| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Pietro Verri Nozioni tendenti alla pubblica felicità IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
DIALOGO PRIMO.D. Cosa è una rivoluzione? R. La rivoluzione è un cambiamento rapido et essenziale nella forma del Governo. D. Come può farsi una rivoluzione? R. La può fare il Principe, e la può fare il popolo. D. Ma quando la fa il popolo non è una ribellone? R. Non è mai ribellione il volere dei piú. La ribellione è la opposizione della forza di alcuni contro la massa preponderante. D. Perché definite voi la rivoluzione un cambiamento rapido ed essenziale? R. Perchè tutto quello che si fa in un governo con gradi lenti e successivi, senza impeto, quantunque possa essenzialmente mutare la forma di governo, non si chiama rivoluzione. Il cambiamento qualora sia in cose subalterne non suole aver questo nome di rivoluzione. Con questo vocabolo s'intende rapido ed essenziale cambiamento. D. Credete voi che portino seco piú disordini le rivoluzioni spinte dal Principe, ovvero quelle spinte dal popolo? R. Sarà sempre piú breve e piú conseguente la rivoluzione diretta e promossa da una sola mente, di quello che non lo sia, allor quando popolarmente è eccitata e spinta dalle circostanze del momento senza un premeditato disegno. Ma la prima rivoluzione d'ordinario conduce alla tirannia, e la seconda alla libertà. D. Quai sono i motivi delle rivoluzioni? R. In quelle promosse da un uomo solo, l'ambizione. In quelle promosse popolarmente, insopportabilità dei mali. D. Donde viene che, essendo quasi tutti i governi viziosi, il popolo nondimeno li toleri, e durino per secoli? R. Per piú motivi. Primo, per i pericoli che sgomentano; secondo, per la inerzia naturale all'uomo; terzo, per l'accorgimento col quale i governi sanno temperare i mali, isolar gli uomini, e divertirli. D. Quai pericoli incontra l'uomo tentando una rivoluzione? R. Sommo pericolo. Ei compare un ribelle se viene scoperto mentre cerca di associare al suo progetto un numero di cittadini bastanti per eseguirla. D. Come mai l'inerzia dell'uomo serve d'ostacolo alle rivoluzioni? R. La fatica, l'inquietudine sono mali che impediscono all'uomo d'uscir dallo stato in cui si trova, sintan che la pena di trovarvisi non gli divenga insopportabile. La rivoluzione non succede mai sintanto che i mali d'un cattivo governo non pesino più dei pericoli della fatica e dell'inquietudine. D. Secondo questi principj quanto piú un popolo sarà timido e pigro, tanto piú un governo potrà accrescere impunemente i suoi mali? R. La conseguenza è giustissima, e aggiugnetene ancora un'altra, che quanto è piú alieno un popolo dall'esaminare gli oggetti pubblici, tanto meno resta sensibile agli insulti di chi lo governa, perchè l'animo non si sdegna cotro dell'ingiustizia, e della prepotenza se non quando ha idee chiare de' proprj diritti; e queste suppongono un esame sulla società, e sui governi. Una nazione stolida e feroce non conosce che il comando e l'ubbidienza; una nazione timida e avvilita scansa i mali del potere colla sommissione e cogli artificj della gracilità; una nazione illuminata conosce la propria dignità, sente i proprj diritti, mira con occhio sdegnato chi ardisce d'insultarla, e piú facilmente presso di lei trabocca la bilancia dove gravitano i mali del governo. D. Un accorto governo adunque dovrà temperare i suoi capricci a misura del diverso stato de' suoi popoli? R. Sicuramente quest'è stato l'errore massimo di Giuseppe Secondo. In generale però ogni governo arbitrario, che voglia allontanare il pericolo d'una rivoluzione, deve rispettare la religione, le antiche leggi, e le costumanze comuni del paese; deve procurare l'abbondanza de' comestibili; lasciare