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Plinio Corrêa de Oliveira
La politica vaticana di distensione…

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1. I FATTI

 

Ieri i cittadini di San Paolo sono venuti a conoscenza dei risultati del viaggio a Cuba di mons. Casaroli, segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici del Vaticano. Questi risultati sono stati esposti dal dignitario stesso nel corso di una intervista[1]. Sua Eccellenza ha affermato che “i cattolici che vivono a Cuba sono felici sotto il regime socialista”. Non dovrebbe essere necessario dire di che specie di regime socialista si tratti nel caso concreto, dal momento che è noto che il regime vigente a Cuba è quello comunista.

Sempre parlando del regime di Fidel Castro, Sua Eccellenza continua: “i cattolici e, in generale, il popolo cubano, non hanno la sia pur minima difficoltà con il governo socialista”.

Forse desideroso di dare a queste dichiarazioni spaventose un certo tono di imparzialità, mons. Casaroli ha lamentato che il numero di sacerdoti a Cuba sia insufficiente: sono soltanto duecento. Ha aggiunto di aver chiesto a Castro maggiori possibilità di praticare pubbliche cerimonie di culto. E ha concluso affermando, in modo assolutamente imprevisto, che “i cattolici dell’isola sono rispettati nelle loro credenze come tutti gli altri cittadini”.

Prendendo in esame soltanto ciò che subito salta agli occhi in queste dichiarazioni, lascia perplessi il fatto che mons. Casaroli riconosca che i cattolici cubani subiscano restrizioni nell’esercizio del culto pubblico e nello stesso tempo affermi che essi “sono rispettati nelle loro credenze”. Come se il diritto al culto pubblico non fosse una delle più sacre fra le loro libertà.

Se i sudditi non cattolici del regime cubano sono rispettati come i cattolici, è il caso di dire che a Cuba nessuno è rispettato…

In che cosa consiste, allora, questa “felicità” di cui, secondo mons. Casaroli, godono i cattolici cubani? Sembra si tratti della dura felicità che il regime comunista dispensa a tutti i suoi sudditi: quella di piegare il capo. Infatti mons. Casaroli afferma che “la Chiesa cattolica cubana e la sua guida spirituale cercano sempre di non creare problemi di nessun tipo al regime socialista che governa l’isola”.

A un esame più approfondito, le osservazioni che l’alto dignitario vaticano ha raccolto dal suo viaggio portano a conclusioni di maggiore rilievo.

In un periodo in cui S.S. Paolo VI ha più che mai dato rilievo all’importanza di eque condizioni materiali di esistenza come fattori che favoriscono la pratica della virtù, non è concepibile che mons. Casaroli giudichi “felici nel regime socialista” di Fidel Castro i cattolici cubani; se questi sono immersi nella miseria. Dobbiamo perciò dedurre che, secondo mons. Casaroli, essi fruiscono di condizioni economiche almeno sopportabili.

Orbene, tutti sanno che non è vero. E per di più i cattolici che prendono sul serio le encicliche di Leone XIII, Pio XI e Pio XII sanno che non può essere così, poiché questi Papi hanno insegnato che il regime comunista è l’opposto dell’ordine naturale delle cose, e il sovvertimento dell’ordine naturale – in economia come in qualsiasi altro campo – può dare soltanto frutti catastrofici.

Perciò i cattolici di qualsiasi parte del mondo, ingenui o male informati sulla dottrina sociale della Chiesa, leggendo i risultati dell’indagine condotta a Cuba da mons. Casaroli, saranno spinti a trarre una conclusione diametralmente opposta alla realtà, e cioè che non hanno ragione alcuna per temere l’instaurazione del comunismo nei rispettivi paesi, dal momento che in questa ipotesi saranno perfettamente “felici”, sia per quanto riguarda i loro interessi religiosi, sia per quanto riguarda la loro condizione materiale.

È doloroso affermarlo, ma la verità ovvia è questa: il viaggio di mons. Casaroli a Cuba si è concluso in propaganda della Cuba castrista.

Questo fatto, in sé stesso terribile, è un episodio della politica di distensione che il Vaticano va conducendo, già da molto tempo, verso i regimi comunisti. Diversi di questi episodi sono ben noti all’opinione pubblica.

