|
Una
Chiesa-comunione
La Chiesa di
Cristo è, anzitutto, per sua natura, una "koinonia". Il
termine comunione con i suoi sinonimi è stato, senza dubbio, uno dei
più sentiti nell'Aula sinodale. Così facendo, i Padri non hanno
fatto altro, in realtà, che riprendere, sottolineandolo con vigore, uno
dei pensieri-chiave della Novo Millennio ineunte. In questo documento
profetico e programmatico, infatti, il Papa Giovanni Paolo II ricorda che la
comunione "incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della
Chiesa" (NMI, 42), e che, pertanto, "fare della Chiesa la casa
e la scuola della comunione è la grande sfida che ci sta davanti nel
millennio che inizia" (Ib., 43).
All'origine
della comunione ecclesiale sta la stessa comunione trinitaria, di cui quella
altro non è che l'espressione visibile, il sacramento, la trasparenza.
La Chiesa deve, quindi, per essere fedele a se stessa, essere e presentarsi
all'uomo di oggi come una immagine viva della Trinità, ossia come
"popolo di Dio radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo" (san Cipriano, La preghiera del Signore, 23: PL,
4, 553; Cfr LG, 4).
La natura
comunionale della Chiesa va vissuta ed espressa a tutti i livelli della sua
vita e della sua molteplice attività salvifica. Ciò comporta,
però, che tutti i suoi membri siano una cosa sola nell'amore, che tutti
siano coscienti che la carità è il "cuore" della
Chiesa, per usare la bella ed incisiva espressione di santa Teresina di
Lisieux. "Capì, ella dice, che la Chiesa aveva un Cuore.
Capì che l'amore richiudeva tutte le vocazioni, che l'amore era
tutto" (Opere complete, Città del Vaticano 1977, 223; Cfr NMI,
42).
Per vivere e
rafforzare questo spirito di comunione, occorre, come hanno ricordato a varie
riprese i Padri sinodali, che esistano nella Chiesa, e nelle Chiese, dei
rapporti di comunicazione, di servizio, di corresponsabilità e di
partecipazione. Oltre, ovviamente, a quelli già esistenti, come le
Conferenze Episcopali e i vari Consigli diocesani e parrocchiali. Occorre,
perciò, promuovere e vivere un'autentica cultura della
reciprocità, come si esprimeva qualche Padre sinodale; riconoscere e
valorizzare la varietà dei carismi, delle vocazioni e delle
responsabilità, in modo che tutto converga verso l'unità e
l'arricchisca (Cfr 1 Cor, 12); programmare ed attuare una azione
pastorale unitaria e differenziata; instaurare un corretto rapporto di
coordinamento e di una retta integrazione tra la comunità parrocchiale e
i diversi movimenti ecclesiali ivi esistenti.
Non va
dimenticato, però, che tutte le strutture e strumenti, se non fossero
animati e vivificati da una profonda spiritualità di comunione, servirebbero
a ben poco: "diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione
più che sue vie di espressione e di crescita" (NMI, 43).
È, infatti, questa spiritualità che "conferisce un'anima al
dato istituzionale" (Ib., 45). Occorre, dunque, è stato
rilevato nel Sinodo, promuovere a tutti i livelli tale spiritualità.
Essa deve costituire uno dei principi fondamentali da tenere in conto nella
formazione delle varie componenti della Chiesa: sacerdoti, consacrati, laici,
operatori pastorali, famiglie e comunità.
La comunione
ecclesiale, intesa alla luce dalla tradizione della Chiesa e vissuta secondo lo
spirito del Vangelo, non intacca, dunque, in alcun modo, la struttura
gerarchica della Chiesa, voluta dallo stesso Cristo, e, quindi, sacra,
immutabile. Al contrario, la rafforza. Essa porterà, inoltre, i Vescovi,
senza rinunciare al loro insostituibile e autorevole ruolo di Pastori, posti
dallo Spirito Santo a reggere la sua Chiesa, ad un più ampio ascolto del
Popolo di Dio. È quanto ricorda l'attuale Sommo Pontefice nella NMI,
quando afferma che, "se la saggezza giuridica ponendo precise regole alla
partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura
tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della
comunione conferisce un'anima al dato istituzionale" (Ib.).
Pensiero, questo, ribadito anche da non pochi membri dell'assise sinodale.
|