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| Pietro Verri Nozioni tendenti alla pubblica felicità IntraText CT - Lettura del testo |
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DIALOGO TERZO.D. Nel primo Dialogo mi avete date le idee sul Governo; nel secondo avete sviluppati gli elementi della libertà. Ora bramerei che cadesse il discorso su i mezzi, co' quali si possa condurre un popolo gradatamente alla libertà. R. Già i semi sono gettati ne' due Dialoghi antecedenti; ora ci resta da farli germogliare. Alcuni Autori che profondamente hanno esaminata la questione: se ogni popolo sia capace di vivere sotto un governo libero, hanno asserito, che vi sono de' popoli nati per la schiavitú, popoli abjetti, senza virtú, senza costante energia, e ne citano per esempio gli Egiziani, che sino dalla piú remota antichità furono governati dispoticamente, come lo sono oggidí. L'Asia, per quanto ne sappiamo, non ebbe mai un governo libero. Noi non conosciamo fra gli antichi se non alcune repubbliche Greche, i Cartaginesi e i Romani. Fra i popoli della Terra i liberi furono una piccolissima eccezione, e la Storia del genere umano non ci presenta che la Storia della schiavitú, della ingiustizia, e della oppressione. D. Dunque lo stato di schiavitú lo credete voi lo stato naturale dell'uomo? R. Credo che il selvaggio è indipendente; l'uomo sociale semplicemente è schiavo; e la libertà non si ottiene se non illuminando e perfezionando la società. Perciò rare furono le provincie e i Regni che godessero un governo libero. La questione adunque si riduce a conoscere se un popolo possa diventare illuminato e perfezionarsi. D. E alcuni Autori rispettabili credono adunque che realmente non possa illuminarsi e perfezionarsi ogni popolo? R. Essi cosí pensarono; ma tale opinione mi pare funesta non meno, che mal fondata. Funesta perchè, invece di animare, avvilisce e tende a perpetuare la schiavitú. Mal fondata, perchè della storia del genere umano ne sappiamo una piccola parte, e sono stati pochissimi i governi liberi, onde da pochissimi fatti non si può cavarne alcuna teoria generale, e fors'anco i rimoti antenati di quegli uomini liberi furono corrotti peggio che non lo siamo noi, e nessuno ce ne ha passata la memoria. D. Credete voi dunque possibile che un popolo corrotto s'illumini, si pertezioni, e finalmente meriti la libertà? R. Io non lo vedo impossibile. L'Inghilterra un tempo rozza e barbara, ora è la maestra dell'Europa. L'Italia un dí domatrice d'Europa Maestra, Signora de' popoli, ora giace nel letargo e nell'abjezione. E perchè da quest'abjezione non potrebb'ella mai risorgere? E perchè non potrebb'ella aprir gli occhi dopo il lungo sonno? Non si è veduto un popolo corrotto ripigliar vita, cosí si dice. Ma sappiamo noi la storia di tutt'i popoli corrotti? Sinchè l'uomo ama il piacere, sin che ha un amor proprio, vi è un principio di attività nell'uomo; se giungasi a modificarlo, se ne farà tale uso da recare una piú consolante teoria sul destino della umanità. Togliete la catarata agli uomini, date loro un intelletto sgombrato dai fanatismi d'una cattiva educazione, e vedrete aperta la strada ai lumi e alla perfezione e quindi alla libertà. D. Dunque, secondo voi, un popolo non è capace della libertà se non è illuminato; ma ogni popolo può giugnere a illuminarsi, quindi passare col tempo alla libertà. R. Appunto questo è il mio sentimento; e credo che, se non altro per un istinto secreto, i Sovrani dispotici, i Ministri primarj, gli uomin in somma, che da padroni reggono i popoli, abbiano la mia stessa opinione, poichè temono che i sudditi s'illuminino, e mostrano avversione decisa a chiunque