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D. Nel primo Dialogo mi avete
date le idee sul Governo; nel secondo avete sviluppati gli elementi della
libertà. Ora bramerei che cadesse il discorso su i mezzi, co' quali si possa
condurre un popolo gradatamente alla libertà.
R. Già i semi sono gettati ne'
due Dialoghi antecedenti; ora ci resta da farli germogliare. Alcuni Autori che
profondamente hanno esaminata la questione: se ogni popolo sia capace di vivere
sotto un governo libero, hanno asserito, che vi sono de' popoli nati per la
schiavitú, popoli abjetti, senza virtú, senza costante energia, e ne citano per
esempio gli Egiziani, che sino dalla piú remota antichità furono governati
dispoticamente, come lo sono oggidí. L'Asia, per quanto ne sappiamo, non ebbe
mai un governo libero. Noi non conosciamo fra gli antichi se non alcune
repubbliche Greche, i Cartaginesi e i Romani. Fra i popoli della Terra i liberi
furono una piccolissima eccezione, e la Storia del genere umano non ci presenta
che la Storia della schiavitú, della ingiustizia, e della oppressione.
D. Dunque lo stato di
schiavitú lo credete voi lo stato naturale dell'uomo?
R. Credo che il selvaggio è
indipendente; l'uomo sociale semplicemente è schiavo; e la libertà non si
ottiene se non illuminando e perfezionando la società. Perciò rare furono le
provincie e i Regni che godessero un governo libero. La questione adunque si
riduce a conoscere se un popolo possa diventare illuminato e perfezionarsi.
D. E alcuni Autori
rispettabili credono adunque che realmente non possa illuminarsi e
perfezionarsi ogni popolo?
R. Essi cosí pensarono; ma
tale opinione mi pare funesta non meno, che mal fondata. Funesta perchè, invece
di animare, avvilisce e tende a perpetuare la schiavitú. Mal fondata, perchè
della storia del genere umano ne sappiamo una piccola parte, e sono stati
pochissimi i governi liberi, onde da pochissimi fatti non si può cavarne alcuna
teoria generale, e fors'anco i rimoti antenati di quegli uomini liberi furono
corrotti peggio che non lo siamo noi, e nessuno ce ne ha passata la memoria.
D. Credete voi dunque
possibile che un popolo corrotto s'illumini, si pertezioni, e finalmente meriti
la libertà?
R. Io non lo vedo impossibile.
L'Inghilterra un tempo rozza e barbara, ora è la maestra dell'Europa. L'Italia
un dí domatrice d'Europa Maestra, Signora de' popoli, ora giace nel letargo e nell'abjezione.
E perchè da quest'abjezione non potrebb'ella mai risorgere? E perchè non
potrebb'ella aprir gli occhi dopo il lungo sonno? Non si è veduto un popolo
corrotto ripigliar vita, cosí si dice. Ma sappiamo noi la storia di tutt'i
popoli corrotti? Sinchè l'uomo ama il piacere, sin che ha un amor proprio, vi è
un principio di attività nell'uomo; se giungasi a modificarlo, se ne farà tale
uso da recare una piú consolante teoria sul destino della umanità. Togliete la
catarata agli uomini, date loro un intelletto sgombrato dai fanatismi d'una
cattiva educazione, e vedrete aperta la strada ai lumi e alla perfezione e
quindi alla libertà.
D. Dunque, secondo voi, un
popolo non è capace della libertà se non è illuminato; ma ogni popolo può
giugnere a illuminarsi, quindi passare col tempo alla libertà.
R. Appunto questo è il mio
sentimento; e credo che, se non altro per un istinto secreto, i Sovrani
dispotici, i Ministri primarj, gli uomin in somma, che da padroni reggono i
popoli, abbiano la mia stessa opinione, poichè temono che i sudditi
s'illuminino, e mostrano avversione decisa a chiunque abbia ragionevoli
principj sulla scienza sociale.
