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Pietro Verri
Nozioni tendenti alla pubblica felicità

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  • DIALOGO QUARTO.
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DIALOGO QUARTO.

D.                  Il popolo dell'Europa in questo secolo si è sottratto a molti pesi, che gravitavano sopra di lui. L'autorità delle scuole è assai indebolita, se pure non è annientata. I Ministri della Religione ottengono una apparente riverenza, che non nasce dal cuore. I Nobili hanno di molto perduto colla diminuzione de' dritti feudali, e coll'anmentamento, che hanno fatto i Sovrani dell'Aristocrazia. Rimane che anche il Militare perda, (e mi pare conseguente al progressi della ragione che ciò accada) e allora il popolo s'accorgerà d'essere egli il piú forte. Il momento non è molto lontano, e che accaderà allora?

R.                  Allora presso i popoli non bastantemente illuminati per conoscere una patria, un interesse comune. un fine sociale, accaderà uno sconvolgimento, una disordinata licenza, una anarchia funesta; e presso i popoli, i lumi de' quali sieno giunti a farli conoscere la virtú. allora si formerà una Costituzione, nella quale troveranno gli uoinini l'ordine, la sicurezza, la libertà, e la pace. Perciò dico, che ì Filosofi (cioè gli amanti della verità, gli amici degli uomini, i loro benaugurati Maestri) debbono promovere con tutto lo sforzo i lumi della scienza sociale e sulla virtú, a fine di preservare i popoli dalla imminente Anarchia.

D.                  Il Dispotismo de' Monarchi è dunque omai fuor di stagione?

R.                  E' un assurdo, che balza agli occhi di ognuno, che i tre poteri Legislativo, esecutivo, e giudiziario sieno tutti nella mano d'un uomo solo, e che tutta una nazione sia abbandonata alla fantasia d'un uomo solo, e considerata come un mero patrimonio di una famiglia come un armento. Un sistema tanto evidentemente iniquo e contrario alla natura non poteva reggere se non appoggiato alla religione, e facendo emanare immediatamente da una missione della Divinità il dritto Sovrano.

D.                  E i Monarchi hanno voluto inimicarsi il Corpo ecclesiastico!

R.                  I Monarchi assoluti hanno accellerato incautamente il momento della crisi. Essi hanno staccati dal Trono e avviliti gli ecclesiastici. Essi si sono alienati i sudditi piú facoltosi, i Terrieri piú potenti, ricusandogli quelle distinzioni, delle quali erano in possesso, e degradandoli al livello del popolo. Essi hanno abolite le cerimonie, le genuflessioni, i baciamano, e le idolatrie che si usavano ai Re loro antecessori. Essi si mostrano senza formalità, senza corredo che ricordi la maestà che rappresentano. Essi confidano le cariche a capriccio, ed a capriccio le tolgono, riducendo i loro Ministri a un mecanismo di mera obbedienza, senza alcuna decorazione, e quindi non hanno al loro servigio se non chi serve per il salario. I Principi sono la pianta appunto che avete ricordata, sublime e isolata in un deserto; il primo vento gagliardo la getta a terra.

D.                  Ma perchè mai i Sovrani hanno dati colpi cosí violenti e inconsiderati ai sostegni della loro dignità?

R.                  Per eccesso d'orgoglio; perchè hanno creduto di non aver bisogno nè dell'appoggio d'alcuno, nè della opinione d'alcuno; perchè hanno disprezzato gli uomini a segno di non curar punto il loro voto.

D.                  Ma qual partito prenderanno mai i Principi assoluti in questo rivolgimento di cose, mentre vedono i progressi, che la ragione va facendo ne' popoli? Gli avvenimenti sono tanto solenni, che l'adulazione non ha mezzi per abellirli.

