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Ir. Neiva Sampaio, FMA
Il nostro vivere la cittadinanza evang. oggi nell'ambito...

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  • 1.        Il nostro modo di intendere cittadinanza oggi
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1.        Il nostro modo di intendere cittadinanza oggi

 

Il vocabolocittadinanza” solo molto recentemente ha acquistato rilevanza, anche se, lo sappiamo, è vecchio più di due secoli. La sua comparsa in quanto concetto politico, sembra sia frutto del vuoto lasciato dalla decadenza dei socialismi reali. È in questo vuoto che esso risorge, salutato con naturalezza dalla destra, ma guardato con sospetto da quelli che vengono da una visuale di sinistra latinoamericana. In genere, questo termine viene usato insieme a concetti quali “società civile organizzata”, “solidarietà”, “volontariato”, “terzo settore”, ecc. L'uso del vocabolo difficilmente nasconde questo carattere sostitutivo e non sfugge alle rispettive limitazioni. Tutti quelli che lo utilizzano, al di della ideologia politica che adottano, trovano una certa difficoltà ad inserire bene nel contesto il significato storico del concetto. I politici, ed è interessante notare questo, indipendentemente dal loro orientamento ideologico, hanno trovato nel concetto di cittadinanza come costruzione della democrazia, una sorta di denominatore comune.

Ad un tratto, la parolacittadinanza” é entrata in circolazione, inserendosi anche nel vocabolario della Chiesa. Noi, latinoamericani, intendiamo cittadinanza come conseguenza della ricerca di una forma di democratizzazione delle nostre società.

Sappiamo che la questione della cittadinanza venne affrontata da grandi filosofi del passato. Rousseau, in Francia, e Hobbes, in Inghilterra, ne hanno parlato, direttamente e indirettamente, facendo menzione delle radici greche del concetto, ma aggiornandolo per la realtà dell'Europa di quel tempo. Marx e Gramsci l'hanno ripresa nella fase dell'insorgere della società industriale, nella prospettiva della dialettica materialista, però con enfasi diverse. Il filosofo comunista ha visto la cittadinanza nella prospettiva dell’ economia e della rivoluzione, nella cornice della lotta di classe. In questa ottica, con la fine del socialismo reale, il concetto ha perso la carica simbolica che l'aveva messo al centro dei conflitti ideologici dell'ultimo secolo. Per la sua enfasi nella cultura popolare, Gramsci ci permette di capire che il concetto non può venire accomunato ad una visuale che considera soltanto il suo possibile lato alienante nel processo culturale, sociale, economico e politico.

Dopo gli anni 80, all'interno della critica postmoderna al capitalismo e al socialismo, la parola cittadinanza non solo è tornata in circolazione, ma ha cominciato a prendere altro spessore.

È importante distinguere almeno due significati distinti e anche opposti di cittadinanza. C'è chi usa il termine in una chiave funzionalista, come compare spesso nei discorsi politici. In questo campo la cittadinanza è capita dalla classe dominante, dentro al sistema, come una parte di un tutto sociale e politico più ampio, al quale si adatta funzionalmente.

L'altro significato di cittadinanza è quello che nasce tra coloro che “non sono cittadini”, in quella parte della società che non conta, perché non produce, non genera profitto, e che viene chiamatamassa sobrante” - che avanza... perché i suoi diritti vengono negati dal sistema schiavista del potere, del profitto e della competizione. È in questa direzione che noi vediamo il nostro lavoro educativo nella ricerca di far diventare vita una cittadinanza che si costruisce attraverso un processo pedagogico. È proprio che si trovano le speranze del Padre per la costruzione del Regno.

Quel che si gioca qui è l'esercizio dei diritti civili, politici, sociali, culturali e religiosi, senza la tutela dello Stato, ma avendo come punto di partenza la coscienza della persona umana cittadina, voluta e amata da Dio fin dall’ eternità. Qui possiamo far un passo avanti, e parlare di “cittadinanza evangelica”. Si tratta di costruire la cittadinanza a cominciare da chi non è cittadino.

Questa concezione difende un protagonismo diretto delle persone e dei gruppi nella definizione delle cose pubbliche. È dal sentire il “grito dos excluídos”, grido degli esclusi... che ogni giorno cresce in tutto il mondo, e noi siamo invitate a vivere la cittadinanza la quale, per noi cristiane e religiose per scelta, si chiama cittadinanza evangelica.

