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Felice Romani
Aureliano in Palmira

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  • ATTO SECONDO
    • Scena quattordicesima. Aureliano, Zenobia, Arsace
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Scena quattordicesima. Aureliano, Zenobia, Arsace

 

Aureliano
Arresta.
Si disarmi il traditor.
(Arsace è disarmato.)

Poca pena, indegni, è morte:
voi vivrete in pianto amaro:
del rossor che vi preparo
sarà Tebro spettator.

Zenobia
Per pietà...

Aureliano
Pietà non sento.

Arsace
Morte io voglio...

Aureliano
No: vivrai.

Arsace
L’onta mia tu non vedrai.

Zenobia
Non godrai del mio rossor.

Aureliano
Ah! perché mai quell’anime
nate non sono in Roma!
Corigrandi e intrepidi
invidio all’Asia doma,
e mille ignoti palpiti
calmano il mio rigor.

Zenobia e Arsace
Vivi: saran nostranime
esempio al mondo e a Roma;
tutto non resta al barbaro
l’onor dell’Asia doma,
quando il mio cor non palpita,
quando non hai timor.

Aureliano
Entro carcere distinto
li traete, o fidi miei.

Arsace
Infierir tu sai nel vinto,
sei Romano...

Zenobia
E Augusto sei.

Aureliano
Alme audaci! Parti. Va’.

Zenobia e Arsace
Io parto... (oh dolore!)
M’abbraccia, mio bene.
Deh scemi l’orrore
di nostre catene,
l’amor, che seguace
d’entrambi sarà...
(Il pianto s’asconda,
che il seno m’innonda,
che freno non ha.)

Aureliano
(Cotanto valore
sorpreso mi tiene.)
Aggravi l’orrore
di vostre cattene
l’idea che la pace
giammai vi unirà...
(La nova s’asconda
che il seno m’innonda
ingiusta pietà.)
(Partono.)

 

Atrio come sopra.

 




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