abbia ragionevoli principj sulla scienza sociale. D. Federico Re di Prussia... R. Già altra volta ne parlammo. Ei detestava Rousseau, egli altronde credevasi superiore all'opinione per la forza delle armi. Ma sempre è vero che l'uomo di principj morali fermi, e corredato da' lumi della ragione, non è mai piacevole ai Tiranni, perchè nell'intimo del loro cuore sentono che il loro potere dipende dalla ignoranza pubblica; e l'opinione fa tutto. D. Ma le Armate sono una forza fisica e reale non una opinione. R. Le Armate sono figlie della opinione, senza di questa non vi sarebbe un'Armata. D. Questo mi pare un paradosso. Spiegatevi. R. Rispondete voi pure alle mie interrogazioni. Ditemi: come si compone un'Arrnata? D. Coi Soldati. R. La vita del Soldato è ella buona, è piacevole? D. No certamente. Non ha domicilio stabile; è soggetto a trasportarsi con faticose marce da una all'altra estremità d'Europa. Ha un cattivo pane, un pezzo di carne cattiva, e dell'acqua per suo nutrimento. Deve sopportare tuttt'i disagi delle stagioni. Non può uscire dalle Caserme o dai presidj. Mena una vita schiava e affaticata. È trattato come i cani col bastone, colle catene. Si deve esporre ai pericoli d'ogni sorta. Il Soldato mena una miserabilissima vita. R. Come dunque si fa a reclutare l'Armata e a custodirla? D. Colla forza della stessa Armata. R. Cosa è che forma questa forza? D. La subordinazione e la disciplina. R. Chi dirigge la subordinazione e tiene in vigore la disciplina? D. La vigilanza degli Uffciali. R. Perchè mai gli Ufficiali così vegliano? D. Perchè il loro onore, il dover loro cosí esiggono. R. Cosa è l'onore, cosa è il dovere? Rispondetemi esattamente. D. Sono imbarazzato a rispondervi. R. Dunque risponderò io. Dovere, e Onore sono due parole che hanno le loro radici nel regno della opinione. Cambiate la opinione, e non avrete piú Armate. D. Spiegatevi. R. Figuratevi che s'illuminasse un regno, e che si conoscesse che il dovere d'ogni uomo è d'essere giusto, e che cooperando alla ingiustizia si manca al proprio dovere. Dovere è il difendere coraggiosamente un popolo innocente dalla oppressione, ma il contribuire ad opprimerlo è una mancanza al dovere d'ogni uomo. Dovere è l'impedire la seduzione, l'annullare gl'impegni contratti nella ubriachezza, conservare un robusto figlio di famiglia a soglievo de' vecchj suoi genitori; ma il contribuire alle reclute fatte colle piú insidiose arti, ai giuramenti fatti da un ubbriaco, lo svellere a forza dalle mura domestiche un innocente, e in tal modo completare i reggimenti, è tutt'altro che il dovere, è una infamia. Dovere è l'esporsi ai pericoli, e guidarvi valorosamente la milizia per respingere un Agressore ingiusto, per salvare la patria, per reprimere chi ardisce violare la pace dell'ordine sociale, questo sí, è un dovere; ma condurre al macello una mandra di schiavi per il capriccio D. un dispotico, rovinare le provincie, insultare la virtú, calpestar la morale, vilipendere tutt'i doveri della umana società, no, non è mai questo un dovere. Questo è un obbrobrio, una frenesia, un delirio bestiale, non un dovere. Che ve ne pare ora del vostro Dovere, quella parola magica che tiene in subordinazione e disciplina? D. Sicuramente che a considerarla bene la cosa, quella parola di dovere scompare. Ma resterebbe l'Onore. R. L'onore, esaminatelo bene, non vi può essere presso di un popolo illuminato, se non per le azioni nobili, virtuose, e di pubblica utilità. Ma il servire un tiranno, il fare il mandatario prezzolato, pronto a dar la morte al piú innocente e virtuoso popolo al comando d'un Dispotico, pronto a gettare bombe e palle roventi su di una Città infelice, fare