al popolo spettacoli d'ogni sorta, vegliare colle spie spegnendo i principj, e astenersi da qualunque azione, alla quale non si possa dare l'assetto della giustizia; o il fine apparente del pubblico bene. Pietro Alcxoviz capestò tutti questi principj colla ferocia d'un Tartaro dispotico, e i tumulti che si moltiplicarono nel suo impero non produssero una rivoluzione popolare, perchè egli operava sopra una massa d'uomini abbrutiti. Un Principe, che così regesse un popolo meno ferino, sarebbe stato balzato dal trono, e la nazione, se fosse stata illuminata, avrebbe formata una libera costituzione; se no, dopo l'anarchia sarebbe scaduta sotto di un nuovo dispotismo. D. Perchè dite voi che i governi viziosi possono isolare gli uomini? R. Questa è l'arte piú antica e comune del dispotismo d'introdurre una reciproca diffidenza fra gli uomini premiando le spie, proteggendo e onorando i delatori. Ogni uomo nel suo piú prossimo congiunto teme un traditore; quindi chiude nel piú secreto del suo cuore le nascenti opinioni sul governo. Alcuni esempj benchè rari della vendetta governativa, ranicchiano l'uomo, e l'obbligano ad isolare il suo cuore. Come le idee, cosi i sentimenti dell'uomo non possono svilupparsi e ricevere la loro intiera forma se non per mezzo del commercio e della reciproca comunicazione; perciò gli uomini cosi isolati nè possono avere idee esatte e chiare de' loro diritti, nè sentimento ben formato e robusto della giustizia, e credono sapienza i non occuparsi mai di oggetti pubblici, e considerare come estranea la pubblica felicità, quasi ella fosse un patrimonio privativo di chi governa. Ecco come isolando gli uomini perseverano i governi anche viziosi nel loro stato. Gli uomini così isolati sono come un acervo di arena che un corpo qualunque penetra, attraversa, e divide senza opposizione. D. E il divertimento come mai contribuisce ad allontanare le rivouzioni? R. In una nazione vivace il governo deve favorir sempre quel genere di spettacoli che corrisponda al genio della nazione corse de' berberi, cacce del Toro, Teatri, fuochi d'artificio, Musica, processioni, Fiera. Questi sono divertimenti, e ben meritano questo nome, perché divertono dal pensare ai mali pubblici, e gli uomini giungono persino ad amare un governo cattivo, quando ei protegga simili spettacoli. Panem et circenses. D. Dunque i pericoli, l'inerzia, e l'accortezza del Governo, ritardano le rivoluzioni popolari anche sotto un governo cattivo. Ma siccome queste riluzioni nascono per l'insopportabilità dei mali, come diceste, credete voi che ogni paese abbia un grado eguale di pazienza? R. No certamente. Ho già accennato che l'uomo non si sdegna contro la ingiustizia se non quando ha idee chiare de' proprj diritti, e che non può aver queste idee chiare se non dopo ch'egli abbia ben esaminata la natura dell Società e del Governo. Ora siccome in diversi paesi questi lumi sono assai diversamente distribuiti, ne viene di conseguenza che i gradi della pazienza dei popoli debbon essere diseguali. D. Per qual mezzo si propagano in una nazione i lumi sulla natura della Società? R. Per mezzo dei libri buoni. D. Un cattivo governo proibirà dunque la lettura dei buoni libri? R. Sicuramente. Devesi favorir la lettura e la moltiplicazione dei libri sintanto che servano a parte del popolo di distrazione. In Italia, per esempio, tutte le Accademie Arcadiche Petrarchesche, che occupano e appassionano i Cittadini per una vacua armonia di vocaboli, tutt'i libri che allontanano l'uomo dal pensare, e lo fissano alla mera corteccia delle cose, sempre sono stati favoriti dai cattvi governi. L'architettura, la pittura, la musica, la molle poesia, tutte le graziose frivolità sono ottimi passatempi