D. Federico Re di Prussia...
R. Già altra volta ne
parlammo. Ei detestava Rousseau, egli altronde credevasi superiore all'opinione
per la forza delle armi. Ma sempre è vero che l'uomo di principj morali fermi,
e corredato da' lumi della ragione, non è mai piacevole ai Tiranni, perchè
nell'intimo del loro cuore sentono che il loro potere dipende dalla ignoranza
pubblica; e l'opinione fa tutto.
D. Ma le Armate sono una forza
fisica e reale non una opinione.
R. Le Armate sono figlie della
opinione, senza di questa non vi sarebbe un'Armata.
D. Questo mi pare un
paradosso. Spiegatevi.
R. Rispondete voi pure alle
mie interrogazioni. Ditemi: come si compone un'Arrnata?
D. Coi Soldati.
R. La vita del Soldato è ella
buona, è piacevole?
D. No certamente. Non ha
domicilio stabile; è soggetto a trasportarsi con faticose marce da una
all'altra estremità d'Europa. Ha un cattivo pane, un pezzo di carne cattiva, e
dell'acqua per suo nutrimento. Deve sopportare tuttt'i disagi delle stagioni.
Non può uscire dalle Caserme o dai presidj. Mena una vita schiava e affaticata.
È trattato come i cani col bastone, colle catene. Si deve esporre ai pericoli
d'ogni sorta. Il Soldato mena una miserabilissima vita.
R. Come dunque si fa a
reclutare l'Armata e a custodirla?
D. Colla forza della stessa
Armata.
R. Cosa è che forma questa
forza?
D. La subordinazione e la
disciplina.
R. Chi dirigge la
subordinazione e tiene in vigore la disciplina?
D. La vigilanza degli
Uffciali.
R. Perchè mai gli Ufficiali
così vegliano?
D. Perchè il loro onore, il
dover loro cosí esiggono.
R. Cosa è l'onore, cosa è il
dovere? Rispondetemi esattamente.
D. Sono imbarazzato a
rispondervi.
R. Dunque risponderò io.
Dovere, e Onore sono due parole che hanno le loro radici nel regno della
opinione. Cambiate la opinione, e non avrete piú Armate.
D. Spiegatevi.
R. Figuratevi che
s'illuminasse un regno, e che si conoscesse che il dovere d'ogni uomo è d'essere
giusto, e che cooperando alla ingiustizia si manca al proprio dovere. Dovere è
il difendere coraggiosamente un popolo innocente dalla oppressione, ma il
contribuire ad opprimerlo è una mancanza al dovere d'ogni uomo. Dovere è
l'impedire la seduzione, l'annullare gl'impegni contratti nella ubriachezza,
conservare un robusto figlio di famiglia a soglievo de' vecchj suoi genitori;
ma il contribuire alle reclute fatte colle piú insidiose arti, ai giuramenti
fatti da un ubbriaco, lo svellere a forza dalle mura domestiche un innocente, e
in tal modo completare i reggimenti, è tutt'altro che il dovere, è una infamia.
Dovere è l'esporsi ai pericoli, e guidarvi valorosamente la milizia per
respingere un Agressore ingiusto, per salvare la patria, per reprimere chi
ardisce violare la pace dell'ordine sociale, questo sí, è un dovere; ma
condurre al macello una mandra di schiavi per il capriccio
D. un dispotico, rovinare le
provincie, insultare la virtú, calpestar la morale, vilipendere tutt'i doveri
della umana società, no, non è mai questo un dovere. Questo è un obbrobrio, una
frenesia, un delirio bestiale, non un dovere. Che ve ne pare ora del vostro
Dovere, quella parola magica che tiene in subordinazione e disciplina?
D. Sicuramente che a
considerarla bene la cosa, quella parola di dovere scompare. Ma resterebbe
l'Onore.
R. L'onore, esaminatelo bene,
non vi può essere presso di un popolo illuminato, se non per le azioni nobili,
virtuose, e di pubblica utilità. Ma il servire un tiranno, il fare il
mandatario prezzolato, pronto a dar la morte al piú innocente e virtuoso popolo
al comando d'un Dispotico, pronto a gettare bombe e palle roventi su di una
Città infelice, fare l'assassino, il sicario, il carnefice, no, non merita nome
di onore un tal mestiere. E chi l'adopera per conservare la tirannia è uno
schiavo, ha sentimenti da schiavo vilissimo, ma non da uomo d'onore.
