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Vittorio Alfieri
Vita scritta da esso

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CAPITOLO SETTIMO

 

Morte dello zio paterno. Liberazione mia prima. Ingresso nel Primo Appartamento dell'Accademia.

 

Lo zio, dopo dieci mesi di soggiorno in Cagliari, vi morí. Egli era di circa sessanta anni, ma di salute assai malandato, e sempre mi diceva prima di questa sua partenza per la Sardegna, che io non l'avrei piú riveduto. Il mio affetto per lui era tiepidissima cosa; atteso che io di radissimo lo avea veduto, e sempre mostratomisi severo, e duretto, ma non però mai ingiusto. Egli era un uomo stimabile per la sua rettitudine, e coraggio; avea militato con distinzione; aveva un carattere scolpito e fortissimo, e le qualità necessarie al ben comandare. Ebbe anche fama di molto ingegno, alquanto però soffocato da una erudizione disordinata, copiosa e loquacissima, spettante la storia moderna che antica. Io non fui dunque molto afflitto di questa morte lontana dagli occhi, e già preveduta da tutti gli amici suoi, e mediante la quale io acquistava quasi pienamente la mia libertà, con tutto il sufficiente patrimonio paterno accresciuto anche dall'eredità non piccola di questo zio. Le leggi del Piemonte all'età dei quattordici anni liberano il pupillo dalla tutela, e lo sottopongono soltanto al curatore, che lasciandolo padrone dell'entrate sue annuali, non gli può impedire legalmente altra cosa che l'alienazione degli stabili. Questo nuovo mio stato di padrone del mio in età di quattordici anni, mi innalzò dunque molto le corna, e mi fece con la fantasia spaziare assai per il vano. In quel frattempo mi era anche stato tolto il servitore aio Andrea, per ordine del tutore; e giustamente, perché costui si era dato sfrenatamente alle donne, al vino, e alle risse, ed era diventato un pessimo soggetto pel troppo ozio, e non avere chi lo invigilasse. A me aveva sempre usato mali termini, e quando era briaco, cioè quattro, o cinque giorni per settimana, mi batteva per anche, e sempre poi mi maltrattava; e in quelle spessissime malattie ch'io andava facendo, egli, datomi da mangiare se n'andava, e mi lasciava chiuso in camera talvolta dal pranzo fino all'ora di cena; la qual cosa piú d'ogni altra contribuiva a non farmi tornar sano, ed a triplicare in me quelle orribili malinconie che già avea sortite dal naturale mio temperamento. Eppure, chi 'l crederebbe? piansi e sospirai per la perdita di codest'Andrea piú e piú settimane; e non mi potendo opporre a chi giustamente voleva licenziarlo, e me l'avea levato d'attorno, durai poi per piú mesi ad andarlo io visitare ogni giovedí e domenica, essendo egli inibito di porre i piedi in Accademia. Io mi facea condurre a vederlo dal nuovo cameriere che mi aveano dato, uomo piuttosto grosso, ma buono e di dolcissima indole. Gli somministrai anche per del tempo dei denari, dandogliene quanto ne aveva, il che non era molto; finalmente poi essendosi egli collocato in servizio d'altri, ed io distratto dal tempo, e dalla mutazione di scena per me dopo la morte dello zio, non ci pensai poi piú. Dovendomi nei seguenti anni render conto in me stesso della cagione di quell'affetto mio sragionevole per un tristo soggetto, se mi volessi abbellire, direi che ciò proveniva forse in me da una certa generosità di carattere; ma questa per allora non era la vera cagione, benché in appresso poi, quando nella lettura di Plutarco io cominciai ad infiammarmi dell'amor della gloria e della virtú, conobbi ed apprezzai, e praticai anche, potendo, la soddisfacentissima arte del rendere bene per male. Quel mio affetto per Andrea che mi avea pur dato tanti dolori, era in me un misto della forza abituale del vederlo da sett'anni sempre dintorno a me, e della predilezione da me concepita per alcune sue belle qualità; come la sagacità nel capire, la sveltezza e destrezza somma nell'eseguire; le lunghe storiette e novelle ch'egli mi andava raccontando, ripiene di spirito, di affetti e d'imagini; cose tutte, per cui, passato lo sdegno delle durezze e vessazioni ch'egli mi andava facendo, egli mi sapea sempre tornare in grazia. Non capisco però, come abborrendo tanto per mia natura l'essere sforzato e malmenato, mi fossi pure avvezzato al giogo di costui. Questa riflessione in appresso mi ha fatti talvolta compatire alcuni principi, che senza essere affatto imbecilli si lasciavano pure guidare da gente che avea preso il sopravvento sovr'essi nell'adolescenza; età funesta, per la profondità delle ricevute impressioni.

Il primo frutto ch'io raccolsi dalla morte dello zio, fu di poter andare alla Cavallerizza; scuola che sino allora mi era sempre stata negata, e ch'io desiderava ardentissimamente. Il priore dell'Accademia avendo saputa questa mia smaniosa brama d'imparare a cavalcare, pensò di approfittarsene per mio utile; onde egli pose per premio de' miei studi la futura equitazione, quand'io mi risolvessi a pigliare all'Università il primo grado della scala dottoresca, chiamato il magistero, che è un esame pubblico alla peggio dei due anni di logica, fisica e geometria. Io mi vi indussi subito; e cercatomi un ripetitore a parte, che mi tornasse a nominare almeno le definizioni di codeste mal fatte scuole, in quindici o venti giorni misi assieme alla diavola una dozzina di periodi latini tanto da rispondere a quei pochi quesiti, che mi verrebbero fatti dagli esaminatori. Divenni dunque, io non so come in meno d'un mese maestro matricolato dell'Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e assai graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ciò la volontà e la molta passione supplivano alla forza, e in breve ci feci dei progressí bastanti, massime nell'arte della mano, e dell'intelletto reggenti d'accordo, e nel conoscere e indovinare i moti e l'indole della cavalcatura. A questo piacevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto della salute, della cresciuta, e d'una certa robustezza che andai acquistando a occhio vedente, ed entrai si può dire in una nuova esistenza.

