- Aspettatemi dunque! - esclamò
l'avvocato Guglielmi, indugiando nel rimettersi il pastrano grigio da mezza
stagione, e aperse la bussola, che dal caffè dava sotto il portico.
Gli altri due si erano fermati ad
attenderlo.
Il portico leggermente ricurvo
era poco illuminato; due guardie di pubblica sicurezza stavano addossate
all'ultima colonna verso la piazza, che, stretta fra il doppio loggiato, a
quell'ora e in quella tenebra sembrava anche più piccola. I suoi fanali,
bianchi sopra esili colonnine di ghisa, non rischiaravano né la notte né il
selciato; erano otto d'ambo i lati, e la loro luce faceva poco più di
un'aureola intorno ai loro vetri. Benché fosse appena mezzanotte, e i due
maggiori caffè tuttavia aperti, non passava alcuno. La massa bruna del duomo
disegnava un'ombra più scura sul lividore biancastro della grande scalinata in
granito, un'opera nuova, per la quale nella cittadina si era speso troppo e
parlato anche di più; a fianco del duomo, quasi dirimpetto al caffè, donde
l'avvocato era uscito per ultimo, la fontana monumentale, prigioniera di un'alta
cancellata a palle di ottone, continuava quel sommesso borbottio dei due becchi
cadenti sugli abbeveratoi di marmo candido, posti l'uno di contro all'altro
fuori della cancellata.
Il cielo era oscuro, con poche
stelle; e una nebbiolina, ancora diafana, inumidiva l'aria non abbastanza
riscaldata dai primi tepori della primavera.
I tre rimasero alcuni secondi
ritti dinanzi al caffè.
- Perché non facciamo due giri di
loggia? - disse l'avvocato Guglielmi, che aveva questa abitudine, comune del
resto a quanti della città non rincasavano presto.
Quel portico del caffè Gritti e
quella loggia sinistra della piazza, che formava come la facciata del palazzo
municipale, erano il passeggio favorito di tutti i signori. Nella notte i più
sfaccendati, anche dopo la chiusura dei caffè e dei clubs, seguitavano per ore,
talvolta sino all'alba, quando le ortolane disponevano già i banchi e le ceste
per la piazza, ad incontrarvisi in gruppi, promettendo sempre di separarsi dopo
un ultimo giro, e non di meno prolungando la monotona passeggiata con
ostinazione quasi inconsapevole.
Forse non avrebbero saputo fare
egualmente tardi altrove.
- Tre giri soli, - rispose
Gaudenzi, un impiegato al telegrafo sulla cinquantina, venuto da Milano molti
anni addietro e diventato quasi della città.
L'avvocato Guglielmi si pose in
mezzo.
Era un vecchietto arzillo, con
troppe pretese per la sua levatura; e in quei giorni aveva ceduto ad una delle
solite esaltazioni per la lotta elettorale fra moderati e radicali.
Egli credeva in buona fede di essere
fra questi, mentre invece il temperamento e la vita lo avevano sempre tenuto in
sospetto verso la piazza. Quindi uscito dal club dopo una vivace discussione,
nel passare dinanzi al caffè Gritti, vi era entrato per parlare ancora con
Gaudenzi e Romani, due fra i suoi amici più condiscendenti.
Essi avevano finito da un'ora la
solita partita a scopa, e ciarlavano di donne.
Ma la notte e la solitudine,
sotto a quel loggiato, finirono di calmare l'avvocato Guglielmi.
- Dove sei stato oggi, che non ti
ho visto dopo pranzo al caffè? - domandò questi a Romani.
- A Bologna: ne sono ritornato
col treno delle dieci e mezzo; debbo ancora rientrare a casa da stamattina alle
sette.
- La donnetta! - disse Gaudenzi
con accento metà ilare e metà sornione, alludendo ad una cantante di operette
partita colla compagnia dalla città poche settimane prima, e colla quale Romani
si era lasciato vedere parecchie volte a cena nell'albergo del Falcone, il
maggiore della città, con altri amici.
- Oh va!
- Un'altra adunque! - rincarò
Guglielmi.
- Nemmeno, - e la voce di Romani
ebbe un tremito: - sono andato a Bologna per affari... cattivi! aggiunse
sospirando.
In quel momento passavano davanti
all'enorme scalone del palazzo municipale, che saliva dritto e larghissimo sino
ad un pianerottolo alto, cintato, quasi simile ad una cappella, nel mezzo della
quale un lume a petrolio, chiuso entro un antico lucernario, spandeva una luce
malinconica.
Le due guardie, nere nei cappotti
impermeabili, perché la notte sul principio era sembrata voltarsi al cattivo
tempo, si erano rimesse a girare, seguitando quasi automaticamente il passo di
quei tre; ma si fermarono di botto vedendoli arrestarsi.
Gli altri si voltarono; quindi
proseguirono senza barattare alcuna altra osservazione.
- Vado a casa, - disse Romani
prima di rientrare sotto il portico del caffè.
- Ci vediamo domattina sul
mezzogiorno?
- Già.
- Buona notte!
- Buona notte!
Romani si diresse verso porta
Appia passando lungo la fontana e il Duomo. Adesso era ridivenuto improvvisamente
triste. La piccola città, sepolta nel sonno e nelle tenebre, aveva perduto ogni
fisonomia; i fanali scarsi, a petrolio, indicavano appena il vano della strada,
nella quale le casette irregolari s'addossavano l'una all'altra in silenzio,
colle porte e le finestre buie, senza colori, come in una tranquillità di
abbandono. Era una città di circa quindicimila abitanti, compresovi il grosso
borgo al di là del fiume, abbastanza ricca, antica e rimasta vecchia anche nel
rinnovamento moderno, che guasta dove non muta, e muta quasi da per tutto.
Egli rifaceva quella strada a
testa bassa, senza guardare, anticipando i passi col pensiero e ripetendosi
meccanicamente: adesso arrivo alla bottega del barbiere, poi all'angolo del
palazzo Bandi, al pizzicagnolo... tutte le stazioni più importanti di quella
strada, che percorreva da tanti anni, e nella quale era persino nato. La
conosceva nei più minuti particolari, tutta; la sua casa vi stava in fondo, una
casetta a due piani, con un cornicione di legno ai tetti, le persiane verdi,
una porta stretta, alta sul marciapiede due scalini, un andito, una scaletta
oscura, poi l'appartamento al primo piano, dove abitava con la moglie e due
bambini. All'altro, stavano due famiglie, quella di un calzolaio, e un vecchio
prete con una serva.
Gli parve improvvisamente di aver
freddo; un passo risuonò lontano, dietro di lui. Qualche soffio agitava l'aria;
dal selciato disuguale, a ciottoli, tratto tratto raggiavano baleni
sull'umidore lasciatovi dalla pioggia, mentre il rombo del fiume fuori dalla
barriera si faceva a mano a mano, più distinto.
Allentò il passo. Altri brividi
lo scossero e, daccapo, risentì più greve quel peso, sotto al quale era quasi
venuto meno tutto il giorno; non si ricordava di cosa alcuna distintamente, ma
era come una stanchezza senza motivo, un'inquietudine tratto tratto percossa da
paure inafferrabili come quei suoni fantastici, che talora sembrano batterci
sull'orecchio, girando di notte per la campagna. Quella giornata non era certo
stata buona: a Bologna aveva fallito l'ultima combinazione, cui intendeva da
parecchi giorni, e che l'avrebbe rimesso a galla lasciandogli forse il modo di
riordinare i suoi affari sconquassati. Poi aveva meditato, tentato altri
espedienti presso alcuni vecchi amici della grossa città, nella quale aveva
studiato due anni da giovinetto: aveva corso da una strada all'altra, salito
parecchie scale, per concludere sempre allo stesso modo. Quegli amici avevano
quasi tutti cambiato abitazione da lungo tempo; alcuni non erano in casa, altri
non l'avevano ricevuto o, ricevendolo, si erano mostrati così freddi che gli
era caduto improvvisamente dal cuore il coraggio di ogni domanda. Erano state
al solito interrogazioni e risposte insignificanti, qualche complimento
volgare, e infine un saluto frettoloso. Tutti avevano da fare, ognuno pensava a
sé.
Si era sentito respinto, isolato.
Ma siccome era sabato, e in quel giorno tutti i mercanti e gli uomini d'affari
affluivano a Bologna dalle città vicine, vi aveva incontrate molte, troppe
conoscenze.
- Oh! come, anche tu?
Altri discorsi insulsi, strette
di mano, qualche vanteria dei minori commercianti, ai quali pareva d'ingrandire
mostrandosi ad un concittadino in quel giorno a Bologna. Parecchi sfaccendati
erano venuti per ozio o per capriccio, il Mercato di Mezzo era pieno. Quindi
aveva dovuto andare a colazione con un gruppo di amici, tutti della propria
città, una colazione rumorosa, vanagloriosa, perché la sera ne avrebbero
parlato certamente nel caffè Gritti. Però quel chiasso lo aveva rinfrancato.
Adesso, invece, uno scoramento lo
riprendeva, sebbene nessun pericolo vero lo minacciasse ancora; era dissestato
da gran tempo, ma s'ingegnava sempre per andare innanzi, riuscendovi non senza
pena, con abbastanza disinvoltura. Aveva vissuto comodamente colla famiglia,
accettato, stimato da per tutto più di quanto la posizione lo consentisse.
Questo, che era stato sempre il suo vanto secreto, gli si mutava ora in
rammarico, quasi solamente dopo quella triste giornata di disillusioni e quel
ritorno in ferrovia, solo in un vagone di seconda classe, perché tutti gli
altri amici erano già partiti col treno antecedente, gli si rischiarasse entro
l'oscurità silenziosa della strada, improvvisamente, il problema della propria
posizione.
La strada era sempre così
deserta, il rombo del fiume cresceva. Si fermò per accendere un sigaro toscano,
l'ultimo che gli rimaneva nelle tasche; quindi alla fiamma del cerino alzò gli
occhi per guardare la barriera chiusa in fondo alla strada. Un riverbero del
fanale sporgente dalla gabella lasciava intravedere alcune stecche della
cancellata, al di là passava il fiume, e oltre il fiume si scorgevano le prime
fiammelle del borgo.
Oramai era presso casa.
- Che cosa le dirò? - si chiese
subitamente, pensando alle interrogazioni, colle quali la moglie lo avrebbe
seccato.
Egli aveva già trovato
difficilmente una scusa per andare a Bologna, ma ora, in quel fallimento di
tutte le combinazioni, non sapeva più inventare un'altra bugia per sottrarsi
all'irritazione di riparlarne con lei. A che prò? Ella non conosceva, anzi non
aveva mai conosciuto le vere condizioni della famiglia: poi non avrebbe potuto
esservi di alcun giovamento, anche conoscendole. Perché metterla a parte di
certe cose, dal momento che la sua testa vi si perderebbe, e tutto si sarebbe
risolto in un piagnisteo pieno di rimbrotti e di carezze? Egli l'aveva sempre
trattata bene allo stesso modo; ella, preoccupata di sé e dei bambini, non
aveva mai cercato di indovinare quanto le si nascondeva. Invece egli avrebbe
adesso voluto parlare con qualcuno, esaminare bene in due la propria posizione,
alla quale si accorgeva di aver sempre girato intorno, senza guardarla mai
davvero in faccia per quella secreta paura dei deboli, che s'abbandonano alla
vita, risolvendone le rinascenti difficoltà col ripetere quasi sempre lo stesso
espediente.
Era arrivato all'uscio, tenendo
già in mano la chiave secondo il solito: si fermò a guardare la casetta. Tutti
dovevano dormirvi. Lassù, a l'ultima finestra di sinistra, un filo di luce
passava per gli scuri; era la camera del vecchio prete, un mansionario quasi
ottantenne, il quale non viveva più che della paura di morire, e la notte
teneva sempre acceso un lumicino alla Madonna sopra il comò, perché le tenebre
lo spaventavano e tremava di spirarvi improvvisamente. Voleva la luce, anche di
notte.
- La vedrò ancora per così poco!
- aveva detto un giorno a lui con quell'accento impressionante dei vecchi.
- Ecco uno che non deve aver
pensieri! - egli si disse in quel momento, invidiando la necessaria calma di
quella vita già conchiusa.
L'aria dell'andito gli pesò sul
respiro. Aveva acceso un secondo cerino, salì le scale col suo ordinario passo
accelerato, come non ricordandosi più di nulla, trovò dietro la porta
dell'appartamento la candela sulla vecchia cassapanca; ma invece di andare per
la cucina nella camera della moglie, infilò la saletta da pranzo, dopo la quale
teneva in una specie di gabinetto il proprio studiolo. Con una segreta, quasi
inconsapevole soddisfazione aveva riconosciuto tutto a posto nella saletta;
sulla tavola ancora coperta della tovaglia macchiata di vino rosso, non era
disposto che il suo coperto con dinanzi due altri piatti: nell'uno c'era un
mezzo pollo arrosto colla testa, perché in famiglia sapevano che questo era il
suo boccone preferito, nell'altro un mezzo formaggio fresco, molle, uno dei
pochi capolavori dell'industria paesana; poi l'insalata nella solita barchetta
di porcellana bianca, e alcuni finocchi sopra il piattello dal piede di
filograna rossastra.
Caterina, la moglie, non
vedendolo arrivare all'ora di cena, gliene aveva lasciata la miglior parte,
immaginandosi che potesse avere molta fame al ritorno.
La bottiglia nera del vino era
quasi piena.
La saletta dall'usciuolo di
sinistra metteva nella camera da letto.
Egli camminava in punta di piedi;
la vista della cena gli risvegliò quasi istantaneamente l'appetito, perché non
aveva più mangiato da quella colazione sul mezzogiorno, prodiga e sontuosa
quanto un pranzo. Rimase incerto qualche secondo, temendo, se si fosse posto a
tavola, di svegliare col rumore dei piatti Caterina, che doveva dormire da un
occhio solo; quindi schiuse con molta precauzione l'uscio del gabinetto, e vi
entrò senza sapere bene il perché. Non aveva niente da farvi; in quel momento
la sua testa affaticata non gli suggeriva alcun espediente. Ma quello studiolo
era l'unica solitudine, nella quale si chiudeva ogni qualvolta avesse qualche
affare difficile da svolgere, o qualche tristezza da nascondere; vi teneva
pochi libri, perché non era mai stato un grande leggitore, ma tutte le carte
importanti vi stavano disposte in bell'ordine sopra due scansie portatili. Il
resto dei mobili si componeva appena di uno scrittoio in noce e di un piccolo
sofà ricoperto in crespo di lana verde. Nell'angolo, presso la finestra,
quell'inverno medesimo vi aveva messo una stufa minuscola in ghisa, più che
sufficiente a riscaldarvi l'aria sino ad una temperatura insopportabile.
- Che cosa faccio?
In sostanza non aveva bisogno che
di guadagnar tempo per l'inevitabile colloquio colla moglie. Anche lì tutto era
ordinato. Macchinalmente si trasse il pastrano e il cappello, appendendoli ad
un minimo attaccapanni piantato nella parete. Ascoltò: l'appartamentino aveva
la calma ordinaria, nell'altra camera Caterina lo attendeva dormendo; poi v'era
lo stanzino dei bimbi, nel quale stava anche la donna di servizio, oramai
diventata della famiglia: una donna pettegola, che dominava la padrona, ma
faceva tutte le economie possibili, riuscendo quasi sempre a dissipare i
malintesi fra lui e la moglie.
Malgrado la scarsezza del
patrimonio, egli avrebbe quindi potuto vivere contento nella famiglia.
Infatti non si era mai lagnato:
sentiva anche in quel momento una compiacenza onesta, che gli alleggeriva il
peso di tutti i disappunti subiti nella giornata.
La candela bruciava sul tavolo da
qualche minuto, egli si era girato e rigirato inutilmente per il gabinetto due
o tre volte, quando vide una lettera quasi sotto al largo calamaio di maiolica
bianca.
Veniva, a lui, ma sulle prime non
ne ravvisò il carattere; qualcuno doveva averla recata nella sua assenza,
perché non portava francobollo.
Stracciandone la busta si sentì
tremare da capo; la lettera diceva:
Città, 29 aprile 1896.
Caro Adolfo,
Debbo partire subito per Firenze, senza
perdere un minuto, perché mia madre è gravemente malata; ma capirai come posso
stare non avendo potuto ottenere il permesso stamattina. Ti ho cercato dopo
pranzo al caffè per comunicarti in segreto che Oreste Bugnoli ha portato al
pretore una tua cambiale per duemila e cinquecento lire, dichiarandola falsa.
Siamo sempre stati amici sino da ragazzi, e quindi non credo che tu possa aver
fatto ciò: ecco perché ti avviso; ma in ogni modo brucia subito questa mia
lettera. Per te non ne sarà nulla certamente, o tutto al più un equivoco che si
scoprirà; invece io non sono che un impiegato, e se mi sospettassero solamente
di averti avvisato, finirei forse col perdere il posto. Ma sono sicuro della
tua discrezione; invece temo assai della mia povera mamma. Quale disgrazia per
me se dovesse morire!
In fretta
tuo ANSELMO ROBERTI
* * *
Era stato come un colpo di mazza
sulla testa.
Non aveva quasi capito, ma nello
stordimento della percossa gli era parso che lunghe striscie sanguigne
solcassero il buio, nel quale cadeva, dritto, così senza cappello in testa, con
quella lettera in mano, mentre la fiamma della candela gli agitava brevi ombre
leggere sul volto immobile come un ritratto.
Finalmente ebbe un soprassalto.
Il primo moto fu di guardarsi intorno con un rapido girar del capo e quel
subito raggricchiarsi di tutte le membra, quasi per farsi più piccolo e meglio
sparire in una fuga, che hanno sempre i sorpresi in flagrante.
Poi, col tornargli della
coscienza, tutti i tremiti lo scossero; le mani gli battevano quasi l'una
contro l'altra, gli battevano le palpebre, mentre un'onda come di vento gli si
rompeva dall'interno entro gli occhi, e glieli gonfiava inaridendoli.
Appoggiò una mano sull'orlo dello
scrittoio, quindi girandovi intorno venne a cadere sulla poltrona. Era
anch'essa in crespo di lana verde, con una stretta spalliera semicircolare. Si
trasse più vicino la candela, si passò il fazzoletto sugli occhi. La fronte gli
era diventata perlacea sotto i capelli neri, dritti e tagliati a spazzola, che
rendevano più dura l'espressione della sua faccia.
Infine bisognava rileggere.
Benché stravolto, comprendeva
tutto; lo aveva capito nello scoppio stesso: era stata una visione istantanea,
accecante come quegli incendi dei temporali notturni, alla luce dei quali si
scorgono in un attimo i particolari più minuti, meno osservabili di un
paesaggio, e poi tutto ritorna nero, tempestoso, fragoroso, pauroso.
Da molto tempo aveva voluto
scordarsene, ma lo sapeva.
La lettera era proprio di Anselmo
Roberti, il suo amico d'infanzia, poi di studi, nato a Marradi e venuto
cancelliere nella città da quattro anni; era la sua calligrafia rotonda,
chiarissima, una calligrafia da impiegato.
Che cosa era stato? Perché?
Era troppo presto, non doveva
essere, perché mancavano ancora quarantacinque giorni alla scadenza.
Rileggeva sempre, forse per la
decima volta, brancolando col pensiero fra le lettere, che gli si dilatavano
dinanzi agli occhi, quasi staccate dalla carta. Ma attraverso tale sensazione
leggeva con chiarezza sempre più spaventevole. Quelle poche righe frettolose,
buone, senza un dubbio o una esagerazione, erano la forma più micidiale, più
insopportabile, colla quale gli si fosse potuto comunicare, così
impensatamente, la sua colpa.
- Ha la mamma ammalata, - pensò
poco dopo in una sosta del turbinio, che lo aggirava; quindi corse nuovamente
cogli occhi all'altra riga, dove Roberti gli annunciava la consegna della
cambiale al pretore, senza crederne falsa la firma ed affermando anzi che non
poteva trattarsi se non di un equivoco. Poi la lettera finiva con quel grido
per la mamma forse già morta.
Nel gabinetto non c'era alcuno:
fuori, in tutta la città, a chi rivolgersi? Malgrado la smania non poté
muoversi; non c'era più niente da dire o da fare! Si trovava già lontano da
tutti, con quella sensazione di un baratro buio, freddo, sordo, senza cielo,
senz'aria, uno di quegli abissi di sogno, nei quali cadendo non si sente che il
vuoto e quando la caduta si arresta non si tocca ancora nulla. Allora le forze
l'abbandonarono e si accasciò sulla poltrona, colla testa bassa, in un
atteggiamento sfatto. La sua vita, così normale poco prima, era svanita; egli
vi rimaneva come un corpo molle, insaccato dentro gli abiti, coll'occhio
sinistro, che in quella piegatura del capo ancora gli si vedeva aperto ed
opaco, così che la moglie Caterina entrando in quel momento avrebbe gridato per
la paura.
Intanto il tempo passava.
Quel colpo, che avrebbe atterrato
qualunque altro, non aveva però nulla di strano, e ciò lo rendeva ancora più
terribile. In tutta la giornata, pur non volendo pensarci, perché gli
rimanevano ancora circa due mesi prima della scadenza, ne aveva provato un
presentimento; anzi nella sua vita ancora giovane, abituato come era da tempo a
cercare danaro per la piazza, vantandosene cogli amici se gli riusciva bene
qualche difficile operazione, non si era mai sentito così profondamente
scoraggiato. Eppure non si trattava che di girare una cambiale di cinquecento
lire, questa volta in piena regola. Ma il credito gli sfuggiva da parecchi
mesi, la gente e le cose cangiavano intorno a lui; non aveva più quel
bell'umore facile ed espansivo, che seduceva le persone, e col quale sovente
perveniva a trarsi senz'altro d'impaccio: pensieri tristi lo travagliavano,
improvvisi sgomenti gli facevano vedere il mondo in nero traendogli dalla bocca
quelle frasi pessimiste di chi non si sente bene in gambe. Erano impazienze
nervose, scatti ingiustificabili, coi quali offendeva talora scioccamente le
persone inimicandosele; e poco dopo si accorgeva del male fatto, giacché gli
capitava d'intoppare in visi chiusi, gli cascavano addosso giudizi sospettosi,
diventava come tutti gli altri caduti volontariamente nella sua posizione, un
oggetto d'esame fra la gente pettegola o grave, che valuta le riputazioni e
pesa tutti i valori.
A Bologna quella mattina aveva
dovuto subirne la dolorosa esperienza più di una volta. La sua aria
preoccupata, le grosse nubi che gli passavano sul volto, erano state osservate;
tutti quei mercanti, quei minuscoli uomini d'affari, così poco colti e
perspicaci parlando di politica o d'altro senza immediati rapporti alla loro
vita, erano di una penetrazione inquisitoriale, avevano il colpo d'occhio
infallibile per indovinare certe crisi o cogliere certe situazioni.
Era la loro stessa battaglia di
tutti i giorni nell'imbroglio continuo di contratti fra gente di tutte le
risme, in mezzo alla quale bisognava guardarsi da ogni lato e far buon viso a
tutti i presenti, senza il permesso di potere ingannarsi sulla probità o sulla
solvibilità di alcuno. Al primo dubbio tutte le espansioni si restringevano,
ognuno per necessità di battaglia si rimetteva sulla parata con un orgoglio di
egoismo, che non vuole lasciarsi abbindolare da pietà di sventure o da
illusioni di risorse. Sotto la loquacità chiassosa della colazione egli aveva
sentito la durezza impenetrabile dei cuori, la diffidenza vigilante e pronta a
tentare col più atroce degli scherzi l'imminenza di una ruina per meglio
evitarla.
Ma prima di quella cambiale, non
aveva notato certe cose.
Quindi si era sforzato di non
pensarci: il disegno per rimediarvi lo aveva, vendere l'unico podere a quello
stesso strozzino, giacché vi rimaneva ancora, malgrado le ipoteche, un margine
di tre o quattro mila lire.
Ecco perché quasi non se ne
preoccupava; ma gli altri debiti, i regolari, lo urgevano tutti i giorni, senza
requie. Era andato a Bologna appunto per girare una cambiale colla firma di un
amico, un giovinotto in vena di ruinarsi gaiamente, e così fare fronte ad altre
due cambiali, che gli scadrebbero lunedì alla Cassa di Risparmio e alla Banca
Popolare; ma fra tutte e due non superavano le quattrocentosessanta lire. Era
poco, però ne aveva altre, anche più piccole, poi tutto il resto dei debiti e
delle liste.
Mai si era sentito più sconsolato
di quel giorno; per reagire aveva bevuto parecchi vermut nelle bottiglierie,
aveva seguito per strada, sino a casa, una ragazza che nemmeno gli piaceva; ma
ad ogni disillusione cogli amici, sui quali credeva di contare, pur confessando
a se stesso di non averne motivo sufficiente, la tetraggine gli si addensava
nell'animo. Quella giornata gli era parsa eterna, specialmente nelle ultime
ore. Perché aveva perduto il treno delle quattro e mezzo? non avrebbe saputo
dirlo. Infatti quelle, che con uno sforzo di volontà potevano sembrargli
combinazioni probabili per la girata della cambiale, erano tutte esaurite prima
della colazione. Dopo, non aveva tentato ancora che per rabbia contro se
stesso, per darsi dell'imbecille prima, e poi bestemmiando nel fondo del cuore
contro il destino. Ma lo sapeva già. Quindi aveva girellato trovando sempre le
strade troppo lunghe, curiosando senza voglia nelle vetrine, con quell'aria
pesante e distratta, alla quale la gente non s'inganna quasi mai e fiuta i
poveri, gli spostati, tutti coloro momentaneamente senza danaro e nella
impossibilità di procurarselo malgrado qualunque dolore della necessità. Egli
stesso si accorgeva di tradirsi; una vergogna nuova e sottile gli faceva
credere di essere mal vestito, gli pareva di sentirsi sempre qualche occhiata
addosso; poi non s'incontrava più, egli uso a trovare tanto lusso e tanta
squisitezza a Bologna, in niente di bello.
Quando vide accendersi i primi
lampioni, ne provò un sollievo: l'ombra del crepuscolo aveva spopolato le
strade, rendendo meno osservabili coloro che vi passavano. Si avviò verso la
stazione, allungando la strada per tutte le svolte sino alla Montagnola; il
vecchio ed angusto passeggio era deserto, pieno di alberoni secolari, che avevano
già messo le foglie, ma che in quel freddo di sera non abbastanza primaverile
rabbrividivano ancora. Qualcuno vi si aggirava come lui, in preda a pensieri
forse più disperati. Il rumore della città si assopiva lentamente: i fanali
punteggiavano l'oscurità, allineandosi fino lontano, donde un rumore veniva
tuttavia, mentre alle finestre delle case per bene si vedevano già accendere i
lumi per la gaiezza del pranzo.
L'isolamento gli aveva fatto
paura: era stata una sensazione subitanea, violenta. Quell'ora del pranzo
doveva essere ben terribile per tutti quelli che non avevano dove pranzare,
dopo un giorno così lungo, e dinanzi alla notte anche più lunga senza ricovero!
Per non pensarci troppo era
disceso dalla Montagnola, per il viale degli ippocastani, lungo le mura verso
la stazione. Anche lì sembrava stagnare la vita; l'orologio della torre, alto
sul mezzo della stazione in quel crepuscolo, col lume acceso dietro il
trasparente, aveva una opacità di grande occhio ammalato. Egli così poco
artista ed osservatore, n'ebbe l'impressione per la prima volta. Nel ritorno
aveva avuto la fortuna di entrare in uno scompartimento di seconda classe
vuoto; ma poi, nel viaggio, se ne era rammaricato. Non aveva mangiato e non
aveva fame, però l'estenuazione cominciava a dargli quella sensibilità dolente,
propria dei deboli; finalmente non si rinfrancò che arrivando in piazza dinanzi
al Duomo, sotto quei portici così famigliari, salutando e ricevendo il saluto
di voci amiche. Nel caffè c'era Gaudenzi, che lo invitò alla solita partita; un
vecchio maestro delle scuole tecniche, vegeto, allegro, chiacchierino, un ricco
mugnaio attempato, uno scrivano di notaio, mezzo storpio e divertente per la
loquacità melodrammatica e letteraria, avevano circondato il loro tavolino, e
la partita era seguitata fra i soliti discorsi nella bonomia tranquilla di
tutte le sere.
Ma quel gran colpo gli aveva
tolto anche la memoria di tale triste ritorno.
Poi una paura lo assalì; si
nascose frettolosamente la lettera nella tasca dei calzoni e in punta di piedi,
lasciando la candela sulla scrivania, venne ad origliare all'uscio della camera
da letto. Caterina dormiva con un russo leggiero: stette qualche minuto
coll'orecchio incollato alla fessura dell'uscio, poi a ritroso, senza urtare in
alcun mobile, rientrò nello studiolo.
La mente gli tornava: ritrasse la
lettera dalla tasca e, ubbidendo alla preghiera dell'amico, la bruciò, con un
senso quasi di sollievo. Era la prima accusa distrutta.
Che fare?
In quel subbuglio di tutte le
idee non poteva ancora rendersi un conto, anche solo relativamente esatto,
della propria situazione, ma sentiva che fra poco, quando saprebbe meglio
dominarsi, non troverebbe egualmente nulla. Era sempre la stessa sensazione di
un buio improvviso e cieco, nel quale non poteva nemmeno gridare: da chi
invocare soccorso? Qualunque fosse il perché o il come di tale catastrofe, la
violenza non ne diventava che maggiore. Nessuno lo aveva rovinato, nessuno in
quel momento lo spingeva nell'abisso. Era stato lui solo, gaiamente, storditamente,
per un seguito di piccoli piaceri, di minime compiacenze, di false abitudini, a
mettersi in quell'abbrivo, lusingandosi fantasticamente di potersi sempre
fermare, coll'esempio di tanti altri, che avendo fatto o facendo tuttavia assai
peggio, rimanevano ancora in piedi, salutati, ricevuti dovunque. Ed egli pure
aveva voluto essere così forte, senza comprendere in che cosa tale forza
consistesse, ma soprattutto vivere meglio del come era nato, in una più alta
sfera.
Quindi il suo distacco lento ed
orgoglioso dai primi compagni, che convinti della propria posizione
l'accettavano, nella modestia degli inevitabili lavori, con una rinuncia onesta
alla vivacità delle troppo facili speranze; poi la iniziazione nella classe dei
signori, che avevano finito col trattarlo da pari, tutta una conquista assidua
e minuta, piena di piccole gioie e di nascenti soddisfazioni, onde si era
persuaso di essere un qualcuno importante, e di poter un giorno diventare anche
qualche cosa. Finalmente lo scialo, non vistoso ma continuo, i vizi, sino a
quella passione breve ma rapace, inevitabile, che gli aveva fatto perdere la
testa rendendolo ridicolo fra i nuovi amici, e per la quale in una mattina di
follia, una mattina pioviginosa e fredda, era andato da quello strozzino per
fargli accettare la cambiale!
Nemmeno allora se ne era reso ben
conto; aveva agito come sotto un incubo, con dei brividi freddi come quelli che
adesso gli passavano per le reni, la testa pesante, ma recitando fin troppo
bene la commedia preparata. Dopo, aveva sempre fatto degli sforzi per non
pensarci, malgrado i debiti, che seguitavano a travolgerlo senza lasciargli
un'ora di pace. E tutto era finito prima della scadenza vera; il dramma
scoppiava in questa anticipazione imprevedibile, alla quale qualcuno doveva
aver cooperato.
Non restava che morire.
Egli pronunciò mentalmente questa
parola, come eco di una voce, che gli sonasse dentro nel profondo del cuore, e
subito dopo fu più calmo. Perché? Che cosa era stato? Né la sua volontà, né la
sua ragione lo avevano condotto a questa decisione, e tuttavia poté ripetersi
distintamente:
- Sì, morire!
* * *
Come accade sempre nelle
decisioni troppo importanti, che agiscono sull'anima al pari di un abbarbaglio,
una pesantezza torbida lo aveva poco dopo prostrato.
Quella idea della morte non gli
si era mostrata con alcun significato preciso; non ne aveva veduta la forma, né
sentito il dolore, quantunque fosse già il distacco da tutto quanto componeva
la sua vita di trentadue anni, una vita senza valore per gli altri, ma intera
ed alacre entro l'angustia della propria orbita.
Adesso, nell'impossibilità per
lui di ripensarla attraverso i molteplici minimi ricordi, acquistava come
un'improvvisa, sconfinata dilatazione, nella quale si perdeva anche quel dramma
finale come una voce di disperazione per la solitudine di un grande prato
squallido, quando la notte sta per involgerlo nella propria ombra. Non gli
restava che la sensazione di un vuoto. Sempre così seduto stancamente sulla
poltrona teneva gli occhi fisi sulla fiammella della candela, alla quale il suo
alito imprimeva tratto tratto qualche lieve oscillazione.
Sul suo volto, generalmente
rosso, un pallore livido alterava tutti i lineamenti; la fronte diventata greve
in quella improvvisa opacità, che le troppo lunghe meditazioni sembrano
lasciare su quelle dei pensatori, gli si aggrondava sui sopracigli velandogli
gli occhi, mentre uno stiramento gli irrigidiva la bocca convulsa.
L'orologio della piazza batté tre
quarti d'ora dopo la mezzanotte.
La prima cosa che sentì, fu di
essere così profondamente mutato. Benché in casa propria, non vi si riconosceva
più: vedeva la disposizione di tutto l'appartamento con quelli che vi
abitavano, sua moglie Caterina addormentata nell'altra camera sotto la coperta
di filugello verde; nella stanzina attigua Ada e Carletto nei due lettini di
ferro; vedeva il proprio posto vuoto accanto a Caterina, l'attaccapanni col
grande cappello nero a cencio, il mantello scuro, la specchiera sul comò di
fronte al letto, udiva la respirazione regolare, il russo lieve di quei
dormienti, ma con un senso inesplicabile d'indifferenza come di uno straniero,
pel quale quella casa e quelle persone non potessero avere alcun significato.
Era solo! La stessa intimità del suo passato con essi si rompeva improvvisamente,
isolandolo dalla loro esistenza, della quale una volta provava le ripercussioni
ad ogni atto, senza potersene staccare nell'avvenire nemmeno colla fantasia.