Uno di essi è stato il viaggio in Russia, nel 1971, di Sua Eminenza il cardinale Willebrands, presidente del Segretariato per l’Unione dei Cristiani. Ufficialmente la visita era fatta per assistere all’insediamento del vescovo Pimen nel patriarcato “ortodosso” di Mosca. Pimen è l’uomo di fiducia, per i problemi religiosi, degli atei del Cremlino. Di per sé la visita dava grande prestigio al prelato eterodosso, a giusto titolo giudicato la bête noire di tutti gli “ortodossi” non comunisti del mondo. Parlando al sinodo che lo elesse, Pimen affermò che l’atto con cui, nel 1595, gli ucraini erano ritornati dallo scisma alla Chiesa cattolica era nullo. Questo comportava l’affermazione che gli ucraini non devono sottostare alla giurisdizione del Papa, ma a quella di Pimen e dei suoi compari. Invece di prendere posizione di fronte a questa clamorosa aggressione ai diritti della Chiesa cattolica e della coscienza dei cattolici ucraini, il cardinal Willebrands e la delegazione che lo accompagnava rimasero in silenzio. Chi tace acconsente, dice il diritto romano. Distensione…

Come è naturale, questa capitolazione ferì profondamente quei cattolici che seguono con attenzione costante la politica della Santa Sede. Il trauma fu ancora maggiore per i milioni di cattolici ucraini sparsi in Canada, negli Stati Uniti e in altri paesi. Ed ebbe relazione con i drammatici dissensi tra la Santa Sede e Sua Eminenza il cardinale Slipyj, valoroso arcivescovo maggiore degli ucraini, durante il sinodo episcopale tenuto a Roma nel 1971.

Considerata nel suo insieme, la condotta di Sua Eminenza il cardinale Silva Henriquez, arcivescovo di Santiago del Cile, costituì un altro episodio della distensione verso i governi comunisti promossa dalla diplomazia vaticana. Com’è noto – e la TFP cilena lo ha dimostrato in un suo lucido manifesto riprodotto da diversi organi di stampa[2] - il porporato cileno gettò il peso di tutta l’influenza e l’autorità inerenti alla sua carica per aiutare l’ascesa di Allende al potere, il suo felice insediamento, e il suo mantenimento nella prima magistratura fino al momento tragico in cui il leader ateo si suicidò. Con una flessibilità che non contribuisce a farsi di lui una buona opinione; l’eminentissimo cardinale Silva Henriquez ha cercato, con alcune dichiarazioni pubbliche, di adattarsi all’ordine di cose che è succeduto al regime di Allende. Ma con questo non sono cessate le manifestazioni della sua permanente simpatia verso i marxisti cileni. Or è poco tempo, Sua Eminenza ha celebrato una mesa funebre nella cappella del suo palazzo cardinalizio per l’anima di un altro comunista, il compagno Toha, ex-ministro di Allende, per altro anche lui un infelice suicida. Alla cerimonia erano presenti familiari e amici del defunto[3].

Per tutto questo insieme di atteggiamenti, così opportuni per avvicinare i cattolici al comunismo, non consta che il porporato sia stato sottoposto alla sia pur minima censura. Se qualcuno avesse immaginato che avrebbe perso la sua arcidiocesi, a tutt’oggi starebbe aspettando invano. Il cardinal Silva Henriquez rimane tranquillamente investito della missione di portare a Gesù Cristo le anime della sua popolosa e importante arcidiocesi.

Mentre lui la conserva, per imposizioni della politica di distensione, un altro arcivescovo, al contrario, ha perso la sua. Si tratta di una delle figure più straordinarie della Chiesa del secolo XX, il cui nome è pronunciato con venerazione ed entusiasmo da tutti i cattolici fedeli ai tradizionali insegnamenti economici e sociali emanati dalla Santa Sede. Inoltre, il nome di questo prelato è rispettato da persone delle più diverse religioni. Esso è un fregio glorioso della Chiesa anche agli occhi di coloro che in essa non credono. Questo fregio è stato spezzato da poco. L’eminentissimo cardinale Mindszenty è stato destituito dall’arcidiocesi di Esztergom, per facilitare l’avvicinamento al governo comunista ungherese.

Come si può vedere, la visita di mons. Casaroli a Cuba – anche facendo astrazione dalla intervista che ha concesso dopo aver lasciato l’isola – si inserisce come un anello in una catena di fatti che durano da anni. Dove finirà questa catena? A che dolorose sorprese, a che nuove ferite morali devono ancora prepararsi coloro che continuano ad accettare, in tutte le sue conseguenze, l’immutabile dottrina sociale ed economica insegnata da Leone XIII, Pio XI e Pio XII? Siamo certi che innumerevoli cattolici, rileggendo queste notizie, venendo a conoscenza della perplessità, delle angustie e dei traumi espressi in queste righe, sentiranno descritto il loro stesso dramma interiore: il più intimo e più acuto dei drammi, perché prima, molto prima di riguardare soltanto problemi sociali ed economici, ha un carattere essenzialmente religioso. Riguarda ciò che vi è di più fondamentale, vivo e tenero nell’anima di un cattolico apostolico romano: il suo vincolo spirituale con il Vicario di Gesù Cristo.

 

 




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