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P. Jesús María Lecea, Sch. p
Il nostro vivere la cittadinanza evang. oggi come donne...

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  • A)      Il vivere
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A)      Il vivere

 

            Inizio sottolineando l'importanza della vita religiosa come vita, senza nessun appellativo vicino. Siamo chiamati a vivere in pienezza tutta la realtà ricevuta da Dio, perchè la missione di annunciare il Vangelo è un dinamismo che parte dal di dentro per riversarsi al di fuori: «Quello che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunciamo a voi» (1Gv 1, 2-3). La missione è imprescindibile testimonianza di vita perchè quando i messaggeri e i destinatari dell'annuncio entrano in comunione tra loro  scorre anche la vita: «affinché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1, 3). Parlo di vita in pienezza! È una meta molto alta e difficile però questo non ci deve intimorire sebbene la nostra verità concreta è fatta di fragilità, mediocrità e talvolta d'incoerenza. Portiamo i preziosi doni di Dio, i suoi "tesori", in "vasi di creta" (cfr. 2Cor 4, 7). La perseveranza insistente della fede che ci aiuta a leggere la vita con gli occhi di Dio, ci introdurrà all’esperienza e certezza interiore di Paolo al quale il Signore dice: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9).

            Se, come disse Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (EN), “stiamo vivendo tempi in cui si richiedono testimoni più che maestri", assumere la propria vita è di somma importanza nella vocazione che abbiamo ricevuto in dono. Gli uomini e le donne contemporanei "se ascoltano quelli che insegnano, è perchè danno testomonianza".

Dio è Padre e, come tale, è origine di ogni paternità e maternità, cioè di ogni vita. Da Lui abbiamo ricevuto la vita biologica, battesimale e la vita consacrata e a Lui la orientiamo. Parafrasando la famosa espressione agostiniana, possiamo anche noi dire: siamo nati dalla inquietudine amorosa del cuore del Padre e il nostro cuore, a sua volta, sarà inquieto fino a quando non riposerà immerso in Dio .

            La vocazione religiosa non è solo qualcosa di puramente funzionale che aggiungiamo alla nostra vita, già costituita naturalmente e soprannaturalmente o qualcosa di sovrapposto all’aspetto biologico o battesimale. La vita religiosa riprende la costituzione biologica e la vita battesimale e una forma nuova come fa la mano del vasaio quando modella la massa di creta producendo ogni tipo di vaso rifinito e bello, ciascuno con la sua varietà di forme e colori. A volte ci perdiamo in disquisizioni sull’essere e sul fare, sulla priorità o meno di un aspetto o di un altro, quando dovrebbe essere la vita stessa a dare unità all’essere e al fare. Mostriamo il nostro essere per ciò che facciamo e facciamo le cose con il nostro particolare modo d’essere. La qualità della vita, che è la cosa più importante, dipenderà dalla nostra capacità di unire in modo conveniente il progetto di vita consacrata, che mira prioritariamente all’essere, con le realizzazioni ed attività che comporta lo sviluppo e la messa in pratica di tale progetto.

 

 




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