per tenere gli uomini nell'infanzia, e tutti i libri di questa classe possono essere bene accolti da un dispotico. Ma gli uomini e i libri che addestrano la ragione umana devono esser sempre mal veduti da un governo arbitrario. D. Ai giorni nostri abbiamo però veduto Federico Re di Prussia e Cattarina Seconda Imperatrice della Russia proteggere e favorire i Filosofi. R. La vanità d'esser lodati da quegli Autori, che saran letti anche nel secolo a venire, gli ha indotti a simulare benevolenza; ma la maschera è catuta ben tosto. Diderot dovette assai in fretta partire da Pietroburgo. D'Alembert col pretesto dell'aria dopo poche settimane abbandonò la Corte di Federico; Voltaire dapprima aveva preso il partito di ritirarsi. I dispotici capiscono che la sicurezza loro dipende dalla ignoraza del popolo; e l'orgoglio di chi governa sempre rimane offeso da chi abbia una esistenza sua propria indipendente, e una celebrità, che non nasca da un Diploma. D. Quali sarebbero i semi che dovrebbero gettarsi nella massa d'un popolo per disporlo col tempo a riformare il cati governo? R. Alcuni pochi principj basterebbero. Ultimamente in Francia molto si è scritto; ma non credo che sia impossibile lo scrivere con la più esattezza e verità. Dicono i Francesi: Gli uomini sono nati con dritti uguali, i quali sono la libertà, la sicurezza, la proprietà, e la resistena all'oppressione. Ma sarebbe inbarazzante la qestione cosa sia Diritto. Poi riflettendo come l'uomo nasca debole e dipendente e bisognoso di soccorso, proviamo molta difficoltà nel persuaderci che nasca libero, tanto piú che la libertà non trovasi nello stato della selvaggia indipendenza, ma è figlia di una buona; constituzione civile; quindi sembra che l'uomo non possa considerarsi nato libero, nè avente col nascere un dritto alla libertà; nè alla proprietà. In vece di tali incerti principj io crederei che se ne potrebbero sostituire altri piu evidenti, e popolari. D. Quai sarebbero? R. Quattro principj soli basterebbero. Primo - Quei che governano sono una piccola parte della Nazione. Secondo - La Nazione è il tutto; il Governo è una parte; dalla Nazione adunque dipende cambiare il suo governo, e stabilire la libertà. Terzo - Ogni distinzione che non abbia per oggetto la pubblica utilità è un abuso, e una usurpazione. Quarto - Allora che gli uomini sono insultati, che il Governo toglie le proprietà e la tranquillità, che i sudditi non godono sicurezza, allora quando non la ragione del ben pubblico, ma il capriccio, la prepotenza, l'orgoglio, i vizj personali regolano la società, la resistenza è giusta, e la rivoluzione è un beneficio insigne. D. Al primo annunzio questi principj piacciono; sarà però bene che ad uno ad uno gli esaminiamo. R. Volontieri. L'arte de' Tiranni è quella da tenere, siccome ho già detto, gli uomini isolati come tanti grani d'arena staccati e scomposti, che rimangono vicini bensì, ma nan formano una massa e un tutto. Poni a quell'acervo un cemento, col quale si colleghino; fa che gli uomini vicendevolmente si confidano, e al momento t'accorgi che il tutto è maggiore della sua parte, e che la forza preponderante sta realmente nella massa della nazione a fronte del piccolo drapello di coloro che la governano. Il primo passo verso d'una riforma è quello di fare che gli uomini governati conoscano finalmente ch'essi realmente sono i piú forti, tosto che lo vogliano essere, e che la loro spensieratezza gli rende soggiogati dalla furberia di chi è piú debole di loro. Quando abbiano cominciato gli uomini a riflettere su di questa importantissima verità, conoscono subito, che se l'interesse del governo è di tenerli isolati, l'interesse loro per lo contrario è di accostarsi e unirsi. La