l'assassino, il sicario, il carnefice, no, non merita nome di onore un tal mestiere. E chi l'adopera per conservare la tirannia è uno schiavo, ha sentimenti da schiavo vilissimo, ma non da uomo d'onore. D. Voi mi fate pensare su molti oggetti importanti, ai quali non aveva badato mai. Vedo che la forza militare sta appoggiata all'equivoco di due parole, e che se una volta si definiscono bene Dovere e Onore, l'illusione è tolta, il prestigio è svanito, e la tirannia non avrà piú in suo soccorso la forza armata. Ma come mai è accaduto che nessuno sin'ora siasi accinto a combattere contro di queste larve, mentre a' tempi nostri si sono atterrate tante altre non meno terribili? R. Vi dirò, che gli uomini maestri de' loro simili, i Filosofi, hanno opportunamente lasciata per l'ultima da combattere la opinione del Militare. Eravamo oppressi dall'ignoranza, dalla superstizione, e dalla forza militare. Conveniva ragionevolmente fare la guerra al dispotismo con metodo, e non avventurarci alle prese con piú nemici ad un tratto. Badate ai progressi che si sono fatti da un secolo a questa parte. Prima di tutto si è sgombrata la fallacia delle opinioni scolastiche, si è introdotto un metodo pei tentare la natura nelle cose fisiche, si sono dilatate le matematiche, la critica illuminata ha esaminata l'antichità; si è sbandita la barbarie dalle scuole, si sono istruiti gli uomini con una logica buona, il giogo servile dell'autorità si è rotto, e si sono incamminate le menti alla ricerca della verità; la inerzia, la ignoranza, anche in parte il fanatismo furono i primi nemici che la ragione attaccò e sottomise; ma frattanto nè gli Ecclesiastici, nè i Dispotici non vennero offesi direttamente; e quindi non fu la luce della verità spenta nel primo comparire. Quindi lasciando la nuova generazione meglio educata, e abituata a servirsi della ragione e della logica, i progressi divennero piú facili. D. In somma voi credete che la Filosofia sia quella che abbia cambiate le opinioni d'Europa e che le opinioni essendo quelle che reggono i Governi, di conseguenza gli Autori sieno i veri padroni del mondo. R. Gli Autori per lo piú sono essi medesimi vittime delle verità che pubblicano. Montesquieu visse con molte inquietudini. Rousseau ebbe assai pena a trovare un asilo; ma gli scritti loro qualora annunzino le verità importanti, e le espongano bene, sicuramente coll'andare degli anni fanno germogliare le verità, le dilatano, e finalmente gli Autori diriggono il mondo. Ma continoviamo la serie de' progressi della ragione. Poichè vennero date nelle mani degli uomini l'arme della buona logica, e rimase screditata la autorità delle scuole, delle quali si erano smascherati gli errori; allora i Filosofi si volsero ad attaccare la potente protettrice della Tirannia, la superstizione. D. E i Tiranni non s'avvidero allora che si accostava il pericolo? E perchè non starmarono al lora contro de' Filosofi? R. Alcuni veramente cosí fecero; ma due cose sedussero i principi: una fu la persuasione che ebbero di poter tutto colle proprie forze delle armi, e di non dipendere dalla opinione; l'altra la lusinga di poter liberarsi dalla soggezione che loro davano i ministri dell'altare, e giugnere a dominare piú liberamente sul ceto ecclesiastico, e servirsi delle sostanze sue. L'orgoglio e la cupidigia occultarono l'avenire. D. Datemi una idea del modo, col quale pensatori mossero la guerra alla superstizione. R. Dapprincipio essi attaccarono i maghi e le streghe. Riuscí loro vittoriosamente di illuminare il popolo, e far loro toccar con mano che gIi Ecclesiastici avevano insegnato un errore crudelissimo; che molte innocenti creature