R.                  I Principi e la verità sono i due punti piú distanti dell'universo. La verità non si accosta al Trono. Attribuiscono i Principi a errori e stolidità de' loro confratelli Regnanti le rivoluzioni e i tumulti; cattiva scelta di Generali; cattiva scelta di Ministri; consigli inavvedutamente presi, ecco l'origine, secondo essi, delle inquietudini de' popoli; e ciascuno de' Monarchi persuaso della propria superiorità di mente, poichè fino dall'infanzia sono stati ingannati dagli adulatori, non crede possibile che accada a lui quello che vede accadere in altri stati. Non sospettano i Principi che i progressi della ragione esiggano moderazione nel potere arbitrario.

D.                  Ed è possibile che fra i molti che s'accostano a un Monarca, e che ne ricevono onori e benefici, non si dia un'anima sincera e affezionata che gli mostri gli oggetti nel vero loro aspetto?

R.                  Si vede che voi non avete mai conosciuto da vicino una Corte. Se sapeste quanto esiggano i Monarchi da chi sta loro intorno, conoscereste che un uomo, che abbia una morale ferma, non vi può stare. Il solo partito che avrebbe un Sovrano, sarebbe quello di conversare co' libri, essi non adulano, in essi facendo buona scelta, si può trovare la verità, o almeno addestrarsi a camminarvi da sè. Ma hanno avversione anche ai libri.

D.                  E se un Monarca dispotico con buona fede vi chiedesse consiglio, qual parere gli dareste voi?

R.                  Io gli direi. Sire, Voi obbligate a comparire in faccia vostra un uomo strano, una mente piena di chimere, un personaggio assai nojoso: ma vi esporrò la verità, e la piú utile verità per voi. Il dispotismo non può più a lungo durare, perchè la pubblica opinione lo detesta. Voi non potete colla popolarità, colla bontà stessa prolungarlo di molto; poichè voi non potete essere presente ad ogni provincia della vostra Monarchia, e il dispotismo ministeriale irriterà i popoli, e si solleveranno. Prima che giungasi a questo termine che io non credo molto lontano, formate voi stesso una costituzione, date al popoli parte nel potere legislativo, date una legittima rappresentanza a ciascuna Provincia; non sia lecito l'aggravare le imposte se non col loro assenso; fissate delle Reggenze Collegiali non mai de' Governatori. Moderate voi medesimo con una costituzione il potere monarchico. Questo è il solo partito, col quale assicurerete la corona sul capo vostro, e de' vostri discendenti.

D.                  Ebbene in questo discorso non v'è nulla di strano o di chimerico; a me pare sensato, e non piú.

R.                  Ma voi non siete stato tradito dalla culla a quest'oggi con lodi, ammirazione, e insidie d'ogni sorta, come lo sono i Monarchi. Voi avrete avuto piú volte delle occasioni d'essere umiliato dalla ragione altrui; voi sarete stato costretto a pensare, a informarvi per non iscomparire; voi avrete sofferto del disprezzo, della noncuranza, della derisione altrui fors'anco giusta, o ingiusta, e tutti questi pungoli che si hanno nella gioventú vivendo co'pari nostri, ci obbligano a svolgere le idee, ci formano l' ingegno; ma un povero figlio d'un Monarca non ha nulla di ciò; egli è l'idolo insensato, offuscato dall'incenso, e se conserva un attomo di buon senso è una prova del suo ottimo naturale.

D.                  Dunque voi non avete speranza che i Monarchi assoluti, conoscendo la necessità di adattarsi alla universale opinione, moderino essi medesimi con una stabile costituzione il loro potere, e gettino in mare parte delle loro merci per salvare il naviglio dal naufragio?

R.                  Bramo d'ingannarmi; ma non lo spero.

D.                  Qual partito adunque rimarrà all'uomo dabbene e illuminato, che ami gli uomini suoi simili?

R.                  Quello che piú volte ho accennato, illuminarli, difondere la virtú, screditare i vizj, preparare la nazione, acciocchè rovesciando il Dispotismo possa uscire dall'Anarchia, e stabilire la libertà.