D. Voi mi fate pensare su
molti oggetti importanti, ai quali non aveva badato mai. Vedo che la forza
militare sta appoggiata all'equivoco di due parole, e che se una volta si
definiscono bene Dovere e Onore, l'illusione è tolta, il prestigio è svanito, e
la tirannia non avrà piú in suo soccorso la forza armata. Ma come mai è
accaduto che nessuno sin'ora siasi accinto a combattere contro di queste larve,
mentre a' tempi nostri si sono atterrate tante altre non meno terribili?
R. Vi dirò, che gli uomini
maestri de' loro simili, i Filosofi, hanno opportunamente lasciata per l'ultima
da combattere la opinione del Militare. Eravamo oppressi dall'ignoranza, dalla
superstizione, e dalla forza militare. Conveniva ragionevolmente fare la guerra
al dispotismo con metodo, e non avventurarci alle prese con piú nemici ad un
tratto. Badate ai progressi che si sono fatti da un secolo a questa parte.
Prima di tutto si è sgombrata la fallacia delle opinioni scolastiche, si è
introdotto un metodo pei tentare la natura nelle cose fisiche, si sono dilatate
le matematiche, la critica illuminata ha esaminata l'antichità; si è sbandita
la barbarie dalle scuole, si sono istruiti gli uomini con una logica buona, il
giogo servile dell'autorità si è rotto, e si sono incamminate le menti alla
ricerca della verità; la inerzia, la ignoranza, anche in parte il fanatismo
furono i primi nemici che la ragione attaccò e sottomise; ma frattanto nè gli
Ecclesiastici, nè i Dispotici non vennero offesi direttamente; e quindi non fu
la luce della verità spenta nel primo comparire. Quindi lasciando la nuova
generazione meglio educata, e abituata a servirsi della ragione e della logica,
i progressi divennero piú facili.
D. In somma voi credete che la
Filosofia sia quella che abbia cambiate le opinioni d'Europa e che le opinioni
essendo quelle che reggono i Governi, di conseguenza gli Autori sieno i veri
padroni del mondo.
R. Gli Autori per lo piú sono
essi medesimi vittime delle verità che pubblicano. Montesquieu visse con molte
inquietudini. Rousseau ebbe assai pena a trovare un asilo; ma gli scritti loro
qualora annunzino le verità importanti, e le espongano bene, sicuramente
coll'andare degli anni fanno germogliare le verità, le dilatano, e finalmente
gli Autori diriggono il mondo. Ma continoviamo la serie de' progressi della
ragione. Poichè vennero date nelle mani degli uomini l'arme della buona logica,
e rimase screditata la autorità delle scuole, delle quali si erano smascherati
gli errori; allora i Filosofi si volsero ad attaccare la potente protettrice della
Tirannia, la superstizione.
D. E i Tiranni non s'avvidero
allora che si accostava il pericolo? E perchè non starmarono al lora contro de'
Filosofi?
R. Alcuni veramente cosí
fecero; ma due cose sedussero i principi: una fu la persuasione che ebbero di
poter tutto colle proprie forze delle armi, e di non dipendere dalla opinione;
l'altra la lusinga di poter liberarsi dalla soggezione che loro davano i
ministri dell'altare, e giugnere a dominare piú liberamente sul ceto
ecclesiastico, e servirsi delle sostanze sue. L'orgoglio e la cupidigia
occultarono l'avenire.
D. Datemi una idea del modo,
col quale pensatori mossero la guerra alla superstizione.