Quindi un più sottile malessere
gli veniva da quel gabinetto quasi vuoto, rischiarato appena dalla candela,
freddo e muto come una stanza d'albergo. Infatti era quasi il medesimo mobilio:
sedie, scrittoio, scansie, sofà in noce e lana, senza stile, senza accento.
Egli vi era solo.
Così? Perché? Perché così solo?
- Dove sono? - esclamò
sommessamente, portandosi ambo le mani alla faccia.
L'idea gli si ripresentava
lucida, inesorabile.
O la morte o la prigione, non vi
era mezzo termine.
Ma daccapo ebbe paura, e si
cacciò col pensiero come fuggendo per tutte le vie che gli si aprivano davanti,
acciecato da una speranza di salvezza. La passione della vita gli si era
ridestata in uno scoppio: qualunque fossero la colpa e la pena che lo
minacciavano, non voleva morire. V'era tempo, tutto poteva ancora accomodarsi.
Una ressa d'indistinti bisbigli gli saliva dalla memoria di tanti casi
disperati, che aveva veduto a poco a poco acconciarsi nella normalità della
vita, di altre esistenze quasi sradicate da un colpo di bufera, e che nullameno
avevano potuto resistere rituffando le radici nel terreno e coprendosi dopo
qualche mese di nuove foglie. Egli non voleva soccombere: la vita protestava in
lui da ogni punto dell'anima in un orgasmo di tutte le fibre. Ma nessuna di
quelle vie, per le quali il suo pensiero fuggiva smaniando, era neppure abbastanza
lunga per dare tempo ad una illusione; tutte finivano contro lo stesso muro, la
medesima impossibilità di evitare il processo, dal momento che la cambiale era
già nelle mani del pretore. Questi, un giovane di Senigallia, eccezionalmente
ricco per la sua classe, mirava a diventare presto giudice, facendo pompa di un
riserbo e di una severità egualmente inflessibili.
Ma egli non voleva il processo,
quella morte più lenta, ed atroce di qualunque altra nell'agonia del domani o
del posdomani, appena il fatto si fosse divulgato, e poi di tutti gli altri
giorni sino all'ultimo della condanna a cinque anni, giacché ci aveva pensato
involontariamente altre volte di sfuggita. Quel giorno non sarebbe mai finito
su quello scanno degli accusati, dinanzi ai giudici e al pubblico, con Caterina
nella sala che singhiozzerebbe, mentre egli dovrebbe rispondere
all'interrogatorio sentendosi addosso tutti gli sguardi della folla
indifferente nella certezza di una condanna, che rendeva egualmente inutile
ogni abilità di accusa o di difesa. Tanto era morire altrimenti. Tutto intorno
a lui si sarebbe del pari spezzato: Caterina e i bambini, ridotti alla più
squallida miseria, non avrebbero più per lui che un orrore misto di odio,
quell'odio doloroso ed onesto di tutti i caduti per colpa d'altri nella povertà
umiliante di una condizione, dalla quale anche uscendo, rimane la macchia. Ma
Caterina sopravviverebbe al colpo?
Si poteva durare a quella tortura
del processo, che comincerebbe subito, colla sua prima parola, entrando nella
camera da letto per confessare tutto?
Sarebbe stato il primo tratto di
corda al cuore, nel silenzio di quella camera così tranquilla da dieci anni,
mentre i bambini dormivano nell'altro stanzino, sempre coll'uscio aperto. Lo
strido di Caterina somiglierebbe a quello di un ferito: se lo sentiva già
dentro gli orecchi lacerante, lungo, che si perdeva in lontananza dopo avergli
forato spasmodicamente il cervello. Egli non potrebbe calmarla. Che cosa dirle?
L'origine di quella colpa l'aveva già sconvolta tre mesi prima, apprendendola
solamente a mezzo; era stata una gelosia improvvisa, quasi furiosa, che gli
aveva rivelato in lei tutta un'altra faccia del suo carattere apparentemente
così bonario e insignificante. Egli in quella amarezza dell'essere tradito dall'altra,
per la quale si era pazzamente perduto, ne aveva provato come una consolazione
di orgoglio, nella certezza dell'affetto che gli restava.
In qual modo confessare ora il
resto?
La colpa stessa spariva nella
orribilità della espiazione: aspettare in casa l'arresto, chi sa quanti giorni,
indovinando da lungi tutti i discorsi dei caffè; doverne serbare indarno il
segreto con Anastasia, la serva, fino al momento che un delegato venisse ad
intimarglielo con quella insopportabile gentilezza da impiegato, probabilmente
nella forma di una chiamata in questura. Nessuna forza umana poteva bastare a
tale supplizio: Caterina ne diverrebbe forse pazza, era impossibile non
morirne.
Per quanto atroce, il fatto di
trovarsi davanti al pretore e al cancelliere, dopo essere forse passato per la
città fra le guardie, diventava insignificante al confronto dell'esame, che
avrebbe dovuto subire, chi sa per quanto tempo, dinanzi alla moglie, sotto
l'inquisizione disperata del suo silenzio o delle domande rinascenti indarno dalle
memorie della sua anima calpestata ingiustamente, per sempre, senza un motivo e
senza un avviso. Eppure egli lo aveva fatto!
Anzi qualche cosa gli restava nel
cuore di quella passione istantanea ed irresistibile, una amarezza ed insieme
un orgoglio quasi simile a quello che sostiene il coraggio dei delinquenti, e
li consola nelle pene dell'espiazione. Si pentiva piuttosto delle conseguenze
che del fatto: era stato fatale, senza ricerca da parte sua, senz'alcuna
possibilità di resistenza. Adesso tutto era passato.
Un singhiozzo gli salì dal petto
affaticato.
Seguitava sempre a cercare,
sorpreso da sùbiti scoramenti, che gli davano la sensazione effimera di un
bisogno di pregare, dopo i quali si cacciava più disperatamente avanti nella
ricerca insensata di un espediente. Uno stesso smarrimento gli confondeva
ragione e fantasia, così che non poteva seguire nemmeno la più semplice
combinazione di sogno, o conchiudere il più volgare dei ragionamenti: capiva
solo che niente e nessuno verrebbe ad aiutarlo, poiché si era consapevolmente
posto in tale condizione. La sua testa, d'ordinario tutt'altro che potente,
trabalzava di visione in visione, sfuggendo a quella dello scandalo in piazza
con un più acuto terrore dello scandalo domestico, senza potersi ancora fermare
al perché di quella anticipazione, e come mai la cambiale fosse stata
presentata al pretore due mesi prima della scadenza. Egli aveva già indovinato
il colpo: era stato il Bonoli, socio secreto dello strozzino, freddamente
perverso e ricco, ad affrettare la catastrofe. Infatti si era ricordato subito,
sebbene confusamente, del suo ultimo saluto incontrandolo alla stazione sulle
mosse per Firenze due giorni prima. Allora ne aveva provato dentro come un
dissolvimento di tutto se stesso, ma nessuno si era accorto di nulla, ed egli
non ci aveva pensato oltre. Il Bonoli doveva aver imposto ciò allo strozzino,
giacché questi non lo avrebbe forse fatto di per sé, anche per non aumentare in
paese le proprie antipatie, contentandosi di acquistare a buon mercato il
podere. Tutto ciò gli rimaneva non pertanto torbido nella testa. Non si era
nemmeno fermato al solo espediente discutibile: partire per Firenze,
presentarsi al conte Zoli, ex-deputato della città, un
signore malaticcio, vecchio, infelice per la moglie e senza figli, confessargli
il sopruso di quella firma falsa e scongiurarlo di riconoscerla per vera.
Infatti era imitata abbastanza bene, perché ciò fosse possibile senza troppo
scandalo. Ma come affrontare una tale scena? Poi lo strozzino e Bonoli dovevano
già aver ottenuto dal conte Zoli una qualche dichiarazione prima di presentare
la cambiale al pretore; e quindi il vecchio signore non avrebbe potuto disdirsi
che ben difficilmente, senza cadere egli medesimo nel processo. Questo filo,
così tenue, era tuttavia l'unico che gli restasse in quella paura, che lo
raggirava sovra se stesso da quasi due ore.
Non ci pensò.
Morire così era impossibile,
mentre tutto era ancora intatto dentro e intorno a lui.
La profondità di questa
contraddizione non gliene lasciava sentire spasmodicamente che l'orgasmo;
nessun'altra sensazione di dolore per il modo o per il tempo della morte si
mescolava al suo orrore. Si muore forse, quando si è così nella pienezza della
vita? Come comprendere la morte? Egli non ne vedeva la ragione, pur soffrendone
la necessità; quindi non faceva che fuggire dinanzi ad essa, che lo circuiva,
lo premeva, costringendolo a rientrare da tutte le parti in se stesso, a
spezzarsi volontariamente, senza lasciargli nemmeno la tregua indispensabile
per riunire tutte le proprie energie in questo sforzo supremo.
Un acuto bisogno di aria e di
moto lo fece alzare: non voleva restare lì, gli pareva già di essere in cella.
Allungò la mano per riprendere il cappello, ma non ebbe il coraggio. Dove
sarebbe andato a quell'ora? Tutti i luoghi gli erano diventati indifferenti;
non pensava nemmeno a fuggire, sapendo di non aver più né danaro né altra
risorsa, colla quale vivere altrove. La città gli fece improvvisamente paura:
qualcuno riconoscendolo per via avrebbe potuto fermarlo ed interrogarlo. Egli
lo sentiva; alla prima parola rivoltagli avrebbe dato in uno scoppio di pianto,
e la confessione gli sarebbe sfuggita intera, spaurita, come ad un bambino, per
lasciarlo dinanzi alla indifferenza alquanto stupefatta dell'altro. Perché
nessuno ha davvero pietà di ciò che non lo tocca; si guarda, si ascolta, si
assente con una segreta inconfessabile soddisfazione di non essere in tale
caso, e si accusa sempre chi vi soccombe.
Egli invece avrebbe avuto bisogno
di un'immensa pietà. Forse vi avrebbe trovato l'energia di soffocare tutta la
rivolta, nascondendo con un ultimo sforzo quella compiacenza del sentirsi quasi
rimpianto, che è l'orgoglio segreto di tutti i nostri dolori, l'ultima
impossibile rinuncia anche pei suicidi. Ma egli non aveva a cui parlare, e
soprattutto non gli sarebbe riuscito di trovarne il modo. La sua colpa era
troppo sciocca, nel motivo e nelle conseguenze, per eccitare le simpatie di
qualcuno: non aveva né padre né madre; sua moglie non avrebbe capito più dei
proprii bambini la tragica fatalità di quella scempiaggine.
Egli doveva esaminarla solo,
senza la falsità di alcun aiuto.
Benché avesse già deciso
istintivamente, e tutte quelle incertezze non fossero che gli effetti appunto
di tale decisione, tuttavia l'istinto vi tornava sopra. Morire subito, senza
dir nulla, senza aver prima esaurito tutti i mezzi di difesa, era ancora più
impossibile che assurdo. La vita, appunto perché piena di drammi, ha un numero
infinito di soluzioni, le quali non si possono vedere tutte al primo sguardo,
mentre la morte aspetta pazientemente in fondo, terribile, inintelligibile
anche quando la si accetta. Prima bisognava calmarsi.
- Vediamo: che cos'é? Ho fatto
una firma falsa in una cambiale, - e questa cambiale è stata presentata al
pretore prima della scadenza. Perché?
Era stato il Bonoli, senza
dubbio. Quell'uomo era il suo nemico sino dalle ultime elezioni, nelle quali
egli lo aveva stupidamente combattuto, accusandolo appunto di essere un socio
segreto dello strozzino Bugnoli. Tutti in fondo lo sapevano, ma nessuno aveva
osato formularlo nettamente prima; egli solo, nell'orgasmo di una discussione
al caffè, per far piacere al vecchio capo dei moderati, il signor Trenti, un
omone altrettanto grosso di ventre che fine di spirito, vi aveva insistito
così, citando fatti e satireggiando, che il nome del Bonoli era stato scartato
dalla lista.
Allora se ne era sentito tutto
orgoglioso: per un momento aveva quasi creduto che lo avrebbero sostituito col
suo, poi era stato complimentato, messo quasi nel novero dei vincitori. Ma il
Bonoli non era uomo da lasciarsi battere impunemente. Mezzo clericale, grasso,
malaticcio, con cinque o sei figli brutti anch'essi, aveva rapidamente,
inesplicabilmente accumulato un grosso patrimonio. Era infatti socio segreto
del Bugnoli; ma ciò non spiegava abbastanza quel suo crescendo subitaneo in
ricchezza: molti lo temevano, quasi tutti lo stimavano per la precisione del
colpo d'occhio in affari e una sensata larghezza nello spendere. Dopo, si erano
trovati parecchie volte al caffè, senza che nei discorsi o negli atti
trapelasse alcun rancore, anzi il Bonoli pareva più amabile.
Adesso capiva tutto; il Bonoli
stava appunto comprando dal conte Zoli un avanzo di tenuta, quattro grossi
poderi, e quella doveva essere stata per lui l'occasione d'interrogare il
vecchio signore sulla cambiale.
Quel sorriso freddo, senza
canzonatura, alla stazione, lo rivedeva ancora, provandone lo stesso sgomento
tremulo e diaccio: era la vendetta segreta dell'uomo forte, che schiaccia quasi
disattentamente e dimentica.
Non v'era più riparo. Bonoli,
anche scongiurato in ginocchio, avrebbe sempre negato la propria partecipazione
in quella denunzia, mentre il Bugnoli avrebbe finito rammaricandosi di aver
ceduto ad un moto irriflessivo di sdegno nella scoperta del tiro giocatogli con
quella firma falsa. Ma era tardi. A chi rivolgersi? Forse il pretore, malgrado
l'ostentata severità, avrebbe potuto, accorrendo subito presso di lui, simulare
di non aver ricevuto la cambiale, forse non l'aveva ancora trasmessa alla
procura del re; ma da chi farlo pregare? Le persone influenti, quelle
pochissime capaci di tale miracolo, non lo avrebbero voluto per un uomo
insignificante come egli era sempre stato: bisogna essere in una grande
posizione, o aver reso ben grossi servigi in un partito, per ottenere siffatti
contraccambi.
E la fantasia gli riprodusse
istantaneamente tutti i tipi dei più noti signori in città: non erano gente a
lui superiore per spirito, solamente erano signori. Ecco la vera, più costante
superiorità nella vita. Una rabbia fredda gli strinse il cuore; egli periva
come tutto il resto dei poveri o dei piccoli, appunto per essere piccolo e
povero. Si ricordò del conte Landi, uno scapestrato del paese, che aveva fatto
più d'una firma falsa, ma al quale per riguardi di nome e di parentele tutti
erano venuti in soccorso, e lo salutavano, lo ricevevano sempre. Tale
ingiustizia gli diede quel senso amaro di orgoglio contro la società, che aveva
sempre sentito nei discorsi dei radicali, condannandolo come una bassa invidia.
Invece era proprio così; a parte ogni altra differenza, la società giudica
secondo le persone. Essere ricco! non v'era altra guarantigia, mentre egli si
era rovinato stupidamente per sembrarlo; non si poteva essere più sciocco, lo
capiva, se lo ripeteva con tutto il fiele, col quale l'avrebbe detto e ridetto
sul viso al proprio peggiore nemico.
Venne alla finestra. Fuori
c'erano le griglie chiuse, ma attraverso i loro vani gli apparve un lembo della
strada e delle case di fronte: non passava alcuno, tutti dormivano ancora. Tese
l'orecchio. Nessuno in tutta la città doveva trovarsi come lui in quel momento;
involontariamente si paragonò ad un condannato a morte, ricordandosi in un
lampo tutti gli articoli delle esecuzioni capitali letti sui giornali. Allora
non gli erano parsi che interessanti.
La testa gli girava.
Perché tanti altri peggiori di
lui erano più fortunati? Egli non aveva commesso che una sciocchezza nella vita,
innamorarsi di una cantante da operette, e non aveva fatta che quella firma
falsa, sapendo di poterla sempre pagare colla vendita del podere. Era dunque
appena uno strappo nelle formalità del codice, un fallo di procedura: lo
sentiva, era sicuro di non ingannarsi. Era ancora un onest'uomo, uno scemo
magari, che si era mangiato troppo presto il piccolo patrimonio della mamma, ma
non un delinquente. Non aveva mai rubato. In quel momento si ricordava in
blocco tutta la propria vita con una specie di malinconica alterezza, potendo
ancora giudicarla migliore che quella di tanti.
Non vi era giustizia in tutto
ciò; perché tanta disparità di trattamento?... E Giovannone? pensò a denti
stretti per la collera, ricordandosi uno dei più tristi farabutti della città,
appaltatore, negoziante, baro, fallito, quasi ridicolo per i troppi incendi
dolosi, e che nullameno aveva ammassato un duecentomila lire, era socio del
club, della barcaccia, membro nella società delle corse, e avrebbe potuto
essere magari consigliere comunale, volendo.
Se come tanti, i quali falliscono
con un bel gruzzolo in tasca, avesse avuto nel portafogli molte migliaia di
lire, sarebbe fuggito subito a Genova e di là in America, scrivendo poi alla
moglie di venirlo a raggiungere. In paese avrebbero parlato qualche giorno di
lui, Caterina avrebbe pianto, piuttosto per la sorpresa che per la vergogna, e
si sarebbe imbarcata anche lei senza volergli meno bene di prima. Quella
cambiale falsa non significava nulla moralmente, ma era stato come a lasciarsi prendere
un dito nell'ingranaggio della ruota: nessuno vi salva più, si è presi,
battuti, masticati da tutta la macchina, irremissibilmente. In America avrebbe
mutato vita, e forse fatto fortuna per conseguenza di quella medesima cambiale
falsa. Non lo aveva visto egli stesso mille volte? Non lo si vedrebbe anche
nell'avvenire?
Ma senza danaro era impossibile
salvarsi.
Adesso comprendeva lo spasimo
feroce dei poveri alla vista dei ricchi, quegl'impeti fulminei di vendetta, che
accendono gli sguardi e storcono le labbra. Perché non era egli ricco? Perché
altri lo era? L'eterna, oscura domanda aveva dentro il suo cervello un rintocco
lugubre di campana nella notte. Milioni di gente, morta o agonizzante come lui
unicamente per mancanza di danaro, l'aveva ripetuta variandola indarno per
tutta la gamma degli accenti, senza ottenere una risposta; lo strazio di quasi
tutta l'umanità non aveva ancora meritato, nonché la soluzione, una tregua al
problema. Da due ore si sentiva sempre più venir meno sotto l'oppressione di
tale necessità, come sotto un peso, che gli produceva sull'animo gli effetti
dell'asfissia.
Si era tolto, senza accorgersene,
dalla finestra e passeggiava per lo stanzino; fortunatamente le sue scarpe non
scricchiolavano.
In quella visione netta della soverchiante
importanza, che il danaro ha nella vita, e della impossibilità di attirarlo per
meriti di virtù o di dolore, si era rivolto immediatamente col pensiero alla
vendita del podere per fuggire in America. Ma lì pure si trovava a fronte dello
stesso muro; il podere, che poteva valere dalle trentacinque alle quarantamila
lire, era coperto di ipoteche, così che vendendolo onoratamente gli sarebbero
forse rimasti cinque o sei mila franchi. I compratori non mancavano. Ferdinando
Storchi, fra gli altri, l'occhieggiava da un pezzo; però un podere non si vende
al mercato, come un paio di buoi, intascandone subito il prezzo, solo
coll'abbandonare al compratore un paio di scudi. Anzi i quattro buoi del podere
non erano nemmeno suoi, ma da tre anni del contadino. La casa pure aveva due
ipoteche addosso per quasi cinquemila lire, e sarebbe stata più difficile a
vendersi nel deprezzamento graduale di tutti i fabbricati da qualche anno: già
la tassa medesima bastava oramai a divorarli. Non aveva altro; i mobili dell'appartamento
non contavano, il suo credito era esausto: a far molto, avrebbe potuto
racimolare qualche centinaio di franchi per fuggire solo. Che fare poi? Solo,
si sentiva morire, giacché non lo era mai stato. Prima, il babbo e la mamma lo
avevano allevato in casa, vezzeggiandolo continuamente come figlio unico, poi
il babbo era morto, ed egli si era ammogliato; non aveva imparato una
professione, ma la colpa veramente era stata sua nel troncare gli studi dopo
due anni di università, profittando stupidamente della condiscendenza dei
genitori. Quindi la sua gioventù era passata fra i piccoli piaceri dell'ozio in
quella cittadina; un po' di caccia, il teatro nell'inverno, la partita al
caffè, preoccupandosi soprattutto di vestiti, leggendo a mala pena i giornali.
Poco più tardi aveva sposato
Caterina, unica figlia, dell'ex-ingegnere comunale, morto
senza un soldo.
Come si era innamorato? Si era
nemmeno innamorato? Egli stesso avrebbe stentato a poter rispondere: si era
trovato così, quasi senza accorgersi, nell'impegno; la ragazza era buona e
piacente, la mamma vedeva di buon occhio che egli si ammogliasse presto, per
meglio scansare i pericoli di una giovinezza sfaccendata; ed egli lo aveva
fatto allegramente, trovandosene bene anche dopo. Null'altro. La passione non
vi era entrata. Quando la mamma si ammalò mortalmente di tifo, egli aveva già i
due bambini, che riempirono in casa quel vuoto: tutto era andato bene sino
allora, malgrado la dilapidazione sistematica e segreta del piccolo patrimonio.
Caterina non aveva pretese, egli non sfoggiava né troppo lusso, né troppi
vizii, così che i più tra gli indifferenti, coloro che non indagano nella vita
al di là delle apparenze, dovevano ancora crederlo nella sicura e modesta
posizione lasciatagli dalla mamma.
Invece erano bastati sei o sette
anni per arrivare a tal punto.
Il dramma non poteva essere più
semplice ed oscuro, un vero naufragio d'insetto in una goccia d'acqua piovana,
fra due selci di strada.
Nullameno l'espiazione superava
di troppo il peccato. Perché morire, come nelle più alte tragedie, per una
bagattella di cambiale, che la vendita del podere avrebbe sempre potuto
saldare? Per lo meno ciò era altrettanto assurdo che ingiusto. Tutta la sua
stessa onestà protestava contro un simile trattamento: morire! come? perché?
quando? La risoluzione sul modo sarebbe stata la vera decisione sulla cosa:
come morire? Egli non lo capiva ancora, benché i ricordi di molti altri suicidi
gli mostrassero la tragica molteplicità delle varie maniere, tutta una visione
lontana, nella quale l'anima non voleva istintivamente entrare. Forze più vive
e misteriose la tiravano indietro nel passato, fra quadri domestici e
campagnuoli, sotto il sole, in mezzo a brigate chiassose, a caccia, a teatro,
nella intimità della sua casa colla moglie e i bambini. Egli non era nato per
altro; le grandi emozioni, le imprese difficili non le comprendeva nemmeno
abbastanza per ammirarle davvero, ma piuttosto le giudicava col volgo un
romanticismo di teste stravaganti, salvo a consentire nel loro trionfo, e a
giudicarlo un risultato dovuto ad un'altra categoria di gente, colla quale né
egli né i suoi pari avrebbero mai a trattare. Così, riuscendo a trarsi da
quell'impiccio, avrebbe poi finito come tutti gli altri in qualche impiego per
mandare avanti la casa ed istruire i bambini. Tale quadro consolante gli
appariva in una limpidezza di aurora con particolari quasi fragranti; egli si
attardava, s'inteneriva dicendosi che alleverebbe Carlino meglio assai che la
troppa condiscendenza dei genitori non avesse allevato lui, gl'insegnerebbe ad
evitare i pericoli della gioventù nell'ozio della provincia, lo farebbe
studiare avviandolo sicuramente sopra una bella strada. Ada aveva un carattere
mite, tutto simile a quello di Caterina, e non gli dava pensiero.
Il suo cuore gonfio di pietà
batteva più adagio: la confidenza gli tornava appunto nella intimità di quel
gabinetto, nel quale pochi minuti prima si sentiva come straniero. Era rimasto
cogli occhi spalancati nell'incanto di quella visione. La virtù di una simile
vita era già un argomento abbastanza gagliardo contro la morte, che avrebbe
rovinato tutti quegli innocenti, mentre l'espiazione del reato, purtroppo
commesso, finiva col perdere della propria necessità nell'oblazione incondizionata
di se stesso ai loro bisogni. E per un momento provò la pace fiduciosa, che la
preghiera lascia nelle anime capaci di annullare dentro il mistero di Dio la
propria volontà dolente.
Ma nemmeno questa illusione durò.
L'idea del processo, dileguata
per un momento dentro la luce azzurra di quel quadro, gli apparve daccapo in
tutta la propria terribilità. Forse lì stava l'espiazione vera, la
purificazione violenta del dolore per ritornare poi lontanamente alla vita, se
il suo spirito fosse stato abbastanza poetico per comprendere la superiorità
anche pratica di una tale soluzione. Invece egli si fermava fatalmente
all'orrore delle esteriorità penali, l'arresto, il dibattimento, la condanna,
senza la convinzione di aver peccato davvero, e quindi nell'assoluta impossibilità
di capire tale rovina. In questo caso diventava più ragionevole morire,
risparmiandone a sé e agli altri l'inutile spasimo.
Tutto il problema era lì.
Invece non aveva che voglia di
piangere; grosse lagrime gli si staccavano dagli occhi, mentre una trepidazione
di fanciullo gli taceva rannicchiare tutte le membra quasi per farsi più
piccolo, colle mani strette fra le coscie, scuotendo il capo paraliticamente.
Era un pianto silenzioso, quasi dolce, che gli avrebbe reso facile persino la
morte, se quello avesse potuto esserne il modo: vanire come una rugiada, che il
sole essica coi primi raggi, o come un singhiozzo indistinto nei soliti rumori
del giorno.
- Mio Dio, mio Dio! - mormorava
tratto tratto, quasi sotto una sferzata improvvisa.
Infatti i terrori gli ritornavano
in folla, più veementi. Non era più tempo da effusioni, il giorno poteva
tardare poco a spuntare; una risoluzione era necessaria, anche per non osare di
risolvere nulla, giacché un qualunque contegno, un discorso bisognava pur prepararlo
per presentarsi a Caterina o alla serva. Questa era solita ad alzarsi per
tempo, qualche volta andava alla prima messa.
Guardò l'orologio: erano le due e
mezzo.
La candela, bruciata più che a
mezzo, aveva sulla punta dello stoppino una larga gemma rossastra, intorno alla
quale saliva il fumo; la smoccolò con un buffetto, e rimase un pezzo a
guardarsi l'unghia del dito medio lievemente annerita, come non sapendo più in
qual modo pulirla.
La gola gli bruciava, lunghi
crampi gli attanagliavano lo stomaco.
Prese la candela, e in punta di
piedi venne nella saletta. Tornò ad origliare, quindi rassicurato da quel russo
leggero della moglie, si accostò alla tavola per mescersi un bicchiere di vino.
Sulle prime non andava giù, le lacrime gli tornavano agli occhi. Allora sedette
guardingamente al posto solito, poggiando ambedue i gomiti sulla tavola.
Aveva scoperto macchinalmente il
piatto, nel quale stava il mezzo pollo: le lagrime gli intorbidavano la vista,
aveva paura di far rumore, e nullameno non avrebbe più saputo rientrare nel
gabinetto. Era come una tappa già oltrepassata, la prima seduta del processo,
che doveva fare a sé medesimo, eseguendone alla fine la sentenza colla
inesorabilità di un carnefice. Adesso tutto diventava irrevocabile nel suo
stato: non poteva formulare un pensiero, fare un gesto senza sentire che
posdomani non avrebbe potuto più ripeterlo. Il suo tempo era misurato; anche se
non lo avesse voluto, il più insignificante fra gli atti della sua vita di
prima diventava ora di una tragica importanza. Invece la sensazione più acuta
gli veniva dal freddo dello stomaco, vuoto sino da quella colazione del mattino
nella trattoria delle Tre Zucchette. Benché la possibilità di mangiare in
simili condizioni gli ripugnasse, aveva senza accorgersene rotto fra le dita un
cornetto del pane, e stava per metterselo alle labbra.
Quindi si rinfrancò con un
secondo bicchiere di vino, guardò il pollo; la sua cresta era bruciacchiata
nelle punte, due o tre goccie di grasso dorato si erano coagulate nel fondo del
piatto.
- Adesso - mormorò, come se nel
cedere a tale bisogno fisico scemasse valore a quella orribile situazione.
Poi le abitudini lo riprendevano;
tagliò la pagnottina nel mezzo dividendola a fette, avvicinò la candela,
dispose la saliera, insinuandosi la punta del tovagliolo dentro il colletto,
come usava pranzando cogli abiti che portava fuori di casa.
Il viso gli rimaneva lagrimoso.
Nella saletta tutto era al solito
posto. La sua grossa pipa in legno, ricurva, di modello tirolese, stava sul
camino presso alla scatola dei grandi zolfanelli bianchi, fatti con le
cannuccie di canapa: nella credenziera di legno giallo, fra i bicchieri e le
bottiglie, si vedevano i due vasetti cilindrici, dorati, colla scritta nel
mezzo - caffè - zucchero -; sotto, fra il coperchio e il cassettone di fondo,
nel quale erano disposti i piatti coi vasi delle conserve sotto aceto e delle
ciliege nello spirito, v'era il panierino da lavoro della moglie con due grandi
lettere sanguigne, ricamate in lana. Presso il camino chiuso dal paravento,
giacché da quindici giorni in quella mitezza di stagione non vi si accendeva
più il fuoco, i fascetti di vite e i ciocchi segati riempivano ancora il
panierone, mentre il grande cavallo pezzato di Carlino, con una gamba rotta
sino quasi alla spalla, dormiva rovesciato sopra una sedia, scoprendo le
rotelle del proprio basamento orribilmente fuori di squadro. Egli si ricordò
che una rotella era spaccata sino quasi all'asse.
Aveva già riconosciuto tutti quei
piccoli segni della sua vita quotidiana.
Caterina, i bambini e la serva
non dovevano aver mangiato che l'altra metà del pollo; egli conosceva bene il
piccolo ingegno parsimonioso della moglie e la sua abilità nel rimpinzare i
bambini dando loro poca carne.
Questo particolare lo commosse di
tenerezza; Ada era più docile, ma Carlino, famelico e battagliero come tutti i
fanciulli che fanno molto moto, diventava spesso insopportabile. Egli, il
babbo, avrebbe quasi sempre ceduto, se la mamma non si fosse opposta col solito
argomento:
- No, bisogna che i bambini si
avvezzino.
* * *
- Si avvezzeranno pur troppo...
Adesso non temono ancora di nulla; ma non bisogna parlarne, tanto non
servirebbe loro nemmeno dopo...
E la frase gli si imbrogliò, ma
voleva dirsi, provandone un grande sollievo di egoismo, all'idea di non essere
presente alla scena della catastrofe quando finalmente dovrebbero apprenderla:
almeno io non ci sarò più!
Gli era accaduto spesso di
rincasare tardi, a quel modo, cenando solo mentre gli altri già dormivano, e
aveva sempre notato che la sua parte di cena era più abbondante che non quando
mangiavano tutti insieme. Questo delicato riguardo alla sua autorità di capo di
casa gli faceva ogni volta la stessa impressione gradevole: poi, dopo cena, era
solito a fumare una pipa prima di entrare nella camera da letto.
Era come un ritorno alle sue
notti di scapolo negli ultimi anni, prima del matrimonio, quando il babbo e la
mamma, che si coricavano invariabilmente alle nove, gli lasciavano tutto
preparato nella saletta, ed egli dormiva allora nello studiolo. Qualche volta
si faceva accompagnare da un amico, ma, finché era stata viva la mamma, non
aveva mai osato, nemmeno di notte e sicuro di non essere sorvegliato, condurre
seco alcuna donna: dopo, il rispetto della moglie e dei bambini lo avevano
egualmente preservato da tale bruttura. Anzi, una volta che Camilla con quel
suo riso impudente gli aveva detto a bruciapelo:
- Scommetto che tu non osi
portarmi a cena in casa tua, ora che tua moglie dorme; ne hai paura, - questa
frase gli aveva fatto una penosa impressione.
Invece la perversa ragazza aveva
durato a riderne con gli altri per forse dieci minuti. Quella sera cenavano in
quattro all'albergo del Falcone in uno dei camerini a pianterreno sul cortile.
Con Camilla era venuta la grossa De Angelis e la Nani, più vecchia, con quel
lungo neo nel mezzo della gota destra, Viani, l'ufficiale, con Ridolfi e
Politi. Questi era già del tutto rovinato. Si era fatto del chiasso e bevuto
del Conegliano spumante; poi egli aveva accompagnato Camilla a casa senza
potervi entrare, malgrado tutte le istanze.
Camilla aveva il carattere
cattivo; era di una eleganza stracciona, di un biondo ardente nei capelli e con
una bocca quasi sanguinolenta.
La prima volta parlandole
all'albergo, il terzo giorno dacché la compagnia cantava all'Arena Borghesi
fuori di porta Montanara, era rimasto interdetto dalle sue risposte. La ragazza
vestiva un abito chiaro tutto sgualcito, con un paltoncino in casimira avana,
del quale la fodera azzurra cominciava a tagliuzzarsi. Anche il suo cappellino
rotondo, di una bizzarria temeraria, aveva i nastri e i fiori invecchiati.
Nessuno la trovava molto
simpatica, benché tratto tratto sulla scena scattasse in gesti di una comicità
lubrica ed assieme ingenua. Egli invece era rimasto impressionato vivamente dal
modo appunto nel quale si era lasciata prendere un bacio nel Boccaccio,
costringendo la platea a gettare un urlo animale.
- Posso venirvi a trovare domani?
- egli le aveva susurrato all'orecchio nell'offrirle il paltoncino, mentre la
comitiva già in piedi stava per uscire dalla sala.
La ragazza lo aveva guardato
enigmaticamente. Egli era andato, ma indarno; Camilla era fuori di casa. La
sera aspettò al cancello dell'Arena per accompagnarla, ma la vide uscire con
altre amiche ed alcuni giovanotti. Allora si mise a seguirla; la compagnia
andava all'albergo del Falcone, Camilla invece si fermò alla propria porta.
