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| P. Jesús María Lecea, Sch. p Il nostro vivere la cittadinanza evang. oggi come donne... IntraText CT - Lettura del testo |
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B) La cittadinanza evangelica
“Cittadinanza evangelica” è un’espressione chiave che ho incontrato con frequenza nello Strumento di lavoro (SL) capitolare e che compare anche nel titolo suggeritomi per questo mio intervento. Mi permetto di indicare alcuni elementi appartenenti ad una “cittadinanza evangelica”. Sono apporti per arricchire e non per contrapporli ad altri significati che possono emergere da questa espressione. Mi fermerò su tre elementi:
1. "Cittadinanza evangelica" è la coscienza cristiana di sentirsi, secondo l'espressione del Concilio Vaticano II, “cittadini della città temporale e della città eterna....guidati sempre dallo spirito evangelico". Perciò, aggiunge il Concilio, "si sbagliano i cristiani che, pretendendo di non aver qui una città permanente e ricercando quella futura, pensano di poter disinteressarsi delle cose temporali”. La vocazione cristiana, anche quella religiosa, non può rimanere fuori da questo mondo, neanche nelle sue forme più paradossali come possono essere le vocazioni contemplative e claustrali. La cittadinanza evangelica è la coscienza viva di una appartenenza responsabile alla società dove si vive - la città o polis-, motivata dalla fede in modo tale d'essere tradotta in azione trasformatrice delle persone che la compongono riempiendole di spirito evangelico e di vero umanesimo. Impostare il Capitolo generale come "laboratorio di cittadinanza evangelica" significa creare le condizioni esistenziali ed operative affinché la coscienza di "cittadinanza" affiori dinamicamente come fattore di personalizzazione e di comunione, come elemento di impegno per trasformare la nostra società con spirito evangelico.
2. Un secondo elemento della cittadinanza evangelica, se la consideriamo dal punto di vista della missione evangelizzatrice della Chiesa, è l'integrazione dell'annuncio evangelico e la promozione umana, come linee costruttrici della città di Dio e trasformatrici della città terrena in riferimento al Regno. Paolo VI, nella già citata Evangeli nuntiandi, invitò a superare con lucidità e discernimento il dualismo che a volte paralizza l'azione missionaria o crea divisione e trauma nello spirito missionario: "L'evangelizzazione non sarebbe completa se non si tenesse in conto l'appello reciproco che, nel corso dei tempi, si è stabilito tra il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell'uomo… Tra l'evangelizzazione e la promozione umana (sviluppo, liberazione) esistono, effettivamente, legami molto forti… . La Chiesa associa la liberazione umana e la salvezza di Gesú Cristo, senza arrivare mai ad identificarli". Assumere una cittadinanza evangelica significa unificare fortemente due dimensioni vissute con la stessa passione: la passione per il Regno e la passione per trasformare la città terrena, affinché gli uomini e le donne, già qui in questo mondo, possano considerarsi famiglia umana con tutta la dignità propria di ogni persona umana e si proiettino verso la pienezza escatologica del totale riconoscimento di essere figli di Dio, quindi membri della famiglia di Dio.
3. Un terzo ed ultimo elemento della cittadinanza evangelica è tratto dal suo carattere evangelico. Vivere la vita religiosa in chiave di cittadinanza evangelica vuol dire assumere il Vangelo come se fosse la "carta magna" del nostro essere e del nostro agire. In altre parole, si vuole dire che le persone, le comunità, i progetti che incarnano la missione s'inspirano al Vangelo, ne traggono energia ed impulso per operare per il Regno, lo assumono come valore referente ed istanza determinante. Ogni cittadinanza ha una propria costituzione che la definisce e le da sicurezza. La cittadinanza evangelica incontra nel Vangelo stesso la sua unica definizione e la garanzia di funzionamento e di sopravvivenza. Lo SL capitolare parla delle Beatitudini come la magna cartha della cittadinanza evangelica. È il vecchio, ma sempre nuovo, cammino del vivere cristiano. Dalle Beatitudini prendo occasione per una prima "provocazione". Questo primo appello è in rapporto al vostro desiderio di fare delle "beatitudini" la vostra carta magna. Il recente documento della Congregazione per gli IVC - SVA conferma i religiosi e le religiose nella loro consacrazione con queste parole: "I consigli evangelici… proclamano la libertà dei figli di Dio e la gioia di vivere secondo le beatitudini". La vita cristiana in generale, e particolarmente la vita religiosa, ha la sua permanente sfida nel confronto con il messaggio delle beatitudini. Affrontare questa sfida significa andare al fondamento ed alla base d'ogni vocazione cristiana. Assumere le Beatitudini come immediato, ultimo e totalizzante riferimento della vita suppone, secondo me, avere ben chiaro quanto segue: la necessità di mostrare in noi una immagine significativa di Dio e manifestare alla gente la buona notizia del vangelo, in modo speciale a coloro che sono nominati nel testo evangelico (i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, gli affamati ed assetati di giustizia (di fare la volontà di Dio), i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. .
Una seconda provocazione è relazionata allo spirito di famiglia e all'importanza delle relazioni personali nella comunità religiosa. Nello SL, la comunità viene proposta come laboratorio di cittadinanza evangelica. Il rinnovamento conciliare all'interno della vita religiosa ha portato un grande cambiamento benefico negli ambienti comunitari e nel modo di vivere il rapporto tra autorità e obbedienza. La vita religiosa aveva bisogno di un sano ricupero in questo campo e resta ancora molto cammino da percorrere. Alcuni manifestano diffidenza e paura vedendo in questa "umanizzazione" della vita comunitaria una porta aperta alla mondanità e alla secolarizzazione della vita religiosa. Credo invece che, dove si è veramente iniziato un cammino di "umanizzazione" con profondità e responsabilità, non si è andati per questi sentieri di rilassamento. Sono del parere di progredire sempre più per questo cammino. Non ci allontaneremo dalla radicalità dell'amore che dobbiamo dimostrarci come fratelli e sorelle e ci condurrà a vivere in modo più autentico, a vantaggio di tutti, l'amore di Cristo che sempre spinge a farsi servitori dei fratelli. È indispensabile che nelle nostre comunità si accentui ancora di più la qualità di vita comunitaria orientandola con dinamismo verso la missione. Il centro dinamico della comunità religiosa non siamo noi, ma la missione. Come la Chiesa è per la missione, anche la comunità religiosa è per la missione. La comunità, in ogni modo, non è un insieme di persone che contrastano fra di loro, di forti o di eroi; ma è l’unione di persone che vogliono testimoniare che è possibile vivere insieme, amarsi, celebrare ed assumere con efficacia la missione evangelizzatrice a favore del mondo. La vita comunitaria apostolica non va al di sopra delle nostre forze. È bene leggere l'esperienza missionaria della comunità alla luce di un conosciuto testo del Deuteronomio: "Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo…Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perchè tu la metta in pratica". (Dt 30, 11-14).
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