avevano per questo errore sofferte persecuzioni, carceri, torture atroci, orrendi supplicj; che questo errore alimentava la impostura degli ecclesiastici sulle grandini, sulle malattie, e su cento pazzi oggetti. Il popolo conobbe che gli Ecclesiastici non erano sempre maestri disinteressati dellla verità. Si passò poscia ad esaminare le arti, colle quali avevano ammasssate le richezze; si svelò il fanatismo delle Crociate, la opinione del prossimo fine del mondo, la tariffa penitenziale convertita in denaro, l'esenzione de' pesi pubblici per i fondi ecclesiastici, per cui molte donazioni si fecero, ritenendo a titolo di livello nella famiglia i poderi donati e diventati esenti; l'opinione di ottenere la felicità dopo morte a chiunque lasciasse il suo agli Ecclesiastici. Così que' beni che in prima si consideravano sacri e inviolabili comparvero un criminoso effetto della usurpazione e dell'insidia; e la veneranda persona degli ecclesiastici cominciò a perdere nel concetto del popolo. Lo sdegno ecclesiastico, le persecuzioni, con le quali resero infelici i banditori di quelle verità accrebbero l'odio de' pensatori, e ne moltiplicarono la schiera. Essa oltrepassò fors'anco i limiti; ma vero è che i Sovrani si sono resi padroni del Corpo Ecclesiastico e delle sosotanze, e che omai il prete poco o nulla influisce sulla opinione. D. Ma quale utilità da ciò ne deriva ai popoli contro del dispotismo? R. L'utilità che il governo è abbandonato alla sola forza militare. Il prete non piú è sollecitato di rappresentare il Monarca come l'imagine della Divinità; non piú l'obbedienza de'popoli ha le radici nella religione e nella coscienza, non rimane piú altro fondamento della Tirannia se non la inerzia e la cecità. Hanno commesso pure un altro errore importantissimo i Sovrani col negligentare e opprimere i Nobili. D. Ma non diceste voi che è un bene che non vi siano Nobili? R. Bene per la libertà dei popoli; ma per questo appunto un governo arbitrario doveva servirsi e degli Ecclesiastici e de' Nobili, e fiancheggiarsi. D. Capisco che i Monarchi si sono resi isolati; dapprima erano come una pianta sublime contornata da piante minori e decrescenti, ed il Sovrano sovrastava come la cima d'una piramide. È vero che le piante che la contornavano le davano dell'ombra, e in parte con essa dividevano l'alimento del suolo. Per godere d'un'aria libera, per attrarre sola l'alimento, la pianta sublime rimane isolata ed e'sposta allo sdegno degli Aquiloni, i quali al primo forte impeto la svelleranno dalle radici. Questa è, mi pare, l'imagine della cattiva politica adoperata dal principi. R. Siamo d'accordo. Non rimane al Dispotici altro appoggio che la forza militare, la quale è fondata sulla opinione. Ora gli uomini che pensano, gli uomini che amano i loro simili, gli uomini che fremono per gli oltraggi che soffre la specie umana; in una parola, i Filosofi debbono sgombrare gli errori della opinione militare, e l'uman genere è liberato dalla Tirannia. D. E sin'ora non vi è stato alcuno che abbia ardito cimentarsi contro di questa atroce chimera? R. Pochi, e per cenni, e timidamente. Rimane un vasto campo al Filosofo che liberamente ne prenda a trattare. D. E perchè mai hanno sin'ora diferito i Filosofi a tentare la guarigione di un male cosí funesto? R. Perchè sarebbe stato immaturo il farlo prima. Mentre gli uomini non erano avvezzi a giudicare per ragione, ma si movevano per autorità, non v'era mezzo di aprir loro gli occhi, se prima n si cominciava a far loro toccar con mano che l'autorità s'ingannava, e che dovevano servirsi della ragione. Questo si è fatto. Poi conveniva staccare il Santuario dal Trono, il Re era l'unto