Soberania não se negocia!”. La Sovranità non si negozia. Oggi ogni linguaggio è intessuto di commercio, di “negoziati”. Ci sono negoziati per tutto. Grandi potenze hanno persino la pretesa di aggiustare i paesi dell' America alle convenienze delle grandi corporazioni che bramano di avere il continente come spazio privato per i loro interessi, scavalcando le identità nazionali e investendo su valori e diritti conquistati nel corso dalla storia dai popoli di questi paesi.

Vivere la cittadinanza evangelica implica anche essere lungimirante. Il criterio che deve illuminare una decisione che mette in gioco il futuro di una nazione, di un popolo, non può essere quello delle convenienze del momento, nemmeno quello dei vantaggi occasionali. Bisogna capire chi ha la pretesa di assumere il controllo di un processo economico condizionatore di tutto un continente. “Sovranità non si negozia” (Grito dos Excluídos - Brasil - 2002).

Come sarà la geografia politica dell'America fra cent'anni? Questo dipenderà dalla decisione presa dai paesi davanti all'ALCA. I Prelati del Canada, nella loro analisi sulle conseguenze del “Nafta” e nella proiezione sull'ALCA, hanno visto con molta lucidità la dimensione del problema: in verità, si rischia di star “vendendo il futuro”, come dice il titolo del documento emanato dai Vescovi.

L'indipendenza di una nazione si misura dalla sua capacità e disposizione di affermare la propria sovranità. Questa non può essere messa a rischio da alcun negoziato. Sovranità non si negozia.

Per tutto questo, le comunità popolari del Brasile realizzano una profezia quando si pronunciano su questo accordo, discutendo, approfondendo e votando in un plebiscito, anche se non ufficiale. La vera democrazia e l'esercizio della cittadinanza vanno oltre gli stretti limiti ufficiali. E questo vale non solo per le nostre convinzioni di cittadinanza, ma si riferisce anche alla fede. Tutto quello che attenta alla giustizia e alla vita dei poveri attenta contro il Dio della Vita.

Come vivere una vita tranquilla, come “ter sono sossegado”, godere un sonno beato... quando la fame resta il flagello più grande, e diventa guerra vera e propria che uccide più di tutte le altre? In verità, non si tratta di mancanza di alimenti. Il mondo è in grado di produrre più di quanto tutti i suoi abitanti sono capaci di consumare. Il tragico errore sta nel non assicurare l'accesso di molti all'alimentazione indispensabile.

Il Brasile soffre una delle più perverse distribuzioni di ricchezza del pianeta. Secondo fonti ufficiali, abbiamo almeno 44 milioni di poveri. In un paese così ricco quanto il nostro, lo scandalo è che 22 milioni di indigenti patiscono la fame tutti i giorni, mentre persiste il consumismo esagerato dei privilegiati.

A questo quadro nazionale preoccupante si aggiungono prospettive internazionali poco incoraggianti. (...) Nel mercato finanziario domina sempre più l'economia mondiale a detrimento delle necessità della maggioranza della popolazione. In tutte le nazioni, la concentrazione di rendita e l'aumento della esclusione generano le “massas sobrantes”, l'avanzo umano... forzate alla disoccupazione, alla fame e all’assenza o alla poca attenzione delle politiche pubbliche.  

La cittadinanza evangelica è una conseguenza della sequela di Gesù Cristo, il quale ha detto: “Chi accoglie uno di questi piccoli nel nome mio, accoglie me” (Mt 18, 5). Vivere la cittadinanza evangelica è stare in comunione con i popoli indigeni, con i movimenti dei braccianti senza terra, con i sofferenti della strada, con i bambini abbandonati, le donne sfruttate, le organizzazioni di poveri della città e dei campi. Il nostro sogno di donne consacrate al servizio del Regno dovrà essere un mondo nel quale le nazioni siano veramente integrate, l'economia diventi veramente mondiale e le culture si incontrino in un dialogo profondo, a cominciare dalla solidarietà e dalla giustizia. In questo sogno, ci troveremo unite alle diverse Chiese e organizzazioni delle società civili. Solo così saremo testimoni e profeti di Dio.

La stessa sapienza biblica ci ricorda: “Non associarti a alcuno più potente e più ricco di te. Cosa può esserci in comune tra un vaso di creta e una pentola di ferro? Quando si scontrano l'uno e l'altra, è sempre il vaso di creta quello che si rompe. (...) Può il lupo camminare accanto all'agnello? Quale alleanza può esistere fra la iena e il cane? Quale accordo può sussistere tra un ricco e un povero?” (Sir. 13, 2-3; 17-18). Il salmo 33 canta: “Il Signore annulla i progetti delle nazioni potenti. É Lui il nostro aiuto e il nostro scudo”.

