piano, coll'atrio senza
colonne e lo scalone pieno di statue. Il suo ultimo rappresentante, volontario
fra gli eserciti del primo Napoleone, era morto nella ritirata di Mosca, ignoto
ghibellino dietro la fortuna dell'ultimo Cesare.
D'allora il palazzo
aveva mutato parecchi padroni conservando sempre il proprio nome: era stato
affittato in molte parti e per molti usi, a magazzini e ad appartamenti, a
studio di artisti e a camere ammobigliate. Persino qualche bottega si era
aperta dal di fuori fra il vano di due finestre, e i granai erano diventati
laboratori. Ma il palazzo sovrastando a tutte le case della strada colla sua
massa bruna e marmorea manteneva sempre lo stesso aspetto aristocratico,
quantunque decaduto, col portone spalancato, i lastroni dell'atrio rotti e il
cortile deserto. La gente che lo abitava vi pareva estranea: infatti passavano
frettolosamente, piccini, male vestiti come si usa oggi, non ricevendo da lui e
non rendendogli nulla della sua grandiosità poetica o della sua poesia
melanconica.
Sul cortile,
all'abbaino di una soffitta, viveva un pittore.
L'abbaino tagliato
nel cornicione, sebbene grande quasi quanto una finestra ordinaria, sembrava
piccolo. Quando il pittore era in casa, si vedeva spesso la sua pipa sporgere
dal cornicione fumando o battendo sugli spigoli con una cadenza musicale.
Allora qualche strappo di canzone cadeva nel cortile, talvolta vi cadeva pure
la pipa, ma essendo di radica non si rompeva. Il pittore era giovane e solo:
aveva venticinque anni, era secco come la fame e vagabondo come l'ozio: ma se
possedeva cinque o sei tubetti di colore e due o tre pennelli, non aveva quasi
mai lavori da compiere e mai voglia di lavorare. I suoi capelli crespi si
sarebbero detti di un moro, i suoi abiti logori sembravano di un altro: solo il
sorriso era suo, un sorriso largo sopra dei denti bianchissimi, che gli
rischiarava il volto mostrando tutta la bontà spensierata ed affettuosa del suo
animo. Così, sempre allegro nella miseria, temperava di sogni le troppe
crudezze della realtà: diceva di abitare per la strada non tornando quasi mai a
casa che per dormire, aveva più compagni che donne, desiderava tutto senza
veramente invidiare nulla. La gioventù lo sorreggeva.
Eppure la sua vita
avrebbe dovuto essere infelice. Suo padre, verniciatore di qualche merito, era
morto prestissimo: sua madre, rimasta vedova, dopo aver fatto di tutto per
vivere bene aveva dovuto morire nel più triste abbandono all'ospedale. Egli se
ne ricordava perfettamente insieme ad altre cose della mamma, secreti
sospettati sino da fanciullo, indovinati da ragazzo poi risaputi giovinotto da
lei stessa con quell'accorante cinismo di poveri che non nascondono più nulla
perché hanno perduto ogni speranza. Ma egli resisteva. Indarno la vita
quotidiana gl'insudiciava ogni giorno più quei ricordi colla propria
esperienza, o talvolta incontrando un'antica conoscenza di casa, qualche
artigiano o qualche signore, una scena oltraggiosa per la memoria della mamma,
un motto, un particolare che non avrebbe osato ridire con alcuno, gli
balenavano improvvisi ed accecanti al pensiero, giacché la gentilezza della sua
natura trionfava egualmente di tutto.
- Povera mamma! -
mormorava in cuore.
Poi una ragazza lo
innamorò, e allora lasciandosi riprendere dal sogno di essere un bravo pittore
vestito di velluto, colla cassetta sotto il braccio, l'ixa nel bastone,
viaggiando per le campagne verso le città, festeggiato ed amato dappertutto, la
sua stessa statura non gli piacque più. Avrebbe voluto essere più alto, pallido
e bello, giacché era talmente brutto che doveva in parte convenirne; ma invece
della grande ricchezza si sarebbe sentito più felice solamente col danaro per
vivere libero ed elegante in una piccola gloria. Quindi le storielle
avventurose dei vecchi romanzi sugli artisti gli trottavano pazzamente pel
capo, sebbene non avesse mai posto piede in uno studio di pittore, o deciso
almeno di mettersi a studiare l'arte sul serio.