insidia, l'egoismo, la malafede, il sospetto, il tradimento sono la peste della società, colla quale ciascun uomo si rende isolato; il candore, la benevolenza, la fede, la sincentà, l'onoratezza sonoquelle dolci virtù che rendono gli uomini amici, e cospiranti a un interesse comune. Da ciò si vede che il cattivo Governo ha bisogno che la nazione sia viziosa e ignorante, e che deve temere i lumi e la virtú. Dovunque vedi un governo dispotico, ivi sia certo che la nazione non ha virtú. Dovuque vedi un popolo senza virtù, ivi sia certo che il governo è dispotico. Non vi può essere governo dispoco se non là dove ogni cittadino indifferente pel male altrui non conosca che gl'initeressi privati; nè vi può essere Patria che vuol dire una social cospirazione a ben esscre di tutti, se. non dove si propaghino le nobili e dolci espansive affezioni della virtú. Conviene che gli uomini conoscano che la forza è nelle loro mani; che sono schiavi, perchè non sanno usarne; non lo sanno, perchè non hanno benevolenza; e non hanno questa, perchè sono travviati nella strada del vizio. D. Qual sarebbe adunque il primo passo per guidare una nazione schiava allo stato della libertà? R. Il primo passo, credo io, sarebbe far nascere un principio d'onore, una infamia allo spionaggio, un pubblico ribrezzo al tradimento, un senso morale, in somma un culto pubblico di virtú, la quale suppone una generale cognizione di principj. Da noi la virtú volgare è di rispettare gli ecclesiastici, di mangiar pesce i giorni magri di star in ginocchio, di esertare le funzioni esterne del culto religioso, e l'ultima cosa che viene in mente si è quella, che pure dovrebbe preferirsi a tutto, cioè far ad altri quello che brami che ti venga fatto. Il prete se fosse virtuoso e dotto cambierebbe il costume de' suoi contadini in pochi mesi. Ma da questo canto io non ne spero mutazione, a meno che il dispotismo Governante non porti le sue pretensioni sino al punto di sovvertire la gerarchia attuale e annichilare il corpo del Clero; nel qual caso sarà forza il mostrare l'utilità del cambiamento, e collocar de' pastori che insinuino la virtú. Frattanto mi pare che l'oggetto de' Filosofi dovrebbe attenersi a dilatare le virtù, [16l a insinuare ribrezzo per le azioni basse; e se a ciò si diriggesse la Commedia, se a ciò tendesse la poesia, se i romanzetti gentilmente imaginati l'insinuassero, se in somma venisse mostrata agli uomini la bellezza della, e l'interesse che hanno di seguirla, lentamente la generazione nascente migliorerebbe, gli uomini sarebbero piú sinceri e liberi l'un l'altro, si formerebbero idee comuni de' comuni interessi, e sarebbe costretto il governo o a travagliar davvero al ben generale, ovvero a vedersi balzato dalla forza dei piú adoperata su i pochi. D. Vedo quanto si estenda il primo vostro assioma, che quei che governano sono una piccola parte della nazione, e capiscono quanto importi che il popolo vi rifletta e conosca gl'interessi suoi. Ognuno lo comprenderebbe; ma per ventura non resterebbe così ognuno convinto del vostro secondo assioma, cioè che possa la nazione cambiare il suo governo, e stabilire la libertà, poiché pare che le leggi civili e religiose vi si oppongano. R. Le Leggi Civili e Religiose proibiscono che alcun facinoroso s'opponga all'ordine della Società, condannano colui che formi una sedizione, una ribellione contro di quel governo che la pubblica autorità della nazione ha stabilito; ma qui non si tratta d'alcuna opposizione alla pubblica autorità della nazione. Il Governo è creato per lei e da lei; e quand'anche in origine il Governo non traesse il suo primo potere che dalla forza, quello che si è fatto in virtù della forza, può con la forza essere disfatto. Che se