Egli affrettò il passo sfiancando al primo vicolo, lasciò passare il gruppo e
tornò indietro: le finestre erano socchiuse. Passeggiò, tossì, zufolò
inutilmente per mezz'ora. Passava sempre gente; improvvisamente la porta si
aperse, e Camilla uscì senza guardarsi attorno.
Egli la raggiunse.
- Ah! siete voi.
- Ero venuto oggi.
- Non ero in casa.
- Dove andate?
- A cena.
- Sola?
- Sola.
- Non mi volete?
- No.
- Perché?
- Vi è bisogno di un perché?
Egli rimaneva impermalito.
Camilla invece aveva riso gaiamente; ma si erano accompagnati.
- Mi avete veduta stasera vestita
da bebè?
- Siete sempre incantevole!
- Infatti mi parete incantato.
Come vi chiamate?
- Adolfo.
- Avete moglie?
- Perché me lo chiedete?
- Mi avete pur chiesto di
accompagnarmi. Dove andiamo a cena? Badate che non voglio trovarmi con alcuno
della compagnia.
Era una cosa difficile; nondimeno
egli promise che all'Aquila d'Oro non avrebbero incontrato alcuno. Non era
vero. Infatti ve n'erano molti. Camilla chiamò due o tre donne e uno dei
tenori, cenarono, risero; ella diventava di una gaiezza sempre più irritante, mentre
gli altri avevano l'aria di spalleggiarla in quella scena.
Solamente due giorni dopo egli
era diventato l'amante.
La ragazza, senza un soldo,
golosa, bestemmiava alla più piccola contrarietà e si lavava appena; la prima
notte aveva ancora sul collo tutta la biacca della recita, ma in compenso
diventava tratto tratto di una sfrenatezza voluttuosa, alla quale nessuno
avrebbe potuto resistere. Egli ne era stato travolto. Quando la mattina sulle
otto si destò dal torpore, che lo aveva sorpreso a giorno alto, ella intenta
già a pettinarsi tornò verso di lui coi capelli mezzo disciolti; aveva la bocca
più sanguinolenta nel volto più livido.
- Come ti senti? - gli disse
ironicamente al vederlo così sfatto.
Un bagliore le correva sulla
faccia smorta; gli aveva messo una mano nei capelli e gli tirava su la testa
per cacciarsela in seno. Poi lo lasciò ricadere sul cuscino.
- Gli uomini, mi piace di vederli
così.
Questa frase, che allora gli era
parsa piacevole, non aveva più potuto scordarla: gliene era rimasta, in fondo
all'anima come una paura segreta, non scevra d'antipatia. Infatti non si erano
ancora detto di amarsi, malgrado l'inganno così facile in simili relazioni,
quando la stanchezza inclina alla sentimentalità; egli rimaneva con un vago
rimorso nella coscienza, ella non parlava che di teatro, della vita a Milano,
ove era stata mantenuta di un gran signore. Allora cominciavano per lui le
torture. Quella donna quasi magra, di un pallore caldo, coi grandi occhi grigi
e quella bocca quasi sanguinante, non aveva mai un momento di abbandono; anzi
ad ogni eccesso i suoi moti parevano diventar più agili, e dopo aver girato e
rigirato per la camera, andava a gettarsi sul vecchio sofà mezzo sgangherato,
stirandosi come un animale al sole.
Era la sfida inconscia della
femmina, che può nutrirsi impunemente con qualche cosa anche più vitale del
sangue, e nella propria insaziabile voracità non si compiace che di se stessa.
Egli se ne rendeva conto a mala pena, ma ne soffriva. Era la prima volta che
una donna gli faceva provare certe cose.
Ma poi si era innamorato, forse
appunto per non sentirsi corrisposto, senza potere più adontarsi delle
trivialità, che ella gli scopriva ad ogni momento. Una sensazione acuta lo
vinceva al solo vederla, e subito dopo non gli restava che un bisogno
crescente, tormentoso, di stringerle la testa fra le mani e di coprirla di
baci. Ella, quando non era in vena di carezze, arrivava tosto alle ingiurie,
l'altro implorava con tenerezze umilianti, si bisticciavano per finire sempre
allo stesso modo, egli offrendo qualche regalo ed ella ricusando per irritarlo
maggiormente, così sicura di se stessa che nemmeno si pigliava l'incomodo di
mentire. Tali provocazioni impudenti, invece di farlo fuggire, lo attiravano
tristamente, per quel mistero della donna, che solamente nell'abbiezione di
tutta sé medesima trova le proprie forze supreme. Talora si prometteva di
smettere, perché quella ragazza, chi era mai finalmente? Una cantante
d'operette, come tutte le altre, senza educazione, senza cuore, senza nulla;
nemmeno piaceva agli altri. Come mai non piaceva? Forse nessuno l'aveva ancora
veduta a certi momenti come lui. Questa supposizione vanitosa, inevitabile a
tutti gli innamorati per il bisogno di modificare qualche cosa nella propria
amante, lo rieccitava alla speranza di farsi amare, come se l'amore solamente
potesse spiegare in lei quegli scatti deliranti.
Ella invece lo canzonava anche in
pubblico sui vestiti, sulla sua educazione e soprattutto sulla spilorceria.
Due volte credette di averla
abbandonata.
Quando le tornò l'ultima volta,
ella gli buttò le braccia al collo; era mezzo discinta, aveva mangiato allora
allora delle sardine colla cipolla, e il suo alito se ne risentiva.
Lo guardò fiso:
- Non te ne andrai che quando io
vorrò!
Egli sentì la verità di questa
condanna, poi pregò, ella non acconsentì in quel momento.
Poco dopo egli piangeva sopra una
sedia.
- Non hai tua moglie?
Questa crudele bassezza non
l'offese.
- Se ti annoi, vattene, - ella
riprese: - per quello che mi hai dato, siamo pari.
- Che cosa vuoi?
Non pertanto aveva già speso
molto danaro per lei, senza che la ragazza si fosse rimpannucciata. Dove lo
metteva adunque? Neppure essa avrebbe saputo dirlo: aveva pagato dei debiti, ne
aveva prestato alle compagne, lo buttava in piccole compre, e finiva col non
avere mai un soldo, così credendo, quasi in buona fede, di non costargli nulla.
Intanto nella città la cosa
cominciava a propagarsi. Egli sul principio temette qualche scena dalla moglie,
poi rassicurato dalla ignoranza, che la vita casalinga le faceva, non ebbe più
ritegno; solamente, quando rimaneva fuori di casa tutta la notte, inventava
pretesti. Una strana morbosità aveva finito col fargli credere di essere
cresciuto d'importanza possedendo quella ragazza di un temperamento così acre e
voluttuoso. Tutte le segrete vanità del maschio, acuite da una passione mal
corrisposta, si combinavano grottescamente nella sua testa. Poi erano
esplosioni ardenti e luminose di sensualità, che lo lasciavano senza forza per
andarsene, in una di quelle stanchezze pesanti ed insieme gradevoli, come dopo
certe scorpacciate, quando si prova un ultimo piacere nel non potersi più
muovere.
Ma i giorni passavano
rapidamente, la compagnia doveva trasportarsi a Cesena.
- Mi lascerai? - egli le chiese
scioccamente una mattina.
Ella, intenta a pettinarsi, lo
guardò senza rispondere. Nella cassetta di cartone, entro la quale teneva i
pettini, le forcelle e gli sfumini per pinturicchiarsi la faccia, c'erano tre o
quattro fotografie di uomini e di donne.
Egli ne prese una.
- Dove sarà costui adesso?
- Chi lo sa!
- Eppure è stato il tuo amante! -
sospirò tristamente.
- Vorresti che mi seguissero
tutti? - ella rispose con uno scoppio di riso.
Capiva di essere assurdo, eppure
la volgarità di quel finale gli faceva una pena infinita. Quella mattina le
aveva portato centocinquanta lire, delle quali la ragazza diceva di essere in
debito col direttore: il danaro era ancora sul comò.
- Mi verrai a trovare?
- Sì.
- Non ti credo. Voi altri uomini
dimenticate anche più presto di noi altre; poi tu hai paura della moglie.
L'ultima sera, in teatro, mentre
il pubblico fingeva allegramente d'entusiasmarsi in quella rappresentazione di
addio, egli si sentiva il cuore così grosso che avrebbe quasi pianto; invece
gli toccava di vociare in mezzo agli amici per non attirarsi i loro sarcasmi, e
nemmeno vi era riuscito. La compagnia partiva la mattina col primo treno delle
quattro; ma non ostante tutte le promesse, quella notte la ragazza non volle
riceverlo: egli ne rimase furioso. Stette insino all'alba per i caffè, e andò
con altri due nottambuli alla stazione per vedere la partenza.
Era già dimenticato. In quel
trambusto, tra i fagotti, le valigie e tutti quegli uomini e quelle donne
sonnacchiose, malvestite, affaccendate intorno alle proprie robe, mentre gli
impiegati giravano su e giù con le lanterne, rispondendo con accento seccato
alle brevi contestazioni, non gli fu possibile trovare il momento per uno
sfogo. La ragazza sfringuellava sempre in qualche crocchio di compagne, quasi
tutte incollerite, o correva su e giù per le sale con certi moti vispi, che a
lui svegliavano troppi ricordi. Finalmente poté rattenerla un istante.
- Venite a Cesena domani sera, -
ella gli disse senza badare alle sue parole.
Egli nascose a stento lo sdegno,
l'altra era già lontana.
Quando il treno arrivò, il
rimescolìo divenne pazzo addirittura. Era un treno diretto: il grosso dei
bagagli restava in stazione per partire con un altro treno della giornata. Le
donne si cacciarono dentro i vagoni con un garrito di passere, alcune in
seconda, altre in terza classe; dagli sportelli aperti si vedevano gli
scompartimenti gremirsi in un attimo di sottane, di cappellini, di fagotti, di
valigie, mentre la voce dei conduttori scoppiava tratto tratto in
sollecitazioni impazienti, e le figure tumultuavano dietro gli sportelli già
chiusi, mentre il treno fischiava divincolandosi.
Egli rimasto sul marciapiede col
cuore stretto e gli occhi fissi allo sportello, dietro il quale ella era
scomparsa, traballò come il suolo, allungando il collo per vedere ancora, ma la
fila nera dei vagoni si allontanava già, senza che la ragazza avesse sporto il
capo dalle tendine svolazzanti nel vento di quella fuga.
L'indomani sera andò a Cesena.
D'allora la sua passione crebbe
morbosamente. Camilla aveva confessato subito di avergli trovato un successore,
con quella inconsapevole spudoratezza, davanti alla quale si resta quasi
perplessi di aver torto; egli si esasperò, pianse, discese alle minaccie, e
finì col lasciarsi vincere dalla prima carezza. Non pertanto gliene restava in
fondo al cuore il rancore. Sciaguratamente l'altro era facoltoso, un uomo quasi
sulla cinquantina, celibe, vissuto sempre allegramente, che, nell'apprendere la
cosa, rise. Quindi una gelosia di vanità avvelenò quell'amore nato da un
capriccio e cresciuto fra le immondizie della vita e della scena. Egli avrebbe
voluto essere ricco per trarla da tale compagnia di saltimbanchi, tenendola
tutta per sé in una qualche casa solitaria; e forse così sarebbe guarito; ma
quella lotta senza alcun orgoglio morale, interrotta da transazioni ignobili,
dopo le quali si sentiva più male di prima, lo degradava anche ai propri occhi.
Alla terza gita gli toccò di
passare tutta la notte per Cesena, perché Camilla cenava in casa di quel
signore con alcuni artisti della compagnia; quindi capì che dovevano ridere di
lui e della sua ridicola passione col cinismo proprio di tale gente, quando
trova nel vino l'ultima falsa gaiezza.
- Come avrei dovuto fare? - fu
tutta la risposta di Camilla nell'incontro successivo.
L'altro aveva una voglia pazza di
batterla.
Improvvisamente ella cangiò: si
era fatta malinconica, non discorreva più!
Era vestita elegantemente con un
abito di lanetta crema, un cappellino piatto sulla testa, le scarpette gialle,
le calze nere; il suo viso illuminato dalla fiamma dei grandi occhi grigi,
fissi in uno sguardo indefinibile, diventava di una certa signorilità.
Egli stesso fu sorpreso da un
nuovo sentimento.
Poi Camilla parlò adagio,
coll'accento stanco di chi si lascia andare ad una confessione pur sapendola
inutile; erano brani della sua vita passata, evocazioni triviali e dolenti di
una giovinezza sagrificata come tante altre dalla brutale corruttela dei
genitori. Ella pareva accettarne la necessità con una confusa poesia di
sagrificio.
Però era stanca di se stessa.
Lo congedò, egli protestava.
- No? E perché? A che cosa mi
servi tu?
- T'imbarazzo? - egli rimbeccò
amaramente.
- Certo.
- Come?
- Tu non puoi niente per me.
Dopo un lungo battibecco ella
confessò di avere un bisogno imprescindibile di duemila cinquecento lire;
doveva questa somma al direttore, che aveva minacciato di scacciarla.
Evidentemente si trattava di una frottola, ma la sua faccia era così ansiosa e
il suo accento così convinto, che l'altro si lasciò commuovere.
- Tu non li hai; poi se li avessi
anche... ti conosco.
- E dopo che te li avrò dati, mi
tratterai allo stesso modo?
Un lampo bruciò negli occhi della
ragazza, egli lo vide.
- Mi vorresti possedere tutta la
vita per duemila e cinquecento franchi!... Vattene.
Egli titubava.
- Mai più, mai più!
- Almeno l'ultima volta.
Ella ebbe una smorfia così
sdegnosa che l'altro ne provò quasi la sensazione di uno schiaffo.
- Quando ti occorrerebbero?
- Vattene.
Camilla si era tratta il
cappellino e si spogliava senza badargli più, come se fosse già uscito: l'altro
rimaneva perplesso, guardandola girare in sottana per la stanza col petto già
scoperto e il busto azzurro-cupo, listato d'oro, che le
disegnava una curva di anfora sulle anche e sul ventre.
Si accostò per darle un bacio, ma
ella lo respinse brutalmente contro una sedia.
- Avaro!
- Non credi che io abbia duemila
e cinquecento lire?
- Forse non le hai nemmeno,
pitocco. Ma levati dunque di qui... Dio! che antipatico!
Era uscito pallido, con una
tempesta di odio nel cuore.
Che cosa era accaduto dopo? Non
se ne ricordava bene che l'ultima parte, la più terribile, quella che d'allora
gli aveva creato tale tragica situazione. Era entrato nella bottega dello
strozzino sotto il loggiato alle undici; passava poca gente; la piccola bottega
al solito era vuota. Nella vetrina, distese come dentro una cassa di vetro,
luccicavano molte antiche monete d'argento, e si drizzavano tinte di un pallido
cilestro due larghe cartelle di una lotteria comunale: dentro, null'altro che
un banco rettangolare, nero, che nascondeva forse nel ventre la piccola cassa
forte, e parato al disopra di un panno turchino come usano gli orefici. Lo
strozzino sedeva al banco leggendo la «Gazzetta dell'Emilia». La sua faccia
grinzosa si volse di sbieco, ma gli occhietti grigi non si mossero, e la bocca
rapace, quasi rientrata nel vano delle gengive, rimase chiusa come sempre.
Siccome l'altro si levava il cappello, anche lo strozzino salutò; allora la sua
fisonomia divenne così caratteristica che Romani ebbe quasi paura davanti a
quella testa pelata, piatta, con pochi capelli incollati sulla fronte, come una
testa di magro avoltoio.
Il dialogo aveva cominciato
stentatamente.
Poi una disinvoltura quasi
spavalda gli era venuta improvvisamente, presentando quella cambiale falsa, ma
colla firma imitata benissimo; lo strozzino avrebbe dovuto comprendere che
colla firma di un tal signore non occorreva certo rivolgersi a lui per lo
sconto; non di meno la sua fisonomia, ancora più chiusa in quel momento della
sua cassa forte, non esprimeva nulla. Guardava attentamente la cambiale.
- Desiderereste per caso una
firma migliore? - Romani credé di poter aggiungere scherzando, mentre un sudore
freddo gli inumidiva istantaneamente tutta la pelle.
- Sconto del dodici per cento:
impossibile a meno, lo sapete.
E lo strozzino aveva riabbassato
gli sguardi sulla cambiale.
- È troppo.
- Presentate ad un altro la
vostra cambiale; del resto ha una firma, che vi fa onore.
Vi era un doppio senso in queste
parole?
L'altro si era affrettato a
cedere.
- Ebbene, ripassate oggi alle due
- soggiunse lo strozzino, mettendo accuratamente la cambiale in una casella del
vecchio portafogli, che portava in tasca: adesso non ho pronto tutto il danaro.
Romani aveva avuto come una
vertigine; guardava quella testa glabra, rugata, nella quale la bocca storta e
socchiusa sembrava immobile per la fatica di una troppo lunga masticazione,
mentre negli occhietti grigi si accendevano brevi luccicori di acciaio vecchio.
Tutto in lui era povero; il colletto della camicia dritto, ma senza amido,
usciva da un sottile cencio di cravatta, che doveva stringergli il collo fin
troppo, il bavero del pastrano era grasso, il resto degli abiti sgualcito e
stinto. Solo le scarpe apparivano solide, grosse e rossastre nella peluria, che
la mancanza del lucido aveva lasciato crescere sulla tomaia.
Fino alle due Romani era vissuto
dentro un incubo. Se ne ricordava bene, giacché tutte le percezioni gli erano
rimaste chiare: si era sentito già denunziato, perduto, senza che dal fondo
dell'anima gli sorgesse una qualunque resistenza.
Quando rientrò nella bottega,
aveva quello strano sorriso, col quale gli ammalati senza speranza accolgono
talvolta il medico. L'altro invece era più ciarliero: trasse di tasca il
danaro, lo contò e lo ricontò alla sua presenza.
Romani vi scorse un bono da
cinque lire falso, ma non osò farne l'osservazione: si sentiva scoppiare in una
dilatazione subitanea di benessere, che gli gonfiava cuore e polmoni; negli occhi
gli entrava una luce stranamente limpida e, poiché vide passare due signore di
sua conoscenza sotto il loggiato, si volse scioccamente per salutare.
- Siamo intesi per la scadenza.
- Non dubitate.
- Se avessi dubitato...
Ma Romani aveva già la gruccia dell'uscio
in mano.
- Come sta il conte? - gli chiese
l'altro alle spalle.
- Bene.
E si era affrettato ad uscire.
Corse alla stazione, alle quattro
scendeva a Cesena. Non trovò la ragazza a casa. Quando l'incontrò due ore dopo,
in compagnia di altri cantanti, non poté farle che un cenno, cui ella finse di
non badare.
Allora divenne imprudente, la
pedinò sino a casa e, poiché salivano anche coloro con lei, poco dopo arrischiò
di presentarsi.
La padrona non voleva lasciarlo
passare, Camilla accorse al rumore.
- Ho quella cosa, - egli le gridò
quasi.
- Dammi... - e tese puerilmente
la mano.
Ma l'altro non si mosse; non di
meno il suo viso era così raggiante che la ragazza rimase convinta.
- Torna fra tre quarti d'ora.
L'hai tutta, quella cosa?
Mezz'ora dopo risalendo le scale,
giacché nel bollore della propria impazienza non aveva neppure potuto attendere
tutto il tempo assegnatogli, Romani incontrò per le scale un facchino carico di
un baule; la ragazza era ancora sulla porta dell'appartamentino guardando.
- Ah! sei tu, vieni, - esclamò
con un tremito nella voce; ma, appena dentro, la sua fisonomia si era fatta
repentinamente dura.
- Non mi hai ingannata?
Egli, che aveva comprato
appositamente un altro portafogli, lo trasse di tasca e glielo offerse: era di
seta azzurra con una ballerina dipinta nel mezzo. La ragazza si chinò con le
mani tremanti sul comò a contare il danaro; ma non erano che duemila e
quattrocento lire, perché egli ne aveva cavato un bono da cento, rosso, per quella
piccola avarizia del non voler perdere tutto.
Ella gli saltò impetuosamente al
collo mordendogli le guance, rispondendo alle sue parole come in una
ubbriachezza improvvisa:
- Sì, sì.
Non poteva star ferma, si mise a
girare su e giù per la stanza.
- A che ora sarai libera? -
domandò tutto felice di contemplare quella sua gioia profonda: - Mi ami un poco
adesso?
Non aveva saputo dir altro,
soffocato egli stesso dal bisogno di riprendersela fra le braccia, per sentirsi
scricchiolare sul petto il suo sottile corpicino di danzatrice.
Dopo, per tutta quella notte era
stato come un abbarbaglio di girandola, un tumulto giocondo e brutale, che lo
aveva lasciato al mattino rifinito e assonnato sul guanciale.
- A che ora parti? - ella gli
aveva chiesto con la sottana già infilata.
- Col treno di mezzogiorno: torno
qui?
- Ho da fare.
Invece egli si era riaddormentato
sino alle undici.
Quando si svegliò ebbe
l'impressione di qualche cosa di nuovo nella camera e nella ragazza: non trovò
più né il sapone né il pettine di lei, che soleva adoperare.
- Mio Dio! non hai sentito sulle
dieci che è venuto l'uomo a prendere la cesta per stasera? Ho dovuto mandare
tutto in teatro, non hanno nulla laggiù in quella maledetta Arena, - ella
rispose impazientita.
Si salutarono freddi.
Egli era stupito di sentirsi
malcontento, col cuore vuoto e una spossatezza, nella quale gli ritornavano
indefinibili paure.
Ripartì col treno di mezzogiorno:
tre ore dopo Camilla fuggiva col secondo tenore della compagnia, senza lasciare
il proprio indirizzo.
* * *
Era ancora a tavola, col mento
sulla palma della mano e gli occhi nel vuoto.
Altre circostanze di quella sua
relazione con lei gli ripassarono nella memoria senza interessarlo: ci aveva
pensato già troppo, facendosi indarno tutti i rimproveri possibili: poi, a che
pentirsi? Tanto la situazione non cangiava. Aveva amato davvero? Era stata una
passione quella? Adesso non lo comprendeva più bene, ma sentiva che, rivedendo
quella ragazza, non avrebbe provato nulla, nemmeno una sensazione di sdegno,
come dinanzi alla causa di tutta la propria sventura.
La necessità di andare a letto lo
riprese: la candela stava per finire, forse fra due ore Anastasia si alzerebbe,
poiché quella mattina era domenica.
In tutta la sua vita non gli era
ancora capitato di pensare tanto; oramai non ne era più capace, e la mente gli
si distraeva in futili particolari, che avrebbero dovuto far stupire lui stesso
in tale momento.
* * *
- Ah! - fece Caterina con voce
sonnacchiosa, girandosi sul fianco verso di lui.
Egli si era spogliato nella
saletta, entrando poi guardingamente nella camera con la speranza di stendersi
sul letto senza destarla.
- Dormi?
Ma ella non dormiva più.
- Perché hai fatto così tardi? -
seguitò tastandogli una spalla.
- È appena mezzanotte.
- Non ti è accaduto nulla?
- No, dormi: anch'io ho bisogno
di dormire.
Rimase supino, senza la forza di
rivolgerle la schiena: un'idea lo aveva assiderato. Quella era l'ultima notte
di matrimonio per lui e per Caterina, benché nessuno dei due sapesse davvero
che cosa accadrebbe l'indomani; ma una nuova angoscia più atroce di tutte le
altre gli stringeva il cuore al pensiero che un altro forse, fra non molto,
potesse trovarsi in quel letto al suo posto, cogli stessi diritti e senza la
più piccola meraviglia, a parlare di lui, naturalmente per dargli torto.
Caterina non avrebbe mai potuto approvare quella morte, e pigliando un secondo
marito, come per centomila ragioni lo prendono quasi tutte le vedove giovani,
gli sacrificherebbe anche il rispetto del primo.
- Con quale corsa sei ritornato?
Egli cercava di non rispondere.
- Dormi? Ma è dunque tardi? Ti
abbiamo lasciato la cena.
Pareva che non volesse più
riaddormentarsi.
- Stamane alle nove debbo andare
dalla zia Matilde coi bambini; dovresti venire anche tu. Metterò l'abito
rimodernato. Perché non mi hai portato un mazzettino di viole in tela? Sono di
ultima moda e costano quasi nulla.
- Come potevo pensarci?
- Ma che cos'hai? - tornò a
chiedere con uno scoppio improvviso.
- Lasciami dormire.
- E se non lo volessi?
Egli era finalmente riuscito a
voltarsi, e pensava:
- Se adesso suona l'orologio
della piazza, siamo daccapo.
Attendeva raggomitolato colla
testa mezzo coperta dalle lenzuola, benché nella camera facesse caldo; il cuore
gli batteva impetuosamente.
Aveva compreso che tutte le forze
stavano per venirgli meno, e quell'interrogatorio così insignificante della
moglie lo avrebbe con altre poche domande fatto scoppiare in pianto. Un
desiderio spaventato gli cresceva ad ogni minuto di essere solo nel letto per
ravvoltolarsi strettamente nelle coperte, col volto schiacciato nel cuscino.
Caterina si voltò dall'altro
lato, e poco dopo si riaddormentò.
Egli vegliava cogli occhi
dilatati, in ascolto del più piccolo rumore; dall'uscio dell'altro stanzino,
ove dormivano i bimbi, si udiva russare Anastasia; un tenue filo di luce
passava per una fessura della finestra, e si perdeva nel buio della camera
senza rischiararvi alcun oggetto.
Gli parve di aspettare: che cosa?
Non lo sapeva; ma il letto lo stancava invece di riposarlo. Una smania gli
veniva dallo stomaco a tutti i muscoli, provocandovi dei piccoli sussulti, dei
brividi lievi, simili a scariche silenziose, dopo le quali provava
un'impressione di freddo. Una specie di vacuità gli si era fatta nel cervello.
Avrebbe voluto assopirsi in quel primo vaneggiamento di febbre, colla testa
pesante, sprofondata nel cuscino. Ma il letto non gli pareva buono come le
altre notti, non poteva girarsi e rigirarsi sui fianchi pel timore di svegliare
daccapo Caterina.
Strinse violentemente gli occhi,
dicendosi con tutta la forza che gli restava, di voler dormire.
Poco dopo, l'orologio della
piazza batté le due e tre quarti. Qualcuno cominciava a passare per strada.
Coll'orecchio reso più acuto da quell'orgasmo seguì e distinse la battuta dei
passi, che si allontanavano di sotto alle sue finestre. Quelli delle donne,
quasi tutte vecchie in quell'ora, parevano strisciare; erano donne di piazza
che vi si affrettavano per disporvi le mostre degli ortaggi, o beghine già
fuori di casa per la prima messa del Duomo. Una biroccia scrollò i vetri della
finestra; ma quel filo di luce vi passava sempre così tenue, vanendo a pochi
passi nell'ombra.
Poi ebbe caldo. La smania gli
aumentava, eccitata dal calore dei materassi in lana e da quello, anche più
vivo, che il corpo giovane e grasso di Caterina radiava al suo fianco. L'aria
stessa si faceva più pesante.
Perché era venuto a letto,
sapendo di non potervi dormire? Il pentimento fu così acuto che si rigettò le
coperte dal collo; ma le riprese quasi istantaneamente, ritraendosi sulla
sponda col proposito anche più fermo di addormentarsi.
Infatti la stanchezza lo aveva
esaurito.
Poco dopo, sognava.
Le raffiche della pioggia si
schiantavano sempre più violentemente urlando nell'aria sotto un cielo nero.
Come mai si trovava egli solo nella campagna deserta a quell'ora? Non conosceva
la strada, non si vedevano più case attraverso il velo pesante dell'acqua. Era
rimasto immobile, rannicchiandosi timidamente sotto la bufera, col ricordo
confuso di non essere diretto molto lontano, ma senza poter nemmeno tenere gli
occhi aperti, perché le goccie vi battevano contro dolorosamente.
Anzi per qualche tempo, colle
mani nelle tasche dei calzoni, e l'acqua che dalle cuciture del cappello gli
colava giù per il viso, si era abbandonato a piangere. Un pianto amaro e
silenzioso gli era uscito dagli occhi, mentre collo sguardo incerto cercava di
seguire una barchetta di carta azzurra, galleggiante sul fosso della strada e
che ne discendeva il pendio, senza che i goccioloni sembrassero toccarla. Forse
un fanciullo si era divertito nell'affidarla alle acque per una vaga
reminiscenza del diluvio universale, quando gli oceani si congiungevano alle
cime dei monti e l'arca sola errava sul mondo sommerso. Infatti la barchetta si
dondolava appena, come nella letizia del temporale, serbando nella soavità
cilestrina del proprio colore tutto il sorriso del cielo. E improvvisamente
egli vi scorse dentro il cavallo di Carlino, quello medesimo che dormiva
sdraiato sopra una sedia nella saletta da pranzo; ma adesso invece era dritto,
malgrado la gamba davanti rotta sotto il ginocchio, e il vento gli sollevava di
dietro il pennacchio della coda fatto con sottili setole bianche da spazzola.
Dove andavano quella barca e quel cavallo? Quale comando di favola spediva il
cavallo di Carlino, sopra una barchetta di carta, ove non era possibile
indovinare? Non di meno in lui cresceva la preoccupazione di quel viaggio, come
se il destino di suo figlio vi fosse congiunto, ed egli stesso si trovasse lì
nient'altro che per sorvegliare la strana imbarcazione. Poi tra la melma
spumeggiante dell'acqua cominciarono a passare mucchi di foglie morte e di
pagliuzze, che negli urti contro la sponda aprivano spessi vortici, e vi
sprofondavano per riapparire a strisce poco lungi. Anche la barchetta se ne
risentiva. Benché i suoi fianchi non lasciassero ancora schiudersi le
ripiegature, era già affondata sino all'orlo e non inoltrava che lentamente. Il
cavallo invece, niente preoccupato del pericolo, colla testa immobile, senza
nemmeno sentire le larghe redini di panno rosso inchiodate sull'arcione della
sella nera, teneva gli orecchi dritti nel vento ad un appello lontano.
La voce disperata di Carlino
gridava:
- Il mio cavallo, il mio cavallo!
Ma la barca seguitava ad
affondare, le sue ripiegature di poppa e di prua si erano distese sulla
corrente. Per un minuto il cavallo apparve miracolosamente ritto su quella
specie di piccolo manto cilestre, senza che per tutto il suo corpo un brivido
solo tradisse la paura.
- Oh! - egli esclamò lanciandosi
al suo soccorso, perché un grosso manipolo di stecchi stava per investirlo; ma
cadde pesantemente sotto l'acqua, rimanendogli negli orecchi l'ultimo strido di
Carlino, che singhiozzava sempre:
- Il mio cavallo, il mio cavallo!
Aveva provato, per qualche
secondo, l'asfissia dell'annegamento; poi gli pareva di essere trascinato per
una cloaca; le acque non passavano più, ogni rumore era cessato, ed egli
rimaneva immobile, coricato nella melma. Era dunque morto? Il suo pensiero solo
viveva, perché il pensiero non può morire, ma i suoi occhi spalancati non
potevano muoversi nemmeno dentro le orbite. Non vedeva nulla. Allora un terrore
senza nome gli coperse l'anima: era quella l'eternità assegnatagli? Una cloaca
senza sfondo, nella quale tutto si arrestava separatamente, per sempre, nel
silenzio di un'ombra vuota.
Fece uno sforzo delirante per
gridare, ma la melma gli aveva otturato la bocca, e un lombrico vi si moveva
pigramente.
* * *
Dalla fessura della finestra
filtrava un lume più chiaro.
Spaventato, si volse dall'altro
lato per dormire ancora, sentendosi tutto mollo di un sudore freddo.
- Mio Dio, mio Dio! - mormorò.
Le campane del Duomo suonavano
lietamente nel mattino, la gente passava a frotte per la strada, le voci
salivano, mentre il fragore sordo dei carri imprimeva ancora alle case gli
stessi scuotimenti che nella notte. Così mezzo assonnato, cogli spaventi di
quell'ultimo sogno si vedeva dinanzi la faccia dello strozzino diventato uno di
quei grossi ragni, quasi rotondi, dalla pelle zebrata, che tessono la propria
rete verticalmente dinanzi alle finestre delle cantine, e vi rimangono immobili
nel centro aspettando le mosche. Lo strozzino aveva adesso un ventre enorme,
lucido, con una testina nera e due occhietti ardenti, che lo fissavano senza
stancarsi.
* * *
- Oh! - gridò di soprassalto al
fracasso della finestra, che si apriva lasciando il varco ad un vivissimo
raggio di sole.
- Non t'immagini che sono già le
nove e mezzo! - gli rispose Caterina, ritta fra le tende coi capelli biondi
incendiati dalla luce: - Ti abbiamo lasciato dormire sino ad ora, perché dovevi
essere stanco. Ieri sera hai fatto tardi.
Egli cogli occhi abbacinati non
la vedeva ancora bene, aveva la testa pesante, la bocca pastosa.
- I bambini sono già andati a
messa con Anastasia, - seguitò Caterina: - Se avessi visto, quando abbiamo
provato loro le vestine nuove! Ada si è messa a piangere.
- Perché?
- Voleva un nastro celeste alla
cintura, come quello di Carlino.
Caterina si era appressata al
letto.
Portava il solito abito di
lanetta azzurro-cupa, che dava un bel risalto alle sue
carni fresche di bionda; l'abito aveva, secondo la moda oramai vecchia di
qualche anno, le maniche a sbuffi verso la spalla e la gonna, quasi corta,
pieghettata sui fianchi. Il suo viso calmo, con un principio di pinguedine
sotto le guance, aveva sempre la stessa espressione di bontà; qualche
lentiggine le macchiava i pomelli, gli occhi troppo rotondi e quasi bianchi non
dicevano gran cosa, ma il suo sorriso era dolce come sempre.
- Non ti alzi?
- Sì, aspetta.
- Ti aiuterò io: ho mandato i
bambini a messa, perché, così vestiti di nuovo, con me non sarebbero stati
fermi, in chiesa. Carlino era in un orgasmo incredibile. Io andrò sola alla
messa delle dieci e mezzo in S. Bartolomeo, poi torno a casa per condurli a
fare un giro nel corso. Sono tanto carini così, li vedrai!