D.                  Per condurre un popolo a quel grado di luce, che lo renda meritevole d'una costituzione, e degno della libertà, due cose adunque voi dite che restano da farsi: difondere la virtú, e screditare i vizj. Quale delle due strade sembra a voi la migliore?

R.                  Credo piú opportuno consiglio quello di screditare il vizio. Perchè se a un popolo corrotto, o rozzo, voi andate predicando i vantaggi, che si provano colla buona coscienza, l'utilità che ne deriva dalla buona fede, dal candore, dalla benevolenza; se battete la strada di mostrare la virtú utile, e amabile, tutto ciò lascia l'animo de'popoli corrotti nella calma della indifferenza, e passerete inutilmente per un predicatore di Metafisica; laddove se voi ponete sulla scena in ridicolo e in abbominazione i vizj sociali, se nelle poesie e ne' romanzetti, frizzando il mal costume, riuscite a porlo in dilegio, per quella strada vi fate largo sicuramente. Nessun uomo, anche fra un popolo corrotto, è indifferente allo scherno ed al ridicolo. Prendete gli uomini dal lato debole e sensibile.

D.                  E quali vizj a preferenza credereste voi doversi combattere?

R.                  La furberia, lo spionaggio, la timida difidenza, la servile adesione, la malignità e l'invidia, i vizj in somma della timidezza che formano il carattere d'un popolo corrotto.

D.                  Parliamo distintamente di tai malattie dell'animo per concepirne idee chiare. Cosa intendete voi col nome di furberia?

R.                  La furberia è un sistema abituale di nascondere i proprj sentimenti, e mostrarne di studiati e falsi. Il furbo è un Commediante, che in tutta la vita si studia di rappresentare un personaggio che non è il suo. Vedete che fatica enorme è mai quella che si assume chi sceglie questa professione! Continuamente essere in guardia; frenare i veri sentimenti, e opprimerli, e nel tempo stesso studiare le parole e gli atti opportuni per palesare un sentimento che non si ha; anzi non di rado mostrarsi precisamente l'opposto di quello che si è. Se la mira d'ogni vivente è il proprio ben essere, certamente è pazzo colui che sceglie la strada della furberia, perchè si determina a viver sempre in uno stento penosissimo, mezzo veramente ridicolo per ottenere il ben essere. Potesse almeno l'arte giugnere al segno di ingannare il mondo! ma ciò non riescirà giammai; perchè i moti della natura di tempo in tempo la vincono, e allora cade la maschera, e la furberia è svelata. Il furbo passa nella opinione pubblica per un uomo da non fidarsene, trova sempre maggiore difficoltà ad essere creduto, e alla perfine dell'immensa fatica, alla quale scioccamente ha voluto assoggettarsi, non ne raccoglie se non avversione, disprezzo, dilegio, odio, e non di rado l'abbandono e la povertà. Prendi l'uomo il piú furbo che tu conosci, e vedrai che s'egli avesse in vece battuta la strada piana della natura, sarebbe vissuto assai meglio con meno pericoli, minori umiliazioni, maggior pace e felicità. Nella scena si può mostrarlo. Ne' romanzi si può far toccare con mano il discapito della furberia, la quale riesce in qualche momento, abbaglia una nazione ingegnosa, perchè è tutta l'opera dell' ingegno; ma presa in complesso come un mestiere, è sicuramente il piú ridicolo partito che possa prendere un uomo.

D.                  Lo spionaggio è un vizio, che nemmeno reca seco qual lato d'ingegno che indora la viltà della furberia.

R.                  La Spia talvolta riceve l'onore d'accostarsi ai primi Signori, e d'essere accolta con simulazione d'amicizia; ma quest'apparenza la paga troppo cara col disprezzo, la fuga, e l'esecrazione. Non fa bisogno nè dell'arte comica, nè de' sali faceti d'un Romanzo per allontanare gli uomini da questo infame mestiere, che non si esercita se non fralle tenebre.