il Governo nasce dal consenso della nazione, quello che col consenso è formato col disenso si sciolglie. Non si potrebbe dare un'assurdo più iniquo e manifestamente ingiusto quanto quello di pretendere che alcuni pochi individui della nazione fossero proprietarj della libertà e della esistenza della nazione intera. La nazione degaradata dalla condizione umana e quella de' bruti per questa sola ingiustizia, e per questa sola insigne oppressione avrebbe dritto di rovesciare dal soglio i suoi tiranni. Può quindi la nazione cambiare il suo governo e stabilire la libertà. D. Sia questo per rapporto alle leggi civili; ma la Religione non c'insegna ella d'essere sudditi i ai nostri Superiori? Non c'insegna ella di dare a Cesare quello che è di Cesare? Non c'insegna ella che ogni podestà viene da Dio? R. La nazione è più del governo, perché il tutto è più della parte, perché il Governo è fatto per la nazione. Il Governo adunque deve cssere suddito alla nazione che gli è superiore. Diamo a Cesare quello che è suo, cioè il Governo adoperi il potere di cui è rivestito per il bene generale di chi l'ha collocato in lui; e se travvia, e se prevarica, la nazione è il suo Cesare. Ogni podestà viene da Dio, la primaria podestà però, come la forza primaria, Dio le ha collocate nella nazione. Nessuno ha mai dubitato che gli Svizzeri in tutta buona coscienza sieno liberi, sebbene anticamente fossero schiavi, ed abbiano con loro valore scacciati i tiranni. D. Son persuaso adunque, non trovo più difficoltà di opporre. Quei che governano sono una piccola parte della nazione, la quale può cambiare governo e diventar libera. Sin qui va bene. Ma quello che diceste in seguito, che ogni distinzione che non abbia per oggetto la pubblica utilità, è un abuso, è una usurpazione, pare che offenda i privati diritti di molti. Che dritto avrà mai un uomo per lagnarsi se un altro uomo si chiama nobile, Conte, Marchese, Duca, Principe? Che male fa alla nazione che i discendenti da chi abbia fatto delle nazioni generose e utili, conservino un nome e una distinzione? Questo anzi tende ad animare i Cittadini alle gloriose azioni colla speranza di perpetuarne l'onore anche dopo la morte nella porzione di essi che sopravviverà. Dunque non sarebbero nè abuso, nè usurpazione. R. Tosto che vi sia la utilità pubblica, certamente le distinzioni non sono né abusive né usurpate. Siate preciso ai miei termini. Io chiamo abusiva usurpazione quella distinzione che si arroga un Cittadino, senza che la società intera ne tragga utilità. In quel paese dove la nobiltà sia veramente il premio delle nobili azioni, ella sarà da conservarsi. Ma dove esiste questo paese in cui non sia accordata al lungo ozio delle famiglie, alle aleanze de' sponsali, al denaro, alla briga, e talvolta agli uffficj più vili e oziosi? D. Ma sia come voi dite; e che danno vi fa una classe di tali nobili, quando si riduca a un mero titolo senza facoltà d'opprimere il popolo R. Ci fa il danno di rendere animata l'avidità del denaro, la cabala, la bassezza, l'adulazione, offerendo sempre il premio di ottenere con esse una distinzione. Fate che non possa essere distinto se non colui che colla persona, coll'esempio, co' suoi lumi si è fatto conoscere uomo di merito: fate che l'uomo piú probo, l'uomo piú benefico, l'uomo piú illuminato sieno quei che dalla pubblica opinione vengano soli distinti, ed avrete piantata la scuola della virtú. Oggidì l'uomo il più virtuoso, che non abbia natali e titoli, è calpestato dal fasto de' grandi titolati, pieni di vizj, di bassezza, e d'ignoranza. Come spunterà mai l'albero felice della virtù, se lasciate imboscato il terreno da piante funebri, dove gl'insetti ammorbano, e l'acqua in pozzanghere vi infradicia