Era stato molti anni
garzone nella stessa bottega, resa nota dal padre e subito dopo la sua morte
rivenduta dalla mamma senza nemmeno giungere ad intascarne il prezzo; ma
garzone indisciplinato che perdeva le ore per strada e non aveva mai saputo
tirare un filetto sopra una ruota; si fece presto cacciare. Poi morta la mamma
entrò impiegato in una bottega di droghiere, ne fu espulso, mutò padrone,
cangiò mestiere, sempre allegro e svogliato, finché la vecchia arte, come egli
diceva con un sorriso, lo riattirò trasformandolo in imbianchino. Aveva trovato
un eccellente amico in un compagno ed un buon principale. Per parecchio tempo
lavorò tranquillo, quindi capitò un altro guaio.
Una seconda ragazza
lo innamorò.
La ragazza, bella
sartina, civettuola ed elegante, dichiarò che non avrebbe mai accettato per
amoroso un imbianchino col berretto di carta bianca e il vestitone di rigatino
turchiniccio schizzato di colori: allora egli s'improvvisò pittore di stanze ed
altro, ma quantunque si vestisse meglio e parlasse sempre in italiano, tutto fu
inutile: la ragazza non volle saperne. Egli rimase pittore.
Il suo primo lavoro
fu la riquadratura di una bottega con un rosone nel mezzo della volta, dalla
quale scendeva il lume a petrolio. Il fumo della lampada vi mise un po' di
chiaroscuro intorno, la bottega era buia e il rosone passò. In seguito dipinse
qualche paesaggio sulle pareti delle bettole, molti cartelli, alcune insegne,
persino dei ritratti che non somigliavano a nessuno; però il guadagno era
sempre scarso, e quando il bisogno urgeva più doloroso, egli andava dietro un
vicolo scuro, dove nella cantonata di una vecchia casa s'inabissava il
bugigattolo di uno scrivano, per farvi delle copie. Così aveva le miserie di
tutte le arti.
Ultimamente emigrando
di quartiere in quartiere, di granaio in granaio, era capitato nell'antico
palazzo Lambertini. I padroni, una famiglia di canepini che vivevano lassù
strettamente, quantunque guadagnassero abbastanza bene nel loro mestiere, gli
fornirono la stanza con un letto, un cassettone, un portacatino in ferro collo
specchio: ce n'era d'avanzo. Il cavalletto da pittore aggiungeva tutti gli
altri significati. La soffitta vasta, col tetto inclinato e le travi grosse
come quelle di un bastimento, sarebbe bastata da sola a più di una famiglia:
d'inverno l'acqua vi gelava nella brocca, d'estate il sole vi faceva screpolare
il cassettone; i mattoni del pavimento erano rotti, i vetri della finestra
scompagnati, ma tutti questi difetti sparivano dinanzi a due grandi vantaggi.
Rispondeva coll'uscio sulla scala e si abbelliva nella parete dicontro al letto
di un antico ritratto di matrona. La sua cornice ancora dorata riverberava in
certe notti di luna, l'abito cremisi della vecchia signora sembrava quasi nuovo
in alcune pieghe, mentre l'ombra coagulatasi nel fondo del quadro dava come una
tristezza più pensierosa al giallore opaco della sua fronte. Non si capiva bene
se fosse in piedi o seduta, ma in ogni modo il suo busto scollacciato
dignitosamente sino alla sommità del seno stava eretto e il superbo
atteggiamento della testa sormontata da una piuma bianca le induriva alquanto
la bonarietà grassa della fisonomia.
Egli lo spazzolò
accuratamente il primo giorno pensando di copiarlo, poi non lo fece. Un'altra
volta, a secco di quattrini da molti giorni e non avendo quindi pranzato, pensò
di venderlo, giacché il ritratto dimenticato nella soffitta dai vari
rivenditori del palazzo evidentemente non apparteneva più ad alcuno. La notte
fredda e ventosa urlava alla finestra. Egli aveva bighellonato tutto il giorno
cercando qualche lavoro inutilmente: non si era incontrato in un amico, non
aveva fermato una donna. Una tramontana frizzante levatasi nel pomeriggio
assiderava le vie, ma sebbene i suoi calzoni avessero le pillacchere e il
soprabito balenasse al gomito e al bavaro non poteva cangiarli. Era venuta la
sera senza mangiare, il digiuno filava verso le quarant'otto ore. Egli si prese
davanti i calzoni in una mano e li strinse. Da tutti gli usci dei caffè uscivano
folate calde, su dalle finestre, dalle porte delle osterie irrompevano odori
mordaci di cucina, mentre la gente, più frettolosa del solito, urtando lo
destava dalle sue distrazioni di affamato.