D.                  E il vizio della timida diffidenza in che consiste?

R.                  La prudenza è quella che ci rende cauti e circospetti a non fidarci sulle mere apparenze, e a discernere accortamente i caratteri sicuri, gl'incerti, e i cattivi. Timida diffidenza è quella che senza discernimento pone gli uomini tutti in una stessa classe, e cela l'animo proprio a ciascuno. La timida diffidenza ha tutta la parte negativa della furberia. L'uomo avvilito e isolato in tal modo resta privo del conforto di una società di cuore, frena continuamente i suoi moti, e abituandosi a frenarli, gl'indebolisce e giugne ad annientarli. Il cuore de' timidi diffidenti si rende paralitico, il bene e il male quasi si confondono; eccoti un uomo che s'accosta alla imbecillità, incapace di giovare, cosí la dignità della umana natura si degrada e imbastardisce. Meglio avventurarsi a qualche pericolo, che immergersi in questo lezzo di morte morale. Questo carattere somministra assai al ridicolo della scena, e si dovrebbe per quella strada screditarlo.

D.                  La servile adesione come la concepite voi?

R.                  E' il vizio de' caratteri deboli, i quali, come le gracili edere, s'attaccano a una pianta per alzarsi dal suolo. In una nazione corrotta molto si opera per imitazione, pochissimo per principj. Alcuni pochi, e talvolta i meno degni, alzano la testa, e si fanno capi di partito; la mandra servile de' spiriti deboli aderisce, e quindi ogni opinione, ogni sentimento del Capo s'adotta per servile adesione ne' molti seguaci. Questi deboli aderenti hanno collocata la loro morale, la loro ragione, l'esistenza loro nelle mani del loro Patriarca; non di rado è un briccone accorto e simulato, che abusa della imbecillità loro. Qui i Filosofi non debbono mai stancarsi per frizzare col ridicolo e col rimprovero tal genìa di servili aderenti, e confortare la spezie umana a non abdicare giammai la più preziosa parte di se stessa, cioè la propria ragione, e a non vivere come un armento di pecore. Uomo diventa uomo, opera con ragione, e con principj tuoi.

D.                  Avrete più pena a combattere la malignità, poiché pare che questo male sia impastato col cuore e inseparabile, non già come gli altri mali aventizj e acquistati per incauto partito.

R.                  Ragionate assai bene. L'uomo malignio ha una malattia incurabile, ma l'uomo non porta dall'utero materno questa malattia, l'acquista con una cattiva educazione. Debbono quindi i Filosofi, e ne' libri piacevoli, e sulla scena mostrare gl'inconvenienti e i danni che recano a lor medesimi i maligni. Malignità e quel vizio, che tende a rimirare tutto, dal punto il più odioso e sfavorevole. Il maligno non crede, che vi sia virtú, tutte le azioni piú belle e nobili sono presso di lui giudicate illusioni per coprire un fine basso e interessato. Sin che il maligno può negare fede al racconto d'una generosa azione, la nega: costretto ad ammettere il fatto, lo attribuisce a un fine malvaggio: convinto che non v'è fine malvaggio, ripone l'uomo, che ha operato generosamente nella classe de' romanzieri e degli incauti. Tutto crede il maligno fuori che il bene. La società del maligno è desolante; un sorriso amaro talvolta compare sul livido suo volto, ma l'atmosfera che lo circonda, infonde in chi se gli accosta la tristezza e lo scoraggiamento. Da ciò bastantemente conoscesi lo stato infelice, in cui abitualmente si trova. Mostrisi al popolo svelatamente la miseria del maligno, nel Teatro, ne' libri giocondamente scritti, si ponga in vista questa gangrena del cuore, e allontaneremo i giovani dalla scelta di questa professione, nella quale s'inviano sedotti dalla lusinga di passare per avveduti ed accorti. Men male abbandonarci al nostro cuore a costo d'essere qualche volta ingannati, che chiuderlo per sempre con porte di ferro, e ingannarci tristemente sulla guidadella malignità. Meglio poi affidare la condotta della nostra vita al nostro cuore temperato dalla Ragione.