R. Dapprincipio essi attaccarono
i maghi e le streghe. Riuscí loro vittoriosamente di illuminare il popolo, e
far loro toccar con mano che gIi Ecclesiastici avevano insegnato un errore
crudelissimo; che molte innocenti creature avevano per questo errore sofferte
persecuzioni, carceri, torture atroci, orrendi supplicj; che questo errore
alimentava la impostura degli ecclesiastici sulle grandini, sulle malattie, e
su cento pazzi oggetti. Il popolo conobbe che gli Ecclesiastici non erano
sempre maestri disinteressati dellla verità. Si passò poscia ad esaminare le
arti, colle quali avevano ammasssate le richezze; si svelò il fanatismo delle
Crociate, la opinione del prossimo fine del mondo, la tariffa penitenziale
convertita in denaro, l'esenzione de' pesi pubblici per i fondi ecclesiastici,
per cui molte donazioni si fecero, ritenendo a titolo di livello nella famiglia
i poderi donati e diventati esenti; l'opinione di ottenere la felicità dopo
morte a chiunque lasciasse il suo agli Ecclesiastici. Così que' beni che in
prima si consideravano sacri e inviolabili comparvero un criminoso effetto
della usurpazione e dell'insidia; e la veneranda persona degli ecclesiastici
cominciò a perdere nel concetto del popolo. Lo sdegno ecclesiastico, le
persecuzioni, con le quali resero infelici i banditori di quelle verità
accrebbero l'odio de' pensatori, e ne moltiplicarono la schiera. Essa
oltrepassò fors'anco i limiti; ma vero è che i Sovrani si sono resi padroni del
Corpo Ecclesiastico e delle sosotanze, e che omai il prete poco o nulla
influisce sulla opinione.
D. Ma quale utilità da ciò ne
deriva ai popoli contro del dispotismo?
R. L'utilità che il governo è
abbandonato alla sola forza militare. Il prete non piú è sollecitato di
rappresentare il Monarca come l'imagine della Divinità; non piú l'obbedienza
de'popoli ha le radici nella religione e nella coscienza, non rimane piú altro
fondamento della Tirannia se non la inerzia e la cecità. Hanno commesso pure un
altro errore importantissimo i Sovrani col negligentare e opprimere i Nobili.
D. Ma non diceste voi che è un
bene che non vi siano Nobili?
R. Bene per la libertà dei
popoli; ma per questo appunto un governo arbitrario doveva servirsi e degli
Ecclesiastici e de' Nobili, e fiancheggiarsi.
D. Capisco che i Monarchi si
sono resi isolati; dapprima erano come una pianta sublime contornata da piante
minori e decrescenti, ed il Sovrano sovrastava come la cima d'una piramide. È vero
che le piante che la contornavano le davano dell'ombra, e in parte con essa
dividevano l'alimento del suolo. Per godere d'un'aria libera, per attrarre sola
l'alimento, la pianta sublime rimane isolata ed e'sposta allo sdegno degli
Aquiloni, i quali al primo forte impeto la svelleranno dalle radici. Questa è,
mi pare, l'imagine della cattiva politica adoperata dal principi.
R. Siamo d'accordo. Non rimane
al Dispotici altro appoggio che la forza militare, la quale è fondata sulla
opinione. Ora gli uomini che pensano, gli uomini che amano i loro simili, gli
uomini che fremono per gli oltraggi che soffre la specie umana; in una parola,
i Filosofi debbono sgombrare gli errori della opinione militare, e l'uman
genere è liberato dalla Tirannia.
D. E sin'ora non vi è stato
alcuno che abbia ardito cimentarsi contro di questa atroce chimera?
R. Pochi, e per cenni, e
timidamente. Rimane un vasto campo al Filosofo che liberamente ne prenda a
trattare.
D. E perchè mai hanno sin'ora
diferito i Filosofi a tentare la guarigione di un male cosí funesto?
R. Perchè sarebbe stato
immaturo il farlo prima. Mentre gli uomini non erano avvezzi a giudicare per
ragione, ma si movevano per autorità, non v'era mezzo di aprir loro gli occhi,
se prima n si cominciava a far loro toccar con mano che l'autorità s'ingannava,
e che dovevano servirsi della ragione. Questo si è fatto. Poi conveniva
staccare il Santuario dal Trono, il Re era l'unto del Signore; queste due
potenze combite erano insuperabili, e questo pure si è fatto. Ora rimane il
trono solo appoggiato alla forza militare, ossia fondato su due vocaboli dovere
e onore.