Egli si era svegliato, al solito,
in quella camera, nella quale tutto gli era famigliare. Il mobilio in noce si
componeva di un letto, due comò, l'armadio collo specchio, un tavolino da
toeletta e due portacatini, uno per lui e uno per Caterina, nascosti
nell'angolo dietro l'armadio. Ma i comodini erano ricoperti di un piccolo ricamo
bianco ad uncinetto, perché i candelieri e i bicchieri dell'acqua per la notte
non ne sciupassero la lustratura.
L'aria ed il sole avevano
riempito allegramente la camera.
Caterina andò nella saletta a
prendergli i panni già spazzolati.
- Avresti potuto spogliarti qui,
stanotte.
- Non volevo disturbarti.
- Ti ho sentito ugualmente.
Alzati, dunque, vado a prenderti l'acqua fresca.
Egli si accorse di avere le ossa
indolenzite. Improvvisamente quel pensiero dimenticato lo riassalse.
Quando Caterina tornò con la
brocca bianca nella mano, egli guardava la parete con gli occhi spaventati.
- Muterò l'asciugatoio dopo; per
questa mattina ti puoi ancora servire del vecchio; - e ne aveva già tolto un
altro dal comò, a lunga frangia candida, ornato da due grandi lettere sottili,
a colori rosso e turchino.
Ma siccome l'altro non si alzava,
si voltò ad osservarlo.
- Mi sembri pallido: hai dormito
male?
- No, no, - rispose nervosamente,
allungando un piede fuori dalle lenzuola per cercare le pantofole; poi così in
camicia, coi piedi nudi, venne a mirarsi nello specchio della toeletta.
Infatti aveva l'aria sparuta;
chiazze plumbee gli macchiavano la pelle, gli occhi gli si erano affossati; si
vide dimagrito, invecchiato, con un senso doloroso di sorpresa.
- Tu hai qualche cosa, - disse
nuovamente Caterina, venuta per di dietro a guardare nello specchio.
- Ti dico di no: chiudi piuttosto
i vetri della finestra.
- Con questo bel sole!
Intanto li chiudeva.
- Ti farò un caffè, se hai
rimasto qualche cosa d'indigesto nello stomaco.
Finalmente fu solo.
Tutta la lunga tempesta della
notte gli si ripresentava nella memoria, piuttosto indolenzita che calmata dal
sonno pesante di quelle poche ore, e gli ricominciava nella coscienza quella
novità insopportabile del sentirsi straniero nella propria casa. Daccapo il
freddo lo sorprendeva, così in camicia, malgrado il tepore dell'aria e l'impeto
rutilante del sole, che passava trionfalmente attraverso i vetri.
Per rischiararsi la mente si
affrettò a tuffare il viso nel catino. Ordinariamente la sua toeletta era
svelta e poco accurata; si lavava il viso, poi colla spazzola si ravviava i
capelli, non aveva altre abitudini di culto per sé medesimo. Ma dopo essersi
asciugato davanti allo specchio, si vide colla stessa faccia di prima, anzi gli
occhi gli si tornavano a gonfiare. Quindi si rimise la camicia del giorno
innanzi cogli stessi abiti.
- Ma come! - esclamò Caterina
rientrando nella camera, dopo aver lasciato il caffè a precipitare lentamente
entro la cocoma sul focolare della cucina: - non ti cangi il vestito? Hai
ancora la camicia di ieri, oggi che è domenica.
Egli alzò le spalle, ma l'altra
insisteva.
- Che importa?
- Lo hai sempre fatto tutte le
domeniche.
- Non lo farò più.
- Che cosa?
Per non spiegarsi egli tentò di
sorridere scrollando la testa; però pensava che altri, vedendolo a quel modo,
poteva fare la stessa osservazione di Caterina.
Dovette andare con lei in cucina
a prendere il caffè. Sul fornello fumava la pentola, una coscia di capretto
infilata nello spiedo stava entro un piatto sulla tavola, poiché in casa non
avevano gatti; era questa una mania di Caterina.
- Oggi Anastasia farà anche una
piccola zuppa inglese per i bambini; avranno quest'altro piacere, dopo quello
degli abitini nuovi.
E la mamma sorrideva contenta nel
pensiero della sorpresa, alla quale i piccini avrebbero battute le mani a
tavola gridando.
Poi l'interrogò sulla gita a
Bologna: come mai aveva potuto fare tanto tardi? Che cosa era successo?
- A proposito, aspetta: me n'ero
scordata.
E scappò, ritornando indi a poco
colla faccia attonita.
- L'hai presa tu? Avevano portata
una lettera.
- Sì, - egli rispose con voce
strozzata.
- Niente d'importante?
- Niente.
Dopo questa parola egli depose la
tazza del caffè sul focolare, invece di accostarla alle labbra.
- Vi avrò messo poco zucchero; a
te piace che tutto sia dolce.
- Già!
Vuotò la tazza, e tornò nella
camera per finire di vestirsi; aveva fretta di uscire.
- Ma non aspetti i bambini?
Eccoli! - ella gridò sporgendosi dalla finestra, che aveva riaperto.
Due minuti dopo i fanciulli
entravano trionfalmente nella camera, e correvano ad abbracciare le ginocchia
del babbo, più guardingamente del solito in quella vanità dei vestitini nuovi.
Al vederli così belli egli stentò a frenare le lagrime; cadde sopra una sedia e
si mise a baciarli furiosamente; essi ridevano, Caterina sorrideva, ma
Anastasia protestò.
- Vuole dunque spiegazzare tutto,
mio Dio! è proprio così; - e con una mano afferrando quella di Ada, l'aveva già
tirata indietro.
Carlino invece si era arrampicato
sulle ginocchia del padre.
- Io vado, - riprese Caterina, -
tornerò a prendervi fra un'ora: non vi sporcate, piccini! Mi raccomando,
Anastasia.
- Io... come si fa? debbo
preparare l'arrosto: riconduca i bambini a messa con lei.
- Figurati! mi farebbero
impazzire, adesso che l'hanno già ascoltata con te.
- Ci baderò io, - egli esclamò
con voce intenerita.
- Allora facciamo così: siccome
andrò dalla zia Matilde per mostrarglieli, vieni anche tu. È un pezzo che le
dobbiamo una visita, ci sdebiteremo tutti insieme.
Anastasia era passata nello
stanzino per cangiare abito prima di rimettersi a cucinare; egli sempre più
tremante entrò coi due fanciulli nella saletta. La prima cosa che vide, fu
appunto il cavallo di Carlino, ancora sdraiato sopra la sedia, colla zampa
rotta sino quasi alla spalla e le rotelle del piedestallo sgangherate. Il sogno
misterioso della notte gli ritornò alla memoria, rinnovandogli la stessa
angoscia, come se davvero un medesimo destino unisse suo figlio a quel
giocattolo. Si era riseduto su quella sedia, mentre i bambini giravano intorno
alla tavola svogliati.
Non sapeva più che cosa dire
loro.
Una tenerezza di lagrime gli
ammolliva il cuore; i due fanciulli erano belli, Ada maggiore di due anni, così
abbigliata, aveva già della donnina nelle movenze. I magnifici capelli biondi,
sciolti sulla schiena, brillavano nel fulgore dell'oro, incorniciandole il viso
illuminato soavemente da due grandi occhi chiari, assai più vivi che quelli
della mamma. Aveva una pelle di gelsomino e un'ineffabile freschezza sulla
bocca; Carlino invece più tozzo, bruno, coi capelli corti e il nasino all'in
su, pareva un contadinello, che si movesse goffamente, con quella pesantezza
così esilarante nei bambini.
- Siete stati a messa? - egli
ricominciò.
- Sì, - rispose Ada: - Amelia mi
ha sempre guardata, poi mi mostrava alla mamma, perché ero meglio vestita io.
- Ah la superbetta! e tu Carlino?
- Lui non s'è voluto
inginocchiare per non sporcarsi i calzoni.
Infatti anche adesso tornava a
mostrarli superbamente così puliti, senza una appannatura al ginocchio.
Egli dovette alzarsi per
resistere alla emozione; lo spettacolo di quella letizia, così primaverile ed
inconsapevole, gli produceva come uno stordimento doloroso; avrebbe voluto dir
loro qualche cosa, ed invece stentava a frenare certe grida, che gli salivano
impetuosamente dal cuore. Che cosa aveva dunque deciso nella notte? Una
debolezza gli era rimasta in tutti i nervi da quei sogni, nei quali doveva aver
sudato come sotto un accesso di febbre.
Tratto tratto le mani gli
tremavano.
- Che cos'hai, babbo? - chiese
improvvisamente Ada, impressionata dalla fissazione del suo sguardo.
Invece di rispondere egli rientrò
nella camera per prendere la rivoltella dal tiretto del comodino; ma poté
cacciarsela appena nella tasca interna della giacca, che i due fanciulli gli
erano daccapo fra le gambe.
- Andiamo in cucina, - disse con
un ultimo sforzo.
Anastasia aveva riacceso il fuoco
ed infilava lo spiedo nel girarrosto.
- Ecco! - proruppe subito: -
perché qui? vuole che si sporchino? Se la signora Caterina vedesse...
Carlino si era già troppo
appressato al focolare.
- Indietro, marmottina: vedete un
poco! gli hanno messo l'abitino nuovo solamente da un'ora.
Allora egli dovette sorridere e
ritirarsi coi due fanciulli sopra una sedia presso la tavola, lasciandosi
sgridare; ma l'altra, che doveva preparare di nascosto la zuppa inglese, e
temeva soprattutto un rabbuffo dalla padrona se i bimbi avessero macchiato le
vesti, seguitava:
- Lo sa pure anche lei che debbo
preparare quella cosa: perché stanno qui?
- Non aver paura, ci bado io.
- Sì, lei! ci saranno dei guai
anche oggi.
Ma Ada, col suo garbo di donnina,
l'ammansì chiedendole quale minestra avrebbe fatto in quella domenica.
- Il risotto alla milanese.
Ada batté le mani.
- Indietro adunque; state
tranquilli col papà, o vi mando via tutti.
La cucina, piccola, non riceveva
luce che da un cortiletto morto; v'era una madia e un largo tavolo rettangolare
appoggiato al muro. La pentola gorgogliava fra lo scoppiettio della fiammata
accesa per l'arrosto.
Padre e figli rincantucciati
dietro la tavola si facevano delle carezze in silenzio: egli li aveva ricinti
con un braccio e lisciava loro i capelli coll'altra mano.
- Dammi un soldo, - domandò
improvvisamente Carlino.
- E a me? - proruppe Ada.
- Tu sei già una donnina.
Il complimento fece effetto.
Egli si era tratto un soldo dalla
tasca, lasciando che Carlino glielo ghermisse di mano come un gatto.
- Che cosa ne farai? non hai nemmeno
la tasca.
Ma osservando quel soldo, il
fanciullo si accorse che era bucato.
- Cambiamelo.
- No, non lo spendere oggi,
avvezzati a risparmiare.
Era esausto. Si volse ad
Anastasia, scappando nella propria camera a prendervi il cappello:
- È tardi, io debbo andare.
Un minuto dopo riapriva, col
cappello in testa, l'uscio della cucina, che dava sull'anticamera; i fanciulli
erano ancora presso la tavola esaminando il buco di quel soldo.
- Anastasia, mi capisci? quella
cosa cerca di farla grande. Che siano contenti, che siano contenti!
* * *
Era uscito di casa quasi
fuggendo, ma appena sulla strada la vivezza della luce lo arrestò. Passava
molta gente, una indefinibile allegrezza si espandeva nell'aria col suono delle
voci da tutta la festività delle faccie e delle vesti; le finestre sembravano
aperte alla letizia sopra le botteghe chiuse nella tranquillità del riposo.
Egli si sentì stravagante.
Istintivamente si riadattò il cappello sulla testa ed allentò il passo,
dirigendosi verso la barriera, oltre la quale si scorgevano le ali troppo alte
del ponte in ferro fra il borgo e la città e subito dopo, nell'avvallamento del
suolo, un grosso gruppo di case dipinte di giallo. Fuori, la via di
circonvallazione era fiancheggiata da masse enormi di sabbia che s'imbiancava
al sole; di quando in quando un parapetto giallognolo impediva alle carrozze e
ai passanti di pericolare nel fiume, già scarso di acqua fra le ripe scabre e
senza piante. Ma anche lì proseguiva la festa della domenica. I soliti operai
non trascinavano su per le ripe, col viso adusto, i calzoni rimboccati fin
sopra il ginocchio, ansando e vociando, le carriole cariche di sabbia
sgocciolante. Non passavano carrette: i contadini allegri ritornavano dalla
città ai campi, dopo la messa; piccoli scolari vagabondavano nell'ozio e nella
incertezza del chiasso, col quale stordirsi. Infatti le loro scaramuccie
accadevano sempre nel pomeriggio.
Di qua e di là del fiume i campi
si stendevano sotto al sole, in una gioia verde, lampeggiante di sorrisi nel
tremolio delle foglie, mentre gli uccelli festanti in quel mese degli amori si
inseguivano per l'aria rapidi e bruni, o s'arrestavano talvolta sulla cima
flessibile di una fronda quasi ad ammirare l'incantevole mattino.
Egli solo camminava cupamente
preoccupato.
Lungi, dinanzi ai suoi occhi, le
prime vette dell'Appennino sfumavano il proprio verde sul ceruleo dell'aria,
entro una leggerezza di vapore trasparente. Alla prima svolta, fra mucchi di
ghiaia e di sabbia, si fermò a guardare il cimitero dei cavalli: era un lembo
di terra sommossa, a picco sul fiume, brulla e triste; dirimpetto biancheggiava
silenziosa una pila da riso, che il padrone milionario aveva per capriccio
chiusa da gran tempo, e le sue bocche da acqua, vuote ed aride, rimanevano indarno
inclinate sul fiume dentro un'ombra, che rendeva anche più cupa la loro
tenebrosa profondità.
Un ragazzo in bicicletta gli
passò rasente a volo.
Egli lo seguì macchinalmente
cogli occhi, e lo perdette in cima alla salita, dalla quale sparve strisciando
come una rondine. Non sapeva ancora dove andare; ma la città gli faceva paura
in quel giorno. Tutti vi erano sfaccendati, la requie della domenica rendeva la
gente più occupata dei fatti altrui e più dura verso coloro che non potevano né
riposarsi né godere del riposo comune.
Oltrepassò il ponte, bel ponte di
un arco solo, che la gente chiamava Rosso, non si sa perché; poco lungi il
camino tozzo ed alto di un mulino a vapore fumava malgrado la domenica, un
vecchio cane bracco era sdraiato al sole dinanzi alla porta, alcune anitre si
dondolavano pesantemente col collo ripiegato, frugando del becco il terreno
intorno. Volse a sinistra per un sentiero, che fra la riva e gli orti, passando
dietro il cimitero monumentale, benché i monumenti vi siano scarsi e brutti, si
allontanava per ombre incerte di acacie. Allora, finalmente solo, respirò. Al
di sotto, il fiume non era più che un canalaccio dal letto melmoso, nel quale
l'acqua stagnava in lunghe pozzanghere opache; di fianco, invece, gli orti
lussureggiavano. La gamma dei loro verdi vibrava tutta nella luce, mentre la
poca terra scoperta era così umida e scura che, guardando bene, si sarebbe
creduto di vederne salire i vapori nel sole. Ma egli camminava invece a testa
bassa, preoccupato dall'angusto sentiero slabbrato, pel quale non sarebbe stato
molto difficile mettere il piede in fallo. Guardò se v'erano pescatori,
qualcuno di quei maniaci, che venivano spesso a passare lunghe ore seduti sopra
uno sghembo della sponda, con una canna e una lunga lenza inutile. Nessuno!
I muraglioni muffosi del cimitero
arrivavano fino quasi sul fiume.
Quel sentiero malinconico e mezzo
invisibile era prediletto dagli amanti e dai vecchi per un bisogno di
solitudine, forse meno dissimile fra loro che non paia. Egli vi era passato
poche volte, quasi sempre con un gruppo d'amici, in una di quelle giornate,
nelle quali, per ammazzare la noia della solita passeggiata per lo Stradone,
l'unico passeggio pubblico della città, si cercava di commettere qualche facile
stravaganza.
Ma alla prima svolta, dove un
viottolo sfiancava lungo il nuovo muro del cimitero, si arrestò; una voce
sottile canterellava la celebre e delicata romanza della Mignon:
Non conosci il bel suol
che di porpora ha il ciel...
l'opera data in quell'inverno al
teatro comunale. Era una voce di uomo, incerta nelle parole e nell'aria, che
pareva fremere di una curiosità triste. Si turbò; istintivamente gli era
ritornato nella memoria che lungo quel sentiero, negli anni andati, erano
avvenuti parecchi suicidii, tutti di giovani operai, forse spaventati dalle
crudeli esigenze della vita. L'ultima volta erano stati due ragazzi di appena
vent'anni, morti insieme avendone avvisato prima gli amici, che non avevano
voluto crederlo e non seppero poi indovinarne il motivo. Si erano ammazzati
colla stessa rivoltella, l'uno dopo l'altro, ed erano rimasti sul sentiero col
cranio aperto, sanguinolenti, vestiti cogli abiti di festa, quasi per una
suprema ironia.
Ma la voce ripeteva sempre la
stessa domanda di Mignon, povera abbandonata nel freddo di un paese nebbioso,
che risognava i trionfi abbaglianti del sole sulla marina napoletana, dove
tutto è musica ed incanto, festa ed oblio. E a pochi passi, nell'ombra di un
albero piegato a capanna, vide disteso sui cuscini entro una carriola quel
ragazzo, che conosceva già. Era il figlio di un ortolano, caduto piccino da un
albero e rimasto colle reni fracassate; lo aveva veduto mille volte alla
finestra sul grande viale del cimitero, ma si meravigliò nel trovarlo ora alla
estremità dell'orto, sulla ripa del fiume, solo, cantando come un uccello fra
il verde. La sua sventura era di quelle, alle quali non si vuol pensare; non
viveva che dalla cintura in su, sempre così coricato, col volto appannato
dall'ombra stessa della sua vita.
Eppure viveva.
Impetuosamente egli se ne chiese
il perché, mentre l'altro cantava sempre quella romanza nella sicurezza di non
essere udito da alcuno, sognando forse come Mignon un altro cielo più bello
ancora che in quel mattino di maggio pur così pieno di profumi, nel silenzio
trepidante del meriggio. Egli, morto a metà, cantava. Con una mano si reggeva
ad un ramoscello dell'albero, tenendo il viso in alto, colle spalle quasi nella
siepe, così che si distingueva appena tra il fogliame la sua figura.
Poi tacque.
L'orto era deserto: un uccello
pigolò dall'altra ripa del fiume; lontano, ad un campanile suonò ancora una
messa.
Per non farsi vedere dal malato,
scese dal sentiero verso l'acqua e non risalì che oltre il cimitero; ma
rimaneva sempre come in un fondo, tra ciuffi di alberette, che nascondevano
ogni orizzonte. Era fuggito di casa, istintivamente, per nascondere la propria
emozione; invece, fra quella viridezza della campagna, dentro al suo silenzio e
alla sua luce, si sentiva nuovamente disorientato. Quindi un'altra paura gli
cresceva: nella fretta di evitare la città non aveva temuto anzitutto che un
incontro col signor Bonoli o con lo strozzino, a quest'ora naturalmente piccati
da un desiderio crudele di curiosità a suo riguardo. Avevano presentato essi
medesimi la cambiale in pretura? Il caso era poco probabile; secondo il solito,
colle più vecchie convenienze del mestiere, lo strozzino doveva aver finto una
qualche girata, giacché tutti i suoi pari sono sempre provvisti delle così
dette teste di ferro. Ma egli, incontrandolo, non avrebbe saputo qual contegno
tenere; non lo odiava, anzi per una di quelle condiscendenze imposte dalla
pratica della vita, riconosceva che, agendo in tal modo, colui faceva solamente
il proprio interesse. Di che cosa lagnarsi? Ma dinanzi alla sua faccia di
sparviero disseccato, con quegli occhi metallici, la bocca che non sorrideva
mai, gli sarebbe stato impossibile resistere.
Sotto l'argine del fiume, lungo
il ripiano della sponda, erano aperte ancora alcune cavità di alberi abbattuti
da gran tempo, che un'erba minuta aveva tappezzato finamente. Il sole
dardeggiava, aliavano farfalle, un soffio di scirocco scuoteva mollemente le
cime già pesanti dei grani. Si fermò per udire qualche cicala stridere; invece
dal fiume ascese la nota dolce e gorgogliante di un rospo. Allora calò
dall'argine per nascondersi entro una di quelle buche, all'ombra di una vecchia
quercia dai rami rachitici e il tronco giallastro come di una ruggine d'oro.
L'erba era soffice.
Cavò di tasca la rivoltella a
canna corta, nichelata, del calibro dodici: stette lungamente contemplandola,
come in una di quelle distrazioni attonite, che ci sorprendono talvolta: l'arma
piccina riverberava.
Si sarebbe servito di essa?
Perché? E quando si è morti? Era già molto difficile morire; ma e dopo? Sino a
quel giorno egli non ci aveva mai pensato. Come accade sempre, specialmente
finché si è giovani, la morte non aveva esistito per lui; sapeva che, essendo
nato, morrebbe, ma questa soluzione lontana ed inevitabile non aveva mai pesato
sulla sua coscienza. Non si capisce veramente di dover morire, sino a che il
pensiero della morte non si allarga come un'ombra nel mezzo del nostro spirito.
Tutto è così facile nella prima parte dell'esistenza! Funzioni ed abitudini vi
si ripetono favorevolmente, si mangia, si passeggia, si chiacchiera, si ride,
si dorme; poi il mattino vi desta, intorno a voi tutto prosegue: la moglie, i
bimbi, la serva, la casa alternano i propri motivi senza un pensiero che tutto
ciò sia effimero, che basti la presenza di un insetto a produrvi lo scompiglio,
o la morte appiattata in ogni ombra possa in un istante distruggere tutto senza
ragione, senza traccia. Si vive così, come se la morte non fosse, in una
sicurezza d'immortalità. Invano in tutte le case qualcuno si ammala e muore; si
fanno i funerali, la gente li guarda passare distratta, ognuno preoccupato dei
propri interessi, in una febbre continua di passioni, e non ci si pensa più.
Coloro, che amarono quel morto, piangono qualche giorno, gli altri non dànno
importanza al caso o parlando della morte, che li aspetta, rimangono
indifferenti come a cosa che verrà poi, un poi problematico nella data ed
insignificante finché la data non arriva. Egli era stato come gli altri.
Aveva veduto morire il babbo e la
mamma senza risentirne troppo dolore. Certo avrebbe desiderato loro più lunghi
anni, ma essendo troppo giovane per aver provato gli scoramenti della suprema
vigilia, quando la vita non sa più distrarsi dal computo dei propri ultimi
giorni, aveva trovato naturalissimo che i vecchi se ne andassero.
Invece adesso si trovava dinanzi
alla morte nella pienezza di tutte le proprie forze.
Non era né credente né incredulo;
come nella maggior parte della gente, la vita spirituale era cominciata per lui
coll'insegnamento religioso, senza che la religione modificasse troppo il suo
sentimento, pur lasciando nel suo pensiero impronte non cancellabili. La
concezione cristiana, poco comprensibile nei dogmi e nella tragedia della sua
morale, rimaneva quindi la base di tutti i suoi giudizi, sotto la solita
indifferenza mondana. Così aveva sposato Caterina anche in chiesa e battezzati
i bambini, trovando giustissimo di apprendere loro la religione, che egli non
praticava più. E in quella indefinibile cultura guadagnata un po' dovunque, nei
caffè, su per i giornali, massa informe di idee e di sentimenti contradditorii,
solamente la forza della tradizione durava: la religione era cosa da non
parlarne, poiché non se ne sarebbe potuto mai sapere qualche cosa di preciso,
ma forse era così, e in fondo ne convenivano tutti, anche coloro che
affettavano di spregiarla pubblicamente.
Le sue riflessioni non erano mai
andate più oltre. Caterina non lo aveva mai vessato per la sua indifferenza
religiosa: egli viveva come gli altri nella inconsapevolezza della propria
contraddizione, fra un barlume di fede e un pettegolezzo di miscredenza,
trionfando di entrambi col non pensarci.
Ma la morte, improvvisamente, gli
stava davanti nella propria immobilità.
Aveva avuto paura.
Morire era, prima di tutto
andarsene; ma per quanto la natura ripugnasse a tale sparizione e tutte le
malattie fossero spaventevoli appunto per questo, non era difficile il
fissarvisi. Già nella notte lo aveva fatto: andarsene, piuttosto che restare
per la tortura del processo e della prigione!, molto più che la morte essendo
inevitabile, si trattava solo di sceglierne il momento, quando tutto il resto
delle condizioni nella vita diventava intollerabile. Così, quasi non
pensandoci, aveva già abbracciato questo punto di vista: era stato un lavorìo
lento, inavvertito del suo spirito, subito dopo il tremendo distacco prodottovi
dalla lettura di quella lettera. Quanto poteva soffrire, l'aveva già sofferto
nella notte: lo sentiva, era sicuro che per una simile crisi non ripasserebbe
più. Si muore forse due volte? La morte è tutta nello sforzo per staccarci
dalla vita; se lo era detto, capiva di aver ragione. Il suo pensiero risoluto,
quantunque torpido, andava sino in fondo: si sarebbe ucciso! Non aveva deciso il
modo, ma il tempo era misurato ormai su quel giorno; era così, non voleva
ritornarci più sopra: morire per sé medesimo e per la sua famiglia, alla quale
non sarebbe più che d'imbarazzo e di disonore, ecco tutto! Ma il momento dopo,
quel momento che pure ci doveva essere, giacché il tempo avrebbe seguitato
egualmente, quando egli non sarebbe più, dove sarebbe egli in quel momento?
Tutto finiva lì? La religione
diceva di no, la maggioranza della gente d'accordo colla religione, e quelli
ancora che si vantavano di non crederle, rimanevano perplessi dinanzi al
problema. Finire! Sarebbe stato semplice, ma non era chiaro. Che cosa
significava allora tutto il prima? La sua testa si perdeva. Confuse memorie gli
ritornavano di ammaestramenti, di fatti, di uomini, che si erano trovati come
lui dinanzi al grande quesito, e che egli aveva udito a parlarne. Tutti avevano
tremato. Il primo momento dopo la morte, la possibilità di un'altra vita,
quindi di un giudizio su quella trascorsa, di una vita in un altro mondo, mentre
il nostro corpo resterebbe a putrefarsi in questo, di una vita incomprensibile
e tuttavia di una supposizione così inevitabile al nostro pensiero, era senza
dubbio ciò che rendeva spaventevole la morte, incerto quanto ognuno di noi
compie prima d'incontrarla.
Senza questo mistero che cosa
sarebbe stato il suicidio? Poiché suicidandosi si è sicuri di sottrarsi a tutti
i guai, non vi sarebbe dal canto della vita alcuna difficoltà: si ha forse
paura di addormentarsi, pur non essendo sicuri del risveglio? Il problema era
dunque nel momento dopo la morte. L'esperienza e la scienza umana non avevano
trovato un modo per inoltrarsi in quest'ombra; tutti vi arrivavano nella
medesima ignoranza, colla stessa angoscia, il più grande come il più piccolo,
per sparire silenziosamente, mentre la religione sola dichiarava di averne
penetrato il mistero colla parola di Dio. Non di meno la sua spiegazione era
oscura; se no come la gente avrebbe seguitato a dubitare?
Vi era dunque Dio? Era lui che,
volendoci così oscuramente soggetti al suo volere, distribuiva con tanta
inesplicabile parzialità la gioia e il dolore? Malgrado l'impossibilità di
comprendere il mondo senza un creatore e di sottrarsi alla concezione poetica
del cristianesimo, una rivolta gli saliva dal cuore contro questa ingiustizia
della vita, che quasi sempre prodigava gli spasimi più micidiali ai più
innocenti. Egli stesso ne era stato mille volte testimonio: che cosa non
soffrivano i poveri, mentre i ricchi finiscono per annoiarsi non trovando
abbastanza divertimenti? Se dopo morte non vi era altro, i signori diventavano
ben sciocchi nel fare l'elemosina ai poveri, e questi lo erano anche di più non
depredando in qualunque modo i ricchi. Perché fare l'elemosina? Tutto era caso,
il fortunato non doveva logicamente che conservare la fortuna a se stesso.
Invece non accadeva così: i poveri sopportavano, i ricchi li soccorrevano;
forse v'era parità di dolori in tutti, perché i ricchi si suicidavano anche più
facilmente dei poveri. Lo aveva sentito dire molte volte, aveva potuto notarlo
egli stesso. La morte non era solo in fondo alla vita, ma la colpiva ad ogni
istante da per tutto; i bambini vi soccombevano spesso prima di nascere o
appena nati, si moriva sempre, in qualunque grado, nelle più inverosimili
circostanze: ingegno, ricchezza, danaro non servivano a nulla, la gloria o
l'infamia non toglievano niente a quest'uguaglianza della morte, la virtù e il
vizio vi conducevano colla stessa rapidità; e dopo, un eguale oblio copriva
tutti i defunti, la medesima spensieratezza seguitava nei viventi.
Pensando alla morte si finiva col
non potere uscire più da tale pensiero: ecco perché la gente non voleva
fermarvisi.
Tutte queste riflessioni gli
toglievano di sentire il dolore della propria posizione; una specie di tranquillità
gli si era fatta nello spirito, come una luce fredda, entro la quale tutto gli
appariva lontanamente. La sua testa, poco abituata alle meditazioni, si
distraeva già nelle sensazioni di quel meriggio. Qualche raggio, filtrando fra
le foglie, gli produceva sugli abiti chiazze luminose e scottanti.
Il bisogno di muoversi lo
riprese. Tutta quella meditazione sul suicidio non gli aveva aggiunto che un
terrore di più nella coscienza: se la vita significava qualche cosa, doveva
essere ordinata ad uno scopo, che i capricci degli uomini non saprebbero
mutare, e quindi tutto si riuniva nella morte come dinanzi ad un tribunale. Le
menzogne, i sofismi, le oblivioni così comode e frequenti nella vita, si
dissipavano nel suo ultimo istante: tutti vi si trovavano egualmente nudi
davanti al proprio passato. Ecco perché si provano talora rimorsi, che ci
costringono a condannare le nostre azioni più proficue, o ci impediscono
l'abbandono alle nostre tendenze più personali: egli stesso forse non si
trovava ora davanti alla necessità del suicidio che per aver voluto sacrificare
i propri doveri di marito e di padre ad un ignobile capriccio. Era una sentenza
di quella giustizia segreta, che corregge ogni errore dell'altra, e piega tutte
le fronti sotto il mistero di Dio? Ma Dio permetteva agli uomini di suicidarsi?
Vi erano un inferno ed un paradiso, come affermano i preti con tanta sicurezza,
vivendo tuttavia al pari di coloro i quali non volevano crederci? Perché tanti
grandi uomini non avevano ammesso una seconda vita? Per quanto questi problemi
fossero insolubili, egli credeva di sentire adesso una grande verità nel
suicidio: l'uomo, togliendosi la vita, espiava in tale dolore tutto quanto
poteva aver commesso, giacché seguitando a vivere non avrebbe potuto soffrire
di più. Era quindi inutile voler cercare oltre la vita qualche cosa che non
doveva dipenderne; poi vi era questa differenza: gli uomini, uccidendo,
sentivano tutti di commettere un delitto, mentre uccidendosi sentono solo di
essere infelici. Infatti egli non sapeva altro, non era sicuro di aver ragione,
ma la sua tristezza nell'accettare la morte era scevra dai rimorsi, che avevano
accompagnato tante altre sue colpe. Questa volta non avrebbe fatto male ad
alcuno sottraendosi ad una condanna, che in lui colpirebbe Caterina e i
bambini. Sciaguratamente non v'era altra soluzione. Il suo suicidio non era
rifiuto della vita, perché non se ne era anzi sentito mai così pieno: vivere
nella propria casa tranquilla con Caterina e i bambini, amministrare il piccolo
patrimonio, aiutarlo con qualche guadagno, fare la partita al caffè, mandare
innanzi i figli finché, diventati grandi, non avessero più bisogno di lui,
sarebbe stato un idillio, era l'idillio di quasi tutta la gente! Egli doveva
invece suicidarsi, appunto per averlo reso impossibile. Il suo suicidio non
aveva quindi le ribellioni pessimiste, che sole possono renderlo tale; come
quei coscritti, che affrontano la morte agli avamposti, perché fuggendo
dovrebbero sopportare umiliazioni e pene troppo amare, egli non avrebbe voluto
né la battaglia né la morte, e subendo l'una e l'altra si riconosceva senza
volontà. Era così, perché era così.
Questa conclusione vuota fu
l'ultima. Allora, perché era venuto lì? Che cosa vi aveva risoluto? Sulla
campagna luminosa e calda il cielo si era fatto di una serenità abbagliante,
nell'aria passavano ondate di fremiti. Eppure avrebbe dovuto aver deciso
qualche cosa, essersi preparato per quella giornata! Vi era ancora una
speranza? Come contenersi? Questa domanda non ne nascondeva che un'altra: era
dunque stabilito?
Tale decisione restava però fuori
del suo spirito, giacché non ne provava ancora tutto il peso.
- Che cosa faccio qui? - si
chiese con un sussulto.
A casa sua pranzavano circa al
tocco e mezzo: lo aspettavano, manderebbero fuori la serva a cercarlo.
Si figurò vivamente la scena. Se
non tornava più a casa, dove passare tutta la giornata? Rimaneva perplesso,
tutte le angoscie della notte lo riassalivano, eppure non gli veniva nella
mente di poterlo finire subito. Più tardi, di notte, solo, in qualche altro
luogo, ma allora no. Era impossibile.
Si era assegnato un giorno, vi
aveva diritto.
Poi gli sembrava di avere molte
altre cose da fare, lettere da scrivere, vedere qualcuno, rientrare ancora fra
gli altri, prima di non vederli più. Aveva bisogno della notte, adesso tutto lo
distraeva.
Si avviò per ritornare, ma appena
ebbe presa questa decisione, ridivenne triste triste; sentì che tutto era
finalmente stabilito, non tornerebbe più in campagna, non rivedrebbe più quel
luogo. Era la sua ultima passeggiata da solo, che nessuno conoscerebbe mai, e
nella quale aveva risoluto di morire. Comminava a testa bassa, non sentiva più
la vivezza dell'aria, la vampa del sole, il fresco del verde: il suo sguardo si
chinava su quel letto di fiume melmoso, squallido, abbandonato, senza un rumore
né un guizzo nelle pozzanghere d'acqua indolenti sotto al sole.