Sepolto dunque lo zio, barattato il tutore in curatore, fatto maestro dell'Arti, liberato dal giogo di Andrea, ed inforcato un destriero, non è credibile quanto andassi ogni giorno piú alzando la cresta. Cominciai a dire schiettamente e al priore, ed al curatore, che quegli studi della legge mi tediavano, che io ci perdevo il mio tempo, e che in una parola non li voleva continuare altrimenti. Il curatore allora abboccatosi col governatore dell'Accademia, conchiusero di farmi passare al Primo Appartamento, educazione molto larga, di cui ho parlato piú sopra.

Vi feci dunque il mio ingresso il 8 maggio 1763. In quell'estate mi ci trovai quasi che solo; ma nell'autunno si andò riempiendo di forestieri d'ogni paese quasi, fuorché francesi; ed il numero che dominava era degli inglesi. Una ottima tavola signorilmente servita; molta dissipazione; pochissimo studio, il molto dormire, il cavalcare ogni giorno, e l'andar sempre piú facendo a mio modo, mi aveano prestamente restituita e duplicata la salute, il brio e l'ardire. Mi erano ricresciuti i capelli, e sparruccatomi io mi andava vestendo a mio modo, e spendeva assai negli abiti, per isfogarmi dei panni neri che per regola dell'Accademia impreteribile avea dovuti portare in quei cinque anni del Terzo e Secondo Appartamento di essa. Il curatore andava gridando su questi troppo ricchi e troppi abiti; ma il sarto sapendo ch'io poteva pagare mi facea credito quanto i' volessi, e rivestiva credo anche sé a mie spese. Avuta l'eredità, e la libertà, ritrovai tosto degli amici, dei compagni ad ogni impresa, e degli adulatori, e tutto quello insomma che vien coi danari, e fedelmente con essi pur se ne va. In mezzo a questo vortice nuovo e fervente, ed in età di anni quattordici e mezzo, io non era con tutto ciò né discolosragionevole quanto avrei potuto e dovuto fors'essere. Di tempo in tempo aveva in me stesso dei taciti richiami a un qualche studio, ed un certo ribrezzo ed una mezza vergogna per l'ignoranza mia, su la quale non mi veniva fatto d'ingannare me stesso, né tampoco mi attentava di cercar d'ingannare gli altri. Ma non fondato in nessuno studio, non diretto da nessuno, non sapendo nessuna lingua bene, io non sapeva a quale applicazione darmi, né come. La lettura di molti romanzi francesi (ché degli italiani leggibili non ve n'è); il continuo conversare con forestieri, e il non aver occasione mai né di parlare né di sentir parlare italiano, mi andavano a poco a poco scacciando dal capo quel poco di tristo toscano ch'io avessi potuto intromettervi in quei due o tre anni di studi buffoni di umanità e rettoriche asinine. E sottentrava nel mio vuoto capo il francese a tal segno, che in un accesso di studio ch'io ebbi per due o tre mesi in quel prim'anno del Primo Appartamento, m'ingolfai nei trentasei volumi della Storia ecclesiastica del Fleury, e li lessi quasi tutti con furore; e mi accinsi a farne anche degli estratti in lingua francese, e di questi arrivai sino al libro diciottesimo; fatica sciocca, noiosa, e risibile, che pure feci con molta ostinazione, ed anche con un qualche diletto, ma con quasi nessunissimo utile. Fu quella lettura che cominciò a farmi cader di credito i preti, e le loro cose. Ma presto posi da parte il Fleury, e non ci pensai piú. E que' miei estratti che non ho buttati sul fuoco sin a questi anni addietro, mi hanno fatto ridere assai quando li riscorsi un pocolino, circa venti anni dopo averli stesi. Dall'istoria ecclesiastica mi ringolfai nei romanzi, e rileggeva molte volte gli stessi, tra gli altri, Les Mille et une Nuit.

Intanto, essendomi stretto d'amicizia con parecchi giovanotti della città che stavano sotto l'aio, ci vedevamo ogni giorno, e si facevano delle gran cavalcate su certi cavallucci d'affitto, cose pazze da fiaccarcisi il collo migliaia di volte non che una; come quella di far a correre all'ingiú dall'Eremo di Camaldoli fin a Torino, ch'è una pessima selciata erta a picco, che non l'avrei fatta poi neppure con ottimi cavalli per nessun conto; e di correre pe' boschi che stanno tra il Po e la Dora, dietro a quel mio cameriere, tutti noi come cacciatori, ed egli sul suo ronzino faceva da cervo; oppure si sbrigliava il di lui cavallo scosso, e si inseguiva con grand'urli, e scoppietti di fruste, e corni artefatti con la bocca, saltando fossi smisurati, rotolandovi spesso in bel mezzo, guadando spessissimo la Dora, e principalmente nel luogo dove ella mette nel Po e facendo insomma ogni sorte di simili scappataggini, e tali che nessuno piú ci voleva affittar dei cavalli, per quanto si volessero strapagare. Ma questi stessi strapazzi mi rinforzavano notabilmente il corpo, e m'innalzavano molto la mente; e mi andavano preparando l'animo al meritare e sopportare, e forse a ben valermi col tempo dell'acquistata mia libertà fisica che morale.

 

 

 




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