D.                  E l'invidia, come la vorreste voi combattere?

R.                  i bambini tutti sono invidiosi; questo prova che questo è un sentimento dei deboli. L'uomo, che sente d'avere una propria esistenza, e sopra tutto l'uomo di merito, non è invidioso. Questo vizio è proprio de' fanciulli, delle donne, e degli uomini gracili. Una nazione avvilita e corrotta è tormentata dalla invidia; un cittadino sospira perchè l'altro abbia ottenuto qualche bene; la diffidenza, la mormorazione, il ridicolo, la calunnia, una maligna taciturnità, tai sono le relazioni che passano fra il cittadino e il suo vicino di casa. Che ne fareste d'un popolo tale? Nulla affatto, sin tanto che non lo liberiate da questa pestilenza. Come liberarlo? Cercando di innalzarlo dalla abjezione, cercando i mezzi di rinvigorirlo. Quai saranno? Tutto quello che conduce l'uomo a sentire la dignità sua; tutto quello che tende a fare che il popolo s'accorga della forza sua; tutto quello di che si è parlato nel primo Dialogo.

D.                  Vedo che m'avete per cenni indicate le tracce, che debbonsi avere di mira dai Filosofi per illuminare un popolo, screditando il vizio, e prepararlo a vivere sotto di un libero governo. Ma credete voi possibile che sí tosto compaja nell'Italla chi si consacri vittima del ben pubblico, e si sacrifichi per sí bella cagione?

R.                  L'esempio di quanto sin'ora è accaduto in Italia non mi darebbe questa speranza; ma finalmente anche l'Italia è aderente all'Europa, le alpi si passano, i libri, i fogli pubblici discendono anche in Italia, la Francia non è lontana, quegli avvenimenti ci obbligano a riflettere sugli oggetti pubblici. I Nobili, gli Ecclesiastici sin'ora ci hanno rappresentato con orrore quanto ha fatto quel popolo; i nostri gracilissimi Italiani credendo alla autorità de' nobili e de' Preti, sono tuttavia passionati per il Re, e odiano il popolo che non vuole essere piú schiavo. Ma quando la Francia sia libera e tranquilla, la opinione anche del popolo Italiano non sarà piú fanatica. Allora sarà il tempo opportuno per travagliare a spargere i semi della virtú e combattere il vizio.

D.                  Ma siete voi sicuro che appunto in quel momento trovinsi Scrittori atti a tale beneficio, cioè uomini passionali pel bene de' loro simili, fortemente sdegnati contro l'abuso del potere; uomini che profondamente conoscano i dritti degli uomini, e sappiano prendere i lettori colla magia dello stile?

R.                  Machiavello scrisse, che talvolta ai grandi uomini mancano le occasioni, e alle occasioni talvolta mancano i grandi uomini. L'Italla forse ora è nel primo caso, e sarebbe una grande sciagura per lei, se le accadesse anche il secondo; ma è probabile che non accaderà. Machiavello aveva avanti gli occhi de' piccoli Stati; in uno spazio esteso, qual è l'Italia, non pare verosimile che manchi all'occasione l'uomo. Oggidí i pensatori in Italia vivono nella oscurità per celarsi alla ipocrisia, alla superstizione, all'invidia, all'odio della massa corrotta e cieca che vive alla peggio in questa un tempo gloriosa penisola. Cambiate le circostanze, fate che compaja un raggio felice di speranza di riuscimento, e vedrete alla luce del giorno le anime privilegiate. La nazione non è stupida.