le radici? Sgombrate le illusioni. Aprite un campo libero alla ragione, e vedrete comparire la felicità pubblica. D. Ma con quai mezzi vorreste voi che si correggessero questi usi sociali radicati da noi da secoli? R. I Filosofi debbono gettare i semi, e il tempo gli svilupperà. Goldoni forse operò senza accorgersi dell'importanza de' suoi principj, ma nel suo teatro pose il suo Teatro egli pose i veri semi del bene, sempre predicò la virtú, e sempre pose i nobili nel vero aspetto per quello che sono. I Filosofi debbono col ridicolo, colla ragione, sul Teatro, ne' libri abbattere la chimera della nobiltà, e distruggerla, come hanno fatto delle streghe e dei maghi.. Riducete le distinzioni sociali alla semplice utilità pubblica, e allora vi sarà tra uomo e uomo quella differenza che conviene alla pubblica felicità; il Comandante sarà obbedito dai Soldati, il Vescovo sarà venerato dal Clero e popolo come il maestro della religione. Il Magistrato sarà riverito da tutti come il custode delle leggi e il vindice della proprietà e sicurezza d'ognuno. Il ricco sfacendato, il vizioso Cortigiano, l'intrigante che vive a danno altrui, l'orgoglioso, l'uomo cattivo non usurperanno più i pubblici omagi, nè si troveranno per vani titoli pareggiati e superiori alle persone in ufficio, che s'occupano del ben pubblico, e che per utilità comune debbono avere disetinzione e rispetto. Quando s'ha una verità da promulgare si riesce, basta saperla chiaramente esporre, e se è fattibile non di slancio, poichè gli occhi ai quali si toglie la cattarata, non soffrono immediatamente lo splendore; tale è la condizione degli uomini educati sotto di un governo cattivo. D. Dopo ciò che si è veduto ne viene di conseguenza che ogniqualvolta chi governa adopera il potere (di cui rivestito dalla nazione per bene di lei) lo adopera, dico, e converte prevaricando in di lei danno, la resistenza alla oppressione è legittima, poichè se la nazione è padrona di cambiare il suo governo, ella sicuramente lo è di resistervi. La ribellione è sempre odiosa e punibile, perché è una opposizione di alcuoni contro la pubblica podestà; la rivoluzione essendo la pubblica podestà della nazione, che si oppone all'abuso e al tradimento di alcuni, che in vece di governa la opprimono e degradano, è sempre giusta. Tosto che la resistenza si generale, ella è giusta, nè su di ciò fa bisogno di altro schiarimento. Capisco che il governo è fatto per servire alla nazione, ma mai la nazione per servire al governo. Capisco che il tutto è maggiore della parte, e che la nazione è il tutto, il governo una parte; ma ancora dubito se la rivluzione contro di un governo cattivo possa dirsi come faceste un beneficio insigne, perché ogni rivoluzione porta seco enormi disordini. R. Verissimo che ogni rivoluzione va sempre accompagnata da gravi disordini perché nel momento in cui il popolo rompe ogni riguardo, e si sottrae al governo, non v'è forza che lo moderi, e l'anarchia si presenta. S'intanto che i danni d'un cattivo governo sieno mediocri e sopportabili, chi tentasse una rivoluzione esporrebbe la generazione vivente a mali maggiori di quei che accompagnano il suo stato attuale per procurare alla ventura maggior sicurezza e ordine migliore; nel che pare sarebbero oltrepassati i confini della umana prudenza. Ma quando il cattivo governo, soffocando i germi della virtù, degrada le nazioni, e riduce gli uomini ad arrossire in faccia dell'Europa colta della propria patria, basta una sola scintilla di onore per sentire che una rivoluzione realmente sarà un bene insigne, e produrrà un nuovo ordine di cose, promovendo la pubblica felicità. Il tumulto, la sedizione, il furor popolare sono pubbliche disgrazie. Se queste producono