del Signore; queste due potenze combite erano insuperabili, e questo pure si è fatto. Ora rimane il trono solo appoggiato alla forza militare, ossia fondato su due vocaboli dovere e onore. D. Qual è il principale ostacolo da rimovere nelle menti degli uomini per dissipare i prestigj del falso dovere e del falso onore? R. L'ostacolo principale consiste nello sgombrare quella falsa idea di eroismo, che abbellisce corpo militare. Idea la piú chimerica di quante sieno al mondo, perchè basta conoscere una armata, vivervi, abituarvisi, che si vede tutt'altro che eroismo. D. Come la considerate voi una armata? R. Io la considero come una cloaca che raduna tutt'i vizj più deformi e tutt'i rifiuti della società, gli uomini incapaci di far qualche cosa di bene si fanno soldati, o soprafatti dal vino, o per sottrarsi ai debiti, o per evitare il carcere, o per disperazione. Sono ben altro che eroi questi disgraziati, al momento detestano la schiavitú, nella quale si sono posti, soggetti al bastone, alle catene, alle verghe, alla forca, ciascuno fuggirebbe se gli fosse possibile. Una falange di veri poltroni ben bastonati, posti in linea come tanti automi, rinchiusi ai fianchi e di dietro, con Ufficiali e Artiglieria alla schiena, che minaccia certa morte a chi voglia volgersi indietro, ecco la falange degli eroi che si spinge contro il nemico. Tutta la disciplina consiste a fare che il Soldato abbia pìú paura del suo Ufficiale che non del nemico, e che veda piú evidente il pericolo di morire fuggendo, che rimanendo al suo posto. L'Ufficiale medesimo, se non avesse dietro di lui il Generale a cavallo, se non sapesse che il Generale sta apparecchiato a passarlo attraverso colla spada s'egli volti faccia, se non vi fossero moltiplicati esempj di tali esecuzioni, l'Ufficiale medesimo fuggirebbe il primo. Infatti non si cimentano giammai di notte le nostre armate mercenarie, perchè sicuramente sarebbe un conflitto a chi avesse piú viltà e codardia. Ecco quai sono questi eroi; nè possono essere altrimenti eserciti composti ed accozzati co' scarti delle nazioni, che non hanno altro motivo per cimentarsi che la necessità, e che non reggono che pel mecanismo della disciplina. I Greci, i Romani, gli Arabi combattevano con valore anche fralle tenebre, perchè erano animati da sentimento nazionale, avevano di contro nemici odiavano; la religione li confortava, gli Dei, la Patria, la gloria erano parole non solo, ma erano cose presso di coloro. Ma queste mandre di schiavi, che per quattro soldi al giorno sono condotti a fare le schioppettate contro di altri schiavi loro simili, che nulla hanno per loro se vincono, che detestano il mestiere,.qual eroismo possono essi avere mai, qual generosità, valore? D. Un'armata nel suo campo è pure uno spettacolo imponente. R. Al primo aspetto una unione di ottanta o centomila uomini rappresenta un grande oggetto; ma esaminate il campo, voi non leggete sul viso che una cupa tristezza, una disperazione sembra ferocia; nessuna allegria voi trovere. Ognuno vi soffre tutte le miserie e i disagi. Si diffida ognuno dal suo compagno, in guisa che la solitudine si preferirebbe a quella società. Scorbuto, rogna, pidocchi, odori fetidi, eccovi gli elementi di quello che vi pare uno spettacolo imponente. Si vive tanto stolidamente in un Campo, che nemmeno vi si sa il numero, o la posizione dell'armata; nemmeno si sa dove sia accampato il nemico; nemmeno talvolta si sa dopo alcune settimane in quale provincia siate accampato, e questi Eroi nulla sanno della guerra che fanno da veri automi. D. Ma nelle marce, conoscono pure il paese che scorrono. R. Nelle marce! Voi non ne avete idea. Hanno ben altro