D. Qual è il principale
ostacolo da rimovere nelle menti degli uomini per dissipare i prestigj del
falso dovere e del falso onore?
R. L'ostacolo principale
consiste nello sgombrare quella falsa idea di eroismo, che abbellisce corpo
militare. Idea la piú chimerica di quante sieno al mondo, perchè basta
conoscere una armata, vivervi, abituarvisi, che si vede tutt'altro che eroismo.
D. Come la considerate voi una
armata?
R. Io la considero come una
cloaca che raduna tutt'i vizj più deformi e tutt'i rifiuti della società, gli
uomini incapaci di far qualche cosa di bene si fanno soldati, o soprafatti dal
vino, o per sottrarsi ai debiti, o per evitare il carcere, o per disperazione.
Sono ben altro che eroi questi disgraziati, al momento detestano la schiavitú,
nella quale si sono posti, soggetti al bastone, alle catene, alle verghe, alla
forca, ciascuno fuggirebbe se gli fosse possibile. Una falange di veri poltroni
ben bastonati, posti in linea come tanti automi, rinchiusi ai fianchi e di dietro,
con Ufficiali e Artiglieria alla schiena, che minaccia certa morte a chi voglia
volgersi indietro, ecco la falange degli eroi che si spinge contro il nemico.
Tutta la disciplina consiste a fare che il Soldato abbia pìú paura del suo
Ufficiale che non del nemico, e che veda piú evidente il pericolo di morire
fuggendo, che rimanendo al suo posto. L'Ufficiale medesimo, se non avesse
dietro di lui il Generale a cavallo, se non sapesse che il Generale sta
apparecchiato a passarlo attraverso colla spada s'egli volti faccia, se non vi
fossero moltiplicati esempj di tali esecuzioni, l'Ufficiale medesimo fuggirebbe
il primo. Infatti non si cimentano giammai di notte le nostre armate
mercenarie, perchè sicuramente sarebbe un conflitto a chi avesse piú viltà e codardia.
Ecco quai sono questi eroi; nè possono essere altrimenti eserciti composti ed
accozzati co' scarti delle nazioni, che non hanno altro motivo per cimentarsi
che la necessità, e che non reggono che pel mecanismo della disciplina. I
Greci, i Romani, gli Arabi combattevano con valore anche fralle tenebre, perchè
erano animati da sentimento nazionale, avevano di contro nemici odiavano; la
religione li confortava, gli Dei, la Patria, la gloria erano parole non solo,
ma erano cose presso di coloro. Ma queste mandre di schiavi, che per quattro
soldi al giorno sono condotti a fare le schioppettate contro di altri schiavi
loro simili, che nulla hanno per loro se vincono, che detestano il
mestiere,.qual eroismo possono essi avere mai, qual generosità, valore?
D. Un'armata nel suo campo è
pure uno spettacolo imponente.
R. Al primo aspetto una unione
di ottanta o centomila uomini rappresenta un grande oggetto; ma esaminate il
campo, voi non leggete sul viso che una cupa tristezza, una disperazione sembra
ferocia; nessuna allegria voi trovere. Ognuno vi soffre tutte le miserie e i
disagi. Si diffida ognuno dal suo compagno, in guisa che la solitudine si
preferirebbe a quella società. Scorbuto, rogna, pidocchi, odori fetidi, eccovi
gli elementi di quello che vi pare uno spettacolo imponente. Si vive tanto
stolidamente in un Campo, che nemmeno vi si sa il numero, o la posizione
dell'armata; nemmeno si sa dove sia accampato il nemico; nemmeno talvolta si sa
dopo alcune settimane in quale provincia siate accampato, e questi Eroi nulla
sanno della guerra che fanno da veri automi.
D. Ma nelle marce, conoscono
pure il paese che scorrono.