E l'idea della morte seguitava
nel suo spirito come quel letto di fiume invisibile fra i campi.
* * *
- Perché, vedi, - gli diceva
Caterina sul finire del pranzo, - io sono persuasa che ella ci lascierà tutto.
Capisco che non è gran cosa, in ogni modo sarà la dote per Ada, ma bisogna che
non seguitiamo a trattarla così. Tu hai sempre detto che la zia Matilde non ti
ha amato, e pare anche a me che sia così. Non so, - ella seguitava con quel suo
buon senso di donna, nella quale la tranquillità del temperamento favoriva
l'equilibrio dello spirito, - se tu abbia ragione sostenendo che ella ti voglia
ancora male per un vecchio rancore contro la tua povera mamma, però dovresti
mutare contegno verso di lei.
- Che cosa vuoi che faccia? -
egli rispose, preso nell'interesse di quei discorsi, che preparavano
l'avvenire.
Infatti Caterina lo aveva subito
sgridato per non essersi fatto vedere in quella visita alla zia Matilde, dopo
che ella imprudentemente l'aveva avvisata della sorpresa. E sarebbe stata
davvero tale, s'egli vi fosse andato, giacché per una antipatia istintiva
cansava sempre quella vecchia parente; ma questa, inciprignita naturalmente dal
non vederlo arrivare, aveva finito con lo strapazzare Caterina come di un
cattivo scherzo.
Caterina, irritata
dall'insuccesso, dopo aver troppo contato sul magnifico effetto dei bambini,
non aveva poi badato all'aria abbattuta di lui. Non di meno il pranzo era
proseguito abbastanza bene.
Per fortuna i bambini, lieti dei
vestiti nuovi e più liberi nei vecchi, che la serva aveva loro rimesso per il
pranzo, si erano abbandonati al più vispo chiacchierio, mentre la mamma ogni
tanto li sgridava dolcemente per frenarli ed egli acconsentiva con un sorriso.
Quindi il discorso era ritornato
sulla zia Matilde, la quale avendo oltrepassato i settant'anni non poteva
ancora campare molto. Con quella ingenuità di egoismo propria degli eredi,
Caterina valutava tranquillamente tale probabilità, traendone una lunga serie
di conseguenze per se stessa e per i figli, molto più che i modi di lui con la
vecchia le avevano sempre dato pensiero. Ella credeva alla buona, quantunque
modesta posizione della propria casa, ma coll'antiveggenza delle madri, quando
amano, cominciava a preoccuparsi dell'avvenire.
Il suo affetto era specialmente
per la bambina.
Le difficoltà sempre più tristi
per le ragazze di trovare un discreto partito, le avevano messo in cuore una
specie di pessimismo, unica sua reazione contro la vita, della quale aveva
sempre accettato il corso blando senza chiedersi di più. Ma Ada, che a
giudicare da quel momento doveva crescere molto bella, avrebbe avuto bisogno di
una certa dote per accasarsi convenientemente dopo la buona educazione, che
ella pensava di darle anche a costo dei più gravi sacrifici; su questo
argomento Caterina, così arrendevole, non voleva intendere ragioni.
- Tu manderai avanti Carlino.
Era questa la risposta, quando
egli le faceva osservare che per mettere Ada nell'educandato di Fognano
occorreva una grossa spesa annuale, mentre poi le ragazze uscendo dal convento
non sapevano far nulla per la vita. Caterina, invece, sognava d'interessare a
questo suo disegno prediletto la vecchia zia Matilde.
- Che cosa vuoi dunque che faccia
un giorno Ada? La maestra, la sarta?
La fanciulla, già viziata dalle
troppe carezze, scuoteva la testa con una smorfietta, ed egli non sapeva come
replicare.
Quindi colla facilità delle donne
a vedere già realizzati i propri sogni, Caterina s'inteneriva orgogliosamente
sull'avvenire, vedendo Ada mescolata a tutte le signorine delle migliori
famiglie, e più bella di loro fare appena uscita di convento un grande
matrimonio.
- Stasera, poco prima dell'Ave
Maria, ritorneremo dalla zia Matilde per scusarci: verrai anche tu, non me lo
negare. Io ti ho sempre lasciato fare quando hai voluto: ti ho forse mai
disturbato? - proruppe ad un suo moto; - e poi non si tratta di me o di te.
Oramai per noi è finita: che cosa ci può accadere? Invecchieremo così alla
meglio, ma essi hanno bisogno di una buona posizione. Tu hai sempre voluto che
Carlino debba andare all'università; io ti approvo, ma debbo preoccuparmi
anzitutto dell'altra. Io sono la mamma. Un uomo nella vita arriva sempre a cavarsela,
ma una donna se non trova presto marito, senza una buona posizione, può essere
perduta.
- La zia non ci lascierà nulla, -
egli osservò: - sai pure che è pazza per quella sua figlioccia.
- Lo dici tu, io non lo credo.
Sarebbe da parte sua una ingiustizia: è capitale di famiglia, deve ritornare a
noi.
- Deve!
- Non si può gettare via il
capitale della famiglia.
Egli s'irritò.
- Molti lo fanno.
- Hanno torto. Adesso ti diverti
a farmi arrabbiare: verrai anche tu?
- Non ci andiamo, mamma, la zia
Matilde mi fa paura, - protestò Ada agitandosi sulla sedia.
La zuppa inglese, portata
trionfalmente da Anastasia sopra un piatto oblungo, interruppe la
conversazione; i fanciulli batterono le mani strepitando, ma la mamma ne tagliò
subito col cucchiaio la metà per serbarla all'indomani.
- Lascia che la mangino tutta, -
egli disse, intenerito dalla smorfia dei bambini.
- Ma che cos'hai oggi? mi
contraddici sempre.
Egli aveva mangiato quasi come al
solito, obliandosi nelle abitudini di tutti i giorni, fra il pettegolezzo dei
fanciulli, le chiacchiere della moglie e le osservazioni di Anastasia, che si
vantava per la riuscita del pranzo. Però gli era parso che questa, di quando in
quando, lo scrutasse.
- Perché non ne mangia lei? - gli
chiese infatti, vedendolo dare la propria porzione a Carlino.
Allora Ada s'ingelosì.
- Lascia lascia, egli è più
piccolo di te.
Ma sulla fine dei pranzo
l'allegria scemava. I fanciulli non gridavano più, sorvegliandosi a vicenda,
malgrado l'attenzione che mettevano a forbire il piatto della crema; Caterina,
ricaduta nella preoccupazione della zia Matilde non parlava.
Improvvisamente egli si sentì
scoppiare il cuore: non esisteva già più per loro.
- In quale stato pranzeranno
domani!
Eppure nulla era ancora mutato
intorno. La saletta, quieta come sempre, aveva la stessa aria di pulizia e di
modesta agiatezza; la tovaglia, essendo domenica, era bianca, il cavallo di
Carlino dormiva dimenticato sopra quella sedia. Tutto invece sarebbe sossopra
domani: forse il vecchio mansionario scenderebbe lui pure, attirato
inconsciamente dalla paura della morte. Chi sà quali pianti, quali commenti!
Dove sarebbe allora il suo
cadavere?
- Lei non sta bene; - lo destò la
voce brusca d'Anastasia.
- Io!
- Io dunque? proprio lei, che
cosa ha?
- Infatti anch'io ti ho
osservato.
- Ma non ho niente! dammi
piuttosto da bere, ecco. Che cosa debbo avere? Avete paura che muoia?
Aveva cercato di fare la voce
scherzosa, affrettandosi a bere per dissimulare il turbamento, ma quell'ultima
parola lo trascinò.
- Bah! se dovessi anche morire...
- Che discorsi sono questi?
Siccome Carlino aveva finito di
pulire il piatto coi ditini, egli vinto da un impeto di tenerezza si sporse,
afferrandolo sotto le ascelle, e se lo mise sulle ginocchia.
Il piccino rideva superbo.
- Hai ancora il soldo? No? lo
avrai nell'altro abitino.
- Eccolo, papà: guarda il buco.
- Di' alla mamma che ci passi
dentro un cordoncino, e te lo metta al collo. Mi hai promesso di non spenderlo:
manterrai la promessa? Vuoi più bene a me o alla mamma?
Carlino esitava.
- Hai ragione, hai ragione: lei è
migliore di me; va a prendere il tuo cavallone.
Così poté alzarsi per accendere
lo zigaro.
- Dunque siamo intesi; stasera
verrai anche tu dalla zia Matilde, - tornò ad insistere Caterina.
- No, non vengo. Vedrai che
domani verrà lei da te.
- Tu scherzi sempre.
- Già!
Si era rimesso il cappello per
uscire, scordandosi di scrivere quelle lettere; la paura lo riprendeva. Se
fosse rimasto ancora qualche tempo, non avrebbe più saputo come andarsene; poi
capiva che, solo coi bambini anche per un momento, sarebbe scoppiato a
piangere. Fortunatamente il pranzo aveva durato sino alla solita ora, nella
quale usciva a prendere il caffè.
- Me ne vado, - disse due volte,
- senza riuscire a decidersi.
Caterina si era alzata per andare
in cucina, egli la seguì; avrebbe voluto voltarsi per stringere in un abbraccio
furioso le teste dei fanciulli, ma Anastasia rientrava già per sparecchiare.
- Va pure, siamo intesi! - ripeté
Caterina una ultima volta.
Per risposta egli le diede un
gran bacio sulla bocca, fuggendo subito dopo.
Caterina rimase sorridendo di
quella soluzione.
* * *
Nel caffè, a quell'ora, la gente
era già affollata intorno ai tavolini, che lasciavano appena un varco sotto il
loggiato: regnava l'allegria, le voci si alzavano scherzose. Al suo apparire
molti lo salutarono, mentre altri si ritraevano per fargli posto nel solito
crocchio; egli invece si sentiva freddo di dentro. Quel nuovo aspetto di festa
nel pomeriggio lo turbava. Per un momento aveva pensato di andare nell'altro
grande caffè aperto all'angolo del palazzo Rondinini, frequentato dai più
grossi signori, quasi tutti naturalmente di parte moderata, per incontrarvi il
Bonoli e lo strozzino, che di rado vi mancavano. Poi una paura irragionevole,
che tutti a quell'ora sapessero già della sua cambiale falsa mandata in
pretura, lo aveva sorpreso.
Perché non lo saprebbero? Se
Roberti certamente non ne aveva parlato con altri prima di partire, il pretore
poteva bene averne fatto a qualcuno la confidenza; il caso non era molto
probabile, e non di meno, nell'odio improvviso, che si sentiva in cuore contro
quel giovane magistrato, adesso divenuto inevitabilmente il suo padrone, si
ostinava a dubitare. Del signor Bonoli invece e dello strozzino, più
interessati e quindi più facili a tale propalazione, quasi quasi non
sospettava: il perché non avrebbe saputo dirlo.
Quando nello svoltare dalla
fontana vide quel pezzo di loggiato, dinanzi al caffè così gremito di gente, fu
per arrestarsi, ma parecchi dovevano già aver guardato verso di lui. Colla
bruschezza, che dalla lettura di quel biglietto gli aveva così profondamente
mutato il carattere, si decise quindi ad andare innanzi. Se altra volta si
fosse battuto in duello, avrebbe creduto di risentirne quell'emozione
indefinibile allorché i padrini, dopo avervi tratta la camicia e legato il
fazzoletto al polso in qualche angolo appartato, vi dicono improvvisamente, con
voce breve:
- Andiamo.
Non gli accadde nulla. I discorsi
erano gli stessi degli altri giorni; a un tavolino alcuni radicali, tutta gente
della piccola borghesia, vestiti a festa, e quindi con un'aria più importante e
una più grossolana affettazione di chiasso, ciaramellavano di politica; altri
parlavano d'affari, più in là un crocchio di giovanotti discuteva di donne,
naturalmente in termini vivaci ed osceni, i camerieri andavano e venivano,
mescolandosi spesso alla conversazione con una famigliarità poco rispettosa, e
nondimeno punto antipatica in quelle abitudini di provincia.
Sotto il portico cominciava a
passare qualche ragazza: allora tutti gli occhi si voltavano e prorompevano
giudizi sommarii, espressioni scoppiettanti come razzi. Quel giorno non v'era
alcun argomento speciale di pettegolezzo. Egli sedette. Il cameriere,
ragazzotto piccolo e pallido, in giacchetta nera, gli portò al solito il caffè
senza averne aspettato l'ordine, e gli sorrise deponendolo sul tavolo.
Appoggiato colla schiena ad una
colonna egli guardava il Duomo. L'enorme portone di mezzo era socchiuso, e
sull'arco del suo vano si agitava lievemente un drappo rosso, segnacolo di
qualche festa religiosa in quel giorno; la scalinata di granito pareva più
bianca nel sole, la fontana gorgogliava da tutti i propri zampilli, avvolta in
un pulviscolo d'acqua tenue come un vapore.
Tutto quel largo dinanzi al Duomo
sino in fondo alla piazza rimaneva deserto, nessun fiacchero stazionava ancora
presso il caffè, l'omnibus del grande albergo era già ritornato dalla stazione;
solo qualche bicicletta passava tratto tratto nel vuoto, silenziosamente.
Siccome quella gente non sapeva
ancora nulla della sua disgrazia e, sapendola, si sarebbe subito scostata,
colle cautele così pronte ed assennate dell'egoismo, egli tra la distrazione di
quei discorsi tornava a ricordarsi tutto quanto sapeva sopra ognuno degli
interlocutori. Pochi avevano una posizione solida ed equilibrata, ed anche
questi pochi non avrebbero probabilmente davanti ad un giudice, capace di
legger loro nelle coscienze, saputo giustificarne l'origine o il modo: tutti
gli altri vivevano come lui, fuori della propria orbita naturale, rammendando
ogni mattina gli strappi di ogni sera, nella stessa impotenza di frenare i
propri vizi o di guadagnare abbastanza per alimentarli senza pericolo. A
vederli così vestiti e con tale disinvoltura giuliva, un estraneo avrebbe
potuto crederli ricchi e felici, mentre ognuno celava nella propria vita
qualche ignobile controscena di compromissioni domestiche o commerciali,
vergogne di donne comprate o vendute, orrori di figli assassinati nell'avvenire
per inconfessabili passioni. Eppure sarebbero domani i suoi giudici perspicaci,
perché sommerebbero tutte le loro osservazioni su lui, e condannerebbero,
avvelenando la condanna di scherni, per quella inconsapevole necessità in tutti
di separarsi da coloro, che soccombono nella vita. Era così, non poteva essere
altrimenti; se no la gente per compiangerlo avrebbe dovuto condannare se
stessa.
Egli solo si era scioccamente
messo in tale condizione di suicidio, mentre gli altri facendo di peggio
sapevano restare a galla.
Però questa spiegazione
superficiale non gli bastava: un'altra forza oscura spingeva innanzi la vita
d'illusione in illusione, di guaio in guaio, sino alla fine, che interrompeva
tutto senza risolvere nulla. La moglie, i figli, quanti restano dopo,
prorompono in lamenti contro il morto, cercano di rassettare la posizione, e
invece tornano a comprometterla con la medesima serie di vizi e di sciocchezze.
Era questa l'eterna ridda, l'eterna morale: i figli si lagnano dei padri e,
divenuti padri, sacrificano l'interesse dei figli al proprio: le donne, per lo
più morigerate come ragazze, si abbandonano da spose e da madri ad ogni sorta
di eccessi: i patrimoni oscillano, si scompongono, si ricompongono attraverso
un tafferuglio di rapine, di leggi, di prodigalità, di avarizie, di casi
tragici o fortunati, nei quali non si capisce nulla, ed è impossibile
resistere.
Tuttavia in quel momento egli
falsario, deciso a morire della propria colpa senza chiedere soccorso ad
alcuno, si sentiva migliore di quanti lo circondavano. Un orgoglio doloroso gli
gonfiava la coscienza. Invece di scusarsi ai propri occhi come aveva tentato
più volte nella notte, si compiaceva quasi ad ingrandire l'accusa, spremendone
un'acre vanità. Non era egli pronto a morire? Che gl'importava di tutta quella
gente? Quale di loro, malgrado tutte le vanterie, che avrebbero fatto sul suo
conto, affermando l'uno contro l'altro di averlo conosciuto benissimo, saprebbe
solamente indovinare le sue nuove sensazioni in quell'ora? Era una specie di
alterezza, che gli faceva guardare intorno come dall'alto: qualche cosa di
profondo e di freddo, che doveva somigliare alla emozione del comando supremo
per un generale, nel momento di arrischiare sopra l'ultima idea la vita di
migliaia e migliaia di uomini. La morte innalza sempre. Invece di scrutare
nella sua oscurità, il che lo avrebbe daccapo atterrito, si guardava indietro
come per una lontananza, nella quale le cose e gli uomini perdevano
coll'esattezza del rilievo quasi tutta la propria importanza. Che cosa era mai
la vita, a pensarci bene? Egli avrebbe sempre seguitato a quel modo, con le
solite soste al caffè, sempre fra quelle persone, quei discorsi, senza una
speranza mai di mutare, di salire, di provare qualche cosa di nuovo.
Null'altro. Tant'era dunque andarsene prima che la vita divenisse solamente un
seguito interminabile di ore nel vuoto di una prigione, e dopo, più
tristamente, un fuorviare fra la folla per evitare certe persone, per cansare
certi sguardi; poi, rabbuffi strazianti in casa dalla moglie e dai figli, fuori
un bisogno sempre più umiliante di trovare un impiego, un modo egualmente
indispensabile ed impossibile di guadagno.
- Oh! non dici niente oggi? - gli
si volse Cavina, un giovane mastro-muratore dalla fisonomia
malaticcia, che la passione e una tal quale raffinatezza di gusto nella musica
rendevano al tempo stesso simpatico ed un po' avversato.
- Pensi ai miei debiti o ai tuoi?
- seguitò con lo scherzo solito fra di loro, che, troppo desiderosi di
spendere, finivano collo sbertarsi reciprocamente sulle angustie della propria
posizione.
Egli sussultò.
- Sono così, non lo so; - ma gli
parve subito dopo di avere risposto male.
Il muratore confessava che
sarebbe andato volentieri alla prima rappresentazione del Lohengrin: c'era
tempo ancora, un treno partiva sulle quattro.
- Bisognerebbe avere cinquanta
franchi da buttar via.
- Perché cinquanta franchi?
- Sai, dopo il teatro viene la cena,
la donnetta...
Si rideva: altri sarebbero
partiti con lui per Modena, avendo in tasca i cinquanta franchi, meno ancora
per ascoltare la musica del Lohengrin che per il piacere della gita.
Allora Romani ebbe un impeto di
sdegno.
- Perché spendere cinquanta
franchi? Sono cose che bisogna lasciarle fare ai signori.
- Ai signori! - un altro replicò
celiando - ma sono un signore anch'io, quando spendo cinquanta franchi in una
sera: vuol dire che per quella sera ho cinquanta franchi di rendita.
Tutti risero.
Romani si accorse trepidando di
essersi lasciato trasportare dalla collera contro quella falsa facilità del
vivere, che lo aveva condotto all'ultimo punto: quindi per distrarre
l'attenzione rimise il discorso sul Lohengrin. Allora tutti protestarono: non sarebbe
mancato altro che, non potendo assistere alla rappresentazione, ne avessero
dovuto subire la disquisizione da Cavina.
Ma questi, che parlava benino,
non resistette; da pari suo aveva letto troppo o si ricordava abbastanza le
spiegazioni del mito lohengriniano.
- È un gran bel finale, -
concluse dopo non molto, giacché s'imbrogliava nel patto fra Elsa e Lohengrin;
- nessuno muore, eppure è una tragedia. Lohengrin ritorna in cielo col cigno: è
un motivo, che fa venire la pelle d'oca, lo stesso motivo, col quale viene
rimandato il cigno nel primo atto; ma nessun musicista avrebbe mai saputo
trovarne uno uguale. Poi è di una naturalezza! - seguitò animandosi: -
Lohengrin canta perché non deve morire, mentre in tutti gli altri finali
italiani si ammazzano il tenore e la donna obbligandoli a cantare con tutte le
loro forze. Ciò è falso: un ferito, un moribondo non possono cantare; sì, altro
che cantare in quel momento!
- Ma in teatro...
- Che c'entra? In teatro si deve
rappresentare la verità. Il finale del Rigoletto è bello, lo concedo anch'io,
ma la donna trapassata da un colpo di spada come potrebbe cantare? Sono
convenzionalismi, che hanno fatto il loro tempo: io dico che la musica deve
rispettare le situazioni drammatiche, e non pretendere di far cantare in
condizioni impossibili. C'è l'orchestra appositamente: perché il maestro non la
fa cantare invece del tenore o della donna? Sì! il duetto della barella nella
Forza del Destino! Don Alvaro ferito a morte, che urla come un dannato! Tiriamo
via. Io credo che non solo un moribondo o un ferito, ma nemmeno un condannato a
morte, proprio all'ultimo momento, lo si possa far cantare. Che cosa ne pensi
tu, Romani?
- Mi pare che hai ragione.
- Perché? Si sono visti tanti
condannati salire il patibolo indifferentemente, - disse un altro.
- Indifferentemente! Metti loro
una mano sul cuore... Ti sentiresti tu di cantare nei loro panni? - ripeté
ostinandosi in questa, che a lui pareva una grande idea novella in arte.
Ma la conversazione deviò ancora.
* * *
Mentre il passeggio della gente
cresceva pel largo del Duomo e sotto i portici, gli avventori del caffè si
diradavano. Le donne sfilavano vestite a colori vivaci, in ritardo dalla moda e
non pertanto esagerandola con una volgarità di tagli e d'intenzioni, alle quali
la goffaggine del portamento finiva col dare un non so che di maschile. Egli,
divenuto più perspicace, interrogava curiosamente ogni fisonomia per indovinare
sotto la sua maschera della domenica il segreto di tutti i giorni. Quindi si
accorse che in quella bruttezza di quasi tutte le donne mancava appunto ciò che
avrebbe potuto riscattarla, l'incantevole e delicata debolezza del sesso. Fu
come una rivelazione per lui. Invece colei, che lo aveva perduto, era donna nel
più profondo significato della parola. La paragonò mentalmente per cinque
minuti a quante passavano, senza arrivare alla spiegazione della sua
superiorità: in che cosa consisteva? Dove era adesso? S'immaginava nemmeno che
egli potesse trovarsi così?
Erano le cinque.
Fuori di porta Montanara, per lo
Stradone, il passeggio doveva essere incominciato.
Daccapo non seppe che cosa fare.
Dinanzi all'altro caffè la larga distesa dei tavolini arrivava insino al palco
della banda, senza un avventore; si ricordò del primo pensiero, svoltando alla
fontana, di andare piuttosto a quel caffè, dove capitavano il signor Bonoli e
lo strozzino. Allora non aveva osato, adesso gliene ritornava un desiderio
malato.
Siccome era rimasto solo al
proprio tavolo, si alzò senza salutare alcuno, giunse in fondo al portico, ne
discese i gradini, e si mise all'ultimo tavolino presso l'ultima colonna.
Chiese il Secolo ed un
gelato. Ma, così solo, gli tornava la paura.
- Quanto ci vorrà ancora, prima
che sia sera?
Rapidamente pensò ai nuovi
incontri, ai discorsi che dovrebbe ascoltare, a quelli cui sarebbe inevitabile
rispondere, alle combinazioni, ai casi inavvertiti tutti gli altri giorni.
Avrebbe potuto tradirsi senza accorgersene. Di quando in quando rimaneva senza
forze, in una attonitaggine, dalla quale lo toglieva la sensazione improvvisa
del pianto, che stava per sfuggirgli. A quanto doveva compiere nella notte
aveva deciso di non pensarci, anzi era sorpreso di scordarsene tratto tratto.
Come avveniva ciò? Nessuna di quelle terribili strette, di quei dolori
trafiggenti, sotto ai quali nella notte aveva creduto tante volte di svenire,
gli si era ancora rinnovato: le ore passavano, dandogli solamente una
sensazione vacua, come se ne provano assistendo a certi spettacoli senza
prendervi interesse. In tale momento il luogo più deserto era appunto il caffè,
ma il suo isolamento avrebbe finito coll'essere notato anche lì. Dove andare?
Non aveva nulla da fare; e poi a che scopo lo avrebbe fatto?
In questa impassibilità stava già
la morte.
Oramai era fuori del mondo, non
apparteneva più a nessuno, non aveva più nulla. La vecchiezza non deve essere
altro che la lenta progressione di questo sentimento, l'abbandono reciproco di
tutti verso uno e di uno verso tutti per una solitudine annebbiata, silenziosa,
immobile.
Aveva acceso un altro sigaro.
Guardò alle notizie del giornale
senza fermarsi ad alcuna, poi le appendici lo attrassero: Un Idillio tragico,
di Bourget; I milioni della scema, di Montfermeil: nel primo la scena era a
Montecarlo, nei saloni da gioco rutilanti d'oro, invasi da una folla
cosmopolita, di tutti i costumi, di tutti i gradi, di tutte le fortune.
L'autore dipingeva finamente e rapidamente; egli ebbe la sensazione di
quell'ambiente, nel quale la gente andava per tentare di non morire, ottenendo
da una vincita la guarigione della propria vita anemica di oro, di fede, di
speranza, di amore, perché presso alla morte tutto si fa pallido. E in quella
folla, nella quale l'egoismo delle disperazioni non permette lo scambio di
alcun sentimento, e fra quelle le pupille chine e vacillanti sui tavoli nello
stesso sogno di riscatto; fra quel silenzio, che neppure il delirio della
salvezza improvvisa o la sùbita rivelazione della morte arrivano a turbare; in
mezzo a quella moltitudine famelica di ozio e di ricchezza, dentro il profumo
dei fiori, l'incendio dei lampadari, la pompa abbacinante di un lusso
divoratore, Bourget aveva messo due incantevoli figure di donne, sorridenti in
un dialogo di amore.
Egli ne lesse le prime battute
affascinato, arrestandosi in fondo all'appendice, quasi colla stessa sensazione
che se si fosse urtato in un muro.
A Montecarlo il suicida tenta di
forzare ancora una volta la fortuna; può bastare un solo scudo per ritornare
felice e trionfante alla vita. Quanti vi avevano vinto la posta della propria
esistenza! Quanti altri l'avevano perduta! Erano più i primi o i secondi?
Quanti suicidii si compiono all'anno in Italia, in Europa? Egli non lo sapeva,
ma se qualcuno gliene avesse detto la cifra enorme, gli sarebbe parsa
esagerata: nullameno ebbe come una vaga visione di questi volontari della
morte, strano esercito senza generale e senza disciplina, che tutti gli anni si
esauriva sino all'ultimo soldato, e si rinnovava tutti gli anni inutilmente.
Ogni suicida credeva di agire solo: qualche volta morivano a poca distanza
l'uno dall'altro, egualmente separati dalla differenza dei motivi. Chi poteva
dire davvero il perché di un suicidio? Egli stesso non avrebbe saputo definire
il proprio caso; le ragioni erano molte, forse una per una non sarebbero
bastate, forse neppure la loro somma diventava decisiva... Egli ci aveva
pensato molto, poi si era accorto di non poter concludere.
Era a questo punto, quando
Gualtiero Ponti gli batté la mano sulla spalla:
- Anche tu leggi il nuovo romanzo
di Bourget: bisognerebbe invece, mio caro, poter andare a Montecarlo e vincere.
- Vincendo, che cosa faresti tu?
- Mi divertirei.
- Come?
- Seguiterei a giocare.
E l'allegro giocatore, del quale
aveva il giorno prima tentato di scontare indarno la cambiale, rise al pensiero
di chiudere così la parentesi della propria vita.
- E la cambiale? - chiese.
- No, è stato impossibile.
- Allora?
- Allora!
L'altro si era voltato a guardare
una donna.
- Ma quando sarai rovinato? -
domandò Romani, che provava un bisogno crudele di affliggerlo, benché quello
scapestrato non gli avesse fatto alcun male.
Gualtiero Ponti si contentò di
alzare le spalle.
- Andiamo a fare un giro per lo
Stradone? fra poco verranno Tamberi, Marzocchi; sai, questa notte Marzocchi ha
perduto settecento lire, io mi ero rifatto, poi ho finito col perderne
settantacinque. Ceniamo insieme?
Non si era ancora seduto. Era un
giovanotto piccolo, brutto, coi baffi a spazzola, la testa rotonda e già calva,
che mostrava indifferentemente, giacché si era tratto il cappello per
asciugarsi il sudore, rimanendo così a capo scoperto; un tic nervoso gli faceva
di quando in quando scattare le dita della mano destra.
- Tu non ci pensi dunque? -
insisté ancora Romani.
- A che cosa serve il pensarci?
* * *
Non c'era altra filosofia nella
vita: sciaguratamente non bastava, perché giungeva il momento di dover pensare
per forza. Finirebbe così anche colui? Istintivamente rispose di no,
conoscendolo troppo bene per supporlo capace di un simile sforzo. Tuttavia in
quel momento, per una specie di giustizia che si sentiva dentro, avrebbe avuto
bisogno di credere che per lui pure sarebbe venuta quell'ora insopportabile di
espiazione.
Quindi n'ebbe come uno scatto
violento.
- Te ne vai? chiese l'altro,
vedendolo alzarsi.
- No, debbo fare una lettera.
- Va' dentro nella sala a
scriverla: ti aspetto qui.
Infatti qualche cosa bisognava
che scrivesse. La prima idea fu di rivolgersi alla zia Matilde per
raccomandarle i bambini; non voleva dir altro, non ne sarebbe stato capace. Si
era messo all'ultimo tavolino presso la porta, che dava nella seconda sala del
bigliardo: notò che due vecchi lo guardavano.
Aveva la mano ferma. Gualtiero
Ponti si affacciò dalla strada alla vetrina; allora egli si affrettò.
Cara zia,
2 maggio 1896.
Vi raccomando i miei bambini,
abbiate pietà di loro che sono innocenti; io sconto tutte le mie colpe colla
morte.
E firmò, avvolgendo come al
solito tutta la firma dentro il riccio dell'ultima i.
– Hai fatto presto, - gli disse
Ponti avvicinandosi.
L'altro aveva già chiuso la
lettera nervosamente, la mano gli tremava nello scrivere l'indirizzo.
- Dammela: te la getto nella
buca, mentre vado dal tabaccaio a comprare le sigarette, altrimenti potresti
scordartene, come accade quasi sempre a me.
Romani rimaneva perplesso; se
impostava la lettera, la cosa diventava irrevocabile. Una nebbia di sangue gli
salì dal cuore agli occhi.
Quasi senza comprenderlo, si
cercò in tasca il soldo per il francobollo.
- Va! ce lo metto io, - disse
Ponti colla mano tesa per ricevere la lettera.
Quindi la prese senza guardare la
soprascritta, e uscì dal caffè.
Romani non si poteva muovere, ma
pensava, rabbrividendo:
- In ultimo, vi è sempre qualcuno
che vi spinge.
* * *
Poiché avevano mutato luogo alla
stazione ferroviaria, costruendone poco lontano un'altra più ricca e più goffa,
la strada fuori di Porta Vecchia a quell'ora non era più frequentata come in
altri tempi. Egli dopo aver errato per molte vie della città, aveva finito per
infilare quella; il sole si piegava al tramonto, dalla campagna veniva una
frescura di verde umido e di piante in fiore.
S'imbatté in don Procopio, il
mansionario, che abitava al disopra di lui; il vecchio ottantenne girava ancora
solo, con passo abbastanza sicuro senz'altro appoggio che un bastone dal pomo
di avorio ingiallito. Era vestito del solito vecchio soprabito con una leggera
mantellina al disopra, tutto lindo e rasato di fresco: i capelli bianchi,
troppo lunghi, gli uscivano in ciuffi dagli orecchi.
- Lei! - esclamò Romani.
Il vecchio gli sorrise, scoprendo
due ammirabili fila di denti troppo lunghi, di un bianco gialliccio. Romani si
era fermato.
- Dove va? - disse, cedendo
finalmente al bisogno di una conversazione.
- Poco lungi, figliuolo mio. Nihil
est longe a Deo: è l'avvertimento di Santa Monica al suo figlio Agostino.
Ma l'accento tranquillo
contrastava con la lirica minaccia del motto latino.
- Sono stato sino alla sbarra
della ferrovia.
- Ritorni ancora indietro con me.
- Nella sera si fa fresco, io
sono vecchio e mi avvicino al termine.
- Che importa? - proruppe
l'altro: - bisogna ben finirla una volta con questa vita.
- Eh! finirla... finirà certo.
Quando si è giovani si parla male della vita, perché non se ne capisce il pregio,
e al più piccolo contrasto si pensa persino male di Dio.
- Perché dunque permette egli
tante infamie? Perché vi è della povera gente, che deve morire in miseria dopo
aver fatto ogni sforzo per non meritarla, mentre i farabutti riescono sempre in
quello che vogliono?
- Lo sapremo dopo, figliuolo mio:
finché viviamo, bisogna rispettare la vita come un dono di Dio.
- Poteva tenerselo.
Ma siccome la voce gli aveva
tremato, il vecchio si fermò a guardarlo in viso.
- Non vi è altro in questo mondo
che la vita: che cosa volete vi sia di più importante?
- Come mai dunque certuni se la
tolgono?
- Pazzie, suggerimenti del
demonio! Tutti i dolori passano, è questione di pazienza: dopo, pensandoci, si
resta sempre sorpresi di aver disperato. Vedete, io che sono vecchio, ho avuto
anch'io le mie disgrazie, i dispiaceri... e poi, se si potesse ricominciare,
ricomincerei.
- Lei non può avere sofferto
veramente nella vita; bisogna esserci dentro per provarla e comprendere come alle
volte non c'è altro modo di cavarsela che andandosene. A che cosa serve la
pazienza, quando non c'è più alcuna speranza?
- Volete farmi parlare perché
sono prete, non è vero? Oggi tutti i giovani, che discorrono con noi,
pretendono d'imbarazzarci; ma voi stesso in questo momento non potete essere al
caso di giudicare sulle tristi condizioni, che spingono certi infelici al
suicidio.