la sostituzione d'un dispotismo ad un altro, non hanno compenso alcuno, o l'hanno accidentale e precario: conviene che da questi mali ne nasca una Costituzione. Quindi dico che sotto di un governo cattivo un uomo virtuoso e illuminato deve per quanto è in suo potere gettare i semi per la riforma, e travagliare, acciocchè gli uomini sentano la loro forza; s'accorgano della furberia di chi mal li governa; conoscano essere riposto il loro interesse nella fede e benevolenza reciproca; si dilatino i principj di queste verità popolari, che si preparino quindi a massa del popolo ad essere degna di aspirare alla libertà. D. Ei di quei cittadini indolenti che sono insensibili ai mali altrui che rimirano con occhio eguale la bassezza e la generosità, se pur anche non chiamano accorgimento la prima, e pazza l'altra, uomini onorati volgarmente come prudenti, che ne dite? R. Dico che sono veri cadaveri del corpo politico, e sono senza avvedersene i piú forti nemici del ben pubblico; poichè il vizio smascherato eccita ribrezzo anche negli animi torpidi; ma quello stato di morte morale, che corrompe e imputridisce coll'esempio ogni virtù civile, e nella sua uniformità e pacatezza viene a presentare l'ordine e la simetria, induce gli uommini a perseverare nel lezzo. Coloro sono uomini che fanno tanto maggior danno, quanto più si mostrano prudenti e circospetti, e vestono l' apparenza della virtú portando nel cuore una funesta indifferenza pel ben della società. D. E pure questi uomini cauti, officiosi, pacati sono universalmente giudicati uomini dabbene e proposti per imitazione alla gioventù. R. Questo è un sintomo d'una nazione corrotta e schiava. La virtù vuole che siamo giusti, e non lo è colui che considera con occhio uguale le generose azioni e le vili; che mostrano rispetto a chi ha portere e trascura il merito disarmato Non è virtuoso chi non sa distinguere o non ardisce disnguere le anime nobili dalle abjette. Questa massa di uomini volgarmente prudenti è l'argine che impedisce nella nazione l'espansione della virtù e i progressi della ragionè; il vizio trovasi a livello col merito, quando i spettatori sieno uomini prudentemente incadaveriti. Se gli usurpatori, i prepotenti, i seduttori, gli uomini viziosi in somma leggessero sul viso de' cittadini il ribrezzo che dovrebbero far nascere, il che non costerebbe che una occhiata o un giro di spalle; se ciò fosse, se quella vilissima indifferenza che s'è innalzata col nome di prudenza non adulasse continuamente la malvaggità, e non avvilisse il merito; i pubblici nemici sarebbero in minor numero, piú contenuti, e si dilaterebbe la virtù; di cui il premio piú caro è la pubblica distinzione. D. Ma se la società è così organizata, non sarebbe pazzia se un individuo prendesse a volerla cambiare? R. Pazzia, no certamente. Ogni cambiamento comincia colla unità. L'uomo dabbene, anche solo, comcia a onorare il merito, a non usare col vizio i riguardi medesimi che destina alla virtù, mostri la disapprovazione se non altro col silenzio, cessi l'uomo d'essere uno schiavo in somma; e se questo principio si dilata su varj de' cittadini, ben tosto staccorgeranno che essi sono gli arbitri della reputazione, che la cattiva reputazione essendo una pena, essi co' loro voti riuniti possono castigare gli uomini nocivi. Da qui il sentimento delle proprie forze, l'argine al vizio, la spinta al bene. Anime incallite sotto il giogo della schiavitú, uomini giacenti nel letargo della abjezione, svegliatevi, mirate h virtú, la verita, la felicità pubblica; cessate di seminare coll'esempio vostro que' funesti papaveri prudenziali, che perpetuano il sonno obbrobrioso del vostro paese. |
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |