Scena prima. Coro, Selimo
e Mustafà
Coro
Splende sereno e fulgido
oltre l’usato il giorno;
par che secreto giubilo
empia ogni cosa intorno,
or che comincia a sorgere
beltà dal suo dolor.
A lei frescura apprestino
la palma, il lauro, il mirto;
le aurette a lei
sollevino
dei fior l’olente spirto,
ed il ruscel che mormora
ragioni a lei d’amor.
Selimo
Quando m’offre amica sorte
così prospero momento,
vuoi ch’io manchi d’ardimento,
mi consigli di fuggir?
Vo’ parlarle alcuni istanti,
se credessi di morir.
Mustafà
Ah signor, non è la morte
come prendere un sorbetto,
è un boccone maledetto
che si stenta a mandar giù.
Un milion darei d’amanti
per poter campar di più.
Selimo
Non temer; vivrai, poltrone,
saran salvi i giorni
tuoi.
Mustafà
Se si scopre la finzione
io son fritto al par di
voi.
Selimo
Qui non sono conosciuto,
per tuo servo io son
tenuto.
Mustafà
Siete troppo delicato
per garzon di
giardiniere.
Selimo
Sia di me che vuole il fato.
Prendi..
(gli porge una borsa)
E seguita a tacer.
Per vederti o mio tesoro
io non odo alcun timore,
sommo ardir mi dona amore,
e il pensier di tua
beltà.
Dolce speme a me predice
che felice il cor mi fa.
Mustafà
È pur dolce il suon dell’oro,
l’armonia ne sente il core
ma il timore è un sonatore
che di più sentir si fa.
La mia musica mi dice
infelice, il palo è là. (Odesi lieta musica.)
Mustafà
Il Califfo! ritiriamci...
Selimo
Zitto.
Mustafà Fate a modo mio.
Selimo
Non temer: sta’ cheto, stolido,
sconosciuto a lui son io.