Romani si era arrestato,
aspettando la sua opinione, ma il vecchio tacque. Andava adagio, soffermandosi
spesso a guardare quelli che incontravano, mentre una collera sorda spingeva
l'altro a bestemmiare davanti a questo prete, il quale pretendeva naturalmente
di rappresentare Dio e di poter parlare in suo nome.
Quindi seguitò:
- Si fa presto a dire che uno, il
quale si uccide, è pazzo; ma se non lo fosse? Moltissimi dànno prova del
massimo sangue freddo sino all'ultimo istante.
- Pazzi, pazzi! La chiesa
permette appunto il loro seppellimento in terra benedetta, perché li considera
pazzi. Ma se non c'è altro al mondo che la vita, la quale ci fu data per
guadagnarne un'altra migliore! Lasciate correre, sono fandonie delle moderne
filosofie; ma intanto tutti questi filosofi e questi poeti, che bestemmiano la
vita, tirano a campare.
- E quelli che si ammazzano?
- Matti!
- Non è vero! - proruppe: - Vi
sono delle circostanze, nelle quali il suicidio diventa l'azione più onesta e
più utile, che un uomo possa fare. E poi, perché si deve tribolare tanto? Se
Dio...
- Non bestemmiare, figliuolo mio.
- Non bestemmio; se Dio fosse
giusto...
- Andiamo, andiamo, - ripeté il
vecchio, alzando un pochino la canna in segno di disapprovazione; ma il fischio
della vaporiera li interruppe. Si fermarono, il cantoniere chiudeva dinanzi a
loro la barriera.
- Passa il vapore, lo vedremo, -
disse il prete, voltandosi verso la stazione invisibile, alla quale il treno
doveva essersi arrestato.
Anche Romani non parlava più;
l'affermazione così sicura di quel vecchio sulla vita lo aveva scosso; capiva
che confessandogli anche la propria tragedia, non solo non lo avrebbe commosso
abbastanza da farlo vacillare nelle proprie convinzioni, ma nemmeno da
intenerirlo. I vecchi non si appassionano più per alcuno, ma, chiusi in se
stessi, si nutrono dei propri giorni, adagio, come per farli durare
maggiormente. Quindi rimaneva irritato; il bisogno di discutere, senza
rivelarlo, il proprio suicidio, lo tormentava sempre più dolorosamente. I dubbi
filosofici, i terrori religiosi della mattina lungo l'argine del fiume,
tornavano a sopraffarlo dinanzi a quel prete, che rappresentava la doppia
rivelazione della vita e della religione. Egli doveva sapere per aver provato,
e perché credeva senz'alcuna incertezza.
Lo esaminò.
La sua faccia esprimeva una calma
senza nessuna vivacità, adesso che la vita era per lui ridotta al minimo; non
diceva nemmeno più la messa, tutto si riduceva al pranzo e a quella
passeggiata. Eppure era come tutti gli altri; nessuno voleva pensare alla
morte.
Egli invece fremeva. Dopo aver
lasciato impostare quella lettera, un nuovo orgasmo lo aveva obbligato a
muoversi, quasi a fuggire, solo nelle strade, per non tradirsi con qualche
scoppio irrefrenabile. Che cosa gli importava della vita? In quel momento, pur
di finirla subito, avrebbe accettato anche la morte più dolorosa. Era la
rivolta degli animali deboli, che trovano nella disperazione il coraggio
dell'attacco.
Quel prete di una religione, che
secondo la gente ha un balsamo per tutti i dolori, non aveva indovinato in lui,
non aveva sentito niente nella sua voce! Un sorriso amaro gli contrasse le
labbra.
Un altro fischio acuto,
prolungato, fendé l'aria; s'intesero gli scoppi di un'enorme respirazione che
si avvicinava, si vide in alto uno stendardo azzurrognolo di fumo, e il treno
passò alla barriera rapido, nero, perdendosi nella campagna, che si assopiva
languidamente sotto il tramonto.
Don Procopio lo aveva seguito
cogli occhi:
- Quello sarà sempre giovane,
mentre i nostri cavalli, - e si batté una gamba colla canna - non vanno oramai
più!
Romani era diventato pallido come
un cencio; nei suoi occhi sbarrati vi era la fissità dell'agonia, che non vede
più o vede già troppo lontano.
* * *
Non aveva potuto parlarne nemmeno
col prete.
Questa impossibilità di trovare
un'anima, nella quale riversare tutta l'angoscia della propria, gli era
diventata uno spasimo maggiore della stessa necessità di uccidersi. Sino dalla
notte, dopo la lettura di quella lettera, resisteva all'angoscia di rivoltarsi
per terra mordendo qualche cosa: invece aveva dovuto comporsi una maschera
simile al volto di tutti i giorni, perché nessuno si accorgesse di quello che
soffriva. Gli pareva di essere un sonnambulo, colla coscienza di non poter più
uscire dal proprio sogno. La vita seguitava intorno a lui più intensa di prima;
la luce animava le cose, l'aria vibrava, alitavano profumi, i rumori salivano
dalla terra mescendosi in una sonorità inesauribile, dentro la quale passava
un'altra infinità di musiche, mentre la gente affaccendata di sé medesima
sembrava non accorgersi neppure del tramonto imminente. Non poteva essere che
così. Era come di quelle danze che i più piccoli insetti fanno nei raggi del
sole: volano, si riproducono senza posa, in una confusione ardente ed
instancabile, e quello che si arresta un istante, cade non visto nell'ombra,
sulla terra. Nessuno può fermarsi al dramma o alla morte di un altro, perché il
dramma è in tutti, e tutti debbono morire; la pietà è appena un sorriso, che si
volge ai feriti capaci di rialzarsi; per quelli che soccombono, la
disattenzione previene già l'oblio.
Egli stesso non sapeva più che
cosa dire agli altri; si sentiva come una di quelle foglie galleggianti nel
fosso sotto il temporale del suo sogno: che cosa avrebbe potuto dire una di
quelle foglie morte alle erbe dei margini sbattute dalla corrente? Il problema
della morte è più lontano e più in alto della vita, dove il tempo dilegua
nell'eternità; e quando l'anima s'affaccia nuda a tale problema, se non vi
scorge qualche cosa nel buio, ciò vuol dire che la luce della lampada accesa
dalla religione in quelle insondabili profondità si è spenta. Il giorno cadeva.
Un vapore si distendeva pel cielo, abbassandosi lentamente sull'aria, che si
raffreddava; gli oggetti si velavano incertamente, la moltitudine pareva
calmarsi. Però le sue voci si facevano più inquiete, tutti i passi si
affrettavano. Le grida degli uccelli erano cessate all'improvviso nell'oscurità
misteriosa del fogliame: dentro le finestre, prima incendiate dal sole, il buio
si era fatto denso come un panno nero, le strade piene di popolo avevano una
ondulazione di marcia sotto la notte imminente.
Egli aveva oramai finito quel
giorno.
Le campane della sera
disperdevano il proprio gemito nel silenzio delle lontananze, come
un'invocazione saliente dalla terra dinanzi al terrore delle tenebre, che
stavano per sommergerla. Nell'agonia di tale fine, che non aveva mai avvertito
prima di allora, gli parve che la morte sfiorasse tutte le cose. Quanto era
succeduto in quel giorno, non succederebbe più, era già perduto
irrevocabilmente dove tutto si perde, ciò che fu e ciò che dovrà essere, perché
la vita non è appunto che una evanescenza, un suono di suoni, un'ombra di ombre
vagolanti in un infinito infinitamente remoto.
La sua anima si ravvolse nel
lungo brivido di quella solitudine, che solamente il pensiero avrebbe potuto
riempire. Poi il crepuscolo si oscurò ancora, le prime stelle spuntarono dalla
volta del cielo, mentre per la città si accendevano i primi fanali, fra un
mormorio più indistinto di voci, al disopra della folla, che dileguava nella
oscurità delle strade.
Ma le stelle crescevano sempre
nel cielo opaco, troppo grandi e troppo vivide perché la notte potesse
appannarle: miriade di mondi viventi di un'altra vita inesplicabile alla
nostra, malgrado tutte le rivelazioni della scienza e della fede.
Che cosa c'era lassù? Più alto di
lassù?
Dio?
Un minuto dopo la morte, questa
domanda sarebbe ancora possibile?
* * *
Egli soccombeva all'umiltà di un
annichilimento finale. La sua volontà si era disciolta al pari di ogni altra
cosa nell'ombra, come in un ritorno alla primordiale indeterminatezza
dell'essere; non soffriva più. Persino quest'ultimo dubbio, balenatogli più in
alto, oltre lo splendore delle stelle, si era spento con tutto quanto moriva
intorno a lui, nella dissoluzione della notte. Che importava il motivo della
morte, quando bisognava morire?
Il medesimo silenzio penetrava in
tutti i cuori, la stessa ombra in tutte le teste: non si poteva essere
immortali; perché noi pretendevamo dunque di esserlo?
Vi era differenza nella morte?
Che cosa era il suicidio? Si muore di tutto, tutti si suicidano, giacché ogni
gioia troppo intensa, ogni dolore troppo acuto ci costa forse un giorno:
qualunque opera ci toglie quella parte di noi stessi, colla quale la compimmo;
i nostri figli sono i nostri parassiti sino al giorno che, non potendo più
nutrirsi di noi, ci abbandonano per soccombere altrove. In qualsivoglia momento
la morte è sempre la stessa: un terrore, un'angoscia, e la soffocazione in
fondo. Non ci si pensa, perché tutte le idee adunate intorno alla morte,
paradisi, inferni, non riproducono che teatralmente il nostro oggi sullo sfondo
di una notte senza domani.
Quando l'ora della morte è
suonata bisogna rassegnarsi: non è sempre così davanti a tutte le difficoltà
della vita? Si chiudono gli occhi, e si ingoia il bicchiere dell'olio di
ricino, come fanno i bambini.
Una carrozza, che gli passò
accanto fragorosamente, coi fanali accesi, gli ridiede la visione del treno
sbuffante, fumante, coi grandi occhi sbarrati nella notte, come se venisse
contro di lui, e tutta la terra intorno tremasse sotto la violenza del suo
impeto.
* * *
- Vieni con me dalla Marietta: è
arrivata una ragazza d'Imola.
Romani alzò la testa, Gualtiero
Ponti seguitava:
- Venturini dice che è bella,
vieni con me: poi ceneremo.
Ma sebbene la domanda fosse
insistente, la voce rimaneva fredda; Romani stava seduto alla cantonata del
caffè Rondinini, in quell'ora pieno di gente, sotto il chiarore rossastro dei
lampioni a petrolio: tutti erano vestiti a festa. Era la prima ora del
passeggio notturno, per la piazza e sotto il loggiato dei signori; le ragazze
passavano a frotte negli abiti chiari, sorridendo fra gli sguardi, che le
cercavano avidamente. Romani si era seduto, solo, a quell'angolo. Una
stanchezza malata aveva finito di vincerlo, dopo tutte quelle corse fuori e
dentro la città: si era cacciato per molti vicoli, sino alle mura, che da Porta
Pia vanno a Porta Montanara dirimpetto alla linea delle colline, e anche là
aveva trovato la stessa gente, coppie di amanti, torme di bambini, crocchi di
mamme, e, tratto tratto, un vecchio, che passava come un'ombra nell'ombra
sempre più densa della sera.
Gli era rimasta negli orecchi la
cantilena di alcune voci.
- Dove ti sei nascosto oggi, che
non ti ho più visto? - ridomandò Ponti.
- Ho girato.
- Solo?
- Così... non sempre, - si
corresse, ricordando l'incontro con don Procopio.
- Dunque vieni?
- No.
- Perché? Vieni.
- Non ne ho voglia.
Sopraggiunse un altro, al quale
Ponti fece la stessa proposta, e che accettò.
Romani rimase solo daccapo.
Perché non aveva accettato? Era
stato un rifiuto istintivo, ripugnante, quasi di un ferito, che qualcuno,
stupido o villano, invitasse a ballare, poiché gli era accaduto di ricusarsi
così nella giornata ad altri inviti, sempre colla stessa sensazione amara di
disgusto. Il passaggio delle donne, che talvolta a quell'angolo gli sfioravano
quasi il ginocchio colla gonnella, lo tirava inconsciamente ad altri pensieri:
qualche profumo vaporante dalle vesti errava nella sera, nomi femminili
salivano dai crocchi vicini a lui, mentre al di là della strada, in quel largo
dinanzi al loggiato, fra i tavolini, molto signore si erano già fermate, e i
camerieri correvano affaccendati, recando o togliendo i bacili. La festa
diventava più tentatrice nelle ombre della notte; pochi bambini erano ancora in
giro, nell'aria agitata da uno scirocco leggero soffiavano improvvise caldezze.
Le donne, quasi belle a quell'ora, avevano nel passo qualche cosa di diverso,
un'ondulazione, che gli abiti festivi rendevano più provocante, quindi
voltavano il capo allungando i sorrisi, o si chiamavano fra loro a sussurrare
una confidenza non difficile ad immaginarsi. Egli si accorgeva di osservare
tutto questo intorno a sé. E quell'invito brutale di Ponti gli ritornava più
insistente dalla varietà di quella scena trepida di voci e di fruscii
femminini. Perché aveva adunque rinunciato? Fra la folla delle donne ne
distinse alcune, delle quali in gioventù era stato l'amante: passavano come le
altre, sedotte e seduttrici, in quella prima notturna promessa della primavera.
Si capiva, si vedeva che la gente, immemore delle proprie sciagure, o magari a
cagione di queste, voleva esaltarsi gaudiosamente in tutte quelle sensazioni,
che, risvegliate dai rapidi contatti della strada, nei brevi incontri ai caffè,
ingrosserebbero a cena fra la crapula dei discorsi e la fiamma dei bicchieri,
per irrompere più tardi nei convegni colle donne irritate dalla troppo lunga
attesa.
Egli stesso aveva fatto così
mille volte, senza riflettervi.
Conosceva quelle stanze della
Marietta, nell'angolo di un vicolo, sopra un'osteria, poco lungi dalla piazza.
La Marietta, non ancora vecchia, pareva quasi un uomo alla durezza della
fisonomia e con quella voce grossa. Raramente capitava da lei qualche bella
ragazza.
Se avesse seguito Ponti, non vi
sarebbero in due rimasti più di mezz'ora, giacché in quel luogo si entrava e si
usciva, avendo preso tra le braccia per cinque minuti una donna incognita, come
lungo la strada i carrettieri si arrestano talvolta ad una bettola e vi bevono
un litro in piedi, presso il banco dell'oste. Anche Camilla doveva spesso aver
fatto come le altre, prestandosi all'amore momentaneo, nel baratto assurdo di
un bacio contro uno scudo, senza piacere, senza pudore, senza memoria. Si
ricordano forse certe cose e certi appuntamenti? Ma se ciò non fosse, forse la
gente impazzirebbe; tutto nella vita ha la propria immagine falsa, l'amore e la
gloria, il vizio e la virtù, e quando il sangue fermenta improvviso, o l'anima
non resiste più alla visione di sé medesima, si ricorre a queste falsificazioni
come ad un rimedio, che placa il male senza ingannarlo e ci lascia, nella
prostrazione dello sforzo compito, una più pronta facilità al riposo.
Il suo sguardo frugò rapidamente
la strada, che da quell'angolo del caffè Rondinini saliva parallelamente al
Corso, per vedere se Ponti ritornava, pentendosi già in cuore di non averlo
seguito. Tutto quell'incubo di morte, così soffocante da venti ore, gli faceva
schizzare dalla coscienza un desiderio acuto, quasi stridente, di gustare anche
una volta quel piacere che, falsato, rimane pur sempre senza confronto con
alcun altro. Perché resistere? Aveva egli paura che gliene fosse domandato
conto dopo la morte? Come quei condannati, cui era tutto permesso nell'ultimo
giorno, e che si sentivano prendere subitamente da golosità frenetiche, egli
avrebbe voluto adesso una donna a qualunque costo; era quasi un orgoglio di
sfida lanciato al mistero della tomba, un estremo impeto di profanazione contro
tutto quanto stava per abbandonare. Le stesse contraddizioni, delle quali nel
giorno aveva tanto sofferto, gli si mutavano in un bisogno anche più spasmodico
di afferrare per l'ultima volta la vita nel suo momento più intenso, e
spremerla, col superbo sottinteso della morte, in una sola stretta. Pregustava
già una gioia acre nel constatare l'inintelligenza della donna davanti
all'orrore imminente di tale tragedia, con quella falsità di carezze sempre
uguali nell'amore gratuito o venduto.
Sul marciapiede di contro, rasente
all'ultimo gradino della grande scalinata, in quel momento passò l'Anitra, una
donna di trent'anni, cui il portamento dei fianchi troppo bassi aveva meritato
questo nomignolo: era sola, vestita al solito con una certa modestia, malgrado
il proprio mestiere di etèra plebea.
Si alzò di scatto per seguirla,
nessuno gli aveva badato.
Dovette passare attraverso molti
gruppi di donne, ma dai loro sguardi si accorse subito di essere sospettato,
perché andava troppo dritto su quella traccia. Sapeva dove ella abitava: un
vicolo remoto, lercio, dal nome purissimo «Delle Vergini»: ma l'Anitra rasentò
la fontana a sinistra.
Si era accorta di lui.
Allora egli non osò più
accelerare il passo, il pentimento lo ripigliava.
Ella proseguiva adagio, con quel
suo pesante ondulamento delle anche, che si distingueva bene nell'ombra rotta
dai fanali. I capelli neri le facevano un grosso mazzo sulla nuca.
La gente si rarefaceva ancora,
lungi dalla piazza, l'ombra s'infittiva: egli passò sull'altro marciapiede per
essere più libero.
- Perché non la fermo? - si
chiese, senza saper rispondere.
Tuttavia quell'orgasmo gli
durava, si sentiva battere il cuore, come altre volte recandosi a qualche
convegno passionale; aveva i sensi irritati e quella leggerezza, che il
desiderio della donna sembra dare a tutto il corpo.
L'altra rivolse la testa.
Egli la riconobbe: il suo viso
tondo dalle guance troppo rosse, col mento quasi da bambina, gli occhietti
chiari. Gli parve di distinguere persino quella riga grassa sotto il collo, la
cosa che più in lei gli era piaciuta.
- Non ha altro lei! Anche
Camilla, che cosa aveva di più? Quando si è eccitati, si farebbero delle pazzie
per loro, e dopo non ne resta niente. Le donne sono tutte uguali: Caterina
getterà qualche urlo, poi non ci penserà più, come le altre. Gli sciocchi siamo
noi, a credere che esse ci amino. Chi ama? Io stesso, che mi sono rovinato per
questo, amo forse Camilla adesso?
Intanto proseguiva sul
marciapiede, sempre alla stessa distanza.
Un uomo fermò l'Anitra, che girò
ancora la testa indietro; egli si arrestò, mentre i due invece seguitavano
innanzi chiacchierando a bassa voce.
Allora svoltò al primo vicolo
allungando il passo per ritornare in piazza. Erano le otto e mezzo.
Improvvisamente, tra quella moltitudine festiva, si ricordò di una biroccia
incontrata nel pomeriggio, lungo la strada di circonvallazione, dinanzi al
nuovo macello. L'aveva guardata con una sensazione di stupore, poi non ci aveva
pensato altro. Era una delle solite biroccie, verniciate di turchino, dalle
ruote alte, tirata da un grande mulo secco; un vecchio carrettiere senza giacca
le veniva di fianco, con un mozzicone di frusta nelle mani e una pipetta quasi
senza cannuccia fra i denti.
Egli si era dovuto ritrarre
sull'orlo del fosso per non lasciarsi schiacciare, seguendola collo sguardo
sino alla svolta della strada, dove il canale si allarga in una immensa
pozzanghera.
La biroccia, colma di stracci e
scossa da un triste tremito di paralisi, pareva tratto tratto stridere
lamentosamente sotto il cumulo delle miserie, che le gonfiavano i fianchi. Gli
stracci, gettati gli uni sugli altri a palate, si confondevano in un colore
sudicio, dentro al quale qualche cosa biancheggiava ancora, un rimasuglio di
candore fra tutte quelle immondizie lasciate indietro dalla vita, e nullameno
raccolte da qualcuno per viverne. Egli aveva veduto tutto alla prima occhiata,
l'aggrovigliamento di quei cenci tessuti con ogni sorta di fibre, lacerati,
sfrangiati, coperti di macchie e di croste, che ricordavano altre piaghe,
esalandone ancora il puzzo grasso e penetrante. Una polvere cinerea ondeggiava
sopra di essi ad ogni traballone senza potersene staccare, mentre la massa,
scrollandosi con una mollezza di carne in putredine, rabbrividiva ancora sotto
un volo di mosche affamate.
E sopra i suoi fianchi, lievi
brandelli riaccendevano tratto tratto nel sole qualche pallore di lino o
luccicore di seta, tosto soffocato dalla bigia pesantezza degli altri stracci,
che si spostavano senza cadere, come se tutte le loro morti vi si tenessero avvinghiate.
Una fetida nausea di cadaveri veniva da quella bara, coi segni tuttavia
visibili della vita passata, già fermentante nell'ultima dissoluzione. Tutto lì
dentro era stato nuovo in altri giorni: quante migliaia di gente vi aveva
lasciato il segreto della propria esistenza! Quanto vino, quanto sudore, quante
lacrime, quanto sangue vi erano caduti! Quanti sogni vi rimanevano ancora, che
sparirebbero nella medesima buca!
Dalla camicia della vergine al
mantello del soldato, dalla fascia del bimbo al grembiule del beccaio, dalla
veste che tutto un popolo aveva ammirato, all'abito che l'accattone aveva
lasciato solamente morendo, forse nulla di quanto la vita umana aveva adoperato
per nascondere la propria nudità, mancava in quella bara. Il pensiero avrebbe
potuto frugarvi senza fine, come dentro un cimitero.
Egli ne aveva ricevuto
confusamente questa impressione nella fugacità di un istante, poi aveva
riflettuto che dovevano essere stracci troppo sordidi per cangiarsi in carta
dopo il solito imbianchimento, e destinati quindi come concime a qualche grassa
coltivazione.
Adesso la visione immonda gli
ritornava in piazza come un finale ironico, che conchiudesse quella festa,
trattando allo stesso modo gli abiti e coloro che li portavano. Infatti la
bellezza nella vita non dura più della primavera nell'anno: uno splendore di
qualche mattino, una purità sorridente di cielo, qualche dolcezza nei tramonti,
poi il sole brucia tutto daccapo, e l'autunno imputridisce quanto il sole ha
bruciato, e l'inverno seppellisce quanto l'autunno ha imputridito. Quella folla
di immemori era attesa come lui dalla morte a un gomito improvviso della
strada: uno per uno avrebbero provato la stessa angoscia subitanea nel crollo
di tutto il passato, davanti alla impenetrabile oscurità dell'avvenire. E vi
arriverebbero forse peggio di lui, logori, maculati di putredine come i cenci
di quella biroccia, esalando già prima di morire il fetore della decomposizione
sepolcrale. Forse valeva meglio andarsene così, ancora intatto, nella pienezza
delle proprie forze e del proprio dolore.
La gente condanna i suicidi per
dispetto della paura, che questi non hanno avuto.
Un pensiero bizzarro gli solcò la
mente: se la gente, volendo, potesse non morire mai, vi sarebbero egualmente
dei suicidi? Qualcuno si ammazzerebbe ancora, per odio della vita? Il problema
era troppo profondo nella sua stravaganza, perché egli potesse trovarne la
soluzione, ma vi pensò nondimeno qualche tempo. Sapeva che le bestie non si
suicidavano, pur essendo esposte a tutti gli stessi mali fisici della umanità.
Era dunque l'anima che anelava alla morte, era la mente che si ribellava alla
inutilità dello spasimo! Infatti la povera gente, quella che vive più
materialmente, non pensa mai al suicidio: non la fame uccide, ma l'umiliazione
di mostrarsi affamato fra la gente satolla. Chi nacque accattone, mendica per
tutta la vita, e trova forse la felicità in quest'ozio; chi invece è costretto
da un disastro a questuare, non potrà mai perdonare né a se stesso né agli
altri lo strazio di tale subordinazione.
La sua angoscia in quel momento
stava appunto nel sentirsi come un mendicante fra la folla allegra e
spendereccia, che non gli avrebbe dato un soldo. Essere espulso dal mondo, come
sono cacciati i poveri importuni dalla porta, quando si commise l'errore di
lasciarla loro oltrepassare!
- La carità? - pensava. - Ma, se
ci scacciamo l'un l'altro da tutti i posti, se dovendo tutti morire, la morte
degli altri non ci tocca nemmeno... Dov'è la carità? Anch'essa è un lusso di
certi istanti: si dà qualche cosa, perché la momentanea gioia di chi riceve
aumenta la nostra giocondità. È come nei pranzi: ci vogliono degli invitati; ma
si amano forse i proprii invitati? Bisogna essere in molti ad una festa di
ballo; ma la soddisfazione di ognuno è appunto nel primeggiare sugli altri,
vedendoli così segretamente iracondi del piacere loro tolto.
* * *
Sapeva che non vi sarebbe
entrato, ma da venti minuti passeggiava sull'altro marciapiede, dinanzi alla
porta della propria casa.
La gente si era diradata anche
nella piazza, solo nei due grandi caffè, più vivamente illuminati, proseguiva
la festa della domenica. Poche donne passeggiavano ancora. Egli si era diretto
verso casa, per abitudine: Caterina doveva aspettarlo e, non vedendolo
comparire, avrebbe certamente pensato che volesse evitare un nuovo discorso
sulla zia Matilde. Lungo la strada notò molte finestre illuminate; era quella
l'ora più dolce, dalle nove alle nove e mezzo, quando le donne rientravano, e
si andava a cena chiacchierando della giornata, con quella contentezza di non
aver lavorato, e non pensando ancora alle necessità dell'indomani.
Egli si riproduceva nella mente
la scena di Caterina coi fanciulli a tavola; questi volevano senza dubbio
l'altra metà della zuppa inglese serbata a pranzo per il giorno dopo, mentre
ella, indispettita per la nuova assenza di lui, si ostinava nel rifiuto.
Improvvisamente, questo piccolo
dolore dei bambini, prodotto dalla sua assenza, gli divenne intollerabile.
- La mia assenza! - si ripeté
sottolineando questa parola, della quale si era inconsapevolmente servito.
Caterina era poi andata dalla zia
Matilde? Questa domanda lo forzava a riflettere sull'orario, secondo il quale
la posta distribuiva le lettere; ma si persuase subito che la sua non sarebbe
recapitata prima delle nove, all'indomani. Chi era il postino, che faceva il
servizio per il rione della zia Matilde? Forse essa, riconoscendo la
calligrafia, avrebbe aperto la lettera prima ancora che quegli avesse potuto
uscire di casa: e allora? In un baleno vide tutto il dramma dopo la propria
morte, ma così rapidamente, in una luce così intensa, che non poté sostenerla.
Camminava senza accorgersene, a
testa bassa, con tale fiacchezza, che qualcuno fra i rari passanti avrebbe
necessariamente finito col notarlo; arrivava dal campanile di San Lorenzo, il
più alto della città, nel mezzo della strada, sino alla barriera. La notte era
stellata, il fiume, ridivenuto quasi secco fino dalla mattina, non mormorava
più come nella notte antecedente; i primi fanali del borgo illuminavano
sinistramente le alte spalliere del ponte in ferro. A forza di andare su e giù,
la coscienza tornava ad assopirglisi nel ritmo stesso di quell'impulso, ma nel
passare dinanzi alla propria porta alzava sempre gli occhi. Due finestre v'erano
illuminate, quella della saletta da pranzo e, all'ultimo piano, l'altra della
camera da letto di don Procopio. Se non che la luce filtrando appena di fra le
griglie, diventava impossibile sorprendere nell'interno il passaggio di
un'ombra. Si ricordò dei progetti con Caterina nel primo periodo del matrimonio
per un restauro alla facciata della casa: sarebbe stata una spesa di quasi
duemila lire, alla quale avevano rinunciato senza fatica. Caterina invece
avrebbe desiderato di accomodare qualche stanza nel podere a Santa Lucia in
Vado per potervi villeggiare di qualche guisa nell'estate. Anche quello era
stato un sogno impossibile. Tutto dileguava, per sempre! Si dovrebbe vendere
ogni cosa dopo, quasi subito, in mezzo a una disperazione piena di rimproveri contro
di lui: eppure egli non ne soffriva più in quel momento. Come se il grande
distacco si fosse già compito, vedeva tutto a una distanza troppo grande, con
quella indifferenza che ci lasciano le cose impossibili alla nostra volontà. In
lui non sopravviveva che l'abitudine, quel fascio di rapporti indefinibili,
onde l'uomo è legato alla propria casa, quella incapacità di pensare sé
medesimo in modo diverso dal come si è vissuti, tutte quelle impronte
incancellabili, colle quali la vita compose la nostra fisonomia spirituale. La
casa, con quanto vi stava dentro, era come una parte di lui stesso.
Il tempo passava.
Quella passeggiata lenta, uguale,
aveva finito coll'attrarre l'attenzione delle due guardie daziarie sedute al
fresco fuori della gabella; si erano alzate e lo spiavano. Allora egli diè
volta bruscamente, ma quando fu al campanile non seppe andare oltre.
Voleva vedere quella finestra
ancora una volta.
L'orologio della piazza sonò le
dieci e un quarto, il lume passava sempre attraverso le griglie: allora si
ricordò che Caterina soleva spesso la sera ripassare la lezione dell'indomani a
Ada.
- Finché c'è il lume non me ne
vado, - borbottò ostinatamente.
Ma le guardie si erano messe a
passeggiare, e venivano verso di lui: dovette tornare indietro. Per un momento
pensò di salire con un pretesto, salutare tutti e scappare; titubava, si
sentiva affranto.
Ritornò ancora, ma siccome le
guardie stavano ferme in mezzo alla strada, a quaranta passi dalla gabella,
fumando, si persuase di essere sorvegliato. Quasi ciò potesse distogliere i
sospetti, traversò la strada per venire sull'altro marciapiede, volgendo
daccapo la schiena alla propria casa.
Poi un passo sollecito gli
risuonò dietro.
- Oh tu, Romani!
- Tu, Landi?
- Esci di casa?
- Sì.
- Io non ho potuto cenare a casa
mia: un'altra scena con quella linguaccia di mia moglie! Vado al Falcone,
accompagnami.
* * *
Aveva già bevuto due ponci,
seduto all'ultimo tavolino di sinistra nella prima sala, col gomito appoggiato
sulla cassa di vetro, nella quale si conservavano le paste.
Gaudenzi, l'impiegato del
telegrafo, non si era ancora veduto, l'avv. Guglielmi doveva essere al club,
quel vecchio maestro chiacchierino giocava nell'altra sala, e s'udiva spesso la
sua voce in falsetto salire fra scoppi di risa.
Una malinconia fredda gli era
penetrata sino dentro le carni, come certe umidità notturne, contro le quali
non sembra giovare alcuna bontà di panni. Nel caffè, pieno degl'insoliti
avventori domenicali, il chiasso cresceva più villano; erano gruppi di artieri
in gazzarra dal pomeriggio, vestiti con pretensiosità plebea, dalle faccie
inintelligenti e vanitose. Quasi tutti portavano un piccolo cappello a cencio
sull'orecchio, e tentavano sui divani o sugli sgabelli la posa più provocante,
giacché pareva loro una specie di conquista quel bere ai tavoli, dove per
solito sedevano i signori. Nei loro discorsi, quasi tutti di politica,
ritornava sempre la stessa frase con voce sempre più alta, o con accento più
marcato, mentre in fondo ai loro sguardi vaghi nel primo imbambolimento
dell'ebbrezza, s'accendevano piccole fiamme. E i più irrequieti si guardavano
intorno, cercando qualcuno dall'aspetto signorile per la compiacenza di potersi
momentaneamente, davanti a lui, mostrare in una ostilità mimica.
Egli vedeva tutto questo senza
che alcuno gli badasse, perché non era mai stato veramente un signore.
Colla testa abbandonata sull'alta
spalliera rossa del divano, una mano in tasca, osservava i cerchi di fumo
turchiniccio allontanarsi, dilatandosi lievemente dalla punta dello zigaro,
nell'aria già greve di tutti quegli aliti.
Al momento di entrare sotto il
loggiato aveva rivolto la testa verso il grande orologio della piazza,
illuminato: segnava le dieci e mezzo. Le ore, così lente nel giorno, si erano
tuttavia involate con una rapidità raccapricciante.
Si tastò la rivoltella nella
tasca sinistra della giacca, pensando un'altra volta, con un senso
d'impazienza, come non avesse incontrato né lo strozzino, né il signor Bonoli,
né il pretore, che dovevano conoscere il suo dramma. Credeva che la loro vista
sarebbe bastata a raddoppiargli l'energia, almeno per quella necessità
d'ingannarli sino all'ultimo col fingersi indifferente.
Invece, per tutta quella lunga
giornata, nulla era venuto ad aiutarlo: aveva recitato troppo bene
dissimulando.
La sua fine doveva compiersi come
per qualunque altra malattia, senza né ricevere né dare ad altri alcuna
insolita emozione. Perché? A che cosa serve la morte? Perché era nato? Se non
vi erano perché, tale infinita inutilità diventava il più profondo dei misteri.
Nel bisogno di scostarsi dall'ultimo momento, il suo pensiero fluttuava daccapo
all'urto delle sensazioni, che gli si rinnovavano nella memoria. Il babbo e la
mamma, pieni per lui di tenerezza, lo avevano allevato in un bel sogno di
avvenire, addormentandosi per sempre nella tristezza sconsolata di una
disillusione finale; egli aveva amato i proprii bambini, rifacendo sopra di
essi il medesimo sogno.
Perché? Questa parola lo sbalzava
da un altro lato; Camilla era passata una sera dinanzi a lui, si erano parlati,
egli aveva provato un rimescolamento profondo, non aveva capito più bene, si
era rovinato per lei senza accorgersene, e senza che ella se ne accorgesse.
Perché? Lo strozzino, d'accordo col signor Bonoli, aveva portato la sua
cambiale falsa al pretore: volevano mandarlo in galera? Volevano costringerlo
al suicidio? Perché? Che cosa importava loro? Era così. Tutte le vite si
rompono come bicchieri l'uno contro l'altro, senza che alcuno abbia mai potuto
leggervi la marca di fabbrica, o indovinare chi verrà a raccoglierne i cocci.