R. Nelle marce! Voi non ne
avete idea. Hanno ben altro che fare que'miserabili che badare al paese! La
guerra si fa d'estate. Figuratevi il soldato vestito con abito e sottabito di
panno grossolano sotto la sferza del sole di Luglio, con una fascia di cuojo
attraverso dalla spalla al fianco, un fucile sulle spalle, un bastone della
tenda, una marmitta, il suo fardello, che cammina come una pecora fra un ovile,
respirando un'aria puzzolente e grave per la traspirazione di alcune migliaja
di suoi compagni, che attruppati in colonna lo precedono, tutto impolverato, oppresso
dalla fatica, che a forza di bastonate è costretto camminare perchè si teme che
diserti,...ha ben altro che fare che istruirsi. Mojono varj in marcia, e mojono
al momento, se non vi sia un chirurgo che gli apra la vena. È un orrore!
D. Soffrire disagi con vigore
e fermezza è cosa eroica, ma esservi costretto a bastonate, certamente non lo
è, e vedo che l'anima delle nostre armate mercenarie è veramente il bastone.
R. Aggiungete di piú: ciascuno
di questi eroi è sottoposto ad essere disteso su di una panca, e da due altri
eroi bastonato sulle natiche. Nè il bastonato, nè i due carnefici bastonanti
non fanno certamente una azione degna d'onore. Ciascuno di questi eroi, se
occorre, viene incatenato come un cane, e se deve passare per le verghe, e
subire la fiagellazione, i suoi carnefici sono i suoi compagni; e se a caso
qualcuno avesse umanità per percuoterlo leggermente, il Comandante col bastone
punirebbe questa umanità. Se debbesi eseguire sentenza di morte colle fucilate,
i carnefici sono i compagni. L'eroe soldato muore anche sulla forca. Vedete se
v'è campo per disingannare sull'eroismo militare!
D. Ebbene, non vi è ne'
soldati comuni: ma non mi negherete che l'Ufficiale non eserciti un ufficio
nobile e generoso.
R. Pensatevi, esaminatelo, e
lo negherete voi il primo. L'ufficio di porsi alla testa della feccia del
genere umano, di guidare una ciurma di sgherri e di sicarj, a portare la
schiavitú, la rovina, la desolazione dovunque vi destinino la vendetta,
l'orgoglio, il capriccio d'un vizioso governo, lo chiamate voi nobile e
generoso ufficio? Sappiate che quest'Ufficiale, che vi sembra occupato in una
nobile e generosa professione, è come uno schiavo avvilito sotto de' suoi
Comandanti, i quali lo pongono in arresto, lo incatenano a loro arbitrio.
Sappiate, che quest'ufficiale deve soffrire le brutalità che piaccia al suo
Superiore di fargli e dirgli, ch'egli non ardirebbe nemmeno di sedersi in
faccia del suo Superiore s'egli non glielo comandi. Sappiate ch'egli è
obbligato a far la corte al suo Superiore, e che non di rado è ricevuto con
tale indecenza, che una persona bennata non l'userebbe con un domestico da
livrea. Informatevi, e vedrete meglio se sia nobile e generoso l'ufficio,
ovvero anzi una degradazione della umana natura. Ogni Ufficiale in secreto
maledice il mestiere: ma finge d'esserne ambizioso e contento per impegno e
necessità.
D. Comprendo chiaramente
quanto sarebbe vasto il campo per disingannare gli uomini sulla opinione
dell'eroismo militare. Romanzi, Commedie, discorsi, novellette, poesie amene
sarebbero mezzi ottimi per rendere, come merita, odiosa e vile agli occhi degli
uomini la mercenaria milizia, sulla quale s'appoggiano i cattivi governi; ma
quando anche l'aveste resa esecranda, ella sempre sussisterebbe, e i popoli
verrebbero oppressi.