che fare que'miserabili che badare al paese! La guerra si fa d'estate. Figuratevi il soldato vestito con abito e sottabito di panno grossolano sotto la sferza del sole di Luglio, con una fascia di cuojo attraverso dalla spalla al fianco, un fucile sulle spalle, un bastone della tenda, una marmitta, il suo fardello, che cammina come una pecora fra un ovile, respirando un'aria puzzolente e grave per la traspirazione di alcune migliaja di suoi compagni, che attruppati in colonna lo precedono, tutto impolverato, oppresso dalla fatica, che a forza di bastonate è costretto camminare perchè si teme che diserti,...ha ben altro che fare che istruirsi. Mojono varj in marcia, e mojono al momento, se non vi sia un chirurgo che gli apra la vena. È un orrore! D. Soffrire disagi con vigore e fermezza è cosa eroica, ma esservi costretto a bastonate, certamente non lo è, e vedo che l'anima delle nostre armate mercenarie è veramente il bastone. R. Aggiungete di piú: ciascuno di questi eroi è sottoposto ad essere disteso su di una panca, e da due altri eroi bastonato sulle natiche. Nè il bastonato, nè i due carnefici bastonanti non fanno certamente una azione degna d'onore. Ciascuno di questi eroi, se occorre, viene incatenato come un cane, e se deve passare per le verghe, e subire la fiagellazione, i suoi carnefici sono i suoi compagni; e se a caso qualcuno avesse umanità per percuoterlo leggermente, il Comandante col bastone punirebbe questa umanità. Se debbesi eseguire sentenza di morte colle fucilate, i carnefici sono i compagni. L'eroe soldato muore anche sulla forca. Vedete se v'è campo per disingannare sull'eroismo militare! D. Ebbene, non vi è ne' soldati comuni: ma non mi negherete che l'Ufficiale non eserciti un ufficio nobile e generoso. R. Pensatevi, esaminatelo, e lo negherete voi il primo. L'ufficio di porsi alla testa della feccia del genere umano, di guidare una ciurma di sgherri e di sicarj, a portare la schiavitú, la rovina, la desolazione dovunque vi destinino la vendetta, l'orgoglio, il capriccio d'un vizioso governo, lo chiamate voi nobile e generoso ufficio? Sappiate che quest'Ufficiale, che vi sembra occupato in una nobile e generosa professione, è come uno schiavo avvilito sotto de' suoi Comandanti, i quali lo pongono in arresto, lo incatenano a loro arbitrio. Sappiate, che quest'ufficiale deve soffrire le brutalità che piaccia al suo Superiore di fargli e dirgli, ch'egli non ardirebbe nemmeno di sedersi in faccia del suo Superiore s'egli non glielo comandi. Sappiate ch'egli è obbligato a far la corte al suo Superiore, e che non di rado è ricevuto con tale indecenza, che una persona bennata non l'userebbe con un domestico da livrea. Informatevi, e vedrete meglio se sia nobile e generoso l'ufficio, ovvero anzi una degradazione della umana natura. Ogni Ufficiale in secreto maledice il mestiere: ma finge d'esserne ambizioso e contento per impegno e necessità. D. Comprendo chiaramente quanto sarebbe vasto il campo per disingannare gli uomini sulla opinione dell'eroismo militare. Romanzi, Commedie, discorsi, novellette, poesie amene sarebbero mezzi ottimi per rendere, come merita, odiosa e vile agli occhi degli uomini la mercenaria milizia, sulla quale s'appoggiano i cattivi governi; ma quando anche l'aveste resa esecranda, ella sempre sussisterebbe, e i popoli verrebbero oppressi. R. Quando fosse universale il ribrezzo, l'Armta cesserebbe di esistere. Oggidí uno sfacendato, vestito coll'uniforme, s'accorge che acquista una importanza che non aveva, e ottiene que' riguardi e considerazione che non ritrova dapprima. Ecco perchè la gioventú ambisce essere ascritta al militare; togliete questa