Solamente allora si accorgeva di
aver sempre agito senza un perché; tutta la sua esistenza non aveva un solo
atto necessario, che la spiegasse, all'infuori dell'avere mangiato e dormito,
due bisogni istintivi per mantenerla.
Il resto rimaneva inesplicabile.
Camilla e Caterina erano entrate nella sua vita quasi allo stesso modo, egli
non aveva riflettuto in nessuno dei due casi; era diventato padre così, perché
le donne rimangono gravide, ecco tutto, e aveva allevato i figli per un altro
istinto. Gli affari, i divertimenti dipendevano sempre dalle circostanze, anche
quando si voleva combinarli con ogni studio possibile: perché dunque si pensava
e si soffriva tanto? La sua mente ritornava alle meditazioni della mattina su
quell'argine del fiume, nel silenzio della campagna, con un nuovo terrore degli
stessi problemi. Ma invece di domandarsi se Dio era, e come ci giudicherebbe
nel momento dopo la morte, si sentiva sopraffare dal mistero primordiale della
vita.
La nozione, per lui oscura ed
inevitabile, di un creatore, non faceva che rendere ancora più inintelligibile
il quesito: perché si nasce? Anche se Dio esistesse, e dovesse punirci o
premiarci dopo morti, la ragione di averci voluto in questo mondo non si
vedeva. Se egli era Dio, che cosa poteva importargli di noi? La nostra vita non
spiegava sé medesima, mentre l'antagonismo fra la sua legge e la nostra
volontà, per lui che ne doveva sapere anticipatamente il risultato, diventava
una ridicolaggine. Che bisogno c'era di nascere, per dover pensar sempre senza
capire nulla di nulla, soffrirne di tutte le sorta, e morire non avendo compito
niente? Essendo cattivi, aggraviamo l'uno contro l'altro le nostre disgrazie,
essendo buoni, ci aiutiamo scambievolmente contro il male che non abbiamo
fatto, ma che ci tocca patire ad ogni modo.
E davanti a questa tenebrosa
fatalità del male, che si varia nella vita per tutta la gamma del dolore, dalla
più lieve fitta corporea alla più larga lacerazione spirituale, egli tornava
sempre a chiedersi, con l'insistenza spaventata di un bambino: perché si nasce?
Un terrore fantastico gli faceva pensare a qualche potere mostruoso, che
dirigesse il mondo e vi rinnovasse continuamente tutte le crudeli necessità:
così i viventi dovevano divorarsi a vicenda per mangiare, e straziarsi l'un
l'altro per godere. Infatti, non vi era gioia nella società, che non fosse un
dolore per qualcuno; non nasceva nel mondo un individuo, senza essere composto
coi resti di altri morti, non si poteva respirare, senza uccidere milioni di
microbi, senza inghiottirne altri milioni, che dovevano ucciderci. La legge
suprema era dunque la morte: nessuno vi sfuggiva, nessuno aveva torto o ragione
davanti ad essa. L'immaginazione esaltata da quella crisi troppo lunga, gli si
smarriva in una continua evanescenza di quadri orribili, che mettevano in quel
suo sonnambulismo una specie di incubo.
La sua faccia era diventata
bianca, cogli occhi fissi, mentre il chiasso delle voci e il tinnìo dei
bicchieri nelle sottocoppe e nei bacili cresceva sempre da tutti i tavoli.
- Ho qualche cosa sullo stomaco,
portami un bicchierino di cognac, - disse.
Il cameriere si affrettò
sorridendo; il padrone, bell'uomo, già cameriere nello stesso caffè pochi anni
prima, si accostò fumando in una elegante pipa di schiuma, a testa di cavallo.
- Che cosa ha mangiato, signor
Romani? - gli chiese cortesemente.
- Non lo so neppur io.
- Forse dipende anche da tutta
questa gente! - l'altro soggiunse a bassa voce, girando intorno un'occhiata di
disprezzo.
Si era seduto famigliarmente
sopra uno sgabello accanto a lui.
- Questa sera la sua partita è
andata a monte. Ha letto la nuova appendice del Secolo ? - e si allungò
per prendere dal banco un fascio di giornali: - a me pare bella assai.
Romani rimaneva distratto.
- Ecco Montalti! - esclamò il
padrone, vedendo entrare quello scrivano storpio, che venne diritto al loro
tavolo; poi capitò Cavina, il muratore wagneriano; Rotoli, il vecchio maestro
chiacchierino, che aveva finito la partita nell'altra sala, si fermò anch'esso
dinanzi a loro.
Era quasi la stessa conversazione
di tutte le altre sere.
Il padrone ricominciò il discorso
sul nuovo romanzo del Secolo - Idillio tragico –di Bourget, spiegando come gli
paresse bello, perché Montecarlo vi era dipinto colla massima esattezza. Egli
vi era stato, da giovane, nelle proprie peregrinazioni di cameriere. Ma lo
scrivano, socialista malcontento, protestò: quello era un romanzo
aristocratico, buono a nulla, giacché gli scrittori di vero ingegno non
potevano occuparsi che delle miserie popolari.
- Ho letto anch'io qualche
appendice di questo nuovo romanzo del Bourget, - e pronunziò il nome come era
scritto.
Allora Cavina lo corresse,
corsero frizzi.
- Tu sei un wagneriano.
- E me ne vanto.
- Wagner era socialista.
- Va! se daranno il Lohengrin in
carnevale, vedrai quanto popolo vi andrà, - ribatté l'altro, che intanto aveva
preso il Secolo per leggere le notizie dei teatri.
Fortunatamente nessuno di loro si
sentiva in vena quella sera, poi vi era troppa gente nel caffè, e Montalti
davanti alla brutalità di quelle sbornie, che stavano già per scoppiare, non
osava i soliti sproloquii. La voce fessa e la sillabazione troppo staccata e
monotona, colla quale declamava, gli avrebbero attirato dal pubblico qualche
villana interruzione.
Si misero a parlare di donne:
anche Cavina quella sera era stato in casa della Marietta.
- La ragazza era bella? - chiese
Montalti con un luccicore di gatto negli occhi.
- C'è ancora, parte col diretto
di un'ora dopo mezzanotte.
Romani si voltò: - E dove va quel
treno?
- Bella! a Bologna.
Rimase perplesso:
- Ci sono altri treni?
- Prima di giorno? Quello che da
Bologna ritorna per Ancona alle tre, e l'altro che arriva da Ancona verso le
quattro e mezzo, perché rimane ancora impedita la linea di Porretta.
- Ah!
- Deve partire, signor Romani? -
gli si volse il padrone.
- Sì, - e la voce gli si era
fatta quasi dolce.
- Dove vai? - domandò Cavina.
- Non lo so.
- Un mistero dunque?
- Grande.
Tutti sorrisero.
Ma il baccano domenicale li
teneva in disagio. Lo scrivano, malgrado le declamazioni socialiste, sapeva di
essere poco gradito; Cavina era sospettato di aristocrazia per i modi
abbastanza garbati e quella istintiva predilezione della grande arte, che lo
traeva imprudentemente a ridere delle commedie e delle musiche gustate dal
popolino; il vecchio maestro, benché simpatico per la dolce ingenuità del
carattere e l'onestà della lunga vita, s'irritava troppo, nella lieta viridezza
di tutte le proprie forze, contro ogni critica alla parte moderata. Egli era
rimasto dentro la formula cavourriana, condannando ad alta voce tutti gli
eccessi politici e le demenze atee dei nuovi rivoluzionari.
- Eh, maestro! - esclamò Cavina;
- ecco qui altri due suicidii a Torino; non c'è più religione.
- Voi lo dite per ischerzo,
giovinastro.
- Come si sono ammazzati? -
domandò Romani.
- Uno si è avvelenato, l'altro si
è gettato sotto il treno.
E Cavina lesse i due incisi di
cronaca, secchi, terribili.
- I giornali non dovrebbero
nemmeno stampare certi fatti, - disse il maestro: - le teste leggere si
esaltano e, una volta esaltate, li commettono più facilmente.
- Allora io sono una testa
pesante. Possono raccontarne dei suicidii, io non mi suiciderò mai, - replicò
Cavina.
- Chi può dirlo? - ribatté
Romani.
- Io! Stai pur sicuro. Ammazzarsi
per amore o per debiti, giacché la gente si ammazza quasi sempre per queste due
cause? Per amore? Se una donna non ti vuole, ve ne sono sempre troppe disposte
a prenderti; e quanto ai debiti, aspetterò che si ammazzino prima i creditori.
Se io non ho quattrini per pagarli, mi pare che nell'imbarazzo ci siano essi.
Si rise.
Romani non rispose.
- La gente si ammazza, perché la
società è in isquilibrio, - sentenziò Montalti.
- Si è sempre ammazzata in tutti
i tempi, dev'essere una malattia.
- Colpa di non credere in Dio; la
nostra vita ha il suo scopo altrove.
- Quale? - domandò Romani al
maestro.
- Quale? - ripeterono ad una voce
Cavina e Montalti.
- Dio..., - cominciò il maestro.
- Non deve aver parlato molto
chiaro, - interruppe sorridendo il padrone, - perché si discute ancora su
quello che ha detto. Fatto sta che, quando la gente sta male, se ne va; non c'è
altro di evidente. Nessuno può dire che non si ammazzerà... le circostanze sono
tante!
Tutti si arrestarono perché,
pochi mesi prima, l'altro suo socio nel caffè si era appunto suicidato con un
colpo di rivoltella alla tempia destra.
Però Montalti, che voleva sempre
dire l'ultima parola scientifica, propose il problema:
- Quale categoria di persone dà
minor contingente al suicidio?
- I preti, perché stanno meglio
di tutti, - si affrettò a rispondere il padrone.
- I milionari, - ribatté
Montalti, con quell'acre accento d'invidia, proprio a quasi tutti i socialisti
quando parlano di signori.
- T'inganni; c'era appunto
venerdì sul Secolo un articolo, non ricordo più di quale scienziato, che
spiegava come le probabilità del suicidio aumentino in ragione della ricchezza.
- Non può esser vero, - si ostinò
Montalti.
- Lei, maestro? - tagliò corto il
padrone.
- Coloro che non sentono più la
religione.
- Lo sapevo...
Romani doveva dire ancora la sua,
ma dal tavolo prossimo due o tre operai si erano voltati, udendo il quesito, ed
ascoltavano le risposte.
Uno proruppe:
- Lo dico io: i beccamorti! essi
sanno meglio degli altri che la morte è brutta: la morte è come una donna, ma
finché non ci pare bella, non commettiamo la sciocchezza di sposarla.
- Bene! - fu gridato in coro.
- Un bicchierino a Matteo!
- Questo voglio offrirlo io, -
disse il padrone alzandosi: - mi sei piaciuto nella risposta.
* * *
Guardava il grande orologio nero
fra le due scansie gialle, al disopra della porta.
Gli altri se n'erano andati in
gruppo, e a poco a poco quasi tutti i tavolini erano rimasti deserti, mentre
l'aria della notte, entrando leggera dalla bussola spalancata sul portico,
spazzava i vapori dei ponci e dei sigari. Dal fondo della cucina giungeva,
tratto tratto, un tintinno dei bacili e dei bicchieri, che il facchino lavava
forse per la centesima volta nella giornata.
Collo sguardo fisso sul quadrante
dell'orologio, egli misurava il muoversi lento della grande freccia, che
segnava i minuti; ne mancavano undici a mezzanotte.
A quell'ora in punto uscirebbe
dal caffè.
Il sangue gli batteva a grosse
ondate sul cervello, facendogli vacillare la vista. Adesso era quella paura
materiale, che i nervi non possono più sopportare nella estrema imminenza della
catastrofe, quando il pericolo cessa oramai di esser tale per il compiersi
stesso del fatto. Non c'era più tempo di riflettere, di soffrire: fra pochi
minuti sarebbe entrato nell'orbita della esecuzione. Quindi tutto quanto aveva
patito nel giorno gli si condensava in uno spasimo solo, attanagliandogli ogni
fibra del corpo e dell'anima; sentiva, dentro, un incalzare di sensazioni, una
ressa di idee, uno sbaraglio di memorie, come quando un falco piomba sopra una
nidiata di pulcini e ne ghermisce uno a volo, risalendo al cielo con un solo
colpo d'ala, e tutti gli altri si sbandano esterrefatti fra le erbe alte del
campo.
Il suo sguardo era diventato così
acuto, che distingueva veramente quel minimo spostarsi a gradi delle frecce.
Tutta la sua vita stava ancora in quel piccolo segmento, interrotto dalle cifre
nere e madreperlate del X e del XI, due spazi che si sarebbero riempiti con due
dita. Non aveva altro. Avrebbero potuto offrirgli chi sa che cosa, e non
sarebbe bastato ad allungargli di un altro dito la vita.
Il padrone era tornato dietro il
banco, e si era messo a contare dei soldi da una scodella di legno.
Romani pensava:
- Non ho più che otto minuti. La
freccia gira senza sapere il perché, ma se sbagliasse, il tempo passerebbe
egualmente nella stessa misura: non si può fermarlo. Ecco qui, questi ultimi
otto minuti sono inutili, vuoti, come tutto il resto della mia esistenza! Che
cosa posso fare? Rimango qui, non mi muovo, eppure il tempo mi trascina. Debbo
finire prima di essere logorato: quando l'orologio si ferma, è forse logoro?
Finirò così; una ruota che s'incaglia, e la freccia si ferma. Anche la vita è
un circolo come quello dell'orologio: tutte le ore sono identiche, non
significano nulla; il tempo non è soggetto all'orologio, più che la vita non
dipende da noi. Potrei essere il più potente uomo del mondo, e tutta la mia
volontà non saprebbe da questo posto arrestare quella freccia, che va sempre...
È già passato un altro minuto. Debbo essere pronto.
Si portò ambo le mani al volto,
strofinandoselo violentemente come per destarsi.
Nel caffè entrò un altro gruppo
d'operai, più avvinazzati di quelli che n'erano usciti, ma per fortuna si
fermarono in fondo agli ultimi due tavolini presso la bussola. Vide il padrone
uscire dal banco e passargli dinanzi per servire prontamente i nuovi avventori,
perché i camerieri erano in quel momento nel retrobottega.
- Debbo decidermi!
Non capiva che questo, la
necessità ultima, la stretta suprema, senza nome, nella quale già soffocava.
Tutto il resto non esisteva più. La febbre gli faceva battere i polsi, tremava
in quell'incertezza dello smarrimento finale, che toglie tutte le direzioni,
pur sentendosi nel profondo certi impeti, simili ai guizzi della candela che si
spegne.
Aveva appoggiato la testa sopra
ambo le mani, per non guardare più l'orologio; gli pareva di ascoltarlo, benché
non l'udisse.
- Appena mi alzo di qui, sarò
morto! Caterina, i miei bambini saranno già altre persone; adesso sono ancora
mia moglie e i miei bambini... per cinque minuti. Poi, più nulla. Non c'è
altro. Ho fatto il possibile inutilmente; quella prima cena all'Aquila d'oro mi
ha ammazzato, mi ha ammazzato quella donna, che non ho amato; non la conosco
nemmeno, adesso, ella non mi conosce più. Domani ci sarà ancora il sole, senza
di me. Non ho più che due o tre minuti... È impossibile, sento che è
impossibile, non avrò mai il coraggio di uccidermi!
Non lo aveva: la testa gli pesava
sempre più sulle mani, come una cosa morta.
Si tastò ancora la rivoltella
nella tasca.
- Con questa, no.
* * *
Il medesimo gruppo, dal quale
Matteo si era voltato per dare anch'egli la propria soluzione al problema
proposto da Montalti, rientrò vociando nel caffè; erano stati a bere nella
liquoreria sotto il campanile della piazza, e ritornavano per bere.
Parve che vedendolo ancora a quel
posto, si decidessero unanimemente, senza consultarsi, con una di quelle intese
da ubbriachi, a gettarsi sul suo tavolo. Egli spaventato si alzò. In un lampo
aveva veduto sulla faccia di Matteo, invanito di quella prima risposta,
l'intenzione di riparlarne; si voltò verso il banco, ma era già tardi. Il
gruppo lo circondava; avevano gli occhi imbambolati, e sui volti madidi quella
espressione vaga di spavalderia ostile.
Il padrone ripassò dietro il
banco, mentre uno dei più briachi cadeva quasi di peso sopra uno sgabello
borbottando:
- Cognac!
- Beva un bicchierino con noi,
signor Romani; ho risposto bene poco fa, non è vero?
- Mi sei piaciuto, Matteo, -
tornò a dirgli il padrone con accento di sottile canzonatura: - bisogna bere
per trovare simili risposte.
- Adesso vogliamo bere tutti
insieme; anche lei, signor Romani.
In quel momento Romani vide le
freccie dell'orologio sovrapporsi segnando mezzanotte; così in piedi, n'ebbe
come un colpo di martello sul cuore, ma avvertiva ancora benissimo quanto gli
accadeva intorno. Senza rispondere, fece atto di andarsene.
- Questo poi no, - insisté un
compagno di Matteo, mentre il padrone diceva:
- Se ne va, signor Romani?
- Addio, Enrico! - rispose questi
tendendogli la mano.
L'accento e la forma del saluto
erano così insoliti, che l'altro ne rimase sorpreso, però fu pronto a
stringergliela. Romani si mosse: allora Matteo volle sbarrargli la via, ma
l'altro lo respinse con un gesto. Si alzò un mormorio di disapprovazione.
- Va là, - uno gli gridò dietro,
- che anche tu sei un bel signore, per fare così l'aristocratico!
Il padrone, invece, gli teneva
dietro con occhio pensoso, avendo sentito la sua mano tutta bagnata di un
sudore diaccio.
* * *
Romani traversò il portico con
passo tentennante, e si fermò nel largo, davanti alla fontana. La notte era
sempre bruna, ma piena di stelle, i fanali avevano un chiarore pallido, velato,
come il murmure della fontana chiusa entro quella funerea cancellata a palle di
ottone.
- No! - rispose ad un pensiero,
che lo avrebbe condotto a porta Appia, passando ancora una volta sotto le
finestre di casa.
Pel loggiato, e per quel largo,
non si vedeva alcuno; abbassò la testa, e si avviò verso il corso Garibaldi,
che conduceva difilato alla vecchia stazione ferroviaria. Una forza oscura lo
spingeva in linea retta, come una cosa, mentre la sua mente acquistava, grado a
grado, una certa lucidità: come sempre, la fascinazione della meta lo aveva
preso, appena entrato nell'orbita della esecuzione, eccitandogli quel coraggio
fisico proprio degli animali. Nella luce opaca della notte le case perdevano i
piccoli particolari delle proprie fisonomie, le sonorità anche più lievi
sembravano attardarsi nell'aria. Egli sentiva solo di andare, appoggiandosi
come sulla sensazione medesima del proprio passo sul marciapiede, così che, nel
passare dinanzi ad ogni porta, l'interruzione del muro gli faceva
un'impressione meno rapida e tuttavia lontanamente simile a quella degli alberi
fuggenti agli sportelli dei vagoni, quando il treno corre veloce. Prima di
arrivare alla grande barriera fiancheggiata da due casotti giallognoli, rigati
e rabescati come due grandi gabbie da canarino, verdeggiava sul piazzale di una
chiesa un piccolo giardino dominato da un alto abete storpio alla cima. Il
getto esile della fontana, sprizzante da un sasso e ricadente sopra una minima
vasca, sembrava un singulto di bambino nella notte: un ranocchio mise uno
strido gutturale e tacque subito.
Nessuna finestra era illuminata.
Il cancello della barriera
apparve alto, massiccio, coi lampioni sulle due grosse colonne centrali; al di
fuori nereggiavano i tigli dei due viali fra le case del sobborgo.
Egli vide da lontano la guardia
passeggiare, fumando uno zigaro, dinanzi alla gabella; nella notte nessun
rumore, nessun incontro.
La guardia gli aperse colla
chiave il piccolo cancello a sinistra, pel quale passavano i pedoni, e
rinchiuse. Egli ne risentì la scossa, l'ultima che gli dava la città; piegò a
sinistra per la via di circonvallazione, lungo il canale fiancheggiato da due
alte file di pioppi bruni, ombrelliferi. L'aria era più fresca, il silenzio
diverso: cori di ranocchi si rispondevano a distanza nella notte, passavano dei
brividi nell'aria, qualche fronda dormendo pareva percossa da un'ala fuggente,
un odore di terra e di verde saliva da per tutto.
Egli allentò il passo.
Sapeva che avrebbe preso per la
scorciatoia del Borghetto, prima d'arrivare al nuovo macello, per salire
l'argine sinistro del fiume, presso al grande ponte della ferrovia. La distanza
dalla barriera al Borghetto era breve; sulla sinistra sorgevano alcune case
nuove di fabbri, di falegnami, di piccoli bottegai, il commercio dei quali
viveva appunto non pagando dazio. Egli andava sempre innanzi spinto da quella
forza oscura, che in noi sembra sostituire la volontà, quando questa non è più
sufficiente a dirigere la vita. Il sonno della campagna era però meno profondo
che quello della città: le piante sognavano, e la loro respirazione e i loro
fremiti turbavano l'aria; miriadi d'insetti, amanti o lavoratori notturni, vi
si muovevano, la terra medesima non aveva quella insensibilità dei selciati e
dei marciapiedi.
I suoi occhi perdevano la fissità
atonica, la frescura tornava a vivificargli la pelle.
Improvvisamente gli apparve
davanti la vasta pozza, nella quale si allargava il canale, immota come un
grande antico specchio appannato; le due righe dei pioppi nascondevano le mura
della città. Il Borghetto, formato da un solo vicolo, aveva un unico fanale in
fondo: vi passò. La strada, pessimamente selciata, sfiancava, avvallando, per
un sentiero fra un'alta siepe e un ruscello, poco più largo di un fosso. Odori
immondi e penetranti crescevano appunto dove finivano le case.
Dovette badare al come poneva i
piedi per non cadere; l'argine s'alzava di contro. La sua linea, biancheggiante
pel sentiero che le orme vi avevano impresso e che l'erba orlava scuramente,
spiccava nello sfondo dell'aria, simile ad una larga striscia d'argento.
Quando vi fu salito, abbassò gli
occhi sul fiume vacuo, del quale i grandi archi del ponte in pietra e laggiù la
spalliera dell'altro in ferro nascondevano le estremità, quindi si volse contro
le mura. Solo la chiesa di sant'Ippolito col suo campanile, e l'altro di san
Lorenzo e quello della piazza si distinguevano bene: il resto era una massa
cupa, incerta, nell'ombra.
Egli n'era già fuori per sempre.
E allora gli parve, stando fermo,
che la città si allontanasse, oscillando lentamente dinanzi a lui.
* * *
La notte era bruna.
Nell'aria vagavano sentori di
foglie e quell'indefinibile aroma, che la terra fecondata sembra alitare nel
maggio: l'erba era umida, le stelle brillavano sul silenzio notturno pieno di
sussurri. Dentro al fiume larghe pozzanghere s'illuminavano tratto tratto di
tenui chiarori, mentre laggiù, sul ponte di ferro, i lampioni parevano
contigui, e più lontano l'ombra oscillava. Oltre gli argini del fiume non si
coglieva che un avvallamento della tenebra in una invisibile profondità, dalla
quale si sentivano salire le preoccupazioni terrifiche della notte. Le linee del
paesaggio, circoscritto dagli argini e dai ponti, si confondevano oscuramente,
pur serbando lo stesso aspetto regolare intorno a quella cavità del fiume,
rimasto senz'acqua e senza voce. Non si vedevano case: solo il ponte della
ferrovia aveva un biancicore roseo di muro, sulla cima del quale
fantasticamente alto, guardava nella notte il grande occhio rosso del disco.
Egli vi si incantò.
La colonna di ferro sotto il
disco si distingueva appena, giacché il piano della ferrovia, sfuggendo dai
parapetti del ponte, vaniva esso pure dinanzi a quella enorme pupilla rossa
senza una oscillazione. Così ebbe daccapo paura: i fanali lontani dell'altro
ponte in ferro sparivano nella loro chiarezza come dentro un bagliore, mentre
quel rotondo occhio rosso non illuminava, e vedeva e doveva essere visto ad
un'immensa distanza, come una scolta ciclopica sulla ferrovia deserta nella
notte.
Era rimasto in piedi, inchiodato
sul sentiero biancastro.
Dal ruscello, che per una larga
chiavica passando sotto l'argine sboccava nel fiume, la nota tremula di un
rospo s'interruppe timidamente; gruppi lontani di ranocchi gracidavano con
violenza, coprendo un vocìo sottile di grilli, che si confondeva d'intorno.
Dopo aver guardato da ogni canto si voltò ancora verso la città; dietro la sua
lunga massa, bruna come una scogliera di notte, pallidi chiarori sembravano
uscire da invisibili cavità; ma non pensò più che egli era vissuto là dentro
per trentasei anni. Solamente guardava.
* * *
Sul ponte della ferrovia il
casello del guardiano era illuminato; egli strisciò guardingamente lungo il
parapetto pel sentiero lasciato dall'alta ghiaia, sulla quale poggiavano le
rotaie, affrettando il passo per non lasciarsi sorprendere, giacché si
ricordava come fosse severamente proibito di transitare per le linee della
ferrovia. Non sapeva se il guardiano avrebbe fatto la ronda d'ispezione prima
dell'arrivo del treno, ma quel divieto bastava in tale momento a fargli paura.
La strada ferrata si allungava dinanzi a lui dritta, piana, nera, con quei due
regoli sottili, in una uniformità e in un silenzio inesprimibile: nessuna
traccia, nessun suono, nessun segno. Aveva voltato la schiena al disco, e
scorgeva dinanzi a sé per cento metri un filo luminoso sulla costola interna
delle rotaie; null'altro. Quel piano troppo stretto gli limitava la vista,
mentre una impressione gelida gli veniva da quelle due rotaie inamovibili, che
non si sarebbero toccate mai.
Di qua e di là della strada i
campi bassi s'affondavano in un'ombra più densa, dentro la quale si distinguevano
appena i ciuffi dei primi grandi alberi.
Ma i suoi occhi guardavano sempre
sulle rotaie quel tenue filo luminoso, che sembrava avanzare con lui.
Finalmente era solo. A quell'ora, in quel luogo, per quella strada non passava
alcuno; sentì di non essersi mai trovato in una solitudine simile. Vedeva la
ghiaia tersa, quasi vi fosse stata posta da poco tempo, e le rotaie luccicargli
dinanzi, brunite.
Quindi si ricordò di esservi
trascorso in vagone molte volte, di notte e di giorno, senza prestarvi attenzione:
chi guarda alla ferrovia? Gli occhi sfuggono sul paesaggio che scompare. Adesso
invece la solitudine di quella strada, così diversa da tutte le altre,
l'opprimeva. Si fermò al quinto palo del telegrafo, volgendosi indietro, verso
la stazione. Incontrò il grande occhio rosso del disco fiso sopra di lui, e
laggiù un riverbero largo d'incendio prossimo a spegnersi gl'indicò il luogo
della stazione. Pareva molto più lontano che non fosse.
D'un tratto, nel silenzio della
notte, udì il grosso orologio di sant'Ippolito battere le ore dal campanile; le
contò rattenendo il respiro.
- Due quarti dopo mezzanotte, -
esclamò voltandosi istintivamente verso Forlì, donde doveva giungere il treno.
* * *
Dall'altro lato della strada
un'ombra passò con una lanterna nella mano; istintivamente egli girò dietro il
palo del telegrafo, abbracciandovisi per non scivolare dall'alta ripa, e tenne
il fiato. La lanterna nell'allontanarsi lentamente allungava un riverbero
oscillante sulla vicina rotaia, si udiva la ghiaia stridere sotto un passo
pesante.
Era la ronda del guardiano; dal
fondo della notte doveva presto spuntare la prima luce del treno.
Il guardiano vigilava, secondo il
solito, quel tratto di linea di là del ponte, perché non vi accadessero
disgrazie; a un certo punto la lanterna di un altro guardiano avrebbe risposto
alla sua, e il disco muterebbe il proprio rosso ardente in un vivido color
verde. Romani sapeva tutto questo, giacché in una bella notte d'estate, l'anno
prima, se lo era fatto spiegare dal guardiano sul ponte, ove aveva fatto sosta
con alcuni amici. Quella notte gli risorse nella mente coi più minuti
particolari; si ricordò dell'immenso soprabito biancastro, una meraviglia fra
gli eleganti del paese, che allora portava Mario Angelini. Anche questi era morto.
Ma una paura lo tenne nascosto,
così abbracciato al palo, togliendogli ogni facoltà di ragionare; aveva pensato
che il guardiano nella propria ronda potesse passare dal suo lato, e allora
scoprendolo gli avrebbe necessariamente intimato di andarsene.
Che cosa rispondere in questo
caso? Avrebbe l'altro indovinato il vero motivo?
Il palo ogni tanto vibrava,
percosso da tremiti improvvisi. Era un dispaccio che passava irresistibile,
invisibile sul filo, o una oscillazione, che questo, mosso dall'aria della
notte, imprimeva al palo? La sua attenzione rimase per qualche tempo divisa fra
il brontolio interno del palo e il luccicore saltellante della lanterna già
molto lontana.
- Ritornerà dal mio lato?
Lo credette istantaneamente,
quindi svegliandosi come da un sogno, che quel ritorno avesse già rotto, si
disse:
- Me ne vado.
Nuovamente tutto dipendeva da
questo caso. Un'angoscia di speranza lo soffocò, accorgendosi della vivezza dei
raggi che la lanterna retrocedeva; sarebbe bastato che un suo bagliore
traversasse la strada e gli battesse sul viso ad impedire la disgrazia, per la
quale appunto si ordinavano le ronde.
La lanterna si avvicinava sempre.
Allora tornò a tremare di essere
scoperto, ma, per una reazione quasi di collera contro sé medesimo, si mise di
sbieco, perché lo spessore del palo lo nascondesse meglio.
Voltandosi, laggiù, vide una
luce.
* * *
Era il treno, ma non era ancora
che una fiammella misteriosa nella notte.
Pareva immobile, tutto rimaneva
immoto intorno, il guardiano era scomparso dentro il casello: nel silenzio
tranquillo dell'aria non un soffio, il fiume taceva.
Un brivido del palo gli passò per
tutto il corpo facendolo tremare a verga a verga, mentre, laggiù, quella
fiammella rimaneva sempre così piccola e ferma.
Un impeto freddo gli raggomitolò
l'anima in uno di quei terrori sùbiti, senza nome, dei sogni.
E strinse violentemente il palo
guardando.
La fiamma appariva rossastra come
in un'aureola, entro la quale pareva di scorgere le larghe maglie tremule di
una rete nera. La sua immaginazione si rappresentò subito la marcia rapida,
folgorante, del treno apparentemente fermo per la sua stessa velocità, con quei
due immensi occhi di fuoco, che gli rischiaravano la strada. Veniva da lungi,
andava lungi, nero, veloce, misterioso, fatale. Nulla poteva arrestarlo; il suo
respiro era mostruoso; ansava, soffiava fumo senza perdere la lena, senza
spossarsi nel palpito enorme, scivolando sulle rotaie che tremavano, sfondando
la notte inconsapevole. Non aveva meta, si arrestava, ripartiva; la gente
spariva nei suoi vagoni neri, tappezzati all'interno come stanze, vi si obliava
chiacchierando, in una fede sicura al mostro immane, che non aveva mai saputo
nulla e non saprebbe mai nulla di coloro, che viaggiavano nel suo ventre. Di
giorno e di notte, in qualunque stagione, sotto il sole, sotto la pioggia,
sulla neve, andava sempre; il suo tremito diventava più profondo traversando i
ponti, il suo respiro si faceva asmatico sotto i tunnels, dai quali prorompeva
con un fischio trionfale d'ironia avventandosi giù per le valli, e non di meno
ubbidendo docile alla mano, che gl'imponeva di rallentarsi dinanzi alle prime
case di un villaggio.
Era la forza stessa del sole
diventato carbone, che si sprigionava daccapo in un altro fuoco; era la
giovinezza eterna del moto, che crea tutte le giovinezze.
Si ricordò la frase invidiosa di
don Procopio: come è sempre giovane, è sempre come la prima volta che lo si
guarda!
In un attimo, la sua fantasia
aveva riveduto tutti i quadri e tutti i sogni della vita.
Quel treno misterioso nella notte
trasportava indifferentemente gli uomini e le merci, i dolori e le gioie, era
esso medesimo tutta la vita nella sua corsa perpetua che nulla può fermare,
nella sua insensibilità, nella sua fiamma, nel suo rombo, nel suo orgoglio
vincitore di ogni ostacolo. Bastava salirvi per sfuggire subito a tutte le
proprie difficoltà, e non essere più che uno sconosciuto fra sconosciuti, in
viaggio verso una meta non confessata, a ricominciare sopra una terra nuova la
vita quasi consunta in un'altra. Tutto diventava piccolo dinanzi al prodigio di
un treno: impotenza ed impossibilità non sono che conseguenza di un luogo,
risultati di un ambiente, mentre la vita sempre giovane, corre sempre, si
rinnova, si perpetua, dimentica, divora il tempo e lo spazio, bella come il
sole che l'accese, più lunga del sole che si spegnerà. L'uomo non è più nulla,
se vuole contraddire o dominare la vita, non ne può saper nulla, non vi deve
mutar nulla: la morte vera è quando il nostro corpo si rompe da sé, ma allora
la vita intorno non se ne accorge. Bisogna vivere come si può, più che si può,
bisognerebbe poter vivere sempre.
Un tremito profondo del palo lo
scosse; la campagna sempre addormentata non si accorgeva che il treno l'oltrepassava
vigile ed indifferente come il pensiero.
Allora l'umiliazione, che
gettandosi sotto quel treno ne sarebbe stato stritolato senza produrvi nemmeno
una scossa sensibile, lo vinse. E se il macchinista, avvertendo il caso,
arrestasse la corsa, quel cadavere di uno sconosciuto, che faceva perdere
qualche minuto al treno, non sarebbe stato che uno spiacevole incidente per
tutti.
- Perché si sarà gettato sotto il
treno? - si sarebbero appena domandato tra di loro gl'impazienti.