R. Quando fosse universale il
ribrezzo, l'Armta cesserebbe di esistere. Oggidí uno sfacendato, vestito
coll'uniforme, s'accorge che acquista una importanza che non aveva, e ottiene
que' riguardi e considerazione che non ritrova dapprima. Ecco perchè la
gioventú ambisce essere ascritta al militare; togliete questa opinione, fate
che un Ufficiale sia considerato come uno Sbirro, e non avrete piú milizia
mercenaria. Carlo Quinto Imperatore, rimirando nerate le sue Truppe, disse
all'orecchio d'un suo familiare: Poveri noi se questi pazzi diventassero savj!
Carlo Quinto era un principe avveduto.
D. Colla milizia armata si
farebbero a forza le leve de' Soldati, e i Soldati si promoverebbero, e
diventerebbero Ufficiali.
R. La milizia resa odiosa
nella pubblica opinione troverebbe tumulti e sollevazioni dovunque tentasse di
ascrivere per forza al suo ceto de' Cittadini, essendo questo il sommo della
tirannia di privare a forza del proprio stato un innocente cittadino, che paga
i suoi tributi appunto per godere in pace e sicurezza lo stato proprio; il che
se accade talvolta anche oggidí, malgrado il prestigio dell'onore attribuito
alla milizia, e malgrado la cautela che usano i principi di non ricorrere a
leve forzate se non alle estremità d'una guerra; a piú forte ragione
accaderebbe qualora fosse considerato come iniquo e vile il mestiere di Sicario,
e piú frequenti fossero gli attentati contro la pace domestica de' sudditi.
D. E non correrebbero pericolo
i Filosofi collo svelare le turpitudini della mercenaria Milizia di rendere un
popolo effeminato, molle, lontano dall'uso delle armi, e quindi esposto a
diventare facile preda d'una nazione barbara e conquistatrice, come è accaduto
allorchè i popoli del Nord distrussero l'Impero Romano?
R. I Filosofi non metteranno
mai in abominazione il coraggio, il valor personale, lo sdegno verso
dell'oppressione, l'amor della patria e le virtú, che formano una nazione
generosa. L'uso delle armi non sarà mai disprezzabile, anzi onorato, allorchè
serva alla libertà e alla giustizia. I Filosofi debbono svelare l'abuso e la
perversione dell'arte militare, e promoverne ed animarne l'esercizio e l'amore,
tosto che ritorni al suo instituto.
D. E credete voi che col solo
piccolo mezzo dei libri si possa cagionare un cambiamento cosí grande?
R. Lo credo. L'Italla era
pazza al principio di questo secolo per la scienza cavalleresca, un libro solo
del Marchese Scipione Maffei ha cambiata la opinione, e non si è badato piú a
quella scienza. Le Streghe, i Maghi erano un ingrediente de' poemi, delle Commedie,
de' discorsi, de' processi, de' supplizj; l'Italia ne era infatuata: il
benemerito Maffei con un libro cambiò l'opinione. La Spagna era immersa nelle
idee de' Romanzi, e Cervantes con un libro ha cambiata l'opinione della Spagna.
La Commedia del Disertore ha costretta la Francia, anche sotto il dispotismo, a
cambiare le pene militari. Un libro scritto bene non manca mai di effetto.
L'opinione regola il mondo, e i libri regolano l'opinione.
D. Ma per preparare un popolo
alla libertà, sembra a voi che altro non rimanga al Filosofi se non di
annientare il poter militare de' cattivi governi?
R. No. Dico
bensí che svelando al popoli la illusione e la iniquità della milizia
mercenaria, viene tolta dalle mani del Despota la verga di ferro; ma per
meritare di vivere sotto di una costituzione libera, conviene che la massa
degli uomini sia illuminata, che conosca le virtú sociali; e quindi i maestri
degli uomini, quel che alzano nella libera mano la benefica face della verità,
debbono dilatarne l'influenza della virtú. Prima i Filosofi si occuparono dei
fenomeni della terra; noi si rivolsero a conoscere il cielo con maravigliosa
sagacità; ora si consacrano alla scienza sociale negletta nella tenebrosa serie
de' secoli trasandati, e i loro lavori prepareranno gli uomini a quella
perfezione, che gli renda degni d'avere un libero e tranquillo governo.
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