D.                  E nella Francia i Filosofi ebbero essi miglior fortuna?

R.                  Furono sempre invisi alla Corte e presso gli uomini di potere; ma col favore delle belle arti ch'essi coltivarono, placarono l'avversione. Converrà anche presso di noi corredare le piú importanti verità col mezzo della poesia, colla seduzione della musica, colla illusione della pittura, colla magía della eloquenza, e prendere gli uomini pel loro verso.

D.                  E se il popolo romperà le sue catene e toglierà la obbedienza al cattivo governo prima di essere giunto a quel grado di perfettibilità che lo renda capace di vivere libero, allora che accaderà?

R.                  Accaderà il peggiore disastro possibile, cioè la confusione di tutto, l'Anarchia.

D.                  E qual partito rimarrà all'uomo ragionevole?

R.                  La fuga in altro paese.

D.                  Datemi una idea dell'Anarchia.

R.                  E' facile l'immaginarvela. Una plebe povera, furiosa, violenta, ardita, che ha insultato e detruso ogni oggetto in prima autorevole, che non è contenuta da veruna legge, che non obbedisce ad alcuna autorità; che di primo slancio va a saccheggiare le case de' ricchi, s'appropria i comodi de' quali godevano i cittadini agiati; aggiugne l'insulto alla rapina, si vendica della passata umiliazione colla crudeltà ... Figuratevi l'ingiustizia armata di tutta la forza, eccovi l'anarchia.

D.                  Ma questo stato non può essere di lunga durata.

R.                  No certamente. I ricchi saccheggiati e offesi fuggono; la plebe comincia a rapirsi vicendevolmente le prede, ogni cittadino o assale, o si difende; la città diventa un soggiorno insopportabile a ciascuno, e da se medesima viene a rimanere deserta.

D.                  Non giugnerà il disordine sino a quella estremità.

R.                  Io vi ho mostrato il termine, al quale da sè giugnerebbe l'Anarchia; ma sempre interviene qualcuno, che coglie il momento, in cui il popolo comincia a provare i mali del disordine, e si pone a signoreggiarlo. Per tal modo un popolo cieco passa dal dispotismo al disordine, e dal disordine ritorna ad un nuovo dispotismo.

D.                  E se il popolo volesse, che tutt'i beni e tutt'i fondi venissero divisi in porzioni uguali sopra di ciascuno?

R.                  Allora saremmo tutti coltivatori della terra, e ci mancherebbero tutt'i comodi della vita. Questo è un assurdo.

D.                  Voi lo giudicate un assurdo, eppure se gli uomini sono fratelli uguali, questa divisione uguale anche delle terre ne viene di conseguenza.

R.                  Chi può mai sostenere una falsità evidente, come quella di fare gli uomini tutti uguali? V'è diseguaglianza fra cavallo e cavallo, vi è tra cane e cane; molto maggiore diseguaglianza vi è tra uomo e uomo. Negli animali tutta la diseguaglianza nasce dalle forme del loro corpo; ma fra uomo e uomo, oltre la diversità che passa fra il debole e il robusto, fra il deforme nano e l'atleta; sembrano quasi di specie diversa l'uomo perverso e l'uomo virtuoso, lo sventato e l'uomo d'ingegno, il timido e l'uomo ardito. In una società giustamente formata hanno bensí dritti eguali alla protezione delle leggi i deboli e i robusti, i dritti e i torti, gli stolidi e gli uomini sensati; ecco in che consiste l'uguaglianza. Ma non saranno mai uguali gli Autori dello Spirito delle Leggi e delle Decretali, dei Principj matematici e delle disquisizioni magiche, Federico Re di Prussia e Carlo secondo Re di Spagna. Disegualissime sono le facoltà delle menti umane, disegualissima l'attività, disegualissima l'industria, disegualissimi i talenti; quindi se fosse anche possibile il formare una perfetta uguaglianza di fortune, ella ben presto svanirebbe, poichè il laborioso e sagace acquisterebbe la porzione del pigro; l'industrioso accrescerebbe il valore del fondo, e ben tosto comparirebbe la diversità delle fortune; a meno che le leggi non opprimessero l'industria, l'antivedenza, e ogni principio di attività, riducendo il corpo sociale allo stato d'una morte Claustrale.