- Ma s'intendeva già il suo
rombo, si distinguevano i due fanali rossi, dilatati, abbacinanti; la terra
incominciava a tremare, l'aria palpitava, dalla notte desta di soprassalto
uscivano sussurri inquieti, giù pei campi alcune voci spaurite sembravano
richiamarsi.
Egli sentì tutto questo. Come se
le fiamme dei fanali gli fossero entrate per gli occhi nel cervello, non vedeva
più, mentre la stessa convulsione spasmodica lo faceva stringersi sempre più
violentemente al palo, che oscillava quasi scosso da una bufera.
Era tardi, non c'era più tempo.
Il treno gli fuggiva agli occhi
enorme, nero, con quel ventaglio di fiamma dinanzi, respingendo tutto col suo
respiro di fornace; dalle rotaie parevano sprizzare fiammelle, una colonna di
fumo illuminata internamente si distendeva sopra di lui, dietro di lui, come
una bandiera: e al disotto, fra lunghe fessure, si distingueva ancora una
vivezza di braciere, dal quale sfuggivano faville e bracie, che cadevano e si
spegnevano.
Egli si volse; il disco guardava
col grande occhio verde, lungi dal disco un trenta passi l'ombra del guardiano
protendeva ancora la lanterna nera col piccolo vetro rotondo.
Nessuno sospettava adunque di una
disgrazia.
Sarebbe stato uno slancio, uno
scricchiolio e più nulla. Davanti alla rapidità spaventevole del treno capì che
egli avrebbe potuto essere anche più rapido, gettandosi bocconi sulla rotaia
per lasciarsi passare sul collo l'immane valanga.
Quest'ultima sensazione gli durò,
quando il treno col proprio vento non lo scuoteva più così abbracciato al palo;
e i vagoni neri s'inseguivano quasi contigui nell'ombra, e dai finestrini si
travedevano dentro gabinetti illuminati, rossi, scuri, in una nudità di legno,
o non si vedeva nulla, mentre i vagoni fuggivano chiusi sino alla cima, oscuri
e sinistri come catafalchi.
* * *
La notte non mutava.
Seduto presso quel palo, colle
gambe abbandonate giù per la ripa erbosa, aveva ancora nella fantasia ansante
quella visione. Aveva ascoltato il fischio d'arrivo e quello di partenza, gli
ultimi rumori e gli ultimi tremiti nella notte, con l'angoscia che si prova
solo sfuggendo momentaneamente alla morte. Nessuno fra quanti viaggiavano su
quel treno si era certamente immaginato che a quel palo qualcuno fosse rimasto
in dubbio di gettarsi sotto le ruote per finirla colla esistenza; ciarlavano o
dormivano, nel pensiero dell'arrivo, trasportati dalla corrente della vita, più
impetuosa ancora del treno. Potervi salire e vivere, null'altro!
Egli lo aveva sentito con una
intensità, che gli rovesciava nella coscienza tutte le ragioni della morte. Il
treno gli era apparso dentro una poesia strana ed imperiosa: la sua forza, il
suo impeto esprimevano un trionfo costante nell'orgoglio del suo stesso
prodigio. Ognuno dei viaggiatori, rapiti dalla sua foga, avrebbe potuto essere
già sfinito nelle novissime disillusioni della morte, e non avrebbe meno
provato, nel profondo della coscienza, la vittoria di quella corsa. Ma gli era
rimasta nella fantasia quella successione di gabinetti rossi, coi divani a
mezzo ricoperti dai grandi, grossolani merletti bianchi, sui quali aveva
traveduto qualche testa di donna. Qualcuna andava forse a Parigi, un sogno che
egli aveva rifatto tante volte inutilmente, ciarlando cogli amici nelle dolci
notti di estate, quando, non sapendo come meglio ammazzare il tempo, andavano
sino alla barriera per veder passare il treno della mezzanotte. Egli si
ricordava le invidie provate nei brevi tragitti dinanzi ai viaggiatori esteri,
così riconoscibili alla disinvolta eleganza del vestito e dei più minuti comodi
di viaggio: erano i felici, i veri padroni del mondo, pei quali i climi non
avevano inconvenienti e le stagioni mutavano indarno.
Il lusso di queste esistenze
superiori gli riappariva davanti come un quadro rosso di quegli scompartimenti
di prima classe, ammantellati di ricami bianchi, con delle teste di donne
soffuse di un tenue pallore.
Tutto era bello: i cuoi delle
valigie avevano tinte esotiche, i fermagli sprizzavano raggi fra il disordine
soffice dei veli, degli scialli, delle coperte gettate alla rinfusa, in alto,
sulla piccola rete. Si fumava, si chiacchierava, alcuni leggevano il giornale.
Invece egli era venuto in quella
notte per gettarsi sotto il treno.
Si strinse con ambe le mani la
testa per riordinarvi i pensieri: perché dunque non lo aveva fatto?
Non seppe rispondere.
* * *
Ma voleva farlo.
Sentiva sempre la suprema
inutilità del suicidio, quantunque non gli tornasse nella mente un ricordo
della famiglia abbandonata, e non gli rampollasse dal cuore un rimpianto della
vita trascorsa. Dopo quella lunga giornata, era rimasto veramente solo. La
morte, balenatagli così terribilmente nel primo tumulto di quella lettera, lo
aveva poco a poco affascinato come il vuoto, nel quale nessuno sguardo può
fissarsi lungamente: egli aveva resistito precipitandosi da ogni lato, ma
perdendo sempre qualche cosa in ogni sforzo, sentendo svellersi dal profondo
del proprio essere una per una tutte le più sottili radici. Doveva essere così,
perché la coscienza arriva sempre nuda dinanzi alla morte. L'anima
affacciandosi all'infinito non può essere che sola: i morenti mutano allora
fisonomia, poiché sono già assenti prima di essere morti, mentre tutto quanto
formava la loro vita non ha più nemmeno il valore di un passato, e il futuro
non traspare ancora dalla torbidezza del mistero finale.
Così solo, non aveva più né
coraggio né paura.
Lungamente pensò al tempo che gli
rimaneva da passare in quella posizione. Nessuno lo aveva sospettato durante il
giorno, nessuno lo aveva ancora visto, nessuno quindi lo vedrebbe su quella
strada. Chi poteva pensare che egli stesse per morire? Quale influenza poteva
avere la sua morte?
Solamente la sua volontà vegliava
ancora nell'attesa dell'ultimo momento.
* * *
Per quella necessità di far pure
qualche cosa finché si è vivi, macchinalmente si cercò nelle tasche un sigaro
per fumare, ma non ne aveva: poi si sdraiò lungo il sentiero, sul margine della
ripa, perché quella posizione, così seduto, gli aveva indolenzito la schiena.
La terra gli diede sotto la nuca una impressione di frescura.
A sinistra, nel cielo, si era
formato un largo, sottile velo scuro, le stelle splendevano piccole e rade.
Tutto taceva. Al di sopra di quel silenzio assonnato, la vigilia eterna degli
astri rompeva le ombre dell'infinito, ma la tenebra sulla campagna era così
densa che tutto vi era naufragato. Il suo sguardo salì attratto dal tremolio di
quei fuochi di bivacco, e si perdette nella loro confusione.
La volta cerula si allontanava
ugualmente, da qualunque punto l'occhio la contemplasse, per una distesa
trasparente come le fiammelle che vi bruciavano nella inutilità della loro
distanza senza misura. Nella sua mente oscura egli non riceveva che questa
impressione. Le poche nozioni scientifiche apprese nelle scuole non avevano
potuto dargli un concetto vivente del cielo; le stelle, come tanti mondi simili
alla terra, probabilmente popolati come la terra, erano rimaste per lui un'idea
vuota, un'ipotesi smentita ad ogni notte dall'apparenza del fatto. Il suo
pensiero, troppo piccolo, come quello del popolo, per accogliere le spiegazioni
della scienza, ritornava involontariamente alla primitiva concezione poetica
del cielo, una volta azzurra, punteggiata di fanali e magnificamente spiegata
sul mondo. Ma tutto era sulla terra. Questa rappresentazione immutabile per lo
spirito umano e contro la quale nessuna scienza potrà prevalere, non gli dava
anche adesso che una sensazione di stupore; per concepire le stelle come tanti
mondi uguali al nostro, avrebbe dovuto immaginarsele spente, e allora gli
sarebbe parso di non poterle più vedere; quindi l'enormità del loro mistero,
moltiplicata per l'infinito del loro numero e per quello anche più terribile
dei destini, che vi si svolgevano, avrebbe soffocato istantaneamente il suo
pensiero.
Egli guardava quel cielo senza
una piega, velario diafano e costellato, che avvolgeva la terra oscura, tutta
piena di dormienti destinati a morire, mentre l'anima gli si assopiva sempre
più in un torpore di coma.
Il lungo, dissolvente lavoro
dell'agonia si era omai compito dentro di lui: un vuoto aveva inghiottito il
suo spirito, e tutto quanto gli restava di vita non era più che un moto di
abitudini.
Tale ultimo stadio gli dava
appunto quella calma, che appare sempre così inesplicabile nei condannati a
morte.
* * *
In quella torpidezza così simile
al sonno, che teneva la campagna, il suo corpo si riposava dalla stanchezza
della lunga giornata. La frescura era blanda, l'aria tranquilla. Sdraiato lungo
il sentiero, colla testa in alto, non vedeva più nella strada ferrata né il
disco, né il palo del telegrafo: solo i fili neri di questo, tesi sopra il suo
capo, formavano come una scalea di un significato misterioso, mentre gli steli
alti del fieno si ripiegavano sul margine della ripa a toccargli le vesti, o
cedevano sotto la sua mano distratta, inumidendogliela.
Se qualche cosa avesse
attraversato la notte in quel momento, soffio o voce, il suo spirito l'avrebbe
seguita come si muovono nell'aria le piume di essa più lievi. Il sopore gli si
faceva sempre più profondo, la vita vegetale della terra l'invadeva.
Era per lui come un benessere di
albero sbattuto dal vento, arso dal sole nel giorno, e che di notte ridiventa
fresco, e dalle foglie ristorate manda un murmure indistinto. Qualche stella
sembrava tremolare nel sorriso della propria luce, altre si stringevano a
gruppi entro un albore diafano, e altre più remote scintillavano tratto tratto,
quasi barattando segnali di scolte. Ma tutto era pace anche lassù: una dolcezza
di riposo si spandeva su tutte le cose; perfino il fiume aveva cessato di
muoversi, e i ranocchi adunati nelle pozzanghere dei campi non gracidavano più.
* * *
Un lungo brivido gli discese dal
pensiero giù per le reni, mentre un fischio stridente, quasi di un proiettile,
gli passava sulla testa.
Il fischio seguitava rompendosi
nell'acutezza di appelli ripetuti, la terra tremava: prima ancora di essersi
potuto levare in piedi aveva scorto nuovamente la pupilla verde del disco
dilatata nell'ombra, e al disotto di essa, sulla ghiaia della strada, un
chiarore che si muoveva colla lanterna del guardiano.
Era il treno delle tre, un misto,
che veniva da Bologna.
Rimase dritto, cogli occhi
laggiù, spalancati sulla luce saliente dalla stazione invisibile. Non aveva
raccolto di terra il cappello, si sentiva un continuo soffio agghiacciato sulla
faccia, la gola gli si era improvvisamente disseccata. Sbirciò due o tre volte
il vetro verde del disco, sorvegliando l'ombra del guardiano; non tremava, ma
era come se tutto tremasse intorno a lui.
Aspettava in una tensione, che
non gli permetteva di fare un moto neppure coll'anima. Aveva i capelli irti e
la bocca aperta: il suo sguardo s'illuminava di una profonda chiarezza interna.
Il fischio ricominciò, poi a un
certo momento parve un urlo, che l'immane respiro della macchina già in moto
soffocasse; stridé ancora. La lanterna del guardiano si era alzata.
Si vedevano distintamente i due
fanali rossi e, più in alto, una oscillazione oscura di fumo: egli guardava
ancora, attonito, senza respirare, scosso dal tremito convulso della terra, che
pareva sfuggirgli sotto i piedi.
La sua vita non aveva più che
alcuni minuti secondi.
La macchina ebbe uno sbuffo più
violento.
Rapidamente, inconsapevolmente,
si gettò bocconi colla testa sulle rotaie; la rotaia tremava. Egli guardava
venire la macchina, ma non vedeva più che un immenso ventaglio di fiamma alto
come una parete, la terra oscillava sotto di lui; chiuse gli occhi e sentì
sulla ghiaia, nel medesimo attimo, il palpito del proprio cuore e i battiti
dell'orologio. Istintivamente aperse le braccia puntando le palme sulla ghiaia,
abbacinato dall'immenso fulgore di quell'incendio, che si precipitava contro di
lui rugghiando.
I suoi occhi sostennero per un
istante l'urto, non capiva, non sentiva; poi gli parve che il ventaglio di
fiamme si sollevasse, si vide la macchina lanciata a volo sulla testa, come
un'enorme arco di ponte che ardesse, un vento impetuoso gli sferzò il volto, mentre
la terra squarciata da un ultimo sforzo si apriva sotto di lui.
- No, no! - ebbe appena il tempo
di urlare, ritraendo disperatamente la testa, che la macchina gli era forse già
a soli venti metri.
Un torrente nero; solido, alto:
un soffio gelido ed irresistibile lo gettò quasi giù dalla ghiaia, sulla quale
puntellava ancora le mani, raggricchiato nello sforzo istintivo di farsi più
piccolo, senza potersi muovere, chiudendo gli occhi ad ogni vano fra vagone e
vagone, come ad una scudisciata che gli fendesse a mezzo le pupille.
E il treno enorme, vertiginoso,
freddo, nero non finiva.
All'ultimo vagone egli rotolò sul
sentiero.
Quando si rialzò non vide più il
treno.
* * *
Egli se ne andava lungo il
sentiero, a testa bassa.
Una vergogna amara di quanto gli
era accaduto aumentava sulla sua coscienza, come dopo la pioggia in certe
pozzanghere cresce l'acqua. Si era gettato sotto il treno cedendo alla
pressione di una forza interna che lo spingeva, e la sua ragione, rianimata dal
fracasso della macchina, aveva avuto irresistibilmente paura. La sua volontà,
incapace di qualunque sforzo, non si era più mossa, quando puntato sulle mani,
colla testa rasente ai predellini dei vagoni, aveva sentito sfilare
ruinosamente tutto il treno. L'aria, che fuggiva smaniando fra i larghi raggi
delle ruote, gli schiaffeggiava il volto gelato da uno di quegli orrori
fantastici, pei quali nella notte i fanciulli perdono la voce.
Egli non si era immaginato la
morte così enorme, con quella onnipotenza di uragano!
Adesso tutta la sua natura di
uomo timido ed inetto ripigliava il sopravvento. Una specie di buon senso gli
diceva sommessamente che aveva avuto ragione di aver paura: lo spettacolo del
treno, veduto colla testa sulle rotaie, era qualche cosa d'inesprimibile,
d'insopportabile. Le rotaie oscillavano sotto la sua fronte, quasi come il filo
del telegrafo quando il vento soffia impetuoso, la terra reboava, quel
ventaglio di fiamma, formato dalla congiunzione dei due fanali, si dilatava
sempre come per la spinta di una eruzione, dalla quale sfuggiva in alto
un'immensa colonna di fumo. Era una scossa saltellante di valanga, con un rombo
di tuono fra schianti di baleni e un vento freddo e una minaccia fulminea che
rovesciava, dissolveva tutto dinanzi a sé.
Perciò non aveva resistito.
Per un solo istante si era
irrigidito nel duello, premendo la tempia sul ferro gelido della rotaia collo
sguardo ardente su quell'incendio; sarebbe abbisognato che il treno non fosse
stato più che a tre metri, e allora forse il delirio stesso gli avrebbe fatto
mantenere la posizione.
Ma uno spavento lo aveva
avviluppato, e lo cacciava nuovamente per quel sentiero nella notte tranquilla.
Dove andare? Sentiva di avere ancora paura della morte, che gli era quasi
passata addosso con quel treno oscuro e fiammeggiante, nell'impeto procelloso
di una vittoria: ne aveva rimasto l'abbarbaglio negli occhi e il vento nei
capelli. La sua faccia non gli sarebbe parsa più la medesima, se avesse potuto
vederla; era di un pallore lapideo, cogli occhi vitrei e una specie di smorfia
immobile sulla bocca. Come tutti i toccati dalla morte, aveva mutato. Nel suo
stesso terrore gli rimaneva qualche cosa di estraneo alla vita, un senso di
profondità interminabili, un freddo di caduta per una ruina di abissi. Infatti
quel treno non gli era parso che si allontanasse per la strada ferrata, ma era
dileguato per lo spazio, come il tuono, in uno di quei rapimenti che accendono
a razzi le stelle.
* * *
Si arrestò.
Aveva camminato per qualche
miglio, senza por mente alla diversità della sottoposta campagna nella tenebra.
Si accorse di essere tutto bagnato di sudore e di rugiada, il luogo non pareva
mutato, e le rotaie gli si perdevano sempre dinanzi a pochi passi sul piano
oscuro della strada.
- Diranno che ho avuto paura!
Infatti lo avrebbero detto,
vedendolo così. Era stato lo sbigottimento inevitabile della morte, giacché il
coraggio non è appunto che uno sforzo contro di esso, che la gente non vorrebbe
mai vedere in coloro che debbono morire. Il soldato, il condannato titubante
divengono istantaneamente spregevoli; bisogna che entrambi fingano il
disprezzo, quasi la provocazione, perché tutti si esaltino in questa vittoria
della volontà umana. Ma il suicida, che si vantò, per una qualunque ragione, di
gettare la propria esistenza come un cencio immondo dietro di sé, non ha più
diritto alla paura. In questo caso la gente insorge contro il falso temerario,
che voleva sottrarsi alla pressione della morte, più greve ancora di quella
dell'aria, giacché ci mantiene aderenti alla vita malgrado tutti i dolori: e le
contumelie diventano la rivincita dell'umiliazione, che il coraggio
inesplicabile di ogni suicida infligge alla moltitudine sempre invocante la
morte e singhiozzante di viltà ad ogni sua apparizione.
Chi l'ha voluta davvero, non può
ritornare nella vita. È una consacrazione come quella che la religione pratica
sui propri sacerdoti, i quali non sanno più riconfondersi cogli altri uomini.
Egli si rappresentava tutto
questo oscuramente, nelle scene che ne sarebbero seguite a casa sua e nel
caffè. Si ricordava di alcuni, che avevano annunziato il proprio suicidio, di
altri ancora più infelici, che vi erano sopravvissuti rimanendo per tutti un
oggetto di scherno. Se egli fosse tornato addietro, avrebbe intoppato nella ilarità
di tutto il paese, unanime, dopo una simile commedia, nel giudicare anche più
abbietto il suo dramma. Poi, conosceva la zia Matilde, che appena aperta quella
lettera ne avrebbe gettato le alte grida per tutta la casa e per le strade,
correndo da Caterina. Come intercettare quindi quella lettera? Perché
intercettarla?
Per quanti sforzi avesse voluto
fare, non gli sarebbe riuscito di tornare indietro: la sua anima vuota non
amava, non si doleva più, ma, sola dinanzi a sé medesima, assisteva come uno
spettatore al supremo duello della volontà contro l'istinto. Se non che, finite
tutte le ragioni del vivere, la vita resisteva ancora al pari di ogni involucro
alla pressione che doveva spezzarla, ed egli provava un'ultima indicibile
vergogna per se stesso nel riconoscersi così pauroso. Solo una specie di
testardaggine, un impegno col proprio orgoglio, l'obbligavano a morire.
Aveva sempre la rivoltella in
tasca, ma non pensò nemmeno un istante a servirsene; dopo quel primo infelice
esperimento, temeva di fracassarsi la testa senza uccidersi, perdendosi così in
un'altra fine peggiore di tutte le morti. Infatti un suicida sopravviveva
ancora in paese, dopo essersi asportato con un colpo di pistola quasi tutta la
parte inferiore del volto: era un giocatore non vecchio, che da quel giorno non
aveva più osato uscire di casa, e pel quale la serva, diventata sua moglie,
cercava l'elemosina.
Ma se avesse potuto davvero
analizzare sottilmente se stesso, in quella ripugnanza ad uccidersi con la
rivoltella avrebbe scoperto qualche altra cosa, poiché a quel modo si sarebbe
veramente ucciso da sé, mentre invece non voleva che morire. Gettarsi sotto il
treno e lasciarsi schiacciare! Non egli avrebbe distrutto sé medesimo, ma
un'altra forza, un mostro vivente, ansante, il più prodigioso uscito dalla
mente umana. Egli sentiva un'ironia nella antitesi della propria debolezza
contro tale onnipotenza, nel mutare quello stupefacente veicolo di vita in uno
strumento di supplizio. Era come una vendetta contro la società, che lo
costringeva a morire colla assurda contraddizione delle proprie leggi coi
propri costumi. Infatti il suo suicidio non aveva altro motivo.
La natura non ha bisogno del
nostro concorso per ucciderci, il mondo solo ci condanna al suicidio: quando la
nostra presenza non vi è più possibile, sentiamo la necessità di morire, per
non durare come un rimasuglio fra la gente. La società non è pari alla natura,
nella quale anche i residui hanno un valore. Ognuno crea se stesso in una
classe o in una funzione con indelebili caratteri, ma, distruggendo questa
personalità, non gli rimane né posto, né gruppo. Allora erompe la
contraddizione fra l'istinto che vorrebbe vivere, e la ragione che non sa più
trovarne il modo.
Infatti egli non aveva,
coll'imprudenza di quella cambiale falsa, sciupato che la propria condizione in
paese, così che potendo trasportarsi altrove non avrebbe quasi nulla perduto.
La morte, cui si umiliava, era un omaggio al giudizio della società, un tragico
complimento all'importanza della classe, nella quale era nato. Come marito,
come padre, come uomo, egli consentiva a non poter vivere se non come aveva
vissuto fino allora, mentre intorno a lui le migliaia e migliaia vivevano
egualmente bene entro la condizione, nella quale sarebbe precipitato; ma poiché
la nostra vita è anzitutto spirituale, una mutazione della sorte vi ha
infinitamente più importanza che qualunque altra della natura. Dalle più grandi
tragedie ai più minuscoli drammi, non si tratta mai che di suicidio, di una
immolazione che l'individuo fa di se stesso alla società, come vittima
espiatoria delle colpe altrui o delle proprie.
Quindi la vergogna dell'aver
avuto paura lo mordeva anche allora, che nessuno se n'era potuto accorgere.
L'orgoglio necessario al suicidio, quella esaltazione di sentirsi maggiore
degli altri, appunto gettando ciò che è tutto per essi, gli era venuta
improvvisamente meno. Vile come coloro, per non somigliare ai quali moriva, si
era gettato disperatamente indietro dalla rotaia, invece di lasciarvisi
sfracellare. Egli aveva provato confusamente, in quei brevi istanti, una specie
di compiacenza ironica e superba al pensiero di insudiciare col proprio sangue
il lucido cerchio delle ruote, arrestandone forse, magari per un secondo, la
marcia trionfale.
Lo avrebbero visto fracassato, irriconoscibile,
inorridendo in quella inesprimibile paura della morte, che gela istantaneamente
tutti i cuori!
Sarebbe stata la sua rivincita
dopo morte, perché anche il suicidio ha bisogno di averne una.
* * *
Seduto accanto al palo, coi
gomiti sulle ginocchia e la fronte fra le palme, piangeva.
Dopo aver girato lungamente
innanzi e indietro per il sentiero, in un orgasmo di febbre, era ritornato allo
stesso punto, vinto dal fascino misterioso, contro il quale lottava. Era stata
una corsa miserabile di fanciullo smarrito per la notte che si sente aggredito
a ogni tratto nell'invisibile e non osa gridare nemmeno inciampando. Non poteva
decidersi, non sapeva andarsene; qualche altro treno doveva passare prima di
giorno. Quando rivide quel palo, ne provò un sollievo come di una meta; la luce
del disco era sempre rossa, lontanamente la stazione aveva quel largo riverbero
d'incendio.
Qualche lagrima calda gli
scivolava fra le mani e le guance, sciogliendosi con un sottile bruciore di
sale. Era l'ultimo pianto, quello che non si sente più, perché tutto è già
morto di dentro: i suoi occhi piangevano, come talvolta le ferite lasciano
uscire goccia a goccia il sangue, mentre il moribondo sente ancora che col
sangue se ne va la vita. La natura stessa esprime talvolta un simile pianto in
certi squallori di paesaggi autunnali su praterie opache, sotto un cielo
grigio, senza un vivente che le attraversi e senza case; o fra roccie appannate
e riarse, in una nudità di cadavere. E vi è un dolore sotto le pietre, e pare un
pianto l'umidità che l'aria del crepuscolo vi lascia.
* * *
Un gallo cantò.
L'aria era ancora così scura, ma
il sereno del cielo principiava ad imbiancare in una purezza sempre più
scialba: le stelle adesso rade perdevano quel tremolio che le ingrandiva, ogni
vapore si era disciolto. Senza che ne apparissero ancora i segni, l'alba si
avvicinava. Nell'aria più fredda altri brividi passavano, simili a sussurri
mano mano più intensi. Toccò un ciuffo d'erba sull'orlo della ripa, e ne
ritrasse le dita imperlate di rugiada.
Da quell'altezza della strada
cominciava a discernere la campagna.
Gli alberi scoprivano già le
cime, disegnando la regolarità dei loro filari; poi un altro gallo cantò e un
crocchio di rane volle rispondergli, ma la loro voce notturna si spense
all'improvviso. Gli parve di udire come uno schiaffo di imposte nel muro, una
luce apparì. Non era più la notte. Laggiù il grande riverbero della stazione si
appannava, mentre dietro le mura della città quel vapore luminoso aveva cessato
di salire dalle strade invisibili, e in alto, molto in alto, i tre campanili
spiccavano rigidamente.
Un freddo gli strinse lo stomaco.
Sebbene il casello del guardiano sembrasse chiuso, si allontanò guardingamente
dal palo, perché sul margine della strada, nell'aria sempre più diafana,
sentiva di apparire a tutta la campagna. Gli alberi si scrollavano lievemente,
sibili d'insetti, tintinni misteriosi preludevano alla grande sinfonia del
giorno. Una luce approdava all'ultimo orizzonte respingendo la tenebra, che si
orlava di riflessi evanescenti in lunghe strisce, talvolta simili a nuvole
stracciate. Ma più che dell'albore, egli aveva paura dei suoni. Le cose più
mattiniere intorno a lui si erano già deste; dentro le frondi qualche ala batteva
per spigrirsi, mentre gli ultimi sogni strisciavano impalpabili sugli occhi
ancora socchiusi. Seguì per qualche minuto il volo spaurito di una nottola,
rivedendola ogni volta, con una specie di compiacenza egoistica, traballare
sempre più incerta e precipitarsi nuovamente giù nell'ombre più dense, ad ogni
chiarore che si diffondeva nell'aria. Si era allontanato mezzo miglio dal palo,
ma la città e il ponte di ferro si vedevano ancora.
Se non avesse avuto così paura
del giorno, gli sarebbe sembrato ancora notte; infatti, laggiù, i fanali
rimanevano accesi, appena l'ultima linea dell'orizzonte si era rischiarata, e
qualche gallo impaziente aveva lanciato il primo squillo della propria diana.
Ma i suoi sensi, vibranti di un ultimo orgasmo, gli rendevano manifesti i più
impercettibili segni. Non poteva più ricapitolare quanto gli era accaduto nella
notte, sentiva solamente una vergogna crescente, intollerabile di essere ancora
lì, senza un motivo. Per tutta la notte era stato solo, adesso invece la luce
gli addenserebbe intorno tutti i viventi: il suo coraggio non potrebbe
resistere, sarebbe ripreso, ricacciato a forza indietro, più in basso, per
sempre, sotto la propria ruina, inconsolabile, immutabile, inutile. Tutto
ridiventava un pericolo. Guardava, ascoltava convulsamente; la notte non era
più simile a se stessa; la sua frescura, la sua tranquillità, il suo sonno
avevano mutato; una inquietudine agitava ogni suono e dava un accento di
trepidazione a tutte le voci. La solitudine si riempiva.
Guardò l'orologio, ma non
distinse i numeri sul piccolo quadrante, e non osò accendere un fiammifero.
Dovevano essere le quattro: forse a quella distanza l'orologio di sant'Ippolito
si sarebbe ancora udito; poi n'ebbe paura. Qualunque voce gli faceva male;
nell'aria colse un vagare di aromi, altri effluvii che s'innalzavano verso il
mattino. A che ora passerebbe il primo treno? Sbigottito si voltò verso il
disco, ancora così rosso, ma di un rosso meno luminoso. Per le altre strade
della campagna la gente doveva aver ricominciato il proprio passaggio, i
lattivendoli, gli ortolani, tutti coloro che soddisfano ai primi bisogni della
città; nei due grandi caffè della piazza, sempre aperti, nottambuli col volto
livido dalla veglia troppo prolungata comincerebbero a parlare di separarsi,
perché odiavano istintivamente l'alba e la sua ripresa coraggiosa del lavoro
sotto la immutabile necessità dell'andare avanti. Anch'egli era un nottambulo,
l'ultimo, per l'ultima volta. Nel tormento di quella paura, soffriva alla
preparazione lenta del giorno, più ammirabile forse che lo scoppio stesso del
sole trionfante daccapo a sollecitare coi propri raggi tutti i viventi. Egli
allora non si muoverebbe, informe cadavere per sempre. Ma non voleva esser
visto prima, non aveva bisogno delle sollecitazioni, che gli aumentavano
intorno. Se ne andrebbe, se ne andrebbe ad ogni modo, nella disperazione di non
aver potuto nulla comprendere, senza la giustificazione di quanto aveva
sofferto! Meglio la notte, il buio senza vita: un silenzio eterno e la sicurezza
del nulla, perché non vi poteva essere altro, dopo! Il suo odio alla vita
glielo rivelava chiaramente. Egli, che aveva tanto patito il giorno innanzi
nella rottura graduale di ogni vincolo, adesso non soffriva più che la fretta,
colla quale gli pareva di sentirsi cacciato; non v'era altro tempo da perdere.
Fra venti o trenta minuti, da quella posizione tutti avrebbero potuto
scorgerlo. I canti dei galli si erano venuti ripetendo, poi un muggito aveva
dominato tutte le voci. I pioppi tornavano a stormire colla battuta secca della
grandine, i salici sibilavano, le quercie sussurravano appena.
Da un olmo sotto la strada un
gridìo di passere, subitaneo come una risata, lo fece trasalire.
Ormai egli stesso avrebbe potuto
discernere lungo il binario un uomo a grande distanza, e tuttavia era ancora
presto.
Si fermò al primo palo del
telegrafo, sdraiandosi daccapo sul sentiero per nascondersi. Stava in agguato,
coll'occhio teso sulle ultime lontananze della strada, l'orecchio aperto
sospettosamente a tutte le voci; le erbe alte, fradice di rugiada, gli
bagnavano il volto percosso tratto tratto da un tremito, che gli echeggiava
sonoramente sino al fondo dell'anima. Ma tutte le forze gli erano
improvvisamente tornate: era l'attacco finale di quel duello troppo lungo colla
morte, senza più alcuna incertezza, e più orribile nell'impossibilità di
muoversi. Tutto il suo odio si era mutato in coraggio, quasi la morte, che gli
verrebbe incontro su quel treno, dovesse avere una forma umana come la sua. Il
suo tetro scheletro, colle occhiaie vuote e la lunga falce, gli riappariva
nella fantasia cogli altri fantasmi della espiazione cristiana evocati
dall'ultimo dubbio: ma temeva solamente di non poter durare per tutta la
lunghezza della prova. Il suo sforzo supremo era di non pensar più, non voleva
più nulla davanti. La sua coscienza era giunta finalmente al disprezzo della
vita, di questa farsa stupida ed atroce, che nessun Dio poteva aver voluto,
perché vi si soffre solamente, e coll'amore di un minuto vi si chiamano altri a
soffrire e a morire: ecco tutto! Il resto era menzogna. E davanti a questa
imperscrutabile necessità il suo individuo urlava nello spasimo di non poter
inabissare tutta la terra e, strappando con un gesto titanico dal cielo
l'immenso manto stellato, ravvoltolarvisi come in una bandiera nemica, e
spirare ultimo sulla ruina finale di quanto era stato.
- Ah! - gridò balzando in piedi,
immemore di ogni riguardo.
Era il treno. Nel pallore
crescente della tenebra la sua luce appariva simile a quella di un palloncino
roseo librato nell'aria, ma egli non vedeva che la morte. Era scattato in piedi
alla prima scossa del terreno come ad un appello, protendendo il volto in una
impazienza quasi insolente della fine. Aveva negli occhi un chiarore di
cristallo e sulla faccia una fisonomia di marmo. Rimase così immobile, colla
volontà tesa contro il treno, calcolando mentalmente la rapidità della sua
corsa.
Un fremito d'orgoglio lo scosse
ancora, nel vederlo già così vicino che si discernevano distintamente i due
fanali; aprì le braccia ad un gesto inesprimibile, e si gettò sulla rotaia
abbandonato.
Era caduto, quasi colla fronte
sul ferro, gli occhi rivolti al treno. Avanzò la testa per poggiare il collo
sulla rotaia, lasciando penzolare il capo nel vano come da una ghigliottina.
Il freddo del ferro alla gola gli
fece passare questo paragone nel pensiero.
Ma allora tutte le forze lo
abbandonarono, si decomposero per le scosse della terra, che gli passavano per
tutto il corpo colla violenza di continue scariche elettriche. Si raggricchiò,
chiuse gli occhi, travolto dal fragore precipite che già l'investiva; il ferro
della rotaia gli friggeva quasi sotto il collo, una vampa gli aveva ventato
sugli occhi, mentre nel terrore delirante, ineffabile, di quella cosa senza
nome, la sua volontà caparbiamente disperata, come quella di un bambino,
ripeteva:
- Non importa, non importa!
Con un ultimo sforzo premé ancora
il collo sulla rotaia.
Poi un'estrema convulsione di
turbine, di abisso, di valanga, d'incendio, lo fece quasi rivoltolare sopra se
stesso; aprì gli occhi nella fiamma, e per una paura più terribile gridò:
- Mio Dio!
Ma l'enorme macchina gli era già
passata furiosamente sulla testa, soffocando nel proprio fracasso di cateratta
l'inutile parola.
FINE
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