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Aureliano
Invan, Zenobia, in queste
remote stanze il tuo rossor nascondi:
ti segue in ogni lato
l’ira di Roma, e in pochi istanti fia
pubblico il tuo rossore e l’ira mia.
Zenobia
Vincesti, Augusto; è giunta
Palmira in tuo poter: l’Asia sconfitta
piega la fronte incatenata e doma;
ma per Augusto e Roma
il maggior a domar nemico avanza...
Aureliano
Un nemico? e qual è...
Zenobia
La mia costanza.
Aureliano
Audace! e che pretendi! esci,
e d’intorno
mira in un breve giorno
quanta strage de’ tuoi fece il mio brando:
quando in catene, e quando
strascinata sarai sul Campidoglio,
allor, superba, deporrai l’orgoglio.
Zenobia
Lieve impresa non è: poche finora
di Asia Regine de’ romani
duci
il trionfo adornar; l’odio nel mondo
contro il Tebro oppressor vive tutt’ora;
vi son Cleopatre e Sofonisbe ancora.
Aureliano
Se udir volessi, ingrata,
la maestà di Roma, in pochi istanti
dovrei punirti; ma per te mi parla
un’altra voce più soave al core:
puoi disarmar, Regina, il mio furore.
Se libertà t’è cara,
se brami regno e pace
cedi, abbandona Arsace:
io ti offro gloria e amor.
Zenobia
Taci: è mia gloria sola
d’Arsace il puro affetto:
se vivo in quel bel petto
sono Regina ancor.
Aureliano
Lo fosti.
Zenobia
Ancor lo sono.
Aureliano
Tutto perdesti.
Zenobia
Il trono.
Aureliano
Insana! e che t’avanza?
Zenobia
Fama, virtute e onor.
Aureliano
(Prima costanza mia,
invan ti chiamo al cor:
benché crudel mi sia
mi piace il suo rigor.)
Zenobia
(Prima costanza mia,
non ti partir dal cor:
benché fatal mia sia
non curo il suo rigor.)
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