D.                  Se v'è una disuguaglianza fisica e morale fra gli uomini, come in fatti mi pare che vi sia, dunque sarebbe un violentare inutilmente la natura, se si volessero tenere tutti in uno stato uguale di fortuna.

R.                  La Legge Agraria non venne mai stabilmente eseguita; l'anno giubilaico fu un sistema per una piccola e povera nazione. La natura, che ha fatti gli uomini diseguali d'ingegno e di forza, romperebbe sempre una tale instituzione.

D.                  Ma i Selvaggi non son'essi uguali?

R.                  Non vi possono essere diseguali fortune laddove non vi sono fortune; la caccia e la pesca somministrano l'alimento, e i poderi non sono divisi. Ma anche nelle tribú de Selvaggi l'uomo piú valoroso, e che abbia superiorità d'ingegno e di forze, comanda, e gli altri lo seguono.

D.                  Se i Selvaggi obbediscono al piú semplice governo, che è quello d'un Capo; dunque il governo, che sembra piú naturale all'uomo, sarà il Monarchico, cioè il governo d'un solo, il qual governo formato ad imitazione del governo domestico, non essendo temperato da costituzione alcuna, sarà dispotico. Il dispotismo adunque sarebbe lo stato naturale della società.

R.                  Ho già detto, che lo stato del selvaggio è l'indipendenza, lo stato d' una società è dispotico, e che lo stato di libertà viene dopo che la società siasi perfezionata, e venga dilatata sulla massa degli uomini la luce delle verità sociali. Ora mi spiegherò. Vero è che le tribú de' selvaggi sono comandate da un solo; ma questo solo è dispotico, perchè senza costituzione, ma non comanda se non quelle azioni, che la utilità comune esigge che abbiano un Comandante. Ei comanda quando la tribú è in guerra. Ei comanda la caccia. Nel rimanente egli non governa, ne ha autorità su di alcuno. Se la guerra si facesse tumultuariamente, la tribú sarebbe distrutta dal nemico. Se la caccia si facesse da ognuno senza direzione, si sbanderebbero e distruggerebbero gli animali, e perirebbe la tribú. Ecco perchè uno comanda. Tolte queste occasioni, siccome il selvaggio non conosce nè avarizia, nè ambizione, né invidia, né lusso, né i vizj che tormentano gli uomini sociali; cosi nessun bisogno vi è che alcuno si prenda la briga di tenere in ordine la tribú, che da se medesima regge e vive pacifica. Accrescete la popolazione di questa tribú in guisa che la caccia e la pesca non sieno piú bastanti ad alimentare gli uomini; eccoli costretti a vivere de' prodotti del suolo: eccoli da cacciatori passare allo stato piú laborioso di agricoltori; ed ecco la necessità di consegnare i fondi in proprietà degli uomini. Suppongansi anche divisi in porzioni uguali per un primo accordo. L'industria, la forza da una parte, la scioperatezza, la gracilità dall'altra; ecco formarsi diseguali proprietà fra poco tempo. Quindi l'uomo che reggeva i selvaggi alla guerra e alla caccia, eccolo costretto a frapporsi alle rapine, agli odj, alle vendette per impedire il disordine della popolazione passata allo stato di società. Questo Re senza leggi, che lo frenino, acquista un illimitato potere, assicurandosi alcuni de'piú forti e sagaci, i quali collegati seco lui deprimono ben tosto la massa più inerte e numerosa; ed ecco il gius feudale in natura. Eccovi gli uomini sotto il giogo del dispotismo, dal quale non s'esce se non per opera de' lumi e della virtú, come difusamente ho detto.