Era tornato a casa
per accendere la pipa e cenare così; il tabacco gli fece bene. Quindi
ravvoltolato strettamente fra le coperte, lanciando boccate di fumo come un
camino, si mise a considerare fantasticamente quel ritratto. Chi era? Che cosa
le era accaduto nella sua vita di quattrocento anni fa? Aveva avuto degli
amanti? Tutti i suoi discendenti erano morti? La immaginazione eccitata dalla
fame cominciò a battere la campagna attraverso il passato radunando le più
strane novelle, i più inconciliabili aneddoti intorno a quel ritratto, finché a
poco a poco la stanchezza lo vinse e la gioventù trionfando del digiuno lo
addormentò. Per qualche minuto la pipa proseguì a fumare innocuamente fra le
lenzuola, poi si spense, la candela poco più che a mezzo durò un'altra ora.
Sognò.
La soffitta rimaneva
sempre la stessa, la candela agonizzava fumando: egli era triste, colla testa
affondata melanconicamente nel cuscino, quando gli parve d'intendere un fruscio
di seta. Qualcuno era entrato. Era una bella fanciulla dal viso pallido,
vestita con rara eleganza, che si dirigeva sorridendo verso la vecchia signora:
questa discese dal quadro e le gettò amorosamente le braccia al collo. Poi
avevano parlato. In quel momento la vecchia signora sembrava ringiovanita; i
suoi occhi grigi brillavano di bontà, la piuma bianca della sua fronte tremava
come del sorriso della sua bocca, ma egli non poteva più ricordarsi le loro
parole; solamente gli rimaneva il ricordo confuso di un riconoscimento, qualche
cosa di drammatico fra le due donne che si ritrovavano finalmente dopo parecchi
secoli di assenza. La bella fanciulla era anche più commossa; i magnifici
capelli biondi le si scuotevano fra un nimbo dorato sopra la fronte di un
pallore meraviglioso. Egli nascosto sotto le coperte cercava di farsi più
piccolo per non essere veduto, tendendo l'orecchio ad ogni accento con una
angoscia di curiosità che gli acuiva orribilmente le sofferenze della fame. Poi
la ragazza uscì senza guardarlo ed egli vide daccapo la vecchia signora
immobile nel proprio ritratto. Che cosa si erano detto? La fanciulla era una
sua discendente? Perché era entrata in quella notte, sola ed elegante, per
uscire così presto? E a poco a poco credette di indovinarlo. Quella fanciulla
nobile e ricca era sola come lui; una mestizia desolata, quell'abbandono
inconsolabile degli orfani come lui, senza amore nel passato e senza alcuno da
amare nel presente, l'avevano spinta fuori del proprio palazzo in cerca di una
mamma o di una nonna alla quale confidare la tristezza del proprio cuore.
Infatti qualche cosa rischiarava adesso la fisonomia della vecchia signora
dando al suo sorriso una bontà giuliva di mistero. Perché mai lo guardava così?
Avevano esse parlato di lui? La sua immaginazione eccitata dalla febbre del
digiuno gli persuase che la vecchia signora aveva raccontato alla fanciulla tutta
la miseria di quella sua vita d'artista col cuore vuoto come le tasche, in
preda ai più strambi deliri della fame e dell'amore. Anch'egli era solo nella
vita, più solo di quelli che hanno tutto perduto, giacché non aveva mai avuto
nulla, aspettando sempre indarno qualche cosa o qualcuno. Ma chi era quella
fanciulla? Come si chiamava? Dopo aver pensato lungamente concluse che si
sarebbero riconosciuti infallibilmente in qualche luogo, poiché ella doveva
averlo veduto in quella strana visita e non potrebbe così presto dimenticarlo.
Un profumo delicato ed acuto era rimasto nella soffitta: egli avrebbe voluto
interrogare la vecchia signora, ma un rispetto pauroso, insolito ed
invincibile, glielo impediva.
Ella sorrideva cogli
occhi grigi.
L'aria del mattino
dissipò quel sogno vivificandone il ricordo così che per un pezzo non poté
distrarsene. La fanciulla misteriosa, l'ideale di tutte le sue visioni, era
diventata una nipote dell'antico ritratto: qualche volta nelle stravaganze del
suo lungo ozio gli accadeva di uscire appositamente per incontrarla, o più
spesso tornando a casa si sorprendeva a domandarsi con ostinazione incredula se
non fosse già su ad aspettarlo. Poi di commissione in commissione sperò che gli
capiterebbe di farle il ritratto. Egli avendo già la sua fisonomia
nell'immaginazione era sicuro di non ingannarsi, ella tornerebbe con lui a
trovare la nonna. Ma fra tutte queste aberrazioni e i sogni del lotto, dei
cavalli che dovevano rubare la mano al cocchiere e che egli arrestava ad una
cantonata salvandole la vita, delle lettere profumate che non arrivavano mai;
fra le fantasmagorie di troppi romanzi che si dissolvevano nell'impossibile, il
suo buon senso popolano protestava ancora. Quindi scuoteva la testa per
scrollarne tutte quelle immagini, ma allora una malinconia cupa come il fondo
di quel vecchio ritratto gli si addensava lentamente nel cuore.