opinione, fate che un Ufficiale sia considerato come uno Sbirro, e non avrete piú milizia mercenaria. Carlo Quinto Imperatore, rimirando nerate le sue Truppe, disse all'orecchio d'un suo familiare: Poveri noi se questi pazzi diventassero savj! Carlo Quinto era un principe avveduto. D. Colla milizia armata si farebbero a forza le leve de' Soldati, e i Soldati si promoverebbero, e diventerebbero Ufficiali. R. La milizia resa odiosa nella pubblica opinione troverebbe tumulti e sollevazioni dovunque tentasse di ascrivere per forza al suo ceto de' Cittadini, essendo questo il sommo della tirannia di privare a forza del proprio stato un innocente cittadino, che paga i suoi tributi appunto per godere in pace e sicurezza lo stato proprio; il che se accade talvolta anche oggidí, malgrado il prestigio dell'onore attribuito alla milizia, e malgrado la cautela che usano i principi di non ricorrere a leve forzate se non alle estremità d'una guerra; a piú forte ragione accaderebbe qualora fosse considerato come iniquo e vile il mestiere di Sicario, e piú frequenti fossero gli attentati contro la pace domestica de' sudditi. D. E non correrebbero pericolo i Filosofi collo svelare le turpitudini della mercenaria Milizia di rendere un popolo effeminato, molle, lontano dall'uso delle armi, e quindi esposto a diventare facile preda d'una nazione barbara e conquistatrice, come è accaduto allorchè i popoli del Nord distrussero l'Impero Romano? R. I Filosofi non metteranno mai in abominazione il coraggio, il valor personale, lo sdegno verso dell'oppressione, l'amor della patria e le virtú, che formano una nazione generosa. L'uso delle armi non sarà mai disprezzabile, anzi onorato, allorchè serva alla libertà e alla giustizia. I Filosofi debbono svelare l'abuso e la perversione dell'arte militare, e promoverne ed animarne l'esercizio e l'amore, tosto che ritorni al suo instituto. D. E credete voi che col solo piccolo mezzo dei libri si possa cagionare un cambiamento cosí grande? R. Lo credo. L'Italla era pazza al principio di questo secolo per la scienza cavalleresca, un libro solo del Marchese Scipione Maffei ha cambiata la opinione, e non si è badato piú a quella scienza. Le Streghe, i Maghi erano un ingrediente de' poemi, delle Commedie, de' discorsi, de' processi, de' supplizj; l'Italia ne era infatuata: il benemerito Maffei con un libro cambiò l'opinione. La Spagna era immersa nelle idee de' Romanzi, e Cervantes con un libro ha cambiata l'opinione della Spagna. La Commedia del Disertore ha costretta la Francia, anche sotto il dispotismo, a cambiare le pene militari. Un libro scritto bene non manca mai di effetto. L'opinione regola il mondo, e i libri regolano l'opinione. D. Ma per preparare un popolo alla libertà, sembra a voi che altro non rimanga al Filosofi se non di annientare il poter militare de' cattivi governi? R. No. Dico bensí che svelando al popoli la illusione e la iniquità della milizia mercenaria, viene tolta dalle mani del Despota la verga di ferro; ma per meritare di vivere sotto di una costituzione libera, conviene che la massa degli uomini sia illuminata, che conosca le virtú sociali; e quindi i maestri degli uomini, quel che alzano nella libera mano la benefica face della verità, debbono dilatarne l'influenza della virtú. Prima i Filosofi si occuparono dei fenomeni della terra; noi si rivolsero a conoscere il cielo con maravigliosa sagacità; ora si consacrano alla scienza sociale negletta nella tenebrosa serie de' secoli trasandati, e i loro lavori prepareranno gli uomini a quella perfezione, che gli renda degni d'avere un libero e tranquillo governo. |
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