D.                  Il gius feudale si dice nato dopo la decadenza dell'Impero Romano, e se ciò fosse non reggerebbe la genesi che fate voi.

R.                  La parola feudale è nata ne' secoli bassi appunto, quando i barbari vennero a distruggere la degradata dominazione di Roma; ma la cosa è tanto antica che in Omero trovate Agamennone Re de' Regi, e tanti Re sotto di lui. che dominano i loro popoli. Sempre i Dispotici ebbero al loro fianco i Magnati, e il bisogno rispettivo tenne sempre collegati i tiranni del genere umano.

D.                  Che penseremo adunque di que' Sovrani, che hanno in questo secolo voluto liberarsi dalla noja d'avere intorno Magnati, che gli hanno scontentati, e si sono gettati al partito popolare, fondando il loro trono sulla forza militare?

R.                  Penseremo che hanno proveduto male alla stabilità del loro Imperio, e la Storia del secolo decimonono giustificherà quello che dico.

D.                  Anch'io ne sono persuaso. Ma vi prego, schiaritemi un dubbio. Supponghiamo, che un popolo oppresso dai tributi, e da un cattivo governo avvilito rompa una volta le catene, senta l'ingiustizia dell'oppressione, s'accorga delle forze proprie, e voglia una costituzione. I primi, che promovono il tumulto, sono ribelli, turbano l'ordine sociale, meritano il patibolo; ma se il drapello s'accresce, se la massa della nazione prende il loro partito, allora cessano d'essere ribelli, sono eroi, che hanno atterrato il disordine, liberata dalla schiavitú la patria, e meritano Corona, Statue e Tempj. Come mai una azione, che comincia con un delitto, può terminare con gloria? Come mai un misfatto può diventare virtú? Questo non lo so intendere.

R.                  Eppure facil cosa è il formarci idee sicure ed evidenti, poichè fra la virtú e il vizio non v'è confusione giammai. Chi turba l'ordine sociale, ed eccita un tumulto contro la legittima autorità, è sempre reo; ma conviene che vi sia un vero ordine sociale, e una vera legittima autorità. Se le azioni del governo sieno snaturate, se la felicità pubblica e la sicurezza de' cittadini sieno sacrifiicate al comodo del Governante, non vi è piú l'ordine sociale, l'autorità cessa d'essere legittima. Può un drapello di generosi cittadini rimaner vittima della potenza governativa, perchè la nazione irresoluta, avvilita non abbia ardire di secondarli, e andranno al patibolo bensí, ma non rei, non malfattori. Quello è appunto il caso, in cui una Legione che combatta per una giusta causa venga dal nemico piú potente tagliata a pezzi. L'esito non può mai rendere onesta una azione viziata. O la insurgenza è fatta contro della oppressione di chi governa, ed è giusta, qualunque ne sia l'effetto; ovvero il tumulto e la sovversione è tentata contro di un governo moderato, giusto, e conforme alla ragione, qualunque ne sia il fine, sempre chi lo ha cominciato è colpevole.

D.                  E' colpevole chi lo ha cominciato; e chi vi si unisce poi, e loseconda?

R.                  A definirlo con precisione è sempre colpevole l'accessione ai tumultuanti contro di uno governo ragionevole sino a quel punto, nel quale si veda che dipende dal volere del popolo conservare o distruggere la forma sociale antica. Quando le cose sieno a quel segno, ogni uomo è padrone di dare il suo voto o pel cambiamento, ovvero per la continuazione, nè vi è colpa, poichè usa d'un proprio diritto.

D.                  Qual è il partito dell'uomo savio?

R.                  Ricercare la verità; praticare la virtú; star lontano dalle brighe e dai tumulti; tolerare gli uomini qual sono; non disperar mai del bene, e promoverlo costantemente.

 




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