Dopo molti mesi della
più rigida miseria, all'avvicinarsi dell'inverno parve che la stagione per lui
migliorasse. Gli furono offerti da verniciare tutti gli usci e le finestre di
un appartamento, più i portoni di una stalla e di una rimessa. Il lavoro era
poco nobile, ma c'erano trenta lire da guadagnare in una settimana. Accettò
allegramente. A mezzo dell'opera aveva già comprato per dieci lire un vecchio
paltò, nel quale si affagottava voluttuosamente andando girelloni apposta nei
primi freddi notturni lungo una qualche mura della città.
La sera del sabato,
finito il lavoro, ne aveva intascato il resto del prezzo: quattordici lire.
Erano troppe, la testa gli girò. Venne prima a casa: voleva lavarsi,
pettinarsi, mutare camicia per entrare a cena in qualche buona locanda, ma la
pigrizia lo rattenne da tale grossa follìa. Invece discese in una cantina, ove
si cucinava anche da bettola, e vi scialò in una cena inesauribile quasi tre
lire lasciando cinque soldi di buona mano all'ostessa. Fuori l'aria era
pungente: nullameno egli si sbottonò il pastrano e col cappello sulla nuca, le
mani dietro la schiena si mise a camminare sbuffonchiando. I maccheroni e il
vino ingollato gl'infiammavano il sangue, gli pareva che la luce del gas
facesse un'aureola intorno alla testa di tutte le donne, quando passavano sotto
i lampioni. Ma improvvisamente, prima ancora che questo indistinto bisogno
femminino gli si acuisse nella coscienza, allo svoltare di un cantone una
fanciulla che veniva correndo gli urtò col viso nel petto.
Era piccina, con un
fazzoletto sulla testa: ella si rattenne, trattenne una risata domandandogli
scusa: egli s'imbarazzò, ma l'altra rideva, risero insieme. La fanciulla aveva
il visetto aguzzo, sguaiato, e le scarpette, egli ne vide una sola, scollate
malgrado il freddo della stagione.
- Dove vai? - finì
per chiederle famigliarmente.
- E tu?
- Io sono stato a
cena.
La ragazza accettò di
andare con lui. Nel passare dinanzi ad un caffè egli la guardò bene nella
faccia: era pallidissima, coi pomelli rossi dal belletto. Entrarono, egli
chiese un punch bianco e le disse di ordinare tutto quello che voleva.
Ella esitava.
- Dopo cena, quando
si è mangiato bene, non c'è che un punch - egli concluse con una specie di
vanteria beata.
- Un punch dunque! -
ripeté la ragazza, che non aveva cenato, con una contrazione fuggevole alla
bocca; ma appena bevutolo d'un fiato come una medicina parlò di andare a casa.
Il suo viso era talmente sconvolto che l'altro credette le venisse male.
- Sarà il punch.
- Che cosa vuoi? il
nostro stomaco è così leggero… - ella ribatté sordamente.
Strada facendo l'aria
frigida la ristorò: salirono ridendo le scale. Quando ebbero acceso la candela,
la ragazza rimasta nel mezzo fece un oh! di complimento sulla grandezza e sulla
decenza della soffitta. Osservò il cavalletto.
- Sei pittore? -
Ma la tela del
cavalletto era ancora bianca.
Poi d'improvviso
girando gli occhi gridò:
- Un ritratto!… Tu
che cosa fai? Ti levi il paltò. Lo hai fatto tu il ritratto? Lasciami vedere.
Ma siccome era
piccola corse ad una sedia, ve la portò sotto, vi salì, e cacciando la candela
sotto il naso della signora:
- Chi è? - si rivolse
ridendo del suo riso monellesco. - Ma se è vecchia! Guarda, guarda la piuma
bianca… Stupida! le piume si mettono ai cappellini.
Quindi si curvò col
naso sulla tela.
Egli si era già
levata anche la giacca e guardava dietro le sue spalle la testa del ritratto
con un ricordo involontario del sogno.
- Bella questa! -
ella squittì; poi sillabando: - Aloisia comitissa ux… qui è cancellato…
Lambertini… Toh! il mio cognome.
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