In questo momento stiamo vivendo, nel Brasile, questa esperienza che condivido con voi, e le parole di Mons. Hélder diventarono canto con il quale le comunità nutrono i suoi sogni e utopie: “Quando alguém sonha sozinho, não passa de um sonho. Quando a gente sonha junto, é a realidade que começa” (Dom Helder Câmara). Quando uno sogna solo, questo è soltanto un sogno. Quando si sogna insieme, è la realtà che incomincia.

In tutte le società c'è questo movimento che nasce dai piccoli alla ricerca della liberazione. Accanto ad essi troviamo significato per la nostra missione. Ci entriamo non per dominare, non per motivi ideologici o per interesse politico partitico, ma per esprimere il Dio dell’ Esodo (3,7:”Eu vi, ouvi, desci”).

La storia della missione e dei missionari rappresenta oggi una epopea di marce e di movimento di piedi che si muovono tra sentieri e viottoli, in mezzo alle foreste, per burroni pieni di fango o in strade dove l'asfalto ha fatto posto a cento buche. È un cammino di incontri con culture e religioni, le più disparate, indicando un punto al di degli orizzonti. “Ide por todo o mundo, proclamai o Evangelho a toda criatura”(Mc.16,15). Rappresenta sempre una ricerca e si traduce in incontri: l'incontro di Dio e l'incontro dei fratelli.

Ci sono anche missionarie urbane nelle megalopoli, le quali si rendono solidali con chi ha perso il poco che possedeva, e presso di loro mettono tutte le energie a servizio della vita.

Quando abbiamo deciso di abitare nella favela, la prima cosa fu quella di visitare le famiglie, conoscere la realtà. Siamo state subito viste come “straniere”, non per essere nate in un altro paese, ma perché si veniva da un'altra cultura. Per qualcuno, sembravamo una minaccia, capace di mettere in pericolo la quiete dell'identità ormai stabilita dai dominatori. Ci hanno interpellate: ”Forse voi siete candidate a qualche carica politica? Sicuramente voi dovete essere molto ben pagate per venire ad abitare in questo posto... Chi vi paga?”...

A poco a poco, con la semplicità e le azioni del quotidiano, la gente cominciò a scoprire il nostro sforzo di farci “sorelle universali”. Tramite la relazione creatasi tra noi, le paure man mano si sono superate. Sentendoci sempre “ospiti nella casa e nella cultura altrui”, abbiamo cominciato a stabilire nuovi rapporti e occupare gli spazi concessi. E in questa situazione, imparando e comunicando, condividendo e ricevendo, siamo arrivate a capire che lo Spirito di Vita ci aveva anticipato. Questa esperienza segnò profondamente la mia vita.

Poi, per grazia di Dio, ho avuto l'occasione de condividere la vita con sorelle e fratelli “dall'altra parte del mondo”. Ho potuto visitare missionarie/i del Centro America, e di alcuni paesi molto poveri dell'Africa.

La testimonianza di abnegazione e il distacco di tante sorelle e fratelli mi hanno convinto sempre di più che un grande ideale, un grande amore a Dio e ai fratelli giustifica la presenza e la silenziosa e costante consegna di tanti missionari/e in quelle realtà così sfidanti.

Una missionaria nella Guinea Bissau (Africa) mi ha detto: ”Qui non si vede sogno, non c'è speranza. La nostra missione è quella di essere segno di speranza e di pace per questa gente.”

A chi interessa tanta povertà, tanta sofferenza, tanta guerra?

A Timor Lorosae siamo andate in visita a un gruppo di missionarie presenti da un anno e sei mesi in quel paese che rinasce ora dalle cenere di una immensa catastrofe. Il Vescovo locale così si espresse: ”Confesso che al principio non credevo tanto in questa comunità intercongregazionale. Intanto, la gente del villaggio dove abitano le suore ha colto la presenza diversa delle missionarie. Ormai, i frutti si fanno vedere. Abbiamo bisogno di Irmãs così, in grado di arrivare agli esclusi, di recarsi in quei posti dove nessuno va.”

Cittadinanza è amore effettivo per gli ultimi e difesa forte e amorevole dei piccoli. È amore che sfugge al maternalismo che tutto vuol fare, ma lascia la gente in condizione infantile; è amore che si trasforma in fermento, per far sì che la gente cammini con i propri piedi. Attraverso passi piccoli, però significativi, fatti insieme, per operare un cambio concreto e reale, troveremo una efficace uscita dall'Egitto, sia esso quale sia, per un progressivo ingresso nella terra promessa.

 




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